Le conseguenze della nazionalizzazione dell'economia italiana
Introduzione da Enrico Saltari all'Università di Roma La Sapienza
Urbino, 27 marzo 1996. Sono profondamente onorato dell'invito rivoltomi dalla Facoltà di Economia dell'Università di Urbino di tenere una relazione per celebrare il ventennale della sua fondazione. Questi venti anni hanno coinciso in gran parte con la mia esperienza accademica. Nel 1981, diciotto anni fa, arrivai qui a Urbino, avendo come compagno di viaggio Giorgio Rodano, e in questa facoltà ho iniziato la mia carriera di docente insegnando Macro economia. Devo quindi a Urbino le mie prime esperienze, almeno come docente titolare di un corso, e la mia formazione professionale, come si direbbe oggi. E devo a Fausto Vicarelli la possibilità che allora mi venne data di dimostrare le mie doti.
Naturalmente, quello verso Fausto non è un mero debito di riconoscimento legato alla carriera poi intrapresa. È soprattutto un debito intellettuale verso uno studioso con cui ebbi la fortuna di poter discutere alcuni temi comuni di ricerca. Quando arrivai a Urbino quasi venti anni fa di finanza si parlava poco o nulla. Non era presente nei corsi universitari ed era poco frequentato come tema di ricerca. Oggi questa situazione è completamente rovesciata. Non solo la finanza compare in tutti i raggruppamenti di materie, in quello economico e in quello aziendale, ma anche in quello matematico e in quello giuridico. Ed è anche probabilmente il corso di laurea più gettonato nelle facoltà di Economia italiane. Sono perciò modestamente orgoglioso, per così dire, di aver insistito a metà degli anni '80 e di aver introdotto questo insegnamento nella Facoltà di Economia di Urbino.
La nazionalizzazione dell'università italiana
Forse potremmo chiamare questo processo la nazionalizzazione dell'università italiana. E il mio ruolo a Urbino può forse spiegare perché sia stato chiamato a discutere un tema di carattere finanziario. Ovviamente, il tema che mi è stato dato, cause e conseguenze della nazionalizzazione dell'economia italiana, è troppo ampio per poter essere trattato con una qualche speranza di completezza nel tempo disponibile. Si può però tentare di tratteggiare alcuni degli sviluppi più recenti della trasformazione finanziaria dell'economia italiana.
Per avere un'idea della profondità di questa trasformazione, è sufficiente risalire agli ultimi cinque anni dello scorso secolo ed esaminare pochi dati per avere un'idea delle dimensioni del fenomeno.
Una definizione e una misura della nazionalizzazione
Prima però di entrare nei dettagli, è forse bene dire che cosa si intende con il termine nazionalizzazione, visto che molto spesso se ne parla senza neppure tentare una definizione di massima di questo fenomeno. Un modo, seppure approssimativo, di definirlo è di osservare che esso implica che i rapporti tra gli agenti sono sempre più mediati da contratti di natura finanziaria, vale a dire che la finanza avvolge sempre più l'economia reale. In prima approssimazione, il grado di nazionalizzazione si può misurare prendendo in qualche senso alla lettera la definizione appena data. Il grado di nazionalizzazione è allora dato dal rapporto tra il valore degli strumenti finanziari, intesi come stock esistenti in un dato anno, e il valore del prodotto interno lordo.
Gli strumenti finanziari comprendono: l'oro, il circolante e i depositi, i titoli, come i titoli del debito pubblico o le obbligazioni, i prestiti, le riserve tecniche di assicurazione, i fondi di investimento, i derivati e le azioni. Purtroppo, non è ufficialmente disponibile una serie sufficientemente lunga per il totale delle attività finanziarie, per esempio una serie che parta dall'inizio degli anni '80. Se, tanto per formarsi un'idea, guardiamo agli anni più recenti utilizzando i dati delle ultime otteniamo il grado in Relazioni/gura 4.
Grado di finanziarizzazione dell'economia italiana
Il grado di nazionalizzazione dell'economia passa da valori di poco in figura 4 Grado di finanziarizzazione dell'economia italiana Attività finanziarie/PIL inferiori a 90 all'inizio dell'ultimo quinquennio del secolo scorso per superare il valore di 128 nel 1996 e ridiscendere poi in seguito allo scoppio della bolla speculativa. Se siamo disposti a impiegare dati meno omogenei dal punto di vista della contabilità, possiamo abbracciare un periodo più ampio che va dal 1983 al 1996. Il risultato è mostrato in figura 5.
Il valore di 128 raggiunto dall'economia italiana nel 1996 è alto o basso? Un modo per rendercene conto è di confrontare il grado di nazionalizzazione dell'economia italiana con quello medio europeo. Se effettuiamo questo confronto utilizzando una definizione leggermente diversa del grado di nazionalizzazione come rapporto tra attività finanziarie dei residenti e PIL, ci accorgiamo dalla tabella 4 che segue che la repentina crescita della ne degli anni '80 non è servita nemmeno a riportarci nella media europea, probabilmente perché gli altri paesi si sono mossi più velocemente dell'Italia. La tabella è tratta da un lavoro preparatorio di Bartolomeo e De Bonis (1996), che confronta le strutture finanziarie dei paesi europei.
Per usare un'analogia cara a Vittorio Marrama, la tabella fornisce soltanto un'istantanea statica della situazione dei sistemi finanziari al 1996. Essa perciò non può dar conto di un altro risultato interessante di Bartolomeo e De Bonis che vale figura 5 Grado di nazionalizzazione dell'economia italiana Attività finanz./PIL comunque la pena menzionare almeno di sfuggita, per il quale occorre però un'analisi dinamica che vuole lo slow invece che la foto. Utilizzando i metodi tipici della teoria della crescita come la e la convergence convergence/Bartolomeo e De Bonis mostrano che i sistemi finanziari europei non evidenziano alcuna tendenza alla convergenza.
Alla ricerca delle cause
Come risulta dalla figura 5, il grado di nazionalizzazione è cresciuto in modo più o meno costante a partire dagli anni '80. Lo stesso andamento è riscontrabile guardando a un grado che compare a p149 di un bel libro di Ciocca (1996). Esso illustra l'evoluzione del grado di nazionalizzazione esaminando la dinamica dello cioè del FIR, rapporto tra ricchezza finanziaria e ricchezza reale. Lo inizia a crescere FIR proprio a partire dagli anni '80. Il motivo per cui la nazionalizzazione è cresciuta dagli inizi degli anni '80 è chiaro: uno dei fattori che più cospicuamente contribuiscono alla nazionalizzazione è il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo e, come mostra il grado in figura 6, gli anni '80 sono anche gli anni in cui quel rapporto è cresciuto più velocemente, passando da valori seppure di poco inferiori al mitico 90% del Patto di Stabilità e Cres.
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