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Economia di internet

Capitolo 1. Una panoramica dell’organizzazione industriale

Introduzione

Qual è la regola più intuitiva che abbiamo acquisito sul funzionamento dei mercati? La legge della domanda e dell'offerta. Sappiamo anche che quando un mercato si comporta in questo modo, il benessere della collettività è massimo: i consumatori sono disposti a pagare i prezzi che leggiamo sulla curva di domanda. A questi consumatori è chiesto di pagare un prezzo molto più basso (quello che troviamo all'incrocio tra domanda e offerta). Lo scarto tra quello che i consumatori sono disposti a pagare e quello che realmente pagano, si chiama surplus dei consumatori, somma delle due aree = surplus complessivo. In questo caso il mercato è perfettamente concorrenziale e il benessere collettivo è massimo.

La curva di domanda si ottiene come somma delle curve individuali di domanda dei consumatori. Quindi bisogna prima trovare la curva individuale di un consumatore e sommarla alle altre. Per trovarla, si deve studiare il problema della scelta ottima (conoscendo le preferenze, la distribuzione del reddito ecc.). Per studiare l'offerta dell'impresa occorre studiare l'offerta individuale. Per fare ciò occorre studiare i costi, la forma di mercato, la tecnologia, i prezzi dei fattori e altre cose che riguardano il contesto decisionale dell'imprenditore.

Capitolo

Se i corsi introduttivi di microeconomia presentano modelli astratti di impresa e mercato, questo libro dà un peso più rilevante a fattori concreti. Lo studio dell’organizzazione industriale cala nella realtà il modello della concorrenza perfetta. In questo capitolo si presentano diversi approcci che consentono lo studio organico dell’organizzazione industriale e si introducono alcuni degli strumenti analitici utilizzati.

Esistono almeno due approcci principali per affrontare lo studio dell’organizzazione industriale:

  • Struttura-comportamento-risultati: prevalentemente descrittivo e atto a fornire una visione di sintesi dell’organizzazione industriale;
  • Basato sulla teoria della formazione dei prezzi, si avvale di modelli microeconomici al fine di spiegare il comportamento delle imprese e la struttura del mercato.

Secondo l’approccio struttura-comportamento-risultati, i risultati economici di un’industria, in termini di benefici prodotti per i consumatori, dipendono dal comportamento delle imprese, che, a sua volta, è funzione della struttura, ovvero l’insieme dei fattori che determinano la concorrenzialità di un mercato. La struttura può dipendere da alcuni fattori di base, quali la tecnologia, l’elasticità della domanda, mercati monopolistici.

La teoria della formazione dei prezzi, basata sulla teoria microeconomica, è incentrata sui seguenti sviluppi teorici:

Analisi dei costi di transazione

Le spese che devono essere sostenute per effettuare uno scambio, al di là del prezzo del bene scambiato. Per esempio, se per un’impresa i costi di transazione relativi all’acquisto di materie prime e semilavorati sono relativamente bassi, tale impresa tenderà a fornirsi da terzi piuttosto che a produrre essa stessa i materiali di cui necessita. I costi di transazione variano a seconda dei soggetti coinvolti e delle caratteristiche oggettive del mercato. L’insieme dei fattori umani e ambientali influenza i costi delle transazioni.

Per razionalità limitata si intende la limitata capacità umana di prevedere o risolvere problemi complessi. Il ricorso al mercato comporta elevati costi di transazione nel momento in cui incertezza e razionalità limitata si combinano oppure quando le poche imprese operanti in un mercato si comportano in maniera opportunistica. Se il numero delle imprese è limitato e i singoli agiscono opportunisticamente, le imprese tendono a evitare i contratti a lungo termine per timore di essere penalizzate con l’andare nel tempo (suscettibile di ricatto, in quanto impossibilitata a operare in caso di mancata fornitura di tale materiale).

Capitolo 2. Impresa e costi

Introduzione

Nell'impresa c'è un soggetto, l'imprenditore, che decide di organizzare la produzione data la tecnologia e dati i prezzi dei fattori. Per l'imprenditore è data la funzione di produzione: y = f(x1, x2, ... xn), la quantità di prodotto che si ottiene è funzione dei fattori produttivi integrati. La funzione di produzione ha alcune caratteristiche, da un certo punto in poi ha rendimenti decrescenti (marginali o di scala). Quindi, se ci fosse un solo fattore variabile, avrebbe una forma a S (sulle ascisse va il fattore produttivo e sulle ordinate la quantità di prodotto ottenuto).

Il problema dell'imprenditore è quello di minimizzazione dei costi di produzione. Nel caso in cui ci siano più fattori produttivi, la funzione di produzione si rappresenta con una serie di curve chiamate isoquanti (combinazioni del fattore di produzione 1 e 2). L'imprenditore, dati i prezzi dei fattori produttivi, spende per l'acquisto di quantità dei fattori produttivi S = w1x1 + w2x2 (dove w1 e w2 sono i prezzi dei fattori 1 e 2). L'imprenditore cerca di minimizzare i costi di produzione in corrispondenza di ogni quantità prodotta.

Questo vincolo di spesa (isocosto), che esprime tutte le combinazioni del fattore produttivo 1 e 2 che hanno lo stesso costo di acquisto per l'imprenditore, si può rappresentare con una curva inclinata negativamente (all'intersezione dell'asse delle ordinate si ha S/w2, ossia la quantità del fattore produttivo 2 che si possono acquistare se si spende interamente S per acquistarlo, all'intersezione con l'asse delle ascisse si ha la quantità del fattore produttivo 1 se si spende tutto S). La pendenza dell'isocosto è il rapporto tra i fattori produttivi e questo isocosto è il luogo delle combinazioni dei fattori produttivi che posso acquistare con lo stesso livello di spesa.

Se sovrapponiamo questo isocosto alla rappresentazione degli isoquanti, nell'isoquanto più basso possibile troviamo la combinazione ottima dei fattori produttivi che è associata alla quantità rappresentata dall'isoquanto.

Su un altro grafico, sulle ascisse metto le quantità di prodotto ottenuto e sulle ordinate i livelli di spesa. Se voglio produrre y0, in condizioni di massima efficienza sarò costretto a spendere la somma S0. Questo ragionamento si può ripetere per altri livelli di spesa: con un livello di spesa più alto, si genera un isocosto più alto e si individua un nuovo punto di ottimo (combinazione dei fattori produttivi che consente di produrre quel livello di output al minimo costo possibile). Ripetendo questo ragionamento per qualsiasi livello di spesa, ottengo la somma che devo spendere in condizioni di perfetta efficienza per produrre qualsiasi quantità di prodotto. Unendo tutti i punti, si ottiene la funzione di costo totale.

Nell'economia tradizionale non si analizza l'impresa e la sua organizzazione, ma si affronta il problema di scelta dell'imprenditore, che ha l'obiettivo di massimizzare i propri profitti. Per raggiungere questo obiettivo, effettua ogni scelta in modo di ottenere i livelli massimi di efficienza possibili. È l'imprenditore che si occupa di scegliere le combinazioni ottime dei fattori produttivi e traccia la funzione di costo totale sulla base delle combinazioni ottime. Dalla funzione di costo totale poi si ottengono le altre curve.

L’impresa

L’impresa è un’organizzazione produttiva che trasforma gli input (fattori di produzione) in output (prodotti venduti sul mercato a un determinato prezzo). Il profitto dell’impresa è dato dalla differenza tra i ricavi derivanti dalla vendita di beni prodotti e i costi relativi all’acquisto delle risorse utilizzate per la produzione e la vendita. L'ipotesi sottostante alla grande maggioranza dei modelli economici è che l'obiettivo primario dei dirigenti di un’impresa consista nella massimizzazione dei profitti dell'impresa stessa (minimizzazione dei costi di produzione).

A tal fine i dirigenti devono far sì che l'impresa venda la quantità ottima di prodotto e realizzi l’efficienza produttiva; ciò significa che, partendo dall’impiego di una certa quantità di fattori di produzione, si ottenga la massima produzione possibile avvalendosi della tecnologia a disposizione in quel momento. Può tuttavia accadere che l'obiettivo primario dei dirigenti non consista nella massimizzazione del profitto. Per esempio, potrebbero tendere alla massimizzazione delle vendite e non dei profitti.

Esistono tuttavia diversi fattori che riducono l’incentivo dei dirigenti di un’impresa a tenere comportamenti non in linea con la massimizzazione del profitto. Nel caso in cui un’impresa sia gestita in modo inefficiente e non profittevole, essa corre infatti il rischio di essere soppiantata da altre imprese, non è quindi in grado di reggere la concorrenza, le conseguenze in genere sono piuttosto spiacevoli anche per i suoi dirigenti. Vi sono poi degli incentivi volti a motivare i dirigenti a operare nell'ottica della massimizzazione del profitto, quali per esempio la proprietà di azioni dell'impresa per cui lavorano o altre forme di compensi legati ai risultati aziendali.

La proprietà di un'impresa e il controllo sulle attività da essa svolte possono assumere diverse forme. Un'impresa è un sistema sociale non è costituita da un solo soggetto, ma ci sono più soggetti. Il lavoro non è erogazione di forza lavoro, ma è la partecipazione di un soggetto a un processo produttivo. Ciascuno dei soggetti ha propri obiettivi personali. Sono quindi i soggetti che cooperano cercando di portare un risultato collettivo per il profitto dell'impresa (surplus) perché questo risultato possa essere poi ripartito tra i singoli soggetti (che useranno per soddisfare i propri obiettivi).

Tutto ciò porta alla presenza di "comportamenti opportunistici", cioè ogni soggetto può cercare di agire in modo da avvantaggiare se stesso anche se porta svantaggi agli altri. Fino alla fine del secolo scorso, la maggior parte delle imprese erano individuali o società di persone, forme legali nelle quali i proprietari sono responsabili in prima persona degli eventuali debiti dell'impresa; ciò significa che l'intero patrimonio posseduto dai proprietari, e non solo la parte investita nell'azienda, è a rischio.

In Italia esistono le ditte individuali, le società di persone, suddivise in società in nome collettivo e in società in accomandita semplice, e le società di capitali, suddivise in società a responsabilità limitata, società per azioni e società in accomandita per azioni. L'aumento del numero di società per azioni è avvenuto in coincidenza con l’espansione delle imprese. Un efficace reperimento del capitale necessario al finanziamento di imprese di grandi dimensioni è infatti possibile esclusivamente mediante la costituzione di società per azioni. Tale fenomeno iniziato negli anni '30 negli Usa ha acceso un dibattito circa l’efficienza di tale forma organizzativa.

Separazione della proprietà dal controllo

Le imprese di solito sono di proprietà dell’imprenditore come unico soggetto economico, che quindi è l’unico ad avere il potere sull’impresa. La crescita delle dimensioni dell'impresa genera una separazione della proprietà dell'impresa dal controllo. Quando le imprese vengono quotate in borsa e il capitale azionario delle imprese viene diffuso fra il pubblico, la quota di capitale azionario che è necessario per il controllo dell'impresa si riduce molto di più (molto del capitale azionario delle imprese è disperso tra risparmiatori che non hanno interesse nella gestione della società).

Quindi, spesso vi è un gruppo ridotto di azionisti che vengono nominati amministratori. Inoltre, al crescere della diffusione dell'azionariato, esso diventa talmente disperso da perdere la capacità di influenza nei confronti del management. In questo caso l'obiettivo individuale del management prevale sugli azionisti. Una parte della teoria dell'impresa si è occupata di capire quali fossero le caratteristiche delle imprese gestite dai manager (che si comportano come titolari) e quali fossero le differenze con le imprese in cui la titolarità spetta ancora al titolare del capitale. La realtà descritta da questi modelli è che cambiano gli obiettivi delle imprese. Normalmente, l'obiettivo diventa la massimizzazione dei profitti dei manager, altre volte l'obiettivo è la massimizzazione dei ricavi dei manager.

Gli azionisti però non sono del tutto tagliati fuori dalla gestione, perché se un'impresa è quotata in borsa, il valore delle azioni diventa un elemento importante. Quindi il management può avere dei vincoli alla sua libertà di azione. I proprietari di una società per azioni, cioè gli azionisti, solitamente non coincidono con i dirigenti, i quali sono invece dipendenti della società stessa. In caso di separazione della proprietà dal controllo può accadere che i dirigenti abbiano obiettivi alternativi rispetto a quello della massimizzazione del profitto aziendale: per esempio la massimizzazione delle proprie remunerazioni, un ritmo di lavoro tranquillo, o anche degli uffici lussuosi.

Gli azionisti per minimizzare i conflitti di obiettivi derivanti dalla separazione tra proprietà e controllo, di solito eleggono un Consiglio di Amministrazione, le cui funzioni sono la tutela degli interessi degli azionisti e il controllo della gestione dell’azienda.

Conflitti di interesse tra dirigenti e azionisti

Il conflitto tra dirigenti e azionisti è un conflitto reale e centrale nei sistemi di governance, e i sistemi di allineamento degli interessi tra azionisti e manager si sono rivelati difficili da governare. Le società per azioni possono reperire fondi anche emettendo obbligazioni. Ciò significa che esse si impegnano a restituire a coloro dai quali hanno ricevuto un prestito (obbligazionisti) una cifra pari all’ammontare del prestito più l’interesse concordato.

Il rendimento atteso degli azionisti è superiore a quello degli obbligazionisti; anche la variabilità del rendimento è maggiore per gli azionisti. In generale, essendo gli obbligazionisti pagati prima degli azionisti, è più prudente acquistare delle obbligazioni. Quando l’impresa aumenta il proprio indebitamento, si verifica un aumento del rapporto tra obbligazioni e azioni, con la conseguenza che i rendimenti attesi degli azionisti diventano più elevati. Per questo motivo i prezzi delle azioni di società con un elevato rapporto di indebitamento fluttuano più ampiamente rispetto a quelli di società con un rapporto di indebitamento più basso.

Dimensione delle imprese

Le imprese sono puntiformi nella concorrenza perfetta ma nella realtà sono più grandi. Un economista si pose il problema di come dovessero essere individuati i confini dell’impresa, cioè quali attività deve acquistare sul mercato un'impresa e quali produrre al proprio interno. Disse che rivolgersi al mercato per l’acquisto di prodotti comporta costi e altre complicazioni.

Se un’impresa non acquista dal mercato riduce i costi di transazione e quindi, ingrandendosi, riesce a svolgere attività che le permettono di ridurre questi costi senza dover acquistare dal mercato. Un’impresa può espandersi perché desidera produrre una quantità maggiore di output o perché sceglie sia di produrre gli input sia di distribuire l’output. Ricorso al mercato e produzione interna all’impresa sono due modi alternativi per procurarsi beni e servizi; ovviamente, nel caso di elevati costi di interazione e contrattazione con altre imprese, prevarrà la tendenza a svolgere all’interno le varie attività che compongono il processo produttivo.

Un fattore che limita il processo di espansione della produzione all’interno dell’impresa è il costo che deve essere sostenuto per controllare costantemente che i dirigenti e gli altri dipendenti operino in maniera efficiente e redditizia. La dimensione ottima di un’impresa dipende essenzialmente dal compromesso tra queste due esigenze.

Fusione tra imprese

Le imprese non sono organismi statici ma hanno l’intenzione di crescere nel tempo, internamente o fondendosi con altre imprese. Un’impresa può espandersi mediante l’investimento, come per esempio la costruzione di stabilimenti, oppure mediante fusioni o acquisizioni. Esistono tre tipi di fusioni:

  • Fusione verticale: integra imprese che svolgono a monte o a valle il ciclo produttivo nell’impresa; un’impresa si unisce con il suo fornitore;
  • Fusione orizzontale: unione di imprese concorrenti nello stesso settore;
  • Fusione conglomerale: unione di imprese non operanti negli stessi settori e non correlati.

La ragione principale che spinge ad acquisire un’impresa è generalmente l’aumento atteso della profittabilità, ma non tutte le fusioni conducono necessariamente a tale risultato. L’accorpamento di due imprese può portare a una riduzione delle ridondanze e allo sfruttamento dei vantaggi derivanti dall’aumento delle dimensioni. Imprese che svolgono attività diverse ma complementari possono ricavare dei vantaggi dalla fusione grazie alle conseguenti economie di scopo. L’acquisizione di un’impresa mal gestita e l’inserimento di un management migliore è fonte di profitto.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher toniapascarella di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia di Internet e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Sarra Alessandro.
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