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Economia dello sviluppo - nozioni generali Appunti scolastici Premium

Appunti di Economia dello sviluppo su nozioni generali. Gli argomenti trattati sono i seguenti: sviluppo e sottosviluppo: concetti e ideologia, l'idea di progresso, il progresso economico, l'ottimismo degli economisti, la nascita dell'economia dello sviluppo/il paradigma della modernizzazione, la teoria dell'imperialismo. Vedi di più

Esame di Economia dello sviluppo docente Prof. -. Non

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l’influenza ideologica dell’avversario all’interno e l’obiettivo di mantenere o di

conquistare l’egemonia su paesi che tendevano a posi in una posizione

equidistante tra i due campi.

Accordi internazionali, come quello di Bretton Woods o come quelli connessi

con il “piano Marshall”, sanzionano la posizione di preminenza degli Stati Uniti.

Con i primi il regime a cambi fissi, con i secondi venne finanziata la

ricostruzione dell’Europa.

Il dollaro diventa in questa fase il mezzo di pagamento universalmente

accettato e dalla sua stabilità dipendono la stabilità dei cambi e la continuità

dei flussi di merci e di capitali.

Acquistano peso rilevante decisioni politiche di organismi internazionali (come

il Fondo Monetario) o nazionali (come l’amministrazione e la Banca federale

americana), le grandi società multinazionali.

Il sistema capitalistico mondiale assume di nuovo quel carattere unipolare che

aveva avuto al tempo dell’egemonia britannica. I poteri attribuiti alle

organizzazioni internazionali e l’egemonia americana si manifesta anche

attraverso il peso determinante che gli Stati Uniti hanno nelle loro decisioni. È

questo il carattere della regolazione internazionale una delle ragioni che ci

fanno chiamare questo periodo fase del Capitalismo regolato.

Trasformazioni nella regolazione capitalistica

1) le organizzazioni dei lavoratori avevano acquistato, in misura diversa nei

vari paesi, legittimità e capacità di incidere sulla determinazione dei

salari, sulla durata e sulle modalità del lavoro. Si assiste alla diffusione

della contrattazione collettiva e all’istituzionalizzazione di procedure per

raggiungere accordi bilaterali ( tra rappresentanze dei lavoratori e dei

capitalisti ) o trilaterali (con la partecipazione del governo) che

correggano e in parte sostituiscano il funzionamento automatico del

mercato del lavoro.

2) L’intervento dello stato non è un fenomeno nuovo nello sviluppo del

capitalismo, ma in questa fase assume un’ampiezza e forme

precedentemente sconosciute: l’istituzione di imprese pubbliche, la

produzione di energia e di prodotti di base, estensione dell’istruzione

pubblica o il finanziamento di quella privata, prestando servizi sanitari e

di sicurezza sociale, creazione di condizioni favorevoli per la formazione

di un più ampio margine di profitto, attuazione di trasferimento di redditi

a categorie particolarmente devoli

3) Il governo della moneta che, mediante variazioni della base monetaria e

della disciplina del credito, agisce in senso restrittivo o espansivo.

La decolonizzazione

La prima guerra e la fase di espansione americana negli anni 20 portarono ad

un aumento della domanda di prodotti primari, ad una conseguente estensione

delle piantagioni e ad un elevato indebitamento dei paesi periferici indipendenti

per finanziare programmi di modernizzazione che sembravano consentiti dalle

favorevoli condizioni e dalle previsioni ottimistiche sull’andamento della

congiuntura mondiale. Quando questa volse al peggio, la periferia venne

coinvolta nella crisi mondiale. Questa situazione stimolò la creazione di

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un’industria sostitutiva delle importazioni e l’inizio di un processo che avrebbe

dovuto ridurre la dipendenza e la condizione periferica. Per i paesi che

facevano parte degli imperi coloniali l’aspetto principale della crisi fu l’ulteriore

irrigidimento dei vincoli economici.

La seconda guerra mondiale favorì il rafforzamento e la diffusione dei

movimenti nazionalistici, che aspiravano all’autogoverno e all’indipendenza.

La divisione in due campi e la nuova struttura del sistema capitalistico

mondiale nel dopoguerra offrirono ai paesi coloniali condizioni favorevoli per il

raggiungimento dell’indipendenza politica.

L’egemonia americana, l’influenza ideologica socialista hanno contribuito in

alcuni casi al processo di decolonizzazione.

Un esempio è la politica di “aiuti allo sviluppo” da parte degli Stati Uniti, che è

stata spesso orientata dal maggiore o minore pericolo che essi cadessero sotto

l’egemonia della potenza rivale.

La decolonizzazione si compì, per la massima parte, in un ventennio tra la fine

della guerra e la metà degli anni 60.

Nel 1974 il Parlamento britannico votò l’Indian Independence Act, che istituiva

i due stati indipendenti di India e Pakistan; nel 1949 l’Olanda riconobbe

l’indipendenza dell’Indonesia. La Francia accettò l’indipendenza del Nord

Vietnam, Sud Vietnam, del Maghreb, Tunisia e Marocco.

La periferia dopo la decolonizzazione

In questo periodo abbiamo l’aspirazione a conquistare il controllo delle loro

risorse, specialmente minerarie ed energetiche, prevalentemente in mani

straniere, e a creare un’industria nazionale che ne riduca la dipendenza dall’

importazione di manufatti dai paesi del centro.

Questa aspirazione ad uno sviluppo indipendente, oltre ad incontrare ostacoli

all’interno di ciascun paese suscita l’opposizione degli interessi colpiti nei paesi

del centro.

Il conflitto di interessi tra il centro ( e semiperiferia ) e periferia viene quindi in

evidenza e si manifesta in programmi di nazionalizzazione di imprese straniere.

Nei rapporti tra centro e periferia diventa prevalente la negoziazione di accordi

tra governi o tra organizzazioni economiche internazionali e governi. La

posizione egemonica del centro non viene sostanzialmente intaccata dai

programmi di sviluppo della periferia. Questi programmi, infatti, richiedono per

la loro attuazione l’acquisizione di tecnologie delle quali dispongono solo i paesi

industrializzati, capitali.

È indispensabile il ricorso a prestiti per far fronte ai disavanzi pubblici e delle

bilance dei pagamenti.

Un ruolo fondamentale è svolto dalla Banca Mondiale e il Fondo Monetario

Internazionale. La prima finanzia progetti di sviluppo, il secondo interviene in

presenza di squilibri monetari con prestiti condizionati all’adozione di politiche

a brave che ne rimuovano le cause.

A questi mutamenti nella forma dei rapporti tra centro e periferia si

accompagnano due altri fenomeni:

1) un processo di differenziazione all’interno dell’area periferica e alcune

modificazioni nelle funzioni che essa svolge nei confronti del centro. Le diverse

condizioni nelle quali avviene la colonizzazione determinano diversi destini.

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2) La periferia continua ad essere per il centro una fonte importante di

prodotto primari, che costituiscono la quota principale della sua produzione e

delle sue esportazioni. L’incidenza di queste merci sul commercio mondiale

complessivo si è progressivamente ridotta.

Si ha quindi da una parte la sostituzione di materie prime naturali un tempo

necessarie allo loro industria con prodotti sintetici, mentre, d’altra parte,

mettono in evidenza l’importanza vitale che per il centro e la semiperiferia

hanno i rapporti con i paesi produttori di petrolio.

Il flusso di capitali dall’Europa verso i “paesi nuovi” non si è presentato.

Gli investimenti diretti sono stati prevalentemente opera delle multinazionali,

che in questo modo hanno favorito processi di industrializzazione, in pochi casi

coronati da successo, in molti altri limitati alla creazione di enclaves industriali.

L’industrializzazione promossa dalle multinazionali ha rappresentato un

aspetto nuovo della divisione internazionale del lavoro, un decentramento di

fasi del processo industriale che incorporano una minore quota di tecnologia e

utilizzano forza lavoro a basso costo o sfruttano condizioni particolarmente

favorevoli dal punto di vista fiscale.

Un altro mutamento rispetto alle tendenze prevalenti nel passato riguarda i

flussi di popolazione. Nelle precedenti fasi i principali movimenti di popolazione

erano consistiti nel popolamento europeo di paesi o interi continenti

scarsamente abitati.

La direzione del flusso è della periferia sovrappopolata ai paesi del centro e

della semiperiferia.

Verso nuove configurazioni del sistema mondiale

Non esiste più un “campo socialista” e si è accelerato il processo di pieno

inserimento dei paesi che ne facevano parte nel mercato mondiale

capitalistico; il sistema monetario internazionale non segue più le regole che a

Bretton Woods avevano sancito l’egemonia del dollaro, mentre l’emergere delle

economie giapponese e tedesca delinea un graduale e contrastato processo di

passaggio dal mondo unipolare del dopoguerra ad una struttura multipolare del

centro.

Della nuova fase è difficile delineare con qualche sicurezza quali saranno le

caratteristiche distintive.

La periferia del sistema, la divaricazione tra livelli di sviluppo e tassi di crescita

dei paesi che la compongono sembra accentuarsi.

L’Africa ha ormai una posizione talmente marginale nel sistema che sembra

conferirgli nuovamente le caratteristiche di area esterna ad esso. L’Unione

sovietica si è frammentata in una molteplicità di stati ed è possibile che alcuni

di essi diventino nuove periferie del nuovo centro multipolare.

Capitolo4

Caratteri della periferia e misurazione dello sviluppo

Le caratteristiche strutturali dei paesi periferici

La periferia del sistema capitalistico mondiale corrisponde oggi a quell’insieme

di paesi che vengono comunemente chiamati sottosviluppati o in via di

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sviluppo o anche terzo mondo, termine che ha avuto in passato una valenza

prevalentemente politica. Il criterio più comunemente usato per distinguere i

paesi sottosviluppati è il prodotto nazionale pro capite: una certa misura di

questo indice segna la soglia al di sotto della quale in molte statistiche

internazionali un paese viene considerato “developing country”.

I paesi che rientrano in questa categoria si collocano lungo una scala i cui

estremi sono molto distanti.

Possiamo distinguere caratteristiche economiche e caratteristiche demografiche

e socio-politiche:

1) la struttura produttiva del tipico paese periferico è caratterizzata dalla

prevalenza dei settori primari: agricoltura e attività estrattive, che

impiegano la maggior parte della forza lavoro e contribuiscono per una

quota rilevante alla formazione del prodotto nazionale. Il basso livello di

reddito è spiegato dalla struttura produttiva, la quale è l’effetto della

specializzazione produttiva, determinatasi dopo la rivoluzione industriale

per l’operare congiunto del colonialismo e del funzionamento del mercato

mondiale. A seconda della prevalenza delle attività agricole o di quelle

estrattive e in relazione al tipo di prodotto primario prevalente, variano le

caratteristiche economiche e sociali di un paese. L’aspetto comune a tutti

i casi è la forte dipendenza dalle esportazioni verso i paesi industrializzati

e dagli andamenti delle loro economie. L’agricoltura presenta in media

livelli di produttività molto bassi se confrontati con quelli dei paesi del

centro e della semiperiferia. Ciò dipende in alcune aree dall’estensione

dell’agricoltura di sussistenza, con le sue tecniche tradizionali, in altre

dalla grande proprietà latifondista. L’industria produce prevalentemente

beni di consumo a un livello più avanzato, beni di consumo durevole,

semplici attrezzi e strumenti meccanici, materiali da costruzione. Nei

paesi dove a causa delle loro dimensioni, il mercato interno è più vasto e

le risorse più abbondanti, l’industrializzazione si è estesa a molti settori e

le catene produttive comprendono molte o tutte le fasi della lavorazione:

esiste un vero sistema industriale, spesso caratterizzato da tecniche che

nel centro sono già mature o obsolete. Altra caratteristica è la carenza di

capacità imprenditoriali, manageriali e tecniche.

Sulla distribuzione del reddito i dati statistici sono incompleti e

frammentari. Vi è la convinzione che vi sia un’elevata concentrazione del

reddito negli strati più alti e una grande parte della popolazione con

redditi inferiori alla media, questo è ciò che viene convenzionalmente

considerato la “linea della povertà”. Il fenomeno del dualismo. Nelle

economie dei paesi periferici sono generalmente individuabili aree geo-

economiche fortemente differenziate. All’origine della differenziazione sta

la politica coloniale che privilegiava le colture agricole e le altre attività

economiche dirette all’esportazione, costruiva centri commerciali e

infrastrutture ad esse funzionali, favoriva la creazione di élites indigene

culturalmente assimilabili, emarginando dal processo di sviluppo e di

modernizzazione il resto del paese e della popolazione. La critica che è

stata spesso rivolta al concetto di dualismo riguarda l’idea che il settore

“moderno” e quello “tradizionale” siano due sistemi indipendenti e che lo

sviluppo possa nascere semplicemente dall’espansione del primo. Tra i

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due settori esistono invece molteplici interdipendenze, perché la

creazione del primo ha comportato spesso la distruzione di attività

produttive che erano fiorenti nel secondo, il quale a sua volta ha

costituito e costituisce la riserva di forza lavoro per l’industria moderna e

ne regola i livelli di salario.

La tendenza strutturale al disavanzo della bilancia dei pagamenti ha tra

le sue molteplici cause la specializzazione nella produzione di beni

primari e l’orientamento prevalente degli scambi verso il centro e la

semiperiferia. Il formarsi di strati urbani relativamente privilegiati porta

all’affermazione di modelli di consumo di tipo occidentale e quindi

all’importazione di prodotti manufatti dai paesi del centro; d’altra parte,

quando ci si propone di sostituire le importazioni con produzione

nazionale, la costruzione di un’industria moderna implica l’importazione

di macchinari ed impianti. Per acquisire la valuta diventa indispensabile

espandere al massimo le colture agricole da esportazione. La restrizione

delle colture destinate al consumo interno spinge all’importazione anche

di beni di prima necessità, con effetti cumulativi

2) Dal punto di vista demografico, il tasso di crescita della popolazione è

molto più

Elevato di quello che si riscontra nel centro e nella semiperiferia. Nei

primi esso è mediamente superiore al 2% e si avvicina al 3% nell’area

dell’Africa subsahariana, mentre è dello 0,6% nei paesi industrializzati.

La Teoria della transizione demografica , stabilisce un rapporto tra

andamenti demografici e sviluppo economico basato sulla storia dei paesi

industrializzati. Prima dell’industrializzazione questi paesi presentavano

tassi elevati sia di natalità che di mortalità che mantenevano stazionaria

la popolazione; in una prima fase dello sviluppo industriale si assiste a

una diminuzione del tasso di mortalità con conseguente crescita della

popolazione; in una seconda fase, infine, insieme alla continua

diminuzione della mortalità si verifica anche una diminuzione della

natalità e di conseguenza un rallentamento della crescita. I paesi della

periferia si troverebbero oggi nella prima fase dello sviluppo. Le

conseguenze combinate del permanente alto tasso di natalità e della

minore mortalità determinano, infatti, un forte aumento della percentuale

di popolazione inattiva (vecchi e bambini) a carico di quella attiva: il

reddito pro capite non cresce o tende a scendere e la soluzione ai

problemi della sopravvivenza e del miglioramento delle condizioni di vita

viene ricercata nell’emigrazione.

3) Sotto l’aspetto socio-politico, la composizione di classe è molto diversa a

seconda del peso delle differenti attività economiche, delle forme di

proprietà, della distribuzione del reddito, e i sistemi politici. Un aspetto

che si può considerare comune è la struttura polarizzata della società ,

con una ristretta classe dominante, una grande parte della popolazione

subordinata economicamente, socialmente e politicamente e la

mancanza o la ristrettezza di una classe intermedia. L’identificazione di

gran parte della popolazione con lo stato è scarsa; il governo è conteso

tra le diverse componenti dei ceti dominanti.

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La misurazione dello sviluppo in base al prodotto nazionale

L’indice più generalmente usato per misurare il grado di sviluppo o

sottosviluppo di un paese è il suo prodotto nazionale lordo pro capite valutato

in dollari. L’uso di questo indice è ancora molto diffuso ed ha una rilevanza

pratica notevole, poiché essendo adottato dalla Banca Mondiale, in base ad

esso si classificano i paesi che ricorrono ai suoi prestiti. Vi sono alcuni problemi

relativi al calcolo del prodotto nazionale lordo pro capite.

1. Il primo ordine di problemi riguarda le difficoltà che nella maggior

parte dei paesi periferici incontra la misurazione del prodotto nazionale.

Questo avviene calcolando il valore ai prezzi di mercato della produzione

di tutti i beni e servizi finali e di quella dei beni intermedi, sottraendo il

secondo dal primo e ottenendo cosi il valore aggiunto totale. La

misurazione del valore aggiunto richiede che nel paese si eseguano

annualmente rilevazioni dei risultati dei diversi settori produttivi

mediante tavole input-output. Questa condizione non si verifica spesso

in paesi della periferia che dispongono di servizi statistici modesti. In

alcuni di questi paesi il calcolo della produzione viene fatto con indagini

quanto possibile accurate in un dato anno, che viene assunto come anno

base rispetto al quale le successive variazioni sono ottenute con stime,

supponendole.

Un’ulteriore difficoltà è rappresentata dalla cosiddetta “economia

sommersa” o “economia informale”. Questa è costituita da un insieme di

attività produttive di beni e di servizi che vengono svolte in forme illecite

o irregolari e che, non osservando le norme che disciplinano i rapporti di

lavoro, la concessione di licenze, gli oneri fiscali, sfuggono alla

rilevazione statistica. Ne deriva, quindi una sottovalutazione della

produzione nazionale.

Una terza difficoltà nasce dal fatto che i risultati della produzione

vengono valutati ai loro prezzi di mercato. Questo criterio nasce dal

presupposto che in un sistema economico moderno beni e servizi

prodotti sono destinati alla vendita, ma la sua applicazione senza

eccezioni escluderebbe dal prodotto nazionale i servizi della pubblica

amministrazione, che non passano per il mercato, e tutto ciò che viene

consumato dai produttori. Per evitare la sottovalutazione del prodotto

nazionale, per quanto riguarda i servizi pubblici, si ricorre alla loro

valutazione al costo dei fattori, eguagliandoli alla remunerazione dei

dipendenti pubblici; mentre per quanto riguarda l’autoconsumo, beni e

servizi consumati sono valutati ai prezzi che essi avrebbero se fossero

venduti e acquistati.

2. un secondo ordine di problemi riguarda il passaggio dal valore del

prodotto nazionale all’indice da utilizzare come criterio di confronto tra

paesi diversi. È necessario, quindi, tener conto della popolazione dei

diversi paesi. Occorre dunque, in primo luogo, decidere il valore della

popolazione da usare per calcolare il prodotto medio. Normalmente il

prodotto totale viene diviso per la popolazione totale censita o stimata

nell’anno di riferimento. Questa soluzione ha dato luogo a due diversi tipi

di critiche. 25

La prima parte dall’idea che l’indicatore più appropriato dello sviluppo di

un paese non è l’aumento della popolazione ma quello della produttività:

ne consegue che per confrontare i tassi di crescita di due diversi paesi o

dello stesso paese in tempi diversi, non si dovrebbe dividere il prodotto

nazionale per l’intera popolazione, ma solo per la sua parte attiva.

La seconda critica riguarda il significato da attribuire a una diminuzione

del prodotto nazionale pro capite dovuta ad un aumento della

popolazione a prodotto totale costante. Si osserva che questo potrebbe

essere l’effetto di una maggior durata della vita e della diminuzione della

mortalità infantile, conseguenti ad una migliore distribuzione dello stesso

reddito e non dovrebbe quindi considerarsi come un peggioramento delle

condizioni del paese considerato.

Dal punto di vista statistico, il più importante e discusso problema

relativo al confronto tra i prodotti pro capite di paesi diversi nasce dalla

loro conversione in un’unica moneta, che nelle statistiche internazionali è

il dollaro. Questo può portare a sopravvalutazioni o sottovalutazioni del

prodotto nazionale, per 3 motivi:

a)il tasso di cambio ufficiale fissato dal governo o dalla banca centrale

non sempre riflette gli effettivi rapporti economici che esistono tra un

paese e il resto del mondo

b) quando si verificano forti oscillazioni del tasso di cambio, il prodotto

nazionale del paese che ha svalutato o rivalutato la propria moneta può

mostrare da un anno all’altro un forte decremento o incremento che non

riflette crescite o diminuzioni della produzione reale.

c) il tasso di cambio di un paese, anche quando è determinato dal

mercato, dipende dalla domanda e dall’offerta della sua moneta,

connesse agli scambi di merci con il resto del mondo. Il tasso di cambio

di una data moneta con il dollaro, riflette la sua capacità di acquisto negli

Stati Uniti, mentre non tiene conto delle capacità di acquisto per tutti i

beni e i servizi che non vengono commerciati internazionalmente.

In base a queste considerazioni è stato elaborato un metodo, detto delle

parità del potere d’acquisto (PPA), che, tenendo conto delle strutture dei

prezzi nei diversi paesi, arriva a calcolare una unità di valore, chiamata “dollaro

internazionale”, corrispondente alla stessa quota di prodotto nazionale per ogni

paese. Questo per evitare gli inconvenienti che si presentano quando si usa il

tasso di cambio ufficiale.

Prodotto nazionale, distribuzione e benessere

Gli elementi ritenuti significativi per definire il grado di sviluppo variano, ed è

in relazione ad essi che si pone il problema della significatività del prodotto

nazionale pro capite.

Una posizione estrema consiste nel ritenere che il prodotto nazionale sia un

indice sintetico soddisfacente, nel senso che ogni elemento significativo per

una definizione di sviluppo presenta un’elevatissima correlazione con esso.

Ma questa tesi è stata da tempo soggetta a numerose critiche.

La prima limitazione riguarda il fatto che l’indice del prodotto nazionale pro

capite non dà informazioni sul modo in cui il reddito è distribuito tra i

componenti della collettività nazionale presa in considerazione. In base ai dati

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disponibili, si ritiene che i paesi periferici abbiano una distribuzione del reddito

più diseguale di quella dei paesi del centro e della semiperiferia e tale

disuguaglianza comporta l’esistenza di un’elevata percentuale della

popolazione in condizioni di povertà, è considerata una caratteristica del

sottosviluppo. D’altra parte, alcuni paesi a basso reddito presentano una

distribuzione sensibilmente meno sperequata di altri che hanno un eguale o più

elevato prodotto pro capite. L’idea che l’indice del prodotto nazionale pro

capite dovrebbe essere accompagnato da un indicatore sulla distribuzione è

ampiamente condivisa.

Più complessi sono i problemi che riguardano il rapporto tra il prodotto

nazionale e il benessere economico. Essi si basano sul presupposto che

l’obiettivo dell’attività economica non è la produzione in sé, ma le soddisfazioni

che essa provoca ai consumatori dei beni e dei servizi prodotti. Il prodotto

nazionale pro capite dunque può essere usato come indice dello sviluppo solo

se si può sostenere che esso è una misura del benessere, ossia delle

soddisfazioni o utilità dei consumatori. D’altra parte ciò è implicito se si

accettano le teorie neoclassiche, in base alle quali i prezzi riflettono l’utilità che

le merci scambiate sul mercato hanno per i consumatori.

Vi sono inoltre alcune voci incluse nel prodotto nazionale il cui aumento non

corrisponde a un maggiore benessere ( ad esempio le spese sanitarie ) e altre,

significative per il benessere, in senso positivo o negativo, delle quali il calcolo

del prodotto nazionale non tiene conto ( ad es l’inquinamento,

l’urbanizzazione…).

Indici complementari o alternativi al prodotto nazionale

I dubbi sulla significatività del prodotto nazionale pro capite come indice dello

sviluppo e del sottosviluppo hanno portato a più di una soluzione.

La prima, proposta da alcuni economisti, consiste nella misurazione diretta del

benessere degli individui per arrivare alla costruzione di un indice che eviti di

passare per il calcolo del prodotto nazionale; ma la sua applicazione

richiederebbe una quantità e qualità di informazioni ottenibili solo mediante

accurate e difficili rilevazioni statistiche, improponibili per i paesi della periferia.

La seconda, più pragmatica, è quella adottata ad esempio dalla Banca

Mondiale, consistente nell’accompagnare al dato del prodotto nazionale pro

capite degli indicatori di altri aspetti demografici, sociali ed economici per

effettuare confronti tra temi e paesi diversi.

La terza e più recente soluzione è stata adottata dal 1990 dal Programma di

sviluppo delle Nazioni Unite ( Undp ). Essa parte da una definizione dello

sviluppo come “processo di ampliamento delle possibilità degli individui”, che

comprendono, da un lato, l’ambito economico e quindi la possibilità di disporre

delle risorse necessarie alla soddisfazione dei bisogni essenziali, dall’altro, si

riferiscono alla sfera politica, giuridica e morale e consistono nella possibilità di

godere delle libertà politiche, dei diritti civili…

I diversi gradi di sviluppo nelle statistiche internazionali

La Banca Mondiale classifica i paesi del mondo in base al loro prodotto

nazionale pro capite in dollari, distinguendoli in 4 fasce:

1. economie a basso reddito 27

2. economie a reddito medio-basso

3. economie a reddito medio-alto

4. economie a reddito alto

I paesi appartenenti alle prime tre fasce appartengono all’America Latina, Asia

e Africa. Tra i paesi della fascia più elevata sono compresi anche Israele,

Singapore, Hong Kong…

Anche all’interno di ciascuna fascia esistono divari notevoli.

Le osservazioni più interessanti sono quelle suggerite da un confronto tra la

misurazione del grado di sviluppo in base al prodotto nazionale pro capite e

quella in base all’indice di sviluppo umano. Questi confronti suggeriscono che

le condizioni di vita e il benessere dei paesi non dipendono unicamente dalla

quantità di ricchezza prodotta, ma dal modo in cui questa ricchezza è

distribuita e impiegata.

Capitolo 5

Strategie e politiche di sviluppo

La politica economica è un insieme di azioni mediante le quali soggetti pubblici

(autorità economiche o policymakers) usano strumenti dei quali hanno la

disponibilità per raggiungere fini che comportano modificazioni nel

funzionamento del sistema economico o di parti di esso. Il rapporto tra il loro

potere e l’ambito territoriale al quale si estendono, varia a seconda della forma

politica e della struttura istituzionale di un paese; gli strumenti dei quali

dispongono sono diversi.

I fini sono le modificazioni nel funzionamento dle sistema ritenute desiderabili

in base a preferenze che dovrebbero rispecchiare quelle della collettività e che,

nella realtà, dipendono dagli interessi delle classi e dei gruppi dominanti.

Una politica economica à quindi definita dal soggetto, dagli strumenti e dal

fine.

Quanto l’obiettivo che il governo si propone di raggiungere è complesso, tanto

più numerose saranno le politiche economiche specifiche impiegate. Talora

esse dovranno essere accompagnate da provvedimenti che istituiscono

strumenti nuovi o modificano quelli esistenti.

Chiameremo Strategia, un insieme di politiche economiche e di riforme

amministrative e istituzionali volto a raggiungere un obiettivo consistente nella

modificazione del sistema economico.

Una Strategia di sviluppo economico, è un insieme di politiche economiche

e di riforme amministrative e istituzionali che si propone come fine lo sviluppo

economico di un paese. L’obiettivo specifico che ciascuna delle politiche e delle

riforme deve ottenere, dipendono da tre fattori:

1. la struttura economico-sociale del paese che adotta la strategia

2. il significato che viene attribuito al suo fine, ossia lo sviluppo

3. i condizionamenti internazionali

Se un paese ha la struttura propria dei paesi del centro o della semiperiferia,

per sviluppo si intende la crescita in condizioni di stabilità o, quando esistono

squilibri territoriali, il loro superamento; gli strumenti più usati sono le politiche

monetarie e di bilancio. 28

Nei paesi sottosviluppati invece una strategia di sviluppo deve rimuovere gli

ostacoli strutturali e istituzionali alla crescita e comporta una vasta gamma di

politiche e di riforme più radicali.

Strategie di sviluppo e teorie “radicali”

Una prima e generale distinzione fra le strategie di sviluppo può essere fatta

trattando le teorie “radicali”, che si contrappongono al dominante paradigma

della modernizzazione. La maggio parte delle strategie e politiche di sviluppo

attuate dai paesi periferici presuppone la permanenza all’interno del sistema

capitalistico mondiale, anche se sesse si differenziano fortemente tra loro per il

modo in cui impostano il problema dei rapporti tra centro e periferia. Le teorie

radicali sulla natura e l’ordine del sottosviluppo hanno, invece, influenzato

indirizzi politici volti alla separazione del paese in via di sviluppo dal sistema

capitalistico e dal mercato mondiale: è l’idea che il modo di produzione

capitalistico non sarebbe più in grado di assicurare la crescita delle forze

produttive e che, di conseguenza, solo la costruzione di un’economia e di una

società di tipo socialista potrebbe determinare i cambiamenti strutturali, che

consentirebbero l’uscita dalla condizione periferica. Questa scelta strategica si

traduceva nel dopoguerra con l’adesione al “campo socialista”.

Diversi sono i presupposti delle strategie più recenti di Self-reliance o di

delinkage, che sostengono la necessità di basarsi sulle proprie forze e di

sganciarsi dal mercato mondiale. Queste sottolineano gli svantaggi che ai paesi

periferici derivano dal commercio internazionale e mettono in luce le

conseguenze negative dei paesi poveri aperti all’influenza economica e

culturale di quelli ricchi, sostenendo che contare sulle proprie forze porterebbe

ad uno sviluppo più diversificato ed equilibrato.

Le strategie del self-reliance e di delinkage non si può dire che siano mai state

attuate, a meno di ricondurre ad esse le esperienze delle economie socialiste e

in particolare, della Cina. Una riflessione su questi casi sembra mostrare che

uscire dal mercato mondiale e contare sulle proprie forze è una opzione

praticabile solo per i paesi di grandi dimensioni, che attuino profondamente

trasformazioni strutturali, economiche e sociali e adottino una forte

pianificazione.

I nodi cruciali delle strategie di sviluppo

Il capitalismo, nelle sue diverse fasi di sviluppo, presenta molti volti e anche

per quanto riguarda la letteratura economica, gli autori che si occupano di

sviluppo appartengono a correnti teoriche diverse, keynesiane e

neokeynesiane, strutturaliste, neoclassiche e sono inoltre influenzati dalle

proprie esperienze all’interno del proprio paese. Le possibili opzioni per ciascun

paese sono diverse a seconda delle sue dimensioni, della composizione etnica,

della struttura sociale, della cultura prevalente. Una analisi soddisfacente delle

strategie di sviluppo dovrebbe essere quindi condotta in maniera diversificata

da paese a paese.

Per quanto riguarda le scelte, i punti principali sono 5:

29

1) l’ordine di priorità attribuito alla crescita del prodotto nazionale pro capite

e ai problemi della distribuzione del reddito e/o della ricchezza e

all’obiettivo dell’eliminazione della povertà.

Una distribuzione più egualitaria del reddito viene ritenuta possibile

soltanto in una fase avanzata del processo di sviluppo, come effetto di

una crescita stabile e continuata in cui benefici si estendono nel tempo

dai più ricchi ai più poveri.

Occupano il primo posto tra le priorità di una strategia di sviluppo e sono

condizioni essenziali per la crescita.

2) Le caratteristiche del processo di accumulazione dal quale dipende il

tasso di crescita e i modi del suo finanziamento. Il fattore più importante

tra le determinanti della crescita può essere considerato l’accumulazione

di capitale fisico, ponendo quindi come problema centrale quello della

determinazione e della mobilitazione del fabbisogno di investimento,

oppure la formazione di capitale umano mediante il miglioramento delle

condizioni di vita.

3) La posizione che il paese deve avere rispetto al mercato mondiale. La

tesi di chi sostiene la necessità per un paese periferico di uscire dal

mercato, non è univoco. Si può sostenere che questa è la via per

assicurare l’impiego più efficiente delle risorse nazionali, per stimolare e

diffondere il progresso tecnico, per finanziare il processo di

accumulazione. A questa tesi si contrappone chi sostiene che lo sviluppo

deve puntare principalmente sul mercato interno, mobilitando il

risparmio ed espandendolo la domanda, con la protezione dei settori più

deboli nei confronti della concorrenza internazionale.

4) Il carattere e le priorità del cambiamento strutturale. Le posizioni qui si

differenziano a seconda dell’importanza attribuita all’industrializzazione e

al modo in cui vengono impostati i rapporti tra industria e agricoltura.

Alcuni sostengono che il cambiamento strutturale si identifica con la

prevalenza dell’industria, che costituisce il motore dello sviluppo. Altri

mettono in risalto il ruolo della domanda delle popolazioni rurali e la

necessità di investimenti da destinare al settore agricolo.

5) Il ruolo attribuito allo stato nel processo di sviluppo. Esso viene ritenuto

indispensabile da chi mette l’accento sulla ristrettezza, frammentazione,

imperfezione dei mercati dei paesi periferici e, quindi, sulla loro

incapacità di assicurare un’efficiente allocazione delle risorse. Al

contrario, si ritiene da parti di altri che soltanto il mercato e l’iniziativa

privata possono assicurare l’efficienza produttiva e la crescita. Una

strategia di sviluppo dovrebbe proporsi di estendere l’economia di

mercato, ridurre interventi e controlli pubblici.

Le strategie di sviluppo nella teoria e nella pratica dal dopoguerra ad

oggi

Non è possibile suddividere la storia del pensiero e dei fatti in fasi,

caratterizzate dalla prevalenza di un dato orientamento delle politiche di

sviluppo per la sovrapposizione e la convivenza di politiche diverse nei diversi

paesi. 30

Possiamo però suddividere 3 fasi, che hanno un carattere solo indicativo per

mettere in risalto l’emergere di modelli che hanno avuto una vasta adesione e

hanno esercitato un’indubbia influenza sulle politiche adottate.

1. Gli anni che vanno dalla fine della guerra ai primi anni ’60. L’influenza

che il pensiero keynesiano esercita in questo periodo è importante. Ma

nell’impostazione dei programmi di sviluppo un ruolo determinante viene

attribuito al modello Harrod-Domar. Questo modello dimostra che

un’economia può crescere in equilibrio di piena occupazione se il suo

saggio di crescita “naturale” ( crescita di popolazione e di produttività )

coincide con quello della crescita “garantita”, che assicura

l’eguagliamento tra capacità produttiva programmata dagli investitori e

domanda. Questo saggio è eguale al rapporto s/v tra propensione al

risparmio e coefficiente di capitale (ossia rapporto tra capitale e

prodotto). Il passaggio da questo modello di crescita a un programma di

sviluppo avviene assumendo il valore desiderato del tasso di crescita

come obiettivo, dipendente dall’ammontare del risparmio e quindi, date

le ipotesi del modello, dall’accumulazione del capitale.

Un altro punto è l’identificazione dello sviluppo con la crescita, che porta

a vedere nella crescita del prodotto l’obiettivo dello sviluppo e identifica il

capitale con quello fisico.

Due altri apporti teorici molto importanti nella definizione della strategia

di sviluppo sono in questo periodo costituiti dai modelli dualistici e

dalle tesi degli strutturalisti latino-americani. I modelli dualistici

descrivono e analizzano le economie dei paesi periferici come composte

da due settori: il primo, quello “moderno” - comprendente l’agricoltura

specializzata, principalmente orientata all’esportazione, e il limitato

settore industriale – e il secondo, quello “arretrato”, che corrisponde

principalmente alle aree rurali dove esiste una sovrappopolazione

occupata a bassa produttività e con basse remunerazioni. Gli

strutturalisti contestano la spiegazione dell’endemica inflazione propria

dei paesi latino-americani come fenomeno esclusivamente monetario,

ricercandone le cause nell’arretratezza dell’agricoltura latifondistica, che

determina un’offerta rigida, e nel mancato sviluppo dell’industria, che

rende il paese dipendente dall’importazione.

Da entrambe queste impostazioni derivano indicazioni strategiche

improntate alla necessità di espandere il nucleo capitalistico esistente nel

paese, mettendo al centro il problema dell’industrializzazione.

Anche se non esiste una univoca e diretta derivazione delle politiche

economiche seguite negli anni del dopoguerra, il tasso di crescita del

prodotto nazionale è assunto come obiettivo prioritario e come criterio di

misura dei risultati raggiunti. La linea strategica fondamentale va nella

direzione della costruzione o dell’espansione di un nucleo capitalistico

che ha come settore trainante l’industria. L’accumulazione del capitale

fisso industriale e sociale richiede un aumento del risparmio interno,

flussi di capitale estero, mobilitazione di forza lavoro e importazione di

macchinari e tecnologie.

L’attuazione di questa strategia comporta un ruolo determinante dello

stato. In un primo luogo, si ritiene la via più efficace sia la tassazione

31

indiretta dell’agricoltura, attraverso il monopolio statale del commercio di

prodotti agricoli per il consumo e l’esportazione e l’apertura di una

“forbice” tra prezzi agricoli e prezzi industriali.

In secondo luogo, lo stato è chiamato a supplire alla scarsità di capacità

imprenditoriale e, quindi, a gestire direttamente gran parte delle imprese

nazionali.

In terzo luogo, la possibilità di sviluppare una produzione di manufatti

che sostituiscano gradualmente le importazioni dall’estero richiede

l’adozione di politiche protezionistiche, ponendo cosi una barriera contro

la concorrenza dei paesi industrializzati.

Questi orientamenti erano da un lato rispondenti alle aspirazioni del

nazionalismo economico dei governi e delle classi dirigenti, sia dei paesi

che avevano iniziato già negli anni ’30 un processo di industrializzazione

sostitutiva delle importazioni.

2. Negli anni ’60 un primo cambiamento rilevante si verifica nella politica

commerciale di alcuni paesi, che riducono la protezione della propria

industria e attuano una maggiore apertura verso il mercato

internazionale. Si delinea cosi una differenziazione tra paesi con

economie e politiche “orientate verso l’interno” e paesi con economie e

politiche “orientate verso l’esterno”.

L’analisi dei successi e degli insuccessi delle strategie seguite nel

dopoguerra metteva in luce il persistere della disoccupazione. Questa

constatazione è anche il punto di partenza per la proposta di una nuova

strategia di sviluppo che prende il nome di “teoria dei bisogni

fondamentali” o dei basic needs.

Si tratta di un’impostazione che rovescia l’ordine di priorità che era

comunemente accettato nei decenni precedenti in quanto pone al primo

posto, anziché la crescita della produzione aggregata, il raggiungimento

di un livello minimo di vita per gli strati più poveri della popolazione.

Questo obiettivo richiedeva una diversa distribuzione delle risorse con un

aumento del loro impiego nei servizi sociali e nell’agricoltura.

3. l’inizio degli anni ’80 si può dire che costituisca un importante punto di

svolta nella storia delle strategie di sviluppo perché si aggravano gli

squilibri interni ed esterni di una gran parte dei paesi periferici. A

determinare questa svolta contribuisce un clima culturale assai diverso

da quello che aveva favorito il sorgere dell’economia dello sviluppo

nell’immediato dopoguerra.

Vengono attaccati: le politiche di industrializzazione sostitutiva delle

importazioni, i prezzi amministrati dei prodotti agricoli e i tassi di cambio

sopravvalutati, che hanno sfavorito l’agricoltura e la produzione per

l’esportazione. Vengono proposte: la soppressione delle misure

protezionistiche, la liberalizzazione del commercio interno, la

svalutazione del cambio, la contrazione della spesa pubblica, la

privatizzazione delle imprese pubbliche.

Queste ricette trovano la loro espressione più completa e radicale nei

programmi di aggiustamento del Fondo Monetario e della Banca

Mondiale. 32

4. La crescita del prodotto nazionale è ancora l’indicatore principale dei

successi o degli insuccessi delle politiche. Ciò che cambia è

l’individuazione delle cause della mancata crescita o della persistente

povertà.

Mentre nel passato si individuavano nell’insufficienza di risparmio, nel

dualismo dell’economia, nella struttura dell’agricoltura tradizionale, nelle

asimmetrie tra paesi centrali e periferici, gli ostacoli e le imperfezioni che

impedivano alle economie sottosviluppate di seguire un sentiero di

crescita, ora l’opinione prevalente è che i segnali sono distorti e le risorse

non sono impiegate in modo efficiente e funzionale alla crescita a causa

delle politiche dirigiste e stataliste adottate. Prioritaria per una strategia

che rilanci lo sviluppo è dunque la creazione delle condizioni

macroeconomiche che consentano ai microsoggetti massimizzanti di

operare liberamente e quindi ai mercati di funzionare.

Conseguenze cosi estreme non sono condivise dalla maggior parte degli

autori di orientamento neoclassico.

La teoria neoclassica del tenesse offre in questi casi la possibilità di

ammettere interventi pubblici corretti per ottenere posizioni di “second

best”. Non si tratta allora di escludere qualsiasi ruolo dello stato nelle

politiche di sviluppo, ma di confrontare i costi e i benefici dei suoi

interventi.

Alcuni elementi per una ridefinizione della strategia di sviluppo

Negli anni ’80 emergono alcune controtendenze rispetto alle tesi dominanti in

quegli anni e soprattutto una diffusa consapevolezza della necessità di

superare l’ottica di breve periodo e di reimpostare una prospettiva strategica,

tenendo conto degli errori delle strategie del passato.

L’esigenza di una ripresa e di una ridefinitine della strategia di sviluppo passa,

dunque, attraverso la correzione di errori vecchi e nuovi. Vi sono quattro

elementi che emergono dal dibattito recente :

1. riconoscimento dell’insufficiente importanza che le strategie seguite nel

passato avevano attribuito all’agricoltura nel cambiamento strutturale;

2. la constatazione dell’insufficienza degli incentivi di prezzo a garantire la

riprese della crescita e quindi l’accettazione, anche da parte di chi mette

in primo piano il ruolo dei mercati, di una gradualità dei processi di

liberalizzazione e di un ampio intervento pubblico nella formazione del

capitale fisso sociale;

3. la convinzione che il vincolo più stringente all’industrializzazione è

rappresentato dalla mancanza di capacità imprenditoriali, manageriali e

tecniche;

4. la priorità che da più parti viene attribuita ai problemi della distribuzione,

di fronte al fatto che in tre decenni di strategie di sviluppo nella maggior

parte dei paesi è stato ben poco intaccato il fenomeno della povertà e le

politiche restrittive degli anni ’80 l’hanno quasi ovunque aggravato

Le direzioni nelle quali si intende indirizzare il mutamento:

Le analisi di A.Sen sono approdate a una definizione del fine ultimo della

strategia di sviluppo come ampliamento della capacità, ossia delle possibilità di

fare, degli individui. Tali capacità dipendono dal comando che i soggetti hanno

33

sui beni. Lo sviluppo desiderato è quindi quello che consiste in un’espansione

delle attribuzioni dei soggetti. Per ottenerla non è sufficiente la crescita del

reddito nazionale e nemmeno di quello individuale, dato che la possibilità di

accedere ai beni necessari al soddisfacimento dei bisogni umani dipende non

solo dalla loro disponibilità e dalla potenziale capacità di acquistarli, ma anche

dall’esistenza di meccanismi istituzionali e politici idonei.

Un altro indirizzo di ricerca che sta portando a risultati potenzialmente

utilizzabili per la ridefinizione di una strategia di sviluppo è costituito dagli studi

sulla teoria della crescita, numerosi dopo un periodo prolungato di stasi seguito

alla fioritura degli anni ’50. Il modello dominante era stato quello neoclassico di

Solow, in base al quale il tasso di crescita di un’economia è proporzionale al

tasso del progresso tecnico considerato come variabile esogena. I nuovi

modelli di tipo neoclassico tendono, da un lato, a spiegare la crescita come

risultato di forze endogene al sistema, dall’altro identificano fattori o “motori”

di essa distinti sia dalla tecnologia, come insieme di conoscenze umane, sia

dall’accumulazione del capitale fisico, che era la variabile strategica del modello

Harrod-Domar.

Su un diverso versante teorico altri autori hanno ripreso recentemente la

discussione dei modelli dualistici. Abbiamo due aspetti significativi:

il primo è la rinnovata attenzione prestata alle risorse umane o alla

• formazione del capitale umano, definita come accumulazione di capacità

che aumentano la produttività del lavoro e trattata come la principale

determinante della crescita.

Il secondo aspetto della recente letteratura sulla crescita è l’attenzione

• che viene attribuita all’espansione della domanda diretta dal settore

agricolo a quello industriale come condizione di uno sviluppo equilibrato.

Da un lato questo tipo di impostazione supera un limite che

caratterizzavano prevalentemente l’offerta potenziale di forza lavoro

eccedente, trascurando l’aspetto della domanda; dall’altro, si differenzia

da quelle politiche che rivalutano il ruolo dell’agricoltura soprattutto in

base alla considerazione dei vantaggi comparati, e quindi sotto l’aspetto

della produzione per l’esportazione.

Un indirizzo di ricerca del quale occorre tener conto è quello che si propone di

indagare la formazione e le funzioni di istituzioni proprie dei paesi periferici, in

particolare nell’agricoltura e nel credito rurale, che regolano comportamenti dei

soggetti e rapporti tra di essi che non sembrano riconducibili alle ipotesi

microeconomiche dei modelli neoclassici. Tali istituzioni vengono considerate

risposte appropriate alle caratteristiche dell’ambiente naturale ed economico e

strumenti per la riduzione dei rischi, la minimizzazione dei costi di informazione

e transazione, la compensazione di effetti di una distribuzione iniziale delle

risorse non equa.

Ne derivano due principali conseguenze:

- la prima, sul piano teorico, consiste nel contestare l’applicabilità delle

analisi neoclassiche tradizionali a situazioni dove operano meccanismi

diversi da quelli di mercato e dove le informazioni sono parziali e

asimmetriche e i costi di transazione particolarmente elevati;

- la seconda è una duplice indicazione per la ridefinizione della strategia di

sviluppo. Da un lato, questa non potrà raggiungere i suoi obiettivi

34

agendo sulle variabili macroeconomiche senza tener conto dei vincoli

posti dalle istituzioni esistenti e dalla mancanza o dall’imperfetto

funzionamento di altre. Dall’altro, la creazione di nuove istituzioni che

sostituiscano quelle tradizionali non porterà ad un funzionamento più

efficace dell’economia se non vengono modificate le condizioni che ne

giustificano l’esistenza. Esiste cioè, un interdipendenza, all’interno del

sistema, tra variabili economiche e istituzionali, e a un intervento su

queste ultime, nella forma di “modernizzazioni” ispirate a modelli esterni,

possono essere preferite misure che favoriscano il graduale evolversi di

istituti e rapporti tradizionali in interazione con la trasformazione

dell’ambiente economico e sociale.

È possibile il superamento del sottosviluppo?

Il superamento del sottosviluppo è possibile quando si estende a tutti i

componenti di una data società la possibilità di soddisfare i propri bisogni

essenziali e, quindi nell’eliminazione della povertà di massa e

dell’emarginazione sociale; nella crescita continua del prodotto nazionale a

tassi che riducano gradualmente il divario rispetto ai paesi sviluppati e, quindi,

in un aumento della produttività del lavoro, reso possibile da investimenti nel

capitale fisico e umano; nel cambiamento strutturale, che implica la

costruzione di un’industria efficiente e una trasformazione dell’agricoltura

basata sulle riforme agrarie e sulle innovazioni tecnologiche; in una maggiore

indipendenza del mercato mondiale.

Il raggiungimento di questi obiettivi si chiama “sviluppo possibile”. Nel corso

della formazione e dello sviluppo del sistema mondiale capitalistico, paesi già

periferici hanno superato questa loro condizione diventando semiperiferici o

centrali.

Oggi questa possibilità è esclusa, anche perché gli ostacoli alla crescita e al

cambiamento strutturale sono andati aumentando rispetto ai tempi della

rivoluzione industriale, e in più molti ritengono che l’esistenza della periferia

sia un connotato essenziale e necessario del modo di produzione capitalistico.

La negazione di una prevedibile scomparsa della periferia e del dislivello tra

paesi sviluppati e paesi sottosviluppati può trovare nuovi argomenti in un

aspetto dei processi di sviluppo: i limiti che allo sviluppo pongono le risorse

non riproducibili e tutti quei fattori che costituiscono l’ambiente naturale.

Il superamento del sottosviluppo con l’aumento della produzione necessario,

porterebbe all’esaurimento delle risorse disponibili e a un deterioramento

catastrofico dell’ecosistema del pianeta. Questa ipotesi suggerisce che, anche

se la crescita per i vari paesi periferici sarà in realtà graduale nel tempo e

diseguale per i diversi paesi, essa comporterà quattro ordini di conseguenze:

- conflitti acuti tra diversi paesi e gruppi di paesi per il controllo delle

risorse;

- aggravamento dei problemi ecologici,

- tentativi di stabilire nuove regole e ordinamenti internazionali per

controllare questi fenomeni

- spinta all’innovazione tecnologica e a mutamenti nell’organizzazione

economica e sociale per modificare la struttura della produzione e dei

consumi. 35

Con la conseguenza che potranno sorgere nuovi centri e nuove periferie,

determinando così nuovi dislivelli tra sviluppo e sottosviluppo.

Capitolo 7

Il processo dell’accumulazione: investimento e risparmio

Il “circolo vizioso” e come uscirne

Una delle spiegazioni più note dello stato di povertà e di stagnazione dei paesi

periferici è quella che si presenta nella forma di un “circolo vizioso”: un paese è

povero perché è povero.

Lo stato di sottosviluppo di un paese, identificato con il basso livello del reddito

d’equilibrio e della sua crescita, viene spiegato con la scarsa domanda e offerta

di investimenti che il reddito prodotto rende possibili. Soltanto con l’aumento

dell’una o dell’altra, e quindi con l’avvio di un processo di accumulazione, il

circolo vizioso verrà spezzato.

L’insufficienza di risparmi e di investimenti e la necessità di individuare un

meccanismo che elimini le condizioni e contrasti le tendenze che la

determinano sono idee condivise ampiamente nella letterature sul

sottosviluppo dei primi decenni del dopoguerra. Esse hanno un presupposto:

che la crescita del prodotto nazionale dipende dall’accumulazione del capitale

fisico, e portano a una conseguenza: l’investimento autonomo richiesto per

avviare lo sviluppo deve essere su larga scale e programmato centralmente.

La necessità di un investimento iniziale massiccio viene illustrata partendo da

due lati del problema.

Da un lato, la teoria della crescita equilibrata sostiene che solo una molteplicità

di investimenti in diversi settori può creare una domanda complessiva in grado

di assorbire la produzione, rendendo conveniente l’investimento. Dall’altro,

numerosi autori cercano di dimostrare l’esistenza di un ammontare di

investimento minimo necessario per portare il prodotto nazionale pro capite ad

un livello che consenta un’offerta di risparmi o sufficiente ad alimentare una

crescita autosostenuta tale da superare le tendenze depressive operanti

nell’economia del paese sottosviluppato.

L’accumulazione del capitale è importante per la crescita e lo sviluppo: ciò che

si deve discutere è se l’investimento autonomo iniziale debba essere

necessariamente massiccio, se esso sia l’unico fattore determinante della

crescita, quali criteri debbano essere adottati perché la sua allocazione nei vari

settori e mediante i singoli progetti risponda agli obiettivi della strategia di

sviluppo prescelta.

Il fabbisogno di capitale

La trappola dell’equilibrio a basso livello di reddito

Le tesi secondo la quale l’avvio di un processo di sviluppo richiede una dose

massiccia di investimenti autonomi venne presentata sotto denominazioni di

“big push” e di “minimum effort”. La seconda etichetta si applica

36

particolarmente a quelle versioni che mettono in evidenza l’esistenza di fattori

che tendono a deprimere il livello del reddito e lo mantengono al basso livello

caratteristico della situazione di sottosviluppo, compensando l’effetto delle

forze che stimolano la crescita se queste non superano un minimo critico.

Quando uno o più di questi fattori depressivi sono all’opera, l’economia rischia

di essere condannata alla stagnazione, prigioniera della “trappola dell’equilibrio

a basso livello di reddito”. Il modello più noto della trappola è quello che

descrive una situazione nella quale in fattore depressivo è rappresentato dalla

crescita della popolazione. Si suppone che questa cresca, dopo che il reddito

pro capite ha superato il minimo di sussistenza, fino ad un tasso massimo,

raggiunto il quale ulteriori aumenti di reddito non si accompagneranno ad

aumenti di popolazione. Una seconda ipotesi è che, a bassi livelli di reddito pro

capite, i risparmi e gli investimenti siano modesti e determino, quindi, un

basso tasso di crescita del prodotto nazionale.

La “trappola” consiste nel fatto che il reddito di equilibrio, eguale o di poco

superiore al minimo di sussistenza, in corrispondenza del quale i tassi di

crescita della popolazione e del reddito sono eguali, agisce come una sorta di

magnete, al quale tendono i valori delle variabili in gioco, fino a quando il

reddito pro capite non raggiunge un livello al quale risparmio e investimento

sono tali da determinare un tasso di crescita superiore a quello della

popolazione. Quindi fino a quando non si verifica un investimento autonomo

che provochi un vero balzo nel reddito pro capite, l’aumento della popolazione

assorbirò gli incrementi di reddito, riportando il suo valore pro capito al livello

di equilibrio vicino alla sussistenza.

Le critiche principali a questo modello riguardano:

1) i rapporti tra reddito pro capite e crescita demografica

si rileva che le due grandezze delle quali il saggio di crescita della

popolazione è la risultante – il saggio di natalità e quello di mortalità –

non dipendono direttamente e in misura significativa dal reddito pro

capite. Il primo tasso, infatti, mostra una più significativa correlazione

con la distribuzione del reddito, risultando più basso dove la distribuzione

è meno diseguale. Ciò dipende dal fatto che il tasso di natalità è

particolarmente elevato nella popolazione che si trova sotto la linea della

povertà e quindi si riduce quando diminuisce il numero dei poveri.

Quanto al tasso di mortalità, la sua flessione, dipende principalmente

dalla diffusione della medicina curativa e preventiva e delle pratiche

igieniche, certamente favorita dall’aumento del reddito, ma soprattutto

dal modo in cui vengono impiegati la spesa pubblica e gli aiuti esteri,

dall’accesso che i poveri hanno alle strutture sanitarie, dal loro livello di

istruzione e, quindi, più dal tipo di crescita del reddito che dal suo livello.

2) tra reddito pro capite e investimenti

questi fattori non dipendono unicamente dal livello del reddito pro capite.

La quota di prodotto e reddito non consumato che verrà offerta agli

investitori nazionali – anziché accantonata in forma di scorte di beni o di

moneta – dipenderà dalla remunerazione che se ne può ottenere e

dall’esistenza e funzionamento di istituzioni di intermediazione

finanziaria. L’investimento del risparmio dipenderà dalle decisioni degli

investitori privati e pubblici e, quindi, dalle attese relative alla domanda e

37

ai profitti e alle politiche della spesa pubblica. Uscire dalla trappola è

possibile se l’insieme delle politiche adottate dal governo saranno tali da

abbassare la crescita demografica e da creare incentivi all’aumento degli

investimenti corrispondenti a determinati livelli di reddito pro capite.

3) tra investimenti e crescita del prodotto nazionale

il modello presuppone che la seconda dipenda interamente dai primi. Ma

l’operare di fattori diversi, come il progresso tecnico, determinerà un

innalzamento dei tassi di crescita del prodotto che ridurrà l’ammontare

dell’investimento necessario

Il coefficiente di capitale

Nel fissare le direttive della politica degli investimenti nel quadro di una

strategia di sviluppo le autorità economiche devono in primo luogo indicare

qual è l’ammontare di investimenti necessari ad ottenere gli obiettivi

desiderati. Se l’obiettivo è un dato tasso di crescita del prodotto nazionale, si

tratterà dunque di adottare un criterio che definisca il rapporto esistente tra

investimenti e prodotto. Nel modello di crescita di Harrod e Domar, tale criterio

è il coefficiente di capitale, che indica l’ammontare di capitale richiesto per

aumentare annualmente di una unità la produzione in ciascun settore

dell’economia e nell’economia nel suo complesso. Conoscendo il coefficiente di

capitale, il programma di sviluppo poteva fissare la quantità di investimenti che

dovevano essere effettuati.

La misurazione del coefficiente di capitale presenta numerose difficoltà:

1) non può basarsi sui dati relativi al periodo precedente l’inizio del

programma di sviluppo, dato che questo si propone proprio di

determinare trasformazioni strutturali nell’economia che possano portare

a sensibili cambiamenti nella produttività del capitale, né, d’altra parte,

sarebbe ragionevole riferirsi al rapporto medio capitale/prodotto dei

paesi industrializzati, dato che quello che è rilevante è il rapporto

incrementale e dato che le condizioni generali di quei paesi sono

profondamente diverse.

2) Non è possibile accogliere l’ipotesi del modello Harrod-Domar che

suppone il rapporto dato per l’intera economia e costante nel tempo. Per

passare da un modello di crescita a un programma di investimenti è

necessario tener conto del fatto che il rapporto capitale/prodotto è la

media ponderata dei rapporti per i diversi settori produttivi. Da un lato

sarebbe scorretto usare un coefficiente di capitale stimato per l’intera

economia quanto si formula il progetto di investimento per un singolo

settore; dall’altro, bisogna tener conto delle conseguenze che derivano

dal fatto che esso prevede investimenti in settori ed aree diverse. La

conseguenza principale è che l’ipotesi di costanza o di relativa stabilità

nel tempo del coefficiente di capitale risulta poco plausibile.

Se durante tale processo il valore del rapporto capitale/prodotto tenderà

a crescere o a diminuire non può essere detto a priori, dato che

entreranno in azione fattori che operano nelle due opposte direzioni.

3) il valore del rapporto capitale/prodotto non è indipendente dal periodo di

tempo che l’accumulazione del capitale richiede ed è stato dimostrato

che esso è tanto più alto quanto più lungo è il periodo che intercorre tra

38

l’investimento e l’inizio della produzione: nel corso del programma la

combinazione di progetti può essere modificata, se essi prevedono tempi

di costruzione diversi il rapporto capitale/prodotto cambierà.

La principale critica che si deve muovere all’uso del coefficiente di capitale

come criterio guida per la formulazione di un programma di investimento non

riguarda tuttavia le difficoltà della sua misurazione, ma l’interpretazione che

sovente è stata data del suo significato.

Alla fine degli anni ’50, Cairncross constatava e criticava la tendenza ad usare

tale rapporto come una misura della produttività del capitale, nel senso che

l’interno aumento del prodotto possa essere attribuito all’aumento della

capacità produttiva ottenuto con l’investimento. Il rapporto capitale/prodotto è

semplicemente “un quoziente che misura in forma incrementale i rispettivi

tassi di crescita del capitale e del prodotto” senza che si possa definire tra di

essi un nesso causale unidirezionale.

Fattore residuo e aumento della produttività del lavoro

Una serie di ricerche, iniziate negli anni ’50, dirette a valutare il contributo che

lavoro, capitale e terra danno alla crescita del prodotto nazionale, misero in

luce che una parte considerevole di questa di doveva attribuire ad un “fattore

residuo”, diverso dai tre principali fattori produttivi. Tale fattore consisteva nel

progresso tecnico, ossia in scoperete e innovazioni la cui applicazione

consentiva di accrescere la produttività del lavoro combinato con gli altri

fattori.

Solow e altri autori riconoscevano che scoperte e innovazioni esercitavano i

loro effetti sulla crescita, in quanto incorporate in messi della produzione creati

dall’investimento, la conseguenza che si poteva trarre per la politica di sviluppo

era che anche con un ammontare ridotto di investimenti è possibile ottenere

elevati tassi di crescita, mentre, in assenza di progresso tecnico, lo sforzo di

risparmio e di investimento dovrebbe essere assai grande anche per ottenere

risultati modesti. Il modo in cui il progresso tecnico venne allora inserito nei

modelli di crescita neoclassici che occuparono a lungo una posizione

preminente nella teoria economica non aiutava, tuttavia, molto né a

comprendere i diversi tassi di sviluppo delle diverse economie, né a dare

indicazioni per la politica economica. Se come avviene nel modello di Solow il

progresso tecnico è trattato come una variabile esogena, esse dovrebbero

diffondersi ovunque portando ad una convergenza dei tassi di crescita delle

diverse economie. Spiegare perché nella realtà questo non avvenga sono

problemi che si sono posti recentemente nuovi modelli di crescita endogena i

quali attribuiscono rilevante o determinante importanza al “capitale umano”.

L’aver messo in risalto gli effetti che sulla crescita ha l’aumento della

produttività del lavoro consentito dal progresso tecnico aveva aperto la strada

a una più generale considerazione dell’importanza che le “risorse umane” e il

loro sviluppo hanno nei processi di crescita dei paesi sottosviluppati.

Il capitale umano

Il capitale umano può essere definito, per un individuo, il suo livello di

capacità. Vi sono tre fattori che contribuiscono ad aumentare il capitale

umano: 39

1) le condizioni fisiche dei soggetti

Lo svolgimento di attività lavorative presuppone il mantenimento della forza

lavoro in condizione minime di efficienza (alimentazione sufficiente e adeguata

al lavoro svolto, dotazioni di abitazioni e di vestiario adatte alle condizioni

ambientali, esistenza e accessibilità di servizi igienici e sanitari) e quando

questo condizioni non esistono, il livello di produttività sarà molto basso, in

caso contrario aumenta.

2) il loro livello di istruzione e di abilità tecnica e professionale

L’analfabetismo, l’ignoranza di elementari conoscenze tecniche, costituiscono

spesso la maggior strozzatura che ostacola l’applicazione di metodi agricoli, di

procedimenti industriali, di pratiche commerciali o finanziarie diverse da quelle

tradizionali. L’aumento del capitale umano può avvenire principalmente

attraverso due vie: l’istruzione formale e il “learning by doing”.

All’istruzione formale i soggetti possono accedere in vase ascelte individuali

sulla destinazione del tempo e del reddito loro disponibili, ma essa richiede da

parte dello stato una allocazione di risorse alla fornitura del servizio. Con il

“learning by doing” si intende l’apprendimento di conoscenze ottenuto

svolgendo determinate attività o mansioni. Anche esso non è indipendente da

scelte di politica economica: infatti l’aumento del capitale umano sarà

maggiore se la destinazione degli investimenti pubblici o degli incentivi a quelli

privati sarà diretta verso i settori, i processi e le forme di organizzazione

dell’attività produttiva dove tale apprendimento è quantitativamente e

qualitativamente superiore.

3) le loro motivazioni e il loro atteggiamento nei confronti

dell’attività produttiva.

Si ritiene che ostacoli che riguardano questo punto, ovvero la mancanza di

iniziativa, assenteismo, la trascuratezza nel lavoro, possono essere eliminati

con gli incentivi economici; una corretta politica in tal senso è indubbiamente

indispensabile, ma non sempre sufficiente, soprattutto quando il problema non

riguarda una singola unità o un settore produttivo ma l’intera economia.

L’aumento del livello d’impegno dipenderà dunque dalla capacità del governo di

indirizzare la scelta delle tecniche e delle forme organizzative verso soluzioni

appropriate al contesto sociale e culturale in modo da stimolare l’iniziativa e la

cooperazione.

Il ruolo che lo stato deve avere nel rendere possibili questi fattori, portano ad

una ridefinizione del concetto di investimento e consentono di stabilire un

rapporto tra l’obiettivo della crescita e quelli della redistribuzione del reddito e

della lotta alla povertà attraverso la soddisfazione dei bisogni fondamentali.

Il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori comporta un maggior

consumo dei beni e dei servizi richiesti e questo si tradurrà in una maggior

quota del consumo nella contabilità del reddito nazionale. da un punto di vista

economico quei maggiori consumi potrebbero essere considerati investimenti,

in quanto destinazione di risorse presenti alla maggior produzione e al maggior

consumo futuri, che saranno resi possibili dall’accrescimento del capitale

umano e, quindi, dalla maggiore produttività del lavoro.

I progetti di investimento 40

La scelta tra progetti alternativi

Quando è stato individuato l’ammontare di investimenti che sarebbe

desiderabile effettuare in uno o più anni, le autorità economiche possono

intervenire indirettamente e direttamente nell’attuazione di questo obiettivo e

con strumenti diversi a seconda delle caratteristiche strutturali e istituzionali di

ciascun paese. L’intervento indiretto consiste nell’uso delle politiche

macroeconomiche in modo che esse determino un’espansione dell’investimento

totale rispetto a quello che si avrebbe in loro assenza oppure nell’impiego di

misure selettive che favoriscono o discriminano determinati investimenti,

modificandone i costi e i rendimenti attesi.

L’intervento diretto consiste nella destinazione di risorse pubbliche alla

formazione di capitale fisso sociale o alla creazione di imprese pubbliche o a

partecipazione pubblica. Quando le autorità economiche intervengono

nell’investimento, favorendo un’allocazione delle risorse in un dato impiego,

sorge il problema della scelta tra diversi settori, tra progetti alternativi, tra

possibili allocazioni. Perché tale scelta sia efficace occorre che gli obiettivi che

si intendono raggiungere siano ben definiti, che si possa disporre di

informazioni adeguate per valutare i costi e ricavi del progetto, che le

istituzioni pubbliche operino secondo procedure che consentono contrattazioni

e compromessi, un bilanciamento e una compensazione tra diversi interessi

coinvolti dal progetto. Queste condizioni molto spesso non si presentano e le

scelte vengono determinate dalla prevalenza di interessi particolari, interni al

ceto politico o alla pubblica amministrazione, o propri di strati sociali.

Ritornando alle informazioni, molto spesso sono insufficienti e portano a

previsioni erronee, impedendo il verificarsi dell’obiettivo, avendo, al contrario,

effetti negativi sulle attività economiche preesistenti.

A ciò si deve aggiungere che la dipendenza dell’investimento da finanziamenti

stranieri ha portato spesso ad adottare come criterio di scelta di un progetto la

probabilità che esso potesse essere finanziato, anziché la sua maggiore

rispondenza alle esigenze del paese, cosi da impedire il raggiungimento degli

obiettivi che ci si proponeva di raggiungere: aumento della produzione per il

mercato interno e per l’esportazione, occupazione, miglioramento delle

condizioni di vita delle popolazioni, riequilibrio territoriale.

L’analisi costi-benefici dei progetti

In condizioni di perfetta concorrenza il più efficiente dei progetti tra i quali

l’investitore privato deve scegliere, sarà quello che ha il valore attuale netto

più elevato, calcolato scontando al presente la serie di profitti previsti per gli

anni in cui esso è operativo. I prezzi usati per calcolare i ricavi attesi e i costi

degli input sono quelli di mercato e il tasso di sconto è il saggio di interesse

corrente. Quando la scelta del progetto è fatta dallo Stato, questo criterio non

è più soddisfacente, perché il risultato che lo stato si attende non è il profitto

ma il beneficio netto sociale, tenendo conto non solo dei ricavi e dei costi del

progetto, ma anche degli effetti esterni positivi e negativi che esso determina.

I prezzi di mercato possono essere segnali adeguati se essi rappresentano

fedelmente il costo opportunità sociale delle risorse impiegate o prodotte, il che

avviene solo in un sistema economico perfettamente concorrenziale, in assenza

di rigidità, distorsioni, beni pubblici. Nelle economie periferiche si ritiene che

41

più fattori operino nel senso di impedire il verificarsi di tali condizioni ideali e

diverse analisi si sono dedicate all’individuazione di criteri per la definizione di

“prezzi ombra” da usare in luogo di quelli di mercato.

Il prezzo ombra o “salario efficiente” del lavoratore occupato nel progetto

corrisponde al valore della produzione che, in seguito al suo trasferimento, è

venuta meno nell’attività precedentemente svolta. Tale valore sarà eguale al

salario in essa percepito solo quando questo corrisponde alla produttività

marginale del lavoro, come avviene in condizioni di perfetta concorrenza.

Nella realtà il caso più probabile è quello dei lavoratori che, prima di essere

impiegati nel progetto erano occupati in operazioni agricole stagionali, con

produttività bassa ma non nulla, svolgevano attività non agricole. Occorre,

quindi, valutare il costo opportunità corrispondente alla produzione mancata

nelle attività temporanee precarie abbandonate per una occupazione più

stabile. Si deve inoltre considerare l’impiego che i lavoratori faranno del

maggior reddito percepito: nell’ipotesi che esso sia destinato interamente al

consumo, nel calcolo del prezzo ombra del lavoro, bisognerà tener conto del

valore sociale che viene attribuito rispettivamente al consumo e al risparmio;

se a quest’ultimo viene assegnato un peso maggiore, perchè si ritiene che sia

inferiore a quanto socialmente desiderabile, ciò influenzerà, aumentandolo, il

costo opportunità del lavoro.

I risultati positivi del progetto sono costituiti dalla produzione che accresce

l’offerta di beni e servizi preesistente e quelli negativi corrispondono agli input

che ne accrescono la domanda. I prezzi ombra di questi beni e servizi adottati

dalla maggior parte dei metodi di valutazione sono i loro prezzi internazionali,

in base all’ipotesi che il commercio internazionale assicuri l’efficienza, sia dal

lato della produzione che da quello del consumo, e che l’adozione dei prezzi

che esso determina consenta di eliminare gli effetti che sul progetto di

investimento eserciterebbero le imperfezioni e le distorsioni operanti all’interno

dell’economia del paese. A questo fine si distingue tra beni internazionalmente

commerciabili (tradables) e non commerciabili ( non tradables).

Per i beni ce sono effettivamente oggetto di commercio internazionale prodotti

dal progetto, la valutazione è fatta ai prezzi d’importazione (cif) o a quelli di

esportazione (fob) a seconda che essi sostituiscano precedenti importazioni o

siano esportati.

Problemi complessi sorgono per i beni commerciabili internazionalmente ma

che non sono esportati o importati per l’esistenza di ostacoli allo scambio non

eliminabili ( costi di trasporto ) e per i beni non commerciabili per loro natura

(trasporti e comunicazioni interne). Nel caso dei primi, il metodo di valutazione

più ampiamente impiegato ricorre ai prezzi internazionali, come se essi fossero

effettivamente commercianti, per i secondi procede ad una loro scomposizione

nelle componenti commerciabili che si utilizzano per produrli.

Difficoltà e limiti dell’analisi costi-benefici

L’analisi dei costi e benefici sociali dei progetti di investimento dovrebbe servire

a fornire alle autorità economiche criteri di scelta che riducano l’arbitrio e la

possibilità di errori. La sua applicazione richiede, tuttavia, che i metodi di

valutazione siano abbastanza semplici e che le informazioni necessarie siano

42

disponibili o possano essere ottenute dal soggetto che deve effettuare la

scelta.

L’analisi costi benefici e il metodo di calcolo dei prezzi ombra dei beni e servizi

in base ai loro prezzi internazionali, occupa oggi un posto rilevante e viene

usata e suggerita dalle organizzazioni economiche internazionali per la politica

degli investimenti dei paesi periferici.

L’analisi costi-benefici appare, più che un metodo di valutazione, uno

strumento per indirizzare i paesi periferici verso l’adozione di politiche

economiche “sensate” o di prezzi “giusti”, ossia verso la riduzione

dell’intervento pubblico e l’affermazione del libero mercato.

La consonanza tra le prescrizioni delle organizzazioni internazionali sulla scelta

dei progetti di investimento e i più generali orientamenti antistatalistici e

liberisti, può essere rilevata definendo:

1) l’obiettivo principale che l’analisi costi benefici si propone di ottenere

2) il rapporto tra metodo di determinazione dei prezzi ombra e politica

commerciale

3) il rapporto tra programmazione per progetti e programmazione globale

L’obiettivo essenziale è quello di ottenere un’ efficiente allocazione delle

risorse. Ciò comporta che vengano trascurati gli obiettivi redistributivi, che

hanno cosi grande importanza in una strategia di sviluppo. L’efficienza

allocativa è l’obiettivo che spiega l’adozione dei prezzi internazionali. Questa ha

due principali conseguenze.

- fa sorgere il problema delle economie esterne e delle connessioni con

altre attività e settori economici che il progetto può generare;si è portati

cosi a considerarle “insignificanti” mentre sembra più convincente la tesi

di chi sostiene che esse hanno grande importanza nell’avviare un

processo di sviluppo

- Porta ad assumere l’ipotesi dell’esistenza di capacità produttiva

pienamente utilizzata.

Il nesso tra valutazione basata sui prezzi internazionali politica commerciale è

evidente nel metodo Little Mirrless che la applica oltre che ai beni

effettivamente commerciati anche a quelli che non lo sono ma che potrebbero

esserlo. Questi sono definiti come i beni “che sarebbero esportati o importati

se il paese seguisse delle politiche che portano ad un ottimo sviluppo

industriale” o delle politiche “sensate”.

L’ultimo punto da considerare è il rapporto tra criteri di scelta dei progetti e

programmazione globale. Questa era uno degli strumenti tipici della strategia

di sviluppo prevalente nei primi decenni del dopoguerra. Questa tesi solleva il

problema dei rapporti tra le diverse autorità economiche e quello dei loro poteri

di controllo sull’economia.

Il primo problema sorge ogni volta che al progetto di investimento vengono

attribuiti obiettivi che potrebbero essere ottenuti da altri strumenti e, quindi,

perseguiti da centri di decisione o autorità economiche diverse da quella che

attua il progetto. Se nella valutazione di un progetto si deve dare un peso

maggiore alla quota di reddito risparmiata rispetto a quella consumata ci si può

43

chiedere perché l’impiego o la distribuzione del reddito corrispondenti agli

obiettivi perseguiti dal governo non vengano ottenuti mediante il sistema

fiscale. La stessa domanda si può porro in relazione all’adozione di prezzi

internazionali per la valutazione del progetto, in presenza di politiche

protezionistiche che creano un divario tra questi e i prezzi interni. O il soggetto

che sceglie o scarta il progetto d’investimento ha abbastanza potere da

spingere le autorità economiche a mutare le politiche fiscali o commerciali del

paese o si deve riconoscere che esistono, trai centri di decisione, obiettivi,

punti di i vista, interessi diversi. Il problema è stato discusso da A.Sen, il

quale ha concluso che la definizione dei prezzi ombra appropriati dipende

fortemente dall’area di intervento sulla quale l’autorità decide che la scelta dei

progetti esercita il suo controllo. Se nella determinazione del prezzo ombra del

prodotto si attribuisce un peso più elevato al reddito che il progetto può creare

a favore dei lavoratori di una regione arretrata, chi sceglie i progetti deciderà

di preferire quello localizzato in questa regione, ma se l’assunzione dei

lavoratori rientra nelle competenze di un soggetto diverso da quello che ha

preso tale decisione, esso potrà preferire l’assunzione di lavoratori che

provengono da regioni più industrializzate e che hanno maggiori esperienze e

capacità.

Possiamo concludere che la possibilità di applicare correttamente l’analisi costi

benefici dipende dall’esistenza di un controllo centralizzato dell’economia non

minore di quello richiesto dalla programmazione globale. L’alternativa sta nel

ritenere che l’allocazione di risorse e le decisioni di investimento debbano

essere affidate in massima parte ai privati e al libero funzionamento dei

mercati, instaurando un sistema economico che si avvicini al modello ideale,

nel quale esisterebbero condizioni che renderebbero molto semplice

l’applicazione dell’analisi costi benefici ai pochi progetti lasciati alle autorità

pubbliche, ma che nello stesso tempo, ne rilucerebbero drasticamente la

rilevanza.

Effetti indiretti e imprevisti di un investimento

Tra i problemi connessi all’applicazione dell’analisi costi benefici sono da

considerarsi gli effetti che un investimento può provocare, che è difficile o

impossibile prevedere, per mancanza di informazioni necessarie. Questi sono

chiamati effetti indiretti, e possiamo comprendere:

1) economie esterne di tipo marshalliano.

Ad esempio il miglioramento delle conoscenze e delle capacità tecniche

dei lavoratori impiegati da un progetto, che si tradurranno in un beneficio

per le imprese dove questi si trasferiranno;

2) economie di tipo pecuniario

derivanti dalle connessioni che un progetto ha con imprese che gli

forniscono input e che vedono, quindi, aumentare la domanda e il prezzo

dei loro prodotti, o con imprese che acquistando prodotti generati dal

progetto potranno godere di un prezzo minore in seguito all’aumento

dell’offerta;

3) effetti collaterali sul tasso di natalità delle famiglie

che migliorano le loro condizioni economiche e si trasferiscono da un

ambiente tradizionale rurale ad un ambiente urbano.

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AUTORE

luca d.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Economia dello sviluppo su nozioni generali. Gli argomenti trattati sono i seguenti: sviluppo e sottosviluppo: concetti e ideologia, l'idea di progresso, il progresso economico, l'ottimismo degli economisti, la nascita dell'economia dello sviluppo/il paradigma della modernizzazione, la teoria dell'imperialismo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Docente: Non --
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Non --.

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