Alfred Marshall e l'economia
Alfred Marshall [1842-1924] si laureò in matematica in una fase in cui l’economia si stava formalizzando e la conoscenza matematica diventava sempre più importante. Marshall ne fece un uso massiccio, sebbene non la ritenesse fondamentale per la comprensione dei processi economici, ma come strumento di analisi.
Policy accademica e autonomia dell'economia
Il suo fu soprattutto un problema di policy accademica, in quanto aveva intenzione di affermare l’economia come disciplina accademica in un paese fortemente legato alle tradizioni come la UK. In questo senso voleva autonomizzare l’economia politica creando facoltà ad hoc svincolate da altre discipline, associazioni e riviste. Marshall fu fondatore della prima associazione che riunì economisti in Gran Bretagna, la British Economic Association (di cui selezionerà sempre i vertici), nonché dell’Economic Journal, 1890 (furono tentativi di consolidare la figura dell’economista in UK).
Per moltissimi anni stette a Cambridge, ed ebbe modo di poter influire notevolmente sull’orientamento che la dottrina assunse in Gran Bretagna fino almeno a Keynes. Nel 1884 scrisse "The Present Position of Political Economy", nel quale volle difendere l’economia classica sostenendo la necessità di allargarne gli orizzonti facendo riferimento alle scienze biologiche.
Principles of Economics e la teoria economica
Nella sua opera principale, i "Principles of Economics" del 1890 (divisione in 6 libri), vi è l’utilizzo di un insieme di diagrammi di equilibrio per sviluppare funzioni di comportamento, anche con degli equilibri parziali di Cournot.
È dunque presente in Marshall una doppia linea di ricerca:
- Da un lato il tentativo di costruire un sistema teorico rigoroso.
- Dall’altro il tentativo di elaborare un sistema di concetti che rappresentasse la realtà economica, tenendo anche conto del suo sviluppo storico.
Queste due linee di ricerca nelle sue opere si sovrappongono, e a tratti si rivelano inconciliabili (spesso le sue opere riveleranno la presenza di contraddizioni, non sempre colte dai suoi contemporanei).
Marshall dimostrò l’esigenza di aprirsi a una nuova prospettiva di ricerca del marginalismo, senza però creare un’eccessiva discontinuità con gli economisti classici; si collocò pertanto nel solco del marginalismo, rifiutandosi di considerare la rivoluzione marginalista come una frattura netta col passato (fu infatti lui che attribuì a questa corrente di pensiero il titolo di “neoclassica”). A proposito dei classici, coloro che amava erano Ricardo e Mill, mentre l’altra scuola di pensiero a cui sembrò fare riferimento fu quella degli storicisti tedeschi induttivisti, nonché la prospettiva evoluzionistica.
Nei "Principles" Marshall si richiamò proprio alla tradizione classica accogliendo elementi marginalisti e inserendo riferimenti all’evoluzionismo darwiniano. Attribuì un ruolo chiave alla domanda e quindi alle preferenze dei consumatori, che sono i soggetti economici, sviluppando una teoria del valore in cui i prezzi sono determinati dall’equilibrio tra domanda e offerta.
Analisi sociale e problemi economici
Marshall tenne poi particolarmente in considerazione i problemi sociali che affliggevano l’Inghilterra, e la sua analisi fu sempre contraddistinta da un forte contatto con la realtà. Fu proprio Marshall a rendersi conto che nella prima metà dell’Ottocento l’economia inglese visse un periodo di sviluppo economico senza precedenti, pur sviluppando sacche di miserie prima non così evidenti. In "Industry and Trade" giunse alla conclusione che lo sviluppo tecnologico comporta inevitabilmente la crescita della miseria per via di un cambiamento dell’equilibrio (premettendo che, richiamandosi alla prospettiva evoluzionista, Marshall riteneva che nello sviluppo esistesse sempre un gradualismo - la natura non fa salti ma procede gradualmente).
Infine, Marshall si rivelò un autore sensibile all’intelligenza femminile, sebbene nella sua concezione la donna rimane subordinata (sua moglie fu comunque un’interlocutrice molto importante nella composizione dei suoi volumi).
Metodo consapevole e concetti economici
Il metodo consapevole dell’interdipendenza generale tra i fenomeni economici tipica della teoria marginalista era condiviso da Marshall, come Walras e Pareto, ma era altrettanto consapevole di quanto fosse difficile analizzare problemi concreti dal punto di vista dello schema dell’equilibrio economico generale. Preferì quindi l’uso degli equilibri parziali e le catene causali brevi, le quali permettono di osservare i nessi logici più piccoli all’interno dei mercati.
Equilibrio e concorrenza
Marshall dedicò attenzione alla rappresentazione della realtà; nel definire i concetti di equilibrio e concorrenza bisogna tenere conto della doppia linea di ricerca di quest’ultimo, che rende difficile individuare un risultato univoco. Nei "Principles" si trovano due definizioni di equilibrio:
- Equilibrio statico fra domanda e offerta, con imprese le cui dimensioni sono irrilevanti rispetto all’industria, e che operano in concorrenza perfetta dove non possono incidere sul prezzo.
- Equilibrio dinamico, una nozione solamente abbozzata e poi diffusa tra gli allievi per tener conto dell’irreversibilità dei movimenti effettivi delle imprese e dell’industria lungo le curve di domanda e offerta. Ciascuna impresa ha dei margini di manovra (pur avendo sullo sfondo un mercato in concorrenza perfetta) che consentono di violare la legge del prezzo unico.
Impresa e industria
Anche i concetti di impresa e industria costituiscono un ponte tra la complessità del mondo reale e la necessità di semplificazione della teoria astratta. Per analizzare il lato dell’offerta Marshall riprese elementi della tradizione classica presenti in Smith (la teoria smithiana che collega la divisione del lavoro all’espansione dei mercati con effetto di aumentare la produttività) e Ricardo (teoria della rendita differenziale: la rendita sulle terre più fertili aumenta mano a mano che ci allontaniamo dal centro del mercato e andiamo a lavorare terre marginali).
Marshall ribattezzò queste teorie come “leggi dei rendimenti di scala”, impiegandole per spiegare l’andamento dei costi di un bene al variare della quantità prodotta; caso dei rendimenti crescenti di scala o dei rendimenti decrescenti: entrambi minano l’equilibrio economico generale dove tutte le imprese sperimentano rendimenti di scala costanti. Marshall pose il problema dell’esistenza di rendimenti crescenti, considerati il motore dello sviluppo economico; questo però è incompatibile con il modello generale d’equilibrio. I rendimenti crescenti danno luogo a quelle che Marshall definì come economie di scala, connesse con l’applicazione di grandi impianti industriali e tecnologie avanzate.
Non emerge, comunque, un attore che possa monopolizzare il mercato posto che in ogni caso il modello di monopolio non era ancora stato studiato in questo periodo. Marshall riteneva che la concorrenza potesse sopravvivere perché, come negli organismi biologici, le imprese hanno dei limiti oltre i quali la crescita si arresta e il potere di controllo declina fino a quasi scomparire.
Una soluzione che suggerì al dilemma dell’esistenza di rendimenti crescenti e del mantenimento della concorrenza perfetta fu la teoria dell’impresa rappresentativa [vd. libro IV "Principles"], secondo cui l’industria è composta da tante imprese che, come gli alberi di una foresta, si trovano a stadi diversi del loro ciclo vitale:
- Giovani; sperimentano rendimenti crescenti e si sviluppano in un ambiente concorrenziale.
- Mature; hanno raggiunto dimensioni per cui gli elementi di sviluppo e di declino si bilanciano.
- In decadenza; è a metà del suo processo di sviluppo e che può avere rendimenti crescenti anche se nel complesso l’industria sembra statica.
Dopo averla concepita come organismo (che si avvia, cresce, arriva a una maturità e declina), Marshall analizzò l’impresa in qualità di organizzazione, studiando il lavoro dell’imprenditore, la formazione della forza lavoro, la rete commerciale dell’impresa, i rapporti con la clientela, le tecniche produttive che minimizzano i costi, la diffusione delle informazioni tecnologiche.
Economie e diseconomie esterne
Un altro concetto introdotto da Marshall è quello di economie e diseconomie esterne, intese come l’insieme di vantaggi e svantaggi che l’attività di un’impresa (o industria) apporta all’attività di altre imprese (o industrie), indipendentemente dalla volontà dei suoi organi decisionali, ad esempio un’impresa automobilistica avvantaggia un’impresa di pneumatici. L’esistenza di tali vantaggi favorisce la concentrazione territoriale e l’insorgenza dei “poli di sviluppo”.
Il passaggio successivo fu operato da Pigou, allievo e successore di Marshall alla cattedra di Cambridge, il quale sostenne che l’impresa e l’industria possono ridurre i propri costi attraverso un’azione che si può ripercuotere negativamente in termini di costi sociali, ad esempio l’inquinamento di acque pubbliche per un mancato investimento nei depuratori.
Nel suo scritto del 1920 "The Economics of Welfare", Pigou dimostrerà la non coincidenza tra massimo vantaggio privato e massimo vantaggio sociale nelle economie esterne, mettendo in crisi uno dei pilastri dell’economia liberale, la sympathy smithiana. A tal proposito, anche Marshall si domandò se fosse possibile uno sviluppo indefinito del sistema economico senza un freno inevitabile posto dalla sostenibilità ambientale [vd. John Stuart Mill].
Stato stazionario
Il consolidamento graduale delle capacità organizzative delle imprese può tracciare uno sviluppo economico di lungo periodo in una direzione evolutiva, facendo cambiare scala alla produzione. L’incremento di capitale dipende dal risparmio, dalle capacità imprenditoriali, dall’istruzione e dalla salute della popolazione e della forza lavoro che influenzano la possibilità di uno sviluppo. Marshall era ottimista sulla crescita del reddito pro capite, sul benessere di tutti i gruppi sociali e sull’incremento di mobilità sociale; a tal proposito fu favorevole alla sostituzione con le macchine del lavoro umano per i compiti usuranti per il genere umano (diversamente da Ricardo, posizione più vicina a Smith).
Industry and Trade (1919)
Un'altra opera importante è "Industry and Trade" del 1919, opera divisa in tre libri nella quale Marshall adottò una prospettiva ottimistica sulla società nel lungo periodo, sulla base della quale riflettere sul tema del declino del primato industriale inglese.
Libro I; Marshall ricostruì il progresso della Gran Bretagna dal Medioevo per studiare quale fosse stato il terreno fertile (economico e sociale) che consentì la prima rivoluzione industriale. Confrontando l’economia inglese con quella di altri paesi avanzati nel processo di industrializzazione (Germania, USA e Francia), analizzò in particolare le condizioni culturali, geografiche e sociali per individuare i punti di forza di ciascun modello nazionale - metodologia induttiva: dai dati elabora una teoria. Es: in Germania era molto forte la ricerca e l’istruzione, negli USA l’ampiezza dei mercati.
Libro II; studiò la produzione moderna su larga scala, il processo di meccanizzazione in atto, le strategie di marketing, l’organizzazione del sistema produttivo, e soprattutto, la tendenza alla crescita della dimensione della cosiddetta impresa rappresentativa (nascono le prime imprese multinazionali). Oggetto di studio fu anche la tendenza alla standardizzazione del prodotto, con la quale si producevano mediante produzioni meccaniche e industrializzate dei beni tradizionalmente fabbricati in modo artigianale. Altro elemento analizzato da Marshall fu quello delle concentrazioni di imprese per integrazione verticale o orizzontale. Il libro si chiude infine con un’esposizione dei nuovi metodi di organizzazione scientifica del lavoro - questa è una fase storica nella quale l’aumento della produttività lavorativa dipendeva dalla dimensione organizzativa.
Libro III; si discute del potere di mercato della grande impresa e delle tendenze monopolistiche attive all’interno del mercato, riprendendo l’elemento della concentrazione di imprese. Solo l’innovazione tecnologica, in quanto una grande scala produttiva permette di finanziare questa, necessita di ingenti risorse: il mercato si trasforma perché si ha bisogno di spendere.
Punto di analisi furono anche le diverse forme di collaborazione tra imprese, come le associazioni di imprese, che permettevano di comprendere gli effetti positivi della concentrazione di imprese appartenenti allo stesso settore produttivo e afferenti a una stessa area geografica (cioè i “distretti industriali”). Infine l’attenzione venne rivolta alla pubblicità, alle politiche di differenziazione dei prezzi e alle strategie aggressive o collusive delle imprese oligopolistiche.
La professionalizzazione degli studi economici
Sotto la sua egida, la figura dell'economista si è consolidata, contribuendo alla professionalizzazione degli studi economici. Marshall ha influenzato profondamente la struttura e il metodo con cui l’economia è insegnata e studiata, in particolare attraverso la sua proposta di un curriculum economico autonomo.
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