ECONOMIA CIVILE
Espressione ECONOMIA CIVILE, tanti significati:
-‐ un modo diverso di chiamare l’economia privata o di tipo capitalistico
-‐ un modo per definire le organizzazioni nonprofit ed il terzo settore
-‐ un “cavallo di Troia” utilizzato per minare le fondamenta del welfare state
C’è molta confusione che generano pregiudizi ideologici e fraintendimenti.
La International Society for Third Research nel Congresso di Dublino del 2000 ha provveduto
ad unificare le espressioni “organizzazioni nonprofit”, “terzo settore”, “organizzazioni non
governative”, ecc. in un’unica espressione “
organizzazioni della società civile” (civil society
organizations).
Quindi il terzo settore come un mondo che si è sviluppato nell’ultimo quarto di secolo. Ma
dove è diretto, dove sta andando quel mondo vitale che si è soliti chiamare terzo settore?
_ Alcuni vedono nel terzo settore l’eccezione alla regola rappresentata dalla centralità delle
organizzazioni for profit. Un’eccezione importante e ammirevole, anche con l’ausilio di
sostegni pubblici ad hoc, siano essi fiscali o amministrativi (soprattutto quando i costi sociali
sono insostenibili).
_ Alcuni considerano il terzo settore responsabile di occultare, con interventi di mera cosmesi
sociale, realtà come l’aumento preoccupante delle ineguaglianze fra gruppi sociali oppure
tamponare le falle connesse alle nuove forme di precarizzazione del mercato del lavoro.
Il terzo settore non è affatto detto che si destinato a sceglier tra queste due sponde: la
prospettiva dell’economia civile è in grado di offrire una via d’uscita alternativa sia a quella
dello statuto neoliberale, sia a quella dello statuto statalista.
L’economia civile è anche e principalmente una prospettiva culturale, che getta le basi per una
diversa teoria economica. Dove sta l’elemento della diversità? Nel rifiuto della celebre tesi, di
ascendenza neopositivista, della avalutatività, secondo cui il sapere prodotto dall’economia
deve essere libero da funzioni pratico-‐orientative (l’economista-‐scienziato non può
compromettersi con i giudizi di valore o con un qualche punto di vista).
Oggi si stanno confrontando e scontrando due visioni nel modo di concepire quale debba
essere il rapporto tra la sfera economica e la sfera del sociale:
1. estensione dei mercati e della logica dell’efficienza è la soluzione ai mali sociali (i
mercati operano sempre e comunque per il bene comune, sono la più alta espressione
della società civile).
Considerazione dell’impresa come ente a-‐sociale (ideologia liberale), il sociale è
nettamente distinto dalla meccanica del mercato, che si presenta come un’istituzione
eticamente e socialmente neutrale. Al mercato è richiesta l’efficienza e quindi la
creazione di ricchezza, la solidarietà del sociale invece inizia proprio dove finisce il
mercato.
à mercato come mezzo per risolvere il problema politico (liberalismo classico)
2. L’avanzare dei mercati è una minaccia per la vita civile. Mercato come luogo dello
sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole (Karl Marx e Karl Polanyi).
L’appello rivolto alla società civile è quello di proteggere la società dal mercato (perché
i rapporti veramente umani verrebbero erosi dalla logica del mercato). Questa visione
tende a vedere l’economico e il mercato come di per sé disumanizzanti, come
meccanismi distruttori di quel capitale sociale indispensabile per ogni convivenza
umana e per ogni progresso economico.
à mercato come male necessario da tenere sotto controllo dallo Stato.
L’economia civile ha una risposta diversa all’interpretazione del rapporto mercato-‐società:
concezione che guarda all’esperienza della socialità umana e della reciprocità all’interno di una
normale vita economica. Essa ci dice che i profitti altri dal profitto e dallo scambio strumentale
possono trovare posto dentro l’attività economica (superando la visione che vede l’economico
come luogo eticamente neutrale).
Il dono e la reciprocità non sono appannaggio di altri momento o sfere della vita civile
(superamento anche della seconda visione) per almeno due ragioni: (1) la logica dei “due tempi”
(prima le imprese producono e poi lo Stato si occupa del sociale) non funziona più, con l’inizio
dell’era della globalizzazione (se ci ostiniamo a pensare che la redistribuzione debba essere
compito esclusivo dello Stato e che essa debba intervenire post factum, assisteremo interti e
sconsolati all’aumento dell’ineguaglianza) all’impresa è chiesto di diventare “sociale” nella
à
normalità della sua attività economica (si parla infatti di responsabilità sociale d’impresa).
(2) effetto spiazzamento: se il mercato è più in generale l’economia, resta solo scambio
strumentale, se lo scambio è basato solo sui prezzi, solo sul contratto, il mercato sviluppandosi
mina i presupposti del suo stesso esistere, cioè la fiducia e la propensione a cooperare (il mercato
non è esclusivamente in grado di aggregare le preferenze individuali in maniera agnostica
rispetto a qualsivoglia nozione di bene comune, ma se l’accordo tra le parti dovesse essere il
criterio fondamentale di ciò che è giusto o addirittura di ciò che è bene, cosa ne sarebbe di coloro
che non sono in grado di contrattare o che non hanno le medesime capacità?). perché mai gli
à
esseri umani dovrebbero avere valore da risultare t
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