ECONOMIA INDUSTRIALE:
LEZIONE 1:
Cos’è l’economia industriale? Studia il comportamento delle imprese nei mercati. Ad
esempio come le imprese scelgono il P dei propri beni e servizi, come plasmano le loro
scelte di ricerca e sviluppo, come modificano i loro algoritmi per aumentare i ricavi, gli
incentivi che le imprese acquisiscono dall’effettuazione di operazioni di fusione o
acquisizione. Studia insomma tutti i modi in cui l’agente economico impresa cerca di
fare profitti. L’economia industriale studia la massimizzazione del profitto dal punto di
vista strategico e su come gli altri agenti economici reagiscono alle decisioni di
un’impresa.
L’economia industriale opera:
Utilizzando la teoria dei giochi per concentrarsi sulle strategie e studiare
l’interazione tra agenti economici;
Costruendo modelli, quindi astrazioni (estremamente generalizzati) che
forniscono previsioni testabili; la cui struttura è utile per un’analisi empirica
(l’analisi empirica utilizza la teoria per elaborare delle ipotesi sottoponibili a
test, ad esempio se si vuole costruire un nuovo mezzo di trasporto, si fa una
ricerca sulle preferenze di mobilità dei cittadini). Oppure vengono costruiti per
illuminare le politiche pubbliche della concorrenza. Un altro grosso campo di
applicazione dei modelli è l’analisi empirica, che usa dei dati per testare delle
ipotesi. Se abbiamo un problema, costruiamo dei modelli con dei dati: questi
modelli ci permettono di osservare l’andamento del problema nel caso di una o
più soluzioni che gli diamo.
Per sperimentare punizioni contro la collusione.
Per esaminare l’impatto della pubblicità.
La definizione di organizzazione industriale secondo J. Tirole è: “studia l’esercizio ed il
controllo del potere di mercato. A questo scopo, costruisce modelli che catturano
l’essenza della situazione.”
OBIETTIVI: studiare il comportamento delle imprese è importante perché consente di
generare controfattuali (ossia studiare come sarebbe stata la situazione se si
cambiasse qualche scelta fatta in passato), ma è soprattutto utile per le politiche della
concorrenza.
METODI: si studia attraverso matematica applicata e i modelli econometrici strutturali.
LA CONCORRENZA:
Adam Smith: La concorrenza è qualcosa di auspicabile. Ai tempi di Smith si vedeva
l’economia come un sistema dinamico all’interno del quale interagiscono gli individui,
che tendono a convergere verso degli equilibri: un po’ come un pendolo che tende a
raggiungere un punto di stasi. Dunque, il punto di stasi (l’equilibrio nell’economia, è
auspicabile, quindi efficiente). L’energia che fa muovere il pendolo è la concorrenza:
più si inietta concorrenza all’interno del mercato, meglio è.
Il sistema dei prezzi coordina l’attività economica, cioè fa funzionare i mercati. Nelle
economie di mercato, il sistema dei prezzi tende ad aggiustarsi per coordinare
l’attività economica. Quindi i prezzi sono uno strumento di coordinamento del mercato.
In concorrenza perfetta assistiamo ad un price taking behaviour: il sistema dei prezzi è
fuori dal controllo dei singoli individui, nessun agente economico può influenzarlo.
DUE TEOREMI FONDAMENTALI SULL’ECONOMIA DEL BENESSERE
Basati sul quesito “le economie di mercato funzionano?”
1° TEOREMA: (interpretazione positiva):
“L’allocazione dell’equilibrio del mercato in concorrenza perfetta è Pareto-efficiente”.
Per elaborare questo teorema ci si poneva il quesito se le economie di mercato
tendono ad elaborare le risorse in maniera efficiente, oppure se queste risorse
venissero sprecate. La risposta, sotto le dovute condizioni, è stata positiva: le
economie di mercato funzionano nel senso che raggiungono la frontiera dell’efficienza.
2° TEOREMA: (interpretazione normativa):
“Ogni allocazione (paniere di consumo) pareto-efficiente può essere supportata come
equilibrio di un mercato in concorrenza perfetta, data un’appropriata distribuzione
della ricchezza”.
Il quesito qui era se nell’allocazione efficiente ci fosse uno squilibrio: ci si chiedeva se
l’efficienza fosse raggiunta in modo tale che gran parte delle risorse fosse posseduta
da poca popolazione e quindi ci fosse molta concentrazione e poca equità, oppure se
questa efficienza fosse ben distribuita. Quindi si arrivò all’idea di questo secondo
teorema, cioè che per poter avere un’allocazione efficiente del benessere, che però sia
efficiente per più persone possibili, quindi sia equilibrata, bisogna attuare una
redistribuzione della ricchezza attraverso lo strumento fiscale (tassando i più ricchi ed
elargendo denaro ai più poveri). Il mercato poi lavorerà da sé.
Questi teoremi sono stati elaborati per andare contro a controlli sui prezzi.
Il mercato è uno strumento in cui inserire input per ottenere output. Sia gli input che
gli output vengono decisi da noi, ma il mezzo che trasforma gli input in output (il
mercato) non può essere cambiato.
La concorrenza perfetta è soltanto un costrutto teorico, non sempre la concorrenza è
perfetta. Questo perché non sempre gli agenti economici sono price – taker, ma
spesso hanno il potere di modificare i prezzi a loro favore, modificando quindi a loro
favore anche i termini dello scambio. La presenza di questi agenti, in grado di
modificare il meccanismo di funzionamento del mercato (prezzi), ci deve far chiedere
se sia sinonimo di inefficienza del sistema.
Ci sono alcuni tipi di mercati che hanno una tendenza naturale ad incepparsi, come ad
esempio i monopoli naturali.
Notiamo, guardando l’infografica, che nel corso del tempo e con l’avvento della nuova
tecnologia, si va verso una sempre maggiore capitalizzazione sul mercato di poche
imprese (una concentrazione). La concentrazione è chiaramente un ostacolo alla
concorrenza. Si passa dai colossi di materie prime (anni ’20 e anni ’60), verso colossi
di prodotti intangibili: gli odierni colossi sono molto più grandi, in termini relativi, dei
colossi degli anni ’60 o prima.
Perché prima c’era un solo colosso per l’acciaieria? Per gli altissimi costi di gestione,
infatti quando incontriamo imprese con alti costi fissi bisogna per forza aumentare la
scala di produzione e ciò implica che ci debbano essere poche imprese che soddisfino
il mercato, altrimenti nessuna riuscirebbe a rientrare dei costi perché non venderebbe
abbastanza.
Come è stato risolto il problema della concentrazione, ad esempio in ambito
telefonico, che si aveva negli anni ’60 e che ora non si ha più? (siamo diventati
concorrenti nel settore della telefonia). È stata separata la rete dal servizio (la
TELECOM è custode della rete e l’accesso al servizio è stato regolamentato tra varie
aziende). Questo tipo di politiche di regolamentazione servono ad incentivare la
concorrenza anche in quei settori dove ci sono barriere tecnologiche che bloccano la
concorrenza.
Altri esempi di fallimenti del mercato sono le asimmetrie informative (non si riesce a
scambiare il bene per mancanza di informazioni) ed esternalità (il fatto che l’attività
economica possa avere dei riflessi su aspetti che non c’entrano con quella attività),
opportunismo.
FILOSOFIA DELLE POLITICHE DELLA CONCORRENZA: alcuni sono interventisti, cioè
sono dell’idea che i mercati non riuscirebbero a funzionare da soli, ma potrebbero
funzionare solo se sorretti tramite interventi e vigilanza. Altri invece (liberisti)
ritengono che l’intervento statale sia nocivo.
LEGGI ANTITRUST: le leggi Antitrust nascono in America nel 1890 con lo Sherman Act,
per arrivare solo 100 anni dopo in Italia grazie al contributo di Mario Monti.
Attualmente ci sono delle leggi Antitrust anche nel TFUE, rispettivamente sono:
Art. 101 che vieta gli accordi tra imprese (cartelli)
Art. 102 che vieta lo sfruttamento delle posizioni dominanti
Art. 107 - 108 - 109 che vieta gli aiuti di stato (perché riduce la concorrenza)
Articolo 102: è incompatibile lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di
una posizione dominante. Tali pratiche abusive possono essere: imporre direttamente
un prezzo d’acquisto, di vendita, o altre transazioni non eque; limitare la produzione a
danno dei consumatori; applicare condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, con
gli altri contraenti (determinando così uno svantaggio nella concorrenza per questi
ultimi); nel subordinare la conclusione di contratti all'accettazione da parte degli altri
contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi
commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi.
* PIATTAFORME: sono aziende che regolano l’interazione tra gruppi di agenti economici
distinti (nell’ambiente in cui agiscono): ad esempio Google, tramite i suoi motori di
ricerca mette in contatto inserzionisti con consumatori. I prodotti delle piattaforme
sono intangibili e facilmente scalabili: bastano ingegneri informatici per creare
contenuti ad hoc per migliaia di persone. Anche un supermercato è una piattaforma. *
IL MONOPOLIO = POTERE DI MERCATO
Studiamo gli incentivi di un’impresa che non ha concorrenza, perché è l’unica sul
mercato. Influenza il prezzo a cui vende il suo bene. Un agente economico ha potere di
mercato se può influenzare i termini dello scambio.
Perché si parte dal monopolio?
1. Per capire prima come si comporterebbe un’impresa senza rivali (ignora i rivali);
2. Per poi capire come i comportamenti di un’impresa inducono altre imprese a
reagire (interazione strategica).
Nonostante il monopolio sia un costrutto teorico, ci sono alcuni mercati che operano in
questo regime (tipo le ricette segrete, o i brevetti). Questi esempi di monopolio, però,
evitano che alcune aziende vengano private delle proprie proprietà intellettuali e
questo divieto incentiva lo sviluppo.
Il monopolio (quindi la custodia della proprietà intellettuale) serve ad incentivare
l’innovazione ex-ante (vuole che tutti si impegnino per fare una cosa, quindi vuole che
il premio atteso sia sufficiente per impegnarsi nell’innovazione di quel prodotto), per
poi far sì che quell’innovazione sia diffusa il più possibile. Si investono grandi quantità
di denaro per fare un prodotto che è facilissimo poi da replicare, e quindi qualcun altro
potrebbe produrre il tuo prodotto copiandolo, dunque senza fare investimenti in R&S.
CASI DI MONOPOLIO:
Innovazione/talento (segreti commerciali o proprietà intellettuale)
Protezione legale
Violenza fisica per via di eccesso di concorrenza: uno strumento inventato per
proteggere il mercato dagli eccessi, ha finito per generare potere di mercato.
Quindi diciamo che molti regimi di monopolio esistono perché la società e lo stato
vogliono preservare la capacità di innovare: è un male necessario. In alcuni casi
questa situazione è naturale, ad esempio nei casi in cui c’è protezione legale, o quelli
in cui è presente estorsione o violenza, oppure per via di ragioni tecnologiche.
LEZIONE 2:
Il monopolio è un modello naturale che cattura un insieme di mercati i quali sono
caratterizzati dalla presenza di un agente economico dominante. Questo agente
domina il mercato perché è l’unico produttore di un bene o servizio: sceglierà i termini
e le condizioni dello scambio che preferisce. Lui ha dunque potere di mercato.
Definizione di potere di mercato: si ha potere quando si ha la capacità di fissare prezzi
che sono al di sopra dei costi unitari. Questo concetto si contrappone alla concorrenza
perfetta, nella quale i prezzi riflettono i costi di produzione unitaria (P = MC).
Il soggetto del monopolio ha una struttura di costo (quindi una tecnologia che gli
consente di produrre un bene nella quantità che desidera) e deve scegliere a che
prezzo vendere il bene (o quanto produrre di esso).
Il monopolio è il fondamento della teoria dell’oligopolio, ma a differenza di questi
ultimi, i monopolisti non guardano la reazione dell’avversario perché non ci sono
avversari. Gli oligopolisti invece si comportano in parte da monopolisti, con la
differenza che loro hanno degli avversari: osservano i comportamenti degli avversari e
poi si comportano di conseguenza in base all’esito di quelle osservazioni. Tenendo in
considerazione che gli avversari potrebbero reagire alle loro scelte.
Siano: P = prezzo; Q = quantità
C (q) = funzione di costo ed è una funzione, la quale assegna ad ogni q un
numero reale che rappresenta il costo di produzione di quella q. Questa
funzione cattura la tecnologia dell’impresa.
Ricavi dalla vendita = P x Q
Profitto = obiettivo del monopolista. (P x q – costi di produzione).
LA CURVA DI DOMANDA (1): È una funzione, cioè una regola che associa ad ogni
prezzo il numero di individui disposti a pagare per quel P (esistono degli indici che
misurano la massima disponibilità a pagare di ogni consumatore, quindi noi
compreremo solo se l’indice è maggiore del prezzo). La funzione di domanda è il
numero di consumatori la cui realizzazione della disponibilità a pagare eccede il
prezzo.
Supponiamo:
v (massima disponibilità a pagare) > = P e l’individuo i-esimo compra solo se si
soddisfa questa disuguaglianza
M = numerosità popolazione e ad ogni individuo è assegnato un indice, quindi i
= 1,2,3, … M
Ci sia un solo bene o servizio venduto ad un prezzo p
Ogni individuo acquista al massimo una unità
Al produttore interessa l’indice individuale di una collettività, per questo si serve di
F(v) che è una funzione che misura la probabilità che un individuo estratto a sorte
dalla popolazione abbia una disponibilità a pagare minore o uguale a quel P: associa
ad ogni P la percentuale di individui con una disponibilità a pagare minore o uguale di
quel P, quindi misura la disponibilità a pagare. Questa funzione distribuisce gli indici v
nella popolazione.
D (p) = M (1- F (p)) cioè il (numero di consumatori) x (quelli disposti a pagare meno di
p)
È monotona decrescente: man mano che aumento p, diminuisce il numero di chi è
disposto a pagarlo. Essendo monotona è anche invertibile, dunque l’inversa P (q) ci
indica qual è il prezzo massimo al quale posso vendere q unità del mio bene o servizio.
Il problema del monopolista: deve scegliere la quantità/prezzo per massimizzare il
profitto.
Max profitto (q) = P (q) x q – C (q)
LA FUNZIONE DI COSTO (2): il costo marginale rappresenta il costo di produrre
un’unità aggiuntiva. Il costo di produzione di un’unità aggiuntiva dipende dal numero
della q che sto producendo, quindi questo costo può crescere o decrescere con la q (ad
esempio per un alto forno, produrre la prima unità è estremamente costoso perché
bisogna comprare ed attivare il forno, ma già la 100esima unità mi costa meno perché
devo sostenere solo il costo delle materie prime).
Quando il costo medio si presenta come uno scalare, allora coincide con il costo
marginale.
IL RICAVO (3): Ricavo totale = P(q) x q.
Il ricavo marginale è il ricavo aggiuntivo che deriva dall’aumento unitario della
produzione, a partire da q: è la derivata del ricavo totale. La formula del ricavo
marginale (guarda quaderno) è composto da due termini:
la componente additiva (P (q)) cattura l’idea che, producendo un output in più, il
mio ricavo aumenta di una quantità pari al p di vendita di quel bene.
la parte che compare per prima, mi dice che per attirare un cliente in più che
prima non avrebbe comprato, devo abbassare il P, esattamente della quantità
che ottengo risolvendo questa derivata: mi dice quindi di quanto devo
abbassare il prezzo per convincere una persona in più ad acquistare. Ma, il
prezzo così ridotto lo pagano tutti i consumatori, non solo l’ultimo. Quindi, se
per avere un cliente in più devo abbassare il prezzo, il prezzo si abbassa anche
per tutti coloro che avrebbero comprato anche al vecchio prezzo. Questo
termine cattura l’effetto negativo (inclinata negativamente) sui ricavi totali
dovuto all’aggiustamento del prezzo per vendere un’unità aggiuntiva.
LA FUNZIONE DI PROFITTO (4):
Come trovo la q che massimizza la differenza tra ricavi tot e costi tot, cioè il profitto?
Dovendo massimizzare, devo fare la derivata, quindi mi trovo il profitto marginale, che
mi dice come varia il profitto al variare della quantità di una unità. Se il profitto
marginale è positivo, vuol dire che il ricavo marginale > costi marginali, dunque al
produttore converrà produrre quantità in più di quel bene (i ricavi crescono più
velocemente dei costi, quindi q aumenta). Contrariamente, se il profitto marginale è
negativo, q diminuirà.
Q*: quando la derivata del profitto rispetto alla quantità = 0. La q che massimizza il
profitto è quella che mi fa uscire 0 dall’espressione del profitto marginale (punto
stazionario della funzione di profitto). Questo perché è necessario che nel punto di
ottimo, il profitto né aumenti né diminuisca.
Quindi il problema del monopolista è che quando sceglie la quantità che deve
produrre, si trova di fronte ad un trade-off tra P e q: per poter aumentare la q deve
sopportare riduzioni P, questo provoca contemporaneamente due effetti:
l’effetto positivo: vendo un’unità in più
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