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8) sistemi organizzativi sociali, (istituzioni politiche, pubblica amministrazione, imprese, ecc.).

I vari sistemi vengono distinti tra loro sulla base di una o più caratteristiche significative.

In questo impegno di classificazione, nei primi anni di sviluppo della teoria, si sono particolarmente distinti

Stafford Beer e Ludwig Von Bertalanffy.

Il Beer ha proposto i seguenti due importanti criteri di classificazione dei sistemi: la complessità e la

prevedibilità.

Per quanto attiene al criterio della complessità egli ha individuato tre diverse categorie di sistemi:

a) sistemi semplici, ma dinamici;

b) sistemi divenuti complicati

c) sistemi eccessivamente complessi.

Con riferimento all'altro criterio di classificazione, l'elemento discriminante è rappresentato dal grado di

prevedibilità del sistema:

a) nei sistemi deterministici l'operare delle singole parti è perfettamente prevedibile;

b) nei sistemi probabilistici, pur potendosi fare previsioni sufficientemente prossime al manifestarsi

dell'attività del sistema, non sono possibili previsioni dettagliate e precise.

Una classificazione che ha consentito interessanti elaborazioni scientifiche è quella proposta da Ludwig Von

Bertalanffy e già considerata in precedenza: si tratta della distinzione tra sistemi “chiusi” e sistemi

“aperti”.

Il sistema è “chiuso” nel caso in cui si consideri isolato dall'ambiente circostante e quindi se si reputa

che il suo modo d'essere e di divenire dipenda da “forze” interne al sistema stesso;

il sistema si considera “aperto” se esistono interazioni con altri sistemi, o più in generale rispetto al

contesto nel quale è inserito: l'interdipendenza determina influssi del sistema sul suo esterno e influssi

opposti.

La dottrina ha presentato, come esempi di sistemi chiusi, il regolatore di Watt e molti altri sistemi di tipo

meccanico e come esempi di sistemi aperti il sistema uomo, l'impresa, lo Stato, ecc.

Il concetto di sistema chiuso nella realtà pratica è una mera astrazione in quanto nessuna entità è di fatto

completamente indipendente dal contesto del quale fa parte.

Per esempio teoricamente può considerarsi sistema chiuso un ambiente abitativo con porte e finestre che

siano appunto chiuse: ma di certo l'ambiente circostante influisce sulle condizioni di tale locale, tanto è vero

che esso avrebbe una temperatura interna differente, a parità di ogni altra condizione, se fosse ubicato

all'equatore ovvero al polo.

La distinzione tra sistema chiuso e aperto risulta attualmente superata da altra proposta ritenuta più

puntuale. La nuova distinzione che si propone individua, rispetto alle relazioni con il proprio “esterno”

tre tipi di sistemi:

a) sistema isolato che, a somiglianza del sistema chiuso della classificazione iniziale, si caratterizza per

non avere nessuna relazione col proprio esterno;

b) sistema aperto dotato di integrazione interna, il quale si caratterizza per essere in grado di regolare le

relazioni con il proprio esterno, utilizzando ciò che determina vantaggi e impedendo l’ingresso al proprio

interno di ciò che potrebbe determinare svantaggi. Affinché ciò avvenga il sistema deve essere dotato di un

confine selettivo costituito in vario modo in relazione alla propria natura;

c) sistema aperto non dotato di integrazione interna.

Come si nota nella nuova classificazione di sistemi rispetto alle relazioni con il proprio esterno, la

categoria di cui alla lettera a) (sistema isolato) è sostanzialmente rimasta immutata, mentre la categoria del

precedente “sistema aperto” risulta ripartita nelle due fattispecie definite in relazione all’esistenza della

“integrazione interna”.

3.3.7. Distinzione tra il sistema e il proprio ambiente: il confine

Esaminare le possibili relazioni intercorrenti tra il sistema e il contesto più generale del quale esso fa’

parte, costituisce un'esigenza inderogabile nell'approccio per sistemi sia perché come notato essa è più

propriamente una “Teoria dei sistemi aperti”, sia perché essa ha nello studio delle “relazioni” un aspetto

decisamente caratterizzante. Tale esame richiede preliminarmente l'assunzione di due concetti

apparentemente semplici: il concetto di interno e il concetto di esterno.

La semplicità dei termini “interno” e “esterno” si verifica con facilità nel caso di entità che possono

considerarsi unità globali, come la biglia o il foglio di carta. In questi esempi non si ipotizza l'esistenza di

relazioni tra l'unità globale e il suo “esterno” e di conseguenza non sorgono particolari problemi: l'interno

della biglia è ciò che sta dentro la sua superficie, mentre l'esterno sta al di là della superficie e questa

costituisce la frontiera tra l'unità globale e il suo esterno.

Se nel caso di entità semplici o relativamente semplici i concetti di interno e esterno e di frontiera o confine

non determinano difficoltà scientifiche e operative che siano insormontabili, utilizzare gli stessi concetti con

riferimento ai sistemi è decisamente meno agevole. Non per questo è opportuno rinunciare a tali nozioni,

anche perché il loro uso è ancora più utile se riferito alle entità più complesse e in particolare ai sistemi.

Il confine può svolgere tre distinte funzioni, due delle quali sono assolutamente intuibili.

Ci si riferisce alla funzione di demarcazione o distinzione dell'esterno dall'interno e alla funzione di

comunicazione che il confine stesso consente dell'esterno con l'interno, e viceversa. La terza funzione è un

poco più complessa: consiste nel filtrare tutto ciò che proviene dall'esterno in modo da consentire il

passaggio delle influenze positive e l'impedimento del passaggio delle influenze negative. Questa terza

funzione di filtro è propria esclusivamente dei sistemi che hanno l’integrazione interna ma non dei sistemi

aperti e di quelli isolati.

Più esattamente, nel sistema isolato il confine ha esclusivamente la funzione di demarcazione; nel sistema

aperto unitamente a questa ha anche la funzione di comunicazione; nel sistema chiuso (questo sistema

talvolta si qualifica anche con l'espressione “aperto con integrazione interna”) il confine svolge tutte e tre le

funzioni, cioè quella di demarcazione, quella di comunicazione e quella di filtro.

Il contesto nel quale l’ entità considerata è “inserita” o comunque nel quale “si trova”, si denomina

ambiente. Si può affermare che non solo l'ambiente è “ciò che si trova fuori del sistema” o, come pure si

afferma, “il limite del sistema” ma che esso è anche la fonte di molte circostanze che caratterizzano il

modo d'essere e di divenire del sistema.

3.3.8. Ordine gerarchico, distorsioni e subottimizzazione

E’ norma che ogni sistema rientri in un ordine gerarchico, nel senso che sia sotto-ordinato rispetto a

sistemi dei quali esso costituisce un sottosistema e sia sovra-ordinato rispetto ai propri sottosistemi.

A tal punto, non può mancare un cenno alle distorsioni registrabili nell'ordine gerarchico che dovrebbe

rilevarsi tra sistema e sottosistemi: è ovvio che gli obiettivi e gli interessi generali o di sistema

prevalgono su quelli specifici dei singoli sottosistemi. Nel caso che ciò non avvenga si verifica appunto la

distorsione nella gerarchia degli obiettivi e degli interessi.

Si verifica subottimizzazione allorché si consegua l'obiettivo del sottosistema indipendentemente

dall'obiettivo del sistema, ovvero - il che è peggio - si persegua l'obiettivo del sottosistema impedendo in

tal modo il conseguimento dell'obiettivo del sistema. In altri termini, , deve considerarsi negativamente il caso

in cui tutti i sottosistemi funzionino in modo ritenuto soddisfacente, mentre il sistema globale non funzioni

adeguatamente. In tale circostanza, infatti, l'ottimizzazione di ciascun sottosistema non corrisponde

all'ottimizzazione del sistema, la quale ultima è per definizione più rilevante.

3.3.9. Complessità

Una delle categorie concettuali più importanti nell'approccio per sistemi è di certo quella di complessità,

vocabolo, di certo diverso da quello proprio del linguaggio comune nel quale viene utilizzato quale sinonimo

di “difficoltà”.

In altri termini, la “complessità sistemica” non è semplice difficoltà.

Più esattamente, nel linguaggio scientifico la complessità è una circostanza caratterizzata dall'esistenza di

molteplici elementi che sono concorrenti tra loro e si influenzano reciprocamente.

La condizione di complessità può concernere sistemi di vario tipo: sistemi scomponibili in pochi o in molti

sottosistemi, con o senza differenti livelli di aggregazione, sistemi statici o sistemi dinamici, ecc.

Pare peraltro opportuno proporre la distinzione tra la configurazione che la complessità assume nei

sistemi statici e quella che assume nei sistemi dinamici:

nel caso di sistemi statici si tratta dell'esistenza di semplici influenze reciproche tra le parti,

nel caso della dinamicità, invece, gli impulsi che si originano in uno dei sottosistemi, influenzando ciascuno

degli altri, determina una situazione in cui la modificazione indotta, viene da ciascuno dei sottosistemi, da

un lato, percepita e metabolizzata in modo specifico e individuale e, dall'altro lato, determina nello stesso

sottosistema, ulteriori effetti che si trasmettono agli altri elementi (anche a quello dal quale era partito lo

stimolo iniziale). In tal modo si attivano processi di influenze reciproche e di cambiamenti continui, i

quali rendono non lineare il processo di trasmissione degli effetti e, quindi, a maggior ragione il processo

di passaggio dallo stato iniziale allo stato finale.

Le situazioni di complessità sistemica nella realtà sono molto più diffuse rispetto a quanto normalmente si

creda, ma pure rispetto a quanto facciano intendere gli approcci scientifici e metodologici semplicistici i quali

suppongono situazioni semplici anche nel caso in cui siano complesse (in senso sistemico), con la

giustificazione che è decisiva l'individuazione della cosiddetta “causa efficiente” e non di tutte le cause.

Le situazioni di complessità di norma hanno origine all’ esterno del sistema. Il contesto esterno, in effetti,

concorre a determinare il modo d'essere e di divenire del sistema.

Attualmente, con von Bertalanffy, si può affermare che “la causa” è indeterminata proprio per effetto

dell'impossibilità di percepire la singola origine di ciascuna delle influenze reciproche verificatesi in ogni

sottosistema. A ben vedere, si tratta della verifica concettuale dell'inderogabile necessità di applicare il

principio di equifinalità in alternativa al determinismo.

3.4. Informazione e comunicazione

Il termine “informazione” nel linguaggio comune, ha assunto una connotazione che tende a esprimere

l'acquisizione o il trasferimento delle conoscenze mentre nel linguaggio tecnico ha una connotazione

differente.

Scomponendo il vocabolo nelle tre parti di cui è costituito si possono osservare un prefisso “in”, una radice

“forma” e un suffisso “zione”. L' in forma zione è, dunque l'attività di attribuire una “forma”, cioè una

connotazione, alla realtà.

L'attività espressa con il vocabolo informazione implica l'esistenza di un processo di identificazione della

realtà. L'attribuzione della forma, infatti, avviene per il tramite di una percezione che deve essere supportata

da un confronto tra l'elemento che si deve identificare e l'insieme delle conoscenze di cui già si dispone. Si

tratta di un processo di qualificazione, che per quanto sia complesso l'uomo riesce a compiere in tempo

reale, cioè nello stesso istante in cui percepisce l'elemento al quale vuole attribuire “l'informazione”. Ciò

avviene grazie alla capacità di conservazione e selezione delle conoscenze proprie del sistema

cerebrale umano; ma la facilità o la difficoltà della percezione degli elementi, ovvero dell'attribuzione ad essi

della specifica “connotazione”, per il tramite dell'informazione, dipende appunto dalla mole di conoscenze

già disponibili.

Alcune conoscenze basilari vengono trasferite all'uomo sin dal concepimento con il DNA,

La quantità maggiore di conoscenze, però, si acquisisce per il tramite di processi di apprendimento che

avvengono sulla base degli stimoli che l'individuo ottiene dall'ambiente.

Nell'acquisizione delle conoscenze non può mancare la partecipazione dell'individuo quale risulta essere nel

momento in cui ottiene le nuove conoscenze, cioè quale individuo che già dispone delle conoscenze

originarie e di quelle acquisite successivamente fino a tale momento.

In tal modo si può notare come il nesso tra informazione e conoscenza è molto stretto ed è di tipo

circolare: la possibilità di attribuire forma al reale dipende dalla quantità e dalla qualità delle conoscenze

di cui si dispone, ma queste dipendono, a loro volta, dalle attività di attribuzione di «forma» realizzate

nel passato.

3.4.1. Segnali e ruolo nei sistemi pag 55

Le unità elementari che consentono di trasferire o trasmettere le informazioni tra diverse entità si

denominano segnali. Per il tramite di una sequenza di questi segnali (continui o discreti) si compongono i

messaggi. Uno dei principali artefici della moderna Teoria delle informazioni, Wiener, definisce il

messaggio quale sequenza discreta o continua di eventi misurabili, distribuiti nel tempo.

Perché possano esistere i segnali è necessaria la presenza di un trasmittente T, di un mezzo per la

trasmissione MT e di un ricevente R; il passaggio dei segnali da T a R avviene in un tempo t, che è la

somma dei tempi unitari tu.

Un sistema di trasmissione può reputarsi efficace se la quantità di segnali da inviare è inferiore o uguale

alla capacità del T, che, a sua volta, è inferiore o uguale alla capacità del R.

In simboli si deve verificare la seguente condizione, nella quale la quantità di segnali si indica con Mq,

riferibile tanto a ciascun tu quanto alla sommatoria dei tu:

Mq < = T < = R (minore-uguale)

Nella figura 2 si presenta uno schema elementare di trasmissione nella quale T è il trasmittente, R è il

ricevente e la freccia simboleggia il passaggio dell'informazione, compreso il mezzo utilizzato.

Figura 2 - Trasmissione lineare pag 55

Peraltro, in non pochi casi può esistere l'esigenza che il trasmittente non si limiti ad inviare il segnale,

bensì, a sua volta, riceva un segnale di ritorno che gli consenta di accertare se il ricevente ha percepito il

segnale inviatogli nei termini qualitativi e quantitativi voluti. In tal modo si ha una trasmissione circolare che

viene rappresentata nella figura 3.

Figura 3 - Trasmissione circolare pag 56

I due soggetti che nella trasmissione assumono la funzione rispettivamente di T e di R costituiscono

nell'insieme una “diade”. E' evidente che una trasmissione di segnali può concernere una o più diadi

collegate in forme varie.

Sulla base delle precedenti indicazioni i segnali si possono qualificare:

a) segnali in uscita, o output;

b) segnali in entrata, o input;

c) segnali di ritorno, o feedback, i quali sono input associati a precedenti output, sulla base di una

trasmissione circolare.

Ne consegue che i segnali possono assumere la configurazione di un simbolo visivo (lettera, numero, o

altro elemento), di un rumore rilevabile con gli organi dell'udito, di un movimento, comunque percepibile, di

un impulso meccanico, elettrico, o di altro tipo, ecc.

L’insieme preordinato di segnali costituisce, a sua volta, un messaggio, che è l’unità elementare del

processo più ampio e complesso che si denomina comunicazione.

3.4.2. Comunicazione

I due importanti teorici dell'informazione C.E. Shannon e W. Weaver descrivono la comunicazione in

modo tale da includervi “tutti i procedimenti attraverso i quali un pensiero può influenzarne un altro.

Questi, naturalmente, comprendono non solo il linguaggio scritto e parlato, ma anche la musica, le arti

figurative, il teatro, la danza e, di fatto, qualunque comportamento umano”.

Questa attività implica evidentemente l'esistenza di una pluralità di soggetti (almeno due), oltre agli altri

elementi indicati nello schema di trasmissione dei segnali.

Occorre riflettere sulle due seguenti circostanze:

a) il linguaggio usato dal T può non essere compreso direttamente dal R;

b) per l'invio di messaggi può essere necessario utilizzare «l'intermediazione» di apparecchiature che

impongono la trasformazione del linguaggio usato dal T in linguaggio intelligibile per le apparecchiature e

la trasformazione del linguaggio utilizzato nelle apparecchiature nel linguaggio intelligibile per il R.

In tal modo si ha l'esigenza della codifica del linguaggio del T nel linguaggio del R (nel caso di cui alla

lettera a) e la codifica del linguaggio del T in linguaggio per le apparecchiature e di questo nel

linguaggio intelligibile per il R (nel caso di cui alla lettera b).

Si tratta di fare in modo che i segnali trasmessi vengano recepiti con il significato attribuito loro dal

trasmittente e sulla base di regole convenute col ricevente e di dare efficacia al segnale e alla

comunicazione, nel senso che essa sia in grado di influenzare la condotta del ricevente nel modo voluto

dal trasmittente e viceversa.

Da quanto notato si comprende come nel campo della comunicazione oltre che a problemi tecnici, si

pongono anche problemi semantici, cioè relativi alla ricerca dell'identità tra simbolo trasmesso e

significato attribuito allo stesso e problemi di efficacia connessi con l'ottenimento di comportamenti

voluti. La comunicazione risulta influenzata anche dalle caratteristiche psico-sociologiche del T e del R

e dalle caratteristiche culturali del contesto in cui avviene la comunicazione.

Un approccio complesso alla comunicazione richiede di definire con precisione le caratteristiche dei vari

elementi che ne influenzano il risultato. Questi elementi possono elencarsi nel modo seguente:

a) trasmittente;

b) mezzo tecnico;

c) contenuto (semantica) e regole (sintassi);

d) ricevente;

e) effetti.

La situazione complessiva in cui avviene la comunicazione può pertanto essere rappresentata nello schema

di cui alla figura 4.

Figura 4 - Schema complesso di comunicazione pag 58

La comunicazione è certamente importante per i sistemi in generale in quanto è per il suo tramite che si

realizza l'interdipendenza tra le unità parziali e quindi si crea la sinergia. Ma essa è particolarmente

rilevante per i sistemi umani nei quali è comunque presente, indipendentemente dalla volontà dei soggetti, e

determina effetti voluti o non voluti di notevole rilievo. In questi sistemi in definitiva esiste il “problema della

comunicazione” la cui congrua soluzione è fondamentale.

3.5. Cibernetica

La comunicazione assume rilevanza fondamentale anche per un’altra scienza moderna ovvero per la

Cibernetica, indicata anche come Scienza del controllo e delle comunicazioni.

Già negli anni ‘40 le teorie tendenti ad analizzare il controllo e le comunicazioni risultavano decisamente

approfondite e articolate e impegnavano alcune centinaia di studiosi, ma venivano considerate quali parti di

scienze tradizionali e, in particolare, della matematica e della fisica.

A partire dal 1947, per impulso di Norbert Wiener e dei suoi collaboratori, tali teorie furono riordinate in uno

stesso campo di studi, al quale si attribuì il nome di “cibernetica”, derivato dal greco Kibernetes ossia

pilota, nocchiero, timoniere.

La teoria di comune interesse degli studiosi di Cibernetica è quella della “regolazione”, che studia le

proprietà in base alle quali i sistemi risultano dotati di capacità di permanere in equilibrio per il tramite

dell'esistenza in essi di forze che siano capaci di contrastare le cause di deviazione.

L' approccio metodologico al quale si ispira la Cibernetica, sulla base della tendenza scientifica

tradizionale, è di tipo meccanicistico, poiché suppone che lo stato finale di un fenomeno possa essere

raggiunto in un solo modo e che esso derivi da un preciso e univoco stato iniziale.

Un sistema si definisce cibernetico se ha la possibilità di “regolare” automaticamente il proprio modo

d'essere e di divenire in base ad un modello prestabilito. In tal caso se intervengono fattori devianti,

fattori che tendono a far assumere al sistema caratteristiche o comportamenti differenti da quelli

programmati, intervengono automaticamente forze di contrasto che impediscono a tali fattori di

esercitare nel sistema l'azione deviante.

La forza che contrasta i fattori devianti e consente la condizione di omeostasi si denomina feedback, o

retroazione, o controreazione e si può schematicamente rappresentare come risulta dalla figura 5.

Figura 5 - Schema elementare di feedback pag 61

La “sorgente” è la circostanza che origina la “deviazione” rispetto al programma esistente; la

“percezione” della tendenziale deviazione è esercitata per il tramite di specifici sensori, che assumono

caratteristiche connesse con la specifica natura del sistema; il “controllo” consiste nell'accertamento

continuo della compatibilità delle condizioni che si verificano con le condizioni previste dal programma

e infine la “risposta” è la fonte da cui ha origine il feedback o retroazione in senso stretto, cioè la forza che

agisce all'atto dell'accertamento della tendenziale deviazione e impedisce che questa si verifichi.

Il sistema omeostatico è capace di autocontrollarsi, cioè è dotato dell'attributo della regolazione.

Per illustrare i concetti fin qui presentati solitamente si utilizza il regolatore di Watt, che è considerato il

primo meccanismo con feedback costruito dall'uomo. Il regolatore di Watt ha lo scopo di regolare la

velocità delle macchine a vapore. E' costituito da due pale fissate intorno ad un albero ruotante: quando la

velocità tende ad aumentare oltre un limite prestabilito, le pale si sollevano a causa della forza centrifuga e,

per il tramite di una serie di leve, fanno chiudere una valvola, determinando in tal modo una riduzione di

velocità. A questo punto le pale tendono ad abbassarsi fino a consentire alla valvola di riaprirsi e quindi al

vapore di uscire in quantità crescente, facendo aumentare la velocità del motore. Quest'ultima circostanza

determina il sollevamento delle pale e la continuità del processo.

Altro esempio di macchina cibernetica elementare è il termostato che consente di mantenere la

temperatura dell'ambiente, nel quale esso è inserito, entro i limiti di variabilità prestabiliti. Il termostato

“percepisce” la temperatura dell'ambiente ed è collegato all'impianto di riscaldamento in modo che, quando

la temperatura giunge al limite superiore prestabilito, origina automaticamente la disattivazione della fonte di

calore per riattivarla in caso di diminuzione della temperatura del locale.

Si deve notare come i feedback più complessi si trovino indubbiamente nel corpo umano: la sudorazione, la

ricerca automatica di un punto d'appoggio, gli anticorpi, ecc.

La regolazione non è un attributo esclusivo dei sistemi isolati, bensì la si può riscontrare anche in sistemi

aperti.

4. Le organizzazioni

4.1. Una introduzione

Le organizzazioni esistono per realizzare attività e raggiungere obiettivi che i singoli non sarebbero in

grado di perseguire da soli. Infatti, le organizzazioni sono entità nelle quali molte persone combinano i loro

sforzi e operano insieme per un risultato superiore a quello ottenibile dalla singole persone.

4.2. Prospettive di analisi

Le organizzazioni hanno costituito oggetto di interesse di importanti studi scientifici che hanno dato vita,

nel secolo scorso, a rilevanti scuole di pensiero.

Un importante lavoro di sistematizzazione dei vari contributi scientifici è riscontrabile nell’impegno di W.R.

Scott che ha ricondotto l’enorme quantità di studi nell’ambito di tre prospettive:

 sistema razionale

 sistema naturale

 sistema aperto

con la specificazione che “le tre prospettive sono in parte in conflitto, in parte sovrapposte e in parte

complementari l’una all’altra”.

Inoltre, egli sottolinea che “Anche se queste prospettive sono emerse in tempi diversi, le ultime non sono

riuscite a soppiantare quelle precedenti: le tre prospettive continuano a coesistere e ad avere ciascuna i

propri sostenitori.. Esse sono cambiate nel tempo man mano che una scuola si sostituiva alla precedente

all’interno di ciascuna tradizione, ma sorprendentemente i profili generali delle tre prospettive sono rimasti

abbastanza nitidi.

R.W. Scott – Le tre prospettive

1. La prospettiva di sistema razionale (che comprende l’approccio classico, quello tradizionale,

quello dell’organizzazione scientifica del lavoro e quello di Weber).

2. La prospettiva di sistema naturale (che comprende l’approccio delle relazioni umane e

quello istituzionale).

3. La prospettiva di sistema aperto (che comprende l’approccio dei sistemi generali, quello

della progettazione dei sistemi e quello ambientale).

La prima definizione, riferita alla prospettiva che considera l'organizzazione come un “sistema

razionale”, è la seguente: “Un'organizzazione è una collettività orientata al raggiungimento di fini

relativamente specifici che presenta una struttura sociale relativamente formalizzata”. Questo concetto

s'impernia essenzialmente sui seguenti due elementi:

a) i fini, che sono specifici e quindi definiti ed espliciti e tali da costituire il presupposto dell'azione da

svolgere;

b) la formalizzazione, cioè l'esistenza di un insieme di regole che definiscono i comportamenti da porre

in essere in funzione dei fini da conseguire.

Sulla base di questa definizione, l'organizzazione si distinguerebbe da altri sistemi caratterizzati dalla

presenza di una molteplicità di persone (collettività) proprio a motivo della concomitante esistenza e

combinazione di questi due elementi:

1) attributi costituiti dai fini deliberatamente prescelti;

2) formalizzazione di comportamenti, ruoli e responsabilità.

R.W. Scott - Le tre prospettive

Henry Fayol

Henri Fayol era un ingegnere minerario francese. Pur avendo pubblicato vari articoli, la sua opera

fondamentale

Administration Industrielle et Générale – Prévoyance, Organisation, Commandement, Coordination,

Contrôle fu pubblicata nel 1916, quando aveva più di 70 anni. È da notare che pur avendo scritto

un solo libro, questo è stato ristampato innumerevoli volte e tradotto in varie lingue: la prima edizione

in inglese è del 1949.

Il suo contributo agli studi sulle organizzazioni può essere ricondotto ai sei gruppi di attività che si sviluppano

nelle imprese:

- attività tecniche (produzione)

- attività commerciali (acquisto, vendita, scambio)

- attività finanziarie (ricerca per un uso ottimale del capitale)

- attività di sicurezza (protezione dei beni e delle persone)

- attività di contabilità (inventario, bilancio, costi, statistiche)

- attività di direzione (pianificazione, organizzazione, comando, coordinamento, controllo)

Siano le imprese semplici o complesse, grandi o piccole, questi sei gruppi di attività o funzioni essenziali

sono sempre presenti.

In realtà, viene annoverato tra gli studiosi di organizzazione per l’innovativa proposta relativa alle funzioni

di direzione: è stato il primo studioso che ha formulato un’analisi teorica delle attività direzionali.

Da allora, sono molto pochi gli studiosi che non sono stati influenzati da questo contributo. Tra l’altro, i

suoi cinque elementi hanno fornito ai manager un valido sistema di riferimento.

La seconda definizione presentata corrisponde alla prospettiva di studi basata sul concetto di “sistema

naturale”, per la quale i partecipanti al sistema considerato non necessariamente operano sulla base delle

regole predisposte; al contrario, per essi assumono grande rilievo anche le relazioni informali, tanto che la

stessa organizzazione assume una specifica configurazione organica rivolta al perseguimento di finalità

non coincidenti, o non completamente coincidenti, con quelle ufficiali.

In tal modo il concetto di organizzazione che ne risulta è il seguente: “è una collettività i cui partecipanti

sono poco influenzati dalla struttura formale o dai fini ufficialmente posti, ma condividono un interesse

alla sopravvivenza del sistema e si impegnano in attività collettive, strutturate informalmente, per garantire

tale sopravvivenza”.

Frederick Taylor

Frederick Taylor era un ingegnere inglese. La sua opera fondamentale è Principles of Scientific

Management del 1911 quale risultato di sintesi di molti altri scritti.

È il fondatore del movimento conosciuto come Scientific Management. Egli ha precisato che

“The principal object of management, should be to secure the maximum prosperity for the employer,

coupled with the maximum prosperity of each employee”.

La reciproca interdipendenza tra direzione e dipendenti e la necessità di operare insieme verso il

comune obiettivo di crescita per tutti era per Taylor un aspetto assolutamente evidente tanto che

spesso si domandava come mai ci fosse tanto antagonismo e inefficienza. Egli propone quattro

fondamentali

principi di management:

1. lo sviluppo di una reale scienza del lavoro;

2. la selezione scientifica e lo sviluppo progressivo dei lavoratori;

3. l’apporto congiunto della scienza del lavoro e della selezione e addestramento scientifico dei lavoratori;

4. la costante e intima cooperazione tra management e lavoratori.

Per scienza Taylor intende una osservazione e misurazione sistematica che egli spesso definisce

the science of shovelling (la scienza dello spalamento) che è certamente un lavoro molto semplice

ma lo studio dei fattori che rendono efficiente l’attività dello spalare è più complessa.

Gli studi di Taylor sono stati seguiti da altri, tra i quali, Gantt, Frank e Lillian Gilbreth, Bedeaux,

Rowan, Halsey. Peraltro le idee di Taylor hanno alimentato molte controversie inerenti la presunta

inumanità dei suoi sistemi che venivano accusati di ridurre i lavoratori al livello di macchine

efficienti. In realtà i suoi principi sono stati spesso travisati e ciò ha impedito il realizzarsi di quella

che indicava come “rivoluzione mentale” nei rapporti tra management e lavoratori

Herbert A. Simon

Herbert A. Simon fu docente di Computer Science e Psicologia alla Carnegie-Mellon

University, Pittsburgh dove, con i suoi colleghi era impegnato in ricerche fondamentali sul processo

decisionale con l’utilizzazione del computer per simulare il pensiero umano. Il contributo intellettuale

di Simon fu pubblicamente riconosciuto quando nel 1978 gli fu attribuito il premio Nobel per

l’Economia.

Per Simon, management è equivalente a decision making e il suo maggiore interesse si è concentrato

sull’analisi di come le decisioni vengono adottate e su come possono essere più efficaci.

Il suo contributo più significativo può essere individuato nella risposta al quesito: su quali basi

gli amministratori assumono le decisioni? Egli confutò l’esistenza dell’homo economicus, totalmente

razionale e affermò che i soggetti umani operano con razionalità limitata. L’implicazione è che

“most human decision-making whether individual or organizational, is concerned with the discovery

and selection of satisfactory alternatives; only in exceptional cases is it concerned with the discovery

and selection of optimal alternatives”.

Inoltre, egli propose l’importante distinzione tra decisioni programmate e non programmate: le

decisioni sono programmate nei limiti in cui sono ripetitive e routinarie o possono essere adottate

sulla base di una definita procedura. Le decisioni sono non programmate se sono nuove e non strutturate:

per esempio, l’introduzione di un nuovo prodotto, l’inserimento in un nuovo mercato, e simili.

Elton Mayo

Elton Mayo (australiano) ha insegnato per lungo tempo alla Harvard University La sua notorietà

è dovuta agli studi realizzati presso lo stabilimento Hawthorne di Chicago della General Electric, ma

soprattutto per essere fondatore del Human Relations Movement e della Industrial Sociology.

Le sue ricerche hanno evidenziato l’importanza del gruppo nel comportamento dei soggetti al

lavoro e, come conseguenza, ha individuato ciò che i manager dovrebbero fare. Negli anni tra il

1927 e il 1932, operò nello stabilimento di Hawtorne chiamato per trovare una risposta ad uno strano

fenomeno: due gruppi di lavoratori erano stati selezionati e, nel posto di lavoro di un gruppo venne

aumentata l’illuminazione, nell’altro no. La produttività aumentò in entrambi!

Mayo effettuò numerose sperimentazioni nei 5 anni di lavoro con miglioramenti del luogo di lavoro

e/o migliori condizioni per le pause, e altri simili elementi con specifico riferimento a un gruppo

di 6 donne. La produttività non subiva significative modificazioni anche con il peggioramento

delle condizioni ambientali e del trattamento delle pause. La spiegazione era da ricercare nel fatto

che le donne avevano sperimentato la soddisfazione del lavoro potendo godere di maggiore libertà

ma, soprattutto, erano diventate un gruppo sociale con propri standard e aspettative.

Mayo concluse che la soddisfazione del lavoro dipende in larga parte dalle relazioni sociali informali

del gruppo di lavoro e, inoltre, che alcuni problemi sorgono perché i lavoratori sono guidati

dalla “logica dei sentimenti” mentre il management dalla “logica dei costi e dell’efficienza”. Il conflitto

è inevitabile a meno che questa differenza non sia compresa e si adottino le necessarie decisioni.

Il lavoro di Mayo enfatizzò anche la necessità di un adeguato sistema di comunicazione interno.

Chris Argyris

Chris Argyris è uno psicologo che ha insegnato Organization Behavior all’Harvard University

nella quale attualmente ricopre il ruolo di professore Emerito. All’Università di Yale, dove aveva iniziato

la sua carriera, il suo importante contributo scientifico è stato riconosciuto con una cattedra a

lui intitolata: la Chris Argyris Chair in Social Psychology of Organizations.

Egli ha cercato di comprendere come lo sviluppo personale degli individui sia influenzato dalla

condizione lavorativa: ogni persona ha un potenziale che, se pienamente realizzato, potrebbe generare

benefici non solo a livello individuale ma anche al gruppo di lavoro e all’organizzazione nella

quale lavora.

Egli, assieme a Donald A. Schon (1930-1997) ha proposto il cosiddetto Modello II (theory-inuse)

che permette l’apprendimento organizzativo. Esso è basato su: a) agire sulla base di valide informazioni

ed essere aperti per poterle ottenere; b) agire dopo libera e partecipata scelta con coloro

che sono competenti ed hanno un ruolo rilevante; c) generare impegno interno alla scelta con il

monitoraggio

dell’implementazione e preparazione al cambiamento. I manager hanno, di norma, forte

resistenza al cambiamento ed è necessario – afferma Argyris – coadiuvarli per favorire l’analisi delle

routine difensive che abitualmente utilizzano per fermare l’apertura e l’innovazione e praticare

l’approccio al lavoro contenuto nel Modello II.

La terza definizione proposta dall'Autore americano s'impernia sul concetto di “sistema aperto” ed in

quest'ambito egli fa’ rientrare gli studi più recenti ed attualmente ritenuti più validi, quelli nei quali è usato il

seguente concetto di organizzazione: “è una coalizione di gruppi d' interessi instabili che determina dei fini

attraverso un processo di negoziazione; la struttura della coalizione, le sue attività, e i suoi risultati

risentono fortemente dei fattori ambientali”.

In effetti questa prospettiva è stata introdotta più recentemente delle altre due ed è presumibile che il

numero degli studiosi che vi si riconoscono aumenti progressivamente.

Paul Lawrence e Jay Lorsch

Paul Lawrence e Jay Lorsch sono docenti di Organization Behavior alla Harvard Business School. Essi

avviarono i loro studi cercando una risposta al motivo che induce le persone a costituire

le organizzazioni. La loro risposta fu che le organizzazioni mettono in grado le persone di trovare soluzioni

ai problemi che pone loro l’ambiente. Questa spiegazione fece emergere tre elementi chiave

nel loro approccio alla comprensione del comportamento organizzativo: 1) le persone e non le

organizzazioni

hanno obiettivi; 2) le persone devono agire insieme per coordinare le loro differenti attività

in un’organizzazione; 3) l’efficienza di un’organizzazione è misurata dall’adeguatezza con la quale

i bisogni dei membri vengono soddisfatti attraverso transazioni pianificate con l’ambiente.

Lawrence e Lorsch enfatizzando il fatto che la struttura organizzativa appropriata è dipendente

dalla domanda dell’ambiente, formulano la teoria delle contingenze, rigettando il presupposto che

una specifica forma (quella burocratica, per esempio) o uno specifico approccio motivazionale sia

sempre il migliore. La chiave è l’adeguatezza.

Karl Weick

Per Karl Weick le organizzazioni sono sensemaking systems che incessantemente creano e ri-creano la

concezione di se stesse e dell’ambiente intorno a loro. Sensemaking è più di un’interpretazione; esso

include

la generazione di ciò che viene interpretato. Weick frequentemente sottolinea “People know what they think

when they see what they say”.

Il sensemaking presenta sette caratteristiche distintive: 1) Grounded in identity construction; 2)

Retrospective;

3) Enactive of sensible environments; 4) Social; 5) Ongoing; 6) Focused on and by extracted cues;

7) Driven by plausibility rather than accuracy.

Fra i molteplici contributi di Weick si sottolinea l’attenzione per la situazione di ambiguità, incertezza

e mutamento nella quale ogni organizzazione opera. Egli evidenzia che, nonostante il ricorso ai numeri e ad

una presunta oggettività, i soggetti preposti alla direzione dell’organizzazione dovrebbero anche modificare il

loro linguaggio: egli sottolinea l’urgenza di “to think of managing rather than management, of organizing

rather

than organization”.

Anche gli studi che vengono fatti rientrare nella prospettiva del sistema aperto si possono raggruppare in

differenti scuole (progettazione dei sistemi, teoria delle contingenze, approcci ambientalisti, approcci socio-

psicologici, ecc.). Di particolare rilievo risulta essere la teoria delle contingenze alla quale occorre riferire

qualche considerazione.

Questa teoria è stata formulata in opposizione alle tesi degli studiosi che reputano essere possibile ed

opportuno formulare principi generali applicabili alle organizzazioni indipendentemente dalle

caratteristiche del tempo e del luogo in cui esse operano. Se tale supposizione fosse corretta, si

potrebbe concludere che la comprensione migliore della natura delle organizzazioni e la migliore soluzione

dei relativi problemi derivi dalla formulazione e applicazione di alcuni principi generali.

Al contrario la teoria delle contingenze attribuisce rilievo alla varietà e alla variabilità delle forme e dei

problemi organizzativi, precisando che le une e gli altri sono qualificati in modo specifico in relazione al

tempo e al luogo di riferimento dell'organizzazione considerata: tempo e luogo infatti hanno

caratteristiche particolari che si introducono nel sistema attribuendo ad esso connotati che lo

differenziano, nel tempo e nello spazio, dagli altri sistemi.

In definitiva la teoria brevemente richiamata si basa essenzialmente sul presupposto che ogni

organizzazione abbia natura contingente rispetto al “suo tempo e al suo spazio”: pertanto il miglior

modo per comprenderla, descriverla e per risolverne i problemi è connesso con la considerazione

appropriata delle sue variabili spazio-temporali e con l'assunzione di ipotesi esplicative e di provvedimenti

conseguenti.

Le tre prospettive teoriche di carattere generale alle quali fa’ riferimento lo Scott per la formulazione del

concetto di organizzazione hanno ovviamente molti punti di identità e molte interconnessioni.

Sarebbe peraltro fuorviante supporre che le tre prospettive siano esattamente contrapposte, ovvero che

la prospettiva del sistema razionale, sia stata superata in tutte le parti dalla prospettiva del sistema naturale,

la quale, a sua volta, sia stata soppiantata dalla prospettiva del sistema aperto. Al contrario, i vari contributi

che si sono aggiunti alla base teorica iniziale hanno consentito il suo ampliamento e perfezionamento

Pare opportuno formulare un'ipotesi definitoria che utilizzi i contributi ritenuti validi di ognuno dei tre

paradigmi indicati in precedenza. Si ricava la seguente definizione di organizzazione:

è un sistema collettivo, aperto con integrazione interna e dinamico, orientato al conseguimento di fini,

sulla base di un insieme di regole formali e non formali, definite o meno, in connessione con un

processo di negoziazione, che può essere solo implicito.

In questa definizione emergono i seguenti attributi:

a) natura di sistema che implica l'esistenza di unità parziali e di interazioni tra di esse;

b) integrazione interna e dinamicità, nel senso chiarito nella precedente parte del libro;

c) collettività di partecipanti, che al limite può essere costituita da due sole persone, le quali non

necessariamente si basano sugli stessi interessi e convergono sulle stesse finalità, ma operano solo dopo

aver realizzato un processo di negoziazione (esplicito o implicito), o dopo che uno o più partecipanti è

riuscito a compiere un'imposizione nei confronti degli altri;

d) fini e regole di funzionamento, che siano espliciti o impliciti, definiti o indefiniti.

Un altro carattere distintivo è la stabilità nel tempo, pur nel dinamismo delle condizioni. L'organizzazione, in

altri termini, non va assimilata alla collettività che si crea improvvisamente in occasione di una protesta

estemporanea e che si dissolve subito dopo, senza dar luogo ad un'entità duratura. Questa circostanza

consente di evidenziare un ultimo carattere distintivo dell'organizzazione: l'esistenza di regole che

costituiscono, quantomeno, una base di riferimento dei comportamenti complessivi dei partecipanti.

In relazione alle precedenti precisazioni, gli esempi più evidenti di organizzazione sono quelli che in Italia si

denominano amministrazioni pubbliche (Ministeri, Regioni, Provincie, Comprensori, Comunità montane,

Comuni, ecc.), le imprese di ogni tipo e specie (non solo quelle industriali di grandi dimensioni), le

organizzazioni che raggruppano categorie imprenditoriali e professionali (agricoltori, industriali,

commercianti, artigiani, avvocati, ingegneri, ecc.), i partiti politici, i sindacati, le organizzazioni culturali, ecc.

Esemplificando, non sono organizzazioni, come si è già notato, le manifestazioni spontanee, i movimenti

di opinione, le famiglie e i gruppi d'interesse i cui componenti non sono tra loro in relazione, e, per altri

motivi, i singoli individui.

4.3. Elementi distintivi

Con riferimento alla definizione generale proposta, sono individuabili, da un lato, gli elementi esterni

ricompresi nell'ambiente e, dall'altro lato, gli elementi interni, cioè quelli per così dire costitutivi e

specificamente caratterizzanti la singola organizzazione.

Nella considerazione tradizionale, gli elementi interni di ciascuna organizzazione sono i seguenti:

a) i soggetti;

b) i fini;

c) la rete normativo-comportamentale;

d) le risorse.

4.3.1. Soggetti

Molti sono i soggetti che entrano in relazione con l' organizzazione generalmente considerata, come molti

sono coloro che hanno interesse alla sua sopravvivenza e al suo sviluppo. Un numero più ristretto di

soggetti contribuisce sistematicamente e con continuità all'esistenza dell'organizzazione.

L' elemento “soggetti”, qui considerato, non coincide con quello di “partecipanti” utilizzato da molti

autorevoli studiosi della teoria sulle organizzazioni.

In proposito, con specifico riferimento alle imprese, i “partecipanti”, indicati dai teorici americani col termine

“stakeholders”, sono tutti i soggetti che in qualche modo contribuiscono al conseguimento degli

obiettivi dell'impresa: non solo quindi coloro che operano in relazione stabile e continua con

l'organizzazione e che direttamente ne coordinano le finalità o comunque sono influenzati decisamente dagli

obiettivi, ma pure coloro che dall'esterno entrano in relazione con l'organizzazione e instaurano rapporti di

scambio (clienti, fornitori, finanziatori, ecc.).

L'elemento “soggetti” è qui riferito agli individui direttamente, continuativamente e sistematicamente

implicati nelle attività dell'organizzazione. Questi soggetti, a ben vedere, caratterizzano più di ogni altro

elemento l'organizzazione di appartenenza. Essi ne determinano in gran parte l'identità , sono artefici

dell'identificazione esterna dell'organizzazione che, in taluni casi, risulta essere decisiva per la

sopravvivenza e lo sviluppo della stessa.

Non è agevole individuare, con riferimento a tutti i tipi di organizzazioni, le specifiche categorie di soggetti:

essi si ritrovano nei diversi organismi propri dell'entità considerata (organi decisionali, organi direttivi,

organi operativi), ma in concreto questi organi assumono configurazioni e composizioni molto

differenziate.

In pratica in non pochi casi è piuttosto difficile identificare i soggetti di una specifica organizzazione che

abbia un minimo di complessità, anche perché i componenti non sono necessariamente solo persone

fisiche, ma possono essere anche altre organizzazioni.

Un'ulteriore circostanza di difficoltà per la puntuale identificazione dei soggetti delle organizzazioni è

costituita dal fatto che di norma uno stesso soggetto fa’ parte di differenti organizzazioni,

Rimane da notare che il motivo fondamentale che lega il soggetto all'organizzazione è costituito

dall'insieme di ricompense che il primo ottiene dalla seconda: in quest'ambito il termine “ricompensa” non

viene riferito solo alle retribuzioni monetarie, ma comprende un vasto spettro di vantaggi, compresi quelli

etici e culturali, che l'individuo ritiene di poter appagare per effetto della sua appartenenza all'organizzazione.

4.3.2. Fini

In relazione ai fini occorre rilevare che la loro conoscenza è indispensabile per la stessa identificazione

dell'organizzazione, nonché della natura e caratterizzazione. Più esattamente, è da dire che la questione

dei fini dell'organizzazione non può non avere radice nella “missione” della stessa, cioè nella causa

profonda che ne ha originato l'esistenza.

Da questo punto di vista si può individuare una missione generale propria di ogni organizzazione, una

missione specifica per ogni categoria di organizzazione e una missione individuale propria di ogni

organizzazione: ovviamente, le tre fattispecie di missione non possono che essere compatibili tra loro.

Sulla base della prospettiva di cui ora si è fatto cenno, la missione dell'organizzazione, generalmente

considerata, si individua nella volontà dei soggetti umani di affrontare congiuntamente tra loro gli

impegni e i problemi il cui risultato positivo trascende le possibilità individuali ed esclusive.

La missione della specifica categoria di organizzazioni è connessa con le caratteristiche della categoria

stessa. Su questo argomento è da notare, infine, che al di là della missione generale e della missione

propria della categoria di appartenenza, per ogni organizzazione si può individuare una missione

individuale che è connessa con le specificità relative alle scelte iniziali e successive dei soggetti umani che

la costituiscono. Dalla missione scaturisce, in modo ovviamente compatibile, il sistema dei fini posti a base

dell'organizzazione.

I principali problemi che la teoria ha affrontato in tema di fini delle organizzazioni concernono la funzione e

la fonte degli stessi.

Rispetto alla funzione c'è chi insiste sulla supposizione che i fini abbiano una funzione cognitiva in quanto

essi definiscono i criteri utilizzati per individuare le attività da svolgere;

altri autori reputano che la funzione essenziale degli obiettivi stia nella loro capacità di creare

identificazione e motivazione per i soggetti dell'organizzazione.

???? In relazione al problema della fonte dei fini dell'organizzazione si riscontra una netta

contrapposizione tra coloro che reputano l'assimilazione dei fini dell'organizzazione ai fini che i soggetti le

attribuiscono. La tesi prevalente, o comunque quella alla quale qui si intende aderire, è la prima, con la

precisazione che non tutti i soggetti dell'organizzazione hanno l'opportunità, o la stessa possibilità, di

partecipare alla formulazione dei fini dell'organizzazione. Questa “capacità” è connessa con la struttura del

potere esistente nell'organizzazione.

Un'affermazione di tipo generale, ormai ampiamente condivisa, è quella per cui la fissazione dei fini

dell'organizzazione è normalmente di competenza di coloro che costituiscono il top management, ossia

quella ristretta coalizione di persone che detiene il massimo potere nell'organizzazione.

4.3.3. Rete normativo-comportamentale

Con l'espressione “rete normativo-comportamentale” ci si vuole riferire all'insieme di valori, norme, ruoli,

relazioni e attività, che definiscono i rapporti che si instaurano tra i soggetti che operano nell'ambito

dell'organizzazione. Il riferimento alla “rete” è connesso con il fatto che tali rapporti si estrinsecano

essenzialmente in trasmissione di messaggi, che pongono in interconnessione le attività dei vari soggetti

e si sviluppano per il tramite di reti formali o informali di comunicazione.

La struttura normativa è l'insieme di valori, norme e ruoli. Valori, norme e ruoli sono tra loro

interdipendenti.

La teoria dimostra puntualmente che le reti normative e le reti comportamentali di una stessa

organizzazione sono caratterizzate dai seguenti attributi:

a) interdipendenza reciproca;

b) concorso nell'attribuire specificità a ciascuna organizzazione rispetto a ciascun' altra;

c) conseguentemente concorso nella fissazione del “limite dell'organizzazione”.

E' da avvertire infine che ogni rete normativo-comportamentale è formalizzata solo in parte, nel senso

che contiene un substrato formalizzato e un substrato informale; in talune organizzazioni prevale il primo

rispetto al secondo a differenza di quanto avviene in altre organizzazioni. In tal modo si definisce il grado di

formalizzazione dell'organizzazione.

4.3.4. Risorse

Per il conseguimento dei fini e, più in generale, per lo svolgimento delle attività che, a qualunque titolo,

vengono poste in essere, le organizzazioni devono potere utilizzare risorse di varia natura. Tali risorse

sono riconducibili alle seguenti categorie:

a) attitudini, professionalità e capacità in genere, di cui sono dotati i soggetti;

b) sinergia che deriva dall'interdipendenza creata tra le varie unità parziali interagenti dell'organizzazione

(sottosistemi);

c) beni e servizi.

Le tre citate componenti delle risorse dell'organizzazione con termine sintetico possono indicarsi

rispettivamente come “capacità soggettive”, “organizzazione” e “patrimonio”.

Le “capacità soggettive” coincidono con il “sapere globale” (sapere cognitivo, sapere professionale,

sapere relazionale). In tali capacità si ricomprendono le attitudini professionali (tecniche, amministrative,

ecc.) dei vari soggetti, ma pure il sistema delle informazioni, delle conoscenze di cui essi sono dotati,

nonché le capacità relazionali, cioè l'attitudine ad operare con altri soggetti, sia all'interno della stessa

organizzazione, che all'esterno della stessa.

Nell'ambito della categoria di risorse sopra indicata con la lettera b), si ricomprende sostanzialmente la

stessa risorsa (o fattore della produzione) richiamata di recente nella scienza economica con l'espressione

organizzazione: in questa accezione si tratta del sistema di relazioni di vario tipo (gerarchiche, funzionali,

di comunicazione) e, quindi, pure delle modalità seguite per l'esercizio del potere e dell'autorità e, in

generale, per l'adeguato funzionamento dell'organizzazione-entità.

In termini operativi, la sinergia tra i sottosistemi viene garantita dall'esistenza di congrue procedure che

favoriscano il coordinamento nello svolgimento delle attività.

Nel “patrimonio”, cioè nell'insieme di beni e servizi a disposizione dell'organizzazione, deve essere

ricompreso un elemento di particolare importanza: la tecnologia, quale specifica “qualità” di molti beni.

A motivo della decisiva rilevanza che la tecnologia assume nelle organizzazioni operanti nei tempi moderni,

essa risulta essere, in generale, sempre più vincolante per il conseguimento dei fini in condizioni di

efficienza, nel senso che la sua utilizzazione è spesso decisiva per poter conseguire gli obiettivi

dell'organizzazione.

In tema di patrimonio …………sia dal punto di vista quantitativo, che dal punto di vista qualitativo, qui ci si

limita a ricordare che, secondo il primo punto di vista (quantitativo), si distingue tra beni e servizi

considerati “attività” e debiti, considerati quali “passività”, posto che, se esistono, gravano sull'insieme dei

beni e servizi concorrendo a determinare il patrimonio netto.

Molteplici sono poi le distinzioni dal punto di vista qualitativo: qui pare opportuno limitarsi a ricordare la

distinzione tra beni a fecondità semplice che esauriscono la loro utilità per l'organizzazione fin dalla prima

utilizzazione (per esempio materie e materiali) e beni a fecondità ripetuta che, al contrario, possono essere

impiegati varie volte nelle attività perché perdono la loro utilità gradatamente con l'impiego (esaurimento

tecnico), o perché possono essere sostituiti da altro bene tecnologicamente più valido che nel frattempo

si è affermato (obsolescenza), o per altri motivi vari. Questi beni (macchinari, attrezzi, automezzi, fabbricati,

ecc.) sono appunto caratterizzati dalla loro persistenza nel patrimonio dell'organizzazione e si denominano

anche capitali fissi, per distinguerli dai beni a fecondità semplice, anche denominati nel complesso capitale

circolante.

4.4. Classificazione delle organizzazioni

Classificare le organizzazioni significa distinguerle sulla base di uno o più dei loro attributi identificativi, ma

poiché questi sono molti e ciascuno di essi si articola variamente, risulta evidente che i possibili tipi di

organizzazione, individuabili in teoria, sono moltissimi;

Ne è irrilevante il fatto che le diverse realtà che si succedono nella storia dell'umanità presentano “tipi di

organizzazioni” specifici dei tempi considerati, ma non necessariamente persistenti negli anni. Inoltre

alcune organizzazioni si trasformano nel tempo, mentre altre perdono significatività, e divengono

marginali, pur non scomparendo.

Senza alcuna pretesa di generalizzazione o di specificazione di tutti gli elementi che ne sono implicati, pare

opportuno presentare la seguente distinzione tra le organizzazioni con riferimento specifico alla loro

natura estrinseca, ma tenuto conto della definizione assunta nelle pagine precedenti:

a) organizzazioni di tipo politico-istituzionale, quali la pubblica amministrazione statale, sovrastatale (Unione

europea) e infrastatale (Regioni, Provincie, Comprensori, Comunità montane, Comuni);

b) enti strumentali della pubblica amministrazione operanti sul piano socio-economico o civile;

c) organizzazioni di tipo politico (partiti politici, organizzazioni partitiche collaterali, comitati elettorali e simili);

d) enti con finalità economica;

e) imprese quali organizzazioni che producono beni o servizi per il mercato;

f) associazioni di operatori economici (di industriali, di artigiani, di cooperative, di commercianti, ecc.);

g) associazioni sindacali;

h) istituzioni di natura religiosa;

i) associazioni di tipo vario (culturali, sportive, ricreative, ecc.);

l) fondazioni di natura varia (culturali, bancarie, ecc.).

A tal punto ci si può chiedere quali entità non possono essere ricomprese nell'ambito delle categorie di

organizzazioni qui indicate.

Si conferma che possono sicuramente escludersi dal novero delle organizzazioni entità quali le classi o le

categorie sociali, i gruppi di interesse i cui partecipanti non sono in relazione tra di loro, i movimenti

di opinione, le famiglie, le collettività che realizzano manifestazioni spontanee.

4.5. Categorie generali di organizzazioni

E’ possibile e scientificamente opportuno procedere ad una riclassificazione basata su tre grandi

categorie di organizzazioni nelle quali possono farsi rientrare sia quelle indicate in precedenza, sia altre

trascurate per semplicità.

Le tre significative categorie generali di organizzazioni possono essere così indicate:

1) unità della pubblica amministrazione, considerata nell'accezione più ampia, che comprende ogni entità

organizzativa statale, sovra-statale e infra-statale, quali sono per esempio i Ministeri e ogni tipo di ente di

loro emanazione, la Comunità Europea, (ma pure l'ONU e varie altre organizzazioni di carattere

internazionale), le Regioni, le Provincie, i Comuni, i Comprensori e ogni ente e organismo di rispettiva

emanazione;

2) imprese, private o pubbliche, qualunque sia il comparto economico di appartenenza, la forma giuridica,

la dimensione e ogni altro elemento distintivo;

3) unità del terzo settore di qualsiasi specie: socio-economiche (associazioni imprenditoriali, sindacati,

ordini professionali e simili), politiche (partiti e movimenti politici), culturali, religiose, sportive, ricreative, ecc.

Le tre categorie di organizzazione, al di là delle molteplici specificità che si possono rinvenire in ciascuna di

esse, contengono alcuni caratteri distintivi complessivi che pare opportuno evidenziare.

Un primo elemento di differenziazione tra le categorie di organizzazione in precedenza indicate, è

costituito dal particolare status degli individui che costituiscono l'organizzazione e contribuiscono

stabilmente alle sue esigenze.

Nella pubblica amministrazione tali individui sono innanzitutto cittadini che, sulla base delle caratteristiche

dei regimi politici di democrazia parlamentare, rappresentano sia gli elementi di riferimento per le decisioni

politiche basilari, sia la fonte primaria per la copertura dei fabbisogni finanziari ricorrenti.

In ogni caso nessuno dei soggetti in qualche modo implicati nelle attività della pubblica amministrazione ne

assume lo status di proprietario come invece avviene segnatamente per alcuni dei soggetti che operano

nell'ambito di quell'altra categoria di organizzazione costituita dalle imprese. Anche in queste entità operano

soggetti che possono non avere lo status di proprietari (i dipendenti) ma comunque, a differenza di

quanto avviene per la pubblica amministrazione, di norma essi hanno, nei confronti dell'impresa un rapporto

esclusivamente qualificato dalla relazione di lavoro e non anche un altro rapporto quale quello che lega il

cittadino, che ne è anche dipendente, alla pubblica amministrazione.

Nelle unità del terzo settore lo status che collega il soggetto associato all'organizzazione è di norma

giuridicamente molto tenue e comunque dal punto di vista della rilevanza giuridica ed economica non è

assimilabile né a quella del cittadino nella pubblica amministrazione né a quella del proprietario rispetto

all'impresa.

Un altro elemento che può essere utilizzato per caratterizzare ciascuna delle categorie di organizzazione è

costituito dalla fonte delle risorse da utilizzare per conseguire le finalità o più in generale per lo

svolgimento delle attività.

La pubblica amministrazione, generalmente considerata, trae le proprie risorse di base direttamente o

indirettamente dai contributi dei propri cittadini e più in generale dei “residenti”, comprese le imprese

Le imprese al contrario traggono le risorse necessarie dalle attribuzioni dei proprietari e dalle proprie

capacità economiche. I proprietari intervengono finanziariamente all'atto della costituzione dell'impresa e

talvolta pure successivamente in modo temporalmente non regolare allorché si verificano aumenti di

capitale.

Le unità del terzo settore traggono le risorse per lo svolgimento delle loro attività dai contributi dei

soggetti che si sono associati. Questi contributi peraltro possono essere interrotti per volontà

dell'associato (è sufficiente che egli si dimetta dall'associazione mentre il cittadino non si può dimettere “per

non pagare le imposte”).

Un altro carattere distintivo tra le categorie di organizzazioni, carattere che attiene ancora all'elemento

risorse, è costituito dal fatto che nel caso della pubblica amministrazione il cittadino effettua l'erogazione

non certo per sua scelta ma perché è «legato» all'organizzazione per effetto del proprio status di

residente; nel caso dell'impresa lo status che causa l'erogazione è quello di proprietario della stessa;

infine nel caso dell'associazione lo status di riferimento è quello di associato.

Pare opportuno considerare infine l'altro carattere che distingue le categorie di organizzazione indicate in

precedenza: il grado di autosufficienza finanziaria ed economica dell'organizzazione rispetto alle attività

da svolgere. Nella pubblica amministrazione l'autosufficienza finanziaria ed economica è esigua e proprio

per questo annualmente si deve fare ricorso alle entrate tributarie per poter far fronte alle notevoli uscite

finanziarie. Anche nel caso delle unità del terzo settore di norma l'autosufficienza finanziaria ed economica

è connessa con i versamenti che periodicamente effettuano gli associati, ma in questo caso si verificano le

seguenti due circostanze:

a) i fabbisogni dell'unità del terzo settore, generalmente parlando, di norma sono decisamente più esigui

rispetto a quelli che è dato riscontrare a proposito della pubblica amministrazione;

b) le unità del terzo settore, di norma, hanno esigenze finanziarie non vincolanti nel senso che possono

essere relazionate alla volontà contributiva degli associati, a differenza di quanto avviene nella pubblica

amministrazione la quale non può comunque esimersi dall'effettuare almeno talune delle proprie spese.

E' nell'impresa che si verifica, al contrario, un grado di autosufficienza finanziaria ed economica

notevole: se è vero che lo stock di risorse di base viene acquisito per il tramite dei conferimenti dei

proprietari, è anche vero che successivamente di norma l'impresa trova nella sua attività, non solo i

mezzi finanziari ed economici per il proseguimento della sua esistenza, ma pure quelli necessari per

remunerare, per il tramite dell'utile distribuito, i conferimenti ricevuti.

5. L’impresa

5.2. Connotati teorici tradizionali

Gli economisti classici non dedicano molta attenzione alla teoria dell’impresa e al problema della sua

corretta identificazione; i riferimenti che essi formulano nei confronti di tale entità sono, di norma, solo

indiretti in quanto la loro attenzione è incentrata sull’imprenditore e sui suoi comportamenti.

Ciò che risulta dagli studi degli economisti classici è una teoria dell’impresa basata sul postulato della

massimizzazione del profitto: per taluni studiosi i comportamenti dell’imprenditore e le scelte effettuate e,

soprattutto, la combinazione dei fattori della produzione sono “regolati” esclusivamente dall’esigenza di

realizzare la massima divergenza possibile tra i costi correnti e i ricavi.

Peraltro, non si ravvisa un contributo apprezzabile neppure negli studi degli economisti neoclassici.

Lo studioso unanimemente riconosciuto come il più autorevole esponente della teoria neoclassica è

L. Walras. Il suo contributo – di norma indicato come modello walrasiano – può essere compendiato nei

seguenti elementi caratterizzanti:

“le merci sono identiche, il mercato è concentrato in un singolo punto dello spazio e lo scambio è istantaneo.

Inoltre gli individui sono pienamente informati sulle caratteristiche delle merci e sulle condizioni dello

scambio. Ne deriva che l’unico sforzo necessario per realizzarlo consiste nel fornire l’opportuna somma di

denaro. I prezzi, quindi, diventano uno strumento allocativo sufficiente a raggiungere i risultati migliori”.

È altresì da rilevare che per Walras, l’imprenditore adotta comportamenti atti a far mantenere all’impresa

una condizione di equilibrio procedendo ad aggiustamenti basati sulla legge della domanda e dell’offerta.

Il maggiore rilievo connesso con gli studi degli economisti neoclassici sull’impresa è da attribuire alle

critiche cui sono stati sottoposti e che hanno dato vita alla cosiddetta “controversia marginalista”.

a. si tratta di contributi che tendono a riferirsi all’impresa in quanto soggetto non necessariamente

coincidente con l’imprenditore

b. i contributi che ora vengono richiamati si propongono, almeno di fatto, l’obiettivo di una elevata

concretezza dell’indagine

c. sulla base di tali teorizzazioni si verifica una sorta di tendenziale ricomposizione rispetto alle tematiche

specificamente concernenti l’impresa.

5.4. Individuazione degli attributi generali

Le imprese assumono in concreto la più varia configurazione: possono essere pubbliche, private e miste;

grandi, medie e piccole; collettive e individuali; in esse la dissociazione tra proprietà e direzione può

verificarsi in modo più o meno ampio, ovvero può non verificarsi;; possono avere caratteristiche di tipo

monopolistico, ovvero oligopolistico, o operare in un mercato basato su elevata concorrenzialità;

possono avere sistemi tecnico-produttivi relativamente semplici o molto complessi; possono essere

indipendenti o più spesso partecipanti a gruppi economici o ad accordi tra imprese (internazionali o

nazionali, orizzontali o verticali), a semplici intese, alleanze, reti variamente configurate, ecc.

la teoria dell'impresa non può basarsi su un'improbabile impresa-tipo, bensì se riferita all'impresa in

generale, deve consentire di formulare modelli esplicativi validi per ogni impresa.

Non pare inutile, , individuare gli attributi generali delle imprese, cioè quelle caratteristiche riscontrabili in

ognuna di esse, salvo eccezioni connesse con casi particolari.

Gli attributi generali dell'impresa che qui si reputa necessario “isolare” e analizzare possono indicarsi nel

modo seguente:

a) appartenenza alla fattispecie delle organizzazioni;

b) produzione di beni o servizi per il mercato;

c) vincolo di economicità;

d) specificità delle dinamiche finanziarie ed economiche.

Gli attributi generali prescelti per caratterizzare l'impresa sono tra loro interdipendenti nel senso che si

condizionano reciprocamente. Più esattamente, è da notare che a motivo della natura dinamica

dell'impresa, tali attributi generali sono interagenti.

5.4.1. Impresa quale organizzazione

Le specificità dell'impresa rispetto alle altre categorie di organizzazioni sono molteplici ma, forse quella che

risulta particolarmente qualificante è costituita dalla missione, cioè dalla produzione di beni o servizi per il

mercato.

Si può affermare che la missione di riferimento rende indispensabile l'acquisizione di un elevato grado di

competitività: l'impresa deve avere la capacità di conseguire la preferenza delle proprie offerte da parte

dei propri potenziali clienti e, a tal fine, deve essere in grado di proporre offerte che i clienti possano

reputare preferibili. Questo, che per l'impresa è un vero e proprio vincolo di esistenza, si realizza nei limiti

in cui efficienza, efficacia e qualità totale, vengono realizzate ad un livello elevato e in modo continuo

e sistematico.

L'impresa consegue un congruo livello di competitività nei limiti in cui riesca a difendersi dai vincoli, dai

condizionamenti esterni e ad utilizzare le opportunità. Occorre un impegno assolutamente notevole,

occorre una dedizione globale da parte di tutti i soggetti umani che la compongono. Questo significa che

le caratteristiche dei soggetti umani costituenti l'impresa devono essere ricercate e selezionate in modo

assolutamente soddisfacente.

Operando nel rispetto della razionalità organizzativa, nel contempo, l'impresa offre dei contributi

innegabili alla soluzione dei problemi del proprio ambiente: costituisce l'essenziale strumento dello

sviluppo socio-economico, determina la creazione di posti di lavoro stabili, attiva la circolazione della

ricchezza, stimola lo sviluppo tecnico e tecnologico.

Si reputa necessario a questo punto ribadire che l’ impresa, come ogni altra organizzazione, non è un

sistema omeostatico, né è un sistema vivente, come invece affermano taluni autorevoli studiosi.

Taluni degli autori che sono riconducibili alla prospettiva del sistema aperto, ma pure altri autori, tra i quali il

più celebre è certamente Simon, attribuiscono proprio all'impresa capacità omeostatiche, cioè di

autoregogolazione, in quanto essa riuscirebbe ad adattarsi proficuamente alle sollecitazioni del mercato o

meglio dell'ambiente.

Una parte di questi autori in più reputa che proprio l'impresa abbia una natura sostanzialmente assimilabile a

quella di talune specie biologiche (non meglio identificate), le quali conservano una situazione di

equilibrio nonostante i condizionamenti dell'ambiente proprio perché sarebbero dotate di capacità

omeostatica: più esattamente c'è chi afferma che questa capacità deriva dal fatto che l'impresa è sistema

aperto (meglio sarebbe se affermassero che è un sistema dotato di integrazione interna), il quale trae

dall'ambiente gli elementi per “stare in equilibrio”.

5.4.2. Produzione di beni e servizi per il mercato

L'attributo generale dell'impresa, indicato nella precedente lettera b), concerne il fatto che all'origine della

sua costituzione esiste la prospettiva della produzione di beni o di servizi, ovvero degli uni e degli altri.

L'atto di volontà che determina la nascita dell'impresa è comunque sempre connesso con l'esistenza di

bisogni dei clienti, la soddisfazione dei quali “giustifica” anche socialmente la decisione di avviare la

produzione dei beni o dei servizi: come notato, la missione dell'impresa consiste categoricamente nella

produzione di beni e servizi per il mercato e ciò - si conferma - ha rilevanti e notevoli implicazioni.

La caratteristica della “produzione” non è per la verità di tipo esclusivo di questa categoria di

organizzazione, posto che anche le organizzazioni che si fanno rientrare nella pubblica amministrazione

producono servizi, ma queste - a differenza delle imprese – non producono per il mercato e ciò avviene

anche per le unità del terzo settore.

Nel caso dell'impresa, tuttavia, il bene o servizio prodotto ha rilevanza fondamentale e originaria, mentre i

motivi che giustificano l'esistenza della pubblica amministrazione sono differenti, quantomeno perché questa

soddisfa soprattutto bisogni collettivi, più che gli specifici bisogni del cliente.

E' da ribadire comunque che la circostanza che più di altre distingue la pubblica amministrazione (nella

sfera di produzione di servizi) dalle imprese è costituito dal contesto di riferimento dell'attività: queste

ultime, a differenza della prima, producono i beni e servizi per il mercato e quindi sulla base delle regole

del mercato.

Il fatto che sia caratterizzata nel senso della produzione di beni e servizi per il mercato, attribuisce

all'impresa un campo d'azione precipuamente economico. L'economia è pertanto l'ambito “naturale”

dell'impresa.

5.4.3. Vincolo dell'economicità

Il terzo attributo generale delle imprese concerne, più esattamente, un vincolo al quale esse devono

sottostare: l'economicità.

L'impresa (qualunque impresa) basa la sua esistenza su investimenti essenziali per consentirle la

capacità produttiva che, come si è notato, costituisce un altro elemento che la caratterizza. Si tratta di

investimenti in risorse materiali e non materiali, iniziali e successivi in occasione di ogni ampliamento e

di ogni adattamento (riconversione, ristrutturazione, riorganizzazione) che si rendono necessari per effetto

degli immancabili adeguamenti ai mutamenti ambientali. Gli investimenti consentono all'impresa la

disponibilità di quegli elementi, noti come i fattori della produzione, la cui utilizzazione determina

notoriamente i costi, quale espressione economica negativa dell'attività, i quali si contrappongono ai

ricavi (o più in generale ai benefici) quale espressione economica positiva dell'attività.

In altri termini la realizzazione degli investimenti, considerata sotto l'aspetto economico, comporta il

sostenimento di costi che l'impresa deve poter coprire, cioè compensare, con i vantaggi che consegue

allorché effettua la produzione e la vende agli utilizzatori.

L'atto di vendita implica il conseguimento dei ricavi che appunto consentono all'impresa di compensare i

costi sostenuti per effettuare la produzione e in quest' ambito di remunerare i fornitori dei fattori della

produzione.

Con riferimento al sostenimento dei costi e al conseguimento dei ricavi possono verificarsi tre casi

distinti:

a) costi uguali ai ricavi;

b) costi inferiori ai ricavi;

c) costi superiori ai ricavi.

Nel primo caso l'impresa si trova in condizione di perfetto equilibrio, che indica il rispetto del vincolo

dell'economicità: l'attività svolta ha determinato un impegno il cui costo è equivalente al beneficio

conseguito.

Nel caso indicato alla lettera b), cioè allorché i ricavi superano i costi: la differenza positiva, nella realtà

delle imprese moderne, viene in parte utilizzata per nuovi investimenti e quindi costituisce una

componente, quella principale, dell'autofinanziamento. L'altra parte viene utilizzata per l'attribuzione

dell'utile a favore del proprietario o dei proprietari del capitale, salvo diverse destinazioni parziali o anche

totali.

Se si verifica la circostanza sopra specificata, l'impresa - come è già stato rilevato in precedenza - esercita

una funzione variamente positiva nella società: concorre alla soddisfazione dei bisogni dei clienti, al

conseguimento dello sviluppo economico, all'impegno congruo dei fattori della produzione,

all'occupazione, alla crescita, o almeno alla diffusione, dello sviluppo tecnologico, ecc.

Al contrario, se i costi risultano essere superiori ai ricavi, l'impresa opera in violazione del vincolo

dell'economicità e ciò, oltre che essere una circostanza negativa in sé, implica alcune differenti fattispecie

che pare opportuno indicare distintamente:

1) uscita dell'impresa dal mercato;

2) trasferimento della differenza negativa a carico di altri soggetti.

L'uscita dell'impresa dal mercato è il momento culminante della crisi d'impresa connessa con il non rispetto

del vincolo dell'economicità. Questa circostanza assume differenti configurazioni: dalla cessazione

volontaria, per impossibilità di conseguire l'equilibrio economico al fallimento, dall'incorporazione in altra

impresa alla radicale modificazione delle condizioni di esistenza (modificazione dell'oggetto sociale, per

esempio), ecc. Si tratta comunque di situazioni che costituiscono presupposto per evitare che venga violato il

vincolo dell'economicità.

Il trasferimento dell'eccedenza dei costi rispetto ai ricavi ad altri soggetti può avvenire in relazione alle

seguenti circostanze:

1) accettazione del trasferimento da parte dei soggetti gravati, in quanto la sopravvivenza dell'impresa è

da essi considerata più importante (per motivi vari: sociali, o economici,o politici, ecc.) del danno che

subiscono;

2) imposizione del trasferimento a soggetti che ne sono gravati, nonostante il loro dissenso o non

consenso.

La situazione di cui al precedente punto 1) si può verificare per motivi vari ad iniziare da quello per cui le

imprese che attuano attività produttive di generale interesse sociale devono poter perpetuare la loro

attività, nonostante i costi superino i ricavi.

La situazione di cui al precedente punto 2) si verifica allorché l'impresa ha il potere di trasferire ad altri

soggetti i maggiori costi rispetto ai ricavi, nonostante l'opposizione dei soggetti che risultano gravati

dal trasferimento. Questo potere può derivare dalla condizione di subottimizzazione o di distorsione nella

gerarchia dei rapporti impresa-ambiente, in tutti i casi in cui il potere del top management dell'impresa è

prevalente rispetto al potere dei decisori d'ambiente.

In merito al vincolo dell'economicità occorre ancora presentare qualche precisazione.

Le indicazioni precedenti fanno emergere un primo concetto di economicità connesso con il conseguimento

di ricavi che non siano inferiori ai costi.

Pare congruo avvalersi di un concetto più ampio di economicità, cioè quello utilizzabile a proposito di attività

che si svolgono alle migliori condizioni economiche possibili, ossia con i minori costi e i maggiori

ricavi, compatibili con i vincoli politici e sociali, ovvero con i vincoli dell'appartenenza dell'impresa a un

gruppo, o a una rete di imprese.

L'utilizzazione del concetto di economicità in questa accezione consente di attribuire alla condizione di

equilibrio tra costi e ricavi il termine di redditività, con la precisazione - già prospettata in

precedenza - che i costi di cui trattasi non devono essere solo quelli emergenti dal conto economico ufficiale

dell'impresa, bensì anche quelli connessi con una congrua (e ipotetica) remunerazione del capitale (e degli

altri fattori della produzione) apportato.

Può capitare che in taluni periodi i costi siano superiori ai ricavi: ciò può avvenire per particolari

contingenze non durature e l'emergenza del surplus di costi può essere superata dai maggiori ricavi di

periodi precedenti, o di periodi successivi.

5.4.4. Specificità delle dinamiche finanziarie ed economiche

Nell'impresa, più che in ogni altra organizzazione, assume notevole importanza la distinzione tra

investimenti d'impianto, posti in essere per realizzare la base materiale e immateriale delle attività, e

investimenti d'esercizio, connessi con i fabbisogni ricorrenti dei fattori della produzione

sistematicamente e continuamente da rinnovare.

Gli investimenti d'impianto determinano la formazione del complesso dei beni che con termine tecnico si

identifica come “capitale d'impianto”. Questo pertanto risulta costituito dai beni che prevalentemente sono

a fecondità ripetuta (immobili, macchinari, impianti, attrezzature, automezzi, mobili e macchine d'ufficio,

scorte vincolate, brevetti, ecc.).

Gli investimenti d'esercizio originano il “capitale d'esercizio” che si estrinseca nel complesso di beni e

servizi occorrenti per lo svolgimento delle attività (si tratta delle varie operazioni indicate con il termine

“gestione”).

L'impresa, infatti, utilizza nella gestione, oltre che il complesso dei beni di base, formato con gli investimenti

d'impianto, anche un insieme di beni a fecondità semplice (materie prime e sussidiarie, materiali per le

manutenzioni, materiali di consumo di tipo vario, ecc.), nonché una molteplicità di servizi i quali, per effetto

della tendenziale “terziarizzazione” delle attività produttive, aumentano sempre più in numero e per

rilevanza economica.

Ci si riferisce ai servizi di finanziamento, ai servizi di trasporto, ai servizi delle vendite (pubblicità,

personal selling, ecc.), ai servizi telefonici, elettrici, postali, telegrafici e simili, alle prestazioni del

personale impegnato, alle prestazioni professionali di vario genere, ecc.

Gli investimenti d'impianto, di norma, possono essere realizzati per il tramite di risorse finanziarie

provenienti dalle seguenti fonti di finanziamento:

a) capitale proprio, apportato dal proprietario o dai proprietari;

b) capitale di terzi, acquisito a prestito da finanziatori pubblici o privati, operanti nel proprio ambiente di

primo riferimento, o nell'ambiente di riferimento generale, o anche all'esterno, sulla base di forme tecniche di

finanziamento di vario tipo;

c) erogazioni a fondo perduto, ottenute da enti pubblici in attuazione di speciali programmi di

investimento realizzati per motivi di sviluppo economico o per altri obiettivi.

Per gli investimenti di esercizio, oltre che alle fonti di cui alle lettere a) e b), si può fare ricorso alla fonte

costituita dall'autofinanziamento, la quale si rende disponibile innanzitutto allorché quote di utile non

vengano distribuite ai proprietari del capitale, ma pure per il tramite dell'utilizzazione di risorse

finanziarie accantonate in vista di uscite future e, infine, dell'utilizzazione delle risorse finanziarie

derivanti dal disinvestimento di capitali a fecondità ripetuta, sempre che contemporaneamente non si

proceda a nuovi acquisti di questo tipo di beni.

Si può affermare che per gli investimenti d'impianto è notevole il ricorso alla fonte di finanziamento

costituita dal capitale proprio, mentre per il capitale d'esercizio è rilevante il ricorso sia alla fonte costituita

dal capitale di terzi, e segnatamente al credito bancario, sia all'autofinanziamento.

Un'altra importante specificità relativa alle imprese che pare opportuno qui considerare, è costituita dalla

marcata rilevanza dell'aspetto finanziario e dell'aspetto economico dell'attività, nonché dall'accentuata

differenziazione tra i due aspetti. Nelle imprese, a motivo delle considerazioni presentate nei due punti

precedenti (produzione di beni e servizi per il mercato e vincolo dell'economicità) assume precipuo rilievo

l'aspetto economico della gestione.

Nelle imprese ogni attività, è sottoposta a valutazioni economiche, cioè ad accertamento delle modalità

della sua partecipazione alla formazione dei costi, quali componenti negativi del risultato economico, o

reddito, e dei ricavi, quali componenti positivi dello stesso. Ogni atto viene considerato non solo in relazione

alle implicazioni finanziarie, cioè all'entrata e uscita di tesoreria che determina, o determinerà, ma anche, o

meglio soprattutto, in relazione alla sua partecipazione alla formazione del reddito.

A questo punto, è significativo rilevare che l'andamento nel tempo degli elementi che definiscono

l'aspetto economico (dinamica economica) e l'andamento nel tempo di quelli che definiscono l'aspetto

finanziario (dinamica finanziaria), si estrinsecano in modo differente e, entro certi limiti, pure in modo

indipendente.

Per evidenziare tale circostanza pare sufficiente constatare che mentre i “tempi” delle manifestazioni

finanziarie (entrate e uscite di tesoreria, o analiticamente: riscossioni, pagamenti, variazione nei conti

bancari e assimilati, formazione di crediti e debiti e relativi movimenti, ecc.) coincidono con quelli in cui

essi si verificano, i “tempi” delle manifestazioni economiche (ricavi e costi) sono definiti in relazione

al periodo di utilizzazione dei beni e servizi impiegati per ottenere i prodotti e per immetterli nel mercato e

al tempo della vendita degli stessi.

In quest'ambito è pure rilevante sottolineare che la manifestazione economica relativa all'impiego dei beni a

fecondità ripetuta non viene riferita al “tempo” in cui si effettua il relativo investimento, bensì al “tempo” in cui

se ne verifica l'impiego produttivo.

Gli investimenti relativi ai capitali a fecondità ripetuta si effettuano in tempi antecedenti a quelli in cui si

verificano i ricavi che ne consentono i disinvestimenti: si tratta di investimenti che si attuano prima

dell'inizio della produzione, mentre i relativi disinvestimenti si conseguono gradatamente nel tempo, in

corrispondenza della loro utilizzazione (parziale) che consente la produzione dei beni e dei servizi che

vengono ceduti a terzi contro il pagamento di un prezzo.

Questo deve consentire non solo la copertura della quota di investimenti a fecondità ripetuta utilizzati,

ma pure la copertura della quota relativa agli investimenti in capitale d'esercizio, nonché di un surplus,

rispetto ai costi, necessario per remunerare i proprietari che hanno apportato i fattori della produzione.

In tal modo si consegue una ricostituzione continua dei capitali d'impianto e d'esercizio impiegati nella

produzione, con conseguente autosufficienza economica dell'impresa.

In termini più specifici, la dinamica economica delle imprese non implica una precisa correlazione

temporale tra il momento in cui si effettuano gli investimenti e si sostengono i costi e il momento in cui si

effettuano i disinvestimenti per il tramite dei ricavi, o eccezionalmente per il tramite della vendita di beni a

fecondità ripetuta.

Per effetto delle precedenti considerazioni la determinazione del risultato economico di ciascun anno

impone il confronto tra ricavi e costi che, rispetto al tempo in cui si manifestano finanziariamente, si

possono distinguere nelle seguenti categorie:


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Moses

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Economia e gestione delle imprese della professoressa Giudici. I riassunti sono suddivisi in sei capitoli riguardanti un inquadramento generale della materia, cambiamento, dinamismo, complessità, approccio metodologico, organizzazioni, impresa, processi decisionali.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale
SSD:
Università: Cagliari - Unica
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia e gestione delle imprese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cagliari - Unica o del prof Giudici Ernestina.

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