Estratto del documento

L’economia italiana negli anni duemila

Enrico Saltari

Introduzione

Quali fatti e tendenze hanno segnato l’evoluzione dell’economia italiana nei primi anni di questo secolo? Tra le tante statistiche disponibili, guardiamo a quelle relative agli anni 2001-2006 pubblicate di recente (metà aprile 2008) dall’OCSE, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che monitora periodicamente le economie dei trenta paesi più industrializzati. Dalle classifiche stilate dall’OCSE risulta che l’Italia ha la crescita più bassa della produttività del lavoro: nei sei anni presi in considerazione il prodotto interno lordo (Pil) per ora lavorata è rimasto praticamente invariato. Nello stesso arco di tempo nella media nei paesi industrializzati la produttività del lavoro è aumentata dell’1.3%; nell’Europa a 15 il tasso medio di crescita è stato dell’1.8%.

Se guardiamo al grado di innovazione tecnologica e organizzativa (ciò che gli economisti chiamano produttività totale dei fattori e di cui discuteremo più avanti), di nuovo si scopre che tra i trenta paesi industrializzati l’Italia si trova all’ultimo posto. È vero che siamo ancora al sesto posto per quanto riguarda il livello del Pil prodotto, eccezion fatta per Cina e India che non rientrano tra i trenta paesi considerati dall’OCSE. Tuttavia, ciò che conta ai fini del benessere individuale non è tanto il livello complessivo del Pil quanto quello pro capite. E in questo caso l’Italia si trova al ventesimo posto, dietro i più importanti paesi europei e appena al di sopra della Grecia.

Ne va meglio se guardiamo al ritmo con cui cresce il Pil, che di nuovo è stato il più lento tra i trenta paesi appartenenti all’OCSE. Per usare l’espressione sintetica ma efficace dell’OCSE, l’Italia è un paese in forte rallentamento.

Le ragioni della deludente performance

Quali le ragioni di questa deludente performance? Per rispondere a questi interrogativi, l’economista molto spesso fa leva su di un meccanismo abituale: guardiamo a quanto è avvenuto nel passato recente per indagare e scoprire le cause di quanto oggi vediamo. Volgere lo sguardo agli avvenimenti degli anni Novanta per comprendere com’è cambiato il sistema economico non è solo metodologicamente corretto e storicamente opportuno ma soprattutto inevitabile nel caso in questione. Gli anni Novanta sono stati infatti il decennio in cui lo scenario che fa da sfondo agli avvenimenti economici ha subito un mutamento radicale. Non sembra azzardato definire epocali i cambiamenti che si sono verificati in quegli anni.

Essi segnano un discrimine non solo nella storia economica italiana ma anche in quella dell’economia mondiale. Certo, il lessico famigliare di cui fa uso l’economista suona in questo caso riduttivo. Per designare i cambiamenti, il termine utilizzato è infatti shock, vale a dire disturbo, innovazione. È sufficiente però fare un elenco di questi “shock” per comprendere la portata effettiva di questi cambiamenti.

Intanto basta citarne uno: la globalizzazione. Un fenomeno che a partire dagli anni Novanta ha assunto le forme dell’irruzione sui mercati internazionali dei grandi giganti asiatici, la Cina e l’India. Ma la globalizzazione non ha investito soltanto il mercato dei beni. Ha coinvolto anche i mercati finanziari e il mercato del lavoro, mettendone in discussione regole, funzionamento e istituzioni perché questi mercati sono diventati sempre più integrati su scala mondiale mentre prima riguardavano il singolo paese. Al suo controllo sono dunque sfuggiti. Per fornire una misura della scala globale di questi mutamenti, è sufficiente pensare nel caso della globalizzazione finanziaria agli effetti della crisi finanziaria odierna provocata dai mutui subprime che dagli Stati Uniti si è propagata al resto del mondo, Italia inclusa. Nel caso della globalizzazione del lavoro, è sufficiente pensare alle ondate migratorie che hanno mutato alle radici il funzionamento e gli esiti dei mercati del lavoro occidentali.

L’altro shock di carattere globale degli anni Novanta riguarda la rivoluzione tecnologica innescata dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Una rivoluzione che non ha interessato soltanto il come si produce ma anche il cosa e la stessa organizzazione dei processi produttivi.

Oltre a questi due shock “globali”, gli altri due shock che hanno colpito l’economia italiana sono “locali”, nel senso che si tratta di shock che hanno interessato i paesi europei. Possiamo considerarli in realtà altrettanti mutamenti istituzionali: essi hanno cioè dato luogo a cambiamenti dell’insieme di norme che regolano i comportamenti e le azioni degli attori economici. Il primo è un cambiamento del quadro istituzionale entro cui si svolge la politica economica ed è costituito dall’entrata in vigore dell’euro. L’adozione della moneta unica, se ha comportato indubbi benefici come l’ancoraggio dell’economia italiana ad una moneta ben più solida della “vecchia” lira, ha anche significato perdita di sovranità della politica monetaria nazionale e vincoli stringenti imposti alla politica di bilancio (Patto di Stabilità e Crescita).

L’altro shock locale che ha colpito l’economia italiana, insieme ad altri paesi europei, è rappresentato dal cambiamento del quadro contrattuale che regola il mercato del lavoro: è costituito dall’insieme delle riforme del mercato del lavoro che vanno sotto il nome di pacchetto Treu e Legge Biagi. Come vedremo, queste riforme hanno sì permesso l’ingresso sul mercato del lavoro di nuove forze e consentito una crescita occupazionale senza precedenti, ma hanno anche comportato l’emergere di nuove forme contrattuali di lavoro temporaneo per i nuovi occupati e un più basso livello di produttività per l’intero sistema economico.

Reazioni dell’economia italiana

Di fronte a questi eventi che l’hanno investita, come ha reagito l’economia italiana? Qual è la situazione attuale? Cosa possiamo aspettarci per il futuro? Il quadro appena abbozzato sembra davvero troppo complesso per poter fornire una risposta esauriente. Nelle pagine che seguono tenteremo di fornire una lettura, un’interpretazione più o meno ordinata di questi avvenimenti e di come si sono ripercossi sull’economia italiana e quali reazioni ha suscitato.

Vedremo come questi eventi hanno via via costretto la nostra economia lungo un sentiero sempre più stretto, eliminando molti dei margini di libertà di cui godeva in passato e creando quella situazione di drastico rallentamento della crescita e della produttività in cui l’economia italiana si trova tuttora.

Le caratteristiche della crescita del periodo recente

Il reddito pro capite. Un modo per formarsi un’idea delle difficoltà attuali dell’economia italiana è di guardare al reddito pro capite. Questa è una grandezza importante perché ci fornisce una misura della capacità d’acquisto e quindi del benessere (seppure soltanto economico) di cui ciascuno di noi può godere. Se guardiamo ai dati forniti dalla Commissione Europea (il cui database si chiama Ameco ed è liberamente disponibile su Internet), il reddito pro capite è complessivamente aumentato in termini reali tra il 1992 e il 2007 di più del 17%, se lo misuriamo ai prezzi del 2000 per eliminare l’effetto dell’inflazione.

Si tenga presente che il reddito pro capite è definito da un rapporto: la sua dinamica dipende tanto dall’andamento del prodotto interno lordo (Pil) quanto dai fattori demografici che regolano l’andamento della popolazione. In effetti, nello stesso periodo il Pil italiano complessivo è cresciuto in termini reali del 22%. Considerato che il reddito pro capite è aumentato del 17%, ciò significa che la popolazione è aumentata del 5%.

Come si vede, l’economia italiana non è rimasta ferma. Mediamente nel corso degli ultimi quindici anni il Pil italiano è cresciuto ad un tasso annuo grosso modo pari all’1.4%. Non ha senso alcuno perciò parlare di declino del livello del reddito. Tutt’al più, si può parlare di declino nel senso di rallentamento della crescita.

La prospettiva però cambia completamente se guardiamo alla dinamica temporale di questa crescita e soprattutto se la confrontiamo con quella di altri paesi. Quanto al primo punto, è noto che dagli anni Cinquanta e Sessanta il ritmo di crescita è enormemente diminuito. Mezzo secolo fa la crescita media del Pil era circa il 6%, cioè quattro volte quella attuale! Dalla metà degli anni Settanta vi è stato un progressivo rallentamento della crescita. Il tasso medio di crescita degli anni Settanta si era già abbassato a meno del 4%; nel decennio successivo si era ulteriormente ridotto a meno del 2.5%. Queste non sono differenze da poco. Se un’economia cresce ad un tasso del 6%, ci vogliono un po’ più di undici anni perché il reddito raddoppi; ma se il tasso di crescita è del 2.5%, per ottenere lo stesso risultato occorrono quasi ventotto anni.

Anche quella temporale può tuttavia apparire una falsa prospettiva. Dopo tutto, il rallentamento non ha riguardato soltanto l’Italia ma ha coinvolto tutti i paesi industrializzati. Con ogni probabilità, i ritmi di crescita che sono stati realizzati sino alla metà degli Settanta sono oggi irripetibili, costituiscono una sorta di età dell’oro. Questo è vero non solo per l’Italia, ma anche per le altre economie avanzate, come i paesi europei, oltre che per il Giappone e gli Stati Uniti. Ciò malgrado, fino all’inizio degli anni Novanta il rallentamento della crescita del Pil non ha impedito che i paesi con un Pil più basso crescessero più velocemente di quelli più ricchi di modo che le distanze in termini di reddito pro capite risultassero via via minori. In altre parole, sino all’inizio dello scorso decennio era continuato quello che gli economisti chiamano processo di convergenza del reddito pro capite.

Torniamo all’Italia. Se si guarda alla figura 1, il processo di convergenza è evidente. Dall’inizio degli anni Settanta fino all’inizio degli anni Novanta la distanza in termini di reddito pro capite rispetto agli Stati Uniti si è progressivamente ridotta: se negli anni Settanta il reddito di un italiano era circa il 66% di quello di un americano, negli anni Novanta aveva raggiunto l’80%, recuperando così nel corso di un ventennio circa 14 punti del divario. Il problema, come mostra ancora la figura, nasce negli anni successivi: in quindici anni il divario colmato si riforma di nuovo riportandoci all’inizio degli anni Settanta. Per essere più concreti, si può fornire qualche numero. Per esempio, se misurato in euro a parità di potere d’acquisto – il che significa che un euro ha lo stesso potere d’acquisto in Italia e negli USA – il reddito di un italiano nel 2007 era pari a circa 25mila euro mentre quello di un americano era di 37mila euro, ovvero più elevato del 50%.

Figura 1. Reddito pro capite a confronto: Italia e Stati Uniti (=100). Fonte: elaborazioni su dati Ameco.

I fattori da cui dipende la crescita del reddito pro capite

A cosa possiamo far risalire questo deficit di crescita? Un modo semplice di affrontare la questione è di cominciare a guardare “dietro” il reddito pro capite analizzando i fattori che ne determinano l’andamento. Una scomposizione utile al riguardo consiste nel separare le componenti demografiche da quelle economiche. Il reddito pro capite dipende infatti da tre elementi: la quota della popolazione in età da lavoro, quella che cioè si trova nella fascia di età compresa tra i 15 e i 64 anni; il tasso di occupazione, ovvero la frazione della popolazione attiva che trova effettivamente lavoro ed è perciò occupata; la produttività del lavoro, cioè il valore del prodotto che ogni occupato produce.

Questa scomposizione del reddito pro capite – riprodotta in tabella 1 – ci consente di comprendere quali fattori promuovono o rallentano la crescita in un dato paese. Un’avvertenza nel leggere la tabella: la scomposizione del reddito pro capite nelle tre grandezze appena descritte riproduce un’identità. Più esattamente, se moltiplichiamo la quota della popolazione in età da lavoro per il tasso di occupazione e per la produttività del lavoro, otteniamo per definizione il reddito pro capite. Nella tabella sono rappresentati i tassi (cumulati) di variazione delle prime tre grandezze. Trattandosi di un’identità, ciò implica che se sommiamo tra loro questi tre tassi, otteniamo il tasso di variazione del reddito pro capite. Poiché siamo di fronte a un’identità, non è possibile instaurare alcuna direzione di causalità nella lettura della tabella. Tuttavia, la scomposizione ci consente di guardare separatamente ai fattori che danno luogo ad un dato reddito pro capite.

Tabella 1. Il prodotto pro capite e le sue componenti. Valori cumulati dei tassi di crescita espressi in percentuale, 1995-2007. Fonte: elaborazioni su dati Ameco.

  • Italia: 15.7
  • Spagna: 33.2
  • Francia: 21
  • Germania: 22.9
  • Usa: 25.6
  • Quota della popolazione in età da lavoro: –4.7, 1, –0.8, –3.6, 2.2
  • Tasso di occupazione: 14.8, 26.8, 5.6, –1.4, 0.9
  • Produttività per occupato: 5.6, 6.3, 16.1, 24.3, 22.5

Per iniziare, guardiamo cosa ci dice la scomposizione in questione per l’Italia. Ogni numero che compare all’interno della tabella rappresenta il valore cumulato della corrispondente grandezza indicata nella riga. Per il periodo 1995-2007, ad esempio in Italia nell’intero periodo il reddito è aumentato del 15.7%. Se scorriamo la stessa riga, ci accorgiamo che il reddito pro capite è cresciuto in Spagna più del doppio, mentre in Francia, in Germania e negli Stati Uniti la crescita è stata più elevata “solo” del 50%.

Le righe successive ci dicono a quali fattori è attribuibile la crescita in ciascun paese. La quota della popolazione in età da lavoro risente ovviamente di fattori demografici: quanti più “giovani” tra i 15 e i 64 anni confluiscono anno dopo anno in questa classe di età tanto più aumenta il valore cumulato della quota della popolazione attiva; viceversa, un valore negativo sta a testimoniare che la popolazione invecchia. Questa è la direzione in cui si è mossa l’Italia che in questo senso assomiglia alla Germania; somiglia invece molto meno a Spagna e Francia ed è molto diversa dagli Stati Uniti, dove la popolazione in età da lavoro è per contro cresciuta.

Agire su questo fattore non è compito agevole. Invertire una tendenza demografica non è facile. Per di più, l’invecchiamento della popolazione ha conseguenze negative non solo sul reddito pro capite ma anche sulla sostenibilità dello stato sociale. La stabilità finanziaria dei due cardini dello stato sociale, il sistema pensionistico e quello sanitario, risentono a loro volta della dinamica delle entrate e uscite.

Anteprima
Vedrai una selezione di 4 pagine su 15
Economia finanziaria - l'economia italiana negli anni duemila Pag. 1 Economia finanziaria - l'economia italiana negli anni duemila Pag. 2
Anteprima di 4 pagg. su 15.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Economia finanziaria - l'economia italiana negli anni duemila Pag. 6
Anteprima di 4 pagg. su 15.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Economia finanziaria - l'economia italiana negli anni duemila Pag. 11
1 su 15
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze economiche e statistiche SECS-S/06 Metodi matematici dell'economia e delle scienze attuariali e finanziarie

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia Finanziaria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Saltari Enrico.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community