Economia della cultura
L’economia e la cultura sono ambiti diversi che poniamo in relazione. L’etimologia della parola cultura deriva dal latino colere, cioè coltivare la terra prima, la persona poi, in senso molto concreto, quotidiano; l’etimologia della parola economia deriva dal greco oikia, cioè casa e nomos, cioè legge, legge della casa, ed il rimando rimane concreto, come quello della cultura con la terra, in questo caso con la casa.
Materie umanistiche e materie scientifiche sono sempre state accuratamente distinte, fino al Journal of Cultural Economics del 1977: al di là delle polemiche che vedono alcuni schierarsi a favore di una cultura non economicizzata e mercificata, in quanto diversamente la si sottopone ad una svalutazione, il motivo per cui si arriva tardi ad una compenetrazione di questi due ambiti, il motivo per cui la disciplina è giovane, risiede nel fatto che si incontrino delle notevoli difficoltà nel porre in relazione economia e cultura, mirando ad una nuova disciplina.
Definizione di beni culturali
Nell’economia della cultura ci sono l’economia delle arti e l’economia dei beni culturali. Possiamo parlare di economia dei beni culturali solo se sappiamo cosa sono i beni culturali: sono beni culturali quelli che compongono il patrimonio storico, artistico, monumentale, demoetnoantropologico, archeologico, archivistico e librario e gli altri che costituiscono testimonianza avente valore di civiltà (Art 148 D.Lgs. 112/1998); la definizione è fumosa, perché ci dà ampie macrocategorie poco precisate.
I BC SONO COSE MOBILI E IMMOBILI CON INTERESSE STORICO, ARTISTICO, ETNOANTROPOLOGICO, ARCHEOLOGICO, ARCHIVISTICO, BIBLIOGRAFICO E TESTIMONIANZE AVENTI VALORE DI CIVILITÀ. POPOLAZIONE: BC SONO OPERE D’ARTE E ARCHITETTURA (INCLUSI MUSEI)
L’espressione in sé di beni culturali è tardiva, nel mondo circa dal 1954, in Italia circa dal 1964: il termine appare la prima volta nel 1954 nella Convenzione dell’Aia (UNESCO), che faceva riferimento alla conservazione del patrimonio culturale in caso di avvenimenti bellici (Siamo in clima di guerra fredda); il 1964 è l’anno della commissione Franceschini, che definisce come beni culturali tutto ciò che concorre a costituire la cultura di un popolo, cioè ogni testimonianza materiale avente valore di civiltà.
Tempo dei beni culturali
- 1945: Organi sovranazionali ONU, UNESCO, FAO (Kant: Per la pace perpetua)
- 1972: Convenzione di Parigi (UNESCO): Elenco beni patrimonio dell’umanità
- Beni locali (nazionali) – Patrimonio dell’umanità (internazionali)
Storia forte e BC debole – Storia debole e bene culturale forte perché ci si ancora al bene culturale in mancanza di valore, si proietta sul bene culturale un senso di comunità anche se il bene culturale è simbolo del passato.
BC – Patrimonio (pater monere: averi familiari intesi come eredità da tramandare di generazione in generazione) BC: Simbolo, significato attribuito da comunità (sviluppo locale)
Concetto di civiltà e cultura
L’etimologia di civiltà viene dal latino civis, cioè cittadino ed il termine significa che riguarda i diritti privati dei cittadini o in senso figurato si dice d’uomo di condizione o nascita o educazione propria di cittadino e quindi (in teoria) cortese e gentile (rispetto alla rusticitas della campagna); particolare il fatto che la cultura sia coltivazione e quindi qualcosa di legato alla rusticitas, ma anche civiltà, educazione, accezione che rimanda alla civitas.
Tylor ne Il concetto di cultura del 1871 così definisce la cultura: la cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dell’uomo come membro di una società (La cultura è sempre circostanziale, in riferimento ad un gruppo che in ciò si riconosce); questa definizione è la migliore per chi intende occuparsi di economia della cultura.
Botteghe storiche e beni culturali vivi
La città diventa il centro economico e culturale: è il luogo in cui avvengono gli scambi economici e gli scambi culturali. Ci focalizziamo su quegli esercizi commerciali definiti botteghe storiche: si tratta di qualcosa di poco noto, anche se ufficialmente riconosciuto dal comune, tanto che esiste un albo delle botteghe storiche (264 botteghe storiche a Milano) ed una specifica targa da apporre in vetrina; la bottega storica riconosciuta più antica di Milano è del 1284.
Le botteghe storiche hanno un interesse storico, artistico, architettonico, urbano, devono avere almeno 50 anni e conservare gli arredi originali. Le botteghe storiche vendono beni culturali definiti vivi, proprio per distinguerli dai beni culturali intesi nel senso più tradizionale, che assumono un valore meramente simbolico perdendo una funzione d’uso concreta: la bottega storica continua ad essere frequentata come un esercizio commerciale che vende beni culturali vivi, cioè nella loro originale funzione d’uso.
Così nelle botteghe commerciali ritroviamo economia e cultura insieme. Le botteghe storiche sono particolarmente interessanti (Hanno un valore aggiunto), perché i beni culturali in questione non cessano di avere il valore d’uso che avevano precedentemente: la forchetta bene culturale venduta in una bottega storica dedicata, non è solo bene da museo, ma riveste ancora la funzione di forchetta. Allo stato attuale, le botteghe storiche a Milano sono 264 e più di 2000 in Italia, quindi si parla di un’attività molto ricca, viva a livello culturale e a livello commerciale, che ha valore per la cittadinanza.
Valore culturale ed economico
1878. Quanto è difficile pensare qualcosa di culturale in senso economico: John Ruskin e James Whistler dibattono sul tema della valutazione economica di qualcosa di culturale, in particolar modo dell’arte; l’oggetto del contendere è il dipinto Nocturne in Black and Gold. Quello che accade, in sede di tribunale (Whistler fa causa a Ruskin), è che Ruskin si lamenta del prezzo per lui eccessivamente elevato dell’opera realizzata da Whistler (“Il prezzo è troppo alto per aver sbattuto in faccia un barattolo di vernice al pubblico”); il giudice chiede “Questo è il prezzo per due giorni di lavoro?” e Whistler risponde “No, per il sapere che ho accumulato in tutta una vita”.
Si percepisce come il valore dell’arte, e più in generale della cultura, sia fortemente soggettivo, anche nel caso di due soggetti che lavorano nello stesso ambito di competenza (L’arte), come un critico e storico d’arte ed un pittore. Il grande economista Alfred Marshall afferma che è impossibile dare un valore a oggetti come quadri dei grandi maestri e monete rare, poiché essi sono unici nel loro genere, non avendo nessun concorrente, tuttavia potrebbe essere interessante provare a farlo.
Questa frase è all’origine di tutti quegli studi che si sono occupati del campo culturale nell’economia. L’aneddoto sopra riportato accosta la quantità di lavoro al prezzo del bene realizzato (Il punto di vista del giudice): questo tipo di ragionamento fa riferimento alla teoria economica di Ricardo (Che deriva da quella di Smith), che valuta il bene in base al tempo necessario per produrlo. Anche il punto di vista del pittore fa in qualche modo riferimento al tempo, ma non è il tempo concreto necessario per dipingere l’opera, bensì il percorso formativo personale, la conoscenza sedimentata, che nel lungo periodo ha portato alla realizzazione proprio di quel dipinto: Whistler anticipa il pensiero di Becker (Anni 60 del ‘900) che pone al centro del discorso il capitale personale dell’individuo (Capitale umano) in vista una resa, di una rendita futura.
Parlando di Ruskin che parte da un giudizio estetico per definire un valore economico (L’opera è brutta, non può costare così tanto!) e che pone al centro l’utilità del consumatore (Teoria marginalista di Menger), si può citare la posizione economica di Ricardo nel momento in cui esprime delle osservazioni sui beni di lusso per i quali la scarsità determina il prezzo (Elevato). Quindi tutti hanno ragione in virtù del fatto che si rifanno a diverse teorie economiche considerabili tutte valide, anche se alcune più moderne di altre.
Beni culturali e catena bisogno-domanda
La catena bisogni-domanda-produzione-consumo può essere applicata ai beni culturali? Non proprio: nei beni culturali la catena si struttura come produzione-bisogni-domanda-consumo, poiché il bene è senz’altro stato prodotto in precedenza (Il bene per diventare culturale, secondo il Codice dei Beni Culturali, deve avere almeno 50 anni di età), mentre gli altri punti vengono letti alla luce del presente.
Da un certo momento in poi si attribuisce al bene che ha particolari caratteristiche lo status di bene culturale (Attribuzione ex post), cui segue una diversa trattazione (Anche economica) del bene stesso. Per il bene culturale viene prima l’offerta rispetto alla domanda, perché il bene culturale è già lì, preesiste; tuttavia, benché possa sembrare che l’offerta venga prima, possiamo dire che la stessa definizione di bene culturale sia una determinante della domanda, perché si dice che noi andiamo in cerca di beni che hanno più di 50 anni, con particolari caratteristiche, ecc: si parla di autoreferenzialità.
Il ruolo della cittadinanza, della collettività, in riferimento a questi beni, rimane marginale, poiché i criteri sono stabiliti e fissi, anche se talvolta accade che chiamiamo beni culturali anche quelli che non lo sono: non è l’utente a definire il bene come culturale.
Gestione e investimento nei beni culturali
La gestione culturale è appannaggio di una classe ristretta di specialisti, una casta chiusa; il bene culturale è naturalmente fortemente associato al passato e si investe veramente poco sui beni culturali, anche se siamo il paese con il maggior numero di beni culturali al mondo: rischiamo di diventare un deposito e niente più.
Tutto ciò che non viene fatto oggi per le varie forme di attività culturale, per le attività culturali, va a detrimento dell’attività culturale futura, non progredendo, o meglio, progredendo verso una mummificazione. “La cultura è un prodotto particolare, non vale la regola della domanda e dell’offerta. O almeno non ci si può affidare solo a quella perché il rischio è che la qualità sprofondi in basso” “Progettualità, pensiero, creazione, sperimentazione non sono beni immediatamente misurabili in termini di remunerazione economica”.
La domanda: quantità di un bene che i consumatori sono disposti e in grado di comprare a un dato prezzo in un dato momento. L’offerta: quantità di un bene che viene prodotta e dunque messa in vendita ad un dato prezzo in un dato momento.
Principio dell’utilità marginale decrescente: iniziando e continuando il consumo l’utilità decresce (Eccezioni secondo Keynes: gli avari e i collezionisti; addirittura questa distorsione per l’avaro avviene nei confronti di un meta-bene come il denaro); ma per i beni culturali? Il principio si inverte: ad un aumento di consumo corrisponde un aumento di utilità e si parla di utilità marginale non decrescente o crescente; così i beni culturali escono da diverse categorizzazioni economiche che quotidianamente si usano.
Non è importante solo la categoria consumo, ma anche quella di investimento: in termini specifici per la categoria dei beni culturali, consumo significa il godimento del bene, la fruizione del bene, il trarre piacere dal consumo del bene, di cui l’utilità è corrente o immediata, cioè si riferisce al momento in questione; l’acculturazione personale invece si può definire come utilità futura e questa è decisamente una questione interessante: esiste un godimento immediato, ma esiste anche un’altra dimensione legata al mio investimento in cultura che segna il mio arricchimento futuro.
Bisogni e coltivazione del gusto e dell’abitudine: a volte si parla di una dipendenza che si instaura nella fruizione di questi beni, proprio perché nel lungo tempo la curva è crescente e potenzialmente si tratta di una crescita infinita. Marshall “Quanta più buona musica un uomo ascolta, tanto più forte diverrà presumibilmente il suo gusto per quell’arte”, Bourdieu “Un adulto non entrerà mai in un museo se non lo ha fatto da bambino”.
Alfieri: il prezzo di riserva è sempre calcolato su quello che sono disposto a spendere o quello che sono disposto a cedere, se sono io il venditore, cioè è il prezzo minimo a cui un venditore è disposto a vendere/acquistare un oggetto; è diverso dal prezzo di acquisto (O di mercato), cioè il prezzo che effettivamente viene pagato per l’oggetto.
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