Capitolo 1
Responsabilità sociale d’impresa e sostenibilità
Corporate Social Responsibility (CSR) e Corporate Sustainability (CS) hanno come finalità la creazione di valore per gli azionisti e la minimizzazione dei rischi, favorendo consenso e legittimazione. Queste pratiche sviluppano vantaggi competitivi duraturi e non devono essere confuse con la beneficienza, il marketing sociale o la filantropia.
Nel lungo periodo, gli interessi degli azionisti e degli stakeholder si allineano, ma non in modo automatico; c'è sempre uno sforzo necessario. Uno stakeholder non soddisfatto può nuocere con le sue azioni alla vita economica duratura dell’impresa. Queste pratiche devono essere durevoli poiché capaci di coinvolgere e remunerare gli stakeholder che apportano risorse funzionali al successo duraturo dell’organizzazione.
È un approccio strategico alla gestione d’impresa, basato su una visione relazionale della stessa. È un nuovo modello di gestione e governo aziendale basato sulla soddisfazione delle aspettative degli stakeholder (non solo azionisti), oltre che all’adempimento degli obblighi di legge e al di là di quanto prescritto da norme etiche individuali, per assumere responsabilità sociali e ambientali, oltre che economiche. Investe strategie e politiche aziendali e deve essere integrata nella gestione quotidiana dell’intera catena del valore (produzione, marketing, risorse umane).
La CS dipende dalla sostenibilità delle sue relazioni con i differenti portatori di interesse, che si realizza anche mediante l’innovazione (d’impresa e di sistema), le partnership e le alleanze per il cambiamento. Comporta:
- Adeguata remunerazione;
- Migliori condizioni di lavoro;
- Prodotti innovativi per clientela;
- Condivisione delle conoscenze e collaborazione coi fornitori;
- Relazioni trasparenti con partner finanziari;
- Corrette relazioni con gli organi di governo;
- Ruolo propulsivo nelle comunità;
- Attenzione all’ambiente.
Deve saper attrarre le risorse migliori e rispondere alle attese dei vari portatori d’interesse. Esempio: la diminuzione degli impatti ambientali richiede lo sviluppo di competenze aziendali che, migliorando il capitale intellettuale e strutturale, rendono l’impresa più efficiente.
Le imprese che non hanno adottato la CS, come Nestlé, hanno subito:
- Crisi con i fornitori;
- Proteste e perdita di consenso nelle comunità;
- Boicottaggio dai clienti;
- Problemi con la comunità finanziaria;
- Costi e inefficienze per impatto ambientale.
La CS deve essere vista come un fattore di cambiamento sistemico, che riguarda le imprese ma anche i soggetti pubblici e i terzi. Infatti, determina innovazioni di sistema, innescando partnership e alleanze per il cambiamento:
- Tra imprese;
- Tra imprese e soggetti della società civile più attenti;
- Tra imprese e soggetti pubblici;
- Tra imprese, società civile e soggetti pubblici.
Capitolo 3
La teoria neoclassica
La teoria neoclassica (marginalista o marshalliana) si basa su:
- Unico soggetto decisore;
- Perfetta razionalità;
- Perfetta informazione.
MC=MR: l'obiettivo dell’impresa è massimizzare il profitto. Critiche alla teoria neoclassica:
- Si basa su una condizione di equilibrio;
- Si limita a profitto di breve periodo;
- Non tiene conto dei conflitti tra manager e azionisti;
- L’impresa non si può limitare solo al profitto;
- Non esiste la concorrenza perfetta;
- Non esistono condizioni di certezza assolute.
Numerose critiche alla teoria neoclassica furono mosse a partire dagli anni '20, dando vita a nuovi approcci e alla definizione di nuove finalità d’impresa:
- Teoria della concorrenza monopolistica: vi sono prodotti differenziati, il prezzo dipende dalla curva di domanda la quale dipende dalle scelte dei concorrenti, ignorando la struttura interna dell'impresa;
- Approccio delle interdipendenze oligopolistiche: il prezzo dipende dai comportamenti delle altre imprese che non possono essere codificate a priori, ignorando la struttura interna dell'impresa;
- Il modello manageriale: anticipa il problema del rapporto di agenzia tra azionisti e manager;
- Scuola comportamentista: l’impresa è al servizio di tutta la comunità e deve soddisfare i suoi interessi;
- Teoria degli stakeholder (Freeman 1984): secondo la teoria degli stakeholder l’impresa dovrebbe massimizzare non il profitto ma la soddisfazione di tutti gli attori, distribuendo la ricchezza in modo equilibrato.
Critica: perseguire obiettivi sociali anziché reddituali finisce per danneggiare la società (es. efficienza economica per gli azionisti vs. salvaguardia posti di lavoro). Evoluzione: l'obiettivo dell’impresa deve essere la massimizzazione della ricchezza degli azionisti, ma il mantenimento di relazioni armoniche con l’ambiente è da considerarsi fattore agevolante. Molte imprese erano ormai quotate in borsa e molti azionisti non partecipavano alla gestione. Si basa su due principi:
- L’obiettivo dell’impresa dovrebbe essere unico: se ce ne sono tanti si creano trade-off e gli interessi entrano in conflitto. Se ce ne sono tanti si deve cercare un giusto equilibrio e decidere volta per volta nelle varie occasioni. Un unico obiettivo crea comportamenti coerenti che piacciono agli stakeholder;
- La creazione di ricchezza per gli azionisti è quello che soddisfa meglio l’interesse di tutti gli stakeholder, poiché mentre tutti gli altri sono tutelati da leggi e bisogna prima pagare loro rispetto agli azionisti, che quindi non hanno nemmeno una retribuzione sicura, loro non sono tutelati. L’unico modo per soddisfarli è costringere i manager a questo obiettivo.
Per mantenere buoni rapporti con tutti bisogna fare uno sforzo:
- Corporate governance, affinché gli interessi siano correttamente interpretati;
- Sistemi di CS e CSR.
Dopoguerra, produzione di massa, economia ritenuta senza limiti di sviluppo. Saturazione, rallentamento domanda, nuovi sbocchi in differenziazione e marketing. Negli anni '70, finanza d’impresa, strategia, pianificazione strategica. Negli anni '80/90, rilancio dell’economia, produzione, prodotti flessibili, logistica, produzione dei servizi, scienza e tecnologia portano alla competizione, qualità totale migliora la globalizzazione dei mercati, competizione (Stati Uniti vs Giappone vs Europa). Chi non resisteva veniva acquisita, chi resisteva cresceva molto.
Si sviluppa anche la collaborazione con altre imprese per poter superare gli avversari e avere più risorse. Gestione finanziaria corretta e innovativa, fattori o ambienti non competitivi hanno la loro parte (ambiente, tutela salute e sicurezza, leggi, aspetti etici e morali). Lo sviluppo legislativo aumenta la competizione.
Capitolo 4
Il capitale economico e la creazione di valore
Sul piano della contabilità tradizionale, la ricchezza investita dalla proprietà in un’impresa è rappresentata dal capitale netto, o mezzi propri, definito come la somma algebrica dei rapporti intercorsi tra l’impresa e i soci, in particolare:
- Dei conferimenti dei soci (Capitale sociale);
- Degli utili e delle perdite realizzate nel corso dei vari esercizi gestionali e accumulati nelle riserve;
- Dei prelievi effettuati dai proprietari (dividendi).
Se il capitale netto supera il capitale sociale ciò significa che, a prescindere dai dividendi pagati in passato, la ricchezza è aumentata e viceversa. Mentre il concetto di capitale netto riguarda il passato (ai conferimenti, ai risultati economici, ai dividendi che si sono realizzati nel corso della vita dell’impresa), il concetto di valore di capitale economico (ovvero la ricchezza investita dagli azionisti) deve guardare al futuro (ossia ai redditi che l’impresa sarà in grado di generare). Questo può essere calcolato come la somma attualizzata dei benefici che l’impresa apporterà ai soci.
Valore di capitale economico: Dt dividendo al tempo t; kE tasso di attualizzazione (calcolato in funzione del rendimento atteso dagli azionisti, tenendo conto del rischio).
Come il capitale netto può essere visto come la differenza tra il capitale investito e i debiti, il capitale economico si vede come la differenza fra valore dell’impresa e valore del debito.
- Valore dell’impresa: la somma attualizzata dei flussi che l’impresa genererà in futuro dal complesso dei suoi investimenti a prescindere dal fatto che essi vadano a remunerare gli azionisti o i portatori di debito. Questo si esprime come: V= dove FCFO è il flusso di cassa operativo al tempo t (un flusso di cassa relativo alla gestione operativa e al lordo degli oneri finanziari) e k è tasso di attualizzazione che esprime una media ponderata delle attese di rendimento di debitori e azionisti.
- Valore del debito: il valore attuale dei flussi che saranno pagati dall’impresa ai finanziatori, a titolo di servizio del debito o di rimborso dello stesso. Si esprime con: D= Dove Ft è il flusso ricevuto dai finanziatori al tempo t e kD è il tasso di attualizzazione, calcolato come tasso di interesse applicato abitualmente dal mercato per i debiti con caratteristiche simili di durata e di rischio. D sarà diverso dal valore nominale del debito a causa della possibilità che il tasso di mercato sia diverso rispetto a quello pagato dall’impresa.
La creazione di ricchezza degli azionisti si traduce nell’obiettivo concreto di aumentare W, il valore del capitale economico, perciò il management deve individuare investimenti redditizi o eliminare quelli che non lo sono.
Il capitale economico esprime una capacità reddituale e quindi una concreta capacità dell’impresa di trasformare risorse in beni utili. Non è un concetto astratto. Se un’impresa ha capacità reddituale, questa può trovare un riconoscimento immediato nei mercati finanziari (Borsa). Il capitale economico esprime le aspettative di reddito degli azionisti che non saranno disposti a vendere le azioni a un prezzo inferiore. I prezzi a cui passa di mano la proprietà delle imprese (valori di mercato) tendono ad avvicinarsi ai valori di capitale economico delle stesse, calcolati secondo le migliori stime dei flussi futuri. Il capitale economico esprime la ricchezza di azionisti che guardano al lungo periodo e sono indifferenti alle oscillazioni borsistiche di breve.
È spesso differente rispetto al valore di mercato, cioè il prezzo cui passa di mano la proprietà delle imprese, a causa di:
- Presenza di investitori con intenti speculativi;
- Grado di trasparenza dei mercati (ci può essere maggiore o minore facilità di informazione);
- Dimensioni dei mercati finanziari (quando sono sottili tendono a essere instabili perché un singolo operatore o pochi titoli possono originare grandi oscillazioni di prezzo);
- Tendenza ad andamenti ciclici che coinvolgono tutte le imprese;
- Gioco delle aspettative (psicologia degli investitori causa cambiamenti nel breve).
Il capitale economico è una grandezza oggettiva e razionale e non valore di mercato. Anche il valore di mercato è importante perché costituisce il prezzo a cui gli azionisti possono vendere le proprie azioni, e costituisce la ricchezza che è per loro effettivamente disponibile.
Le imprese si devono impegnare oltre che nella creazione di valore di capitale economico, anche nella sua diffusione; devono agire affinché il nuovo valore si traduca nell’aumento del valore di mercato. Ciò si realizza attraverso una politica di comunicazione rivolta ai mercati finanziari, incentrata sulla dimostrazione dei fattori aziendali, sulla presentazione di previsioni e scenari convincenti per il futuro e sul mantenimento dei rapporti costruttivi e corretti con gli operatori (può succedere che manager spregiudicati usino le politiche di comunicazione per creare aspettative ingiustificate negli investitori – Enron [falsificazione dei conti] – sistemi di controllo che garantiscano allineamento tra interessi manager e azionisti).
Sviluppi storici
L’obiettivo del valore possiede tutte le caratteristiche per spingere i manager e le imprese verso un’economicità e una creazione di ricchezza di cui possono beneficiare tutti gli stakeholder. Questo obiettivo è:
- Razionale, in quanto ispira la sopravvivenza e lo sviluppo equilibrato dell’impresa a lungo termine;
- Largamente condivisibile da tutti coloro che hanno interesse alla vitalità dell’impresa;
- Stimolante della professionalità e della fantasia di imprenditori e manager;
- Misurabile.
Ma il valore per gli azionisti non è una versione riveduta e corretta del profitto? Il profitto è definito a livello di impresa, mentre il valore è definito a livello di azionisti. Un’impresa può essere in utile ma allo stesso tempo può distruggere il valore degli azionisti. L’investimento è conveniente (crea valore per l’azionista) solo se il rendimento è maggiore del costo opportunità. A volte l’obiettivo del valore può convivere con scopi diversi (quota di mercato, internazionalizzazione, crescita, fatturato). Però non è detto che questi vadano contro il volere degli azionisti. Mentre un’impresa in utile ma con un rendimento sui mezzi propri più basso del costo del capitale, distrugge valore per i suoi azionisti.
Questa teoria nasce negli Stati Uniti, in cui veniva percepita l’esistenza di un value gap: differenza tra il valore potenziale che le imprese avrebbero potuto generare, impiegando le risorse in modo efficiente e perseguendo in modo razionale gli obiettivi di reddito, e quello che effettivamente generavano, a causa di sprechi e del tentativo di perseguire sistemi di obiettivi poco coerenti. Inoltre, questa teoria costrinse molte imprese a dotarsi di sistemi decisionali specifici e di nuove pratiche manageriali. Non si doveva più investire in business che offrono condizioni di crescita promettenti ma che creano valore per gli azionisti. In Italia, questa teoria ha portato molte imprese a quotarsi e quindi per forza doveva essere più trasparente e chiara nel mercato e staccarsi dal controllo familiare. La democrazia economica (partecipazione di vasti strati alla proprietà delle imprese) diventa un modo per conciliare la creazione di ricchezza degli azionisti con le responsabilità sociali delle imprese. Oggi, la creazione del valore è una sorta di obiettivo ufficiale delle imprese, ampiamente riconosciuto e incluso formalmente anche nelle mission aziendali.
L’impresa orientata al valore
La teoria della creazione del valore, oltre che dire che l’obiettivo dell’impresa è quello di massimizzare il valore del capitale economico, mette anche in condizione il management di poter stabilire concretamente quali interventi e soluzioni si possono adottare per realizzare questo risultato. Nella gestione orientata al valore ci sono due aspetti:
- Interventi di ristrutturazione: sono importanti quando un’impresa adotta per la prima volta i principi per la creazione di valore, questi partono da un esame del quadro esistente per individuare le attività che non generano valore e quelle che hanno bisogno di drastici miglioramenti. Questi interventi portano a una ristrutturazione complessiva (corporate restructuring) con impatti sulle diverse aree d’affari, la struttura delle fonti di finanziamento, l’assetto del gruppo societario, gli organigrammi e i livelli di occupazione.
- Introdurre il value-based management (VBM): introdurre nella gestione quotidiana sistemi operativi che determinano un costante orientamento al valore. Comprende una serie di tecniche e principi ed è costituito da tre componenti:
- La misurazione del valore creato (si usa sempre la contabilità ma si devono introdurre misure nuove);
- La pianificazione degli investimenti e delle scelte aziendali con un’applicazione di metodi decisionali ad hoc, che incorporino principi di creazione del valore (se un utile positivo non copre il capitale investito non è ottimo, per questo si devono minimizzare gli sprechi, essere più restrittivi sul calcolo dei rendimenti degli investimenti e sulle autorizzazioni alla spesa);
- Un sistema di incentivazione, per ottenere che le scelte del management siano indirizzate alla creazione di valore per gli azionisti (nuovi criteri di retribuzione e premi legati al valore creato).
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