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Capitolo 1. Economia industriale: un'introduzione

La teoria neoclassica dell'impresa considera quattro principali strutture teoriche di mercato:

  • La concorrenza perfetta
  • La concorrenza monopolistica
  • L'oligopolio
  • Il monopolio

Caratteristiche di un settore perfettamente concorrenziale

Un settore perfettamente concorrenziale ha sei caratteristiche:

  • Compratori e venditori sono numerosi
  • Perfetta conoscenza di produttori e consumatori
  • Prodotti venduti identici
  • Indipendenza tra imprese e obiettivo della massimizzazione dei profitti
  • Non ci sono barriere né all'entrata né all'uscita
  • Vendita dei prodotti al prezzo di mercato

La competizione fra imprese genera strutture di mercato che comprendono un numero relativamente piccolo di grandi imprese: ciò è dovuto dal fatto che, aumentando le dimensioni, le imprese realizzano economie di scala e i costi medi tendono a diminuire. Marshall e Sraffa hanno formulato la teoria del monopolio: se i risparmi sui costi fossero trasferiti ai consumatori sotto forma di prezzi più bassi, la tendenza dei costi medi a diminuire quando la scala di produzione aumenta potrebbe essere un aspetto benefico del monopolio. Se un monopolista sfrutta il suo potere di mercato per ridurre la produzione e far salire il prezzo, al fine di guadagnare un extraprofitto, il monopolio può avere implicazioni dannose per il benessere dei consumatori.

Chamberlin e Robinson hanno formulato la teoria della concorrenza perfetta, che possiamo suddividere in concorrenza monopolistica e dell’oligopolio. La visione neoclassica dell’impresa (concorrenza perfetta - concorrenza monopolistica - oligopolio - monopolio) si basa sull’equilibrio di lungo periodo; questa è la cd. visione di concorrenza statica.

Visione dinamica della concorrenza

Schumpeter e la scuola austriaca vedono rispettivamente la concorrenza legata all’innovazione (scelta imprenditore) e al mercato (inteso come insieme di decisioni prese dall’imprenditore e che ricadono su tutti gli stakeholders) e hanno sviluppato una visione di concorrenza più dinamica. La concorrenza è guidata dall’introduzione di nuovi prodotti e processi, dalla conquista di nuovi mercati per i fattori di produzione o prodotti o dalla riorganizzazione degli assetti produttivi esistenti. L’innovatore è ricompensato per un breve periodo con una posizione di monopolio e profitti monopolistici; dopo un breve periodo però, gli imitatori possono entrare nel mercato, erodendo la sua posizione e i suoi profitti.

Tra i primi contributi agli studi di economia industriale si ricordano Mason e Bain e lo sviluppo del paradigma SCR: esso dice che la struttura di mercato interferisce su comportamenti delle imprese e ne influenza le performance. I legami principali nella rappresentazione procedono dalla struttura, attraverso i comportamenti, verso la performance. Sono possibili svariati effetti di retroazione (feedback) tra i tre piani della struttura.

Struttura, comportamenti, risultati: modelli statici

  • Struttura – Le caratteristiche strutturali di un settore cambiano in modo relativamente lento, per cui nel breve periodo possono spesso essere considerate fisse. Le variabili strutturali sono:
    • Il numero e la distribuzione per dimensione dei compratori e venditori, che costituiscono un determinante potere esercitato dalle imprese leader nel settore
    • Le condizioni di entrata e uscita, che comprendono le barriere all’entrata, definite come quegli ostacoli che pongono un entrante potenziale in una posizione di svantaggio competitivo nei confronti di un’impresa già presente e le barriere all’uscita (sono quei costi fissi non recuperabili associati all’uscita dal mercato)
    • La differenziazione del prodotto, qualsiasi sia il cambiamento delle caratteristiche del prodotto offerto, influenza la quota di domanda totale del mercato riferibile ad ogni singola impresa
    • L’integrazione verticale e la diversificazione, la prima delle quali si riferisce alla presenza di un’impresa in fasi differenti dello stesso processo produttivo, l’altra alla diversificazione di produzione che un’impresa può esercitare, con una varietà di servizi e beni per mercati diversi
  • Comportamenti – I comportamenti delle imprese sono condizionati dalle caratteristiche strutturali dell’industria. Le principali variabili relative ad essi sono:
    • Obiettivi economici, come la massimizzazione dei profitti, del fatturato, della crescita
    • Politiche di prezzo: la discrezionalità di un’impresa nel determinare il proprio prezzo dipende dalle sue caratteristiche strutturali. Le politiche di prezzo possibili sono quella del mark-up, la fissazione del prezzo uguale ai costi marginali, le politiche che scoraggiano nuovi entranti, i prezzi predatori, la leadership di prezzo e la discriminazione
    • Caratteristiche del prodotto, branding, pubblicità e marketing, ovvero strategie non di prezzo centrate sul prodotto, sulla marca, sulla pubblicità
    • Ricerca e sviluppo, che insieme a pubblicità e marketing, sono uno strumento di concorrenza non di prezzo tra imprese rivali
    • Collusione, per pervenire a decisioni collettive concernenti i prezzi, i livelli di produzione, il budget pubblicitario. Essa può essere esplicita (cartelli) o tacita
    • Fusioni, orizzontali (tra imprese che producono lo stesso prodotto o prodotti analoghi), verticali (tra imprese che operano in fasi successive del processo produttivo) e conglomerali (tra imprese che producono prodotti differenti)
  • Risultati – I principali indicatori delle performance sono:
    • Profittabilità, che può derivare, a seconda della teoria adottata, da:
      • Un abuso di potere di mercato
      • Vantaggi di costo o una superiore efficienza produttiva
      • Innovazioni di successo e lungimiranza dell’imprenditore
    • Crescita, delle vendite, del capitale, dell’occupazione
    • Qualità dei prodotti e dei servizi
    • Progresso tecnologico, conseguenza del livello di investimento in ricerca e sviluppo
    • Efficienza produttiva e allocativa, che indica quella situazione in cui un’impresa consegue il massimo profitto possibile a partire da una data combinazione di input, oppure in cui sceglie la combinazione più efficiente in termini di costo per produrre un certo prodotto; il benessere sociale è massimo in corrispondenza dell’equilibrio di mercato

Ruolo dello Stato e politiche pubbliche

La politica pubblica suggerisce l’opportunità di un ruolo dello Stato o dell’intervento regolatorio nella promozione della concorrenza e nell’eliminazione degli abusi di potere di mercato. La concorrenza può essere promossa impedendo fusioni orizzontali tra due grandi imprese o richiedendo lo scorporo di un grande produttore dominante in due o più imprese più piccole. L’intervento potrebbe essere volto direttamente a influenzare i comportamenti delle imprese, rafforzando i limiti giuridici alle forme di collusione ammissibili, o aumentando le sanzioni per collusioni illegali.

Molti provvedimenti governativi (politica fiscale, politica per l’occupazione, politica ambientale, politica macroeconomica) possono avere implicazioni sulle performance delle imprese. Come la scuola austriaca, anche la scuola di Chicago ha argomentato la sua contrarietà dell’intervento pubblico a sostegno della concorrenza: le imprese hanno raggiunto determinate posizioni dominanti per la più efficiente gestione e per la maggior profittabilità rispetto alle imprese minori.

Critiche al paradigma SCR

Il paradigma SCR è stato oggetto di aspre critiche da molti punti di vista:

  • Alcune variabili di struttura sono direttamente variabili del comportamento strategico (es. integrazione, differenziazione), con la difficoltà quindi di stabilire quali variabili appartengano alla struttura, quali ai comportamenti e quali ai risultati
  • Il giudizio sui risultati dipende dagli obiettivi degli agenti (es. ruolo dell’avversione al rischio); le differenze tra gli obiettivi rendono meno solide le relazioni tra le variabili del paradigma
  • Difficoltà di misura di variabili di struttura diverse dalla concentrazione di mercato, e in genere difficoltà di misura di variabili di comportamento: questo può spiegare la bassa significatività statistica di verifiche di relazione fra struttura e risultati
  • Difficoltà a distinguere fra contesti evolutivi della struttura di mercato (ipotesi di collusione vs. ipotesi di efficienza)

Queste critiche hanno indotto ad abbandonare l’ipotesi che la struttura sia la determinante più importante del livello di concorrenza, concentrandosi sui comportamenti strategici dell’impresa. Si è sviluppato così una nuova economia industriale sulla disciplina della gestione strategica d’impresa (strategic management), portata avanti dalle cinque forze di Porter, che sono fonti di competizione che l’impresa può in ogni momento dover sostenere e che influenzano le strategie e i comportamenti:

  • Ampiezza e intensità concorrenza: un numero elevato di imprese di dimensione analoga indica che la concorrenza sia più intensa che nel caso di una o poche imprese dominante
  • Minaccia di nuovi entranti: tale minaccia dipende dall’importanza delle economie di scala, dalla differenziazione di prodotto e della fedeltà della marca, dal livello e dalla specificità degli investimenti
  • Minaccia di prodotti e servizi succedanei: la disponibilità di tali servizi aumenta l’elasticità della domanda al prezzo per prodotti esistenti, riducendo il potere di mercato delle imprese dominanti (che cercano di differenziare più di quanto fanno i rivali)
  • Potere dei compratori: dipende dal loro numero e distribuzione per dimensione e dal loro grado di dipendenza dalla produzione dell’impresa; se ci sono pochi compratori o se sono disponibili beni sostituti, è probabile che i compratori esercitino un significativo potere di controllo
  • Potere dei fornitori: se i fornitori di importanti input sono pochi e di grandi dimensioni, possono esercitare potere di mercato alzando il prezzo, riducendo la qualità o minacciando l’interruzione della fornitura

Questa visione pone l’attenzione sulla massimizzazione del valore dell’impresa attraverso scelte manageriali efficaci, piuttosto che sulla minimizzazione o eliminazione degli extraprofitti nel perseguimento di più ampi obiettivi di natura collettiva. Il vantaggio competitivo è misurato dal valore che un’impresa è in grado di creare rispetto ai suoi costi. Porter introduce anche il concetto di catena del valore, che disaggrega l’impresa nelle sue attività rilevanti, comprendendo due strategie rilevanti:

  • Leadership di costo, con la quale l’impresa cerca di mantenere i suoi costi più bassi di quelli dei concorrenti e cercando d’identificare risparmi sui costi in qualche punto della catena
  • Differenziazione, nella quale il prodotto dell’impresa possiede una certa caratteristica unica che attrae i clienti, conducendo a profitti più alti

Kay respinge quest’ultima visione strategica, sostenendo che le imprese, nel tentativo di conseguire un vantaggio competitivo, sviluppano capacità distintive, che è tutto ciò che differenzia ogni impresa dall’altra; esse riguardano:

  • Innovazione, che conferisce all’impresa un vantaggio limitato nel tempo sui suoi concorrenti
  • Architettura, cioè l’organizzazione interna delle imprese e le loro competenze
  • Reputazione, che, se ottima, accresce il valore e genera vendite

Le imprese mantengono il vantaggio competitivo solo se possono proteggere le loro strategie dall’imitazione.

Capitolo 2. Produzione, costi, domanda e massimizzazione del profitto

La teoria della produzione e dei costi distingue tra breve periodo (alcuni input sono variabili e altri fissi) e lungo periodo (tutti gli input sono variabili). Una formulazione generale di funzione di produzione è q = f (K, L), che nel breve periodo è considerabile come q = g(L) in quanto il capitale è fisso.

Nel breve periodo, la relazione tra input, output e costi di produzione è governata dalla legge dei rendimenti decrescenti: quando quantità crescenti di lavoro sono usate in combinazione con una quantità fissa di capitale, il prodotto marginale del lavoro tende a decrescere. Quando ciò avviene, il costo marginale aumenta e viceversa. È importante distinguere tra costi fissi (con costo medio decrescente) e costi variabili (il cui andamento è legato al costo marginale).

Nel lungo periodo la relazione tra input, output e costi di produzione è governata dai rendimenti di scala, che possono essere:

  • Crescenti (quando la produzione cresce più che proporzionalmente all’incremento degli input); In questo caso si hanno economie di scala
  • Costanti (quando la produzione cresce proporzionalmente all’incremento degli input)
  • Decrescenti (quando la produzione cresce meno che proporzionalmente all’incremento degli input). In questo caso si hanno diseconomie di scala

Per prodotto marginale del lavoro (PM L), si intende la quantità di prodotto addizionale che l'impresa ottiene impiegando ogni volta un ulteriore lavoratore. Il prodotto medio del lavoro (PM L), è invece il rapporto tra il prodotto totale e la quantità di lavoro impiegata.

Economie di scala

Le economie di scala possono essere classificate come reali o pecuniarie:

  • Le economie reali (tecniche) sorgono da relazioni tecnologiche tra input e output, come ad esempio:
    • La produzione su larga scala che porta alla possibilità di utilizzare macchinari non utilizzabili su scale minori
    • Le economie di apprendimento, che sono un’altra fonte importante di risparmi sui costi
    • L’indivisibilità di alcuni input (costo medio minore per l’utilizzo di questi input aumentando la scala produttiva)
    • Le relazioni geometriche tra input e output possono tradursi in minori costi quando aumenta la scala di produzione (es. raddoppiando la circonferenza di un gasdotto se ne accresce la capacità in misura più che raddoppia)
  • Le economie pecuniarie sono collegate a risparmi legati a variazione dei prezzi pagati per i fattori di produzione, come ad esempio:
    • Economie nella raccolta di capitali (maggiori finanziamenti per maggiori garanzie offerte, fonti di finanziamento più ampie)
    • Economie di acquisto e commercializzazione (sconti per ordini su vasta scala)
    • Economie di trasporto (sfruttando più impianti separati che producono in regioni differenti)

Tutte queste sono economie di scala interne all’impresa, mentre vi sono economie anche esterne legate a una crescita del settore in cui opera l’azienda, che portano alla riduzione dei costi medi per tutti (come la maggiore specializzazione del lavoro, forme di assistenza e di credito specializzate, infrastrutture fisiche).

Diseconomie di scala

Esistono anche diseconomie di scala, che si verificano quando i costi medi di lungo periodo tendono a crescere all’aumentare della produzione; esse sono legate a:

  • Diseconomie manageriali (come difficoltà comunicative, di gestione e informative tra diversi livelli)
  • Diseconomie di trasporto (es. per attraccare a nuovi mercati o maggior necessità di materie prime)
  • Diseconomie esterne di scala se la crescita del settore porta a scarsità di fattori di produzione

Williamson ha sviluppato l’analisi delle cause delle diseconomie di scala manageriali, considerando l’impresa come una coalizione di diversi team o gruppi responsabili di attività specialistiche quali la produzione, la commercializzazione e la finanza: in ogni squadra esistono incentivi a comportamenti opportunistici, come la mancanza di impegno nel lavoro e la tendenza a far lavorare gli altri al proprio posto.

L’aumento di scala potrebbe quindi avere sul CM l’effetto di portarlo ad essere una curva ad “U”, mentre lo sviluppo di strutture organizzative decentrate può dare alla curva CM la forma a “L”. La scala efficiente minima (SEM) è il livello di produzione al quale sono minimizzati i CM e le economie di scala si sono quindi esaurite. Nella realtà, raggiunta la SEM, l’impresa può produrre al livello minimo dei costi medi di lungo periodo una grande varietà di livelli di produzione, così da avere rendimenti di scala costanti --- forma ad “L”.

Oltre alle economie di scala esistono le economie di scopo: si hanno quando la produzione congiunta di due beni costa meno di quella separata (ad es. input comuni acquistabili in grandi quantità, funzioni specialistiche ripartite, dati sulle caratteristiche dei clienti).

Il costo totale di un’impresa corrisponde al costo opportunità sostenuto dall’impresa (diversità dal criterio contabile). Un costo irrecuperabile (sunk cost) è un costo sostenuto in passato e che non cambierà qualsiasi decisione venga presa adesso. Ai fini di qualunque decisione, i costi irrecuperabili devono essere ignorati.

Le funzioni di costo possono essere anche derivate usando isoquanti (combinazione di input per produrre una quantità data di output) e gli isocosti (curve che rappresentano tutte le combinazioni di K e L aventi lo stesso costo): il costo totale minore per produrre una certa quantità q è data dal punto di tangenza tra isoquanto e isocosto più basso.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lorenzotigli91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia e politica industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Bellandi Marco.
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