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Economia e Gestione delle imprese Appunti scolastici Premium

Appunti di economia e gestione delle imprese basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Livi dell’università degli Studi di Firenze - Unifi, facoltà di economia. Scarica il file in formato PDF!
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Esame di Economia e gestione delle imprese docente Prof. E. Livi

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ESTRATTO DOCUMENTO

 lo Stato, che procede a riscuotere le imposte e a garantire la presenza di infrastrutture o servizi

strumentali;

 le istituzioni finanziarie, che forniscono risorse finanziarie, da restituire maggiorate degli interessi;

 i gruppi di pressione, i quali sono portatori di certe esigenze sociali e politiche che possono creare

vincoli ed orientamenti;

 i partner, che possono collaborare con l’impresa con un rapporto non riconducibile ad una semplice

relazione di fornitura;

 la concorrenza, ovvero l’insieme di tute le altre imprese che offrono utilità della stessa specie alla

clientela attuale o potenziale dell’impresa.

I presupposti essenziali per, ancora, la nascita dell’impresa possono essere ricondotti all’esistenza di:

 una volontà creatrice, proveniente da uno o più soggetti promotori dell’iniziativa imprenditoriale;

 un’utenza portatrice di una domanda di beni e servizi che giustifica l’attività d’impresa;

 un insieme di risorse disponibili o acquisibili, necessarie per il soddisfacimento delle esigenze

dell’utenza.

Elementi necessari ma non sufficienti, questi presupposti devono essere affiancati da delle condizioni, quali:

 esistenza di un patrimonio genetico, costituito da un’idea imprenditoriale e dal capitale di rischio;

 generazione di un sistema delle capacità, attraverso cui si crea in modo concreto la possibilità di

svolgere l’insieme dei processi necessari.

Ovviamente a questi aspetti, si deve aggiungere quello dell’esistenza di soggetti promotori, titolari di

interessi motivanti. Vi possono essere diversi individui o enti che possono impersonare questo ruolo, come

ad esempio: persone fisiche, in questo sono uno o più individui a ricoprire il ruolo di soggetto promotore;

imprese, qui invece, non si tratta più di persone fisiche, ma bensì di persone giuridiche, già operanti nel

sistema; Stato, questo è ovviamente un soggetto promotore particolare, in quanto interverrà con una logica

diversa rispetto a quella delle categorie precedenti. Per quanto riguarda invece gli interessi che possono

muovere i soggetti promotori a dar vita all’iniziativa imprenditoriale, possiamo distinguerli in:

a. interessi lucrativi di natura economico/finanziaria, alla base vi è un interesse di lucro, il quale si

concretizza sotto forma di ricchezza monetaria. Nel caso di una persona fisica, essa si identifica

come il capitalista puro, che vede l’impresa come un’opportunità di investimento scelta tra molte

altre alternative. Il rendimento può avvenire o direttamente, con la distribuzione degli utili, o

indirettamente, attraverso l’aumento del valore della quota di partecipazione. Nel caso delle persone

giuridiche, l’imprese agisce con una logica finalizzata a cogliere un’opportunità di investimento

giudicata finanziariamente appetibile. Infine anche lo Stato a nuove iniziative imprenditoriali, con lo

scopo e una finalità di rilevanza sociale;

b. interessi lucrativi di natura tecnico/economica, anche in questo caso, come prima, lo scopo è

puramente lucrativo, ma la sua manifestazione avviene attraverso dei vantaggi economici diretti,

sotto forma di minor costo, o indiretti. in questa situazione, il caso più rilevante si ha con riferimento

a persone giuridiche, in quanto l’impresa, già esistente, spinta alla creazione di una nuova iniziativa

imprenditoriale, per i futuri vantaggi che apporterà. Per quanto riguarda le persone fisiche, questi

interessi assumono rilevanza nel momento in cui si parla di vantaggi derivanti dall’attività stessa

dell’impresa (né è un esempio, il caso dell’autoconsumo);

c. interessi non lucrativi di natura economico/sociale, questi non sono riconducibili al perseguimento

di un lucro, ma bensì all’ottenimento di vantaggi di altra natura. Per questi motivi, il caso

maggiormente frequente riguarda lo Stato, il quale crea le condizioni per raggiungere obiettivi

rilevanti sotto il profilo sociale.

Per quanto riguarda il concetto dell’utenza, ovvero della clientela, gli aspetti che le attribuiscono concretezza

sono quelli di: rilevanza economica della domanda e tipo di domanda che si intende soddisfare. Ovviamente

anche l’entità quantitativa della domanda deve essere consistente in modo da poter rendere conveniente e

vantaggioso per l’impresa soddisfare la domanda individuata. Esistono, comunque, diversi tipi di domanda:

a. domanda latente, questa si ha quando non abbia ancora avuto manifestazione sul mercato o non vi

sia nemmeno nella mente dei consumatori la consapevolezza di poter avere un certo bisogno;

b. domanda emergente, esiste già un mercato del prodotto di riferimento, anche se è ancora ad uno

stato primitivo e per questo motivo, vi sono ampi margini e buone opportunità di sviluppo;

c. domanda esistente, questa è già affermata sul mercato, ma è mal soddisfatta, in quanto non soddisfa

la clientela o quantitativamente, in quanto vi sono ancora margini di crescita del mercato che le

imprese già operanti non sanno colmare, o qualitativamente, e dunque l’impresa nota delle sacche di

insoddisfazione nella clientela che essa stessa potrebbe migliorare.

Elemento necessario per la realizzazione di una qualunque iniziativa imprenditoriale sono le risorse, le quali

però devono essere ben distinte e classificate, comprendendo diverse tipologie. Vi sono quindi:

a. risorse finanziarie, le quali sono costituite da denaro e sono quindi strumentali all’acquisizione di

tutte le altre risorse. Le risorse non finanziarie invece contribuiscono direttamente alla realizzazione

del prodotto o servizio oggetto dell’attività d’impresa;

b. risorse d’apparato, costituiscono l’insieme delle capacità di cui dispone l’impresa, configurandosi

quali risorse a fecondità ripetuta (ne sono esempi gli impianti, i macchinari ma anche il know-how);

c. risorse ricorrenti, sono invece le risorse a fecondità non ripetuta, in quanto cedono la loro utilità in

un unico contributo al processo di formazione (materie prime e materiali di consumo).

Continuando la ricerca dei requisiti per la creazione di un’impresa, non da sottovalutare è il patrimonio

genetico, il quale è formato da due componenti fondamentali:

a. idea imprenditiva, che rappresenta l’essenza della nuova impresa, essendo il modo concreto

attraverso il quale l’impresa dovrà cercare di generare valore, basandosi principalmente sulla

relazione tra prodotto ed utenza. Essa è un sistema concreto per generare valore finanziario

attraverso lo scambio;

b. capitale di rischio, è costituito dall’apporto di risorse fornite dal soggetto promotore, a tempo

indeterminato e senza obbligo di remunerazione (si distingue per questo dal capitale di credito).

Perché il progetto possa divenire reale, al patrimonio generico si deve affiancare il sistema delle capacità

operative fondamentali, il quale è composto da: capacità di approvvigionamento, capacità di

trasformazione, capacità di vendita e capacità finanziaria. Questo sistema deve poi essere costituito da

relazioni di coerenza, le quali rendono l’entità e la natura delle capacità tra loro opportunatamente

compatibili. Un’adeguata costruzione di un simile sistema, permette di concludersi il processo di genesi

della nuova impresa, momento che coincide con l’inizio dello svolgimento sistematico dei processi operativi

verso l’esterno, divenendo una componente attiva del sistema socio-economico nel quale svolge l’attività.

Una volta analizzata la genesi dell’impresa, è doveroso dire che essa è in grado di continuare ad esistere ,

fino a quado dispone di un bilancio energetico positivo, ovvero il saldo tra il valore immesso nel contesto

socio-economico è maggiore di quello acquistato dall’esterno. Nel processo evolutivo, si possono

individuare invece tre processi fondamentali:

a. processo di sviluppo, si qualifica quale cambiamento radicale e positivo dell’impresa, di natura

quantitativa e qualitativa. L’elemento qualificante questo processo è il modo con cui sono perseguiti

gli obiettivi imprenditoriali. È chiaro che questo processo sia un processo temporalmente limitato;

b. processo di stabilità, qui la prospettiva è quella del mantenimento e difesa delle condizioni

raggiunte, in particolar modo oggetto d’interesse è il consolidamento della posizione economica-

finanziaria raggiunta dall’impresa. Questo processo è anche collegato a quello precedente, è infatti in

questo periodo di stabilità che l’impresa pianifica il successivo sviluppo del sistema. Durante però

questa dinamica sviluppo-stabilità possono intervenire eventi indesiderati che possono alterare la

condizione dell’impresa, portandola ad un eventuale stato di crisi. Il grado di reversibilità della crisi

è funzione sia della gravità della situazione di crisi che della disponibilità dei soggetti interessati

all’attività d’impresa a contribuire a ricreare le condizioni di normalità. Nel caso di una crisi

irreversibili, i soggetti promotori saranno costretti a cessare l’attività di impresa attraverso la sua

liquidazione. Nel caso in cui lo stato di crisi sia reversibile, l’azione dei soggetti promotori sarà

quella di risanare la situazione economicamente e finanziariamente svantaggiosa;

c. processo di risanamento, è questo il processo che si instaura in seguito ad uno stato di cresi

dell’impresa, il quale è stato giudicato però reversibile. La prospettiva di questo processo è quella del

rispristino delle condizioni deterioratesi durante lo stato di crisi. È utile in questa prospettiva, attuare

una attività di diagnosi, in modo tale da stabilire quale siano state le cause portatrici della crisi.

PARTE II – Il sistema d’impresa: elementi costitutivi

Il sistema d’impresa può essere letto attraverso due diverse chiavi di lettura: una visione per apparati-

capacità-comportamenti, ed una visione per assetti costitutivi.

Nella visione per apparati-capacità-comportamenti si può subito distinguere i comportamenti di

autostrutturazione, che si traducono in apparati e capacità funzionali, e comportamenti funzionali rivolti

all’esterno del sistema aziendale, che si traducono in risultati operativi. I secondi sono subordinati ai

primi, i quali sono rivolti all’interno, mirando a generare capacità.

Nella visione per assetti costitutivi si considera l’impresa attraverso tre diversi assetti:

1. assetto proprietario, esso è formato dai detentori del capitale di rischio investito nell’impresa ed

assume importanza fondamentale per poter comprendere le logiche di funzionamento dell’impresa;

2. vertice imprenditoriale, costituisce il vertice decisionale del sistema impresa, la sua identificazione

all’interno di essa è più difficoltosa rispetto a quella dei componenti dell’assetto proprietario;

3. sistema operativo, esso è governato dal vertice imprenditoriale e svolge l’attività produttiva

attraverso la combinazione di risorse materiali, personali, finanziarie, informative organizzate.

Assetto imprenditoriale. Come detto, il vertice imprenditoriale costituisce l’apice del potere decisionale, e

per questo motivo, è qui che si procede con l’individuazione degli obiettivi e delle relative strategie di

attuazione, finalizzati alla ricerca di sviluppo o almeno di sopravvivenza. L’attività imprenditoriale può

essere ricondotta all’esercizio di tre funzioni essenziali:

1. funzione strategica, la sua esistenza è subordinata alla presenza di soggetti economici ritenuti ostili

per l’impresa e che quindi potrebbero ostacolare la sua crescita e il suo sviluppo. È quindi essenziale

per l’imprenditore impostare e risolvere i problemi dello sviluppo, elaborando una strategia efficace;

2. funzione organizzativa, in questa fase vengono create le condizioni affinché la strategia

precedentemente scelta possa così realizzarsi. In questo caso l’imprenditore impartisce le direttive

fondamentali alle varie aree funzionali e coordina l’attività delle varie aree funzionali;

3. funzione politica, si esplicita nella continua armonizzazione degli interessi contrastanti che ruotano

intorno all’impresa. A differenza della strategia, finalizzata all’ottenimento di una qualche

superiorità, la politica cerca una soluzione capace di conciliare gli interessi contrapposti.

Il vertice imprenditoriale, strutturalmente parlando, può assumere varie forme, in relazione alla numerosità

dei soggetti. La configurazione più semplice è quella rappresentata d un unico imprenditore: vertice

imprenditoriale monopersonale. Nella maggior parte dei casi però, esso è pluripersonale, cioè costituito

da un gruppo integrato di soggetti; poi, nel caso in cui tutti i soggetti che lo compongono attuino un unico

sistema di processi collegiali di decisione, allora siamo in presenza di una struttura monocentrica, la quale

si divide in: indifferenziata, dove non ci sono distinzioni di ruoli tra i diversi soggetti, e differenziata, in

cui attraverso lo strumento della delega l’attività decisionale risulta coordinata in vario grado. In alcuni casi

poi, l’impresa può far parte di complessi economici controllati da una proprietà capo gruppo; si parla perciò

di pseudo imprese, le quali sono prive di imprenditorialità. In altri casi il successo del complesso

economico è subordinato ad una relativa autonomia delle imprese che lo compongono, ne consegue che il

governo di questi complessi economici sia di tipo policentrico. Si può da tutto ciò intuire, che non tutti i

vertici imprenditoriali seguano lo stesso metodo di governo per gestire la propria impresa. Per questo motivo

si possono distinguere diversi tipi di approcci da parte degli imprenditori, definiti da una: direzione

intuitiva, in questo caso l’imprenditore decide sul momento e senza obiettivi cosa fare, in quanto mosso da

un istinto, o da un’improvvisa intuizione (solitamente egli non si avvale di strumenti informativi); direzione

orientata, in questo caso l’imprenditore si pone degli obiettivi, anche se non nitidamente definiti, seguendo

un disegno strategico; direzione per obiettivi, qui l’osservazione è diretta ai futuri obiettivi dell’impresa e

al suo futuro, partendo ovviamente da uno studio degli orientamenti tracciati. Nell’autogoverno al vertice

per obiettivi invece, l’organo imprenditoriale mira agli obiettivi di fondo, procedendo alla loro

segmentazione in alcuni sotto-obiettivi ritenuti di essenziale riferimento al livello imprenditoriale. La

direzione per obiettivi propriamente detta (DPO), invece, procede col riconoscimento dell’obiettivo

quale mezzo logico-organizzativo idoneo a finalizzare le azioni e le risorse al raggiungimento di determinati

traguardi; inoltre richiede il passaggio dalle enunciazioni generali degli obiettivi strategici alle loro precise

definizioni in termini misurabili. Si possono poi individuare, due fondamentali figure imprenditoriali:

l’imprenditore tradizionale e l’imprenditore moderno. Questa distinzione però, non è precisa, è dunque

doveroso trovare dei criteri che possano distinguere correttamente la categoria dell’imprenditore, quali:

1. requisiti personali, sono costituiti dall’insieme di attributi personali necessari per l’esercizio

dell’attività imprenditoriale (ne sono esempi: ambizione, intuizione, laboriosità, ecc.);

2. caratteri, si tratta di elementi variabili e presenti in ciascun soggetto, anche se con diversi livelli

d’intensità. Se ne distinguono quattro tipi: 1. titolarità della proprietà, questa proprietà si riferisce a

quella del capitale di rischio, per il quale l’imprenditore può avere o piena o parziale titolarità.

L’imprenditore-proprietario ha il vantaggio di risolvere al proprio interno le problematiche

conflittuali tra i due assetti, anche se deve aver chiara la propria posizione verso uno o verso l’altro

(la necessità di reperire risorse necessarie allo sviluppo lo induce spesso ad accettare l’ingresso di un

nuovo socio). 2. propensioni, si traducono come inclinazioni legate al carattere dell’imprenditore.

Esistono tre importanti articolazioni: propensione alla delega, con la delega l’imprenditore affida

parte della propria attività decisionale ad altri soggetti presenti all’interno della struttura

organizzativa; propensione al rischio, si riferisce all’inclinazione dell’imprenditore ad affrontare le

conseguenze potenzialmente connesse con una determinata azione; propensione all’innovazione

misura l’inclinazione dell’imprenditore a porre in essere un cambiamento significativo della struttura

aziendale. 3. logica d’azione, in questo ambito acquistano importanza tre variabili fondamentali:

logica economica, prende in esame il modo nel quale l’imprenditore gestisce il problema della

distribuzione della ricchezza prodotta; logica programmatica, ha ad oggetto il modo in cui

l’imprenditore affronta la valutazione del futuro (in questo caso la valutazione del futuro può

dipendere o da fattori intuitivi o informativi) e anche di come egli ci si avvicini (indipendentemente

dalle informazioni acquisite), in questo ambito si distingue la “logica estrapolativa”, dove il futuro è

visto come una ripetizione del passato, dalla “logica prospettica”, dove il futuro è invece slegato dal

passato; logica di controllo, si riferisce al modo ed al tempo in cui l’imprenditore svolge la propria

attività di controllo sui propri dipendenti, la quale può avvenire o sull’azione o sui risultati.

4. cultura specifica, ci si riferisce alla matrice intellettuale dell’imprenditore, la sua preparazione

specifica formatasi in seguito agli studi svolti o alle precedenti esperienze lavorative. Ve ne sono tre

diversi tipi: cultura tecnologica, essa porta l’imprenditore a porre particolare attenzione alle

caratteristiche tecniche del prodotto; cultura di marketing, indirizza l’imprenditore a concentrare la

propria attenzione sul mercato; cultura finanziaria, porta l’imprenditore ad esaltare l’uso della leva

finanziaria acquisendo capitali esterni fino ai limiti di convenienza;

3. funzioni imprenditoriali, sono quella strategica, organizzativa e politica, precedentemente

analizzate.

Assetto proprietario. Questo è costituito dall’insieme di soggetti detentori del capitale di rischio, i quali

sono organizzati in modo da assumere le decisioni legate allo svolgimento di specifiche attività. Questi

soggetti, sono identificabili attraverso la titolarità del capitale di rischio, la quale è ottenibile, detenendo

quote della società. L’attività decisionale dei soggetti, si svolge in un apposito luogo, l’assemblea dei soci;

le decisioni prese in questo ambito, sono assunte sulla base del principio di maggioranza, calcolato

sull’entità della titolarità delle quote. Considerando questo aspetto, è utile distinguere due diversi capitali: il

capitale di comando e il capitale di minoranza. Introdotte queste nozioni generali, è importante

identificare quelle che sono le funzioni proprietarie, che sono:

 funzione di capitalizzazione, essa configura il contributo fondamentale ricoperto dalla proprietà,

nella determinazione sia dell’entità del complessivo capitale sia dalla sua composizione. In primo

luogo quindi, avviene l’apporto di capitale di rischio, che avviene principalmente attraverso tre

fondamentali modalità: trasferimento di risorse dal proprio patrimonio a quello dell’impresa; ricerca

e accoglienza di nuovi soci; manifestazione di disponibilità a reinvestire nell’impresa parte degli utili

conseguiti. Quest’ultima azione si manifesta tramite l’autofinanziamento da reddito, il quale può

essere fatto o in modo palese, accantonando parte del reddito conseguito nelle riserve del netto, o

ricorrendo a determinate politiche di bilancio, grazie alle quali parte del reddito è occultato nel

passivo (o anche nell’attivo). Questa forma di finanziamento si distingue da quella dell’aumento di

capitale a titolo oneroso, poiché i nuovi mezzi finanziari hanno un’origine che può dirsi interna

all’impresa ed inoltre non comportano nessuna mutazione nell’assetto interno della proprietà, ad

esempio apportando spostamenti nella distribuzione delle quote di proprietà fra i diversi soci. Oltre al

capitale di rischio, la proprietà si preoccupa di far apportare alla società anche quello che è chiamato

capitale di credito, il quale affluisce grazie all’azione di terzi. Ovviamente, questa azione di

arricchimento finanziario comporta anche una creazione di debiti, che dovranno poi essere rimborsati

coi dovuti interessi. La proprietà deve quindi interessarsi nel controllare il livello di indebitamento

della società (non sfacendo però in un’eccessiva prudenza).

 funzione di nomina e di legittimazione dell’organo imprenditoriale, essa si può individuare nella

funzione della proprietà, di dotare l’impresa di un vertice imprenditoriale, oltre che dei capitali

necessari, in modo tale da decidere chi debba provvedere al governo del sistema aziendale. Il ruolo di

imprenditore non è un ruolo che deriva dal possedere determinati requisiti formali, ma piuttosto

dall’effettivo esercizio di determinare attività decisionali. L’attività imprenditoriale potrebbe risultare

fortemente limitata nel caso in cui la proprietà non riesca ad esprimere un pieno supporto all’organo

imprenditoriale. In ultimo possiamo analizzare l’attività di gestione dei manager, volta a motivare ed

ad a mantenere unito il gruppo dirigente.

 funzione di orientamento strategico, essa rappresenta la pratica esplicazione del potere della

proprietà di esercitare un controllo sull’operato del vertice imprenditoriale e di dettare gli

orientamenti di fondo dell’attività aziendale. La strategia dell’impresa può essere vista come il modo

in cui l’impresa ricerca il proprio successo e quindi come il modo in cui definisce i propri rapporti

con l’ambiente. È possibile individuare, in primis, un orientamento strategico di fondo di

un’impresa, con il quale si intende l’insieme di idee, valori e atteggiamenti prevalenti nell’impresa

con riguardo al campo di attività in cui l’impresa si ritiene vocata e alla sua filosofia gestionale e

organizzativa. Le strategie d’impresa si possono articolare su due diversi livelli: livello aziendale, nel

quale si collocano le scelte relative alla logica competitiva che l’impresa intende adottare, ed ai flussi

di investimento e di finanziamento da mettere in atto, fanno perciò parte di questo livello le

problematiche organizzative e quelle finanziarie; livello funzionale, il tipo di decisioni che si

collocano in questo livello riguardano in particolare le scelte in tema di produzione e di marketing.

La proprietà dunque, influenza la determinazione dell’insieme delle idee, dei valori e degli

atteggiamenti che caratterizzano l’ambiente interno all’impresa.

Restando nell’assetto proprietario, è interessante sottolineare come l’intero assetto ruoti intorno alla

relazione tra titolarità del capitale di rischio e potere di controllo. La presenza infatti del principio di

maggioranza come base decisionale, rende palese sia l’esistenza di una possibile separazione tra proprietà e

controllo, che l’esistenza di diverse modalità di effettivo esercizio del potere di controllo all’interno

dell’assetto stesso. Analizziamo quindi l’assetto secondo le modalità di esercizio del potere di controllo:

 assetto proprietario unipersonale, in questo caso l’intero assetto proprietario è costituito da un

unico soggetto che possiede quindi tutte le azioni della società e, di conseguenza, tutte le funzioni

proprietarie ricadono su di lui. Vi è perciò mancanza di situazioni conflittuali, non essendoci

maggioranze o minoranze. Questa situazione, se da una parte risulta stabile in termini di controllo,

può dar luogo d’altra parte a importanti limiti, tra i quali quella di una limitata capitalizzazione;

 assetto proprietario con totale separazione tra titolarità del capitale di rischio e potere di

controllo, questo è il caso delle public company, ovvero imprese ad azionariato diffuso in cui i

soggetti titolari di azioni sono tantissimi e le percentuali di capitale da questi detenute sono quindi

irrisorie ai fini di controllo. Questo tipo di imprese costituiscono un progressivo processo di

espansione dell’azionariato, tipicamente associato alla quotazione nei mercati finanziari. Il principale

vantaggio che si prospetta è rintracciabile nella facilità di ottenimento di risorse finanziare sul

mercato dei capitali; un limite è la presenza di un vertice imprenditoriale che controlla se stesso.

Queste due figure appena approfondite sono solo due casi limiti, tra questi infatti vi sono diverse forme

intermedie, tra le quali:

 controllo assoluto, in questo caso un soggetto detiene il 50% + 1 delle azioni della società, in tal

modo controlla l’impresa attraverso l’esercizio del diritto di voto in assemblea, che richiede la

maggioranza assoluta: si forma così la distinzione tra capitale di maggioranza e di minoranza;

 controllo relativo, questa volta non c’è garanzia che il controllo spetti al soggetto che ha tale quota;

perché si crei una situazione di controllo è necessario che tra un numero sufficiente di soggetti vi sia

un accordo sull’esercizio del potere di controllo. Un modo per stabilire le condizioni di controllo

assoluto, è quello di creare un accordo parasociale attraverso il quale si costruisce un sindacato di

voto, nel quale i soggetti che lo hanno sottoscritto si impegnano ad esprimere una volontà comune

nel momento futuro in cui interverranno in assemblea.

Fino ad ora abbiamo però parlato dell’imprese intese come società di diritto privato, questo però non è

sempre così. Si possono infatti distinguere altri due specifici casi:

 società cooperativa, in questo caso l’esercizio del diritto di voto è basato sulla persona, sul singolo

individuo; di conseguenza tutti i soci hanno lo stesso peso, nonostante la grandezza della quota di

partecipazione. Elemento rilevante di tali società è l’attenzione alle modalità di svolgimento delle

attività: i soggetti sono portatori di interessi economico-tecnici;

 società pubblica, non siamo in presenza di una società di diritto privato nella qual lo Stato detiene il

50% + 1 delle azioni, ma sono vere e proprie imprese di diritto pubblico.

In fine si può analizzare il cosiddetto controllo di gruppo, attraverso il quale si crea un collegamento tra

diverse imprese, le quali seguono un “ordine gerarchico”, a capo del quale vi è la cosiddetta società madre

(o holding controllante) che in questo modo detiene una parte di tutte le imprese sottostanti, limitando

l’apporto di capitale di rischio.

Sistema operativo. Questo è governato dal vertice imprenditoriale e svolge in concreto l’attività produttiva.

È possibile distinguere le componenti strutturali e le attività di funzionamento: nel primo caso vi è un’analisi

statica finalizzata a cogliere gli elementi che compongono il sistema; nel secondo caso l’interesse si sposta

sull’effettiva attività svolta e quindi sui processi che hanno luogo all’interno del processo operativo. Il

sistema operativo può poi essere suddiviso in tre processi fondamentali, i cosiddetti processi aziendali:

 processo materiale, questo processo ha ad oggetto lo svolgimento dell’attività caratteristica

dell’impresa e si suddivide anch’esso in tre fasi: 1. acquisizione dei fattori produttivi necessari alla

realizzazione del prodotto; 2. combinazione dei fattori acquisiti attraverso il processo tecnico-

produttivo ed ottenimento di uno o più prodotti cedibili sul mercato; 3. vendita dei prodotti ottenuti.

 processo finanziario, esso coglie la concatenazione di flussi e relazioni finanziarie legate allo

svolgimento dell’attività d’impresa, che risultano essere una conseguenza necessaria dei rapporti di

scambio intrattenuti dall’impresa e che nella maggioranza dei casi si sostanziano in transizioni di

natura finanziaria.

 processo informativo, esso comprende il sistema di dati e informazioni che circolano all’interno

dell’impresa e tra l’impresa ed i soggetti ad essa esterni. In questo ambito è dunque lecito distinguere

i flussi informativi interni da quelli esterni: coi primi l’informazione ha sia origine che

destinazione all’interno dell’impresa; coi secondi invece, sono coinvolti uno o più soggetti esterni

all’impresa. Si possono poi distinguere, nei flussi interni, quelli organizzativi, che derivano dalla

necessità di realizzare in modo coordinato l’attività del sistema operativo, caratterizzata da

specializzazione e divisione del lavoro, da quelli di controllo, i quali diffondono informazioni utili a

migliorare la qualità dell’attività decisionale all’interno del sistema operativo. I flussi esterni invece,

sono inevitabilmente collegati alle relazioni impresa-ambiente e trovano dunque origine come

supporto alle transizioni commerciali.

Tra i tre diversi processi è possibile trovare dei collegamenti: tra processo materiale e informativo si può

mettere in relazione la fase del processo materiale con lo scambio di informazioni che si rende necessario

per espletarla; è invece mene evidente il collegamento tra processo materiale e processo informativo. Per

studiare questo rapporto infatti, dobbiamo prima di tutto considerare un processo materiale prolungato nel

tempo, nel quale emerge una fase di approvvigionamento e una di vendita, le quali rappresentano la fase

iniziale e la fase finale del processo stesso. Il secondo passo prevede poi di leggere il processo materiale

attraverso una chiave di tipo finanziaria: in questo modo si può notare un’uscita monetaria, in seguito alla

fase di approvvigionamento, ed un’entrata monetaria, conseguente all’attività di vendita. In conclusione,

possiamo notare che il processo materiale genera un gap finanziario, che può essere ridotto in due modi:

 aumento delle dilazioni di pagamento ottenute dai fornitori;

 riduzione dei tempi di stoccaggio e di trasformazione.

Analizzando staticamente il sistema operativo, possiamo individuare diverse aree di attività omogenea,

denominate aree funzionali. È solito quindi distinguere quattro funzioni principali:

 approvvigionamento;

 produzione;

 vendite;

 finanza.

In seguito alla suddivisione per aree funzionali, è utile costruire una mappa della distribuzione del potere

decisionale all’interno del sistema operativo; è possibile quindi individuare degli organi all’interno dei quali

le persone vengono responsabilizzate e come gli stessi organi si interfacciano tra di loro. Si possono perciò

distinguere due tipologie, estreme, di strutture decisionali:

 struttura flat, caratterizzata da pochi livelli decisionali, flessibilità e prevalenza di meccanismi di

coordinamento decisionale informali;

 struttura burocratica, questa ha invece molti livelli decisionali ed una prevalenza di meccanismi di

coordinamento decisionale formalizzati con procedure codificate.

Un ulteriore approfondimento di natura strutturale può essere fatto considerando l’organizzazione

produttiva del sistema operativo. Data questa chiave di lettura, esistono due tipologie rilevanti:

 sistema operativo monoplant, questo presenta un unico stabilimento industriale;

 sistema operativo multiplant, è disperso in due o più aree geografiche dell’attività produttiva.

Questo tipo di sistema presenta maggiori complessità organizzative, anche se i maggiori costi di

coordinamento, sono compensati dai vantaggi conseguibili attraverso la dispersione geografica

dell’attività produttiva (vicinanza coi mercati di sbocco, vicinanza alle materie prime o ad aree

geografiche con basso costo di manodopera).

La struttura del sistema operativo può poi essere approfondita, analizzando il cosiddetto layout degli

apparati produttivi, ovvero la disposizione fisica degli impianti all’interno dello stabilimento industriale. Il

layout può assumere due configurazioni fondamentali:


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale
SSD:
Docente: Livi Elena
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.dimattia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia e gestione delle imprese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Livi Elena.

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