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Economia - comportamento razionale dei consumatori e delle imprese

Appunti sul comportamento razionale dei consumatori e delle imprese per l'esame di Istituzioni di economia. Nello specifico gli argomenti presi in esame sono: comprendere le ragioni che determinano il comportamento del consumatore e i fattori che possono influenzarlo quale aspetto molto importante della teoria economica.

Esame di Istituzioni di economia docente Prof. -. Non

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Gli isoquanti sono simili alle curve di indifferenza che sono state considerate nella teoria del

consumatore razionale. Laddove le curve di indifferenza indicano nell’ordine diversi livelli

crescenti di soddisfazione del consumatore, gli isoquanti indicano diversi livelli crescenti di output.

Al contrario delle curve di indifferenza, ciascun isoquanto è associato con uno specifico livello di

output. Il valore numerico attribuito a ciascuna curva di indifferenza ha invece significato solamente

se considerato in senso ordinale. Una mappa di isoquanti è la rappresentazione di un insieme di

isoquanti ciascuno dei quali mostra il massimo output che può essere ottenuto utilizzando una certa

combinazione di input. Una mappa di isoquanti rappresenta un modo alternativo di rappresentare

una funzione di produzione. Ciascun isoquanto è associato con un differente livello di output ed il

livello di output cresce spostandosi in alto e a destra. La forma e la disposizione degli isoquanti

all’interno della mappa di isoquanti mostrano il grado di flessibilità di cui l’impresa gode quando i

manager devono prendere decisioni circa cosa e quanto produrre.

È importante distinguere tra breve e lungo periodo quando si parla di funzione di produzione. Il

breve periodo è relativo ad un periodo di tempo in cui almeno uno dei fattori di produzione non può

essere mutato. I fattori che nel breve periodo non possono cambiare prendono il nome di input fissi.

Il lungo periodo indica un periodo di tempo in cui tutti gli input possono variare. Così, ad esempio,

nel breve periodo le imprese possono variare l’intensità con cui utilizzano un certo impianto e

macchinario. Nel lungo periodo esse possono variare la dimensione dell’impianto e il numero di

macchine.

Una funzione di produzione può essere rappresentata con una tabella, un grafico o una equazione.

Generalmente i fattori produttivi e l’output vengono misurati in quantità fisiche.

Il caso più semplice di funzione di produzione è quello in cui è possibile variare il consumo di un

solo fattore, di solito il lavoro, mentre tutti gli altri fattori di produzione restano fissi. In questo

caso è possibile rappresentare graficamente la funzione su un piano cartesiano, riportando sull’asse

orizzontale la quantità di fattore variabile utilizzata e sull’asse verticale la quantità di output o

prodotto totale. E’ possibile misurare il contributo che il lavoro fornisce al processo di produzione,

ricorrendo ai concetti di prodotto totale, prodotto medio e prodotto marginale.

Il prodotto totale (o prodotto totale fisico), indica la quantità totale di output prodotto in unità

fisiche.

Il prodotto medio è dato dall’output totale diviso per le unità totali di input.

Il prodotto marginale di un input è il prodotto aggiuntivo, o output aggiunto da una unità

addizionale di quel tipo di input, mentre tutti gli altri input sono mantenuti costanti.

Le forme delle curve del prodotto marginale e del prodotto medio sono in stretta relazione. Sia il

prodotto medio che il prodotto marginale prima crescono e poi decrescono. Il prodotto marginale

assume sempre un valore positivo quando la quantità prodotta totale cresce, negativo quando la

quantità prodotta decresce. La curva che rappresenta il prodotto marginale attraversa l’asse

orizzontale in corrispondenza della quantità di lavoro per cui la quantità di output è massima.

Quando il prodotto marginale è più grande del prodotto medio, il prodotto medio cresce. Quando il

prodotto marginale è più piccolo del prodotto medio, il prodotto medio è decrescente.

Un prodotto marginale del lavoro decrescente rappresenta la situazione più frequente nei processi

produttivi. Si dice pertanto che vale la legge dei rendimenti marginali decrescenti. La legge dei

rendimenti marginali afferma che se cresce l’utilizzazione di un input mantenendo fissi gli altri, da

un certo punto in poi il consumo di ulteriori unità dell’input farà diminuire la quantità prodotta

(aggiungendo quantità addizionali di un input e mantenendo costanti tutti gli altri, si otterranno

quantità aggiuntive di output sempre minori). La legge dei rendimenti marginali ha validità nel

breve periodo, quando almeno uno degli input non varia. La legge si applica ad una data tecnologia.

Con il passar del tempo, comunque, le invenzioni ed i miglioramenti nella tecnologia, possono

spostare la funzione di produzione in alto.

Nel caso in cui vi siano invece due fattori variabili (lavoro e capitale) - è il caso del lungo periodo -

è possibile rappresentare la funzione di produzione utilizzando una mappa di isoquanti. Un

isoquanto mostra le varie combinazioni di fattori di produzione che daranno una certa quantità di

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produzione. Generalmente, gli isoquanti sono convessi verso l’origine degli assi poiché sia il

capitale che il lavoro hanno prodotti marginali positivi. Se aumenta il consumo di uno dei fattori

produttivi, aumenta la quantità prodotta. Anche nel caso di una funzione di produzione a due fattori

variabili è possibile osservare ritorni marginali decrescenti (per ambedue o uno solo dei fattori),

mantenendo uno dei fattori variabili. Il saggio marginale di sostituzione tecnica del lavoro per il

capitale, indica la quantità di cui il consumo di capitale può essere ridotto quando viene utilizzata

una unità in più di lavoro, in modo tale che l’output resti immutato. Il valore del saggio marginale di

sostituzione tecnica come è stato definito, a meno del segno, è dato dalla pendenza dell’isoquanto

corrispondente ad un particolare output. Nel caso in cui esiste perfetta sostituibilità tra i fattori il

saggio marginale di sostituzione è costante lungo l’isoquanto. In questo caso estremo la stessa

quantità di output può essere prodotta utilizzando solo uno dei fattori produttivi o una loro

combinazione. Un altro caso interessante è quello in cui il rapporto tra gli input deve essere costante

perché si possa avere un output. È questo il caso in cui i metodi di produzione disponibili per

l’impresa sono limitati.

Nell’analisi della funzione di produzione nel lungo periodo, anziché esplorare come incide la

variazione di un singolo fattore per volta sulla quantità prodotta, si cerca di capire che cosa succede

quando l’impresa varia la dimensione dei propri impianti (e quindi la scala delle operazioni). In

questo modo i manager dell’impresa possono prendere le loro decisioni relative al lungo periodo. I

rendimenti di scala riflettono la reazione del prodotto totale quando tutti i fattori aumentano

proporzionalmente. Se il consumo di tutti i fattori produttivi aumenta nella stessa proporzione, e la

quantità prodotta aumenta nello stesso rapporto, si dice che vi sono rendimenti di scala costanti. Se

il consumo di tutti i fattori produttivi aumenta nella stessa proporzione, e la quantità prodotta

aumenta di un rapporto superiore (inferiore), si dice che vi sono rendimenti di scala crescenti

(decrescenti). Utilizzando una rappresentazione grafica, si vede che quando esistono ritorni di scala

crescenti, gli isoquanti che descrivono la funzione di produzione si addensano tra loro al crescere

della quantità di input. Quando esistono ritorni di scala decrescenti, gli isoquanti man mano si

diradano al crescere della quantità di input. Quando esistono ritorni di scala costanti, al crescere

della quantità di input gli isoquanti sono tra loro ugualmente spaziati. Quando esistono ritorni di

scala crescenti (decrescenti), si dice anche che esistono economie di scala (diseconomie di scala).

Analisi dei costi dell’impresa.

Gli economisti hanno una concezione diversa dei costi rispetto ai contabili. I contabili hanno una

concezione retrospettiva dei costi. I costi contabili includono le spese effettivamente sostenute e le

spese relative al deprezzamento dei beni (ossia l’ammortamento). Gli economisti (e così dovrebbe

essere anche per i manager) considerano i costi in una prospettiva di gestione dell’impresa che

guarda al futuro. Essi si preoccupano infatti di capire quali saranno i costi attesi e in che modo

l’impresa sarà in grado di abbassare i suoi costi e migliorare la sua profittabilità nell’immediato

futuro. In parole povere, gli economisti si preoccupano dei costi opportunità, ossia i costi che sono

associati con le opportunità che l’impresa non coglie non utilizzando le sue risorse al loro valore

d’utilizzo più elevato. I costi possono essere espliciti ed impliciti. I costi espliciti sono le spese

effettive che l’impresa sostiene per utilizzare gli input per la produzione. Si tratta dei salari per

pagare i lavoratori dipendenti, le spese per affittare i locali, le spese per le materie prime, gli

interessi sul capitale preso a prestito, ecc. I costi impliciti fanno riferimento al valore degli input

posseduti e utilizzati dall’impresa che non figurano esplicitamente nei libri contabili dell’impresa

come spese sostenute. Sono costi il cui valore deve essere stimato facendo riferimento al loro

rendimento in un uso alternativo. Si tratta, ad esempio, del salario dell’imprenditore.

Nel breve periodo alcuni degli input che l’impresa utilizza nel processo produttivo sono fissi,

mentre altri variano in funzione della quantità di output che è necessario produrre. Il costo totale,

CT, per la produzione di un bene comprende allora due componenti: il costo fisso, CF, che è

indipendente dalla quantità del bene prodotta, e il costo variabile, CV, che varia appunto con il

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variare della quantità da produrre. I costi fissi generalmente includono le spese sostenute per

l’acquisto delle macchine e dell’impianto (o il loro ammortamento), le spese sostenute per la

manutenzione dell’impianto, la maggior parte dei premi di assicurazione, le retribuzioni che per

contratto devono essere pagate, sia che l’impresa produca o meno, le imposte sulla proprietà. I costi

variabili includono le spese per le materie prime, il combustibile, parte delle retribuzioni, le imposte

sul prodotto, ecc.

CT = CF + CV

Il costo marginale CMa è l’aumento del costo che consegue alla produzione di una ulteriore unità di

prodotto. Poiché il costo fisso non varia, esso rappresenta la variazione del costo variabile per la

produzione di una unità aggiuntiva di prodotto.

Il costo medio è il costo dell’unità di prodotto. Esistono tre tipi di costo medio: il costo medio fisso

CMF, il costo medio variabile CMV e il costo medio totale CMT.

CMF = CF/Q

CMV = CV/Q

CMT = CT/Q

La forma delle curve di costo unitario dipende dalla forma delle corrispondenti curve di costo totale.

In particolare, la curva CMF decresce continuativamente, mentre le curve CMV, CMT, e CMa

hanno una forma a U. La curva CMV decresce quando la curva del prodotto medio PM cresce e

viceversa. Analogamente, la curva CMa decresce quando la curva del prodotto marginale PMa

cresce e viceversa. Quando la curva del costo marginale si trova al di sotto della curva del costo

medio, la curva del costo medio decresce. Quando la curva del costo marginale si trova al di sopra

della curva del costo medio, la curva del costo medio cresce. Quando il costo medio raggiunge il

valore minimo, il costo marginale uguaglia il costo medio.

Un problema che i manager di tutte le imprese si trovano a dover risolvere nel lungo periodo è

quello di selezionare gli input, capitale e lavoro, per produrre un dato livello di output al minimo

costo. Nel lungo periodo tutti gli input di produzione sono variabili. Come conseguenza, la scelta

degli input dipende sia dal costo relativo dei fattori di produzione, sia dal grado di sostituibilità tra

loro dei fattori nel processo di produzione. Il problema è analogo a quello che deve risolvere un

consumatore razionale quando deve massimizzare la propria soddisfazione scegliendo tra vari

panieri di beni sotto il vincolo della limitazione di reddito disponibile. Si definisce linea di isocosto

l’insieme di tutte le possibili combinazioni di capitale e lavoro che possono essere acquistati avendo

una specifica limitazione di budget, ossia non dovendo superare un certo costo:

CT = wL + rK

dove r rappresenta il costo del capitale, w il costo del lavoro, L e K rispettivamente la quantità di

lavoro e la quantità di capitale. Al variare del valore del costo totale CT, l’equazione descrive una

linea di isocosto diversa.

Anche nel lungo periodo le curve dei costi hanno forma a U. Rispetto al breve periodo tuttavia sono

diversi i fattori economici che spiegano tale forma. Una delle determinanti di maggiore rilievo della

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forma delle curve di costo nel lungo periodo è la presenza di economie (o diseconomie) di scala.

Supponiamo per esempio che esistano dei rendimenti di scala crescenti del processo di produzione

per qualunque livello dell’output. Raddoppiando gli input si ottiene una quantità più che doppia di

output. Pertanto, il costo medio decresce al crescere della quantità prodotta. Le curve di costo medio

di lungo periodo si possono ottenere come inviluppo delle curve di costo medio di breve periodo.

Quando esistono ritorni di scala costanti ed è possibile costruire impianti con dimensione molto

diversa, la curva del costo medio di lungo periodo è orizzontale, e la curva di inviluppo è costituita

dai punti di minimo della curva dei costi medi di breve periodo. Quando esistono ritorni di scala

crescenti inizialmente e decrescenti successivamente, la curva del costo medio di lungo periodo

assume una forma a U e l’inviluppo non include tutti i punti di minimo delle curve dei costi medi di

breve periodo.

Il costo economico non comprende soltanto le spese vive, ma anche i meno evidenti costi-

opportunità, come ad esempio il compenso lavorativo fornito dal proprietario di un’impresa. Il

costo-opportunità è il valore del successivo miglior uso (o opportunità) di un bene economico, o il

valore dell’alternativa sacrificata.

Nell’analisi del comportamento delle imprese all’interno delle varie strutture di mercato si assume

che l’unico obiettivo dei manager sia quello di massimizzare il profitto nel lungo periodo. Si tratta

di una ipotesi che viene fatta frequentemente in microeconomia perché è in grado di prevedere il

comportamento delle imprese in modo accurato e consente di evitare delle complicazioni

matematiche non necessarie. Tuttavia il fatto che le imprese nella realtà cerchino di massimizzare il

profitto nel breve periodo è un fatto ancora controverso. Nelle imprese di dimensione più piccola in

cui i proprietari dirigono l’impresa, è probabile che la massimizzazione del profitto sia al centro

delle decisioni. Nelle imprese più grandi, in cui i manager possono sfuggire al controllo dei

proprietari, ciò non è sempre vero. I manager infatti possono preoccuparsi o di pagare dividendi o di

far crescere l’impresa per soddisfare gli azionisti oppure possono preoccuparsi del profitto di breve

periodo, poiché la loro carriera e il loro stipendio, nella maggior parte dei casi, sono una funzione

dei risultati di breve periodo.

Il profitto è dato dalla differenza tra ricavi e costi. Il ricavo totale che un’impresa realizza vendendo

Q unità di prodotto al prezzo unitario P è:

R(Q) = PQ

Si definisce ricavo marginale RMa la variazione del ricavo totale conseguente ad una piccola

variazione della quantità venduta. Si definisce ricavo medio il ricavo per unità di prodotto venduta:

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Docente: Non --
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiakka87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di economia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Non --.

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