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La BCE può anche mettere a disposizione fondi con durata triennale e ha consentito alle

banche di trovare nella BCE stessa un interlocutore che acquistasse determinati titoli da

esse detenute attraverso l’APP (asset purchase program): la BCE si impegno ad

acquistare obbligazioni bancarie, covered bonds, titoli di stato, titoli provenienti da

operazioni di cartolarizzazione. Vendendo questi titoli le banche possono ottenere liquidità.

Gli schemi di assicurazione dei depositi (il secondo strumento di safety net)

Tutte le banche si mettono insieme per garantire i depositanti di quelle banche che sono

sottoposte a una situazione di amministrazione coatta organizzativa. In Europa questi

sono stati soggetti a più riforme fino all’ultima del 2014: in uno schema di assicurazione

dei depositi viene creato un fondo attraverso contribuzioni da parte degli aderenti ai fondi e

interverrà a garantire e a rimborsare i depositanti delle banche o della banca fallita fino ad

un determinato importo (100 mila euro in Europa, negli USA 250 mila).

Direttiva 14 del 2009: fissa il limite di rimborso ai depositanti in 100mila. Prima vi era un

limite minimo di 20mila euro, le autorità potevano concedere valori diversi da 20mila a loro

discrezione: a livello europeo c’erano quindi diversi valori. Con la direttiva del 2009 per

tutti i paesi europei il limite massimo diventa di 100mila (l’importo massimo per

depositante e per banca che può essere rimborsato in caso di amministrazione coatta di

una banca). Ci sono quindi incentivi a frazionare per singole banche. Vengono rimborsati i

depositi, i certificati di deposito di qualsiasi durata, i libretti nominativi e non al portatore, gli

assegni circolari con l’esclusione di tutto il funding (PCT non inclusi) fino alla concorrenza

di 100mila. Questo importo è alto o basso a seconda delle capacità di risparmio dei singoli

paesi. Il fatto che esista questo meccanismo ha un aspetto positivo: i depositanti in caso di

rumors sapendo del meccanismo di assicurazione dei depositi non corrono agli sportelli,

minimizza quindi il fenomeno della corsa agli sportelli perché i depositanti si sentono

protetti. Il punto di debolezza di questo meccanismo è che il mkt non è portato a

disciplinare le banche: tanto più è elevato il livello di assicurazione dei depositi tanto più

tende a disincentivare l’azione di disciplina che i depositanti possono effettuare sulla

banca in termini di quantità e in termini di costo (riduzione incentivi per quanto riguarda la

market discipline). Ciò porta al moral hazard dei manager delle banche: questi sanno che i

depositanti non monitorano e hanno quindi lo spazio a questi di fare operazioni rischiose.

In Italia abbiamo due fondi interbancari di assicurazione dei depositi:

Uno fa capo al credito cooperativo

- L’altro è per tutte le altre banche

-

A questi due fondi gli aderenti versano periodicamente dei contributi. Questi fondi devono

essere privati. La direttiva del 2014 ha stabilito che questi devono essere finanziati dalle

banche attraverso dei premi che in passato, prima del 2014, potevano essere ex ante o ex

post -per ex post si intende che questi premi venivano versati qualora il fondo fosse

intervenuto per proteggere i depositanti di una banca fallita anche se si ha il rischio che il

fondo non sia sufficientemente dotato-. Infatti nel 2014 si ha l’obbligo di contribuzione EX

ANTE, essa dovrà essere tale da fare in modo che il fondo di assicurazione dei depositi

sia pari allo 0,8% di tutti i depositi assicurabili. Inoltre il pagamento dei premi dovrà essere

basato sulla rischiosità della singola banca: banche con rischiosità diversa pagheranno

contributi diversi perché parametrate sulla rischiosità individuale delle stesse (disciplina

incentivante). 19

LA REGOLAMENTAZIONE

La regolamentazione ha l’obiettivo di minimizzare le situazioni di fallimento. Nel Testo

Unico Bancario si dice che gli obiettivi sono quelli della:

Stabilità degli intermediari e del sistema nel complesso

- Efficienza (migliorare questa)

- Trasparenza del sistema per ridurre le asimmetrie informative

- Competitivo e improntato alla sana e prudente gestione (riferito all’intermediario)

-

Stabilità ed efficienza sono due termini che potrebbero essere in contraddizione: una certa

regolamentazione potrebbe imporre delle regole di eccessivo contenimento dei rischi

-dando una maggior stabilità- e ciò potrebbe andare a scapito della redditività della stessa

e quindi dell’efficienza: un’eccessiva attenzione alla stabilità potrebbe rendere le banche

meno profittevoli anche se l’efficienza è anche uno degli obiettivi della regolamentazione.

Vi sono diversi gradi di efficienza:

Efficienza informativa : grado di informazione tale per cui i prezzi riflettono

- immediatamente le info disponibili nel mkt. Ciò implica che i prezzi che si formano

sui mercati siano inclusivi di tutte le possibili informazioni che servono agli

investitori per poter poi decidere come investire le proprie risorse

Efficienza allocativa : quando gli intermediari allocano i fondi ottimizzando la

- combinazione rischio-rendimento e a parità di tasso di interesse (a cui prestano i

fondi) sono più efficienti quando prestano al debitore meno rischioso. Ottimizzano

binomio rischio-rendimento.

Efficienza tecnico-operativa : fa riferimento al fatto che la banca svolga la sua attività

- in condizione di massimizzazione del profitto o di minimizzazione dei costi. C’è un

possibile trade-off tra efficienza e stabilità perché lo stimolo all’efficienza potrebbe

indurre le banche ad assumersi più rischi e per avere una redditività più alta ci si

espone a una maggiore instabilità.

La regolamentazione purtroppo ha obiettivi -importanti per il pubblico-, in conflitto tra di

loro nonostante si cerchi di farli convivere.

Modelli di regolamentazione

La regolamentazione di un sistema bancario può avvenire, da un punto di vista

organizzativo, in due modi. O usando un modello accentrato o un modello decentrato:

Modello accentrato : in questo modello è prevista un’unica autorità di

- regolamentazione (regulator) che accentra su di sé tutte le responsabilità in materia

di regolamentazione del sistema finanziario (per le banche, per gli istituti finanziari).

In questo modello l’idea portante è che se c’è una sola autorità, non ci sono

problemi di comunicazione e conflitti tra le diverse autorità. L’unica autorità può

avere un’idea complessiva del sistema che controlla e che vigila e, in più, può

sfruttare le economie di costo: invece che avere tante autorità divise in uffici, in

questo caso si ha un unico e centrale ufficio che ha sotto controllo tutto. Questa 20

strada ha però molti limiti: un’autorità accentrata è per definizione molto complessa

da gestire.

Modello decentrato : i modelli decentrati sono quelli che negli ultimi anni sono

- risultati sicuramente più convincenti, essi prevedono più autorità di

regolamentazione e vigilanza variamente specializzate. Ciascuna ha una propria

autonomia e autorevolezza e comunicano tra di loro pur rimanendo autonome.

L’obiettivo è quello di sfruttare al massimo la specializzazione: ciascuna autorità

costerà un po’ di più ma dovrebbe fare al meglio la propria regolamentazione di

vigilanza. La regolamentazione nel modello decentrato può essere strutturata in vari

modi:

Vigilanza per soggetti o per istituzioni: Possiamo avere un modello di

a. regolamentazione che prevede un numero di autorità pari al numero di soggetti

e istituzioni da vigilare nell'intero sistema finanziario. Ci saranno tre distinti

organismi regolamentari per gli intermediari bancari, il mercato finanziario e le

assicurazioni. A questi se ne aggiunge normalmente un quarto, cui vengono

affidati compiti in materia di concorrenza (autorità antitrust). È un meccanismo

che si presta a situazioni di arbitraggio regolamentare; il problema di capire

come strutturare la vigilanza è anche legato al fatto di evitare il cosiddetto

arbitraggio regolamentare che è l’opportunistico sfruttamento da parte degli

intermediari di regolamentazioni più blande che potrebbero essere riferite ad

alcuni soggetti -intermediari- rispetto ad altri (es. l’autorità di vigilanza del

sistema assicurativo è più blanda per gli intermediari rispetto a quella bancaria,

allora l’intermediario potrebbe essere portato ad assumere una configurazione

per lo più assicurativa, che sia conforme a sfruttare una vigilanza più blanda).

Sfrutto la diversità nell’approccio regolamentare per trarne beneficio (controlli

meno pesanti, regole più leggere). La strutturazione deve essere finalizzata a far

sì che non si creino queste situazioni.

Vigilanza per attività: si devono individuare specificamente le diverse attività

b. (come quella dei pagamenti, quella creditizia, o inerente al mercato mobiliare, o

di gestione accentrata di patrimoni, o di fondi pensioni...) e si individuino tante

autorità quante sono le attività. Il che vuol dire arrivare ad una estrema

proliferazione di soggetti, i quali saranno sicuramente molto competenti per

quanto riguarda l’attività di vigilanza che svolgono ma questi sono allo stesso

tempo estremamente costosi (costo legato a queste attività). Vi sono

ovviamente alte commissioni da pagare alla BCE da parte delle banche vigilate

che queste ribaltano sugli utilizzatori (noi). È sicuramente un tipo di vigilanza

ottimale dal punto di vista della specializzazione che le autorità possono

sfruttare e della bontà con cui esercitano il loro compito, tuttavia ciò vuol dire

anche molti più costi. Questo tipo di vigilanza infatti veniva utilizzato

maggiormente in passato.

Vigilanza per finalità: si identificano gli obiettivi che le autorità devono

c. perseguire. È il caso italiano ed europeo (modelli di tipo ibrido). Ci sono quindi

autorità con finalità diverse, ad es. l’obiettivo della CONSOB (autorità di

vigilanza italiana sugli intermediari finanziari e i mkt mobiliari), è quello

soprattutto di garantire la correttezza e trasparenza dei comportamenti degli

21

intermediari che sono attivi nell’intermediazione in particolare quella mobiliare.

La CONSOB estende questa funzione anche quando sono le banche ad essere

attive in questo comparto. L’avere un obiettivo vuol dire che questo viene

perseguito con riferimento a tutti i soggetti che sono toccati da quello specifico

obiettivo, in questo caso la correttezza e la trasparenza dei comportamenti. Un

altro obiettivo è quello della sana e prudente gestione, in Italia l’autorità

competente di quasi tutti gli intermediari è la Banca d’Italia -per tutte le banche e

per le società attive nella gestione del risparmio, non lo è per le imprese di

assicurazione perché vi è già l’IVASS-. Questa vigilanza in Italia viene applicata

in maniera ibrida.

Vigilanza per funzioni: questo tipo di vigilanza presupporrebbe che nei sistemi

d. finanziari vengano svolte determinate funzioni (funzioni di pagamento, pooling,

mitigazione dei rischi ecc.): ci dovrebbero essere tante autorità quante sono le

funzioni stabili e assegnate agli intermediari finanziari. È un modello che non ha

trovato un riscontro.

A livello europeo le autorità di vigilanza sono specializzate per soggetti: abbiamo l’EBA

(regolamenta e supervisiona l’attività bancaria, specializzata sugli intermediari bancari e

ha sede a Londra), l’EIOPA (è specializzata sul comparto delle assicurazioni e dei fondi

pensione) e l’ESMA (è specializzata su comparto dei mercati finanziari e vigila

sull’intermediazione mobiliare con sede a Parigi). Queste tre autorità hanno dei referenti

nazionali per ciascun paese all’interno dell’UE. Si tratta di vigilanza a livello micro-

prudenziale.

Vi è poi è poi un’autorità con vigilanza per finalità: l’ESRB (European Sistemic Risk

Board). Autorità composta dalla BCE, dai rappresentanti delle singole autorità (le tre

elencate sopra) e da rappresentanti della Commissione Europea; essa vigila a livello

macro-prudenziale: ha lo specifico obiettivo di vigilare affinché siano minimizzati i rischi di

fallimento di carattere sistemico e i fattori causali di tali rischi sistemici da qualsiasi parte

questi pervengano (es: fenomeni di carattere macroeconomico). Vi è quindi un modello

decentrato con specializzazione per soggetti, ma “sopra” vi è un’autorità con vigilanza per

finalità.

In Italia invece vi è una vigilanza ibrida: vi è una vigilanza per soggetti/attività in quanto

abbiamo Banca d’Italia che è attiva nel segmento bancario ed è responsabile per la sana e

prudente gestione; essa infatti combina una vigilanza per soggetti con una vigilanza per

finalità. Poi vi è la CONSOB che è responsabile per la vigilanza sui mkt e allo stesso

tempo vigila per la correttezza e trasparenza (finalità) dei comportamenti di tutti coloro che

nell’ambito dell’intermediazione finanziaria sono attivi sui mkt.

Poi vi è l’autorità competente per le sole assicurazioni chiamato IVASS, specializzata per

soggetti/attività e per finalità perché è anche competente per quanto riguarda la sana e

prudente gestione dei soggetti da essa vigilati.

Vi è anche la COVIP, l’autorità di vigilanza e regolamentazione per il settore pensionistico.

Si tratta della parte del settore previdenziale non obbligatoria ma integrativa e anche qui vi

è una specializzazione per soggetti/attività e finalità -infatti la stessa COVIP vigila sulla

sana e prudente gestione dei soggetti attivi-. 22

Infine vi è l’autorità garante per il mkt della concorrenza. Questa di fatto è responsabile su

tutti i diversi ambiti e non solo quello finanziario, bancario e assicurativo; non c’è infatti una

specializzazione. Vigila affinché non si formino delle situazioni di mkt che precludono la

concorrenza. ecc.

In Italia abbiamo tante autorità e forme di decentramento ibride.

Funzioni dell’autorità di vigilanza

Può svolgere tre funzioni che competono a Banca d’Italia, una riguarda la formulazione di

leggi, l’altra la raccolta di attività e l’ultima è la funzione di verifica sul campo:

Funzione regolamentare: cioè produzione di regole che si ispirano a una serie di

- principi o norme di carattere superiore che devono essere applicate e implementate

dai soggetti che ne sono destinatari (nel nostro caso le banche). Sul settore

bancario compete alla Banca d’Italia che non fa altro che adattare a livello italiano

la regolamentazione di rango superiore prodotta a livello europeo: quindi

implementa e adatta la regolamentazione tecnica di stampo europeo pur sfruttando

le discrezionalità nazionali. Ciò vuol dire che la Banca d’Italia, quale autorità di

regolamentazione nazionale, può adattare la regolamentazione europea tenendo

conto delle specificità del paese di riferimento -Italia-. Ad esempio con Basilea 2

venne introdotta questa regola non più in uso: il credito era considerato scaduto

quando fossero passati 180 giorni dal momento dell’insolvenza e non 90 giorni

come c’era scritto nella direttiva. La motivazione della deroga dei 90 giorni era che

in Italia rispetto ad altri paese le modalità di pagamento sono molto differite.

Applicare la regola dei 90 giorni voleva dire creare uno svantaggio fortissimo

rispetto alla prassi del nostro paese.

Funzione informativa: implica che i soggetti che sono vigilati siano

- obbligatoriamente tenuti a produrre un flusso continuo informativo a favore delle

autorità di vigilanza -tipicamente trimestrale-. Questo flusso informativo viene

regolarmente prodotto attraverso la compilazione da parte dei soggetti vigilati di

matrici di informazioni. È importante perché ha l’obiettivo di ridurre le asimmetrie

informative tra le autorità di vigilanza e i soggetti vigilati. Ogni volta che le

informazioni di cui è in possesso non sono corrette o aggiornate si mina la natura

stessa e gli obiettivi per cui l’autorità stessa è stata costituita. Questa funzione

produce alti costi che vengono traslati sugli utenti (noi)

Funzione ispettiva: ha il compito di identificare se ci sono delle patologie in essere.

- L’ispezione implica che ci siano regolarmente attività di ispezione che non possono

essere rifiutate dagli intermediari perché la stessa legge bancaria lo prevede:

questa dice che gli intermediari si devono sottomettere alla attività ispettiva. Gli

ispettori verificano la corrispondenza delle informazioni che ricevono regolarmente

con quanto rilevano sul campo. Talvolta le ispezioni sono straordinarie: vengono

attivate dalle autorità di vigilanza nel momento in cui si rilevano incongruenze nelle

informazioni ricevute o delle situazioni di warning che suggeriscono la necessità di

attivare delle ispezioni in loco. 23

La vigilanza può essere distinta in due grandi aree, quella di carattere strutturale e quella

di carattere prudenziale.

La vigilanza strutturale ha come obiettivo quello di agire sulla struttura del sistema di cui

è responsabile (nel caso della Banca d’Italia si occupa del sistema bancario). Essa

produce regole finalizzate a ottimizzare la struttura del sistema finanziario di cui è

responsabile nella misura in cui si ritiene che una adeguata struttura possa poi incidere

sulle condotte e sulle performance di questi soggetti. La vigilanza strutturale quindi di fatto

si occupa di una serie di compiti:

Produce norme inerenti alcuni ambiti. Ad es. tutta la regolamentazione per quanto

- riguarda le modalità di entry nel settore bancario

Incide sulle tipologie di attività che gli intermediari che ne sono destinatari

- possono svolgere. Definisce quali attività sono consentite e quali non lo sono

influendo sulla struttura nel complesso.

Definisce gli assetti organizzativi e proprietari dei soggetti vigilati. Deve

- esserci un’autorità che vigila (Banca d’Italia e BCE) su operazioni come fusioni e

acquisizioni che incidono sulla struttura.

Norme su tassi o sul volume di attività generato in riferimento ad uno specifico

- segmento dell’intermediazione (ad es. il volume dell’attività creditizia)

Prima di Basilea 2 l’ipotesi di fondo era che la struttura incidesse sulla performance del

sistema stesso quindi controllando la struttura si poteva incidere sulla sua condotta e sulla

sua performance. Questo paradigma che teoricamente si chiama SCP (struttura-condotta-

performance) è stato di fatto superato con una serie di discussioni teoriche, empiriche e

regolamentari a partire dalla fine degli anni 80. Si introduce poi la vigilanza di tipo

prudenziale, dove l’accento viene posto sui rischi che i soggetti vigilati si assumono e sui

presidi che devono essere attivati per il contenimento dei rischi stessi . Ciò non vuol dire

che non vengono più assunti rischi (non è questo l’obiettivo): vi è l’idea che gli intermediari

siano avvezzi ad assumersi rischi ma questa assunzione di rischio è consapevole e perciò

la vigilanza attiverà strumenti tipo presidi organizzativi di un certo tipo in modo che gli

intermediari rilevino una serie di informazioni a loro interesse e abbiano figure e

dipartimenti specifici per monitorare i rischi che si assumono. Devono essere consapevoli

de rischi che si assumono e devono anche essere in grado di avere una dotazione

adeguata. L’adeguatezza si misura in due modi:

Di carattere tecnico-organizzativo, la vigilanza prudenziale richiede che gli

- intermediari abbiano risorse umane e tecnologie adeguate a rilevare e monitorare i

rischi assunti

In termini di PATRIMONIO, bisogna avere una dotazione patrimoniale adeguata a

- presidio dei rischi assunti. Esso serve ad assorbire le perdite.

Il concetto di adeguatezza patrimoniale ci fa riflettere sul fatto che vi è una relazione

positiva tra rischio e patrimonio: più patrimonio si ha, più rischio ci si può assumere. La

vigilanza prudenziale stabilisce che all’aumentare dell’assunzione dei rischi le banche

devono avere più patrimonio, se non ce l’hanno devono dismettere quelle attività che

generano rischio (NESSO POSITIVO). 24

Vigilanza prudenziale e comitato di Basilea

La vigilanza prudenziale è una vigilanza che si fonda sui concetti di adeguatezza,

consapevolezza e da un ruolo rilevantissimo al patrimonio di cui l’intermediario si dota. È

conosciuta come traduzione a livello italiano della normativa che è incorporata in direttive

(esistono direttive per il recepimento di Basilea 2, 3 che vengono poi adattate nel nostro

Paese) e riguarda l’unione europea nel complesso.

Questa vigilanza di tipo prudenziale è in prima battuta incentrata sui rischi.

È stata inoltre una normativa che è evoluta nel tempo: è partita dal rischio di credito e nel

tempo ne ha incorporato di nuovi. Si concentra sui singoli rischi (risk based) e inoltre tende

ad avere una applicazione di carattere proporzionale. L‘applicazione del principio di

proporzionalità prevede che la stessa venga adattata alle caratteristiche dei soggetti

destinatari. Deve essere adeguata alla natura/dimensione dei soggetti destinatari. Alcune

regole tengono conto delle specificità dimensionali, altre no.

I rischi sono di diversa natura. Sono di carattere finanziario o di carattere non

finanziario.

I rischi di carattere finanziario sono collegati all’esercizio dell’intermediazione creditizia

sono tipicamente identificati in tre macro-categorie:

Il rischio di credito, collegato all’esposizione a perdite connesse all’insolvenza dei

a. soggetti debitori a cui si è concesso credito

Il rischio di mkt, sono suddivisi in un’ampia tassonomia di rischi:

b. rischio di tasso di interesse (collegato a variazioni avverse nel tasso di

1. interesse)

rischio di cambio (collegato a variazioni avverse nei tassi di cambio)

2. rischio di prezzo (collegato a variazioni avverse nei prezzi degli strumenti

3. finanziari),

rischio di volatilità (tanto più lo sqm o la deviazione standard sono ampi tanto più

4. può variare il prezzo di un determinato strumento finanziario)

Rischio di liquidità, collegato alla capacità della banca di far fronte tempestivamente

c. ed economicamente alle proprie obbligazioni di pagamento.

Per ciascuna tipologia dei rischi appena elencati ci sono regole ad hoc.

I rischi non finanziari riguardano tutte le imprese sia finanziarie sia non finanziarie -non

sono specifici della banca- e sono rischi che riguardano la sua operatività. La loro

manifestazione è solo generatrice di perdite. I rischi non finanziari sono per questo definiti

puri cioè possono generare solo perdite e nessun profitto. Ad esempio (frode, break down

dei sistemi informativi). Si dividono in due macro categorie:

- rischi operativi secondo la definizione che ne ha dato Basilea 2

- tutti gli altri rischi non finanziari non inclusi nella definizione di Basilea 2; quali il rischio

reputazionale (variazioni della reputazione dell’intermediario) e rischio di carattere

strategico cioè rischi collegati a una scorretta identificazione delle strategie. 25

Il comitato di Basilea fornisce le linee guida in materia di adeguatezza patrimoniale con

l’obiettivo di definire una regolamentazione che assicuri la stabilità al sistema bancario

globale. Gli accordi di Basilea infatti stabiliscono che il capitale della banca deve

fronteggiare prevalentemente tre categorie di rischi.

è composto dai governatori dei 10 paesi

maggiormente industrializzati. Questo comitato

comincia ad operare negli anni 80 per trovare una

convergenza a livello internazionale della regolamentazione

delle banche cosiddette internazionali.

1988

Basilea 1: esso prima è stato pensato per le banche internazionali, ma poi, capendo che

tutti gli intermediari finanziari si stavano aprendo sempre di più, le norme del comitato

assunsero un contesto più ampio per tutti i sistemi bancari -indipendentemente dalla loro

importanza- dei 10 paesi industrializzati. Stabilisce una dotazione patrimoniale minima

solo sul rischio di credito, si pensava che il rischio più importante in assoluto per le banche

fosse il rischio di credito.

Il portafoglio crediti era la parte più preponderante, mentre era limitata la diversificazione

dell’attivo in altri ambiti. Le banche avevano quindi un’impostazione di bilancio

tradizionale.

Ci si rese conto però che le banche risultavano sempre più esposte anche ai rischi di mkt

perché nel frattempo si era “ingrossata” l’attività di negoziazione delle banche sui mkt, il

cosiddetto portafoglio di attività detenute per finalità di negoziazione. Questo portafoglio

insieme, per esempio, al portafoglio di titoli destinati alla vendita sono molto sensibili a

variazioni avverse delle condizioni di mkt.

1996

Basilea 1 ha introdotto un “emendamento di Basilea 1” prevedendo una dotazione

patrimoniale minima che le banche dovevano detenere a fronte dei rischi di mkt inerenti

nello specifico il portafoglio di negoziazione. Mentre per quanto riguarda la sola

esposizione al rischio di cambio, la banca doveva detenere una dotazione minima di

patrimonio su tutto l’attivo e passivo e non solo sul portafoglio di negoziazione perché una

banca può indebitarsi in dollari e concedere prestiti in yen, quindi è esposta al rischio di

cambio sia su tutto l’attivo sia su tutto il passivo. 26

2004

Vi è una revisione di Basilea 1 e l’emanazione dell’accordo di Basilea 2. Le modifiche

apportate sono le seguenti:

Revisione delle modalità di calcolo delle dotazioni minime di patrimonio a fronte del

- rischio di credito

Revisione parziale del rischio di mkt, il portafoglio di negoziazione rimane l’oggetto

- di riferimento

Dotazione minima di patrimonio per un nuovo rischio: il rischio operativo (rischio

- non finanziario)

Si rende necessaria una dotazione minima di capitale per il rischio operativo perché nel

frattempo molte banche avevano subito perdite, che talvolta avevano portato al fallimento,

in seguito a frodi colossali da parte del personale attraverso operazioni in strumenti

derivati.

Questi scandali, insieme ad una situazione di cause legali crescenti sperimentate dalle

banche, portò l’autorità a capire che man mano che aumentava il grado di sofisticazione

della loro operatività in termini anche di complessità di contratti finanziari gestiti e di

integrazione con i mkt, le banche risultavano sempre più esposte a rischi di carattere

operativo.

2007

Ci fa la crisi finanziaria internazionale. Vi è un periodo di dibattito da parte dei regulator e

ci si accorge che durante la crisi le banche sono esposte a problemi di liquidità che

richiedono il rafforzamento dei safety net e un ruolo ancora più importante del prestatore di

ultima istanza cioè le banche centrali intervengono e mettono un sacco di liquidità per

cercare di aiutare le banche in stato di illiquidità. A posteriori i regulator si accorgono che

molte banche sono state piegate da problemi di liquidità quindi occorre introdurre una

regolamentazione idonea

2010

Basilea 3 introduce due requisiti di liquidità che vanno a completare il set di rischi.

Le autorità di vigilanza membre del comitato si sono accorte nel 2010 che però le banche

non solo durante la crisi avevano problemi di liquidità ma anche che le banche

disponevano o si erano esposte a livelli di leva finanziaria particolarmente alta: rapporto

debiti sul totale dell’equity, particolarmente sostenuto che le aveva particolarmente

indebolite ed esposte a un rischio di solvibilità. Ergo viene introdotto anche un requisito

patrimoniale per il rischio di leva finanziaria.

Le perdite che interessano in particolare ai regolatori sono le perdite inattese perché le

perdite attese dovrebbero già aver trovato adeguata copertura

In Basilea 1,2,3 il capitale delle banche ha un ruolo essenziale. Le banche sono esseri

intrinsecamente fragili dato che il loro lavoro è gestire i rischi. Per affrontare questa 27

fragilità si fa in modo che la dotazione delle banche sia adeguata: al capitale spetta il

compito di assorbire le perdite che derivano dai vari rischi analizzati.

Il capitale diventa un “cuscinetto”, un buffer destinato ad assorbire tutte le possibili

perdite; e tanto più una banca risulta patrimonializzata tanto sarà elevata la capacità di

assunzione di rischi e di assorbimento di perdite. In questa logica il capitale diventa un

motore di crescita per la banca. Ne deriva anche un minor rischio di fallimento delle

banche perché il sistema bancario sarebbe più stabile. Inoltre dovrebbero essere minori gli

incentivi di moral hazard in capo alle banche. Il moral hazard identifica la propensione,

l’opportunismo dei manager delle banche ad assumersi più rischio all’insaputa di qualcuno

(azionisti). Ma ora, dato che l’azionista sa che se la banca va in fallimento lui perde il suo

investimento, ha l’incentivo a monitorare al meglio il comportamento del management.

Le banche hanno due tipi di capitale a cui fare riferimento:

Il capitale disponibile (available capital) che risulta dal loro bilancio ed è quello di

- cui la banca si è dotata in termini di capitale sociale. Deriva dalla differenza tra

valore di mercato dell'attivo della banca meno quello delle passività. Per differenza

il patrimonio netto (capitale più le riserve) deve essere valutato a valore di mercato.

Avremo una rappresentazione mark to market del patrimonio netto della banca

disponibile per assorbire le perdite.

Il capitale economico (capitale a rischio) che nella logica di Basilea 2 dovrebbe

- essere sufficiente a coprire la banca dalle perdite inattese calcolate in un certo

intervallo di confidenza. Corrisponde quindi alla quantità di capitale che la banca

dovrebbe avere per assorbire Perdite Inattese. Come mai solo quelle inattese?

Perché quelle attese dalla banca dovrebbero trovare preventiva copertura sia nel

Pricing applicato dalle banche sui prestiti concessi (tasso di credito aggiustato per il

tasso di perdita attesa) sia negli Accantonamenti specifici costituiti per far fronte a

perdite attese. Basilea 2 dice che rimangono da coprire le perdite inattese, ovvero

la variabilità delle perdite attese stesse (che sono perdite medie), perché nella

realtà le perdite effettive possono divergere dalle perdite medie

La logica è quella di relazionare il capitale disponibile rispetto al capitale economico che la

stessa dovrebbe detenere per far fronte a perdite inattese. Da questa relazione tra capitale

contabile e capitale economico deriva la capacità di crescita della banca:

• Se la banca ha più Capitale Disponibile che Capitale Economico allora la banca sta

bene ed ha un margine che le consente di assumere nuovi rischi, o può fare

operazioni di Buy Back (riduzione del capitale).

• Se invece ne ha di meno deve fare due cose: o aumenta la dotazione di patrimonio

o riduce rischi dismettendo degli attivi

Perdita attesa e perdita inattesa

Bisogna avere la distribuzione e la serie storica delle perdite storicamente osservate per

calcolare la perdita attesa e la perdita inattesa con un certo intervallo di confidenza

Se siamo in grado di calcolare la perdita attesa (expected loss) allora possiamo dire che le

banche dovranno fare in modo che nel concedere crediti dovranno applicare dei tassi

aggiustati per la perdita attesa. La perdita attesa dovrà essere coperta attraverso

opportune riserve: 28

Attraverso l’aggiustamento dei tassi di interesse applicati ai debitori per la perdita

- attesa

Attraverso opportuni accantonamenti a riserve

-

La banca anche se fa questa stima è però sempre esposta al rischio che la perdita

effettiva sia superiore alla perdita mediamente stimata.

Perdita attesa (Expected Loss): La perdita attesa è il valore medio nell’orizzonte

temporale di un certo portafoglio delle perdite osservate. Il concetto di perdita attesa

corrisponde con la perdita media

Perdita massima (Value at Risk): collegata al percentile, si chiama valore a rischio o

VAR, valore massimo di perdita potenziale conseguibile in determinato orizzonte

temporale dato un certo livello di confidenza (es. 95%)

Perdita inattesa (Unexpected Loss): PERDITA MASSIMA - PERDITA ATTESA (UL =

PMAX- EL)

ESEMPI NUMERICI (NUMERI INTERI E PERCENTUALI)

Se diciamo che la perdita attesa (media) è 800 e il valore massimo di perdita al 95esimo

percentile è 1000, la perdita inattesa non è altro che la differenza tra i due: nel 95% dei

casi la perdita inattesa è di 200. C'è solo un 5% dei casi in cui la perdita inattesa può

essere diversa da 200.

Il capitale economico di una banca deve coprire la somma delle perdite inattese,

quelle attese sono già state coperte con accantonamenti a riserva.

Se ho il valore della perdita massima -6%- che si manifesta con un certo intervallo di

confidenza (99 percentile) e ho il valore medio della perdita -3%-, se faccio la differenza

ho la cosiddetta perdita inattesa. 6%-3%= 3% perdita inattesa. Nel 99% dei casi la banca

potrebbe essere esposta a una perdita superiore al 3% ed essere al massimo del 6%. Ma

siccome si ha stimato la perdita massima al 99 percentile, sappiamo che se al 99% dei

casi la perdita è fino a 6, c’è 1% di probabilità che la perdita sia superiore a 6.

Basilea 2 chiede che le banche abbiano una dotazione patrimoniale adeguata a coprire le

perdite inattese, cioè quelle che superano il valore medio della perdita. Questa dotazione

deve essere in grado di coprire la perdita inattesa che coinciderà con il capitale a rischio

(CAR o VAR).

Nella realtà, se la banca si espongono a rischi, bisogna tenere presenti ottiche differenti

allora le banche possono avere 3 tipi di capitale:

Capitale contabile : risulta dalla contabilità ed è quello che vediamo nello stato

- patrimoniale (differenza tra le attività e le passività di bilancio)

Il capitale di vigilanza o regolamentazione : definizione di capitale utilizzata dalle

- Autorità di Vigilanza per la determinazione dei requisiti patrimoniali a fronte dei

rischi. 29

Patrimonio di mkt (Capitalizzazione di mkt): il valore complessivo di mkt di una

- banca quotata si ottiene moltiplicando il numero di azioni in circolazione per il

prezzo di quotazione di ciascuna azione. Passivo e attivo vengono valutati a fair

value (a valori di mkt)

Secondo Basilea 2 le perdite che interessano ai regolatori sono le perdite inattese perché

le attese hanno già trovato adeguata copertura attraverso l’aggiustamento dei tassi di

interesse applicati dalle banche ai debitori e attraverso opportune attività di costituzione di

riserve (accantonamento). Rimangono solo le perdite inattese che, statisticamente

parlando, non sono nient’altro che la variabilità delle perdite effettive rispetto alla perdita

attesa stimata con un certo livello di confidenza o probabilità.

Basilea 1

Prevedeva una dotazione patrimoniale minima per il solo rischio di credito, cioè per quelle

perdite legate all’attività creditizia della banca. In Basilea 1 si trova una situazione di

questo genere: APR sta per attività ponderate per il rischio (RWA)

Il problema è definire:

Patrimonio di vigilanza

a. Le attività ponderate per il rischio.

b.

Le attività sono i crediti della banca che vengono individuati uno per uno, immaginiamo

che il portafoglio sia costituito da tre prestiti:

100 alle imprese: coefficiente di ponderazione di 100% In Basilea 1 i crediti nei

1. confronti delle imprese avevano un coefficiente di ponderazione pari al 100%

(crediti rischiosi in ogni caso).

100 per mutui residenziali: coefficiente di ponderazione di 50%.

2. 100 alle banche: coefficiente di ponderazione pari al 20% (poco rischioso).

3.

La sommatoria ci da le attività ponderate per il rischio:

RWA= (100 x 100% + 100 x 50% + 100 x 20%)

Il totale del denominatore è 170 (100+50+20)= CR/170= almeno 8%.

Individuo tutte le attività e le ponderò con un coefficiente.

Quindi il capitale regolamentare (CR) deve essere maggiore o uguale a 8% x 170 = 13,6

euro. Verifico qual è l’importo che la banca deve detenere. Se non ce l’ha può scegliere

tra: aumenta il capitale

- 30

riduce l’attivo ponderato

-

Basilea 1 stabiliva che in funzione alle tipologie di crediti concessi le banche applicassero

coefficienti di ponderazione e su ciascun credito applicassero l’8%; 13,6 infatti risulta il

patrimonio minimo che la banca deve avere per far assorbire le possibili perdite.

Dava però luogo ad arbitraggi regolamentari perché i crediti nei confronti dell’imprese

avevano c.p. pari al 100%: non contraddistingue la rischiosità effettiva che possono avere

le controparti perché pondera tutte le imprese allo stesso modo ritenendole ugualmente

rischiose. Per la banca, stante la cecità della regolamentazione, era più conveniente fare

prestiti alle imprese rischiose. A fronte di una stessa quantità di patrimonio da allocare, le

banche avevano convenienza a concedere crediti alle imprese più rischiose sulle quali

potevano spuntare tassi di interesse più alti a fronte della stessa quantità di patrimonio

richiesto.

Basilea 1 dava luogo ad arbitraggi regolamentari e portava, a fronte della cecità della

regolamentazione, a spostare verso quei segmenti di attività creditizi più rischiosi perché

tanto il patrimonio da allocare era esattamente lo stesso.

Basilea 2

Basilea 2 capisce che Basilea 1, pur essendo stato un gran passo in avanti, aveva dei

difetti perché si prestava agli arbitraggi regolamentari. Basilea 2 revisiona i meccanismi

per il calcolo dei requisiti patrimoniali e introduce i tre pilastri:

Il primo pilastro conferma la necessità di un requisito patrimoniale minimo obbligatorio

per fronteggiare i rischi (rischio di credito, di controparte e di mercato), ma al tempo stesso

riconosce l’incidenza di altri rischi quali quello operativo;

Il secondo pilastro richiede alle autorità di vigilanza di valutare i processi interni alle

banche per la determinazione dell'adeguatezza patrimoniale in relazione ai rischi assunti

applicando il principio di proporzionalità: prevedere metodi di calcolo proporzionati alle

tipologie di banche che sono tenute ad applicarli; alle banche viene richiesto di dotarsi di

una strategia e di un processo di controllo dell’adeguatezza patrimoniale, attuale e

prospettica.

Il terzo pilastro, infine, introduce obblighi di informativa al pubblico (disciplina di

mercato).

Patrimonio di Vigilanza (CRD) o Fondi Propri (own funds): quantità di patrimonio che

la banca deve avere per far fronte ai diversi tipi di rischi

ai quali si espone

I fondi propri sono divisi in due componenti:

Tier 1: sono compresi tutti quegli strumenti di capitale che sono in prima battuta

- deputati ad assorbire le perdite, avendo gli stessi alcune caratteristiche. Si

suddivide in 2 componenti:

CET 1 (Capitale primario, common equity) è solamente costituito dalle azioni ordinarie al

netto delle azioni proprie detenute dalla banca. Il common equity è la componente primaria

31

perché le azioni primarie danno pieno diritto di voto, diritto agli utili (ma non vi è la certezza

di ottenere gli utili, non vi è un requisito tale per cui lo riceva). Tali strumenti in sintesi:

Pieni diritti amministrativi (per fatti ordinari/straordinari della gestione della banca)

- esercitando il loro diritto di voto (pieno controllo se lo vogliono esercitare)

Sono perpetui

- La banca non è obbligata a remunerarli se non ci sono utili.

-

Queste azioni sono la base di capitale più stabile in assoluto.

Aggiungiamo le riserve (legali, statutarie, nonché quelle da valutazione) e possono essere

inseriti gli strumenti di capitale che potrebbero eventualmente, al verificarsi di certi eventi,

trasformarsi in azioni ordinarie (contingent liabilities). Tutti questi strumenti hanno in

comune che non vi è incentivo al rimborso, non vi è data di scadenza -irredimibili-, sono

perpetui e sono i più subordinati in assoluto. In caso di liquidazione della banca sono i

primi ad assorbire le perdite.

AT 1 (Componente aggiuntiva di classe 1): troviamo strumenti di capitale non considerati

nel Cet1, la banca include quegli strumenti di capitale ad esempio azioni che non hanno la

stessa forza delle azioni ordinarie: azioni privilegiate e di risparmio che garantiscono un

dividendo minimo ma non di diritto di voto. Sono quegli strumenti di capitale che non

attribuiscono la stessa capacità di controllo e in più prevedono di dover pagare dei

dividendi minimi quindi potrebbero essere nocivi. Si tratta ad esempio delle azioni di

risparmio e di quelle privilegiate. In più troviamo una stranezza, le banche possono

computare nell’AT1 strumenti di debito (obbligazioni) che di fatto hanno determinate

caratteristiche: sono di rango inferiore a quelle del Tier2, sono titoli perpetui (contingent

liabilities, in caso di necessità possono essere convertiti in azioni ordinarie per assorbire le

perdite). Una volta utilizzati per coprire perdite sono persi, non vengono restituiti agli

investitori. Inoltre possono essere rimborsati anticipatamente solo previa autorizzazione

dell'autorità di vigilanza.

Tier 2: abbiamo le passività subordinate cioè troviamo tutti gli altri strumenti aventi

- soprattutto natura di titoli di debito (obbligazioni subordinate) che devono avere una

durata minima di 5 anni, devono essere subordinati e possono essere rimborsati

anticipatamente ma solo con autorizzazione di banca di Italia. Il Tier 2 è fatto da

strumenti di debito.

Concetto di patrimonio di vigilanza: inserisce titoli di debito perpetui (tier 1) o di medio-

lungo termine (tier 2). La ratio è il concetto di subordinazione: sono titoli di debito

subordinati, in caso di liquidazione della banca il loro rimborso avverrà solo quando sono

stati rimborsati tutti gli altri creditori non subordinati. I titoli di debito vengono inclusi perché

sono subordinati, tecnicamente è come se fossero quasi capitale di rischio (non sono

azioni ma obbligazioni). Strumenti di quasi equity perché sono titoli di debito ma hanno

molte somiglianze con il capitale di rischio in senso stretto e possono essere computati,

per questo, nel patrimonio di vigilanza. Subiscono il meccanismo di bail in.

Da queste somme devono essere fatte delle deduzioni, dalla somma di tier 1 e 2

deduciamo: 32

L’avviamento e le attività immateriali (intangibles) perché in caso di perdita della

- banca non sono monetizzabili

Eccedenze di perdite attese rispetto alle rettifiche di valore complessive

- Investimenti significativi qualificati e non in strumenti di cet 1 o di at1 emessi da

- società nel settore finanziario (altre banche, compagnie di assicurazione, banche di

investimento). Più è ampio il novero delle partecipazioni nel settore finanziario che

la banca detiene, più si riduce il patrimonio di vigilanza: la banca dispone di capitale

via via decrescente per far fronte alle perdite.

Basilea 3

Nel periodo pre-crisi le banche hanno optato nell’aumento del patrimonio di vigilanza

attraverso l’aumento del capitale di debito con caratteriste tali da essere computate nel

patrimonio di vigilanza. Strumenti di debito che non danno nessun potere di carattere

amministrativo o di controllo sulla banca.

Basilea 3 coglie questo ulteriore problema e stabilisce un requisito minimo per il cosiddetto

Common equity (CET1). Introduce due altri requisiti di patrimonio:

Buffer di conservazione di capitale le banche devono detenere un ulteriore

- dotazione, 2,5% del patrimonio in più rispetto ai RWA come cuscinetto di

conservazione del capitale. Questo buffer è stato definito con l’intento di impedire

che le banche procedessero alla

distribuzione degli utili per evitare

che questa ne precludesse la

capacità futura di coprire perdite.

Questo 2,5% è richiesto se le

banche hanno un patrimonio di

vigilanza in funzione dei RWA pari o

superiore al 7%, allora possono

distribuire utili senza problemi. Se invece le banche hanno un PV inferiore non

possono liberamente distribuire i dividendi ma devono trattenere gli utili stessi per

fare crescere il patrimonio di vigilanza. Questo buffer ha la finalità di impedire una

eccessiva dispersione del capitale della banca attraverso il pagamento dei

dividendi.

Buffer anticiclico attualmente le banche italiane non sono tenute ad osservarlo.

- Idealmente il buffer anticiclico serve sostanzialmente a smorzare l’effetto ciclico

delle banche con riferimento all’attività creditizia. Composto da common equity e

compreso fra 0 e 2,5% di RWA. Questo cuscinetto frena la tendenza delle banche

ad avere un comportamento ciclico nei momenti espansivi ma può essere utilizzati

nei momenti di recessione, in modo da avere un rapporto prestiti/pil più ordinato

senza i “salti” che si avrebbero in mancanza di questo ulteriore buffer. 33

Requisiti patrimoniali secondo Basilea 3

*Cuscinetto da 0 a 3,5% solo per le banche significative (in Italia solo Unicredit).

Sono rappresentati i requisiti patrimoniali stabiliti da Basilea 3 riferiti ai fondi propri minimi

che la banca deve detenere per far fronte ai rischi di credito (rischio di insolvenza dei

debitori).

Per calcolare i RWA (riferiti ai rischi di credito) ci sono due approcci:

Approccio standardizzato* basato su rating esterni per calcolare i cosiddetti

- coefficienti di ponderazione da applicare a ciascuna esposizione detenuta dalla

banca che può essere esposta al rischio di perdita collegata all’insolvenza del

debitore. Tutto questo vale per i portafogli creditizi con la sola esclusione dei

portafogli di negoziazione.

Approccio basato sui rating interni, è la banca stessa che ha le competenze per

- poter dare un rating a ciascuna posizione soggetta a rischio di credito. Questa

attribuzione di rating può essere realizzata tramite:

Approccio semplificato (fundation): la banca deve essere in grado per ciascuna

a. posizione di calcolarsi la probabilità di insolvenza (probability of default -PD-) su

base annua

Approccio più sofisticato, prevede che le banche oltre a calcolare la probabilità

b. di default siano in grado di stabilire anche la LGD (loss given default) cioè la

perdita che la banca subisce in caso di insolvenza, default; e non è altro che la

percentuale che la banca mediamente sperimenta di perdere quando il debitore

diventa insolvente. Il suo complemento è il recovery rate o tasso di recupero. Se

LGD è 70, il RR è 30. 1-LGD= RR.

Le banche più sofisticate usano la versione advanced in cui stimano PD e LGD per

definire il requisito patrimoniale.

*Approccio standardizzato 34

Il modello standardizzato è coerente con il principio di proporzionalità cui è ispirata la

regolamentazione di vigilanza. La banca individua tutte le componenti del portafoglio

crediti che vengono allocate in diverse famiglie di crediti.

Ad esempio se il credito è stato concesso ad una banca con rating AAA rilasciato da una

agenzia di rating, il coefficiente a applicare è il 20%.

Crediti alle famiglie per acquisto degli immobili (mutui residenziali): 35%

Mutuo a imprese (mutui commerciali): 50%

Credito al consumo (retail): 75%

Prestiti a favore delle imprese fino all’importo max di 1 mln (retail): 75%

Credito anche superiore a 1 mln a imprese dotate di rating esterno (imprese private): dal

20% al 100%

Esempio esercizio Banca Alfa:

Si calcoli: Common Equity Tier 1 ratio = Common Equity Tier 1 Capital/RWA

 Tier 1 ratio = Tier 1 Capital/RWA

 Indice di patrimonializzazione complessivo = PV/RWA

Si ipotizzi che al 31/12/2014 il patrimonio netto della Banca XYZ sia composto come in

Tab. 1 35

CET1: capitale sociale, riserva sovrapprezzo di emissione azioni, riserva legale,

- riserva di rivalutazione e utile di periodo

TIER1: CET1+AT1 (strumenti di additional tier 1)

- Patrimonio di vigilanza detto anche fondi propri= (potrebbe esserci: passività

- subordinate di durata decennale per importo pari a.. che vanno nel TIER 2) TIER1 +

strumenti di TIER2

Posso determinare un totale dei fondi propri pari a 20,390 mln.

Portafoglio della banca

La banca XYZ ha ottenuto l’autorizzazione all’utilizzo del metodo F-IRB per la

determinazione dei requisiti patrimoniali per il portafoglio di imprese corporate. Per la

restante parte del portafoglio crediti il metodo utilizzato è quello standard. La stima delle

attività ponderate per il rischio per il portafoglio di imprese corporate ottenuta con il

metodo dei rating interni F-IRB è pari a 75.250.000. Il portafoglio crediti della banca XYZ:

Vengono concessi crediti ad altre banche, ad imprese private (CCC=150%), imprese

private (BBB), crediti vs privati (75%), crediti vs PMI (retail ponderati al 75%), mutui

residenziali (35%) 36

ESAME: all’esame non è necessario sapere i coefficienti di ponderazione dei rating

esterni, vi sono le imprese non retail prive di rating e quindi ponderazione 100%, mutui,

prestiti al consumo (prestiti contro cessione del quinto per importo pari a..) con rating al

75%

Calcolo i RWA:

Applico i coefficienti di ponderazione per le singole poste e ricavo il tot di RWA che è pari a

105 mln erotti. Noti il patrimonio di vigilanza (dall’es precedente) e il RWA posso calcolare:

Requisito patrimoniale complessivo per il rischio di credito : totale fondi

- propri/RWA= se è pari o superiore a 10,5 la banca è a posto, se è inferiore è sotto-

patrimonializzata

CET1 : il common equity / totale dei RWA: 4,5+2,5 -buffer di conservazione-= la

- banca deve soddisfare il requisito minimo di 7. Se il ratio è inferiore, si conclude che

la banca è sotto-patrimonializzata.

TIER1 (deve essere maggiore o uguale all’8,5%)

-

Rischio di mkt

Rischio di interesse

- Rischio di cambio

- Rischio di posizione su merci

- Rischio di prezzo

- Rischio di volatilità

-

Con riferimento al solo portafoglio di negoziazione (trading book) le banche devono

calcolare e detenere un capitale minimo di vigilanza a copertura delle tipologie di rischio

che impattano sul trading book. Le banche devono andare ad individuare le componenti

del portafoglio di negoziazione e per ciascuna di esse valutare l’esposizione al rischio di

prezzo, di tasso di interesse e di cambio ecc.

Vi sono due approcci per calcolare il requisito patrimoniale minimo:

Metodo standardizzato: basato su delle ponderazioni date dalle autorità di vigilanza

- Metodi basati su valutazioni interne dell’esposizioni

- 37

Rischio operativo

Introdotto da Basilea 2. È un rischio non finanziario e quando si manifesta determina solo

ed esclusivamente perdite. I rischi operativi, introdotti da Basilea 2, derivano da fattori

casuali di rischio che riguardano i processi aziendali e l’organizzazione, le risorse umane

(fonte di frodi), i sistemi informatici che possono essere oggetti di mal funzionamento ed

eventi esterni (di tipo politico piuttosto che catastrofi naturali). È incluso anche il rischio

legale che tende a crescere all’aumentare dell’innovazione finanziaria. Questi fattori

espongono la banca a possibili perdite. Basilea 2 dice che è necessario un requisito

minimo di patrimonio: è crescente l’utilizzo delle polizze assicurative (si trasferiscono i

rischi tramite coperture assicurative legate, tra le altre cose, a rischi di natura legale).

Basilea 2 propone tre approcci:

Metodo base o indicatore semplice: implica che la banca prenda la media del

- margine di intermediazione degli ultimi 3 anni (se è negativo ha valore zero) in t-1,

t-2, t-3. Questo valore viene moltiplicato per un coefficiente che è pari al 15%.

L’importo è il requisito patrimoniale per il rischio operativo, cioè la quantità minima

di patrimonio che bisogna dimostrare di possedere per far fronte ad eventuali

perdite. Approccio utilizzato solitamente dalle piccole banche. (DOMANDA ESAME:

dati i tre margini, li sommo, li divido per 3 e moltiplico per il 15%  quantità minima

di patrimonio da detenere per il rischio operativo)

Metodo standard: le banche sono in grado di definire il margine di intermediazione

- per ciascuna linea di business (retail banking, trading e vendita di titoli, corporate

finance), questo si moltiplica per un coefficiente definito dalle autorità (MAI IN

ESAME!)

Metodo avanzato: utilizzano modelli interni per il calcolo del rischio operativo che

- permettono di accedere a serie storiche di perdite

Un altro fabbisogno che ha la banca è quello relativo al rischio di concentrazione,

emerge ogni qual volta la banca concentri eccessivamente l’attività creditizia in pochi

grandi debitori la cui insolvenza potrebbe pregiudicare la stabilità della banca. L’autorità di

vigilanza ha stabilito che la banca non può concedere ad un singolo debitore o gruppo di

debitori più del 25% del suo patrimonio di vigilanza.

ESAME: dati i fondi propri, bisogna calcolare il limite di credito che si può concedere a un

singolo debitore impresa y con credito complessivo pari a TOT. Bisogna vedere se il

credito è superiore (la banca deve rientrare) o inferiore al 25% dei fondi propri. 38

La banca deve inoltre individuare i Grandi rischi cioè tutti i crediti (cassa e firma) che

hanno un valore superiore al 10% dei fondi propri/patrimonio di vigilanza della banca

devono essere segnalati a Banca d’Italia perché sono posizioni che determinano

concentrazione da parte della banca.

L’assunzione di partecipazioni

Le banche hanno regole per quanto riguarda l’assunzione di partecipazioni, differenti per

imprese finanziarie e per imprese non finanziarie.

La regola generale prevede che l’insieme delle partecipazioni detenute dalle banche,

sommate all’investimento in immobili, non può superare l’ammontare dei fondi propri.

ESAME: dati i valori degli immobili e il valore dei fondi propri; può esserci la DOMANDA:

fino a che valore la banca può assumere partecipazioni? RISPOSTA: l’insieme delle

partecipazioni + gli immobili non possono superare i fondi propri. Se la banca vuole

aumentare le partecipazioni o gli immobili deve aumentare i fondi propri.

Come già detto, le partecipazioni si distinguono in due fattispecie:

Imprese finanziarie cioè in banche, assicurazioni ecc. Di fatto non c’è un limite, ma

- se la partecipazione supera il 10% del patrimonio di vigilanza della banca serve

l’autorizzazione di Banca d’Italia.

Imprese non finanziarie (manifatturiere, commerciali ecc.), vi sono due limiti: il limite

- di concentrazione cioè una banca non può detenere partecipazioni per più del

15% del suo patrimonio di vigilanza (della banca) in una singola impresa non

finanziaria (il 15% a livello individuale potrebbe implicare il 100% del controllo della

società, perché tale percentuale è riferita ai fondi cospicui della banca e non a quelli

della partecipata), mentre il limite complessivo dice che il totale delle partecipazioni

non deve superare il 60% del patrimonio di vigilanza.

Basilea 3 ha introdotto altre topologie di rischio: il leverage ratio e altri requisiti di liquidità

Leverage ratio

Introdotto da Basilea 3. Implica che la banca debba avere un TIER1 in rapporto all’attivo

(in bilancio e fuori bilancio) pari al 3%.

Fuori bilancio: i margini su linee di credito non utilizzate, gli impegni ad erogare fondi,

impegni ad erogare garanzie (fideiussione).

ESAME: domande su leverage ratio se ho il totale dell’attivo derivante da riclassificazione

e ho il patrimonio (calcolato), calcolo con: numeratore: TIER1 e al denominatore: tot

attivo + attivo fuori bilancio.

Requisiti inerenti la copertura di fabbisogni di liquidità

liquidity coverage ratio -LCR-

È l’incapacità della banca di far fronte tempestivamente ed economicamente agli impegni

di pagamento. La banca deve dimostrare di possedere attività liquidite ad alta liquidità, 39

cioè facilmente smobilizzabili, che in rapporto ai cosiddetti deflussi di cassa stressati (cioè

l’insieme di tutte quelle uscite che nell’arco di 30 giorni la banca potrebbe dover affrontare;

i deflussi stressati sono ad esempio i margini disponibili sulle linee di credito, la raccolta

all’ingrosso, i depositi da clientela al dettaglio distinti secondo il loro grado di stabilità e si

escludono i depositi con scadenza superiore a 30 giorni l’attività di raccolti di fondi da altre

banche con rimborso in orizzonte temporale molto breve, depositi della clientela con

esclusione di quelli di durata superiore a 30 giorni). Misura di fatto la capacità della banca

di far fronte nel brevissimo termine al totale degli impegni di pagamento (anch’essi in un

periodo temporale brevissimo: il mese).

Richiede che una banca detenga di attività liquide di alta qualità sufficiente a far fronte a

30 giorni di deflussi di cassa connessi a uno scenario di intense tensioni.

LCR: attività liquide ad alta liquidità/deflussi di cassa stressati= maggiore o uguale

a 1

Ratio > 1, la banca è sufficientemente liquidità, ratio < 1 la banca deve aumentare

l’investimento in attività liquidite oppure cerca di diminuire i suoi impegni che determinano

deflussi nei 30 giorni successivi).

Net stable funding ratio -NSFR-

In vigore dal 2018. Il ratio è il seguente:

Passività stabili/attività fisse= maggiore o uguale a 1.

Numeratore: le passività stabili (superiori all’anno): capitale versato, i debiti con scadenza

residua superiore a un anno e la quota stabile dei depositi a vista (quota stabile dei conti

correnti che normalmente rimane presso la banca per soddisfare le esigenze di

pagamento dei depositanti stessi).

Vi è una quota stabile che i depositanti vogliono mantenere sul conto che serve per fronte

ad una serie di pagamenti fissi e tendono a farli restare lì: la banca deve individuare con

una modellistica la quota di depositi a vista che rimane presso la banca. Le passività

stabili comprendono anche una voce di passivo come i depositi in conto corrente che per

le ragioni dette tendono a stabilire stabilmente presso la banca per soddisfare le esigenze

di pagamento.

Denominatore: le attività fisse sono gli impieghi oltre l’anno tipo: mutui ipotecari, prestiti

verso le Pmi, verso le imprese medio-grandi e hanno durata superiore all’anno.

Questo ratio ci dà una regola di costruzione dell’attivo e del passivo della banca, ci dice

che tutta l’attività di impiego finanziario di medio-lungo termine (sopra l’anno) deve essere

finanziata con un passivo di pari durata cioè superiore all’anno. 40

Vi è una regola di minimizzazione del processo di trasformazione delle scadenze, vi è

tentazione di finanziare gli impieghi finanziari con passività a brevissimo termine. 41

Rischio di credito

Il credito è una forma di finanziamento particolarmente importante ed è l’unica fonte per le

piccole imprese (anche perché i costi del finanziamento sono fiscalmente deducibili) e per

le famiglie.

I crediti sono importanti per le banche perché tramite questi si avviano relazioni di lungo

periodo e sono contratti multi-periodali.

Inoltre il credito ha anche un effetto segnaletico: la concessione di prestiti ha una funzione

segnaletica nei confronti del mkt, implicitamente se ne vanta il merito di certi richiedenti un

finanziamento (bontà del debitore di interesse anche per il resto del mkt).

L’attività di prestito della banca dipende da una serie di fattore:

Il quadro macroeconomico : se la fase di sviluppo è particolarmente positiva l’attività

- creditizia tende ad essere generosa; fenomeno che tende ad essere contrastato

dalla regolamentazione prudenziale quando si richiede di costituire il buffer

anticiclico, che contrasta il comportamento ciclico delle banche.

Le caratteristiche del sistema finanziario : si intende il grado di sviluppo, il grado di

- orientamento dei mkt che influenza la dinamica dei prestiti

I tratti distintivi del singolo intermediario : in particolare la sua dotazione di capitale,

- dipende dalle strategie del management e dall’attività di funding della banca

(capacità di raccolta). Queste caratteristiche influiscono sui prestiti

I vincoli normativi : la regolamentazione incide sempre più e si fa riferimento a tutta

- l’attività prudenziale

Le preferenze del management : Si alternano le preferenze a investimenti in titoli o

- in portafoglio crediti, abbiamo quindi due filosofie di gestione dell’attivo delle

banche: la prima è la cosiddetta politica di investimento di tipo residuale, nella quale

le banche in prima battuta preferiscono sempre concedere crediti e in via residuale

investire in titoli -è evidente che intendono svolgere a pieno l’attività di

intermediazione creditizia-; l’investimento di tipo flessibile, non c’è preferenza

specifica ma la banca agisce come un investitore razionale che è indifferente in

termini vocazionali e alloca le risorse che ha a disposizione sulla base di semplici

considerazioni su rischio/investimento

Gli obiettivi della politica creditizia sono:

Sviluppare un’adeguata redditività per la banca (remunera la banca per i costi che

- sostiene)

Sviluppare relazioni di clientela

- Minimizzare il rischio di credito

-

Le banche sono esposte a concedere credito in una situazione di asimmetria informativa

ex ante, asimmetria chiamata adverse selection: avviene prima della conclusione

- del contratto e che si cerca di minimizzarla tramite un attività di screening cioè di

valutazione attenta 42

ex post cioè il moral hazard: si manifesta tramite hidden actions, ovvero azioni

- nascoste o la non rivelazione di informazioni che potrebbero esporre la banca alla

perdita.

Questo implica che la banca debba valutare attentamente tramite l’istruttoria di fido il

merito del credito al debitore secondo due approcci

liquidation approach: teso a valutare la capacità di rimborso in caso di insolvenza, si

1. privilegia una valutazione che consente di cogliere in caso di insolvenza del

debitore quanto potrebbe recuperare tipicamente dai collateral e dalle garanzie

(reali e personali).

gioing concern approach: l’attenzione della banca si focalizza perlopiù sulla

2. capacità del debitore di generare puntualmente i flussi di cassa sufficienti a pagare

il debito contratto nei tempi e nelle quantità che il finanziamento richiede.

L’attenzione è sull’analisi dei cash flow del debitore; infatti la banca ha un

pregiudizio anche quando si aspetta di ricevere pagamenti in determinati tempi e

quantità e questi non avvengono. Tale comportamento comporta per la banca un

danno di carattere finanziario

Es: Il debitore paga una rata 30 giorni dopo la scadenza. La banca aveva

agganciato a quella puntualità di pagamento altri pagamenti.

In questo approccio inoltre l’attenzione della banca è volta a minimizzare l’impatto

finanziario collegato non necessariamente a un insolvenza ma anche collegato a un

ritardo che l’avvenuto pagamento può aver generato alla situazione finanziaria della

banca.

La banca deve porre in essere delle strategie e la documentazione della banca cambia in

base all’approccio scelto (uno statico e l’altro dinamico). Se ci si avvale di un’ottica più

dinamica, si ha bisogno di dati prospetti per meglio valutare l’insolvenza del debitore.

La banca deve avere una conduzione strategica che è da un lato di tipo micro (sul singolo

credito concesso), dall’altro di tipo macro (a livello di portafoglio).

Valutazione a livello micro 43

A livello micro la strategia di minimizzazione del rischio di credito implica di fatto di

svolgere al meglio possibile l’attività di screening, l’attività di definizione esatta del

contratto e l’attività di monitoring.

A livello di valutazione del singolo debitore la banca deve tener conto di variabili che

considerano sia il debitore nello specifico (tutte le caratteristiche borrow specific, incluse

informazioni relative a rapporti passati se intrapresi) e tutte informazioni market specific

quali l’andamento del settore di appartenenza del debitore e l’andamento dell’economia.

La banca per ridurre le conseguenze negative delle possibili perdite inerenti l’insolvenza

può attivare tre famiglie di strategie:

Richiedere delle garanzie collaterali: possono essere reali o personali e non

1. modificano la rischiosità ma incidono sul premio di rischio. Possono anche avere

implicazioni macro.

Avere risorse a copertura delle possibilità perdite, oltre al fatto di spesare/addebitare

2. sul costo del credito anche l’esposizione della banca alle possibili perdite a cui la

stessa viene esposta: la banca viene remunerata per l’esposizione all’insolvenza

proprio perché il prezzo va aggiustato per tale rischio.

Attivazione di opportune politiche di diversificazione: bisognerebbe creare dei

3. portafogli creditizi il più possibile diversificati, il problema dipende da quanto questo sia

fattibile. La banca deve far riferimento anche ai livelli di correlazione che esistono tra i

crediti che va ad inserire e quelli che già esistono

Valutazione micro e macro

A livello di portafoglio (ottica macro), la banca deve cercare di attuare una politica di

diversificazione. Dopo aver valutato la rischiosità del singolo affidamento (ottica micro),

occorre valutare la stessa in congiunzione con l’intero portafoglio crediti (ottica macro).

Valutazione a livello macro

Le strategie adottabili sono:

Frazionamento del rischio (diversificazione): si tratta di frazionare le risorse che si

- hanno a disposizione in vario modo secondo diversi criteri che possono essere per

classi di importo, per settori merceologici, per area geografica, per forme tecniche

(con garanzia personale o con garanzia personale o senza garanzia), per durata e

per valuta. Sono strategie che minimizzano il rischio del portafoglio nel complesso

Limitazione del rischio: significa esporsi in maniera più contenuta o non esporsi

- proprio. La limitazione avviene attraverso fonti di razionamento del credito che

può essere assoluto (la banca decide che a certi debitori non concede credito) o

relativo/parziale (la banca decide di assumersi rischio ma non per il totale

dell’importo richiesto da determinati debitori). Altra strategia è il pluri-affidamento

che spesso è conseguenza del razionamento di tipo relativo (se una banca per

policy non finanzia l’intero fabbisogno di un debitore, quest’ultimo va a chiedere

credito ad altri intermediari), quando più di un intermediario bancario finanzia lo

stesso debitore di solito con una gerarchia. Potrebbe esserci però il rischio di free-

riding da parte delle banche, immaginiamo che un debitore sia stato finanziato da

una o due grandi banche e questo debitore chieda altri fondi, ma le due grandi 44

banche che lo hanno finanziato sono arrivate al limite dell’esposizione oltre a

quanto hanno dato, chiaramente il debitore chiederà finanziamenti ad altre banche

più piccole. Il rischio che può avere la terza o quarta banca

che si aggiungono alle prime due è che non sviluppino una valutazione del merito di

credito adeguata, in quanto fanno conto sul fatto che le altre due banche che hanno

finanziato il debitore hanno già svolto l’attività di valutazione, si sfrutta il

comportamento tipico del free rider: in questo caso vengono dedotte e incorporate

informazioni dai comportamenti delle altre due grandi banche. Si cerca quindi di

non sostenere costi per avere informazioni sfruttando i comportamenti di altri. Ciò

provoca una incapacità di gestire i rischi da parte delle banche free riders perché le

banche più piccole patiscono maggiormente perché non hanno la capacità delle

grandi banche, questo è il classico esempio di quello che fanno le piccole banche

per risparmiare sui costi di valutazione. Il pluri-affidamento è un’arma a doppio

taglio: da una lato si ha il vantaggio della limitazione dei rischi, dall’altro possono

aumentare tali rischi per attività di tipo il free riding.

Un’ulteriore strategia è quella dell’applicazione dei convenants: regole di condotta

in capo al debitore. Ad esempio dare informazioni periodiche sui suoi bilanci,

richiesta di autorizzazione per ulteriori prestiti, autorizzazione per dare certe

garanzie, non può distribuire la liquidità ma metterla in fondi di riserva. Queste sono

regole che consentono di minimizzare il rischio.

Strategie di gestione del portafoglio

Prevedono il trasferimento del rischio: la banca realizza che ha troppi mutui o troppi prestiti

anche non garantiti nei confronti di una determinata area geografica e realizza che la

configurazione del portafoglio non è ottimale. A questo punto il management può attuare

strategie di trasferimento del rischio, e ciò può essere fatto:

in maniera fisica: una parte del portafoglio crediti, attraverso la tecnica della

a. cartolarizzazione, viene creduta tipicamente un’operazione di cessione detta “true

sale” cioè cessione pro soluto. La banca cede quella porzione di portafoglio non più

in linea con la configurazione ottimale a una società veicolo, creata ad hoc per

poter acquisire come cessionario i prestiti ceduta dalla banca attraverso

l’operazione di cessione pro soluto. La società veicolo per pagare emette dei titoli

che sono tipicamente obbligazionari con diversi gradi di seniority. Questi titoli si

possono strutturare in diversi tipi di tranche, tanti quanto sono “gli appetiti” degli

investitori istituzionali sul mkt (fondi di investimento, compagnie di assicurazione,

banche, fondi pensione). Il rischio dei credito viene accollato agli obbligazionisti,

cioè i portatori dei titoli della società veicolo. La banca ha anche acquisito liquidità

per effetto della cessione dei prestiti: si sottrae un po’ dal condizionamento

esercitato sulla capacità di concessione di prestiti. La cartolarizzazione permette: di

fare funding (reperire liquidità che viene reimpiegata sotto forma di nuovi prestiti) e

di trasferire i prestiti indesiderati. La banca può cedere alla SPV sia crediti in bonis,

sia crediti non performing. Il rendimento delle obbligazioni che verranno messe da

queste ultime dipenderà dal tipo di credito ceduto. Le obbligazioni che derivano da

un’operazione di cartolarizzazione assumono diverse denominazioni che dipendono

da quello che è stato ceduto alla società veicolo: 45


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
SSD:

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