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Parte 1: Lo sviluppo internazionale dell'impresa

Capitolo 1: La globalizzazione dei mercati

1.1. Introduzione

Il termine globalizzazione indica la tendenza dell’economia ad assumere una dimensione sovranazionale, nel senso che una quota crescente dell’attività economica mondiale ha luogo tra soggetti che vivono in paesi diversi. Indica il processo di integrazione crescente delle economie delle diverse aree del mondo che riduce gli ostacoli alla libera circolazione, tendendo a creare mercati che trascendono i confini nazionali fino a diventare globali.

Oggi la distanza non è più un fattore determinante di protezione contro la concorrenza, e ogni impresa deve confrontarsi con l’economia mondiale che fornisce sbocchi di mercato, canali di approvvigionamento, conoscenze, tecnologie e stimoli utili alla sua attività. I processi competitivi avvengono ormai a livello sovranazionale.

L’integrazione dei mercati accentua la tensione concorrenziale nei settori di attività economica e l’erosione delle barriere all’entrata comporta che le imprese si trovino a confrontarsi con nuovi rivali, minaccia che obbliga molte imprese ad un processo di ammodernamento. L’apertura dei mercati impone di confrontarsi anche con nuovi clienti e regole di competizione, e le nuove dimensioni della concorrenza ampliano le opzioni di scelta a disposizione della domanda. La comparsa di nuovi paesi genera processi di ridefinizione della divisione internazionale del lavoro. La risposta delle imprese a questi stimoli può prevedere: a) dismissione di certe produzioni e indirizzo verso altre non minacciate b) localizzazione dei cicli produttivi nelle aree dove l’accesso ai fattori critici è più vantaggioso c) differenziazione dei prodotti offerti con la ricerca di maggiori livelli di valore aggiunto.

Si accresce il numero dei paesi in competizione per attirare flussi di investimento, processo di che esercita conseguenze sulla disponibilità e sul costo dei fattori produttivi. L’integrazione dei sistemi economici stimola processi di convergenza fra diversi sistemi di capitalismo e le condotte delle imprese sono influenzate dalla creazione di un unico mercato dei capitali sempre più integrato e caratterizzato da regole condivise dai partecipanti. Si determinano altre due conseguenze: una velocissima propagazione, su scala internazionale, dei fenomeni di instabilità finanziaria ed economica e l’indebolimento del ruolo dello Stato nazionale come soggetto di politica industriale e programmatore dello sviluppo economico. Il trasferimento dei poteri a livello sovranazionale tende a spostare il baricentro verso organizzazioni sovranazionali, con la limitazione nell’esercizio della sovranità nazionale.

1.2. Evoluzione e tendenze in atto nell'integrazione dei mercati

Considerando la dinamica dei flussi migratori, delle esportazioni e degli investimenti diretti all'estero, l’economia mondiale ha vissuto tre fasi di globalizzazione: la prima coincidente col periodo 1870-1914, la seconda con gli anni 1945-1980, la terza con la fine del XX secolo. Il processo non è irreversibile, e la fase attuale non è né un fenomeno solo nuovo né la replica di quella del secolo precedente.

1.2.1. La prima fase

La prima fase prende avvio intorno al 1870 in connessione a innovazioni tecnologiche: la costruzione di navi robuste e veloci, l’apertura del canale di Suez, l’inaugurazione del servizio telegrafico transatlantico. In questo periodo grazie allo sviluppo delle infrastrutture e alla riduzione dei costi di trasporto i flussi migratori conoscono grande incremento, il rapporto tra commercio estero e PIL cresce, e aumentano gli investimenti diretti esteri. Dopo il 1914 le politiche commerciali dei governi subiscono un mutamento: per rimediare alla crisi degli anni ’20 si adottano politiche che usano svalutazioni monetarie e aumenti dei dazi doganali. Il fatto che tutti i paesi cerchino di danneggiare il vicino, genera un crollo del commercio internazionale, e la risposta protezionistica trasforma una crisi finanziaria in una grande depressione.

1.2.2. La seconda fase

A partire dal secondo dopoguerra la conferenza di Bretton Woods pose i capisaldi della seconda fase di globalizzazione: il libero scambio quale via per la crescita economica e la deregolamentazione come modalità per l’eliminazione delle barriere alla libera circolazione di merci e capitali. Si imprimette nuovo impulso al commercio internazionale, il rapporto tra commercio estero e PIL mondiale raddoppiò ma i flussi internazionali di capitale e lavoro si attestarono su livelli inferiori a quelli della prima fase.

La liberalizzazione degli scambi non era completa né sul piano della partecipazione dei paesi né di quello dei prodotti. Si registrò una riduzione delle barriere tariffarie, ma verso i paesi in via di sviluppo si eliminarono solo quelle relative ai beni primari non in concorrenza coi beni agricoli dei paesi sviluppati. Inoltre la maggioranza dei paesi in questione applicava barriere artificiali sia contro gli altri paesi in via di sviluppo sia nei confronti dei paesi sviluppati. La maggioranza dei paesi in via di sviluppo non prese parte all’aumento degli scambi, continuando a dipendere dallo scambio di beni primari. Verso i paesi ricchi l’abolizione reciproca dei dazi permise un incremento del commercio di prodotti la realizzazione di economie di scala e agglomerazione, e un conseguente aumento del reddito.

1.2.3. La terza fase

La fase di globalizzazione che prende avvio nel 1980 si caratterizza per un ulteriore sviluppo del commercio internazionale, degli investimenti esteri diretti e dei flussi migratori. Le economie nazionali si sono ancora più aperte ed è aumentato il peso di esportazione e importazioni sul PIL, e quanto si produce in un luogo si consuma sempre più in un altro.

Gli investimenti diretti sono stati favoriti dal miglioramento delle infrastrutture mondiali, dal diffondersi dei servizi, di tecnologie di informazione e dal ridursi delle barriere; aumenta così l’importanza delle imprese multinazionali. Gli investimenti diretti oggi considerano i paesi in via di sviluppo anche come attori da cui si originano flussi in uscita degli investimenti stessi, riguardano soprattutto industria manifatturiera e servizi, e nel settore manifatturiero si attua una frammentazione internazionale della produzione caratterizzata da delocalizzazione delle attività e da imprese capaci di coordinare su scala internazionale un ciclo produttivo scomposto.

La maggiore differenza rispetto al passato è la partecipazione ai mercati globali di numerosi paesi in via di sviluppo che si sono avvalsi dell’abbondanza di forza lavoro di cui dispongono ottenendo un vantaggio competitivo. La struttura del commercio estero si è modificata: si hanno grandi volumi di commercio estero di beni appartenenti alla stessa categoria merceologica, piuttosto che guidato dalle differenze nella dotazione dei fattori e dai divari tecnologici tra i paesi.

Altra modifica attiene alla dematerializzazione dei flussi commerciali in seguito all’aumento della componente intangibile dei prodotti e della crescita degli scambi di servizi, oltre all’aumento dell’esportazione degli stessi. L’accresciuta partecipazione ai mercati globali dei paesi in via di sviluppo è un aspetto dello spostamento del baricentro dell’economia mondiale: l’Asia è divenuta l’area più dinamica del pianeta. Altro elemento che attesta la sua crescente importanza è la modifica dei flussi finanziari e d’investimento. Sono inoltre in aumento gli investimenti di capitali dai paesi emergenti verso altri paesi emergenti.

1.3. Globalizzazione e crescita economica

Negli ultimi decenni i paesi più aperti al mercato mondiale sono cresciuti molto più rapidamente di quelli meno aperti. Nei paesi in via di sviluppo orientati ad una partecipazione ai flussi di scambi, di investimenti e tecnologie si è verificato un miglioramento dei livelli di vita della popolazione, oltre al raggiungimento di diversi obbiettivi sociali che li hanno portati ai livelli nei quali si trovavano i paesi ricchi negli anni ’60. I paesi in via di sviluppo che non hanno adottato politiche di apertura hanno aumentato la loro povertà. L’apertura agli scambi e alle interazioni internazionali determina la crescita: i paesi meno ricchi che promuovono l’apertura tendono a convergere ai livelli di benessere degli altri paesi.

La libertà degli scambi e degli investimenti permette di sfruttare il principio del vantaggio comparato, per il quale i paesi e gli individui si sviluppano ed evolvono quando utilizzano le proprie risorse per realizzare ciò che riescono a fare relativamente meglio degli altri. Gli individui e le imprese sono liberi di specializzarsi e commerciare, sfruttando le forze, le capacità di cui dispongono e ampliando l’offerta di beni e servizi alle imprese e ai consumatori, consentendo agli investitori di diversificare i rischi.

La libertà di scambi e investimenti consente alle imprese di usufruire delle possibilità offerte dai mercati mondiali e accrescere il loro potenziale di vendita, con conseguenze positive per quanto riguarda l’ottenere economie di scala. L’apertura frena inoltre l’inflazione, che innalza il rendimento del risparmio. La liberalizzazione degli scambi estendendo l’ambito geografico della competizione aumenta le possibilità di accedere a nuove idee, conoscenze, tecnologie e procedimenti: essa stimola le imprese locali a migliorare la loro performance.

I paesi che applicano politiche liberali in materia di scambi e investimenti attirano flussi più elevati di investimenti diretti esteri, che accelerano la crescita meglio di quelli interni, stimolano la concorrenza e l’innovazione inducendo le imprese a ridurre i costi e diventare più competitivi.

La globalizzazione ha anche effetti negativi. Il primo è il suo legame con povertà e diseguaglianza: la prima è lo stato di un individuo al di sotto di certe condizioni di vita accettabili, la seconda riguarda la distribuzione del benessere tra individui e famiglie. L’accusa è di aver aumentato la povertà nel mondo, ma i paesi in via di sviluppo hanno sperimentato una continua riduzione della quota di popolazione povera, con un quadro generale di miglioramento sotto vari punti di vista. Riguardo la relazione tra globalizzazione e diseguaglianza, nella prospettiva di lungo periodo essa è aumentata: riguardo quella tra nazioni la globalizzazione ne è corresponsabile nella misura in cui la crescente apertura ha contribuito alla maggior crescita del Nord rispetto al Sud, in merito alla componente intranazionale la crescita della diseguaglianza è spiegabile col peggioramento della distribuzione personale del reddito dentro alcuni paesi.

L’imputazione più addebitata è l’incrementare la disoccupazione a causa delle strategie di delocalizzazione delle imprese che esporterebbero posti di lavoro verso paesi a basso costo. Nel breve periodo l’attivazione di investimenti diretti verso paesi stranieri può comportare un aumento di esportazioni verso tali paesi di semilavorati, parti o componenti, con la perdita di esportazioni di prodotti finiti compensata dall’incremento di quelle di beni intermedi. Nel lungo termine alla crescita degli investimenti sembra essersi accompagnata la riduzione delle esportazioni.

1.4. Le determinanti dell'integrazione dei mercati

L'attuale realtà dell'economia mondiale è sempre più basata sul libero scambio, e ciò è stato reso possibile da una serie di accadimenti economici, politici e sociali.

1.4.1. Lo sviluppo scientifico e tecnologico

Fra le determinanti che hanno inciso sul processo di apertura rilievo ha la diffusione del sapere scientifico, che diviene una risorsa produttiva. Esso è transnazionale, potendo essere originato in contesti diversi e nessun paese può ritenersi autosufficiente rispetto alle conoscenze tecnologiche sviluppate e disponibili in altre nazioni. Il sapere è anche interaziendale, poiché è difficile che un’impresa disponga di risorse e competenze sufficienti per affrontare da sola i rischi connessi al suo sviluppo. L’entità degli investimenti ad esso connesso è tale che divengono necessari mercati di sbocco di grandi dimensioni. I tempi di obsolescenza delle nuove tecnologie e dei nuovi prodotti si sono abbreviati ed è necessario ammortizzare gli investimenti in tempi ridotti: velocità e simultaneità di penetrazione nei nuovi mercati assumono importanza strategica decisiva.

Anche per le grandi imprese risulta sempre più difficile mantenere il controllo esclusivo del proprio know-how, dovendo entrare in reti di imprese collegati da processi di scambio tecnologico che consentono di suddividere il rischio e l’incertezza della sperimentazioni tra più soggetti.

1.4.2. I progressi nelle tecnologie dell'informazione e della comunicazione

Negli ultimi 30 anni la rete globale di computer, tv e telefoni ha aumentato la sua capacità di trasporto di informazioni di oltre 1 milione di volte. Il fenomeno maggiore è stato la diffusione di internet, che ha dato la possibilità a chiunque di entrare in contatto con chiunque in qualunque parte del mondo. Ciò facilita la commercializzazione su scala globale dei beni e dei servizi, permettendo alle imprese di localizzare le varie attività della propria catena del valore in paesi diversi connettendoli con reti telematiche. Questa economia è inscindibile dalla globalizzazione.

1.4.3. La diffusione dell'economia di mercato

L’assetto politico-istituzionale del mondo è rimasto quello stabilito dalla conferenza di Yalta. Nonostante l’impegno delle tre maggiori potenze a tenere uniti i loro paesi, si evidenziarono divergenze che portarono a dividere in due l’Europa e alla guerra fredda. Alla divisione corrispondeva l’instaurazione di sistemi economici diversi, indicati come “economia di mercato” ed “economia di piano”: il primo si affidava all’azione delle imprese private e ai meccanismi regolatori del mercato, il secondo all’azione dello Stato. A partire dagli anni ’80 presero avvio processi evolutivi che portarono al tracollo del blocco sovietico, e anche nell’Europa centro-orientale si aprirono spazi all’economia di mercato, coi paesi che si svilupparono e risultarono favorevoli all’insediamento in loco delle imprese estere. Anche nei Paesi dell’Estremo Oriente asiatico prese il via un profondo cambiamento dei sistemi economici verso modelli di mercato e un’apertura agli scambi con l’estero. Il processo non è omogeneo: la Cina continua a essere un ibrido, col governo che vuole creare un’economia socialista di mercato.

1.4.4. La riduzione delle barriere artificiali agli scambi e agli investimenti internazionali

I confini nazionali sono più permeabili in virtù degli accordi internazionali sottoscritti dai paesi. Dal dopoguerra venne sottoscritto il GATT, per contribuire alla riduzione delle tariffe doganali e degli altri ostacoli agli scambi, attraverso il divieto di ogni forma di restrizione quantitativa che limiti gli scambi. I risultati più concreti si sono registrati a partire dagli anni ’60 con il Kennedy round, ma è con l’Uruguay round che la maggior parte dei paesi convennero per il definitivo passaggio da un sistema di accordi internazionali basati sulle tariffe e sui prezzi a un accordo caratterizzato dal WTO, la cui azione si propone di:

  • Migliorare le condizioni di accesso ai mercati con la riduzione delle barriere artificiali
  • Promuovere la concorrenza leale attraverso un lavoro di estensione e razionalizzazione delle regole
  • Sostenere le riforme finalizzate a promuovere lo sviluppo economico e commerciale dei paesi in via di sviluppo

Un secondo aspetto riguarda gli interventi di riduzione delle barriere artificiali a livello di singole aree regionali plurinazionali, e un esempio è l’Unione Europea, con la creazione del Mercato unico e la moneta unica. Parecchi paesi hanno accordi di associazione, di partenariato e di cooperazione finalizzati a promuovere l’espansione degli scambi con i paesi extra UE. I primi tendono ad instaurare una zona di libero scambio fra le parti con una riduzione dei dazi gravanti sulle merci, gli altri due hanno scopo di predisporre le condizioni necessarie a intrattenere relazioni economiche più intense. Tra le aree geografiche si possono distinguere:

  • Le aree di libero scambio: i paesi si accordano per eliminare le barriere di ostacolo alla libera circolazione di merci e servizi tra le proprie economie. Le merci di paesi terzi non gioveranno di ciò.
  • Le unioni doganali: sono caratterizzate dalla riduzione delle barriere interne e dalla presenza di tariffe esterne comuni sui prodotti importati dai paesi terzi, ma non dalla libera circolazione di lavoro e capitali.
  • I mercati comuni: formati da paesi che beneficiano al loro interno della libera circolazione di servizi e capitali. Si possono avere anche accordi di natura fiscale o monetaria, sociale e/o di difesa militare.
  • Le unioni politiche: assicurano il miglior raggiungimento degli obiettivi economici, monetari e sociali perseguiti dai diversi paesi. Funzionano come sistema politico autonomo, con proprie istituzioni decisionali.

1.4.5. Lo sviluppo internazionale delle imprese

Lo sviluppo internazionale delle imprese dipende dalla crescente importanza delle economie di dimensione. Vengono in evidenza le economie di scala, in particolare connesse alla grande dimensione degli impianti di produzione. Oltre a quelle di tipo tecnico-produttivo, crescente rilevanza assumono le economie a livello di impresa, quelle legate all’approvvigionamento, alle funzioni commerciali, finanziarie e manageriali. A fianco ad esse vi sono le economie di apprendimento, connesse alla curva di esperienza, con cui al raddoppio della produzione cumulata si accompagna una diminuzione dei costi medi dovuta al processo di accumulo dell’esperienza.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/08 Economia e gestione delle imprese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Boscaioloasr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia e Gestione delle Imprese Internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Benevolo Clara.
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