IL PROCESSO DI INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE
GLOBALIZZAZIONE E IMPRESA
Globale = progressiva estensione a livelli geografici sempre più ampi dei confini dei sistemi economici,
produttivi e di mercato, in precedenza circoscritti alla dimensione nazionale o addirittura sub-nazionale.
La globalizzazione ha creato aree geografiche sempre più vaste e integrate al loro interno, con un’elevata
mobilità delle risorse fisiche (merci, persone, attività economiche). Si crea un’interdipendenza tra i fenomeni
economici e i comportamenti delle imprese che operano in aree geografiche diverse.
La conoscenza non è più creata e detenuta in un solo centro ma esistono diversi centri di generazione della
conoscenza, che viene distribuita a livello internazionale.
Aspetti complementari della globalizzazione:
− Interconnessione: trasferisce la conoscenza da un luogo all’altro, crea dipendenza tra una zona e l’altra.
A livello macro si parla di interconessione tra i paesi, a livello micro aumenta la scala di produzione, a
livello di prodotto si standardizza la produzione.
− Differenziazione: crea differenze tra le varie aree geografiche
A livello macro si parla di localismo, a livello micro significa radicamento delle risorse, a livello di prodotto
significa differenziazione produttiva.
La globalizzazione tende a omogeneizzare i comportamenti delle aziende nelle aree del mondo ma allo stesso
tempo tende a creare delle differenze a livello locale.
→
Il globale non è destinato a sopprimere il locale GLOCALIZZAZIONE: prodotto globale ma differenziato a
livello locale. “Think global act local”.
Prima degli anni ’80 c’era un orientamento al prodotto, successivamente l’attenzione è andata al mercato
(concetti di domanda e offerta), adesso l’attenzione è rivolta al cliente. Per realizzare la costumer satisfaction il
prodotto viene realizzato sulla base delle esigenze dei consumatori locali.
La globalizzazione influenza il comportamento strategico dell’impresa da 5 punti di vista:
1. MERCATO: la globalizzazione offre all’impresa nuove opportunità di mercato.
− Sviluppo di nuovi mercati geografici (es. paesi Europa dell’est, Corea del Sud, Malaysia, India, Brasile..).
→
Liberalizzazione negli scambi commerciali e negli investimenti produttivi (Mod a basso costo)
sfruttamento di paesi non industrializzati.
Le aziende hanno usufruito dello sviluppo di nicchie globali (segmenti di mercato identici in tutti i paesi).
La globalizzazione per l’impresa locale è da un lato una minaccia, poiché la espone a una concorrenza più
intensa, dall’altro lato un’opportunità di entrare in mercati nuovi, con tassi di crescita della domanda
maggiori rispetto a quelli dei paesi industrializzati, e di ottenere performance migliori. La globalizzazione
favorisce le imprese che replicano all’estero i fattori di successo sviluppati nel contesto competitivo di
origine.
− Omogeneizzazione della domanda internazionale da parte dei consumatori: livellamento dei bisogni e dei
prodotti. Omogeneizzazione del comportamento dei consumatori. Nel momento in cui il consumatore
diventa più evoluto, l’omogeneizzazione è limitata (esigenze, culture diverse glocalizzazione).
→
− Effetti sulle dinamiche competitive: si è determinata una crescente interdipendenza tra le varie zone
geografiche del mondo. La globalizzazione determina in termini di prodotto una sorta di curvatura o
differenziazione in funzione delle esigenze dei consumatori: si sviluppa su scala internazionale un prodotto
originariamente progettato solo per il mercato nel Paese di origine.
2. CONCORRENZA: la globalizzazione incrementa la concorrenza all’interno del mercato di operatività e
sui mercati esteri.
− Competitività: nuovi soggetti che concorrono nel mercato nazionale
− Paesi emergenti ed economie in via di transizione (India, Russia). Le aziende riescono a concorrere con i
paesi industrializzati grazie a vantaggi ambientali, ovvero a caratteristiche insite nel paese di appartenenza.
vantaggi ambientali
Tra i vi sono:
→ le dimensioni del mercato nazionale:molto ampie, offrono alle imprese la possibilità di crescere a una
velocità molto elevata
→ il costo dei fattori produttivi e del lavoro: molto basso
→ il presidio del mercato nazionale: crescere in un paese in via di sviluppo è complicato: è necessario
affrontare sfide dal punto di vista logistico, amministrativo, ecc. Di conseguenza queste aziende
maturano delle competenze più evolute rispetto a quelle dei paesi sviluppati e riescono a presidiare
più facilmente i mercati esteri.
→ lo sviluppo internazionale: si confrontano con le aziende dei paesi industrializzati e sviluppano la
capacità di avere una visione globale del business. Organizzano le proprie attività su scala sovra-locale,
sfruttando le interrelazioni che esistono tra i diversi territori.
Nella prima fase del loro sviluppo internazionale, la maggior parte dei nuovi sfidanti globali ha privilegiato
la crescita per via interna o attraverso la costituzione di joint venture. In questi ultimi anni, hanno iniziato
ad essere frequenti anche le acquisizioni o lo scambio di partecipazioni con gruppi occidentali.
Approcci delle aziende nei paesi emergenti :
a. Sviluppo a livello globale della linea di prodotti e del marchio consolidati nel mercato locale.
Politica di portafoglio marchi: comprare nelle varie zone del mondo marchi già conosciuti consolidati
a livello nazionale per espandersi più velocemente. In questo modo l’azienda riesce ad entrare anche
in particolari segmenti di mercato.
In alternativa, l’azienda lancia un brand che ha avuto successo a livello nazionale in mercati
internazionali.
b. Sviluppo della ricerca e sviluppo per garantire continua innovazione dell’offerta, in relazione alle specifiche
esigenze nei diversi mercati geografici.
Queste aziende vogliono essere innovative a livello: di prodotto, per incontrare i bisogni differenziati
dei consumatori; di personale (formazione del capitale umano); di qualità.
c. Specializzazione in una nicchia di mercato. Specializzarsi in determinate produzioni per raggiungere
rapidamente una posizione di leadership a livello internazionale.
d. Risorse naturali: sfruttare la grande disponibilità di materie prime accompagnata al basso costo della
manodopera per aumentare la scala di produzione
e. Replica del modello di business: replica un modello vincente sul mercato interno nei mercati dove si
intende essere presenti, adattandolo alle specificità del contesto geografico.
Nel 2008 i paesi emergenti hanno rappresentato il
28% del totale, in aumento rispetto al 21% del
2002 ed appena l’8% del 1992.
3. PRODUZIONE: la globalizzazione provoca una produzione multilocalizzata, in funzione della
convenienza economica a produrre in determinato paese piuttosto che in un altro. Localizzazione non solo
nazionale ma anche estera delle attività produttive.
Gli obiettivi strategici che si pone l’azienda sono:
− la presenza internazionale: per essere maggiormente radicati anche in funzione delle vendite
− vantaggi di localizzazione:
a. costi di produzione minori
b. disponibilità e differenziazione di risorse
c. vantaggi di mercato un mercato estero può essere anche un mercato di sbocco/ presenza di
distretti in determinati aree geografiche
d. logistica: dotazioni infrastrutturali vantaggiose l’indice di
Il livello di internazionalizzazione dell’attività produttiva può essere misurato usando
transnazionalità
, definito dalla sintesi del peso che gli asset, il valore aggiunto e gli occupati all’estero
hanno sul totale. L’ indice si esprime in questo modo:
It= a*k + b*X +c*Y
0< It < 1
k= rapporto tra le immobilizzazioni investite nei paesi esteri e il totale delle immobilizzazioni
X= rapporto tra occupati nelle sedi estere e il tot degli occupati
Y= rapporto tra valore aggiunto realizzato nei paesi esteri e totale del valore aggiunto
a,b,c= parametri di ponderazione delle 3 variabili considerate con valori compresi tra 0 e1
I settori dove risulta maggiore la diffusione transnazionale delle imprese sono l’elettronica, la chimica e, in
misura minore, l’alimentare.
Un altro indicatore per descrivere il livello di globalizzazione delle imprese è il network spread
Index, cioè il rapporto tra numero di paesi dove un’impresa ha società controllate e il numero di
paesi dove potrebbe essere presente con il controllo di società estere. Questo indicatore misura il
grado di concentrazione geografica della presenza produttiva internazionale.
NSI = n/n* = n/187 (2009)
I settori dove la concentrazione è maggiore sono le costruzioni e le utilities e la produzione di energia
elettrica.
4. RISORSE: la globalizzazione provoca effetti in termini di risorse finanziarie, materie prime e risorse
umane (organizzazione).
− Risorse finanziarie: L’apertura internazionali dei mercati finanziari ha portato alla creazione di strumenti
finanziari molto sofisticati (capitali di debito, prestiti, capitali di rischio…) che hanno permesso gli
investimenti produttivi all’estero. Sono state rese possibili tutte quelle operazioni di fusioni e acquisizioni
di grande portata tra aziende appartenenti a paesi diversi.
− Approvvigionamenti: si parla di global sourcing, ovvero catene di produzione globali. La casa madre
individua un gruppo di fornitori eccellenti per le varie macroaree nelle quali è presente e affida a questi
fornitori la propria supply chain, necessaria alla sua operatività. Le grosse aziende di fornitura concludono
un rapporto commerciale nel quale vengono stabiliti dalla casa madre i contenuti generali e il grado di
qualità della fornitura, il listino prezzi e il grado di esclusività del rapporto di fornitura. A livello locale si
stabiliscono ad es. aspetti logistici, tempi e modalità di esecuzione della fornitura, adattamenti locali del
prodotto. Il fornitore è un partner aziendale molto importante. Oltre ai grandi fornitori internazionali si
scelgono dei fornitori locali che affiancano quelli internazionali nella fornitura di beni più differenziati.
I fornitori locali devono avere capacità produttive e competenze organizzative che permettano di estendere
la loro collaborazione a livello internazionale.
− Conoscenza: tramite la globalizzazione le aziende acquisiscono conoscenza e possono produrre beni ad
elevato contenuto di know-how. Partecipazione a progetti di ricerca internazionale (partenariato nel quale
partecipano aziende, università, organismi scientifici…).
− Materie prime: la globalizzazione ha determinato un incremento della domanda di materie prime, che
sono risorse scarse. Fenomeno della competizione tra governo americano e governo cinese.
5. VALORI E PERSONE: prima della globalizzazione ogni azienda aveva un suo modello di gestione, con la
globalizzazione anche i modelli di gestione e valori aziendali si internazionalizzano (standardizzazione).
− Omogeneizzazione di modelli gestionali e valori aziendali. Un primo problema che si incontra nella
globalizzazione di un’azienda è il difficile equilibrio tra autonomia e controllo: le filiali estere vogliono
sempre più autonomia mentre la casa madre cerca di mantenere un’unità all’interno del gruppo in termini
di mission, valori e modelli gestionali. Le filiali devono aderire ad obiettivi ed orientamenti comuni
definiti dalla casa madre.
− Gestione globalizzata delle risorse umane: le risorse umane dei vari paesi hanno valori, aspettative, esigenze
diverse.
− Globalizzazione della nazionalità del capitale sociale: corrispondenza tra nazionalità dell’azionariato e della
casa madre. Funzione manageriale di diversity manager che ha il compito di gestire la diversità: valorizza le
qualità di persone che provengono da determinate zone del mondo e che hanno caratteristiche che
possono essere dei punti di forza per l’azienda.
Equilibrio tra omogeneità ed eterogeneità.
Tre fasi dell’internazionalizzazione:
− Opzione strategica
− Leva competitiva (costi di manodopera più bassi)
− Necessità per la sopravvivenza
LA DINAMICA DEL COMMERCIO ESTERO
TABELLA esportazioni/importazioni mondiali di merci.
Paesi più importanti per quota di esportazioni (stessa cosa per le importazioni):
− Cina 11,7%
− Stati Uniti 8,4%
Il primato per i servizi lo detengono gli USA.
AGGIORNAMENTO 2019.
Export: è sempre la Cina che comanda (13%). Stai Uniti sono all’8,8%. Italia è ancora al 2,8%.
Import: Paese principale importatore sono gli USA (bilancia dei pagamenti tremendamente in disavanzo) e
non più la Cina. La Cina importa per il 10,7%. L’Italia è ancora al 2,5%.
GLI INVESTIMENTI DIRETTI ESTERI (IDE)
IDE= investimento fatto per acquisire una “voce effettiva” o un “interesse durevole” in un’impresa che opera
in un Paese diverso da quello in cui risiede l’investitore
Gli investimenti diretti sono quegli investimenti che consentono di acquisire delle partecipazioni in aziende
estere (o viceversa: esteri acquisiscono partecipazioni in nazionali) con l’obiettivo di svolgere in quest’ambito
una gestione attiva.
WIR = world investment report
→ Possesso di titolarità di almeno il 10% delle azioni ordinarie o del diritto di voto
Investimenti di portafoglio, implicano una partecipazione minoritaria e vengono effettuati principalmente
→ con obiettivi di investimento
Investimenti diretti, destinati ad acquisire una partecipazione maggioritaria con l’obiettivo del controllo
del capitale sociale
IDE: CONCETTO FLUSSO E STOCK
FLUSSI: sono rappresentati da quei capitali usati per acquisire il controllo della società estera e darle una
struttura finanziaria e sono:
− equity
− utili prodotti dall’impresa estera e reinvestiti al suo interno
− prestiti intra-company: per finanziare una filiale all’estero si fanno dei prestiti o come casa madre, oppure
attraverso un travaso di fondi da cash rich a cash poor ( anche se in questo potrebbero crearsi dei problemi
con la finanza, in quanto si trasferisce liquidità da paesi ad alta tassazione a paesi a bassa tassazione)
utilizzo quindi dei prezzi di trasferimento per effettuare i prestiti intra-company
→
STOCK: si fa riferimento al valore del capitale netto (capitale sociale + riserve) delle società controllate
all’estero + il loro indebitamento netto verso la controllante o altre società dello stesso gruppo
IDE in entrata ed in uscita: gli ide in entrata sono gli investimenti che entrano in un determinato territorio e
realizzati da aziende appartenenti al di fuori del territorio, mentre quelli in uscita sono investimenti che escono
da un determinato territorio e realizzati in un Paese diverso da quello dove ha avuto origine l’impresa che li
realizza.
LA TEORIA DEL CICLO DI VITA INTERNAZIONALE DEGLI IDE sostiene che i flussi di IDE in uscita
e in entrata di un Paese tendono a essere correlati al suo sviluppo economico. La teoria definisce cinque fasi
della crescita economica di un Paese nelle quali i flussi in entrata e in uscita degli IDE hanno diverse
dinamiche. Nelle prime fasi, in cui il livello di sviluppo economico è molto basso, il Paese non è né investitore
internazionale né è in grado di attrarre IDE dall’estero, per cui il flusso netto è prossimo allo zero. Nelle fasi di
transizione verso il consolidamento tendono a prevalere IDE in entrata, perché il Paese inizia a offrire buone
opportunità di insediamento produttivo agli operatori internazionali (bassi costi di produzione, elevata crescita
del mercato locale, facilitazioni amministrative): cominciano a fluire flussi economici dall’estro.
Nella fase successiva, di pieno sviluppo economico, il flusso netto di IDE tende ad essere positivo: questo vuol
dire che ci sono molti IDE in uscita (le aziende investono all’estero, prevale l’effetto di internazionalizzazione
attiva delle imprese locali). Infine, nelle fasi di ulteriore crescita, il saldo tra IDE in entrata e in uscita tende a
tornare in equilibrio, poiché la capacità di attrazione diviene analoga alla capacità di andare all’estero.
Nelle diverse fasi del ciclo cambia anche la natura degli IDE: nelle fasi iniziali di sviluppo economico di un
Paese, gli IDE in entrata riguardano investimenti in materie prime e nel manifatturiero a bassa intensità di
tecnologia; man mano che il Paese migliora il proprio sviluppo economico e industriale, aumenta la presenza
di IDE in settori ad alto valore aggiunto.
Esistono tuttavia Paesi con un simile grado di sviluppo ma con un flusso netto di IDE molto diverso: la
capacità di attrarre IDE e di realizzare IDE in altre zone geografiche è correlata anche alle specificità della
struttura industriale e imprenditoriale del paese, all’efficacia delle politiche per il rafforzamento della sua
attrattività (politiche di incentivazione) e alle specificità logistiche del Paese.
MODALITÀ DI REALIZZAZIONE DI UN IDE
Gli IDE sono anche una delle quattro modalità operative d’ingresso in un Paese estero:
− costituzione di una o più filiali all’estero: incremento netto di capacità operativa; la costituzione può essere
di due tipi:
→ greenfield: costruzioni su aree mai usate prime. Insediamento di nuove strutture produttive.
→ brownfield: riguarda tutte quelle attività che vengono create attraverso la riconversione di aree
precedentemente utilizzate per altro
− acquisizione (della proprietà o di una quota di controllo) di aziende locali, che possono portare alla
creazione di:
→ filiale/consociata produttiva: obiettivo solo produttivo
→ filiale/consociata produttiva e commerciale: produce e vende (mercato di sbocco nuovo) →
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