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Domande di ripasso economia delle imprese e dei settori produttivi – A. Giunta (Roma Tre)

Sommario

Perché nasce l'impresa? ................................................................................................................................ 2

Contributo di Williamson alla teoria neo-istituzionalista .............................................................................. 3

Il ruolo della grande impresa nel miracolo economico ................................................................................ 4

Squilibri territoriali nell'esperienza italiana .................................................................................................. 5

A cosa è dovuta la crisi della grande impresa ............................................................................................... 5

Cosa s'intende per Terza Italia....................................................................................................................... 6

Gli shock della seconda metà degli anni ‘90 .................................................................................................. 7

Le catene globali del valore (CGV) ................................................................................................................. 8

Indici .............................................................................................................................................................. 8

Come si spiega il cattivo andamento della produttività in Italia prima della crisi (2008)? ........................... 9

Quali sono le cause del divario innovativo con altri paesi UE? ..................................................................... 9

Gli interventi pubblici a favore della R&S .................................................................................................... 11

Cosa sono i costi di transazione? ................................................................................................................ 11

Cos'è la "trasformazione fondamentale"? .................................................................................................. 12

La diversa “natura” delle imprese che esportano ....................................................................................... 13

Quali sono i fattori che incidono sui costi di transazione? .......................................................................... 14

Spiegare in cosa è consistito il miracolo economico ................................................................................... 15

Il ruolo delle policy per l'internazionalizzazione ......................................................................................... 15

Domande di esercitazione

  • Perché nasce l'impresa?
  • Contributo di Williamson nella teoria neo-istituzionalista
  • Il ruolo della grande impresa nel miracolo economico
  • Squilibri territoriali nell'esperienza italiana
  • A cosa è dovuta la crisi della grande impresa
  • Cosa s'intende per Terza Italia
  • Gli shock della seconda metà degli anni ‘90
  • Le catene globali del valore (CGV)
  • Indici
  • Come si spiega il cattivo andamento della produttività in Italia prima della crisi?
  • Quali sono le cause del divario innovativo con altri paesi UE?
  • Gli interventi pubblici a favore della R&S
  • Cosa sono i costi di transazione?
  • Cos'è la "trasformazione fondamentale"?
  • La diversa “natura” delle imprese che esportano
  • Quali sono i fattori che incidono sui costi di transazione?
  • Spiegare in cosa è consistito il miracolo economico
  • Il ruolo delle policy per l'internazionalizzazione

Perché nasce l'impresa?

“Come nasce un’impresa”, o meglio 'perché' nasce, è il leitmotiv che ruota attorno alla ricerca condotta dall’economista statunitense R. Coase nella sua opera “The Nature of the Firm” (1937). L’economista, infatti, s’interroga attorno alla natura ontologica dell’impresa; laddove la teoria neoclassica riduceva quest’ultima ad una semplice funzione di produzione, ad una “scatola nera” che trasformava gli input in output. Pertanto, Coase ravvisa nella sua teoria dell’impresa un doppio meccanismo: da un lato quello di prezzo; mentre dall’altro, quello gerarchico (di comando manageriale). Meccanismi tutt’altro che dualistici, anzi organicamente complementari: laddove l’uno cedeva il passo all’altro: parafrasando il Coase, “come dei grumi di burro in un secchio di latte”. Mentre il meccanismo di prezzo regolava la produzione all’esterno dell’impresa, attraverso l’interazione tra domanda ed offerta; quello gerarchico, di comando manageriale, regolava la produzione all’interno di quest’ultima. Lo stesso Coase scriverà – vado a memoria: “Se un dipendente si sposta dal reparto X a quello Y, non è per una variazione di prezzo, ma perché qualcuno gli ha detto di farlo (autorità manageriale)”.

Pertanto, nella sua analisi, Coase analizza cosa fa prevalere un meccanismo rispetto ad un altro? “Bargaining Cost”, i costi di contrattazione per dirla con il lessico di Coase. O per meglio dire, “i costi di transazione”, quei costi di utilizzo del mercato. Pertanto l’impresa nasce come quell’istituzione che economizza sui costi d’uso del mercato. E proprio in questo concetto soggiace la differenza, il superamento della Teoria Neoclassica dell’impresa, secondo cui “utilizzare” il mercato non ha costo. Tutta la produzione, tanto al di fuori quanto al di dentro dell’impresa, è regolata da un’interazione tra domanda ed offerta. Tuttavia si dovrà aspettare l’approfondimento di Williamson, negli anni 80, che il quale “put meat on the Coase’s bone”, rimpolperà l’impianto teorico di Coase, analizzando le ragioni profonde dei “Costi di Transazione”. Nozione, a lungo disattesa nell’opera di Coase, il quale ne riconoscerà soltanto l’esistenza, in quanto “Research Costs” o, in altri casi, “Bargaining Costs”, costi di Contrattazione.

Contributo di Williamson alla teoria neo-istituzionalista

Williamson scrive negli anni ’80, ben 50 anni dopo la pubblicazione dell’opera magistrale di R. Coase, “The Nature of the Firm”, del 1937. Il merito di Williamson fu quello di “put the meat on the Coase’s bones”, di rimpolpare l’impianto teorico dapprima formulato dall’economista americano all’età di 28 anni. Williamson, infatti, si interrogò sulle ragioni profonde dei “Bargaining Costs” (Coase), o per dirla con il suo stesso lessico sui “Transaction Costs”. In prima istanza, ne riconobbe due categorie, differenziate temporalmente. Da un lato:

  • Costi di Transazione ex ante: tutta quella serie di costi d’uso del mercato, da affrontare prima dell’avvenuta transazione. Quelli che lo stesso Coase chiamò “Research Costs”. In questa categoria rientrano non solo i costi di ricerca di una controparte, ma anche i costi di stipulazione del contratto stesso;
  • Costi di Transazione ex post: una volta avvenuta la transazione, ci sono una serie di costi da affrontare per controllare la corretta realizzazione del lavoro, ed un’eventuale sanzione nel caso di inadempimento del contratto. Situazione che porterebbe non solo costi di “sanzionamento”, ma anche la conseguente stipula di un nuovo contratto (Ritorno dei costi ex ante).

Tuttavia, Williamson in forza dell’eredità culturale di Herbert Simon riconobbe dei fattori alla base di questi costi (ex ante; ex post). Fattori che possono essere divisi in due macrocategorie:

  • Dimensione della transazione
  • Ipotesi comportamentale degli agenti

Partendo dalla seconda, si evidenzia quanto gli attori in scena siano dotati non solo di una razionalità limitata, per la quale non sono in grado di prevedere tutti gli stati del mondo. Ma sono, allo stesso tempo, guidati da comportamenti egoistici ed opportunistici, per cui tenteranno di raggiungere il proprio interesse “con ogni mezzo, a qualunque costo”, anche ingannando la controparte od omettendo informazioni (asimmetria informativa). Tuttavia, va specificato che anche qualora gli agenti non avessero dei comportamenti opportunistici, i contratti sarebbero in ogni caso incompleti. Per due ragioni fondamentali:

  • Le parti non sono in grado di prevedere tutti gli stati del mondo, pertanto il contratto non è in grado di prevedere un sistema di sanzionamento adeguato in ogni evenienza;
  • Il sanzionamento non avrebbe costo zero (=0) per la parte lesa dal comportamento opportunistico dell’altro.

Questo ha portato, di fatto, ad inserire nei contratti dei meccanismi correttivi, a tutela della buona riuscita della transazione. Tuttavia, l’ipotesi comportamentale torna anche laddove ci fosse una relazione idiosincratica tra le parti, per cui una od entrambe le parti facessero un investimento specifico, una “trasformazione fondamentale”, che genererebbe quasi-rendite. Nel caso in cui una delle parti uscisse, si andrebbe incontro a dei sunk cost, costi irrecuperabili per le/la parti/e che ha investito del capitale. In questa situazione, in serie temporale, possiamo riscontrare:

  • Un primo momento, in cui il mercato è anonimo: un’impresa vale l’altra per dirla in parole semplici. Dove gli agenti sono “faceless”, senza faccia, senza specificità;
  • Un secondo momento, in cui le parti si accordano per entrare in una situazione di specificità, passando appunto da una situazione di “concorrenza perfetta” ad un’altra di “oligopolio”;
  • Una terza fase, che potremmo definire di “lock-in”, in cui l’investimento si fa idiosincratico, attraverso una “trasformazione fondamentale”, che genera delle quasi-rendite.

In fine, in questa fase, le parti si trovano davanti ad un bivio, dettato dal comportamento delle singole parti, o ad eventualità non prevedibili: da un lato la buona riuscita dell’interazione commerciale; dall’altra, la situazione peggiore in cui una delle parti, a seguito di una situazione inaspettata, tradendo la propria natura ferale, dà luogo ad un “hold-up”, l’appropriazione di una parte delle quasi-rendite della parte lesa. Pertanto queste situazioni, spesso portano le parti a temporeggiare prima di investire concretamente, al fine di avere un numero sempre più elevato di tutele sulla buona riuscita dell’interazione; oppure, nei casi più estremi, ma – ahimè – molto frequenti, a sottostimare l’investimento, producendo appunto meno, e/o peggio.

Il ruolo della grande impresa nel miracolo economico

Dalla prima metà degli anni cinquanta sino ai 10 dieci anni a seguire, la grande impresa si rivela l’attore principale dello sviluppo economico italiano, ma non solo. Tanto nelle economie di mercato, quanto in quelle pianificate, la grande impresa rappresenta un propulsore della produzione nazionale. In forza di un modello di economia di scala, che grazie a dei grandi volumi di produzione era in grado di ridurre il costo unitario. Erano gli anni d’oro del capitalismo fordista, quello della “Ford Modello T, disponibile in tutti i colori purché nera”. Un capitalismo che si sviluppava attraverso un “modello di accumulazione a riserva di lavoro illimitata” (A. Lewis), dove da un lato troviamo un settore tradizionale, agricolo, a bassa intensità capitalistica; mentre dall’altro un settore dinamico, ad alta intensità, con rendimenti crescenti di produttività ed una – lievemente – più alta remunerazione della forza lavoro. Questo dualismo ha fatto sì che, in primis l’Italia iniziasse un dinamico processo di industrializzazione, che vide un esponenziale spopolamento delle campagne, in favore delle grandi città industriali. In secondo luogo, che il numero di grandi imprese lievitasse in termini quantitativi – più di 600 grandi imprese che descrivevano il 28% dell’occupazione manifatturiera -, ma anche di Produzione Aggregata. Nell’arco dei dieci anni, l’Italia cresceva a tassi attorno al 6% - tassi da Cina, qualcuno direbbe oggi -, tanto che si parlerà di “Miracolo Economico”.

Dove da un lato, l’aumento salariale, seppur lieve, diede modo ai molti di poter beneficiare del progresso, aumentando così la domanda interna, i consumi; mentre dall’altro, con un crescente ruolo della “Partecipazioni Statali”, in cui lo Stato che partecipa all’attività imprenditoriale, con un possesso di quote azionare in società private. Iri, Eni, Finmeccanica, Fincantieri: erano alcuni dei protagonisti del fenomeno delle Partecipazioni. Tuttavia, il successo di questo modello soggiaceva in prima istanza in una moderazione salariale, al di sotto dei livelli di produttività, data dal modello di cui sopra (A. Lewis); avvantaggiata da una ridotta pressione sindacale, quasi inesistente per certi versi. Del resto in quegli anni, la forza del PCI era estremamente ridimensionata: da lì a poco, l’invasione sovietica dell’Ungheria (1956) ne rivelò la frammentazione interna al Partito Italiano. Allo stesso tempo, troviamo un’Italia rinnovata, attraverso investimenti esteri, soprattutto americani (Piano Marshall), che diedero modo alle imprese di acquistare nuovi macchinari produttivi, spesso provenienti da oltreoceano. Ma non solo, a questi investimenti in capitale fisico, seguirono quelli organizzativi e produttivi. In quest’ottica, l’Italia si trovava avvantaggiata, in quanto inseguitrice (Follower advantage), nel suo percorso di “catching-up”, di rincorsa delle altre economie globali. Al netto di tutto, c’è da sottolineare quanto il Miracolo rappresentò un vero e proprio fenomeno di diffusione del benessere: per la prima volta dall’unità d’Italia (1861), il divario tra Nord-Sud iniziava a ridursi. In termini di PIL pro capite (rapporto tra Pil e popolazione di un paese), si arrivò a dei picchi in cui il differenziale tra le due aree geografiche passò da un 50% ad un 30%, in favore del Settentrione. Sembrava che, finalmente, quel dualismo stesse per scomparire. Tuttavia, come la storia c’insegna, quel fuoco ben presto, nel giro di poco meno di 10 anni, si spense.

Squilibri territoriali nell'esperienza italiana

Quando si parla di squilibri territoriali nell’esperienza italiana, si fa principalmente riferimento al dualismo, espresso in termini di PIL pro capite (PIL Totale/popolazione), presente tra le regioni del Centro-Nord, rispetto a quelle del Sud della Penisola. Analizzando, infatti, le dinamiche salariali tra queste due aree macroregionali, possiamo notare quanto sin dall’Unità d’Italia (1861) la forbice si sia andata progressivamente ad allargare, sino agli anni del Miracolo economico. Anni in cui, in forza di ingente sforzo economico, di opere pubbliche e politiche mirate allo sviluppo regionale, il divario tra le parti si è andato progressivamente ad erodere, arrivando ad una quasi equità. Tuttavia, c’è da sottolineare quel ‘quasi’, in quanto non si è mai raggiunta una vera e propria equiparazione; lo scarto si è andato a restringere, nell’ordine di un 30% ancora a favore delle regioni del Centro-Nord. In altre parole, le lame della forbice si sono andate ad avvicinarsi, ma mai a combaciare, per cui uno stipendio settentrionale presentava, in media, un 30% in più, se comparato ad un connazionale meridionale. In ogni caso, uno sviluppo che fece parlare di un “Miracolo Economico del Sud Italia”, in cui anche questa parte d’Italia contribuì ad una crescita mai registrata prima d’allora. Tuttavia, al conseguente lento declino dei tassi di crescita nazionale, seguì un inesorabile acuirsi del divario tra le due aree: fatto di alti e bassi, di declini e riprese, ma che mai è riuscito a tornare ai fasti del “Miracolo Economico”.

Un divario che scaturisce anche, ma soprattutto, in forza di una scarsa attrattività in termini di investimenti esteri, del panorama italiano. Di fatti, se già il “sistema Italia” risulta scarsamente attrattivo per gli investitori esteri, le regioni del Sud si trovano maggiormente svantaggiate, in questi termini. Questo, principalmente a causa di una precaria stabilità politica, che aumenta considerevolmente l’incertezza e, conseguentemente, il rischio per l’investimento. Ma non solo, altre cause sono sicuramente imputabili ad un ingente carico fiscale; ad un sistema infrastrutturale penalizzante; ad, infine, agli alti costi di gestione del territorio.

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Scienze politiche e sociali SPS/09 Sociologia dei processi economici e del lavoro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher SkuolaNet123 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia delle imprese e dei settori produttivi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Giunta Anna.
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