4. Le crisi finanziarie
La crescita del mercato internazionale di capitali (dal 1990 al 1998 il numero di economie emergenti che hanno emesso eurobond è passato da 1 a 40) è stata, purtroppo, affiancata dalla diffusione delle crisi finanziarie.
Possiamo individuare sei principali crisi negli anni 90 - Messico (1995), Est Asiatico (Corea del Sud, Indonesia, Tailandia, Malesia) (1997-1998), Russia (1998), Brasile (1998-1999) - ed una, nel 2002, in Argentina.
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Le fonti di vulnerabilità
Le fonti principali di vulnerabilità sono state:
- Presenza di un cambio regolato (in tutti i paesi);
- Deficit di conto corrente (Messico, Brasile, Est Asiatico);
- Deficit fiscale (Brasile ed Argentina);
- Debolezza del settore bancario finanziario (tutti tranne, parzialmente, il Brasile);
- Debito pubblico a breve (Russia, Messico, Brasile, Argentina);
- Indebitamento con l’estero a breve (Est Asiatico, principalmente);
- Governo dell’economia (Indonesia e Russia, principalmente).
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Evitare le crisi
Per evitare le crisi, si può ritenere che gli sforzi all’interno del singolo paese dovrebbero essere soprattutto rivolti a:
- Rafforzare il sistema finanziario (per es. attraverso una maggiore capitalizzazione ed ispezione);
- Scegliere il regime di cambio appropriato; secondo Summers si dovrebbe optare per un regime preciso, o cambio fisso sostenuto in maniera credibile (magari rinunziando alla autorità monetaria) o a cambio flessibile, evitando situazioni intermedie;
- Evitare deficit fiscali che vanno al di là delle capacità nazionali;
- Evitare i rischi di liquidità avendo adeguate riserve;
- Evitare di confidare eccessivamente su capitale a breve.
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Integrazione finanziaria e costi sociali
Le crisi finanziarie mettono in dubbio che l’integrazione finanziaria sia davvero un obiettivo desiderabile.
Da una parte, la teoria ha da tempo messo in luce i potenziali benefici generati da un sistema finanziario concorrenziale: la mobilità del capitale permette di massimizzare i rendimenti degli investitori.
D’altra parte, si fanno notare i costi sociali delle crisi finanziarie che possono annullare anni di crescita, come nel caso della crisi dell’est-asiatico del 1998.
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Sviluppo del mercato finanziario
Lo sviluppo del mercato finanziario si è, inoltre, accompagnato ad una preoccupante crescita dell’indebitamento dei privati e delle società, specialmente nelle economie avanzate.
Non bisogna neanche dimenticare il debito pubblico estero di molti paesi in via di sviluppo che è cresciuto considerevolmente nell’ultimo trentennio.
In questa prospettiva, appare sempre più necessaria una profonda regolamentazione del mercato internazionale finanziario e bancario.
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Il Comitato di Basilea
Già nel 1975, (l’anno dopo i fallimenti della Franklin National Bank negli Stati Uniti e la Bankhaus Herstatt in Germania), per coordinare la sorveglianza delle autorità nazionali sul sistema bancario internazionale, i G-10 più il Lussemburgo crearono il cosiddetto Comitato di Basilea che rappresenta il più importante forum per la cooperazione tra le banche centrali.
Nel gennaio del 1988, il Comitato stabilì che le banche internazionali dovessero detenere almeno il 4% delle attività, ponderate in base al rischio, ed il 4% degli impegni extra-contabili (riserve per perdite su prestiti ed il 45% dei guadagni mancati dei fondi).
Nel 1995 l’accordo fu emendato per tenere conto del rischio di credito e di mercato.
I pesi da applicare per il rischio di credito sono stati criticati perché basati su categorie di attività troppo vaste. Per esempio, ai crediti ai paesi OCSE è assegnato un peso di rischio pari a zero, ma tra questi paesi vanno inclusi anche Messico, Corea e Turchia…
Inoltre i crediti concessi alle società sono considerate meno rischiosi di quelli concessi ai governi, indipendentemente alla dimensione della società.
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Dal 2006, è operativo l’ultimo accordo del Comitato di Basilea (Basilea 2).
5. Il problema del debito internazionale
Il ricorso al prestito è da lungo tempo uno strumento importante di assistenza finanziaria internazionale.
D’altra parte, i paesi più poveri hanno trovato sempre maggiori difficoltà a ripagare i loro debiti.
Shock esogeni negativi negli anni 70 ed all’inizio degli anni 80 (come lo shock petrolifero, gli alti tassi d’interesse, la recessione nei paesi industrializzati, ed il crollo dei prezzi delle esportazioni dai paesi a basso reddito) hanno causato l’accumulo di debito esterno nei paesi a basso reddito.
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Alcuni di questi paesi registravano un deficit commerciale e di bilancio. Essi reagirono agli shock negativi incrementando il ricorso al prestito. Nella misura in cui i nuovi investimenti si ridussero sensibilmente, la crescita rallentò ed il debito divenne talvolta insostenibile.
Il debito nei Pvs crebbe da 500 mld. $ nel 1980, a 1000 mld. $ nel 1985, fino ad arrivare a circa 2 mila mld. $ nel 2000.
Nei paesi più poveri, l’indebitamento totale passò da 60 mld. $ nel 1980 a 190 mld. $ nel 1990, per arrivare a quasi 200 mld. $ nel 2000.
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I governi creditori hanno formato un Commissione (che prese il nome di “Paris Club” poiché iniziò i lavori sotto gli auspici del Tesoro francese) per raggiungere un accordo sugli strumenti da utilizzare per la riduzione dell’onere del debito e garantire una parità di trattamento tra i diversi creditori.
I creditori commerciali furono rappresentati nella Commissione nota come “London Club” che assicurò una sostanziale parità di trattamento per tutte le banche.
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Tuttavia, l’indebitamento dei paesi meno ricchi rimaneva alto: si richiedevano interventi più completi, compresa l’assistenza tecnica alla formazione delle politiche economiche nazionali.
Nell’ultima decade, a partire dalla crisi Messicana nel 1994-1995, si sono verificate altre situazioni di grande difficoltà a ripagare il debito internazionale.
Queste crisi hanno
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