Lezione 21 aprile 5. LA TEORIA DEL PREZZO LIMITE
Risale agli anni ’50; sviluppata con 3 contributi differenti: un economista italiano, Paolo Sylos Labini; Joe Bain; e Modigliani,
verso gli anni ’70. Questo modello si chiama anche Sylos – Bain – Modigliani.
È un modello molto utile perché come il ciclo di vita del prodotto ci è servito per capire al meglio tutto quello che abbiamo
imparato sull’organizzazione produttiva, era quindi un modo applicativo di utilizzare la produzione in parallelo, ln linea,
moltiplicazione, addizione; stessa cosa il modello del prezzo limite.
Il modello del prezzo limite ci serve soprattutto per iniziare ad utilizzare questi concetti (barriera, divisione del lavoro,
dimensione minima efficiente, ecc., differenze tra economy of change e economy of size); tutta una serie di concetti che
serviranno poi nell’antitrust.
Vediamo il modello. TEORIA DEL PREZZO LIMITE
Culp Q
Sembrerebbe, in un primo momento, di vedere l’asse cartesiano con costi e quantità tipico della curva dei costi medi fatta a
1; via via i costi decrescono al crescere delle quantità.
In realtà è molto diverso: abbiamo le quantità, e abbiamo i culp: costi unitari di lungo periodo.
Questa non è la curva dei costi medi, ma è la curva di attivazione degli impianti.
Culp È la curva dei costi medi
400 800 1200 1600 Q
È l’inviluppo delle curve di breve.
Con questa facciamo 200 quantità; se dobbiamo fare 300 o 400 quantità, nella nostra ipotesi (che poi è l’ipotesi reale) di non
perfetta reversibilità degli impianti, per fare 400 rispetto a 200, dobbiamo utilizzare un impianto differente.
Questo è il nostro impianto di moltiplicazione per 8; quello alla sua sinistra è l’impianto di moltiplicazione per 4; questi
due sono due organizzazioni produttive completamente differenti.
Queste curve qui dunque è l’inviluppo delle curve di breve, cioè io imprenditore prima devo fare una scelta (quanto produco?
400? 800? 1200? 1600?); una volta che scelgo (ad esempio 1200) faccio l’impianto per 1200, costruisco i miei macchinari per
fare le 1200 unità, i miei stampi, avvitatori, capannone, logistica del magazzino delle materie prime; una volta che ho scelto
quell’impianto, che ho quell’impresa, se ne faccio 1100 io mi muovo sempre qua (curva dei 1200) e ho dei costi maggiori; se
ne faccio 800 sono nella curva degli 800; così come se ne faccio 1300, perché sono in sotto capacità produttiva in un caso, e
in sovra capacità produttiva nell’altro (se ne devo fare 1300 devo fare straordinari, devo mettere le macchine al limite, poi
dopo non lo riesco più a fare). Invece nell’ipotesi neoclassiche che se io da 1200 ne devo fare 800, io come di magia mi sposto
sull’impianto ottimale di 800. Non e assolutamente vero.
Se ho un pullman per trasportare 120 persone e ne devo trasportare 80, ho 40 posti vuoti, non posso prendere un altro
pullman da 80 (e se invece lo faccio devo buttare via quello da 120).
Una volta che ho fatto la mia scelta di produzione, quella poi me la tengo; posso cambiarla, ma ha un costo enorme tant’è che
le imprese cambiano, si allargano, ecc., negli anni; dopo 10 anni crescono e aggiungono nuove unità, dopo 30 anni crescono
ancora, radono al suolo la vecchia e ne costruiscono una completamente nuova, ma non fanno quello che vogliono su e giù
per la curva.
Questo ci dice che quando noi decidiamo una produzione prendiamo una scelta, che è una scelta di medio lungo termine. Una
volta fatta questa scelta, noi per un periodo importante ce la dobbiamo tenere.
Questo ci fa vedere le curve che noi possiamo scegliere, cioè il livello di attivazione degli impianti che scegliamo; una volta
scelto però ci muoviamo su quello, sulla curva scelta.
Altra caratteristica di questa curva è che è una curva a L (vedi prima figura), cioè da un certo punto in avanti la curva è piatta,
non ci sono più economie di scala, i costi unitari non calano più.
La curva a L ci introduce il concetto di dimensione minima efficiente. Per introdurre questo concetto dobbiamo ri-tradurre
questa curva. PM
Qui scendono, Prezzo limite
D Quantità da produrre = Q -DME + 1
quindi è 1/, Culp
Prezzi
all’aumentare 2000 – 500 + 1 = 1501
1/Div
dell’extend
aumenta la division
of label, ma
essendo al #
denominatore Po te
PL re
calano i costi d i m erc ato
PC
499 2000
DME 1501 Q
500 Extend
La quantità la chiamiamo extend of the market. Quindi in questo punto avremo un extend molto minore e in questo punto
avremo l’extend massimo.
Sappiamo che tanto più aumenta l’extend of the market, tanto più aumenta la division of label.
Quindi, i costi saranno un reciproco della divisione del lavoro, ovvero che qui*
Quindi aumento dell’extend of the market, aumento della division of label, diminuzione dei costi unitari.
Questa curva quindi ci dice che tanto più aumenta il mio extend of the market, tanto più aumenterà la mia division of label,
tanto più i costi unitari saranno bassi. Quindi nel punto di produzione (in corrispondenza di 1/Div) a extend of the market 100,
la mia produzione degli spilli sarà divisa solo in 3 punti, quindi delle 18 fasi avrà una persona che ne fa 6, un’altra persona che
ne fa 6, e ancora un’altra persona che ne fa 6; è già migliore, quindi i costi diventano più bassi, di una persona che fa tutte le
fasi, però non è ancora iperspecializzata.
Se i nostri spilli diventano da 1000 a 2000, io posso dividere le fasi 4, 4, 4, 4, e quindi aumentare ancora la specializzazione. Se
qua (#) siamo a 3500, 2, 2, 2, e quindi una persona ne fa solo 2, diventa più veloce a fare quelle due.
Cosa accade in questo punto (DME; da questo punto in poi la curva diventa piatta)? Questo ci rappresenta dimensione minima
efficiente; quel livello di extend of the market, che data quella tipologia di produzione ci permette di dividere tutte le fasi in
fasi specializzate, cioè in questo punto la nostra divisione del lavoro degli spilli ha tutte le 18 fasi specializzate dedicate. Quindi
ognuna di queste fasi le fa una persona, è superspecializzata. Significa che se noi andiamo avanti, cioè invece di 500 ne
facciamo 1000 o 800, l’extend of the market aumenta ma noi non riusciamo più a specializzare ulteriormente quella
produzione. Per questo motivo la curva diventa piatta.
Tanto più una produzione è semplice, ha poche fasi, tanto più la nostra dimensione minima efficiente sarà a sinistra, vicina
allo 0, cioè gli basterà un extend of the market abbastanza piccolo per riuscire a specializzare tutte le fasi di produzione; tanto
più una produzione è articolata, complessa, tanto più avrà bisogno di un extend of the market molto ampio per riuscire a
dividere tutte le fasi di produzione. Quindi tanto più la nostra produzione è complessa, tanto più noi avremo una dimensione
minima efficiente che si sposta verso destra.
Servirà un extend of the market molto maggiore, più articolato, per poter dividere al meglio la nostra produzione del lavoro.
Quindi questa scala ci dà il rapporto tra estensione del mercato e divisione del lavoro. All’aumentare dell’extend of the market
aumenta la divisione del lavoro, aumentano le economie di specializzazione, diminuiscono i coti unitari di produzione; tuttavia
questa triangolazione ha un limite nella dimensione minima efficiente, che per quella data tipologia di produzione, quella data
organizzazione della produzione, oltre quell’extend of the market le fasi sono già completamente specializzate, e quindi non
possiamo più avere delle economie di specializzazione, e quindi la nostra curva inizia a diventare pari.
Riassumendo questa curva cosa significa? Oltre alla curva di attivazione degli impianti, rappresenta la nostra curva di
specializzazione produttiva.
In sintesi: abbiamo dunque iniziato la teoria del prezzo limite; abbiamo iniziato a disegnare una curva che mette in relazione
l’extend of the market con la divison of label, e quindi con le economie di specializzazione, la velocità, destrezza, abilità ed
accuratezza nel fare un bene, l’eliminazione dei tempi d’ozio, e nuovo modo per realizzare meglio quelle mansioni, in maniera
sempre più raffinata.
Tutto questo “pacchetto” ci fa scendere i costi unitari di produzione. Tuttavia questa disarticolazione del processo produttivo
in tante singole fasi non è infinita, ad un certo punto le abbiamo già specializzate tutte; a quel punto, un ulteriore extend of
the market non permette di dividere ulteriormente la produzione, e quindi la curva diventa pari.
Abbiamo visto il problema della curva a L, della curva di attivazione degli impianti, quindi costi unitari di lungo periodo;
l’abbiamo letta a modo nostro, dove le quantità diventando l’extend of the market, dove i costi unitari di lungo periodo
diventano il reciproco della divisione del lavoro, e quindi quella curva diventa la curva delle economie di specializzazione.
Abbiamo visto poi la DME, quindi la questione della dimensione minima efficiente, ovvero quel livello di produzione oltre il
quale non ci conviene più produrre, nel senso che non abbiamo più economie di specializzazione, perché oltre quel DME
abbiamo già specializzato tutte le singole fasi in particolari specifiche unità lavorative di produzione.
Dove andiamo a scegliere il nostro impianto?
Culp 400 800 1200 1600 Q
Possiamo scegliere una qualsiasi di queste unità produttive (da ricordare che una volta scelta, quella ci dobbiamo tenere),
quindi scegliamo di dimensionare il nostro impianto e quello abbiamo, non possiamo saltare da un impianto ad un altro come
se niente fosse.
Una domanda che ci poniamo è dove scegliamo di posizionarci per la produzione, data una domanda?
Abbiamo quindi la nostra DME, che abbiamo pensato a 500; quindi 500 è il nostro extend of the market che permette il
massimo della division of label; oltre la produzione di 500 (600, 700, 800,..) noi non possiamo più dividere la nostra produzione.
La domanda taglia la curva dei costi unitari di lungo periodo a 2000. Ora, se fossimo in perfetta concorrenza, il prezzo sarebbe
l’incrocio della domanda con il punto minimo dei costi medi:
Scegliamo quindi, se siamo in perfetta concorrenza, l’impianto per produrre 2000, ma così facendo i prezzi sono uguali ai costi,
e quindi non abbiamo nessun profitto. Il cosiddetto imprenditore Sisifo è quel mito, quella persona che portava su il sasso con
grandissima fatica, e appena l’aveva portato su dalla montagna ricrollava giù; lui ritornava a prenderlo, quindi c’è questo
infaticabile movimento; i nostri imprenditori non sono Sisifo, non mettono su un’impresa, i rischi di un’impresa per non
guadagnare nulla, solo per stare in pari con costi e prezzi, quindi devono riuscire a fare dei profitti.
Qual è il problema che se noi siamo nell’ipotesi di perfetta concorrenza, appena noi alziamo di poco il prezzo, quindi
à
produciamo meno quantità e alziamo il prezzo rispetto al prezzo di concorrenza, entrano subito degli operatori (ricordiamo
che non ci sono economie di scala, quindi la curva di offerta è esattamente orizzontale) e quindi il prezzo ritorna giù, schiacciato
al prezzo di concorrenza.
Il caso opposto è il caso del monopolio, con il prezzo di monopolio altissimo:
*
Più o meno è circa sulla DME; è chiaro che il prezzo di monopolio è qua (vedi figura), 10 volte più alto del prezzo di concorrenza
con questa rappresentazione grafica, è straordinariamente molto più alta, perché se noi siamo in monopolio fissiamo il prezzo
nell’incrocio tra i costi marginali e ricavi marginali.
L’area che troviamo, quindi le quantità che fissiamo da quell’incrocio, che sono molto minori delle quantità potenziali da poter
produrre, quindi dove la domanda incrocia i costi medi, ci permettono il massimo profitto. In altre parole, il rettangolo
composto da DME e PM, è molto maggiore dell’altro rettangolo come aree, e quindi il nostro guadagno è maggiore, cioè ci
conviene vendere 500 quantità a 100€ che 2000 a 10€. Tuttavia, per poter fissare il prezzo di monopolio e quindi per poter
fissare le quantità che vogliamo noi senza timore che nessuno entri, perché per fare quel prezzo di monopolio devo fissare
500, e perché allora non mi entrano tutti in questo spazio libero? Perché nel caso di monopolio, in questa ipotesi è un
monopolio istituzionale, cioè una compagnia di bandiera, come ad esempio era Alitalia per i traffici aerei, tratte aeree italiane,
era la compagnia di bandiera, quindi l’unica che poteva trasportare le persone; la stessa cosa la SIP per il telefono; ecc., cioè
noi siamo un monopolista istituzionale. Altro caso di monopolio temporaneo è un’impresa coperta da brevetto: abbiamo
parlato del compact-disk, inventato nel 1985 dalla Philips: ha un brevetto che dura 10, 20 anni, e per quel periodo lei è l’unica
a poter produrre il riproduttore di cd, a meno che non decida di vendere la licenza ad altri.
Se non abbiamo brevetti e non siamo coperti istituzionalmente, non è vero che per forza andiamo, perché 1: non è vero che
c’è perfetta entrata/uscita; 2: non è vero che gli impianti sono completamente reversibili, e quindi non ci sono economie di
scala, quindi fare 1, 10, 100, 1000, 2000, 20.000, ci costa uguale. Non solo diciamo che ci sono delle economie di scala, il
capannone, energia
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Economia Industriale
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1° modulo economia e politica industriale
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Economia industriale
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