1. IL CAMMINO ISTITUZIONALE DELLA BIENNALE DI VENEZIA E LA NASCITA DEL FESTIVAL DEL CINEMA,
DELLA MUSICA E DEL TEATRO
A cavallo dei due secoli, l’Italia si trova a dover far fronte ai difficili e complessi problemi del dopo Unità;
all’organizzazione di un nuovo apparato amministrativo, all’ideazione di una nuova classe dirigente assieme
al concepimento di nuovi valori che siano in qualche modo la derivazione di un’unica radice. Certo il
“riconoscimento” di una comune provenienza per tutti gli italiani non guadagna terreno in breve tempo e le
caratteristiche di storia, di cultura continuano ad agitarsi da zona a zona. Sul finire del secolo il mondo delle
arti è mosso “da quel complesso ed importante fenomeno culturale ed estetico che è il simbolismo”,
matrice delle diverse avanguardie storiche. Ed è all’estetica simbolista che si fa risalire la teoria della sintesi
delle arti, dell’intrecciarsi della musica, del teatro, della letteratura. Vi è una concezione dell’ “arte
educatrice” da cui si deduce che la società è ripartita in 2 pezzi: il grosso della popolazione, o meglio degli
spettatori da un lato e l’élite degli uomini di cultura dall’altro che hanno il compito pedagogico, di “guidare
il gusto”. È in questo periodo che si gettano le basi del gusto estetico del paese: l’idealismo, la retorica, il
tradizionalismo, costituiscono le componenti e le peculiarità dominanti. L’esposizione internazionale d’arte
della città di Venezia, istituita nel 1895 per festeggiare le nozze d’argento di Umberto e Margherita di
Savoia, rappresenta un modello, una sorta di sintesi di mostre precedenti che sono d’interesse locale con
proiezioni nazionali. A Venezia arriva un pubblico assai vasto formato non soltanto da compratori.
L’Esposizione veneziana si rivela come il luogo della formazione estetica: da una parte vuole educare ai
fenomeni culturali contemporanei il pubblico, e dall’altro, vuole avviare un confronto, una reciproca
conoscenza tra giovani artisti italiani e artisti stranieri. Promuovere un mercato d’arte contemporanea è
l’altro intendimento certo non secondario dal quale Venezia e le categorie del commercio possono ricavare
vantaggi economici. Venezia, dunque, alla ricerca non solo dell’antico splendore, ma centro internazionale
dell’arte contemporanea, Venezia che contribuisce così alla determinazione e alla definizione
dell’educazione estetica, del gusto. Ed è così che si vogliono scoprire e sancire dei valori propri dell’unità
del paese. L’idea dell’Esposizione internazionale aveva preso avvio nelle salette del Caffè Florian di Piazza
San Marco da un gruppo di letterati e artisti e fatta propria dall’Amministrazione comunale. Il Municipio ne
fa un evento ricorrente. Più avanti la legislazione dello Stato fascista attribuisce all’Esposizione carattere
permanente. Con la legge del 1930 viene istituito l’ente autonomo Esposizione biennale internazionale
d’arte. Pretesto di questa trasformazione istituzionale è l’ennesimo contrasto tra il segretario
dell’Esposizione e il podestà di Venezia: si provvede inoltre per la prima volta all’assegnazione di contributi
fissi dello Stato, del Comune e della Provincia; ma a ben guardare il proponimento vero è quello di un più
attento controllo ideologico da parte dello Stato. Con la legge del 1938 n. 1517 vengono definite le
manifestazioni che l’ente organizza e gestisce in modo permanente, determinandone nel dettaglio i fini e i
caratteri; il Festival della musica nel 1930, del cinema nel ’32, del teatro nel ’34. Se fino al 1930 la Biennale
è stata solo esposizione d’arte figurativa, è dunque “negli anni ’30 che guadagna nuove frontiere, operative
nei settori della documentazione archivistica, della musica, del cinema, del teatro”. Tuttavia il secondo
dopoguerra si caratterizza anche sotto un profilo finanziario con una forte discontinuità, nel senso
dell’insufficienza delle risorse. Conclusivamente nei suoi cento anni la storia della Biennale si è presentata
nella sua prima fase (1895-‐1930) come emanazione del Comune di Venezia; nella seconda apertasi nel
1931, l’ente è sottratto alla municipalità, statizzata, posta alle dipendenze degli organi centrali
dell’esecutivo, dotata di una gestione (solo) formalmente autonoma. Problema ineludibile diviene quello
dell’individuazione delle scelte legislative, sia per il superamento della gestione statizzata, sia per il suo
adeguamento alle esigenze di autonomia, di rappresentatività e di partecipazione sempre più avvertite. Lo
statuto del 1973 ha partorito un ente elefantico con un consiglio direttivo di 19 membri lottizzato da partiti
e perfino da sindacati. E se la rigida divisione per settori e il controllo di una politica statalista non hanno
impedito che la Biennale teatro costituisse comunque momento cruciale e essenziale del dispiegarsi del
teatro nelle sue diverse potenzialità culturali, ciò si deve a uomini come Maraini, Volpi, Salvini, Simoni,
Zajotti, Dorigo, Ripa di Meana, Galasso, Ronconi, Quadri, Scaparro che, in vario modo, hanno saputo
trovare spazi di autonomia culturale e capacità di verifica e di analisi di uomini e situazioni del teatro
europeo e non solo. LO STATO E IL TEATRO
2. ERA VOLPI-‐MARAINI
Nel 1930 viene istituita la Corporazione dello spettacolo; un anno prima si dà vita al Carro di Tespi, una
sorta di teatro ambulante, al fine di diffondere sul territorio il repertorio nazionale con fini di propaganda. Il
1934 è l’anno del Convegno Volta organizzato dall’Accademia d’Italia: “Il Convegno raccolse uomini di
teatro di varie nazioni a scambiarsi idee attorno ai temi sagacemente scelti, i più interessanti, i più attuali
erano quelli che si riferivano alla costruzione dei teatri di massa e i rapporti tra lo Stato e il Teatro. Il 1934
segna peraltro l’anno di nascita del primo Festival internazionale del teatro a Venezia. Nel 1935 Silvio
d’Amico, dà vita all’Accademia d’arte drammatica. Ma Venezia, fin dall’inizio del Festival, manifesta la sua
“diversità” anche nell’organizzazione del teatro all’aperto: di fronte alla retorica del teatro di massa, la
Biennale teatro si distingue dalla logica imperante, allestendo spettacoli per un pubblico non solo
veneziano, ma internazionale e cosmopolita e dunque, d’élite. Dal 1934 al 1940 non mancano momenti
difficili e complessi, a proposito dei rapporti tra Roma e Venezia. La trasformazione della Biennale in ente
autonomo non risolve la contraddittorietà in cui si dibatte l’istituzione tra le esigenze di Venezia e i
propositi del regime, nonostante l’autorevolezza del presidente del tempo, Giuseppe Volpi. E pur tuttavia i
festival della musica e della prosa riescono ad acquisire una certa autonomia di scelta. Gli organismi che
sostengono queste rassegne sono da una parte rappresentativi dei rapporti col potere e dall’altra della
società-‐bene veneziana. L’era Volpi segna il tentativo di “industrializzazione della cultura” a Venezia e il
primo organico esperimento del turismo culturale. Presieduto da Volpi, con segretario generale Maraini,
nel 1934 il Comitato esecutivo del Convegno fonda un concorso d’arte drammatica ricolto esclusivamente a
compagnie italiane per la messinscena di uno o due testi inediti italiani e di uno straniero mai rappresentati
in Italia. Un comitato ispirato ai principi del corporativismo fascista, approva il bando di concorso di arte
drammatica. Il Comitato esecutivo può operare su un materiale già selezionato da alcuni capocomici. Siamo
ben distanti dal concetto di teatro pubblico, vige ancora il primato del “capocomicato” anche nelle scelte di
un’istituzione internazionale come la Biennale.
IL PRIMO FESTIVAL E LA QUESTIONE DEL TEATRO ALL’APERTO
Dal 7 al 28 Luglio si realizza il programma della manifestazione durante la quale vengono allestiti all’aperto:
“Il mercante di Venezia” di William Shakespeare, “La Bottega del caffè” di Goldoni. Nel Cartellone del primo
Festival si cominciano a definire due linee di tendenza. La vocazione internazionale che porterà a Venezia,
nel corso degli anni le realtà e le personalità più vitali del panorama teatrale mondiale e la volontà di
rendere omaggio
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