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Economia finanziaria - l'economia italiana negli anni duemila Appunti scolastici Premium

Appunti di Economia finanziaria per l'esame del professor Saltari sull'economia italiana negli anni duemila. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le caratteristiche della crescita del periodo recente, il reddito pro capite, i fattori da cui dipende la crescita del reddito pro capite, il rallentamento della produttività del... Vedi di più

Esame di Economia Finanziaria docente Prof. E. Saltari

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Figura 3. L’andamento della quota del reddito da lavoro in Italia, 1990‐2007. Fonte: elaborazioni su dati Ameco.

L’evoluzione temporale della quota del reddito da lavoro può essere chiaramente suddivisa in due sottoperiodi. Per

tutti gli anni Novanta essa subisce una caduta continua che la porta dal 62% dell’inizio di quel decennio a circa il 53%

un punto percentuale, tuttora oscillando intorno al 54%.

del 2000. A partire da questa data ha una leggera risalita di

Si noti che il valore della quota può cambiare a seconda del Pil cui facciamo riferimento nel calcolare la quota, a

imposte

seconda per esempio che si tratti del Pil ai prezzi di mercato o di quello al costo dei fattori, che deduce le

indirette, o ancora del valore aggiunto. Ma la dinamica che abbiamo prima descritto nei due casi, la caduta prima la

stagnazione dopo, rimane assolutamente identica.

La dinamica della quota del reddito da lavoro può essere ricondotta all’andamento di due altre variabili: la

produttività del lavoro e la retribuzione unitaria del lavoro. Il motivo è semplice. La quota del reddito da lavoro è

identicamente uguale al rapporto tra la retribuzione del lavoro (che chiameremo salario ma che in realtà comprende

anche i contributi sociali) e la produttività del lavoro. Quest’ultima è infatti pari a quanto produce in media nel

ciascun lavoratore, è cioè uguale al rapporto tra il Pil e il numero degli occupati. Il salario

complesso dell’economia

rappresenta quanto di questo prodotto rimane nelle tasche del lavoratore. Il loro rapporto definisce appunto la

3, la quota

quota del prodotto che va al lavoro. Ne deriva immediatamente che se, come abbiamo visto nella figura

del reddito da lavoro si è drasticamente ridotta, ciò implica che il salario ha rallentato ancora di più della

produttività. Insomma, in media i salari sono cresciuti meno della produttività. La figura 4 conferma che le dinamiche

di queste due variabili hanno effettivamente avuto questo svolgimento.

Figura 4. Reddito da lavoro e produttività in Italia. Tassi di variazione, 1990‐2007. Fonte: elaborazioni su dati Ameco.

Del rallentamento della produttività del lavoro ci siamo già occupati in precedenza. Quanto al rallentamento del

ritmo di crescita del salario va detto che su di esso hanno influito sia l’introduzione delle nuove forme contrattuali a

tempo indeterminato sia la (mancata) applicazione del Protocollo del luglio del 1993 riguardante la contrattazione

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salariale. Il primo elemento ha avuto un’influenza indiretta sul salario creando un aumento dell’offerta di lavoro

attraverso l’entrata sul mercato del lavoro di nuovi soggetti e contribuendo così alla moderazione salariale.

L’accordo tra le parti sociali del 1993, tuttora in vigore, si propone di stabilire un nuovo meccanismo di

determinazione della dinamica salariale (in luogo del precedente fondato sugli adeguamenti automatici all’inflazione

passata) al fine di salvaguardare il potere d’acquisto delle retribuzione e di garantire la stabilità dei prezzi. Esso

prevede due livelli di contrattazione salariale tra loro distinti: il primo, nazionale e di settore, il cui scopo è di

mantenere invariato il potere d’acquisto delle retribuzioni di base (minimi salariali) predeterminandone la dinamica

sulla base dell’inflazione attesa; il secondo, decentrato a livello aziendale, il cui intento è di mantenere le retribuzioni

di base in linea con la produttività. Di fatto, però, questo secondo livello è stato applicato soltanto ad un’esigua

minoranza di contratti. Il motivo di questa scarsa copertura non è difficile da individuare: esso è riconducibile

sostanzialmente alla struttura del sistema produttivo italiano composto nella stragrande maggioranza (per il 95% del

totale) da imprese di piccolissime dimensioni (da1 a 9 addetti) che ben difficilmente possono essere raggiunte dalla

decentrata di livello aziendale.

contrattazione

La distribuzione del reddito per settore: manifattura e servizi. La dinamica del reddito da lavoro

che abbiamo analizzato riguarda l’economia nel suo complesso. È interessante esaminare l’andamento di questa

quota in due settori cruciali come quello manifatturiero (che coincide con quello industriale al netto delle costruzioni

e dell’industria estrattiva) e quello dei servizi. Insieme essi rappresentano infatti quasi il 90% dell’occupazione totale.

In questi due settori la distribuzione del reddito ha seguito un andamento assai diverso. Mentre nel settore

manifatturiero la quota del reddito da lavoro (in rapporto al valore aggiunto) è rimasta pressoché costante negli

punti percentuali. La figura 5 illustra queste due

ultimi venti anni, in quello dei servizi essa si è ridotta di circa sette

diverse dinamiche a partire dal 1990.

Figura 5. La quota del reddito da lavoro nella manifattura e nei servizi, 1990‐2006. Fonte: elaborazioni su dati Ameco

Il lettore noterà da questa figura che la dinamica della quota del reddito nel settore dei servizi è praticamente

identica a quella dell’intera economia. Questo aspetto non è difficile a spiegarsi, visto che il settore dei servizi

è destinato ad ampliarsi in futuro,

rappresenta da solo i due terzi dell’occupazione totale. Un peso che, tra l’altro,

dato che in economie più avanzate assume valori ancora più elevati. Per contro, la manifattura ha una rilevanza via

via minore occupando meno del 20% dell’occupazione totale.

Perché si è verificata questa difformità nella distribuzione del reddito tra i due settori? Una possibile spiegazione è

che la dinamica settoriale della produttività è stata mantenuta bassa da una diffusione delle tecnologie

dell’informazione e della comunicazione nei servizi (non solo commercio, ma anche intermediazione finanziaria)

assai meno capillare di quanto accaduto negli altri paesi industrializzati. Un’altra possibile, ma spesso trascurata,

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spiegazione è che nel settore dei servizi vige un regime assai poco concorrenziale che consente alle imprese di

aumentare i prezzi più del costo del lavoro per unità di prodotto riducendo così la quota del reddito da lavoro.

Produttività, competitività, esportazioni. Dunque, la quota del reddito da lavoro in Italia si è

ridotta soprattutto perché i salari reali, espressi cioè in termini di potere d’acquisto, non hanno tenuto il passo con la

pur lenta crescita della produttività. La stagnazione salariale ha avuto due conseguenze, una dal lato della domanda

beni e servizi e l’altra dal lato dei costi e della competitività. Per un verso, essa ha contribuito in modo

aggregata di

decisivo al rallentamento della domanda interna, che è uguale alla somma di consumi (comprendendo in questi sia i

a dare la misura del

consumi delle famiglie che la spesa pubblica) e investimenti. Due numeri sono sufficienti

rallentamento della domanda interna. Mentre negli anni che vanno dal 1994 al 2000 consumi e investimenti hanno

contribuito alla crescita del Pil per il 2.2%, dall’inizio del decennio corrente ad oggi questo contributo si è

praticamente dimezzato passando all’1.2%.

D’altra parte, la nostra economia non ha potuto compensare il rallentamento della domanda interna con

un’accelerazione della componente estera della domanda, come ad esempio è avvenuto in Germania. Per gli stessi

intervalli di tempo prima indicati, gli scambi con l’estero misurati dalla differenza tra esportazioni e importazioni di

tra il 1994 e il 2000 il contributo in media alla crescita del Pil è

beni e servizi hanno visto un ampliamento del deficit:

stato del ‐0.1%; negli anni 2000 e fino al 2007 è stato del ‐0.2%.

La scarsa competitività all’estero di quanto viene prodotto in Italia può essere colta anche in altro modo. Un

dalla quota delle esportazioni sul commercio mondiale. Questa quota di mercato si è ridotta

indicatore è costituito

da circa il 5% dell’inizio degli anni Novanta al 3.5% di questi ultimi anni; è diminuita cioè del 30%. Un altro indicatore

forse più evidente è costituito dal saldo degli scambi con l’estero, dato dalla differenza tra esportazioni e

importazioni in beni e servizi. Se si guarda al grafico della figura 6, dove questo saldo è rapportato al livello del Pil, si

vede che si è passati dai saldi positivi degli anni Novanta ai saldi negativi di questi ultimi anni.

Figura 6. Saldo tra esportazioni e importazioni di beni e servizi in Italia in rapporto al Pil. Valori percentuali, 1990‐

2007: Fonte: elaborazioni su dati Ameco.

L’Italia è un paese la cui crescita è, per dirla con il linguaggio degli economisti, trainata dalle esportazioni, dalla

componente estera della domanda piuttosto che da quella interna fondata su consumi e investimenti. Se la capacità

si indebolisce. Proprio per

competitiva dei beni e servizi italiani sui mercati esteri viene meno, la crescita economica

questo i dati visti prima a proposito del commercio estero appaiono particolarmente preoccupanti. Nei decenni

passati la capacità competitiva della nostra economia era assicurata dalla crescita della produttività del lavoro e, in

traccia anche nel grafico

caso di necessità, era ristabilita attraverso le svalutazioni della lira. Di questo si ha chiara

della figura 6. Il saldo tra esportazioni e importazioni segna prima un picco alla metà degli anni Novanta e poi una

continua discesa che finisce in territorio negativo negli anni più recenti. Un movimento questo che sembra

1995 è stato l’ultimo anno di una fase di

chiaramente riconducibile ai movimenti del tasso di cambio: il

deprezzamento della lira iniziata nel 1992. 11

Una spiegazione della perdita di competitività dell’economia italiana sembra dunque proporsi naturalmente.

L’adesione all’Unione economica e monetaria europea e l’adozione dell’euro hanno costretto l’Italia lungo il sentiero

stretto del tasso di cambio fisso eliminando con ciò l’ancora di salvataggio della svalutazione. Di più. Si potrebbe

sostenere che alla politica economica è stata sottratta quest’arma proprio quando il bisogno era maggiore. Come

abbiamo visto all’inizio, gli anni Novanta sono anche quelli che vedono l’affermarsi della globalizzazione e con essa il

cadere delle barriere commerciali e la comparsa, o meglio l’irruzione, di nuovi paesi sui mercati mondiali, con in

asiatici, i cui costi del lavoro sono di qualche ordine di grandezza minori di quelli italiani. Dunque, una

testa i giganti

spiegazione delle difficoltà in cui versa l’economia italiana potrebbe essere messa in questi termini: all’Italia è venuto

a mancare lo strumento della svalutazione proprio quando è stata investita dalla shock della globalizzazione. In quale

misura è accettabile una spiegazione delle difficoltà competitive dell’economia italiana lungo queste linee?

In parte, essa coglie nel segno. Per esempio, è chiaro che la presenza sui mercati mondiali di economie delle

dimensioni di Cina e India comporta di necessità il restringimento delle quote di mercato degli altri paesi, soprattutto

di quelli che per motivi merceologici si trovando direttamente a competere con loro, come è il caso in particolare

dell’Italia. In questo senso l’Italia aveva più bisogno degli altri paesi europei dell’arma della svalutazione per quali

fronteggiarne la concorrenza. Questa spiegazione tuttavia non pare accettabile perché manca di farci vedere

sono le reali cause della crisi di competitività dell’economia italiana.

In primo luogo, se concentriamo la nostra attenzione sui paesi europei che hanno adottato l’euro e con cui l’Italia

deve competere, ci accorgiamo che questi paesi hanno fatto meglio dell’Italia; nel caso della Germania, per esempio,

la quota di mercato delle esportazioni tedesche non solo non si è ridotta ma è aumentata. In secondo luogo, l’Italia

ha “pagato” l’adozione dell’euro più degli altri paesi europei per il simultaneo verificarsi dello shock della

globalizzazione a causa della particolarità della sua struttura produttiva e per la scarsa flessibilità strutturale e

gli ha impedito di sfruttare appieno le opportunità offerte dalle nuove tecnologie dell’informazione

organizzativa che

e della comunicazione. Qui stanno con tutta probabilità le radici delle difficoltà competitive dell’Italia, nel non aver

saputo adattare con prontezza al mutato contesto tecnologico la propria struttura produttiva, e quindi di aver

di quel rallentamento della produttività su cui prima ci siamo soffermati. Ma allora i

sofferto, e di soffrire ancora,

problemi di competitività dell’economia italiana nascono da altro, trovano origine soprattutto nelle sue debolezze

strutturali. Gli shock degli anni Novanta hanno evidenziato queste debolezze strutturali che nel decennio successivo

si sono accentuate.

Se ne può avere conferma guardando al lato dei costi di produzione attraverso l’andamento della quota del reddito

da lavoro. Come abbiamo visto infatti, questa quota è uguale al rapporto tra salario e produttività. Ma ciò che è un

salario e produttività

reddito per i lavoratori rappresenta un costo per l’impresa. Detto in altro modo, il rapporto tra

misura per l’impresa il peso del costo del lavoro per unità di prodotto. L’andamento della quota del reddito da lavoro

non contribuisce perciò soltanto a determinare l’andamento della domanda interna ma anche il costo del lavoro, la

interpretare direttamente questa quota

componente più rilevante del costo totale del prodotto. Possiamo dunque

come il costo (reale) del lavoro. Se confrontiamo l’andamento di questo costo nei paesi europei, ponendo uguale a

100 il livello assunto in ciascun paese nel 2000, otteniamo la rappresentazione della figura 7.

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Figura 7. La dinamica del costo reale del lavoro per unità di prodotto in alcuni paesi europei: 1990‐2006. Fonte:

elaborazioni su dati Ameco.

Essa mostra con evidenza che il costo del lavoro per unità di prodotto in Italia dopo la discesa degli anni Novanta,

dovuta in buona misura alla moderazione salariale di quel periodo, si è mantenuto negli anni successivi

in precedenza (si veda ancora la figura

costantemente al di sopra di quello degli altri paesi europei. E abbiamo visto

4) come questo andamento sia dovuto soprattutto alla dinamica stagnante seguita dalla produttività del lavoro in

Italia dal 2000 in poi.

La struttura produttiva italiana e la specializzazione delle imprese. Non è difficile

vedere che il problema della produttività in Italia è almeno in parte connesso all’articolazione e alla caratterizzazione

del sistema produttivo italiano.

Iniziamo intanto a vedere in cosa consiste la peculiarità dimensionale delle imprese italiane. Per formarci un’idea di

come sono fatte le imprese, prendiamo a riferimento l’ultima indagine Istat (pubblicata nel 2007) sulle imprese che

operano nei settori dell’industria e dei servizi (servizi che nella rilevazione Istat escludono l’intermediazione

finanziaria). Congiuntamente questi due settori coprono i due terzi dell’occupazione totale in Italia e costituiscono il

nucleo della struttura produttiva dell’economia “reale”, ossia non finanziaria. Dall’indagine effettuata dall’ISTAT

che in Italia nel 2005 in questi due settori operano 4.3 milioni di imprese che occupano più di 16.3 milioni di

emerge

addetti. Di queste, adottando come misura dimensionale il numero degli addetti per impresa, la quasi totalità ha

dimensioni piccolissime. Nella classe delle micro imprese (meno di 10 addetti) si concentrano infatti poco meno di

4.1 milioni di unità, ossia il 95% del totale. Se a queste aggiungiamo le imprese di piccole dimensioni, intendendo con

ciò le imprese che occupano fino a 50 addetti, arriviamo al 99% di tutte le imprese presenti nei due settori.

imprese (da 50 a 250 addetti) sono poche – in numero di 21mila, lo 0.5% del

Naturalmente, ciò significa che le medie

totale – e quelle grandi pochissime – 3mila, non arrivando allo 0.1% del totale. Inoltre, il problema delle micro

dimensioni delle imprese in Italia è accentuato dall’elevatissima presenza di lavoratori indipendenti. Se li

dalla definizione di addetto, che comprende sia il lavoro dipendente che quello indipendente, ci

scorporiamo

accorgiamo che in Italia un occupato su tre è indipendente. Per confronto, in Spagna questa frazione è dimezzata; in

Francia solo un occupato su venti è indipendente.

La specializzazione dimensionale si distribuisce tra industria e servizi nel modo che ci si potrebbe aspettare. Vale a

dire, la piccola dimensione è presente soprattutto laddove la tecnologia lo permette. Più del 75% delle piccole

imprese (cioè fino a 50 addetti) si trova infatti nel settore dei servizi, mentre il restante 25% si divide all’incirca a

senso stretto (settore manifatturiero ed estrattivo) e costruzioni. Per contro, le dimensioni più

metà tra industria in

elevate si ripartiscono quasi uniformemente tra i due settori. Le medie imprese (da 50 a 250 addetti) sono 11mila

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nell’industria e 10mila nei servizi. Nei due casi il loro peso è minimo, lo 0.2% del totale. Similmente, è uniforme

anche la distribuzione della grande impresa: 1500 nell’industria e 1600 nei servizi.

Due sono gli aspetti da sottolineare della specificità dimensionale delle imprese italiane, uno negativo e l’altro

positivo. Il lato debole del sistema produttivo riguarda la numerosità delle micro imprese. Esso non consiste tanto

nel fatto che vi sono tante, tantissime imprese con micro dimensioni. In generale, è del tutto naturale che vi siano

imprese è di

molte più micro imprese che non medie o grandi. Quando nascono, la stragrande maggioranza delle

piccolissime dimensioni, indipendentemente dal settore di appartenenza. La debolezza nasce piuttosto dalla

constatazione che in Italia vi sono “troppe” micro imprese. Per cogliere questo punto, si consideri che in Italia la

dimensione media d’impresa, calcolata come rapporto tra addetti e numero di imprese, è inferiore a quattro: vi sono

cioè in media meno di quattro addetti per impresa. In Spagna la dimensione media è maggiore di cinque, in Francia è

maggiore di sei, in Germania di dodici (dati Eurostat, 2005). in Italia

Naturalmente, questo non è niente altro che il riflesso del fatto che, come abbiamo visto qualche rigo sopra,

le micro imprese costituiscono il 95% del totale, mentre l’analogo valore per l’Europa (a 27 paesi) è del 64%. Per di

più, nell’arco degli ultimi quindici anni questa specificità dimensionale si è accentuata: tra il 1991 e il 2005 la classe

1 milione di unità abbassando ulteriormente la dimensione media

dimensionale delle micro imprese è cresciuta di

d’impresa (era di 4.4 nel 1991). Si noti inoltre che essa non è nemmeno immediatamente riconducibile alla

specializzazione produttiva (il made in Italy, per intenderci) perché la sottodimensionalità è presente in tutti i settori

produttivi. Di qui, la considerazione avanzata talvolta che essa sia piuttosto da ricondurre a particolari fattori di

natura istituzionale, e perciò onnipresenti, come la tassazione, la struttura proprietaria o il sistema finanziario, che

non favoriscono la crescita delle dimensioni d’impresa. La questione delle piccole dimensioni è centrale per

nel passaggio dalla

l’economia italiana perché si ripercuote negativamente sulla produttività dell’intero sistema:

piccola alla grande impresa, la produttività del lavoro aumenta infatti di un fattore compreso tra 2 e 3. Ad essa

tuttavia non può esser fatta risalire la bassa produttività che oggi registriamo, e che data da almeno un quindicennio,

esibiscono una minore produttività rispetto ad altri paesi, come Francia e

a motivo del fatto che le imprese italiane

Germania, indipendentemente dalle loro dimensioni.

L’aspetto positivo dell’evoluzione recente del sistema produttivo italiano risiede nella consistente crescita e vitalità

delle imprese di medie dimensioni, con un numero di addetti compreso tra 50 e 250. Il loro numero è triplicato,

passando dalle oltre settemila unità dell’inizio degli anni Novanta alle ventunomila attuali. Non solo. Se allarghiamo

lo sguardo e ampliamo la prospettiva definendo come imprese “intermedie” quelle che rientrano nella fascia

dimensionale tra i 50 e i 500 addetti, e non i 250 della soglia statistica tradizionale, e che perciò non sono più piccole

ma non ancora grandi, troviamo imprese che hanno riscosso un notevole successo soprattutto in campo

internazionale dimostrandosi come le più dinamiche. Queste imprese intermedie, che in realtà comprendono anche

la fascia più bassa delle imprese di grandi dimensioni, costituiscono quello che viene comunemente denominato

un nucleo di circa 4000 imprese. La loro caratteristica più sorprendente è che,

“quarto capitalismo” e comprende

pur rimanendo all’interno della tradizionale specializzazione produttiva italiana del made in Italy, hanno conseguito

un notevole successo a partire dalla seconda metà degli anni Novanta soprattutto in termini di crescita delle

competere sui mercati internazionali malgrado l’apprezzamento dell’euro: il tasso

esportazioni e quindi di capacità di

medio annuo di crescita delle esportazioni di queste imprese intermedie è stato di oltre il 5% nell’arco di tempo

1997‐2006. Non è tuttavia del tutto chiaro a quali fattori sia dovuto il successo di queste imprese: alla loro

distretti industriali che fa acquisire loro una maggiore competitività, ad una più elevata efficienza

integrazione nei

tecnica ovvero al riuscire a collocare i propri prodotti in nicchie di mercato, tipicamente connotate da qualità

elevata, non attaccabili dalle imprese concorrenti degli altri paesi. Né se questi fattori abbiano carattere permanente

fatto che queste imprese sembrano aver trovato, quanto meno nell’ultimo decennio, la

o temporaneo. Rimane il

dimensione efficiente nell’ambito della tradizionale specializzazione produttiva italiana.

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Appunti di Economia finanziaria per l'esame del professor Saltari sull'economia italiana negli anni duemila. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le caratteristiche della crescita del periodo recente, il reddito pro capite, i fattori da cui dipende la crescita del reddito pro capite, il rallentamento della produttività del lavoro.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia Finanziaria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Saltari Enrico.

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