CAPITOLO 1 – UNA PANORAMICA DELL’ORGANIZZAZIONE
INDUSTRIALE.
Definizione di organizzazione industriale
E’ quella disciplina economica che studia la struttura delle imprese e dei mercati e le loro
modalità di interazione, secondo un approccio più realistico, in cui si dà un peso più rilevante ai
fattori concreti (rispetto ai modelli microeconomici che sono puramente teorici).
Lo studio dell'organizzazione industriale cala nella realtà il modello della concorrenza perfetta,
considerando fattori quali l'informazione incompleta, i costi delle transazioni, i costi dovuti
all'aggiustamento dei prezzi, gli interventi pubblici e le barriere che ostacolano l'entrata dì nuove
imprese in un mercato.
Stiegler (1968)
Definisce l’E.I. parte della microeconomia che utilizza modelli teorici dei prezzi basati sul
comportamento delle imprese finalizzato alla max dei π per effettuare studi empirici sui mercati.
Obiettivi Descrivere:
- dinamiche competitive dei mercati
- comportamenti strategici dell'impresa (strategie sui prezzi, su pubblicità, etc)
- modalità di interazione tra imprese (esempio le modalità di interazione tra imprese oligopoliste
in un oligopolio).
Metodologia utilizzata. 1)
analisi teorica àverifica
2)Applicazioni delle teorie ai problemi del sistema economico e dell'industria dei
modelli teorici attraverso casi di esempi concreti
Modelli
Esistono almeno due approcci principali per affrontare lo studio dell'organizzazione industriale.
1)Il primo approccio, denominato struttura-comportamento-risultati (o anche
strutturacomportamento-performance) (anni 30) è prevalentemente descrittivo e atto a fornire una
visione di sintesi dell'organizzazione industriale; - Paradigma utilizzato fino agli anni 70.
- Secondo l'approccio struttura-comportamento-risultati, i risultati economici di un'industria (in
à
termini dei benefici prodotti per i consumatori) dipendono dal comportamento delle imprese,
à che, a sua volta, è funzione della struttura (insieme dei fattori che determinano la
concorrenzialità di un mercato).
- Quindi conoscendo una certa struttura del mercatosi sanno già i risulatati che si ottengono.
- In questo modello la struttura del mercato è la variabile esogena.
- La struttura di un'industria dipende da alcuni fattori di base, quali la tecnologia e la domanda.
Per esempio, in un'industria la cui tecnologia è tale che il costo medio di produzione diminuisce
sempre all'aumentare della quantità prodotta, il mercato tende a consentire la sopravvivenza di
una sola impresa o, eventualmente, di un numero assai limitato di imprese. Nel caso in cui una
1
sola impresa fornisca il bene nell'ambito del mercato (situazione di monopolio), il prezzo verrà
stabilito a un livello di gran lunga superiore rispetto ai costi marginali di produzione.
↓
La Figura 1.1 illustra i rapporti tra struttura, comportamento e risultati economici, evidenziando
anche le interazioni con le condizioni di base e le politiche pubbliche. Le relazioni esistenti tra gli
elementi appartenenti ai cinque riquadri sono piuttosto complesse. Per esempio, le
regolamentazioni incidono sul numero di imprese operanti in un mercato, e dunque le imprese
possono cercare di influenzare le politiche pubbliche di regolamentazione al fine di aumentare i
propri profitti.
La ricerca empirica che fa riferimento a questo tipo di paradigma utilizza solitamente dati a
livello di mercato, verificando, per esempio, se nei mercati che presentano determinate
caratteristiche strutturali, quali un numero limitato di imprese, si riscontrino prezzi
particolarmente elevati, etc.. 2
- In definitiva: date certe caratteristiche strutturali del settore, le imprese adeguano il loro
comportamento (passivo) nell’ottica di ottenere certi risultati.
2) Nuovo paradigma teorico dell’E.I.
- Dopo gli anni 70 si ci è accorti che la variabile esogena non è la struttura del mercato ma sono i
à àottenendo
comportamenti dell'imprenditore che generano una certa struttura di mercato
così certi risultati.
- Il comportamento dell'imprenditore è la variabile esogena.
à
- Comportamento centralità del comportamento strategico delle imprese, ossia delle azioni
finalizzate a modificare il proprio vantaggio la struttura e il grado di concentrazione.
à
- Struttura è influenzata dal comportamento dell'imprenditore.
3
à
- Performance può a sua volta influenzare il comportamento e quindi la struttura (es. attraverso
maggiori profitti si acquisisce un'altra impresa e quindi si aumenta il grado di concentrazione
del mercato). à>
- In definitiva: S-C-R si influenzano reciprocamente: >π acquisti di altre imprese del settore
che modificano la struttura (feed-backs).
- La nuova E.I. studia il comportamento strategico e non passivo delle imprese e gli effetti che
ne derivano sulla concorrenza in un'ottica di efficienza nella produzione e scambio basata sulla
razionalità dell'individuo.
↓
Analisi empirica di modelli teorici astratti (es. concorrenza perfetta) tenuto conto di fattori quali:
informazione incompleta, costi di transazione, costi di aggiustamento dei prezzi, interventi
pubblici, barriere all'ingresso nel mercato.
↓
àsi àprezzi
E.I. può allora definire come “ economia di concorrenza imperfetta” (oligopolio) e
quantità non concorrenziali.
Modelli teorici recenti (Teoria sulla formazione dei prezzi).
L’approccio basato sulla teoria della formazione dei prezzi, si avvale di modelli
microeconomici al fine di spiegare il comportamento delle imprese e la struttura del mercato e
quindi il paradigma S-C-R.
I modelli basati sulla teoria della formazione dei prezzi spiegano i fenomeni di mercato attraverso
l'analisi degli incentivi economici cui si trovano di fronte i singoli individui e le singole imprese.
George J. Stigler (1968), un pioniere di questo approccio analitico, sosteneva che gli studiosi di
organizzazione industriale dovessero avvalersi della teoria microeconomica per effettuare studi
empirici relativi ai mercati e agli effetti delle politiche pubbliche; attualmente, la maggior parte
delle ricerche in tema di organizzazione industriale è rigorosamente basata sulla teoria
microeconomica.
Nel corso degli anni, in particolare, tre sviluppi teorici nell'ambito della microeconomia
hanno offerto, nelle loro applicazioni allo studio dell'organizzazione industriale, utili strumenti
per la spiegazione della struttura, del comportamento e della performance.
- l'analisi dei costi delle transazioni
- la teoria dei giochi
- l'analisi dei mercati contendibili.
↓
di transazione
·Costi
Si indicano i costi che devono essere sostenuti per effettuare uno scambio, al di là del prezzo del
bene scambiato (per esempio, le spese relative alla stesura e alla garanzia dell'osservanza dei
contratti).
L'approccio incentrato sui costi di transazione, facendo riferimento all'analisi microeconomica,
parte dalle differenze esistenti in tali costi per spiegare le differenze di struttura, comportamento e
risultati economici nelle diverse industrie. 4
Coase.
Oltre 60 anni fa, Ronald H. Coase (1937) affermò che l'impresa e il mercato rappresentano due
mezzi diversi per organizzare l'attività economica.
Coase sottolineò che il ricorso al mercato implica determinati costi, i quali, a loro volta,
consentono di determinare la struttura del mercato.
Per esempio, se per un'impresa i costi di transazione relativi all'acquisto di materie prime e
semilavorati sono relativamente bassi, tale impresa tenderà a fornirsi da terzi piuttosto che a
produrre essa stessa i materiali di cui necessita.
Williamson
Oliver Wi1iamson (1975), uno dei principali fautori dell'approccio basato sui costi di transazione,
sostiene che alla base di questo tipo di analisi vi sono quattro principi:
1. Mercati e imprese rappresentano due mezzi diversi per portare a termine una serie dì
transazioni tra loro correlate. Per esempio, un'impresa può comprare sul mercato un determinato
prodotto o servizio di cui ha necessità, oppure produrlo da sé.
2. La comparazione tra il costo relativo del ricorso al mercato rispetto all'uso delle risorse
interne dell'impresa determina tendenzialmente il tipo di scelta.
3. I costi di transazione relativi alla stesura e alla garanzia dell'osservanza di contratti
complessi nell'ambito di un mercato dipendono da un lato:
- dai soggetti responsabili delle decisioni inerenti la transazione
-dall’altro, dalle caratteristiche oggettive di quel mercato.
4. L'insieme dei fattori umani e ambientali influenza i costi delle transazioni sia all'interno delle
singole imprese, sia nei mercati.
Questo approccio mira all'individuazione dei fattori ambientali e umani che spiegano sia
l'organizzazione interna delle imprese, sia quella dei mercati.
Più precisamente, i fattori ambientali chiave sono:
- l'incertezza
- il numero di imprese operanti nel mercato.
Mentre i fattori umani chiave sono:
- la razionalità limitata (Per razionalità limitata si intende la limitata capacità umana di prevedere
o risolvere problemi complessi).
- il comportamento opportunistico (imprese sfruttano la situazione. Esempio: un'impresa che
dipende da un'altra per l'approvvigionamento di un materiale essenziale al proprio processo
produttivo sarà suscettibile a un eventuale ricatto da parte di quest'ultima, in quanto
impossibilitata a operare in caso di mancata fornitura di tale materiale).
Nota:
- Se vi è un alto grado di incertezza oppure se il mercato è caratterizzato da poche imprese
à
operanti che si comportano in maniera opportunistica (ossia sfruttano la situazione) Il ricorso
al mercato comporta elevati costi di transazione e le imprese saranno più propense alla
produzione interna rispetto alla dipendenza dal mercato.
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- Se si è presenza di un ridotto grado di incertezza, di un elevato numero di imprese (che
garantisce condizioni di concorrenza) e di una scarsa possibilità di comportamenti opportunistici
à la scelta dì affidarsi al mercato risulterà più probabile.
↓
dei giochi.
·Teoria
Un altro approccio che sta ottenendo grandi consensi tra gli economisti è quello della teoria dei
giochi (von Neumann e Morgenstera, 1944), che si avvale di modelli formali per analizzare i
fenomeni di conflitto e di cooperazione tra imprese e individui.
Nell'ambito di questo approccio, la concorrenza tra imprese è considerata come un gioco
distrategie, ovvero come l'interazione tra diversi piani di azione formulati dalle singole imprese
(per esempio la strategia di un'impresa può determinare il suo livello di produzione, il prezzo
praticato ai clienti e il livello degli investimenti pubblicitari).
Nell'ambito di questo gioco, le imprese competono per realizzare profitti.
La teoria dei giochi spiega i criteri in base ai quali le imprese decidono le proprie strategie e le
modalità secondo cui tali strategie, interagendo, determinano i profitti di ciascuna impresa. La
teoria dei giochi si presta ad analizzare situazioni che coinvolgono un numero relativamente
limitato di imprese. ↓
contendibili.
·Mercati
I mercati nei quali si può entrare facilmente e rapidamente quando i prezzi superano ì costi medi e
dai quali si può uscire con altrettanta rapidità quando i prezzi scendono ai di sotto dei costi medi
sono denominati mercati contendibili.
Nel caso di un numero limitato di imprese con facilità dì entrata e uscita, il mercato è contendibile
e può presentare le stesse caratteristiche di un mercato concorrenziale, in cui il prezzo è uguale al
costo marginale e l'analisi del comportamento strategico non è rilevante (esistono pochi esempi di
questo mercato).
Se invece il numero di imprese operanti in un mercato è limitato e sia l'entrata sia l'uscita
risultano difficoltose, il mercato non è contendibile e il comportamento strategico studiato dai
fautori della teoria dei giochi ha un'importanza considerevole.
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CAPITOLO 2 – L’IMPRESA E I COSTI
L’impresa
L'impresa è un'organizzazione produttiva che trasforma gli input (fattori di produzione) in output
(prodotti venduti sul mercato a un determinato prezzo).
Il profitto dell'impresa (π) è dato dalla differenza tra i ricavi derivanti dalla vendita dei beni
prodotti e i costi relativi all'acquisto delle risorse utilizzate per la produzione e la vendita.
L’impresa e i suoi obiettivi.
Studio dell’impresa sotto il profilo teorico.Teoria
neoclassica.
- Secondo la teoria neoclassica: X = f(y) (prodotto finale è una funzione degli input) e
l’obiettivo della maggior parte delle imprese è quello di max i profitti;
- Per massimizzare il profitto è necessario che l’impresa produca al minor costo possibile, in base
alla tecnologia disponibile e ai prezzi degli input.
- I dirigenti dunque devono far sì che l'impresa venda la quantità ottima di prodotto e realizzi
l'efficienza produttiva (cioè partendo dall'impiego di una certa quantità di fattori di produzione,
si deve ottenere la massima produzione possibile avvalendosi della tecnologia a disposizione in
quel momento).
Disincentivi alla ricerca della massimizzazione del profitto.
Può tuttavia accadere che l'obiettivo primario dei dirigenti non consista nella massimizzazione del
profitto (es. i dirigenti preferiscono lavorare in un'impresa di grandi dimensioni, a causa del
prestigio ed i benefici economici che ne derivano, potrebbero tendere alla massimizzazione delle
vendite e non dei profitti; oppure spendere denaro dell’impresa per uffici lussuosi, jet aziendali,
etc…)
Incentivi a favore della ricerca della massimizzazione del profitto.
- Se l'impresa viene gestita in modo inefficiente e non profittevole, essa corre il rischio di essere
soppiantata da altre imprese concorrenti, con conseguenze negative anche per i suoi dirigenti. -
si possono motivare i dirigenti a operare nell'ottica della massimizzazione del profitto, ad
esempio dandogli la proprietà di azioni dell'impresa per cui lavorano o altre forme di compensi
legati ai risultati aziendali.
Teoria della grande impresa manageriale.
- X = f(y, z) dove z = risorsa per coordinare i fattori della produzione (manager).
- Definizione di TGIM = insiemi di contratti per scambi principale e agente.
- Altra definizione di TGIM = insiemi di contratti che organizzano rapporti di autorità, ossia non
disciplinati dal contratto di lavoro (contratti incompleti; contratti affetti da moral hazard (ovvero
una forma di opportunismo post-contrattuale, che può portare gli individui a perseguire i propri
interessi a spese della controparte, confidando nella impossibilità, per quest'ultima, di verificare
la presenza di doloo negligenza); opportunismo).
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- Altra definizione di TGIM = impresa come capitale conoscitivo: trasferimento di conoscenza
tacita (da osservazione); esplicitazione in linguaggi formali (tradotti in codice); circolazione
delle conoscenze (esternalizzazione); internalizzazione delle conoscenze (by doing).
- Dunque l'impresa manageriale, secondo le moderne teorie, non va più interpretata solamente
come funzione tecnica (fabbrica), ma come l'istituzione che crea contratti, presenta capacità
organizzativa e accumula conoscenze.
Studio dell’impresa sotto il profilo empirico.
Organizzazione, proprietà e controllo.
La proprietà di un’impresa e il controllo sulle attività da essa svolte possono assumere forme
diverse.
Forme proprietarie.
Negli Stati Uniti, le tre forme legali più comuni per un'impresa sono:
ài
l'impresa individuale proprietari sono responsabili in prima persona
àdiretta
la società di persone dai proprietari la società per azioni
àazionisti dirigenti sono figure distinte.
Negli Stati Uniti, 1' 87% delle vendite sono realizzate dalle società per azioni anche se soltanto il
20% di tutte le imprese rientrano in questa forma giuridica. Mentre il 72% circa delle imprese
statunitensi sono imprese individuali e realizzano solo il 5% delle vendite complessive.
Separazione tra proprietà e controllo.
Il rapido e significativo aumento dell'importanza delle società per azioni suscitò, attorno agli anni
30 del secolo scorso, un acceso dibattito circa l'efficienza di tale forma organizzativa. Elemento
scatenante del dibattito fu, almeno in parte, la pubblicazione nel 1932 del libro di Berle e Means
“The Modern Corporation and Private Property” in cui gli autori sostenevano che il modello
ài
organizzativo della società per azioni è causa della separazione tra proprietà e controllo
proprietari di una società per azioni, cioè gli azionisti, solitamente non coincidono con i dirigenti,
i quali sono invece dipendenti della società stessa.
↓
In caso di separazione della proprietà dal controllo, può accadere che i dirigenti abbiano obiettivi
alternativi rispetto a quello della massimizzazione del profitto aziendale: per esempio; la
massimizzazione delle proprie remunerazioni, un ritmo di lavoro tranquillo, o anche degli uffici
lussuosi.
Secondo Berle e Means è impossibile prevedere il comportamento di una società per azioni
avvalendosi della tradizionale analisi economica fondata sul principio della massimizzazione
del profitto. ↓
Tuttavia è bene che le grandi imprese sostengano dei costi di controllo, qualora tali costi vengano
compensati dai benefici derivanti
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