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Economia aziendale - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti di Economia aziendale. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: le persone, l'attività economica, l'economia aziendale, le relazioni tra aziende, lo scambio, i modelli di rappresentazione delle aziende, le teorie, i modelli, i sistemi.

Esame di Economia aziendale docente Prof. M. Bianchi

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assumono in pieno il rischio economico, con modalità differenti a seconda dell'assetto giuridico

adottato.

Il soggetto economico, sebbene composto da una pluralità di persone con interessi non uniformi (e

che non convergono spontaneamente in n interesse di ordine superiore), è “unitario” ed “unico” in

corrispondenza dell'unitarietà e dell'unicità dell'attività economica d'impresa, che produce

contestualmente la possibilità di soddisfare le differenti attese. All'unitario soggetto economico

fanno capo le prerogative dell'esercizio del governo economico. Queste si manifestano

principalmente come insieme di scelte relative ai principali elementi della struttura aziendale: scelte

di assetto istituzionale (definizione degli organi rappresentativi del soggetto economico, dei relativi

compiti e delle modalità di funzionamento; nomina delle persone destinate a coprire le relative

funzioni, ecc...), di configurazione delle combinazioni produttive (scelta dell'oggetto sociale, cioè dei

beni da produrre e delle classi di negoziazioni da svolgere, ecc...), di assetto tecnico, di assetto

organizzativo, di organismo personale, di patrimonio (soprattutto dimensione e struttura del capitale

proprio). Tuttavia, il soggetto economico è costituito da una pluralità di persone, spesso in numero

molto elevato, con interessi differenti e con attitudini varie all'esercizio in prima persona del governo

economico. Di regola non è possibile o conveniente che tutti i membri del soggetto economico

partecipino personalmente o direttamente al governo economico dell'impresa; si presenta così il

problema di costituire uno o più organi che, da un lato rappresentino adeguatamente tutti gli

interessi dei membri del soggetto economico e che, dall'altro, siano composti da persone con le

adeguate competenze professionali e doti morali. I vari organi tendono a disporsi in una successione

gerarchica del tipo:

grado A: uno o più “organi supremi diretti”, composti cioè da tutte le persone membri del soggetto

• economico (ad esempio assemblea dei prestatori di lavoro, assemblea dei conferenti di capitale,

assemblea dei finanziatori);

grado B: un'assemblea rappresentativa degli organi supremi diretti (i suoi membri sono nominati da

• tali organi);

grado C: un collegio degli amministratori;

• grado D: un collegio esecutivo di amministratori (“comitato” o “consiglio esecutivo”);

• grado E: un “amministratore delegato” (con eventuali funzioni di presidente o direttore generale).

In generale gli organi di ciascun grado definiscono i compiti e nominano i componenti degli organi di

grado inferiore. La numerosità dei livelli è di solito funzione della complessità dell'azienda.

Lo schema sin qui delineato si completa con l'inserimento dei compiti e degli “organi di sindacato e

di riscontro del governo economico”, composti da persone che rappresentano il soggetto economico

ed altri interessi fondamentali dell'ambiente nel quale si svolge l'azienda. I principali interessi esterni

rappresentati dall'organo di sindacato sono di regola quelli dei creditori (sia per fornitura di beni che

per crediti da finanziamento) e degli istituti pubblici territoriali.

L'attento disegno della struttura degli organi istituzionali non è di per sé garanzia di soddisfacenti

processi di contemperamento dei differenti interessi istituzionali. Tuttavia, una non corretta

impostazione delle strutture e dei processi di contemperamento degli interessi istituzionali è ad un

tempo causa ed effetto del formarsi e dell'agire di soggetti economici impropri.

I vari fini e soggetti dell'impresa sono passibili di varie interpretazioni alternative a quella fin qui

adottata. A titolo di esempio si può accennare alle “teorie manageriali dell'impresa”, nate dal bisogno

di superare i limiti delle teorie “classiche”, basate sulla coincidenza di proprietari e managers (la

figura dell'imprenditore) e su quella tra obiettivo dell'imprenditore e dell'impresa (profitto). Tutte le

teorie manageriali si fondano sulla distinzione tra “proprietà” e “management”, da cui deriva la

possibilità, per il manager, di perseguire obiettivi diversi dalla massimizzazione del profitto (in

queste teorie, per “profitto” si intende un generico indicatore della remunerazione del capitale

proprio):

1.teoria manageriale della massimizzazione dei ricavi di vendita: il manager sostituisce all'obiettivo

del profitto quello della massimizzazione dei ricavi di vendita (la preferenza per gli elevati volumi

di vendita è spiegata soprattutto dal fatto che retribuzioni e prestigio del manager sono correlati

più alle dimensioni aziendali, piuttosto che ai profitti);

2.teoria manageriale sulla massimizzazione della funzione di utilità: i manager godono di una certa

discrezionalità nel perseguire politiche che massimizzano le loro utilità, anziché quelle dei

conferenti di capitale (il profitto) che fungono così da vincolo. Può dunque capitare che un

manager effettui spese più utili al suo prestigio che non conveniente per l'impresa;

3.teoria manageriale sulla massimizzazione del “tasso bilanciato di crescita”: si basa sulla crescita

della domanda dei beni prodotti dall'impresa e dell'offerta di capitali destinati a finanziare tale

sviluppo.

Altri contributi prendono invece spunto dalle complementari teorie degli “Agency Costs” (relazioni

e costi di agenzia) e dei “Property Rights” (diritti connessi alla proprietà dei fattori di produzione):

1.il primo contributo sviluppa il tema della relazioni d'agenzia tra i “proprietari” (conferenti di

capitale risparmio, in genere gli “azionisti”) ed i manager (le persone che svolgono le funzioni di

governo economico e di direzione ai livelli massimi). La relazione di agenzia è un rapporto

contrattuale in cui una o più persone (i mandanti), ingaggiano un'altra persona (l'agente) affinchè

quest'ultimo svolga, in loro vece, date attività, delegandogli talune responsabilità decisionali.

Tuttavia, se entrambe le parti tendono a massimizzare le rispettive utilità, è lecito attendersi che

l'agente non sempre agirà nel miglior interesse dei mandanti. Per questi, sorgono così dei costi

d'agenzia, necessari per tenere sotto controllo l'operato dell'agente (costi di sorveglianza,

incentivi, mancata ottimizzazione dei risultati, ecc...). Il rapporto tra azionisti e managers è un

puro rapporto d'agenzia, ma vi sono da specificare varie circostanze:

nel caso di un solo azionista e dell'esercizio esclusivo da parte sua del governo

• economico, egli compirà le proprie scelte in modo da massimizzare la sua utilità

(funzione non solo della remunerazione del capitale, ma soprattutto di benefici

addizionali di prestigio, stima, ecc...);

nel caso di un azionista a cui si affiancano altri conferenti di capitale con limitate quote

• minoritarie, è probabile che il primo si trovi in una condizione ancora più favorevole

rispetto alla precedente, potendo continuare a godere di benefici addizionali, ma

sostenendone il “costo” solo per la sua quota di capitale conferito;

quando il manager è conferente di una piccola quota del capitale proprio, si manifesta

• la tendenza ad estendere i benefici addizionali ed è bassa la propensione a compiere

particolari sforzi per l'efficienza e l'innovazione industriale, dato che i risultati

(remunerazione del capitale) andrebbero in gran parte a vantaggio degli altri azionisti

(conflitto tra azionisti di maggioranza e manager).

2.il secondo contributo presenta l'azienda come una squadra (team) dove i membri agiscono per il

proprio interesse, consci però del fatto che questo dipende dalla sopravvivenza del team e dalla

competizione con altre squadre. L'azienda è vista anche come un insieme di contratti: ogni

persone è proprietaria di una particolare condizione di produzione, che viene riunita dell'impresa

al fine di poter produrre risultati. Da questo, la proprietà del capitale non deve essere confusa con

la proprietà dell'azienda. In questo filone non si cita la figura dell'imprenditore (che suggerisce

l'idea di inscindibilità tra persone ed imprese), mettendo in luce l'esistenza di due “mercati” di

capitali e di lavoro manageriale, che conferenti di capitale e managers possono usare per trasferirsi

da un'impresa all'altra, fino a raggiungere un equilibrio delle relazioni abbastanza stabile.

Interessante è anche la teoria delle strategie sociali dell'impresa. Un ipotesi del mondo occidentale è

che le imprese operanti secondo canoni di efficienza, competizione ed economicità, svolgono

convenientemente la propria funzione di produzione di beni privati, contribuendo allo sviluppo

economico (e, di riflesso, sociale e civile) dell'intera collettività. L'esperienza ha però dimostrato che

l'operare soltanto alla ricerca della convenienza economica produce inconvenienti per la comunità: da

qui la necessità dell'intervento dello stato nella regolamentazione dello svolgimento dell'attività

economica. Per più di un secolo le imprese sono state lo strumento principale del progresso

economico-sociale dell'umanità. Quando l'obiettivo del progresso economico ha smesso di essere

considerato dominante, sono stati varati diversi interventi che tentano di trasformare l'impresa da

uno strumento puramente economico in uno socio-economico.

Paragrafo 6.3: “L'assetto istituzionale delle aziende di consumo familiari”

La famiglia è un istituto identificato da un bene comune non di tipo economico: “generare, allevare,

educare ed assistere le persone”; la famiglia si costituisce pertanto per prevalenti finalità di tipo

extra-economico. Per la formazione e l'ordinato sviluppo della vita familiare si svolge anche l'attività

economica: prevalentemente di consumo, ma anche di lavoro, di studio e di gestione patrimoniale.

Importante, al fine del raggiungimento dei fini non economici, è che l'azienda familiare si svolga

secondo economicità. Il fine economico istituzionale della famiglia è il consumo di beni privati e di

beni pubblici, secondo modalità ritenute soddisfacenti; questo è direttamente connesso al

conseguimento di redditi di lavoro e di gestione patrimoniale, atti non solo a coprire i consumi ed i

tributi, ma anche tali da consentire un risparmio da destinare alla conservazione ed all'incremento del

patrimonio da reddito e da rivalutazione. La produzione di redditi da lavoro e da gestione

patrimoniale (unitamente ai trasferimenti di patrimonio tra famiglie) non è l'unica modalità di

soddisfacimento dei bisogni economici e di formazione del risparmio-patrimonio. Importanza

determinante la hanno il “lavoro interno” (applicato ai servizi domestici e di assistenza alle persone,

alla trasformazione dei beni acquistati per renderli atti al consumo, nonché alla produzione di beni di

consumo immediati e durevoli) e lo studio dei membri della famiglia (osservato, in ottica economica,

come attività destinata a sviluppare future capacità di lavoro).

Membri del soggetto di istituto della famiglia sono tutti i membri della famiglia stessa. Al soggetto

economico appartengono allo stesso modo i membri della famiglia, unitamente, però, a persone

esterne che prestano gran parte (o la totalità) delle energie di lavoro alla famiglia, collaborando alle

attività domestiche o di gestione patrimoniale. Gli interessi economici possono essere portati anche

da persone di altre famiglie con uno stretto legame di parentela (si tratta comunque di interessi

economici non istituzionali, a meno che non si configurino “gruppi economici di aziende familiari”).

Il governo economico dell'azienda familiare comporta un articolato insieme di decisioni, sempre

complesse per il loro significato non solo economico: si tratta, in sintesi, di complesse scelte in

merito al “volume complessivo di lavoro” da svolgere in varie forme da parte dei membri della

famiglia, all'organizzazione del lavoro interno, alla specializzazione economica (internalizzazione o

esternalizzazione dei vari tipi di attività). Le prerogative di governo economico spettano a tutte le

persone che la compongono e che, per età, esperienze e competenza, siano in grado di valutare

correttamente i termini economici e non economici delle decisioni da prendere, compiendo scelte

consapevoli. Spesso si usa delegare in larga misura tali prerogative ad un solo membro della famiglia

(capo-famiglia per gli aspetti economici). Non è sempre agevole il contemperamento degli interessi

economici dei singoli, in quanto esso implica il riferimento ai redditi, ai risparmi, ai bisogni ed ai

consumi di tutti i membri della famiglia. Tuttavia (a parte il caso di un solo coniuge ed uno o più figli

minorenni), nelle aziende familiari non servono organi di sindacato e di riscontro del governo

economico. Infine, l'assetto istituzionale delle aziende familiari può essere significativamente

qualificato da varie forme di relazioni interaziendali.

Paragrafo 6.4: “L'assetto istituzionale delle aziende composte pubbliche”

Lo stato si articola in complesse strutture di istituti pubblici, tra questi, di particolare rilievo sono:

lo stato stesso, le regioni, le province ed i comuni. Si tratta di istituti di tipo politico e sociale (il fine

generale, cioè il bene comune, è la realizzazione del progresso sociale e spirituale di tutti i loro

membri), caratterizzati però anche da rilevanti fini e processi di tipo economico. I fini economici

istituzionali delle aziende composte pubbliche (intese come ordine economico degli istituti pubblici

territoriali) sono il soddisfacimento dei bisogni pubblici di tutti i membri della collettività e la

remunerazione del lavoro dei prestatori di lavoro. Di conseguenza, membri del soggetto economico

sono tutti gli appartenenti alla collettività ed ai prestatori di lavoro.

L'azienda composta pubblica si svolge secondo economicità nel momento in cui la produzione dei

beni pubblici e la gestione dei tributi sono attuate secondo efficienza, il prelievo fiscale è attuato

secondo principi di equità condivisi dalla collettività, la remunerazione del lavoro rispetta i requisiti

esposti con riferimento alle aziende di produzione, la gestione patrimoniale produce redditi

convenienti, si realizza un risultato tale da non compromettere, nel lungo periodo, la stabilità del

sistema economico nazionale.

La numerosità dei membri delle collettività politiche, la varietà dei loro interessi (economici ed extra-

economici), la pluralità degli istituti di cui le persone sono contemporaneamente parte e la

congiunzione dei ruoli di consumatori e di contribuenti, rendono particolarmente complessi i

problemi relativi alla scelta delle strutture e dei processi di esercizio del governo economico negli

istituti pubblici. Per questi motivi le prerogative di governo economico vengono esercitate

indirettamente per via di organi collegiali, i cui membri sono scelti mediante elezioni. Negli

ordinamenti politi moderni, questi organi collegiali non sono organi esclusivamente di governo

economico, ma svolgono prioritariamente compiti di governo politico. La distinzione e l'integrazione

dei ruoli politici e dei ruoli economici si attuano a due livelli: al secondo di questi si attua una sorta di

distinzione tra gli “organi politici” e gli organi della “struttura amministrativa”. I primi sono

composti dalle persone elette dai membri della collettività, che esprimono le proprie preferenze in

funzione delle caratteristiche personali dei candidati ed ad essi richiedono di interpretare le attese di

ogni tipo della comunità, riconducendole ad un bene comune; i secondi sono composti dai prestatori

di lavoro di vario livello, ai quali si richiedono soprattutto competenze professionali di tipo

tecnico/economico. Si formano soggetti economici impropri (trascurando il principio di economicità),

quando l'azienda composta pubblica diventa strumento di organizzazioni politiche o di particolari

categorie di utenti e di prestatori di lavoro, anziché strumento di realizzazione del bene comune della

collettività.

L'assetto istituzionale di ciascun istituto pubblico è sempre qualificato per aspetti molto importanti

dalla rete delle relazioni istituzionali in cui si trova inserito. Innanzitutto vi sono le relazioni che

compongono i vari istituti pubblici nella complessiva struttura della pubblica amministrazione

(distinzione-congiunzione di competenze per i beni pubblici da produrre, nomina dei membri degli

organi politici e della struttura amministrativa, ecc...); vi sono poi le relazioni con le imprese

derivanti dal conferimento di capitale pubblico nella specie di capitale proprio.

Capitolo 1 (Nobolo): “La continuità dell'azienda nel cambiamento”

Paragrafo 1.1: “L'impresa e il soggetto economico”

L'impresa è un istituto economico duraturo nel tempo, motivo per cui non si avrebbe impresa (ma

solamente “attività economica parziale”) quando la durata fosse definita o limitata nel tempo (anche

nel caso di un orizzonte temporale molto vasto). L'istituto economico permane nel tempo, pur con il

dinamico e continuo variare dei suoi elementi e fattori, delle risorse e delle energie personali e

materiali. Il continuo divenire dell'impresa (in particolare dell'azienda di produzione, ordine

economico dell'impresa) è sempre connesso alle decisioni ed alle operazioni di coloro che operano

nell'azienda. Tra questi, ha influsso rilevante sulla gestione il soggetto economico e chi, direttamente

o indirettamente, ne attua le prerogative. Al sorgere dell'azienda, il soggetto economico coincide

solitamente con chi vi ha investito capitale risparmio e parimenti vi presta lavoro. Nel prosequio del

tempo, con l'ampliarsi delle coordinazioni produttive, con l'aumento delle persone che prestano la

propria opera, con l'impiego di sempre più vaste risorse di capitale, l'originale identificazione tra

membri del soggetto economico tende a disperdersi, avviando un processo che è spesso disgregativo

del soggetto economico stesso. Tale divergenza di attese ed aspettative è ben difficilmente

conciliabile e spesso porta alla crisi del soggetto economico e dell'azienda stessa. Si possono dunque

identificare tre presupposti della durata indefinita dell'azienda:

1.esistenza di un soggetto economico che sappia conciliare le diverse attese dei suoi membri e che

non attui delle scelte per il soddisfacimento dei bisogni in ostacolo al dinamico divenire aziendale;

2.sovente è l'ambiente economico e sociale in cui l'azienda si attua, che comporta diversità di scelte e

di nuovi equilibri. Le varie dinamiche concorrenziali, la cultura ambientale e l'evoluzione del

diritto positivo sono solo alcuni dei principali fattori ambientali che possono modificare

l'equilibrio raggiunto, comportando nuovi cambiamenti e adattamenti alle diverse situazioni. Ne

consegue un incessante movimento verso nuovi equilibri interni ed esterni (con vincoli dati dalla

situazione precedente e dai pregressi equilibri che potranno essere superati se i nuovi sono

“migliori”). Importante è evitare le tendenze di ricercare qualche vantaggio, tipiche di alcuni

membri del soggetto economico, a discapito di altri;

3.terzo fattore è l'equilibrio dato dalle attese del soggetto economico tramite i risultati dell'azienda

nel suo divenire; tale soddisfazione è data dalla coerenza tra attese, scelte di struttura e variabili

ambientali. Se esiste tale coerenza, i risultati che l'azienda raggiunge sono motivo di ulteriore

equilibrio tra i membri del soggetto economico e possono innescare un “circolo virtuoso” che

permette all'azienda di perdurare nel tempo. I livelli di equilibrio sono dati appunto dalla coerenza

tra attese e risultati e dalla “consonanza” tra gli elementi aziendali e quelli dell'ambiente in cui essa

si attua.

L'equilibrio tra le differenti attese dei membri del soggetto economico è primario rispetto a qualsiasi

altro obiettivo e comporta la mancata distruzione dell'azienda di produzione in cui essi sono

impegnati.

Paragrafo 1.2: “Il soggetto economico e gli attori chiave: il ruolo imprenditoriale”

La “letteratura” indica spesso l'imprenditore come colui che percepisce la necessità di un certo

bisogno sul mercato e che ne permette l'appagamento tramite il sorgere e lo svolgersi di un'azienda di

produzione; è cioè chi assume i rischi dell'attività dell'azienda di produzione e che quindi trae la

possibilità di fruire dei vantaggi e dei risultati che l'azienda può raggiungere. Tale impostazione è

riduttiva e non rileva compiutamente la concezione di soggetto economico: l'azienda si attua grazie

allo sforzo congiunto di tutti i membri del soggetto economico e dalla loro unione con il patrimonio

di pertinenza aziendale; non si può dunque ridurre l'origine e lo svolgimento di un'azienda di

produzione al solo sforzo di una persona (o di un piccolo gruppo di persone). Nella fase iniziale

dell'azienda assumerà ruolo critico colui, identificato come “ideatore”, che esprime nei fatti il “come”

e il “dove” svolgere l'attività aziendale. L'azienda ha tuttavia origine solo grazie al suo sforzo,

combinato a quello di tutti i suoi collaboratori: l'ideatore può comunque assumere il ruolo di

“coordinatore” e di “trascinatore”. In momenti successivi del dinamico divenire dell'azienda, ruolo

critico può essere assunto da un insieme molto più vasto di persone, che riconsiderino le situazioni

presente e passata della struttura aziendale e dell'ambiente. Spetta all'intero soggetto economico

definire gli ambiti aziendali, le combinazioni e le coordinazioni produttive, ma anche attuare tali

scelte in funzione di svariati fattori (scelte passate, previsioni future, aspettative dell'ambiente). In

questa situazione, il vincolo al ruolo dei vari operatori è l'equilibrio tra le attese dei membri del

soggetto economico; un equilibrio che per essere valido e motivante non può solo essere rivolto al

breve periodo, ma deve contemperare attese di breve e di lungo periodo. E' per questo che il ruolo di

chi prende le decisioni finali (di medio e lungo periodo), che coinvolgeranno profondamente

l'azienda, è di fondamentale importanza ed è spesso definito “ruolo imprenditoriale” (in gergo, si

tratta dei “capi d'azienda”).

A seconda delle diverse situazioni aziendali, il “ruolo imprenditoriale” è svolto da “organi” con

molteplici compiti nelle aziende di dimensioni ridotte, ma molto più complessi (e spesso formati da

una pluralità di persone) nelle aziende più grandi. Caratteristica comune di tali organi è il medesimo

orientamento di fondo, cioè l'atteggiamento verso i valori di fondo che sottostanno alla cultura

aziendale. L'importanza del ruolo imprenditoriale rende difficile la scelta su chi dovrà esercitarlo, ma

è ancora più difficoltosa l'individuazione dei successori, data la non sempre e facilmente

trasmettibilità dell'orientamento strategico di fondo.

Paragrafo 1.3: “I valori e la cultura aziendale”

Qualsiasi organizzazione è pervasa da valori (di carattere etico/economico nel caso delle imprese) che

stanno alla base della “cultura aziendale”. Un assunto fondamentale per il divenire aziendale è il

valore espresso dall'economicità di medio-lungo periodo; tale valore deve essere condiviso da tutti i

partecipanti all'azienda e si esprime nell'azione imprenditoriale su tre elementi: identità, coesione e

sensibilità sociale:

1.l'identità aziendale si basa sulla comune coscienza di una specificità particolare, fondata su di un

insieme di atti e simboli caratteristici e su una “immagine aziendale” accettata. Tale immagine

aziendale può a sua volta dividersi in ulteriori tre fattori:

immagine interna: cioè la rappresentazione che i collaboratori hanno dell'azienda;

• immagine ideale: cioè la rappresentazione dell'azienda che è proposta all'esterno (per

• esempio in fase di assunzione di nuovi collaboratori);

immagine della ripartizione del potere: percepita e vissuta dai membri dell'organismo

• personale.

Tali fattori sono fortemente connessi tra loro: la sinergia ottenibile dalla loro coesione è tanto più

forte quanto più l'identità aziendale è accolta come valore simbolo dell'azienda. Questo può essere

un elemento positivo per l'azienda (per esempio rende sopportabili anche i lavori più faticosi e

gravosi); viceversa, la discrasia tra tali fattori tende a distruggere l'identità aziendale, portando le

persone a non riconoscersi nei valori esplicitati e sviluppando energie disgregatrici della realtà

aziendale;

2.l'identità aziendale è rafforzata dalla coesione, cioè dalla forza che unisce tra loro i differenti organi

dell'organismo personale nella struttura aziendale. La coesione si basa sull'accettazione del

sistema dei valori aziendali, data da una reale volontà dei collaboratori alla comprensione

dell'identità aziendale ed è inoltre un effetto della pressione esercitata dall'ambiente socio-

economico, come meccanismo di ritorno dell'immagine aziendale. La coesione nasce dalla

percezione, da parte dei collaboratori, di essere parte di una comunità di vita, più che di lavoro, di

cui essi hanno la coscienza di essere portatori di valori umani e di relazioni e di non essere una

minaccia, un problema od un costo di produzione;

3.l'identità e la coesione aziendale sono rafforzate dal ruolo sociale che l'azienda esplica e che ha

ripreso ad essere considerato come fondamentale nell'evoluzione delle società moderne. L'azienda

è inserita in un contesto economico-sociale dove la sua continuità nel tempo, con modalità

autonome e specifiche, riveste un carattere di “obbligazione morale” che essa ha nei confronti del

suo ambiente (tanto maggiore quanto l'azienda ha una posizione fondamentale come

socializzazione e strategia produttiva”.

L'insieme di questi valori, delle modalità di esplicazione, dei riti e delle convinzioni che sono, in

misura più o meno coerente, accettate ed integrate nell'attività degli operatori aziendali (e, in

particolare, di coloro che hanno le massime responsabilità pro tempore nella conduzione

dell'azienda), identificano la “cultura d'impresa”.

Come tutte le organizzazioni umani, l'azienda sviluppa altresì un insieme di processi che governano

le relazioni all'interno dell'organismo personale nell'attuazione dell'attività quotidiana. Lo “stile” di

queste relazioni è parte integrante della cultura aziendale, in quanto è l'espressione del modo d'agire

dell'organizzazione. La cultura aziendale si adatta ai cambiamenti (dell'ambiente e dei suoi personaggi

chiave), ma può a sua volta causare cambiamenti nell'ambiente quando è fortemente radicato nei

membri dell'organismo personale, che possono così “contaminare” l'ambiente esterno.

Paragrafo 1.4: “Gli attori chiave e il passaggio generazionale”

Nell'ambito del soggetto economico si hanno alcune persone che svolgono un ruolo fondamentale

nella vita aziendale. Gli “attori-chiave” sono coloro che indirizzano la gestione aziendale, per periodi

più o meno lunghi; essi esercitano un potere che non deriva necessariamente dalla proprietà di quote

(più o meno rilevanti) di capitale risparmio e che quindi possono non essere identificabili con i

conferenti di capitale risparmio. Il diritto positivo indica solo i conferenti di capitale come aventi

diritto alla nomina dei componenti l'organo massimo di governo economico: questo comporta una

maggior responsabilità dei delegati nel tutelare i collaboratori a vario titolo nell'azienda, altrettanto

importanti nella vita aziendale. L'ideazione, la configurazione e la realizzazione delle strategie

aziendali pertiene agli attori-chiave, che perseguiranno risultati in relazione anche alle attese dei

conferenti di capitale risparmio. E' naturale che, in caso di economie delle famiglie dei conferenti di

capitale risparmio basate principalmente sui flussi reddituali e finanziari provenienti dall'azienda cui

partecipano, queste vengano coinvolte negativamente se i risultati ottenuti dagli attori-chiave sono

diversi da quelli proposti nei piani. La stretta inter-relazione tra attori-chiave e struttura

proprietaria, si pone così come vincolo esterno alle scelte aziendali. Questa ed altre dissonanze si

manifestano nei momenti di crisi aziendale ed in quelli di successione, con effetti che spesso

potrebbero essere drammatici; ne derivano la necessità di eliminare le possibili dissonanze tra cultura

familiare e cultura aziendale e di rendere omogenei i sistemi di lavoro condivisi dai componenti della

famiglia e dell'azienda. Il passaggio del ruolo di attore-chiave da una persona all'altra è sempre

traumatico per l'azienda in cui si verifica, in quanto qualsiasi organizzazione tende a mantenere

costante nel tempo la situazione organizzativa (i cambiamenti sono considerati portatori di

incomprensioni, difficoltà, ecc...). Questa tendenza, ostacolativa del dinamico divenire aziendale,

deve essere eliminata dagli attori chiave, pena la crisi dell'impresa (e quella della famiglia, nelle

imprese a conduzione familiare).

Capitolo 4 (Nobolo): “La proprietà e il governo dell'azienda di produzione”

Paragrafo 4.1: “La proprietà e il governo dell'azienda di produzione”

Uno dei fini principali perseguiti dal soggetto economico nelle vesti di governo economico è quello

della continuità dell'impresa. Tale continuità è strettamente interconnessa all'ambiente in cui si

attiva, alle dinamiche dei fattori integrate nell'impresa ed alla attività di gestione che deve svolgere il

soggetto economico per coordinare gli sviluppi dell'ambiente e dell'azienda. Tra i modelli teorici usati

per salvaguardare la continuità dell'azienda nel tempo, ha particolare rilievo l'osservazione

dell'influsso che la composizione-struttura dell'assetto istituzionale (con le sue variazioni nel tempo)

ha sulla gestione-direzione dell'azienda. Tali modelli toccano anche il problema della proprietà

dell'azienda: in generale, l'ordinamento giuridico dei paesi ad economia di mercato tende a legittimare

le proprietà dell'azienda di produzione a chi si assume il rischio economico generale (ossia i

conferenti di capitale). In campo economico, sumpre sul tema della “proprietà”, si sono sviluppati

diversi filoni d'indagine:

teoria dei diritti di proprietà: trae origine da una visione di tipo contrattualistico, dove l'azienda

• viene concepita come un insieme di relazioni contrattuali che si stabiliscono fra i diversi

partecipanti ad essa. Questo modello è formulato nell'ipotesi che controllo e proprietà

dell'azienda coincidano (la proprietà è dunque di chi è in maggioranza negli organi decisionali). I

punti cardine della teoria sono tre:

1.INCOMPLETEZZA CONTRATTUALE: i contratti stipulati in una transazione

economica non riguardano tutte le azioni future; gli individui sono quindi

disincentivati ad impegnarsi nel processo produttivo;

2.ETEROGENEITA' DEGLI INDIVIDUI: gli individui partecipanti al processo

produttivo sono differenti per competenze e capitali. Si ha una “coalizione di n

individui ed m capitale”, quando il valore di ciò che essi producco insieme è maggiore

della sommatoria dei valori di quanto potrebbero produrre singolarmente;

3.INNOVAZIONE: l'innovazione (intesa come investimenti nelle risorse umane) è

considerata un traino dello sviluppo economico.

In conclusione, si sostiene che l'allocazione del controllo sul capitale è ottimale se in ogni

coalizione sono proprietari coloro la cui sostituibilità nel processo produttivo è minima ed il

contributo al risultato economico aziendale è massima;

teoria dell'agenzia: trae anch'essa origine da una visione contrattualistica dell'impresa, ma si fonda

• anche sulla separazione tra proprietà e controllo dell'azienda. Le relazioni contrattuali sono quelle

tra “principals” (i “mandanti”, titolari del capitale di rischio) e gli “agents” (i managers assunti dai

principals per la direzione dell'azienda). La discrezionalità nell'operare degli agents, pone in

risalto il difficile allineamento degli interessi dei dei due soggetti. Per ovviare a questo problema si

deve far fronte ai cosiddetti “costi d'agenzia”:

1.COSTI DI CONTROLLO: per controllare, valutare, regolare ed incentivare i

comportamenti del management;

2.COSTI DI RASSICURAZIONE: sostenuti dagli agents per convincere i mandanti

che le decisioni intraprese sono nell'interesse di questi ultimi;

3.COSTI DI AGENZIA RESIDUALI: derivanti da qualsiasi altra discordanza, non

rimovibile tramite le due azioni precedenti;

tale teoria, in sintesi, mette in luce tutti quei costi aggiuntivi necessari alle aziende caratterizzate

da una forte distinzione tra proprietà e controllo (governo economico);

approccio “stakeholder”: questo filone di indagine considera l'azienda come un “sistema aperto”,

• sottolineando la necessità di non focalizzare l'analisi dei processi strategici e direzionali solo sul

gruppo dirigenziale, ma di estenderla anche ad altri soggetti. Tali soggetti sono appunto gli

“stakeholders”, ossia l'inseme dei principali interlocutori con cui l'azienda opra (conferenti di

capitale, clienti, fornitori, prestatori di lavoro subordinati, ma anche stato, sindacati, ecc...).

Questo approccio è caratteristico delle aziende più moderne, come quelle orientate al

consumatore (consumer-oriented), dove passano in secondo piano gli interessi dei titolari di

capitale rischio.

La legittimazione del diritto di proprietà con l'assunzione del “rischio d'impresa” è dettata da vari

fattori: in un'ottica di confronto con i prestatori di capitale a titolo di credito, i primi, non potendo

negoziare garanzie accessorie, si accollano un rischio di perdite economiche più elevato. Oltre a ciò, i

conferenti di capitale di rischio assumono anche l'impossibilità a riconvertire in forma liquida i

propri investimenti (o perlomeno al non farlo nei momenti desiderati). Tuttavia, ciò non esclude che,

in caso di crisi, i prestatori di capitale possano subentrare o compartecipare alle scelte gestionali (nel

momento, in sostanza, in cui anche a loro si estende il rischio dell'attività economica).

Paragrafo 4.2: “I modelli di governo economico”

Nello svolgersi continuo dell'attività economica, i componenti del soggetto economico, per compiere

le scelte di gestione, si basano su modelli di riferimento derivanti dai loro personali valori di fondo.

Questi modelli devono ovviamente essere semplificati rispetto alla realtà: ciò apre zone di incertezza

ad alto rischio, non contemplate dal modello in uso. Ne deriva una “razionalità limitata” che stà alla

base delle scelte aziendali. L'incompletezza dei modelli non consente di raggiungere tutti gli obiettivi

prefissati e per questo essi devono essere continuamente adeguati (quantitativamente, cioè per

quanto riguardo il numero di variabili – qualitativamente, cioè la scelta e l'ordine di priorità delle

variabili). Questi modelli di riferimento sono alla base di forme aggregative, a loro volta

formalizzabili in varie strutture di governo economico:

1.MODELLO A STRUTTURA UNITARIA: concentrazione delle funzioni di gestione, di

controllo, di legittimazione e di merito al consiglio di amministrazione, in cui partecipano anche

membri esecutivi, membri esterni-indipendenti ed un un revisore contabile esterno;

2.MODELLO A STRUTTURA DUALISTICA VERTICALE: gestione operativa affidata al CDA,

con un comitato di sorveglianza incaricato del controllo di legittimità e di merito. Anche in questo

caso, il controllo legale dei conti è affidato ad un revisore esterno;

3.MODELLO A STRUTTURA DUALISTICA ORIZZONTALE: possibile intervento nel CDA di

membri esterni-indipendenti che si occupino del controllo di merito.

La forma più comune di governo economico è data dal consiglio di amministrazione di società di

capitali. L'efficienza di tale organo è data dall'omogeneità dei valori delle persone che lo

compongono, onde poter esprimere scelte gestionali-stretegiche-operative omogenee e coerenti nel

tempo. Omogeneità e coerenza delle scelte subiscono l'influenza della numerosità dei componenti del

CDA: più sono i componenti, più sarà difficile individuare paradigmi comuni, ma più facile sarà

affrontare scelte complesse (riuscendo ad evidenziare più aspetti, prospettando scelte più articolate

e variegate). Un elevato numero di componenti comporta la necessità di regolare con norme apposite

i rapporti tra i vari appartenenti; questo serve per:

rendere le persone coese verso un fine comune, rendendo compatibili le diversità dei partecipanti;

• ridurre al minimo le aree di incertezza ed ambiguità di comportamento non previamente definite;

• permettere di conoscere tutte le regole di attuazione, consentendo sin dall'inizio l'uscita dal gruppo

• da parte di eventuali dissenzienti;

nel caso di esistenza di legami parentali all'interno dell'organo di governo economico, le regole di

• comportamento evitano che tali legami possano portare a privilegiare logiche di modelli equitativi

a scapito della razionalità economica dei comportamenti, tipica delle aziende. Queste regole,

inoltre. Allontanano eventuali problematiche psicologiche nate all'interno della famiglia ed

“esportate” in azienda.

In Italia, la maggioranza assoluta delle aziende di produzione ha un assetto istituzionale in cui i

diritti di proprietà sono molto concentrati (spesso nell'ambito di una sola famiglia) e dove il diritto di

voto spetta ad un solo membro della famiglia. Tale concentrazione dei diritti di proprietà permette

l'unicità dell'attività di direzione, rendendo meno necessaria la presenza di organi di controllo

incaricati di garantire la coerenza tra attività di gestione e soddisfazione delle attese dei conferenti di

capitale.

Paragrafo 4.3: “La nomina degli amministratori”

Generalmente, la nomina degli amministratori avviene nelle assemblee dei conferenti di capitale,

previa presentazione delle proposte da parte degli azionisti di maggioranza o di controllo della

società. Tuttavia, nelle società ad azionariato diffuso, i candidati vengono proposti anche da

azionisti che non detengono il controllo della società. In ogni caso, per gli azionisti è necessaria una

capillare informazione preventiva sui candidati (valori umani e professionali), al fine di poter

compiere una scelta oculata. Soprattutto nelle società ad azionariato diffuso, possono esservi

problemi nella proposta dei candidati: a tale scopo è possibile istituire un “comitato per la

proposizione delle nomine”. Il comitato seleziona e presenta le proprie candidature (prima

internamente e poi nell'assemblea degli azionisti), anche seguendo i suggerimenti degli azionisti. Nelle

aziende familiari, il comitato per la proposizione delle nomine deve comunque sostenere

l'affermazione delle logiche di governo aziendale rispetto all'omogeneità di trattamento dei membri

della famiglia (responsabilizzazione e riconoscimento delle capacità di gestione).

Paragrafo 4.4: “Il ruolo del consiglio di amministrazione”

Sono essenzialmente due le funzioni del consiglio di amministrazione. Quella principale, che consiste

nella formulazione degli obiettivi strategici della società e loro modalità di perseguimento; quella

secondaria è la competenza per la verifica dei controlli necessari a monitorare l'andamento della

gestione sociale. Il CDA ha la facoltà di nominare uno o più amministratori delegati ed un comitato

esecutivo, imponendo agli stessi di fornire un adeguato ed esaustivo flusso informativo circa le

funzioni loro delegate. Contemporaneamente è opportuno approntare un adeguato sistema di

controlli, soprattutto nel caso nel caso in cui gli organi delegati abbiano un'elevata attribuzione di

poteri gestionali.

Il CDA ha dunque l'obbligo (in quanto organo collegiale) di sorvegliare l'attività svolta dagli organi

delegati. Ciascun amministratore delegato deve operare con cognizione di causa e, soprattutto, in

piena autonomia, senza farsi influenzare dall'orientamento degli azionisti di controllo. Il suo

obiettivo deve essere comunque quello della massimizzazione dello “shareholder value”, ossia il

valore del capitale economico per la generalità degli azionisti. Ogni decisione dei delegati deve essere

inoltre orientata alla prospettiva di durabilità dell'azienda: a tal fine possono essere sacrificati

obiettivi di shareholder value nel breve periodo, allo scopo di favorire una maggior stabilità nel lungo

periodo.

Paragrafo 4.5: “La composizione del consiglio di amministrazione”

Il CDA delle società può essere composto da amministratori delegati e non delegati, nonché da

amministratori esecutivi e non esecutivi. La distinzione tra amministratori esecuitiv e non esecutivi,

verte soprattutto sul fatto che i primi svolgono un effettivo ruolo operativo (hanno quindi una

maggior competenza della specifica azienda), mentre i secondi possono vantare competenze di rilevo

maturate all'esterno dell'azienda. Gli amministratori non esecutivi (che, alla pari degli amministratori

non delegati, non svolgono alcun ruolo operativo), oltre ad arricchire il dibattito consiliare, diventano

particolarmente utili in tutti quei casi in cui l'interesse degli amministratori esecutivi e quello dei

conferenti di capitale di rischio non dovessero coincidere.

Tra gli amministratori non esecutivi della società, i conferenti di capitale di minoranza potrebbero

eleggere un numero adeguato di “amministratori indipendenti”. Anche la loro funzione è quella di

gestire i conflitti di interesse: nelle società a proprietà frazionata, le divergenze tra amministratori

delegati-esecutivi e conferenti di capitale; in quelle a proprietà concentrata, il condizionamento degli

amministratori non esecutivi operato dai conferenti di capitale di maggioranza e dagli amministratori

esecutivi. Capitolo 11: “La sintesi di bilancio e gli equilibri dell'azienda di produzione”

Paragrafo 11.1: “Le sintesi di bilancio come mezzi per la verifica degli equilibri di azienda”

Il bilancio d'esercizio, oltre ad essere uno strumento conoscitivo a disposizione degli organi direttivi

e di governo economico, è contemplato dalla legge quale strumento informativo periodico

obbligatorio, per tutelare gli interessi di quanti entrano in contatto o in rapporto con l'azienda. Dal

bilancio, la necessità è quella di estrapolare un giudizio concernente la capacità dell'azienda di

rispettare il principio di economicità. Bisogna tuttavia considerare che si tratta di un giudizio

complesso, che non si può fermare al passato o al presente, ma deve coniugare quella prospettica

essenziale per l'azienda in funzionamento. Le difficoltà insite in questo tipo di giudizio possono

essere superate, da un lato con una serie di apprezzamenti particolari (tra loro collegati) e dall'altro

applicando determinate tecniche d'analisi. Gli apprezzamenti particolari hanno per oggetto:

1.il reddito di esercizio ed il modo con cui questo è stato realizzato (equilibrio reddituale);

2.il capitale di funzionamento finale e la sua struttura (equilibrio patrimoniale, dal quale si possono

trarre giudizi sull'equilibrio finanziario e su quello monetario).

1.Dalla sintesi di reddito nella struttura “a costi, ricavi e rimanenze”, si ha la possibilità di formulare

un preliminare giudizio di equilibrio reddituale con riferimento al periodo trascorso. Tale sintesi,

non è però sufficiente, in quanto sono necessari successivi accertamenti e valutazioni, tese

innanzitutto a verificare la congruità delle retribuzioni e delle remunerazioni (ad esempio la

verifica del risultato reddituale con la remunerazione attesa dai portatori di capitale proprio).

2.Dalla sintesi di capitale si possono invece trarre elementi di giudizio sulla situazione patrimoniale

dell'azienda al momento della chiusura dell'esercizio, che non possono non avere riflessi sulla

gestione futura. Si tratta infatti di un equilibrio strutturale che esprime un momento di stasi di una

dinamica in corso e che esercita i suoi effetti sulla gestione reddituale e monetaria degli esercizi

futuri.

Le strutture delle sintesi di bilancio utilizzate finora, possono essere impostate in modo diverso al

fine di migliorare la capacità segnaletica delle stesse. Rispondo a questa esigenza due tecniche di

analisi:

la riclassificazione delle sintesi di bilancio (che consiste nel riesporre in modo diverso i valori in esse

• contenuti, con l'obiettivo di ottenere ulteriori informazioni);

la costruzione di indicatori o quozienti che hanno la capacità di sintetizzare fenomeni complessi.

Paragrafo 11.2: “Il conto economico a ricavi e costi del venduto e l'equilibrio reddituale”

Il conto economico è la sintesi dalla quale si ottiene la misura del reddito prodotto nel periodo e le

informazioni utili per valutare se il risultato reddituale del periodo, per le sue caratteristiche

intrinseche, è tale da consentire un giudizio positivo sull'economicità dell'azienda in funzionamento.

Dalla struttura a costi, ricavi e rimanenze è tuttavia poco agevole capire i fenomeni determinanti il

quantum del reddito e distinguere tra essi quelli che possono permanere nel futuro da quelli

temporanei, verificatisi “casualmente” nel passato. Può quindi essere utile fare ricorso alla struttura

“a costi e ricavi del venduto”, che mette in luce i risultati parziali relativi alle gestioni ed ai

raggruppamenti di gestioni (le gestioni costituiscono infatti le fonti primarie dalle quali scaturiscono i

flussi reddituali dalle cui analisi è possibile formulare un giudizio sulle potenzialità di reddito

dell'impresa).

CONTO ECONOMICO A RICAVI E COSTI DEL VENDUTO:

Ricavi di vendita

- deduzioni da ricavo

= ricavi netti

-acquisti

-prestazioni di terzi

-lavoro

-accantonamento a TFR

-ammortamenti

+- incremento impianti

+- variazione rimanenze

= REDDITO OPERATIVO GESTIONE CARATTERISTICA (ROGC)

+interessi attivi

+-proventi/oneri da immobili civili

= REDDITO OPERATIVO

-oneri finanziari

= RISULTATO LORDO DI COMPETENZA

+-componenti straordinari di reddito

= RISULTATO PRIMA DELLE IMPOSTE

-imposte = REDDITO NETTO

Da questa struttura si possono dunque cogliere i seguenti risultati:

1.il risultato operativo della gestione caratteristica (ROGC), prodotto dall'insieme delle operazioni di

gestione che identificano la funzione economico-tecnica in senso stretto dell'azienda;

2.il risultato operativo (RO), che aggiunge al ROGC i proventi netti derivanti dalla gestione

patrimoniale (che si configurano come una combinazione economica parziale, finalizzata alla

produzione di redditi addizionali rispetto a quelli della GC, come ad esempio redditi da immobili,

redditi per finanziamenti concessi, ecc...);

3.il risultato lordo di competenza, cioè il risultato operativo a cui sono assommati gli oneri finanziari

(interessi passivi), derivanti dalla gestione finanziaria;

4.il reddito prima delle imposte, che integra al risultato lordo di competenza anche tutte le

componenti straordinarie di reddito (plusvalenze, sopravvenienze, ecc...);

5.il reddito netto, risultante dalle operazioni di tutte le gestioni e quindi anche della gestione dei

tributi.

L'equilibrio conseguito dall'azienda può essere giudicato sufficientemente solido se il reddito netto

proviene fondamentale dal ROGC. Altrettanto non si può dire se il reddito netto dipende in

massima parte da plusvalenza o palese evasione fiscale.

Paragrafo 11.3: “Lo stato patrimoniale finanziario e l'equilibrio patrimoniale”

Lo stato patrimoniale finale è la fonte primaria di informazioni per l'analisi finanziaria, per accertare

la solvibilità a breve e a lungo termine dell'impresa. Tale analisi, però, non è sempre agevole; motivo

per cui si adotta il criterio di riclassificazione finanziaria:

gli elementi dell'attivo, al netto dei valori rettificativi del capitale proprio (ad esempio perdite di

• esercizio) e dei valori rettificativi dell'attivo (fondo rischi su crediti, fondo ammortamenti, ecc...)

esprimono investimenti di risorse finanziarie dai quali, in futuro, si attendono flussi di entrate

monetarie;

gli elementi del passivo e del netto possono essere interpretati come le forme o le fonti di

• finanziamento utilizzate per coprire gli investimenti.

Gli elementi dell'attivo vengono classificati secondo il criterio della liquidità (attitudine a

trasformarsi, con maggior o minor tempestività, in mezzi monetari); quelli del passivo e del netto

sono invece classificati mediante il criterio della scadenza.

L'attivo corrente si classifica a sua volta in:

LIQUIDITA' IMMEDIATE: fondi liquidi disponibili in azienda o presso banche; titoli di Stato o

• altri titoli comunque facilmente negoziabili;

LIQUIDITA' DIFFERITE: crediti di regolamento che si realizzano entro l'anno;

• DISPONIBILITA': le varie classi di rimanenze (materie prime, semilavorati, ecc...).

L'attivo immobilizzato si suddivide in:

IMMOBILIZZAZIONI FINANZIARIE: crediti esigibile oltre l'anno; partecipazioni e crediti di

• finanziamento;

IMMOBILIZZAZIONE TECNICHE (o MATERIALI): espresse a valore contabile residuo (cioè

• al netto dei fondi di ammortamento), comprendono impianti, macchinari, ecc... con durata

economica poliennale;

IMMOBILIZZAZIONI IMMATERIALI: spese e diritti (brevetti, spese di impianto) che daranno

• la loro utilità negli esercizi futuri, sempre espressi nel loro valore contabile netto.


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AUTORE

Sara F

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia aziendale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Bianchi Maria Teresa.

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