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A.A. 2020/21

Appunti di

ECONOMIA E GESTIONE DELLE IMPRESE INDUSTRIALI

E INTERNAZIONALI

MOD. 2 (internazionale) – 87103

6 CFU

Prof. Ceraolo Silvia - 2 CFU

Prof. Magni Domitilla - 4 CFU

Testi di riferimento:

“Economia e gestione delle imprese internazionali 6 cfu” prof.ssa Mariella Piantoni -

McGraw Hill per i capitoli 1 2 3 4 5 9 Edizione 2020/21

“Strategie di internazionalizzazione” per il capitolo 2

Esami: QuestionMark – 45 minuti

3 domande aperte (punteggio da 0 a 5 punti) +

15 domande chiuse (1p se giusta, -0,5p se sbagliata, 0p se nessuna risposta)

Metodi didattici: Lezioni online, business cases, applicazioni scenari.

Executive summary:

Comprendere il contesto competitivo

Perché operare a livello internazionale

Le strategie di internazionalizzazione delle imprese

Il processo di internazionalizzazione delle imprese

Come entrare in un Paese estero 1

1 – 22/02/2021

CAP.1 - COMPRENDERE IL CONTESTO COMPETITIVO

Le dinamiche internazionali rilevanti per l’impresa

I flussi crescenti di transazioni fra paesi diversi rilevano che è in atto un processo grazie al

quale le filiere o le catene del valore che caratterizzano l’intero ciclo produttivo si stanno

dilatando nello spazio, sospinte da qualche forza di cui occorre indagare la genesi e

l’evoluzione.

Catena del valore: strumento che consente di determinare quali sono le attività primarie e di

supporto che contribuiscono a creare valore all’interno dell’impresa. Questo strumento di

per sé ha un valore molto più grande se associato a catene del valore di supplier/clienti

internazionali, ossia che operano in un Paese diverso rispetto all’impresa.

La gestione d’impresa richiede la comprensione di molteplici fattori di natura internazionale,

i quali rappresentano opportunità di sviluppo o, al contrario, potenziali criticità:

1) Mercato

2) Concorrenza

3) Organizzazione delle attività produttive

4) Sviluppo del capitale umano e delle risorse immateriali

1. La dimensione internazionale dei mercati

La dimensione internazionale dei mercati si manifesta in due modalità:

1) Nel rapido e intenso sviluppo di nuovi mercati geografici in «nuove» aree del mondo (es.

impresa italiana che punta a nuovi mercati e nuovi clienti, quindi a nuovi scenari geografici);

2) Un certo grado di omogeneizzazione delle esigenze e dei comportamenti della domanda

su scala internazionale (ossia cerco mercati in cui il target ha esigenze abbastanza simili ai

miei consumatori italiani): non mi posiziono in nuove aree (no nuove esigenze).

Paesi come Cina, India, Brasile e altri Paesi dell’estremo oriente e dell’Africa rappresentano

le sedi geografiche di nuovi mercati oramai vicini e importanti almeno quanto quelli dei Paesi

occidentali.

Per l’impresa, l’apertura internazionale dei mercati ha un segno ambivalente: (i) da un lato,

rappresenta una minaccia poiché la espone a una concorrenza più intensa, riducendo così

drasticamente i fattori di «protezione» nella sua area geografica di origine; (ii) al tempo

stesso, le offre l’opportunità di estendere rapidamente il proprio volume di affari e di

acquisire una significativa posizione estera.

L’omogeneizzazione della domanda costituisce un’ulteriore importante chiave di lettura della

globalizzazione. Il fenomeno si è rilevato meno lineare di come si prevedeva: uno dei nodi

principali rimane quello delle politiche di marketing internazionale dove si riscontra un trade

off tra lo sviluppo di un’offerta standardizzata nei diversi mercati geografici e la sua

differenziazione per tenere in debito conto le specificità di ciascuno di essi. 2

GLOBALIZZAZIONE: precisa scelta strategica e organizzativa nel modo di condurre le

attività internazionali di una impresa dilatazione spaziale delle filiere produttive alla ricerca

di una localizzazione ottimale. 2 – 23/02/2021

2. La concorrenza: l’emergere di nuovi sfidanti globali.

L’internazionalizzazione delle relazioni economiche è stato un fattore che insieme ad altri ha

favorito un forte aumento della competizione in quasi tutti i settori (i profitti tendono ad

appiattirsi/diminuire). Questo non solo per la progressiva riduzione delle barriere al

commercio internazionale, ma soprattutto per la nascita e la rapida affermazione di

moltissimi nuovi concorrenti provenienti da Paesi emergenti: tali imprese sono quindi i nuovi

protagonisti dell’offerta internazionale.

La concorrenza internazionale è dunque sempre più caratterizzata dalle imprese originarie

delle cosiddette «economie emergenti» o «in transizione». Tra questi Paesi ricordiamo Cina,

India, sud-est Asiatico, Africa etc.

Il rapido successo di questi «nuovi sfidanti globali» è spiegato da più fattori:

- Caratteristiche economiche e sociali del Paese, es. la crescita annuale del PIL;

- Dimensione del mercato locale: il mercato cinese è molto vasto rispetto a quello italiano;

- Basso costo degli input produttivi: materie prime, manodopera ecc.

Gli approcci strategici seguiti dai nuovi competitors globali (economie emergenti) per

competere al di fuori dei nuovi mercati sono di più tipi:

1. Joint venture: insieme temporaneo di due imprese che si accordano per avviare

determinati processi. È una soluzione strategicamente efficace per iniziare a competere in

un Paese al di fuori di quello originale, perché avere un’impresa che già opera sul territorio

permette di facilitare l’ingresso nel mercato estero;

2. Sviluppo a livello globale della linea di prodotti e del marchio consolidati nel mercato

locale: linee e brand forti nel nostro Paese vengono sviluppate a livello globale;

3. Elevati investimenti in R&S per garantire continua innovazione dell’offerta: grazie ad

accordi con imprese estere posso finanziare investimenti altamente innovativi e disruptive;

4. Specializzazione in una nicchia di mercato;

5. “Sfruttare” la grande disponibilità di risorse interne (all’impresa) per produrre anche per i

Paesi esteri, ad esempio risorse a livello finanziario, di brevetti, di macchinari ecc;

6. Sviluppare il modello di business interno e adattarlo all’esterno: capire come riadattare il

modello di business “nazionale” per replicarlo a livello internazionale. 3

3. L’organizzazione delle attività produttive

L’organizzazione internazionale della catena del valore.

La dimensione internazionale influenza fortemente l’organizzazione delle attività produttive.

Le imprese infatti vanno all’estero non necessariamente solo alla ricerca di nuovi mercati,

ma anche per gestire meglio il complesso delle attività della catena del valore (es. perché

all’estero quell’attività è più efficiente e quindi c’è maggior convenienza).

L’internazionalizzazione delle attività della catena del valore consente di sfruttare:

a) Costi di realizzazione delle attività;

b) Disponibilità delle risorse rilevanti;

c) Efficienza della logistica;

d) Vicinanza al mercato finale.

Il livello di proiezione internazionale dell’attività produttiva di una determinata impresa può

essere misurato utilizzando l’«indice di transnazionalità», definito dalla sintesi del peso che

gli asset, il valore aggiunto e gli occupati all’estero hanno sul totale:

I = a*K + b*X + c*y 0 > I > 1

- K = rapporto tra le immobilizzazioni investite nei Paesi esteri e il totale delle immobilizzazioni

- X = rapporto tra gli occupati nelle sedi estere e il totale degli occupati

- Y = rapporto tra il valore aggiunto realizzato nei Paesi esteri e il totale del valore aggiunto

- a,b,c = parametri di ponderazione delle variabili considerate, con valori compresi tra 0 e 1

Maggiore è il peso delle attività all’estero, maggiore è stata conveniente

l’internazionalizzazione. 4

L’acquisizione delle risorse rilevanti su scala internazionale

Diretta conseguenza dell’organizzazione a livello sovranazionale del processo produttivo, è

il fatto che i gruppi di grandi dimensioni e anche molte medio-grandi imprese gestiscono gli

approvvigionamenti su scala internazionale.

Nel gruppo, viene costituita una unità organizzativa dedita alla selezione di un numero

relativamente limitato di fornitori «eccellenti» per una determinata macro-area geografica.

Il global sourcing non esclude tuttavia che l’impresa mantenga e sviluppo le relazioni con

fornitori locali, a condizione che questi abbiamo la capacità produttiva e le competenze

organizzative per estendere la loro collaborazione e livello internazionale.

4. Lo sviluppo del capitale umano e delle risorse immateriali

L’elevata interazione tra mercati e attori implicita nella globalizzazione ha determinato una

tendenziale omogeneizzazione internazionale dei modelli di gestione del sistema aziendale.

In tutte le unità appartenenti a un gruppo internazionale si tende ad applicare uno stesso

apparato di norme interne e analoghi meccanismi gestionali.

Assume cruciale importanza il raggiungimento di un equilibrio efficace tra l’autonomia delle

singole consociate e il controllo sul loro operato per garantire la necessaria unitarietà e

coerenza tra le azioni svolte da ciascun componente del gruppo.

L’estensione mondiale delle attività dell’impresa pone un limite intrinseco ai meccanismi di

controllo di tipo burocratico o di natura gerarchica.

Sempre di più, le forme di controllo strategico a livello internazionale sono basate

sull’adesione di obiettivi e orientamento di fondo comuni condivisione di valori, senso di

appartenenza, collaborazione su progetti comuni in Paesi diversi. A tal fine, sono

frequentemente utilizzati strumenti come grandi convention tra manager di tutti i Paesi; rete

intranet; meccanismi di carriera internazionale.

L’internazionalizzazione si manifesta in maniera rilevante anche nella gestione del capitale

umano. La presenza dell’impresa in molti Paesi implica che le risorse umane che ne fanno

parte siano fortemente eterogenee dal punto di vista della nazionalità di provenienza, ma

anche dei valori, delle aspettative e delle abitudini.

La forte eterogeneità del capitale umano ha riguardato anche i livelli dirigenziali e di vertice.

Questa tendenza è spiegata dal fatto che la globalizzazione del business richiede un

management altrettanto globalizzato.

L’obiettivo di disporre di un capitale umano «eccellente» implica l’opportunità di ricercare le

risorse umane a elevato potenziale anche al di fuori del Paese di origine dell’impresa.

L’eterogeneità del capitale umano operante nelle imprese internazionali va considerato

anche come un fattore di competitività la «diversità», intesa come presenza all’interno di

un’organizzazione di persone portatrici di competenze, esperienze e sensibilità diverse, va

considerata come un elemento basilare per il potenziale successo di tale organizzazione.

L’eterogeneità rappresenta in sé una sfida per qualsiasi organizzazione che, per sua

(dell’azienda) natura, tende a privilegiare coesione e stabilità diversity management.

→ 5

3 – 01/03/2021

La dinamica del commercio estero.

Nel 2018, il commercio mondiale (importazioni più esportazioni) ha raggiunto un valore

complessivo stimato di 25,4 trilioni di dollari americani. Rispetto al 2017 si registra un

incremento del 2% per le merci e del 5,6% dei servizi.

MERCI. Nel 2018 è proseguito il forte incremento delle esportazioni: nel periodo 2016-2018

infatti si è avuto un incremento complessivo del valore dei flussi di merci di oltre il 20%.

SERVIZI: nel biennio 2016-2018 sono aumentati molto (circa l’8%) per ciascun anno.

Dal 2018, le esportazioni tra i Paesi emergenti (c.d. «South-South trade») sono state

costantemente intorno al 52% del totale (di tutto il commercio estero), superando quindi le

esportazioni dai Paesi emergenti versi i Paesi sviluppati. Negli anni precedenti fino al 2008,

il rapporto è stato circa il contrario.

Il primo posto per le esportazioni lo detiene la Cina, il Paese che esporta di più a livello

globale. L’Italia se la cava comunque bene, ovviamente con performance non paragonabili

a quelle cinesi.

Anche per quanto riguarda le importazioni l’Italia ha una buona posizione. In tal caso il primo

Paese al mondo sono gli Stati Uniti (che nelle esportazioni erano secondi) e al secondo posto

troviamo la Cina (che nelle esportazioni era prima).

Gli investimenti diretti esteri (IDE): definizione e dimensioni.

L’investimento diretto estero (IDE) è un investimento realizzato da un’organizzazione

localizzata in un determinato Paese in un’impresa residente (già esistente o creata ex novo)

in un altro Paese, finalizzato ad acquisire il controllo e a gestirne le attività in maniera

integrata e funzionale alle proprie.

I flussi di IDE sono determinati dai flussi di capitale impiegato dall’investitore per acquistare

il controllo di una struttura estera.

Gli IDE hanno una duplice e speculare natura: (a) sono investimenti in entrata quando si

considerano dal punto di vista del Paese in cui questi sono realizzati, cioè investimenti che

«entrano» in un determinato territorio realizzati da imprese localizzate in altri Paesi; (b) sono

investimenti in uscita quando sono considerati dal punto di vista del Paese dove ha sede

l’impresa che li realizza, cioè che «escono» da un determinato territorio e realizzati in un

Paese diverso da quello dove ha avuto origine l’impresa che lo realizza. 6

Nel 2018, i flussi di investimenti esteri «in entrata» sono stati intorno ai 1,4 trilioni di dollari,

in costante diminuzione dal 2015. In particolare, nell’ultimo anno i flussi sono crollati in

Europa (del 55%) ma anche negli Stati Uniti (del 4%); della stessa percentuale sono

aumentati in Asia.

Lo stesso destino è accaduto anche ai flussi «in uscita».

Gli IDE hanno un ciclo di vita. La teoria del ciclo di vita internazionale degli IDE sostiene

che i flussi di IDE in uscita e in entrata di un Paese tendono a essere correlati al suo sviluppo

economico: in particolare, i flussi di IDE in uscita si manifestano solo nei Paesi che hanno

raggiunto un certo grado di maturazione economica, sociale, territoriale, politica ecc e

dispongono di un sistema di imprese sufficientemente competitive a livello internazionale.

1. Nelle prime fasi, il Paese non è né investitore internazionale (non riesce a fare IDE in

uscita), né è in grado di attrarre IDE dall’estero (IDE in entrata), in sostanza il Paese non è

molto sviluppato. IDE netto = 0: non ci sono IDE né in entrata né in uscita;

2. Nella fase di transizione (economie emergenti) verso il consolidamento, tendono a

prevalere gli IDE in entrata. IDE in entrata > IDE in uscita: questo tipo di economie emergenti

riesce ad attrarre gli investitori internazionali, tuttavia il sistema economico poco sviluppato

non permette di realizzare IDE in uscita;

3. Nella fase di piena crescita industriale, il flusso netto di IDE (IDE in uscita – IDE in entrata)

tende ad essere positivo. IDE in uscita > IDE in entrata: il Paese è molto internazionalizzato,

le aziende tendono ad avviare processi all’estero, più di quanto il Paese riesca ad attrarre;

4. Nelle fasi di ulteriore crescita, il saldo tra IDE in entrata e in uscita tende a tornare in

equilibrio. IDE in uscita = IDE in entrata: il Paese è così solido che gli IDE in entrata

eguagliano quelli in uscita.

Le modalità di realizzazione di un investimento diretto estero.

Due modalità:

1. Insediamento di nuove strutture produttive (stabilimenti, impianti, strutture logistiche,

uffici, reti operative, centri di ricerca ecc…) che implicano l’incremento della capacità

produttiva nel territorio ospitante. IDE greenfield

2. Acquisizione della proprietà (o di una quota di controllo) di aziende già esistenti nel Paese

estero. IDE brownfield

→ 7

Distinguiamo quindi:

• IDE di tipo greenfield, quando una multinazionale investe creando ex novo un’attività

produttiva all’estero;

• IDE di tipo brownfield, quando un’impresa multinazionale acquisisce il controllo di

un’impresa estera già esistente:

- operazioni di acquisizione di un’impresa consociata;

- operazioni di fusione, quando due imprese, residenti in Paesi diversi, decidono di

fondersi.

Occorre inoltre considerare che una parte consistente degli IDE è finalizzata alla creazione

delle cosiddette special purpose entities (SPES), cioè società all’estero che servono per

beneficiare dei vantaggi fiscali e finanziari garantiti da alcuni Paesi alle società estere (Paesi

Bassi, Lussemburgo, Hong Kong).

Gli investimenti greenfield.

Si prevede che nei prossimi anni il peso delle economie emergenti continuerà ad aumentare

sia come origine sia come destinazione dei flussi di greenfield. Da un’indagine condotta su

Word Investment Report si è notato che le aree maggiormente preferite per la localizzazione

degli IDE si evidenziano in Paesi come la Cina, seguita dagli Stati Uniti, Indonesia, India,

Brasile e Germania, Regno Unito e Tailandia.

Tra le prime 17 destinazioni, 12 sono Paesi emergenti o in transizione.

Negli ultimi 5 anni sono stati annunciati ben 5300 investimenti greenfield in R&D, pari a circa

il 6% del totale dei progetti e in forte crescita rispetto agli anni precedenti.

La posizione dell’Italia nei flussi di IDE.

Tra i Paesi avanzati, l’Italia è all’ultimo posto in termini di flussi di valore complessivo degli

investimenti esteri in entrata. Nel periodo 2014-2018, nel nostr

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/08 Economia e gestione delle imprese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher letiziaarmanni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di economia e gestione delle imprese internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Magni Domitilla.
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