Economia delle risorse umane
Introduzione e programma del corso
Antonelli Gilberto
A.A. 2015 – 2016
23/9/2015
1. Programma online andrà ampliato con la partecipazione attiva. Attività in tre parti:
- Lezioni frontali
- Presentazioni nostre di temi
- Discussione
Dunque due ruoli attivi: presentazioni di relazioni e discussant, cioè di presentatori di una discussione di quanto detto nelle relazioni e presentazioni.
Strumenti e modalità di partecipazione
Per fare ciò occorrono strumenti:
- Il questionario su di noi: parte informativa e quesiti (non di valutazione)
- Lista di distribuzione del corso, per le comunicazioni tempestive, cambiamenti, correzioni, calendario, prove d'esame degli anni precedenti e materiali relativi alla preparazione dei moduli. Chi frequenta deve fare tre moduli su cinque.
L’esame si divide in cinque moduli. Chi frequenta è chi si è iscritto alla lista di distribuzione, chi fa le presentazioni. Le presentazioni dovranno essere di una ventina di minuti, con slides da consegnare al professore. Le slide nelle presentazioni dovranno essere: la prima, nome e cognome e titolo, la seconda un indice/abstract, l’ultima la bibliografia.
Chi non frequenta ha davanti un testo con 5 moduli, due domande per modulo e può scegliere quale domanda affrontare per ogni modulo. Chi frequenta deve fare 3 moduli a scelta, uno obbligatoriamente quello su cui si svolgerà la presentazione. Gli altri due saranno affrontati in sede di prova finale. La partecipazione è molto importante. Nella prova finale è comunque presente un’interazione tra i moduli. Anche i moduli che saltiamo dunque, è bene se ce li leggiamo, in quanto ci consente una prova migliore.
Presentazioni da fare in piccoli gruppi, la presentazione è sempre individuale. Gruppi massimo di 4, ci si organizza, si colloca temporalmente il gruppo e poi si può sviluppare il tema in più incontri. 15 – 20 minuti, ergo non più di 8 slide e una di queste deve contenere i riferimenti bibliografici usati, non solo quelli suggeriti, ma anche le letture aggiuntive.
Valutazione e aspetti chiave
La valutazione dello scritto è in trentesimi, molto tradizionale, capacità nella terminologia e nell’uso dei grafici. La presentazione si basa su:
- Qualità delle slides.
- Presentazione orale: poche parole chiave che riempiamo di contenuti: le slide non devono essere un testo da leggere; concetti principali, sintetici. Brevitas e concinnitas. Poi puoi tenere gli appunti davanti. È una prova di presentazione, non di memorizzazione. La presentazione deve essere efficace.
- Difficoltà delle letture e della letteratura citate nella bibliografia (rilievo della bibliografia)
PRIME PRESENTAZIONI: 1, 10, 15 Ottobre
Moduli del corso
I moduli sono cinque ma c’è una logica che li unisce: alcune parole chiave. La prima parola chiave è sviluppo umano. Questa parola viene da autori che si sono cimentati in un esercizio molto importante per le Nazioni Unite che è chiamato human development index: un indice di sviluppo umani usato per fare graduatorie di emergenza. Cosa c’entra lo sviluppo umano? C’è il ciclo di vita, l’istruzione e la scuola, sia alfabetizzazione che titolo di studio. Poi c’è il PIL pro capite. Un indicatore composito di quella che è molto interessante per misurare la dinamica statale. L’esercito è monopolista di una città ed è l’unico referente di un’attività economica di quella città. Lo sviluppo umano è alla base dunque del nostro corso. Noi abbiamo parti che concernono l’azienda (modulo 3 e 4) ma ciò che è prioritario è lo sviluppo umano.
Altra parola chiave è jobs, posti di lavoro. Per una duplice motivazione: da un punto di vista microeconomico (singola impresa, singolo individuo) è il mezzo secondo il quale si genera produttività e reddito. Se si vuole operare a fini dello sviluppo economico bisogna stare attenti a questo aspetto a questa produttività nel contesto lavorativo. Il job è indicativo di tutto ciò. Si pensano a compiti lavorativi che possano pensare a una formazione di persone che ricoprono posti di lavoro. È una ricerca dei lavoratori di posti di lavoro. È un processo: si cerca un posto di lavoro, c’è una probabilità, non dobbiamo stupirci se alcuni giornalisti tirano fuori argomenti ricorrenti, per esempio il fatto che ci siano posti di lavoro, senza affrontare il tema della retribuzione o delle condizioni del lavoro. Siccome succede questo, i politici devono tener conto del fatto che alcuni posti di lavoro rimangono inoccupati. Si genera un’occupazione. È normale che vi siano posti di lavoro disponibili. Così com’è normale in economia che ci siano disoccupati. Il problema è capire quanto dura la disoccupazione, quant’è estesa e quanto dura. Il tasso di disoccupazione è preoccupante in quanto è molto ampio e poi è prorogato nel tempo; quando dura più di 6 mesi diventa di lunga durata. È una disoccupazione di lunga durata che colpisce i giovani. È un dato pessimistico che dobbiamo prendere dalla realtà perché se non vengono inserite le persone giovani nel lavoro allora il sistema di impalla.
Jobs: è un posto di lavoro. Il jobs act non ha tenuto conto proprio del significato di questa parola. In economia quando si parla di lavoro si parla di offerta di servizi lavorativi, il jobs è la domanda di servizi lavorativi. La domanda vede come attore di riferimento le imprese, l’offerta i cittadini. Le parole chiave sono dunque due: sviluppo umano, che guarda all’offerta e lato domanda, jobs, sono due parole che legano i diversi punti del programma.
Macroeconomia e microeconomia
Per quanto riguarda l’aspetto macroeconomico i posti di lavoro sono una variabile chiave delle politiche economiche che usiamo. I sistemi aperti causano occupazione in un altro paese. Se sono aperto rilancio la domanda aggregata e l’effetto moltiplicativo si può scaricare su un paese vicino, in cui io riporto beni e servizi. Dunque c’è un aspetto microeconomico e un aspetto macroeconomico. I posti di lavoro sono un punto chiave se siamo interessati allo sviluppo economico.
La terminologia è molto importante e bisogna conoscerla con attenzione. Per esempio il termine territorio: il territorio fa tutto: pensa, ragione, è sensibile. Ma cos’è? È un’espressione della confusione mentale, processo di transizione in cui siamo inseriti. Il territorio, espressione generica che non significa niente senza un aggettivo (es. territorio comunale). I territori sono diversi e sono diversi i mercati di lavoro a seconda del territorio. Uso dei termini ponderati. Uso dei termini sempre critico, compreso.
Concetti fondamentali e teoria economica
Concetto fondamentale le attività di formazione. Analizzeremo alcuni strumenti degli economisti, specie la teoria del capitale umano. Ci sono pro e contro nell’applicare i modelli economici: da soli non arrivano a una soluzione completa, ci vuole una soluzione di team. La Gelmini ha fatto danni ascoltando proprio gli economisti convinti di essere onniscienti. Economia ma anche apertura, quindi. Dunque nelle presentazioni applicare l’interdisciplinarietà.
Costo opportunità: la rinuncia a migliori alternative salariali che dedicare tempo ad altro comporta, o la monetizzazione dedicato alla visita al parco. Il costo opportunità c’è. Se uno cerca qualcosa trova.
Con l’allungamento della prospettiva di vita, si è arrivati all’idea che fare lavori usuranti comporta un problema. Sia i costi che i benefici riguardano tutto sto ciclo di vita e il conto si fa alla fine non all’inizio. AlmaLaurea presenta dati interessanti. Purtroppo si usa specialmente i dati relativi a un anno dalla laurea per individuare il differenziale. Secondo gli economisti ci vogliono almeno 7 anni affinché si completi l’investimento, il quale dunque non termina con la laurea. La situazione, nel momento di crisi che stiamo vivendo è peggiorata. La laurea per le donne è molto importante nel tasso di partecipazione, cioè sull’offerta di lavoro nel mercato. È un elemento di indipendenza maggiore che viene a garantire, a rendere meno svantaggiate specie le donne laureate che le altre donne. Il capitale umano ha molte distinzioni. Gli immigrati per ragioni di lavoro investono nel capitale umano. Ci sono attività che influenzano il potenziale produttivo alla quale poi in maniera più o meno diretta sono collegate le retribuzioni e i salari. La logica è che io faccio certe scelte, aumento la produttività e la maggiore produttività mi consente di ottenere il salario. È un processo lento nel tempo, ancor di più nella fase di crisi come quella che stiamo vivendo. Non vuol dire che sia scomparso, solo è più lento.
Come nota Visco, la conoscenza è molto importante. Partiamo da livelli arretrati in Italia, paese economico a sviluppo economico ritardato, perché lo sviluppo industriale in Italia è iniziato dopo l’Unificazione. Questo lo si deve considerare. Non si deve scoraggiare l’iscrizione ai corsi universitari; se si insiste sugli istituti tecnici poi bisogna riconoscere crediti per l’università; chi fa l’istituto tecnico alle superiori si infila in un percorso che però non ha possibilità di riconvertirsi perché uno non può riconoscere i crediti per l’università? È un errore.
Domanda di lavoro e produttività
La domanda di lavoro è derivata in quanto dipende dai profitti che l’azienda intende ricavare. Anche le associazioni non profit devono avere un profitto per sopravvivere, solo che usa il profitto in modo diverso dalle organizzazioni profit. Il profit c’è, solo che è usato in modo diverso.
Produttività del lavoro
Produttività del lavoro: media/marginale. Marginale perché si vanno a misurare le variabili sul margine che si va a fare un’analisi tra costi e benefici per chi eroga o acquista beni di consumo. Ci si dimentica la struttura complessiva del sistema, sull’ultima scelta degli individui.
Per definire la produttività si deve pensare dunque a queste due idee di produttività media e marginale:
- Produttività media: in un’economia è il rapporto tra la quantità fisica prodotta e la quantità di lavoro impiegata: QPMe = Q/L. È un concetto base per la teoria della produzione: cfr. cap. 4 in Antonelli et al, Economia, Torino Giappichelli, 2009. In questo capitolo c’è la dimostrazione che l’attività produttiva dell’impresa dipende dalla produttività di questo fattore.
- Produttività marginale: ΔQPM = ΔL. Dove delta indica la variazione finita e L la quantità di lavoro impiegato. Dall’andamento di queste due variabili dipendono l’andamento dei costi medi e l’andamento dei costi marginali, che l’impresa costa per produrre. Più alta è la produttività più alto è il costo.
Accanto a questo c’è il concetto di costo di lavoro unito all’unità di prodotto (CLUP). Un’impresa, anche non perfettamente razionale sarà portata a rapportare costi e benefici, dunque assumerà nuovi lavoratori se le conviene. Un rapporto di convenienza è proprio il CLUP. Questo si indica W (cioè salario) x L (quantità di lavoro che assume) (WxL è il costo del lavoro complessivo). Questo è messo in relazione alla quantità del prodotto: Q. dunque QL è l’inverso della produttività media. Se la produttività media cresce, il CLUP cala. Se la produttività è bassa e dunque cala, il costo del lavoro è alto e tende a crescere. Questa è la situazione italiana. Il costo medio del lavoro si basa su quella che è la produttività del lavoratore. Il costo del lavoro dunque è basso, ma la produttività è bassa.
Il punto di vista delle imprese è molto diverso. Le imprese creano i jobs, creano quando conviene e quando il CLUP è ritenuto accettabile. Dato il capitale, man mano che impiego lavoro produco di più ma con andamenti decrescenti. Non conta la qualità del prodotto né il titolo del lavoratore. Le imprese possono generare beni o mali in termini di esternalità. L’indicatore di produttività che vediamo nelle statistiche è molto generale e molto indiretto di ciò che succede indirettamente. Se voglio tener conto devo passare a indicatori molto più precisi. Questi sostituiscono alla quantità il livello aggiunto. A una quantità fisica si associa il prodotto vendibile meno il valore dei beni che son stati utilizzati per produrre una soluzione lorda vendibile fratto il numero dei lavoratori. Trasformo quantità fisica in valore.
Il discorso bene/male è riferito al consumatore. Le esternalità esistono anche nel consumo e si misurano col minore benessere che il consumatore ottiene dal consumo di un bene quando si presenta. Se c’è un’esternalità, sia positiva o negativa, il prezzo non include l’esternalità e a sto punto si deve intervenire. Protocollo di Kyoto: trattato che cerca di introdurre un quasi mercato dei diritti di prima vendita. Ogni impresa ha sulla base un certo ammontare dei diritti di inquinamento che può non usare oppure vendere, cioè metterlo a disposizione degli altri. Si crea il mercato che diventa una soluzione privata al sistema.
Lezioni di Keynes e flessibilità del lavoro
Alfred Marshall era un economista inglese molto importante che ebbe un allievo altrettanto importante per il nostro corso e per alcune idee base dell'economia: John Keynes.
Due idee di Keynes: la difficoltà nasce non dal persuadere la gente ad accettare le nuove idee, ma dal persuaderli ad abbandonare le vecchie. È una cosa molto banale all’apparenza ma in realtà estremamente profonda. L’idea di partenza che confrontiamo con una nuova proposta non sempre ha l’effetto che consideriamo positivo. Noi abbiamo in mente uno schema concettuale con cui ci confrontiamo quando ci viene proposta una nuova idea. Il problema è sottoporre a testi il vecchio schema cercando di vedere se questo è più o meno valido rispetto al vecchio.
Il dibattito politico economico in Italia oggi, per esempio, è estremamente basso. Le idee proposte son date per mettersi in mostra, non per fornire spunti interessanti. Ognuno propone la sua idea e poi questa o compare o scompare a seconda dei casi. Non bisogna ragionare in questo modo. Le idee vanno ancorate a delle basi, non solo sparare idee random. Per Keynes queste vecchie idee sono da legare a un economista defunto. Il mercato si considera, per esempio, come una risorsa sempre utilizzabile, senza pensare ai vincoli del mercato che mettono in campo altre forme di governo dell’attività economica e sociale. Gli economisti hanno impiegato due secoli per sviluppare una teoria pura del mercato, quella della concorrenza perfetta. Il mercato è un meccanismo di coordinamento dei comportamenti. Il problema è che il mercato può fallire e i beni non sono beni privati, non sono prodotti e scambiati. Il mercato è una forma di coordinamento estremamente efficiente. Non può essere trascurato come forma di coordinamento dell’attività ma fallisce, può fallire. Allora, che alternative ci sono? Lo stato, il governo, può fallire anch’esso. Non solo fallimento del mercato ma anche del governo.
Principio di sussidiarietà: è un principio molto usato in Europa che può generare forme di coordinamento della società civile. C’è massima dispersione e massima concentrazione dello stato. La grande crisi che stiamo cercando di superare ci ha mostrato come fallito il mercato, fallisce anche lo Stato. Penso agli errori della federal resource statunitense che ha favorito il fallimento del mercato finanziario. La crisi evidenzia un fallimento sia dell’uno che dell’altro. Non si deve prendere un fallimento nell’ottica della crisi italiana, ma il fallimento è un passaggio della vita in cui uno sbaglia, paga e poi torna in campo. Dopo il fallimento non si è perduti per sempre, ma è qualcosa di risolvibile. Ci sono fasi in cui quel meccanismo non è efficace ed efficiente, come normalmente accade in altre situazioni.
Il principio di mercato è pensabile diversamente a seconda dei principi. La crisi dei rifiuti di Napoli è interpretabile come una crisi statale e del mercato. La grande impresa che ha costruito gli inceneritori sono infatti imprese private e hanno fallito. C’è una combo di fallimenti, dunque. Fallimento sistemico: da un fallimento del mercato a un fallimento dello stato. Il fallimento sistemico ci deve insegnare qualcosa di nuovo. Ecco perché sono diverse le crisi storiche: la nostra crisi è molto diversa da quella del ’29.
Lezioni di oggi: considerazione di alcune idee di base da cui partire, tra cui la flessibilità del mercato di lavoro. L’idea di flessibilità del lavoro come strumento per intervenire sulla realtà è un errore fondamentale. Flessibilità: dal 1997, legge TREU, le politiche del lavoro in Italia sono politiche finalizzate ad ampliare la flessibilità. Cos’è la flessibilità? È un concetto composto da tanti aspetti.
Quando c’è un problema di produttività del lavoro c’è un problema di flessibilità nei salari. Riducendo i salari si riduce il potere di acquisto. Sono due fenomeni che coesistono. Altra dimensione della flessibilità è la durata del rapporto di lavoro: la flessibilità numerica. Il lavoratore può essere assunto o licenziato. Nella concorrenza perfetta, idealmente, il lavoratore viene assunto la mattina e licenziato la sera per essere riass...
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Appunti lezioni Economia e gestione delle risorse umane
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Economia e politica delle risorse umane Parte 1