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Economia finanziaria - l'economia italiana negli anni duemila

Appunti di Economia finanziaria per l'esame del professor Saltari sull'economia italiana negli anni duemila. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le caratteristiche della crescita del periodo recente, il reddito pro capite, i fattori da cui dipende la crescita del reddito pro capite, il rallentamento della produttività del... Vedi di più

Esame di Economia Finanziaria docente Prof. E. Saltari

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paesi con un Pil più basso crescessero più velocemente di quelli più ricchi di modo che le distanze in termini di

reddito pro capite risultassero via via minori. In altre parole, sino all’inizio dello scorso decennio era continuato

quello che gli economisti chiamano processo di convergenza del reddito pro capite. In un certo senso, questo è il

vero traguardo cui dovrebbe puntare la crescita: far sì che le distanze tra i paesi si riducano non tanto in termini di

reddito nazionale quanto di reddito pro capite. Dall’inizio degli anni Settanta fino

Torniamo all’Italia. Se si guarda alla figura 1, il processo di convergenza è evidente.

all’inizio degli anni Novanta la distanza in termini di reddito pro capite rispetto agli Stati Uniti si è progressivamente

ridotta: se negli anni Settanta il reddito di un italiano era circa il 66% di quello di un americano, negli anni Novanta

aveva raggiunto l’80%, recuperando così nel corso di un ventennio circa 14 punti del divario. Il problema, come

mostra ancora la figura, nasce negli anni successivi: in quindici anni il divario colmato si riforma di nuovo

riportandoci all’inizio degli anni Settanta. Per essere più concreti, si può fornire qualche numero. Per esempio, se

euro a parità di potere d’acquisto – il che significa che un euro ha lo stesso potere d’acquisto in Italia e

misurato in

negli USA – il reddito di un italiano nel 2007 era pari a circa 25mila euro mentre quello di un americano era di 37mila

50%.

euro, ovvero più elevato del

Figura 1. Reddito pro capite a confronto: Italia e Stati Uniti (=100). Fonte: elaborazioni su dati Ameco.

I fattori da cui dipende la crescita del reddito pro capite. A cosa possiamo far risalire questo

deficit di crescita? Un modo semplice di affrontare la questione è di cominciare a guardare “dietro” il reddito pro

capite analizzando i fattori che ne determinano l’andamento. Una scomposizione utile al riguardo consiste nel

capite dipende infatti da tre elementi: la

separare le componenti demografiche da quelli economiche. Il reddito pro

quota della popolazione in età da lavoro, quella che cioè si trova nella fascia di età compresa tra i 15 e i 64 anni; il

tasso di occupazione, ovvero la frazione della popolazione attiva che trova effettivamente lavoro ed è perciò

occupata; la produttività del lavoro, cioè il valore del prodotto che ogni occupato produce.

Questa scomposizione del reddito pro capite – riprodotta in tabella 1 – ci consente di comprendere quali fattori

promuovono o rallentano la crescita in un dato paese. Un’avvertenza nel leggere la tabella: la scomposizione del

tre grandezze appena descritte riproduce un’identità. Più esattamente, se moltiplichiamo la

reddito pro capite nelle

quota della popolazione in età da lavoro per il tasso di occupazione e per la produttività del lavoro, otteniamo per

definizione il reddito pro capite. Nella tabella sono rappresentati i tassi (cumulati) di variazione delle prime tre

un’identità, ciò implica che se sommiamo tra loro questi tre tassi, otteniamo il tasso di

grandezze. Trattandosi di

variazione del reddito pro capite. Poiché siamo di fronte a un’identità, non è possibile instaurare alcuna direzione di

causalità nella lettura della tabella. Tuttavia, la scomposizione ci consente di guardare separatamente ai fattori che

luogo ad un dato reddito pro capite.

danno 3

Tabella 1. Il prodotto pro capite e le sue componenti. Valori cumulati dei tassi di crescita espressi in percentuale,

1995‐2007. Fonte: elaborazioni su dati Ameco. Italia Spagna Francia Germania Usa

15.7 33.2 21 22.9 25.6

Pil pro capite ‐4.7 1 ‐0.8 ‐3.6 2.2

Quota della popolazione in età da lavoro 14.8 26.8 5.6 ‐1.4 0.9

Tasso di occupazione 5.6 6.3 16.1 24.3 22.5

Produttività per occupato

Per iniziare, guardiamo cosa ci dice la scomposizione in questione per l’Italia. Ogni numero che compare all’interno

della tabella rappresenta il valore cumulato della corrispondente grandezza indicata nella riga. Per il periodo 1995‐

riga, ci

2007, ad esempio in Italia nell’intero periodo il reddito è aumentato del 15.7%. Se scorriamo la stessa

accorgiamo che il reddito pro capite è cresciuto in Spagna più del doppio, mentre in Francia, in Germania e negli Stati

Uniti la crescita è stata più elevata “solo” del 50%.

Le righe successive ci dicono a quali fattori è attribuibile la crescita in ciascun paese. La quota della popolazione in

età da lavoro risente ovviamente di fattori demografici: quanti più “giovani” tra i 15 e i 64 anni confluiscono anno

dopo anno in questa classe di età tanto più aumenta il valore cumulato della quota della popolazione attiva;

invecchia. Questa è la direzione in cui si è mossa

viceversa, un valore negativo sta a testimoniare che la popolazione

l’Italia che in questo senso assomiglia alla Germania; somiglia invece molto meno a Spagna e Francia ed è molto

diversa dagli Stati Uniti, dove la popolazione in età da lavoro è per contro cresciuta.

Agire su questo fattore non è compito agevole. Invertire una tendenza demografica non è facile. Per di più,

l’invecchiamento della popolazione ha conseguenze negative non solo sul reddito pro capite ma anche sulla

sostenibilità dello stato sociale. La stabilità finanziaria dei due cardini dello stato sociale, il sistema pensionistico e

e uscite, le quali risentono a loro volta della dinamica

quello sanitario, si regge sull'andamento di entrate

demografica. Nell'immediato l’unico modo di correggere questo andamento sembra essere l'immigrazione in quanto

fonte positiva di accrescimento della popolazione in età da lavoro. Altre politiche, come quelle a favore della

più lungo, e quindi meno utile

natalità, producono infatti i loro effetti su un orizzonte temporale molto

nell’immediato. Occorre peraltro essere cauti nell’interpretare quella relazione come un nesso diretto di causalità

che va dall’andamento demografico alla crescita del reddito pro capite. Come ogni economista sa almeno dai tempi

pro capite, è anche vero che la

di Malthus, se è vero che la dinamica demografica influenza l’andamento del reddito

dinamica demografica risente dell’andamento della crescita.

Le ultime due righe ci dicono quanto l’Italia sia simile alla Spagna e molto diversa invece dagli altri grandi paesi

europei, come la Francia e la Germania, e ancor di più dagli Stati Uniti. Esse infatti chiariscono che in Italia e Spagna

la crescita è stata alimentata soprattutto dall’aumento dell’occupazione e molto poco dalla produttività del lavoro. In

Italia la crescita dell’occupazione ha contato per circa il 15% della crescita totale ed in Spagna per quasi il 27%. Il

entrambi i paesi. Tenendo conto che il periodo di

contributo della produttività è stato invece assai scarso in

riferimento va dal 1995 al 2007 e che arrotondando in tutti e due i paesi è stata del 6% in tredici anni: se ne ricava

che annualmente la produttività è aumentata in media di meno di mezzo punto percentuale all’anno. Per avere

un’idea delle dimensioni di questo rallentamento, non è necessario riandare ai “mitici” anni Sessanta (quando la

produttività cresceva a ritmi di più del 6% all’anno); è sufficiente pensare a cosa accadeva negli anni Settanta in cui la

anni Ottanta in cui il ritmo di crescita della

produttività aumentava ad una velocità di poco meno del 3% o anche agli

4

produttività era di quasi il 2% (sempre all’anno). In Italia, insomma, la pur modesta crescita è da attribuire

all’aumento dell’occupazione e non alla crescita produttività.

Il problema: il rallentamento della produttività del lavoro. Questo connotato della crescita

recente in Italia merita di essere ulteriormente analizzato. Innanzitutto, per i ruoli che occupazione e produttività

ricoprono oggi rispetto a quelli che hanno avuto nel passato. Nei decenni trascorsi la crescita italiana è stata

invece assistiamo ad

sostenuta assai poco dalla crescita occupazionale e molto dall’aumento della produttività. Oggi

un ribaltamento dei ruoli di queste due variabili nel processo di crescita. Per ribadire questo punto: nel passato il

tasso di crescita dell’occupazione era basso mentre era alto quello della produttività del lavoro; negli ultimi anni,

azzerata la crescita della produttività.

viceversa, la crescita dell’occupazione si è fatta vigorosa mentre si è quasi

Alle orecchie di un economista questo legame inverso tra occupazione e produttività (entrambe espresse in tassi di

variazione) non dovrebbe suonare strano. Dopotutto, questo legame corrisponde a ciò che viene ripetuto fin dai

primi giorni a tutti gli studenti di economia e che viene (pomposamente) denominato legge della produttività

decrescente. In fondo, intuitivamente è proprio quanto dovremmo aspettarci. Abbiamo detto all’inizio che uno degli

shock che ha investito l’economia italiana negli anni Novanta è rappresentato dalle riforme del mercato del lavoro.

il mercato del

Le riforme in questione hanno dato luogo a una liberalizzazione delle norme contrattuali che regolano

lavoro consentendo, ad esempio, forme di lavoro a tempo determinato che hanno riguardato i nuovi occupati. In

questo modo in Italia è divenuta meno stringente la legge sulla protezione all’impiego, che in gergo viene indicata

dell'EPL viene calcolata

con l’acronimo inglese EPL (da Employment Protection Legislation). La misura della severità

dall'OCSE. Ad ogni paese che fa parte dell'OCSE viene assegnato un punteggio che misura la protezione

all'occupazione per le diverse forme contrattuali esistenti (la protezione riguardante i licenziamenti individuali per i

lavoratori permanenti e temporanei, le condizioni normative che debbono esser soddisfatte per i licenziamenti

sintetico che ne risulta costituisce la media (ponderata) di ciascun punteggio. Se si guarda al

collettivi). L'indicatore

valore assunto da questo indicatore per l’Italia a partire dagli anni Novanta, si può notare come esso sia rimasto

invariato per i lavoratori con un contratto a tempo indeterminato, i lavoratori permanenti appunto, mentre abbia

la più forte riduzione per i lavoratori temporanei tra tutti i paesi aderenti all’OCSE.

subito

Introducendo una maggiore flessibilità, le riforme del mercato del lavoro hanno così indotto una diminuzione del

costo del lavoro. Una conseguenza per così dire naturale di questa riduzione è stata che una maggiore forza lavoro

ha trovato occupazione. Ma quantomeno nell’immediato una maggiore occupazione significa anche una minore

dotazione di macchinari e attrezzature – più genericamente, meno capitale – per lavoratore, da cui appunto la più

bassa produttività. Nell’immediato, infatti, questa dotazione rimane praticamente invariata. In altre parole, il più

le imprese a sostituire capitale con lavoro riducendo così la dotazione di capitale

basso costo del lavoro ha indotto

per lavoratore e abbassandone così la produttività. La figura 2 illustra l’evoluzione dello stock di capitale per

lavoratore per l’Italia, per i paesi che fanno parte dell’area dell’euro e per gli Stati Uniti. Essa mostra che il ritmo di

crescita della dotazione di capitale di cui dispone in media ciascun lavoratore è diminuito per tutti paesi dell’area

dell’euro a partire dalla metà degli anni Novanta, e che in Italia questa riduzione è stata particolarmente di

pronunciata. Viceversa, negli USA l’accumulazione di capitale per lavoratore ha accelerato nello stesso torno

tempo. 5

Figura 2. Stock di capitale per lavoratore in Italia, nell’area dell’euro e negli Stati Uniti. Numeri indice, 1995=100.

Fonte: elaborazioni su dati Ameco.

A questa considerazione riguardante l’andamento della dotazione di capitale per lavoratore si aggiunga che è

probabile che i nuovi lavoratori che affluiscono sul mercato del lavoro trovando occupazione sono anche quelli dotati

di minori abilità ed esperienze lavorative. Anche per questo verso, quindi, la conclusione sembra inevitabile:

minore produttività. Ma sono davvero questi i termini del problema? Basta la crescita

maggiore occupazione implica

dell’offerta di lavoro a spiegare la più bassa crescita della produttività?

Un protagonista nascosto: il progresso tecnico. In linea di principio, questo esito non è scontato.

La più bassa crescita della produttività del lavoro dovuta alla minore dotazione di capitale può essere infatti

contrastata se non addirittura più che compensata da una dinamica favorevole del progresso tecnico. Ciò che conta

infatti ai fini dell’andamento della produttività del lavoro non è tanto la dotazione di capitale di cui ciascun

lavoratore dispone quanto il livello di progresso tecnico che si trova incorporato nel capitale o nel processo

produttivo (ad esempio, l’efficienza con cui vengono combinati i fattori produttivi grazie al cambiamento

tecnologico).

Ma come fare per misurare il progresso tecnico? Il metodo utilizzato dagli economisti va sotto il nome di contabilità

della crescita. Almeno nella sua versione più basilare, la contabilità della crescita si basa su principi piuttosto

semplici. Parte dalla descrizione del processo produttivo fornita dagli economisti, ovvero dalla funzione della

gli input, diciamo per semplificare

produzione. Secondo questa descrizione, all’ottenimento del prodotto concorrono

soltanto capitale e lavoro senza ulteriori distinzioni (come potrebbe essere quella tra lavoro qualificato e non

qualificato), oltre che il progresso tecnico appunto – per esempio, come si diceva poco sopra, l’organizzazione della

in

produzione. Data questa rappresentazione, il contributo del progresso tecnico alla produzione viene calcolato

modo residuale. Dal prodotto viene dedotto il contributo dato da lavoro e capitale, ciascuno ponderato con il peso

che questi fattori hanno nel processo produttivo. Ciò che rimane costituisce appunto una misura del cambiamento

più moderna

tecnologico, denominato residuo di Solow in omaggio al suo ideatore, oppure ancora nella sua versione

produttività totale dei fattori (PTF). L’idea di fondo, assai semplice, è che il progresso tecnico consente a parità di

impiego dei fattori un aumento del prodotto.

Tradotta nella versione che qui interessa, la contabilità della crescita afferma che il tasso di crescita della produttività

del lavoro è pari alla soma del tasso di crescita della dotazione di capitale per lavoratore, ponderato per la quota di

reddito da capitale che ne misura il peso nel processo produttivo, e del tasso di crescita della produttività totale dei

fattori. Si noti che anche in questo caso siamo di fronte ad un’identità che in quanto tale non è in grado di offrirci

una spiegazione della dinamica della produttività del lavoro. Per ricavare dall’identità della contabilità della crescita

un’interpretazione, dobbiamo imporre un nesso di causalità nella forma della distinzione tra variabili esogene ed

totale dei fattori

endogene. L’esogeneità viene talvolta stabilita in forma enfatica dicendo che la produttività

determinata come residuo esprime “una misura della nostra ignoranza”. In altre parole, è l’andamento della

6

produttività totale dei fattori che spiega la dinamica dell’accumulazione di capitale per lavoratore e quella della

produttività del lavoro. Nei termini della contabilità della crescita, ciò implica che alla lunga il tasso di crescita della

produttività del lavoro e quello dell’accumulazione del capitale per lavoratore dovranno adeguarsi al tasso di crescita

della produttività totale dei fattori. La tabella 2 riproduce la contabilità della crescita per i paesi indicati e per i due

sottoperiodi 1981‐1995 e 1995‐2004. I dati di questa tabella sono stati tratti dal Groningen Growth and Development

Groningen e sono liberamente disponibili sul relativo sito Internet.

Centre (GGDC) che si trova presso l’Università di

Tabella 2. La produttività del lavoro e le sue componenti. Tassi medi di variazione espressi in percentuale per i

periodi indicati. Fonte: elaborazioni su dati GGDC.

Italia Spagna Francia Germania Usa

1981‐95 1995‐2004 1981‐95 1995‐2004 1981‐95 1995‐2004 1981‐95 1995‐2004 1981‐95 1995‐2004

2.0 0.8 2.8 0.0 2.4 1.9 2.7 1.9 1.4 2.3

Produttività del lavoro

Contributo del capitale 1.1 0.9 1.2 0.4 1.5 1.0 1.1 0.8 0.8 1.1

per lavoratore 0.9 ‐0.1 1.6 ‐0.4 0.9 0.9 1.6 1.1 0.6 1.2

Contributo della PTF

Nel leggere la tabella si tenga conto che i valori indicati sono valori medi per ciascuno dei due sottoperiodi. Per

esempio, nel caso dell’Italia e prendendo a riferimento il sottoperiodo 1981‐1995, la tabella 2 ci dice che la

produttività del lavoro (misurata su base oraria, cioè per ora lavorata) è cresciuta ad un tasso medio del 2%. Questo

è il risultato di due componenti: il contributo dell’accumulazione, vale dire la dotazione di capitale per lavoratore

ponderato per il peso del capitale nella produzione, e quello della produttività totale dei fattori. Se si scorre con

periodo, si può verificare che la situazione dell’economia italiana è più o

l’occhio la tabella guardando al medesimo

meno simile a quella degli altri paesi europei, anche se può risultare diverso il contributo del capitale e quella del

progresso tecnico. Questa invece non è la situazione degli Usa, i quali presentano un ritmo di crescita della

produttività del lavoro grosso modo pari alla metà di quello della media dei paesi europei.

La situazione si ribalta nel decennio successivo dove sono gli Stati Uniti a correre più velocemente dei paesi europei.

È significativo che questo ribaltamento avvenga ad opera del progresso tecnico. Il suo ritmo di crescita raddoppia

negli Usa, passando dallo 0.6 all’1.2%. Viceversa, in Italia (e in Spagna) il tasso di variazione del progresso tecnico

subisce una sorta di tracollo assumendo valori negativi, mentre rimane stabile in Francia e rallenta notevolmente in

dire “regredisca”. Questo risultato

Germania. Ci si può chiedere come sia possibile che il progresso tecnico per così

apparentemente paradossale deriva dal fatto che la produttività del lavoro è cresciuta meno del contributo del

capitale, ovvero che il prodotto è cresciuto soprattutto attraverso un aumento dell’occupazione: in questo caso il

è

contributo del progresso tecnico, che si calcola in modo residuale, può essere negativo. Questa caratteristica

ancora più evidente nel caso della Spagna, paese in cui la crescita della produttività del lavoro è stata nulla nel

decennio 1995‐2004. In altre parole, il tasso di crescita del prodotto in Spagna è stato uguale a quello

dell’occupazione.

Questo è esattamente ciò che intendiamo sottolineare. L’immagine che la tabella 2 ci offre dell’andamento recente

dell’economia italiana può essere sintetizzata nel seguente modo. Rispetto a quanto è avvenuto nei quindici anni che

vanno dall’inizio degli anni Ottanta alla prima metà degli anni Novanta, negli ultimi dieci anni la crescita della

dimezzata. Questo rallentamento è dovuto in parte al minore contributo

produttività del lavoro in Italia si è più che

del capitale del lavoratore. Ma soprattutto è stato determinato dalla brusca frenata del progresso tecnico. Detto in

altre parole, l’andamento della produzione e quello del prodotto pro capite è stato determinato in gran parte dalla

del progresso tecnico è stato nel migliore dei casi nullo.

crescita occupazionale mentre il contributo 7

A quali cause possiamo far risalire questa deludente performance dell’economia italiana? Ricordiamo brevemente

quanto si è detto all’inizio a proposito degli shock cui è stata sottoposta nello scorso decennio. Partiamo dalle

riforme del mercato del lavoro che con l’introduzione di forme contrattuali di carattere temporaneo hanno reso più

flessibile l’occupazione di nuovi lavoratori. Questa maggiore flessibilità ha portato ad un aumento dell’occupazione.

Di per sé, la maggiore occupazione rappresenta ovviamente un fatto positivo che ha consentito di riportare il tasso di

disoccupazione a livelli più accettabili dopo decenni, gli anni Settanta e Ottanta, di continua crescita. Tuttavia, come

l’incremento occupazionale ha trascinato verso il basso la produttività del lavoro. Se ne può dedurre

si diceva,

qualcosa circa le conseguenze prodotte dalla maggiore flessibilità del lavoro.

Le riforme cosiddette strutturali, di cui quelle del mercato del lavoro fanno parte, si propongono di aumentare la

produttività del lavoro sostanzialmente attraverso una migliore allocazione dei fattori della produzione. La

deregolamentazione del mercato del lavoro dovrebbe per esempio rendere più produttiva l’occupazione rendendo

più semplice la sua riallocazione dalle imprese meno efficienti a quelle più efficienti, come quelle a più elevato

andate in tutt’altra direzione. Essi

contenuto tecnologico. In realtà, i dati appena visti ci dicono che le cose sono

suggeriscono che la maggiore occupazione si sia indirizzata verso produzioni a basso contenuto tecnologico, come è

testimoniato dal fatto che la dotazione di capitale per lavoratore si è ridotta, e soprattutto dalla drastica frenata del

parole, lo shock delle tecnologie dell’informazione e

ritmo di crescita della produttività totale dei fattori. In altre

della comunicazione degli anni Novanta sembra aver poco inciso sulla specializzazione della struttura produttiva

italiana: i nuovi investimenti sono avvenuti prevalentemente nei settori tradizionali e poco in quelli innovativi che

simile a

presentano un maggiore contenuto tecnologico. Notiamo infine che dalla tabella 2 risulta che un’evoluzione

quella italiana sembra esser stata comune a tutti i paesi europei. Tuttavia, l’Italia, assieme alla Spagna, ha registrato

le performance peggiori.

Distribuzione del reddito e costo del lavoro. Quali riflessi ha avuto sulla distribuzione del reddito

la dinamica della produttività del lavoro e dell’occupazione che abbiamo appena descritto? Quali conseguenze

queste dinamiche hanno prodotto sul costo del lavoro e quindi sulla competitività dell’economia italiana? Non è

Iniziamo dalla prima. Della

difficile rendersi conto che queste due questioni sono tra loro strettamente collegate.

seconda ci occuperemo più avanti. Il modo più semplice di intendere la distribuzione del reddito è quello di

suddividerlo in reddito da lavoro, sia che si tratti di lavoro dipendente o indipendente, e in reddito non da lavoro,

Questa è anche la ripartizione del reddito adottata dalla

come il reddito che deriva dalla gestione di un’impresa.

Commissione Europea nel database Ameco a cui continuiamo a fare riferimento. Più esattamente, ciò che viene

calcolato è la cosiddetta quota del reddito da lavoro corretta. Il motivo della correzione discende dalla distinzione cui

la retribuzione unitaria del reddito da lavoro dipendente

abbiamo or ora accennato. Possiamo infatti calcolare

semplicemente dividendo il reddito complessivo dei lavoratori dipendenti per il numero degli occupati dipendenti.

Non possiamo però procedere in modo analogo per ricavare la retribuzione media per il lavoro indipendente. La

correzione effettuata sta allora in ciò: attribuiamo al lavoro indipendente la stessa retribuzione unitaria del lavoro

dipendente. Si tratta ovviamente di una correzione arbitraria ma in un certo senso inevitabile se nel reddito da

lavoro inglobiamo sia quello da lavoro dipendente che quello indipendente. lavoro e il

Ciò detto, la quota del reddito da lavoro è data dal rapporto tra il reddito complessivamente percepito dal

reddito complessivo. Prima di proseguire, diamo subito un’occhiata alla dinamica di questa quota negli anni più

recenti guardando alla figura 3. 8


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Appunti di Economia finanziaria per l'esame del professor Saltari sull'economia italiana negli anni duemila. Gli argomenti trattati sono i seguenti: le caratteristiche della crescita del periodo recente, il reddito pro capite, i fattori da cui dipende la crescita del reddito pro capite, il rallentamento della produttività del lavoro.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia Finanziaria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Saltari Enrico.

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