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Già nel 1975, (l’anno dopo i fallimenti della Franklin National Bank negli Stati

Uniti e la Bankhaus Herstatt in Germania), per coordinare la sorveglianza delle

autorità nazionali sul sistema bancario internazionale, i G-10 più il Lussemburgo

crearono il cosiddetto Comitato di Basilea che rappresenta il più importante forum

per la cooperazione tra le banche centrali.

Nel gennaio del 1988, il Comitato stabilì che le banche internazionali dovessero

detenere almeno il 4% delle attività, ponderate in base al rischio, ed il 4% degli

impegni extra-contabili (riserve per perdite su prestiti ed il 45% dei guadagni

mancati dei fondi).

Nel 1995 l’accordo fu emendato per tenere conto del rischio di credito e di

mercato.

I pesi da applicare per il rischio di credito sono stati criticati perché basati su

categorie di attività troppo vaste. Per esempio, ai crediti ai paesi OCSE è assegnato

un peso di rischio pari a zero, ma tra questi paesi vanno inclusi anche Messico,

Corea e Turchia…

Inoltre i crediti concessi alle società sono considerate meno rischiosi di quelli

concessi ai governi, indipendentemente alla dimensione della società.

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Dal 2006, è operativo l’ultimo accordo del Comitato di Basilea (Basilea 2).

5. IL PROBLEMA DEL DEBITO

INTERNAZIONALE

Il ricorso al prestito è da lungo tempo uno strumento

 importante di assistenza finanziaria internazionale.

D’altra parte, i paesi più poveri hanno trovato sempre

maggiori difficoltà a ripagare i loro debiti.

Shock esogeni negativi negli anni 70 ed all’inizio degli

 anni 80 (come lo shock petrolifero, gli alti tassi

d’interesse, la recessione nei paesi industrializzati, ed il

crollo dei prezzi delle esportazioni dai paesi a basso

reddito) hanno causato l’accumulo di debito esterno nei

paesi a basso reddito. 15-17 aprile 2008 7

Alcuni di questi paesi registravano un deficit

 commerciale e di bilancio. Essi reagirono agli shock

negativi incrementando il ricorso al prestito. Nella

misura in cui i nuovi investimenti si ridussero

sensibilmente, la crescita rallentò ed il debito divenne

talvolta insostenibile.

Il debito nei Pvs crebbe da 500 mld. $ nel 1980, a 1000

 mld. $ nel 1985, fino ad arrivare a circa 2 mila mld. $ nel

2000.

Nei paesi più poveri, l’indebitamento totale passò da 60

 mld. $ nel 1980 a 190 mld. $ nel 1990, per arrivare a

quasi 200 mld. $ nel 2000.

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I governi creditori hanno formato un Commissione

 (che prese il nome di “Paris Club” poiché iniziò i lavori

sotto gli auspici del Tesoro francese) per raggiungere

un accordo sugli strumenti da utilizzare per la riduzione

dell’onere del debito e garantire una parità di

trattamento tra i diversi creditori.

I creditori commerciali furono rappresentati nella

 Commissione nota come “London Club” che assicurò

una sostanziale parità di trattamento per tutte le

banche. 15-17 aprile 2008 9

Tuttavia, l’indebitamento dei paesi meno ricchi rimaneva

 alto: si richiedevano interventi più completi, compresa

l’assistenza tecnica alla formazione delle politiche

economiche nazionali.

Nell’ultima decade, a partire dalla crisi Messicana nel

 1994-1995, si sono verificate altre situazioni di grande

difficoltà a ripagare il debito internazionale.

Queste crisi hanno suscitato interrogativi sul ruolo

 dell’IMF nella soluzione di queste crisi e sulla sua

effettiva capacità di ridurre gli effetti negativi per il

mercato internazionale dei capitali.

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L’IMF (al pari della World Bank e della IADB, a volte) è

 stato accusato tra l’altro, di:

– avere sostenuto una politica di solito eccessivamente

orientata al mercato;

– essere stato poco flessibile, proponendo medesimi interventi

senza prestare adeguata attenzione alle specificità dei paesi

indebitati, causando il dissesto (ed eventualmente il

fallimento) delle finanze pubbliche con inevitabili tensioni

politiche e disagi sociali;

– aver generato, con gli interventi di salvataggio (bail-out)

hazard)

realizzati, comportamenti di rischio morale (moral alle

spese degli investitori e dei contribuenti.

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Vi sono dei dubbi sulla credibilità dei limiti fissati ai

 prestiti concessi dall’IMF. Fino al 1963, il limite al

ricorso al credito di un paese era pari al 100% della

‘quota’ di quel paese (fissata in funzione del PIL del

paese, dell’apertura al commercio internazionale e

della volatilità delle esportazioni).

Nel 1992, il limite ha raggiunto il 500% della quota.

 Da allora, il limite è stato fissato al 300% della quota,

anche se vi sono state eccezioni importanti (Messico

95: 607%; Tailandia 98: 400%; Corea del Sud 98:

1500%; Indonesia 98: 431%; Russia 98: 318%;

Turchia 01: 445%). 15-17 aprile 2008 12

Il Fondo ha sviluppato strumenti di finanziamento diretti

 ad affrontare specifici problemi, specialmente dei paesi a

più basso reddito. Heavily

– Nel 1996, WB e IMF lanciarono l’iniziativa

Indebted Poor Countries (HIPC), che aveva lo scopo di

assicurare che nessun paese fosse gravato da un debito

insopportabile Essa fu riformata nel 1999 per accelerare il

.

processo di ammissione e rendere l’iniziativa più efficace.

– Paesi a basso reddito (con un limite di PIL pro capite pari a

875 $, nel 2001) possono beneficiare di prestiti ad un tasso

interest rate)

agevolato (concessional attraverso il programma

Poverty Reduction and Growth Facilities (PRGF),

inaugurato nel Settembre 1999, che include l’iniziativa

precedente. 15-17 aprile 2008 13

6. I FLUSSI MIGRATORI

6.1 Introduzione

Le Nazioni Unite stimano che, nel mondo, circa 175

 milioni di persone sono emigranti.

La quantità di immigrati nei paesi ad alto reddito è

 cresciuta ad un tasso annuale del 3,1% nel periodo 1990-

2000, contro il 2,9% del decennio 1980-1990, ed il 2,4%

del decennio 1970-1980. 15-17 aprile 2008 14

Questa crescita e la riduzione della crescita della

 popolazione nativa nei paesi sviluppati ha causato il

raddoppio (nell’ultimo trentennio) della percentuale di

immigrati.

Senza immigrazione, paesi sviluppati come l’Italia, la

 Germania e la Svezia avrebbero registrato una

diminuzione della propria popolazione nell’ultima

decade.

L’immigrazione nei Pvs è pure sostenuta ma è cresciuta

 ad un tasso minore che nei paesi ricchi (circa l’1,3% dal

1970 al 2000). 15-17 aprile 2008 15

La migrazione rappresenta un fenomeno

 d’importanza crescente, a livello globale: la pressione

demografica tende ad essere esplosiva nei paesi in via

di sviluppo dove la popolazione cresce molto più

rapidamente che nei paesi ricchi.

Per analizzare gli effetti economici e sociali dei

 fenomeni migratori, è importante distinguere lo

spostamento di lavoratori da altre forme di

migrazione, generalmente involontaria, come nel caso

di rifugiati e profughi. 15-17 aprile 2008 16

6.2. Cause dei flussi migratori

Non vi è un’unica teoria della migrazione.

Possiamo distinguere fattori che spingono ad

factors)

emigrare (supply-push e fattori che invece

factors).

attraggono flussi migratori (demand-pull

Vediamo quindi alcune spiegazioni alla base delle

principali teorie. 15-17 aprile 2008 17

Fattori demografici

 Secondo molti la bassa fertilità nei paesi sviluppati,

confrontata con l’alta fertilità dei pvs, favorisce la crescita

della migrazione. Labour Office,

Nel periodo 1990-2010, secondo l’International la

popolazione attiva nei Pvs dovrebbe crescere del 41%, pari a

733 milioni di individui (meno del ventennio precedente in

termini percentuali, più in valore assoluto), mentre nelle

economie sviluppate si attende una crescita di soli 50 milioni di

persone pari al 9% (nel ventennio precedente, 109 milioni di

persone pari al 23% d’incremento).

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Differenze di reddito

 Approccio microeconomico; bisogna, però, considerare anche i

costi di mobilità –esogeni o endogeni – ed altre componenti

sociali, ambientali, …

Eccesso di domanda

 Approccio macroeconomico

Fallimento del mercato

 L’emigrazione servirebbe a diversificare le fonti di reddito in

assenza di opportunità di lavoro nel mercato nazionale e/o

mercati assicurativi incompleti, mercato dei capitali non

concorrenziale… 15-17 aprile 2008 19

Politiche pubbliche

 Le spese sociali possono attrarre immigrati, la regolamentazioni

li può respingere; in questo caso i differenziali di reddito

possono essere ininfluenti.

Mercato del lavoro duale

 Per evitare incrementi strutturali dei salari determinati

dalle nuove assunzioni di nativi, gli imprenditori ricercano

immigrati a basso costo (spiegazione basata sulla domanda).

Trasformazioni socio-economiche nei pvs

 Per esempio causate dalla globalizzazione dei mercati.

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Riduzione dei costi d’immigrazione

 La creazione di network (incluse le riunioni familiari),

istituzioni, e servizi legati alla cultura e società del paese di

origine facilitano l’immigrazione; questi, una volta

sviluppati, attraggono nuovi immigrati in maniera

relativamente indipendente dalle politiche sociali e dai

differenziali di reddito (teoria dell’accumulazione

perpetua d’immigrazione)

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6.3. Effetti economici dell’immigrazione nel

paese di destinazione.

Non vi è un’univoca verifica empirica degli effetti

 dell’immigrazione sull’occupazione, anche a causa di

un problema di simultaneità, visto che i lavoratori

sono attratti dai paesi a basso livello di

disoccupazione.

Spesso gli immigrati tendono ad essere sostituti di

 lavoratori nativi non specializzati e complementi di

lavoratori nativi specializzati.

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Quando gli immigrati hanno caratteristiche

 sufficientemente diverse dai residenti, allora si possono

avere rapporti di complementarità che causano effetti

positivi per i residenti.

L’immigrazione produce domanda aggiuntiva con i suoi

 effetti moltiplicativi.

Inoltre, essa può rendere il mercato del lavoro più

 flessibile ed sostenere l’offerta di servizi (spec. alle

famiglie) a basso costo.

Gli immigrati possono rimpiazzare la forza lavoro che si

 riduce nelle economie avanzate, mitigando l’eccesso di

domanda 15-17 aprile 2008 23

Una simulazione della World Bank indica che

 un’immigrazione verso i paesi ad alto reddito, capace

di incrementare la loro forza lavoro del 3%,

produrrebbe un incremento di reddito complessivo

dei nativi in quei paesi pari allo 0,4%.

L’impatto sul salario dei nativi sarebbe marginale,

 mentre le perdite maggiori sarebbero subite dai

lavoratori immigrati in precedenza.

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D’altra parte l’immigrazione, soprattutto in forma di

 riunione familiare, può provocare ulteriore pressione

sulla spesa sociale, almeno nel breve periodo. Inoltre,

vanno considerati i costi sociali legati ai problemi

d’integrazione. Migration)

Immigrazione di rimpiazzo (Replacement

 Uno dei problemi principali per le economie sviluppate è

quello dell’invecchiamento della popolazione, con

conseguente restringimento della percentuale della

popolazione attiva. Questo fenomeno rischia di avere un

forte impatto negativo sulla crescita e sul sistema di

sicurezza sociale dei paesi interessati. L’immigrazione

potrebbe ‘rimpiazzare’ la forza lavoro mancante.

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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Economia internazionale sulle crisi finanziarie con analisi dei seguenti argomenti: la crescita del mercato internazionale di capitali dal 1990 al 1998, le crisi finanziarie degli anni Novanta nell'Est-Asiatico, Messico, Brasile, Argentina, Russia, cosa si sarebbe potuto fare per evitare le crisi, il problema del debito internazionale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Mazza Isidoro.

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