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A cura di MinervaPallade

Università Bocconi, A.A. 2021-2022, classe 20

ECONOMIA AZIENDALE E BILANCIO – MODULO 1

(ECONOMIA AZIENDALE) - 50013

Prof. Alessandro Minichilli, Prof.ssa Chiara D’Ambrosio

Parte Seconda, novembre – dicembre 2021

INDICE

L’economicità: l’equilibrio economico di lungo periodo, l’autonomia, la sostenibilità

La rappresentazione dell’economicità secondo il modello del bilancio di esercizio. Il reddito di

esercizio e il capitale di funzionamento

La riclassificazione dei valori di bilancio – I flussi di cassa

L’analisi della redditività, della solvibilità e della liquidità mediante i quozienti di bilancio

La leva finanziaria – Le scelte di dimensionamento della capacità produttiva: le economie di scala,

di saturazione e di apprendimento

Le scelte di struttura dei costi. L’analisi costi-volumi-risultati.

L’ECONOMICITA’: L’EQUILIBRIO ECONOMICO DI LUNGO PERIODO,

L’AUTONOMIA, LA SOSTENIBILITA’

Si dà equilibrio istituzionale se sono soddisfatte due condizioni:

1) C’è condivisione degli obiettivi da parte dei membri del soggetto di istituto: i.e. le persone

titolari di interessi istituzionali (economici) condividono finalità istituzionali, valori, logiche

e strutture organizzative, …

2) C’è equità nella relazione tra contributi offerti e ricompense ottenute: i.e. le ricompense

(monetarie e non) sono adeguate ai contributi che le persone apportano. Evidentemente, se

così non fosse, l’istituto perderebbe membri e non risulterebbe attrattivo, specialmente per le

figure professionali più critiche.

Il soddisfacimento di tali condizioni richiede, a livello teorico, tre componenti: l’economicità, la

durabilità e l’autonomia. Si tratta di tre caratteri necessariamente interconnessi, la cui compresenza

assicura l’equilibrio istituzionale.

a) L’economicità è la capacità di attrarre risorse sufficienti per remunerare tutte le condizioni di

produzione e di consumo,

b) La durabilità è la capacità di perdurare nel tempo in ambiente mutevole,

c) L’autonomia è la capacità di determinare liberamente i propri fini. (Autonomia non significa

che gli istituti operano in maniera isolata).

Interconnessioni:

- Autonomia e durabilità dipendono dalla capacità di attrarre risorse sufficienti (economicità)

- Senza autonomia, la durabilità è a rischio: perché se l’istituto deve sistematicamente ricorrere

al sostegno di altri soggetti esterni (e.g. in presenza di un elevato indebitamento) la sua

sopravvivenza è precaria 1 A cura di MinervaPallade

- In assenza di autonomia e durabilità l’istituto è incapace di perseguire i fini istituzionali,

secondo economicità

- Senza economicità si rischia la cessazione, l’acquisizione, o comunque il cambio del soggetto

d’istituto

L’equilibrio istituzionale è pertanto il risultato di economicità più autonomia più durabilità.

Se è vero che tutte e tre le componenti sono fondamentali, e che il vulnus di una inquina le altre, è

vero anche che l’economicità è il pilastro iniziale e finale di questo equilibrio circolare, e possiamo

senz’altro affermare che essa è, allo stesso tempo, condizione di vita degli istituti, principio e obiettivo

fondamentale di un buon governo d’istituto. Come tale si esplicita nella capacità di operare senza

accumulare perdite nel lungo periodo e senza ingerenze e interventi sistematici di terzi. (Qui non si

mette in dubbio la necessità di ricorrere al capitale di prestito per finanziare la propria attività

economica, questo è fisiologico, si vuole invece sottolineare il limite imposto dal principio di

autonomia).

Dall’equilibrio istituzionale si è soliti distinguere l’equilibrio economico, entrambi sono intimamente

connessi, ma non sono sincroni: nel breve periodo può infatti capitare che vi sia equilibrio

istituzionale, pur senza equilibrio economico, essendo che in genere i costi e i ricavi precedono gli

incassi e i pagamenti (e.g. differiti a 30, 60, 180 giorni).

L’economicità è, più ampiamente, condizione di equilibrio economico di lungo periodo.

Per raggiungere l’economicità è necessario perseguire il fine economico istituzionale dominante

(diverso a seconda della classe di istituti presa in considerazione), nel rispetto simultaneo di quattro

condizioni di funzionamento:

1) L’equilibrio reddituale è l’equilibrio tra i componenti positivi di reddito (tutti i CPR, non solo

i ricavi) e i componenti negativi di reddito (tutti i CNR, non solo i costi)

L’equilibrio reddituale è l’attitudine della gestione di remunerare, con in CPR, alle condizioni

di mercato, tutti i fattori della produzione (capitale di rischio e di prestito compresi).

L’equilibrio si valuta su un orizzonte temporale di riferimento, in genere di lungo periodo (i.e.

si considerano più esercizi), ma questo dipende dal ciclo economico dell’impresa in esame.

Si parla di equilibrio aziendale, se oggetto di valutazione reddituale è la singola azienda, o di

equilibrio super-aziendale, se oggetto è un gruppo di aziende. (N.B. la singola azienda può

non essere in equilibrio reddituale, mentre il gruppo sì, e viceversa; questo perché in un’ottica

di gruppo vi sono relazioni, vantaggi, sacrifici, …)

2) L’efficienza e la flessibilità

L’efficienza è il rendimento fisico-tecnico dei processi produttivi, in termini di

massimizzazione dell’output in funzione di uno stesso input; essa mette quindi in relazione i

risultati conseguiti ed i mezzi impiegati. L’efficienza si migliora attraverso l’innovazione dei

processi produttivi (es. filosofia del just in time).

La flessibilità è la capacità di adattarsi velocemente alle condizioni ambientali mutevoli, come

si può intuire, la flessibilità influisce sull’efficienza.

N.B. Anche in presenza di inefficienze ci può essere equilibrio reddituale (per farla semplice,

utile), cionondimeno l’economicità è a rischio, ad esempio in situazione di monopolio, per

condizioni esterne favorevoli, o più banalmente esternalità negative (in questo caso i costi

sono scaricati sulla collettività). La situazione è insostenibile sul lungo periodo.

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3) La congruenza delle remunerazioni, cioè la congruità dei prezzi-costi e dei prezzi-ricavi, si

sostanzia in remunerazioni adeguate rispetto alle condizioni ambientali (strutture di domanda

e offerta) e al costo-opportunità.

Il concetto di costo-opportunità riguarda i conferenti di capitale di rischio, indica infatti il

mancato rendimento che l’investitore avrebbe derivato se avesse investito in un’altra impresa

a parità di rischio (perché il rendimento è proporzionale al livello di rischio). Il costo-

opportunità si compone di: a) rendimento di investimenti a rischio nullo (titoli di stato, anche

se stati diversi hanno un’affidabilità diversa, cfr. spread) e b) compenso per il rischio

dell’impresa (lo spread appunto).

N.B. L’equilibrio reddituale può sussistere, anche se talvolta nasconde incongruità delle

remunerazioni (e ancora una volta l’economicità è messa in discussione), per esempio di

fronte a monopoli, evasioni fiscali (non viene adeguatamente remunerato lo Stato),

delocalizzazioni produttive (in località dove è possibile sfruttare la forza lavoro) o imprese

familiari (dove il rapporto di lavoro non è formalizzato, cfr. lavoro in nero). La situazione è

insostenibile sul medio-lungo periodo.

4) L’equilibrio monetario è l’equilibrio tra le entrate (incassi) e le uscite (pagamenti) monetarie.

L’equilibrio monetario è la capacità di far fronte, istante per istante, agli impegni di

pagamento. Esso è strettamente legato all’equilibrio reddituale, di regola con un certo

sfasamento (che dipende dalla natura dell’impresa: per esempio le imprese cantieristiche

anticipano di molto i costi e i pagamenti rispetto ai ricavi e relativi incassi, viceversa le

imprese assicuratrici anticipano i ricavi ai costi). Della diversa manifestazione tra costi e ricavi

e i loro flussi monetari si occupa la gestione finanziaria, ricorrendo all’indebitamento.

N.B. L’equilibrio monetario può venir meno anche se sussiste quello reddituale, e il rischio

che erode l’economicità è l’eccessivo indebitamento, con oneri finanziari sempre più alti,

perché sempre maggiori sono i tassi di interesse.

Per concludere, il principio di economicità non si identifica con la massimizzazione del profitto, che

è solo l’interesse dei conferenti di capitale di rischio, ma nella soddisfazione di tutti i portatori di

interessi che partecipano all’istituto. E questo vuol dire rispettare le condizioni di funzionamento per

garantire la sostenibilità e lo sviluppo dell’impresa, in vista del conseguimento dei fini complessi

(perché complesso è il gruppo degli stakeholder) dell’istituto.

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LA RAPPRESENTAZIONE DELL’ECONOMICITA’ SECONDO IL MODELLO DEL

BILANCIO D’ESERCIZIO. IL REDDITO DI ESERCIZIO E IL CAPITALE DI

FUNZIONAMENTO

Il modello del bilancio di esercizio è un modello che nasce per soddisfare esigenze informative, in

primo luogo, dei portatori di interessi istituzionali (e del management), ma anche della collettività

tutta. Il BILANCIO esprime la ricchezza generata per effetto dell’attività d’impresa, in particolare

esso si compone essenzialmente di due documenti:

1) Il CONTO ECONOMICO, documento che rappresenta il REDDITO DI ESERCIZIO, i.e. la

variazione della ricchezza disponibile in un certo lasso di tempo, detto periodo di esercizio.

Tale variazione vede l’acquisizione dei fattori di produzione (attraverso le risorse iniziali),

l’utilizzazione dei medesimi (ai fini produttivi) e il collocamento dei beni e servizi risultanti

(presso terze economie).

Il conto economico registra i CNR (INPUT, costi e non solo) e i CPR (OUTPUT, ricavi e non

solo); e risponde alla domanda: l’attività dell’impresa è in grado di remunerare tutte le

condizioni di produzione?

2) Lo STATO PATRIMONIALE, documento che rappresenta il CAPITALE DI

FUNZIONAMENTO, i.e. la ricchezza disponibile ad una certa data.

Lo stato patrimoniale registra i valori delle ATTIVITA’ (IMPIEGHI) e delle PASSIVITA’

(FONTI); e risponde alla domanda: in questo momento l’impresa di quali beni, diritti, obblighi

è titolare?

Il bilancio è D’ESERCIZIO nel senso che è redatto in considerazione di un certo periodo (lo stesso

periodo di esercizio a cui si riferisce il conto economico, mentre lo stato patrimoniale, che

accompagna il conto economico, ha data alla chiusura dell’esercizio), si distingue:

a) L’ESERCIZIO GENERALE: l’insieme delle operazioni messe in atto dall’impresa lungo tutta

la sua vita (tipicamente riguarda imprese non più in attività)

b) L’ESERCIZIO PARZIALE: l’insieme delle operazioni messe in atto dall’impresa in c.d.

PERDIODI AMMINISTRATIVI, la cui lunghezza varia a seconda delle necessità; per

prescrizione di legge il bilancio deve essere redatto almeno annualmente per soddisfare le

esigenze informative esterne (poi chiaramente, esigenze informative interne possono

necessitare di bilanci semestrali, trimestrali, o conti economici mensili, … a seconda della

natura dell’attività).

Detto questo, il periodo che va dall’APERTURA DELL’ESERCIZIO alla CHIUSURA

DELL’ESERCIZIO non coincide necessariamente con i cicli economici:

1) CICLO REDDITUALE: dai costi ai ricavi

2) CICLO TECNICO: dall’inizio alla fine della produzione

3) CICLO MONETARIO: dai pagamenti alle riscossioni

Ad esempio, non tutte le condizioni di produzione esauriscono la loro utilità nel periodo

corrispondente al singolo esercizio (si pensi agli impianti di produzione), così come non tutti i

processi iniziano e terminano nello stesso periodo (si pensi a possibili rimanenze in magazzino).

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È quindi necessario introdurre il PRINCIPIO DI COMPETENZA, quel principio che guida la

costruzione del conto economico:

- Nella tavola del reddito di esercizio devono essere inclusi tutti e soltanto gli output prodotti

nell’esercizio, e tutti e soltanto gli input assorbiti per produrre tali output. (C’è quindi una

precisa corrispondenza).

Abbiamo già anticipato che componenti negativi di reddito non è sinonimo di costi, né componenti

positivi di reddito sinonimo di ricavi (nel conto economico parliamo infatti di CNR e CPR, non di

costi e ricavi) perché:

a) esistono CNR che non sono costi (e.g. quote di ammortamento)

b) esistono CPR che non sono ricavi (e.g. rimanenze finali)

c) esistono costi che non sono CNR (e.g. prezzo delle immobilizzazioni)

d) non esistono invece ricavi che non sono anche CPR

Il concetto di AMMORTAMENTO nasce per stabilire in che misura beni durevoli pluriennali (o

immateriali) hanno concorso alla produzione nel rispetto del principio di competenza, e

conseguentemente quanto riconoscere in termini di CNR, come QUOTA DI AMMORTAMENTO.

Esistono vari modi per calcolare questa quota, il più semplice è quello di dividere il valore del bene

per la sua vita utile (i.e. il periodo in cui è utilizzabile; questa stima può essere rivista nel tempo, e la

quota revisionata).

A livello operativo nel conto economico tra i CNR verrà iscritta la Q. di A., mentre il valore totale

viene registrato nello stato patrimoniale tra le attività, perché per l’impresa è a tutti gli effetti un

investimento. Da notare, che il valore totale deve essere iscritto al netto del FONDO DI

AMMORTAMENTO, cioè delle Q. di A. già riconosciute, in quanto assorbite.

Nel bilancio troviamo VALORI che hanno origine diversa, distinguiamo:

a) VALORI CERTI: valori incontrovertibili, espressione di fenomeni (in genere riportati in

fatture), che sorgono durante il periodo amministrativo per effetto delle negoziazioni

b) VALORI STIMATI: valori approssimati, il cui ammontare è abbastanza incerto, me che

devono essere rilevati a fine esercizio in ragione del principio di competenza (e.g. stima delle

giacenze in magazzino). (Stima e previsione in statistica sono due concetti differenti).

c) VALORI CONGETTURATI: valori immaginati (frutto di calcoli fondati su ipotesi-finzione),

il cui ammontare è molto incerto, ma che devono essere rilevati a fine esercizio in ragione del

principio di competenza (e.g. determinazione delle quote di ammortamento)

N.B. I valori sono stimati e congetturati sempre secondo prudenza. Essendo che l’utile (o la

perdita) è il risultato di un calcolo che include solitamente tutti e tre i tipi di valori, esso è pur

sempre un valore congetturato, perché assorbe il livello di incertezza degli altri.

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Con riguardo al conto economico, il REDDITO DI ESERCIZIO è l’insieme di tutti i valori ivi

rappresentati, mentre il RISULTATO REDDITUALE (di esercizio) è la differenza tra tutti i CPR e i

CNR, tale differenza rappresenta la remunerazione di una particolare condizione di produzione

(quindi è a sua volta un CNR): il capitale di rischio; il risultato reddituale si dice:

- Perdita, se è negativo (RRE < 0)

- Utile, se &egr

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/07 Economia aziendale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MinervaPallade di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di economia aziendale e bilancio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano o del prof Minichilli Alessandro.
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