Il gioco d’azzardo fra etica ed economia
Di Andrea Maria Palermo (n° 0-81625)
Introduzione
Ho voluto affrontare questo argomento mosso dalle continue manifestazioni di corruzione e malversazione nel settore del gioco d’azzardo.
Nell’ambito delle riflessioni fra etica ed economia, questo settore, a mio parere, si presta perfettamente, a maggior ragione purtroppo per la negativa situazione in cui versa, nel mettere in luce i concetti chiave dell’etica che risultano fondamentali nello svolgimento di qualsiasi tipo di attività economica.
La relazione si divide in tre parti:
- Cenni storici relativi allo scomodo rapporto, che ha da sempre contraddistinto le istituzioni italiane ed il gioco e analisi dell’etica nell’ambito dell’attività economica.
- Analisi della situazione odierna del settore del gioco d’azzardo in Italia.
- Evidenza delle ricadute del settore nell’ambito sociale.
Parte 1: le origini del gioco d’azzardo
Il sistema ludico è entrato, come diversi altri argomenti, nel campo degli studi storici, in quanto elemento essenziale e ineliminabile per la vita delle società, di conseguenza ha preso corpo in iniziative e risultati che hanno finito col promuovere percorsi di ricerca ormai consolidati.
Il gioco d’azzardo risulta essere una chiave per intendere gli avvenimenti accaduti lungo il cammino della storia, le cui ricadute sul piano del quotidiano vivere della società sono oggi più che mai evidenti.
La baratteria, così veniva definito il gioco d’azzardo, dai barattieri, coloro che la gestivano, si espresse, in Italia, con particolare vigore nell’area di connotazione comunale.
Nel corso del ‘200 era configurabile come un gruppo marginale caratterizzato dalla pratica dell’azzardo e del dado. Fu preposta l’esistenza di specifici statuti, considerandola come una sorta di corporazione, sostanzialmente autonoma, quasi autoreferenziale.
Il termine baratteria deriva dall’architetto Nicolò Barattieri, di cui si narra che a Venezia, volle il privilegio che i giocatori avessero il permesso di giocare ai piedi delle due enormi colonne, di fronte al Palazzo Ducale, avendo risolto il problema di come innalzarle, dato che al tempo il gioco era ancora proibito.
Il gioco d’azzardo sarebbe diventato una componente dello Stato, in particolare con la messa a rendita del gioco, attraverso l’appalto affidato alla gestione dei barattieri. Essi si occupavano di tutti i servizi più bassi, sino alla professione del boia, potendo diventare eventualmente anche soldati.
A Bologna fu portato a rendita nel 1336: divenne l’unica tassa a cui i contribuenti si sottomettevano volontariamente.
Si passò – dall’investimento finanziario all’utilizzo del giroconto nel frattempo – dalla nozione di giusto prezzo alla cambiale quindi: – dall’idea del lucro cessante e danno emergente alle prassi assicurative, alle partecipazioni finanziarie per carati, alle società in nome collettivo, alla piena legittimazione del prestito a interessi, al perfezionarsi delle pratiche di banca, fino alla nobilitazione del denaro e della ricchezza che diventavano elementi socialmente qualificanti, modificando in profondità le vecchie scale di valori.
La macchina dello Stato diveniva sempre più complessa ed esigente, e proprio in questo clima maturò anche l’“invenzione” dello sfruttamento a fini fiscali del gioco di denaro: il versamento della quota di capitale giocato che l’autorità si riserva nel momento in cui autorizza, regola e amministra l’azzardo.
Negli anni duecenteschi si evidenzia la rilevanza che stava assumendo questo fenomeno anche in ambito ecclesiastico e la speculazione diventava oggetto d’attenzione da parte di canonisti e teologi di grande prestigio. Anche gli ordini mendicanti si scontrarono con questo mondo.
Furono fatte analogie fra l’azzardo e la prostituzione.
Ciononostante gli Stati, in tutta Europa, si fecero maestri del gioco, esercitando quel ruolo del biscazziere che tuttora conservano, attraverso la gestione delle puntate di denaro e gli utili che se ne ricavano.
In tempi piuttosto rapidi le licenze e i permessi temporanei aprivano la via alla vera svolta, con l’individuazione di luoghi urbani riservati in via ordinaria, non più eccezionale, al gioco di denaro.
Le autorità iniziarono a trarre profitto dalla gestione del gioco d’azzardo pubblico nell’ambito dei siti preposti.
Nel frattempo si passava dalla predilezione per la tassazione diretta a quella indiretta, con il diffondersi della gabella sull’azzardo. Il gioco diventava un normale capitolo di bilancio.
Nel 1265 si giunse al primo contratto d’appalto per il momento conosciuto, a Bologna.
Già da quegli anni, come oggi, la baratteria, la sede fisica del gioco d’azzardo, viene connotata con i termini più spregevoli, condizione infame, con la caratteristica, dell’uomo, di aver perso tutto.
Il gioco d’azzardo fra etica ed economia
La cultura occidentale ha sempre condannato l’aspetto emotivo del pensiero umano, giudicandolo una causa di turbamento e di perversione della ragione. Allo stesso tempo però emerge poi il concetto della compassione, di cui il cristianesimo non ha posto in luce solo la dimensione morale e mondana, ma anche l’aspetto religioso e divino.
Nel ‘600 si genera la nozione di ragione, sempre più ridotta alla razionalità scientifica, che entra in crisi nel ‘900 con la crisi della scienza: crisi dei fondamenti matematici in seguito alla scoperta dei paradossi logici.
Nel frattempo nella seconda metà dell‘800 si diffonde il nichilismo, atteggiamento proprio dell’uomo contemporaneo, che sperimenta la perdita delle categorie di senso, di totalità, di verità e la crisi dei valori sui quali si fondavano i sistemi filosofici del passato.
Inoltre Foucault analizza l’evoluzione degli atteggiamenti sociali nei confronti della follia, la storia della medicina protomoderna.
Ci si rende conto che non si può più accedere alla conoscenza da una prospettiva totalizzante.
L’emozione partecipa all’esistenza umana nella sua interezza, mescolandosi all’etica.
Il problema è che l’etica necessita dell’individuare delle regole del gioco sociale che permettano ai cittadini di una società complessa di non limitarsi al semplice interesse personale.
Neo-utilitarismo
È dalle premesse iniziali che si è evoluto il concetto di neo-utilitarismo.
Con il termine utilitarismo s’intendono quelle dottrine che identificano il bene con l’utilità. Esso si è proposto di fare dell’etica una vera e propria scienza del comportamento umano, sostituendo allo studio degli obiettivi quello dei moventi, identificandolo nel piacere, che per essere movente autentico deve coincidere con il piacere del maggior numero possibile di persone appartenenti alla comunità.
Il valore di un’azione è oggettivamente definibile dalla somma algebrica dei piaceri e dei dolori prodotti in tutti i soggetti coinvolti.
Grandi fautori di questo pensiero furono Jeremy Bentham e John Stuart Mill.
L’utilitarismo classico è stato riscoperto e riutilizzato in relazione ai problemi sollevati dalla teoria delle decisioni.
Uno dei più autorevoli esponenti del neo-utilitarismo fu John Harsanyi per il quale l’andamento di una buona società si riduce all’individuazione delle regole che permettano di distribuire i beni disponibili in modo che venga massimizzato il grado medio di utilità sociale.
Neo-contrattualismo
Il contrattualismo assume come fondamento dell’ordine socio-politico un patto tacito o espresso tra individui o gruppi. L’attuazione della “legge della ragione” può concentrarsi con il costituirsi dello Stato, mediante un contratto sociale (Costituzione).
Il neo-contrattualismo non si misura più con il problema della fondazione dello Stato, bensì con quella degli assetti liberal-democratici contemporanei, al fine di ricreare forme di consenso razionale.
Etica degli universalisti
I maggiori esponenti furono Jurgen Habermas e Karl-Otto Apel, che si proposero di costruire un’etica che sia:
- Normativa.
- Universale.
- Formale.
Il suo compito dev’essere quello di fondare con mezzi razionali il principio di imparzialità e di superamento dell’egoismo, principio che costituisce una delle più ovvie intuizioni morali: trattare in maniera imparziale le ragioni di ognuno.
Le scuole di pensiero finora accennate sono quelle dominanti di ispirazione individualistica e liberale, tuttavia esse non esauriscono le contemporanee proposte etico-politiche.
Etica del comunitarismo
Questa corrente di pensiero assume la comunità come valore reggente, criticando le dottrine liberiste e liberaliste descritte dinanzi.
Il concetto di comunità ha circoscritto diversi significati:
- Gruppo umano legato da un rapporto vicendevole e all’interno di un territorio.
- Gruppo di persone vincolate da obbligazioni reciproche.
- Infine contrapposizione tra comunità e società: comunità, propria dell’età preindustriale, basata sulla parentela; società, incarna i legami impersonali, anonimi, contrattualistici del mondo industrializzato.
L’utilitarismo concepisce il soggetto morale come un massimizzatore di utilità e riduce la razionalità ad un mero calcolo di costi e benefici.
L’etica deve contrastare il disorientamento, la frammentazione e il relativismo morale che sono dominanti nella società contemporanea, figlia dell’Illuminismo.
La condotta umana non si determina in base all’adesione a norme e imperativi, ma in base all’esercizio di virtù miranti al bene comune. Viene quindi proposta una riflessione sulla natura e gli scopi dei criteri di distribuzione dei beni.
Etica della virtù
La nozione di virtù nasce da una critica agli indirizzi dell’etica moderna, ponendosi in questione come alternativa ad essa.
La virtù è “una disposizione del carattere a scegliere o ad omettere le azioni in quanto sono di un certo tipo eticamente rilevante”.
Le etiche contemporanee tendono a separare il soggetto agente in giudice e allo stesso tempo in giudicato, e l’Io si ritrova a giudicare esternamente il proprio operato.
L’etica della virtù è un’etica che, al contrario, si presenta come un’etica del carattere, che vuole formare la personalità dell’individuo impiegando come mezzo la virtù e avendo come fine la vita buona, che costituisce tale criterio. Il soggetto è quindi autore di azioni nella misura in cui egli valuta le ragioni per agire.
Le etiche moderne sono invece fondate sui concetti di dovere e norma, fondamenti che paiono estrinseci alla soggettività morale: essi vengono posti come ciò cui il soggetto deve prestare obbedienza.
Nella dinamica morale egli eserciterebbe così un ruolo fondamentalmente passivo.
Inoltre si crede che nel ragionamento pratico ci si debba mettere al posto degli altri.
Le etiche moderne propongono il problema dell’azione giusta.
Diversamente ci si può muovere verso la domanda “come devo vivere?”. A questa domanda cerca di dare una risposta l’etica della virtù, la quale avanza riserve intorno al tentativo di uscire dalla propria realtà per garantire l’imparzialità del giudizio morale. Il carattere dell’imparzialità rappresenta una svalutazione quindi della responsabilità personale del soggetto, che risulta intercambiabile con qualsiasi altro.
L’etica della virtù invece chiama in causa la responsabilità del soggetto morale, interpellando ciascuno individualmente. L’approccio normativo e impersonale, tipico delle etiche moderne, risulta:
- Riduzionistico: fa leva sulla dimensione prettamente razionale del soggetto, sottovalutando l’intreccio che si stabilisce tra questa e il mondo dei desideri e dei sentimenti.
- Intellettualistico: non considera a sufficienza la componente volitiva della persona.
La rinuncia al proprio interesse non è affatto qualcosa di automatico; una volontà non egoistica non s’inventa dal nulla: questo sacrificio richiede uno sforzo personale, un impegno a educare e affinare la propria sensibilità al fine di giungere a riconoscere la legittimità del punto di vista altrui e, soprattutto, al fine di adottare un comportamento conseguente a tale riconoscimento.
In definitiva, pare che sia la stessa etica impersonale ad aver bisogno dell’aiuto dell’etica della virtù.
Parte 2: il gioco d’azzardo oggi
Con 35 milioni di italiani coinvolti, una spesa complessiva, negli ultimi sei anni, di 194 miliardi di euro, il mercato dei giochi ha raggiunto proporzioni tali da poter essere considerata una vera e propria industria, la terza industria di Stato, dopo Eni e Fiat.
Verso la fine del primo decennio degli anni 2000, il comparto dei giochi in Italia vede attivi oltre 1.600 concessionari, inclusi quelle che operano solo per via telematica. Gli operatori stranieri sono circa 30.
Le tabelle seguenti illustrano i principali player di ciascun segmento riportando anche le rispettive quote di mercato: Tutto è cominciato con il decreto Bersani del 2 settembre 2008: il lasciapassare per il poker on-line e gli skill game (cosiddetti giochi d’abilità). Nel frattempo i Monopoli di Stato, durante il governo Berlusconi, con Ministro delle Finanze Tremonti, avevano affidato a dieci concessionarie la gestione del comparto delle New-Slot, il comparto trainante, che da solo, come si vedrà successivamente, fa registrare più della metà dei dati di raccolta. Il nuovo fenomeno del gioco on-line inizia a riscuotere grande successo ed è prevista, per il settore, una crescita esponenziale.
Nel 2008 i negozi che mettono a disposizione il gioco pubblico, tra rivendite tradizionali e nuovi punti vendita, risultano così distribuiti:
- 14.000 punti vendita (agenzie e corner) destinati alla raccolta delle scommesse ippiche e sportive, dove sono installate 31.000 slot (il bando di gara Bersani ne prevede 17.000).
- A fronte di un’evidente contrazione dei consumi familiari negli ultimi anni, cresce la voglia di giocare nella speranza del colpo di fortuna.
- Secondo l’Istat nel 2010 al Nord e al centro è ferma la spesa per alimentari e bevande. Il 65,3% dei nuclei familiari ha comprato meno cibo e il 13,6% ha diminuito anche la
- 228 sale bingo, che detengono circa 1.000 slot.
- Oltre 100.000 esercizi pubblici, diversi dai punti
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