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Economia aziendale Appunti scolastici Premium

Appunti di economia aziendale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. dell’università degli Studi Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt, facoltà di economia, Corso di laurea in economia e gestione aziendale. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Economia aziendale docente Prof. E. Clerici

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leasing. L’impresa attraverso i canoni di leasing corrisponde tutto il valore del bene strumentale

che sta utilizzando, più gli interessi.

Allo scadere del contratto di leasing, l’impresa ha due possibilità: o lascia il bene alla società

finanziaria, concludendo il contratto di locazione; oppure alla fine del contratto l’impresa ha la

esercitare la facoltà di riscatto del bene

possibilità di , pagando un ulteriore compenso alla società

finanziaria (stabilito alla stipulazione del contratto) e acquisendo così la proprietà del bene

strumentale. L’impresa diventerà proprietà del bene.

Il problema dell’ammortamento riguarda solamente i beni materiali e immateriali, che sono soggetti ad un

processo di invecchiamento, che si può manifestare sotto un invecchiamento fisico-tecnico e si parla di

profilo economico-tecnico

senescenza; oppure sotto un e si parla di obsolescenza, cioè

l’invecchiamento del bene strumentale per effetto dell’innovazione tecnologica. L’obsolescenza rende un

profilo fisico-tecnico,

bene strumentale ancora integro sotto il ma non più convenientemente impiegabile

sotto il profilo economico (superato tecnologicamente, non c’è convenienza ad utilizzarlo). L’obsolescenza

può colpire il bene strumentale direttamente (viene immesso nel mercato un bene più innovativo).

perdita di

Senescenza e obsolescenza concorrono a determinare il fenomeno dell’ammortamento:

valore di un bene strumentale provocata dal suo consumo fisico, economico e tecnico . Inoltre senescenza

e obsolescenza determinano anche la durata economica utile o vita economica utile di un bene

convenientemente

strumentale, cioè l’intervallo di tempo in cui il bene strumentale può essere utilizzato

nel processo produttivo. Al termine della durata economica utile, il bene strumentale verrà dismesso

(stralciato dal processo produttivo). L’obsolescenza interviene a ridurre la durata economica utile di un

bene strumentale rispetto a quella che sarebbe ipotizzabile per sole questioni di senescenza.

Come si calcola l’ammortamento? Il calcolo dell’ammortamento avviene attraverso la ripartizione del

valore da ammortizzare del bene strumentale lungo la durata economica utile. Il valore da

ammortizzare è dato dal costo sostenuto per l’acquisizione del bene strumentale al netto del presunto

ricavo che l’impresa avrà (forse) nel momento in cui andrà a dismettere il bene al termine della durata

economica utile. Questo presunto ricavo si chiama ricavo da stralcio. Il valore da ammortizzare è dato

dal costo di acquisizione del bene strumentale – il presunto ricavo da stralcio. Calcolare l’ammortamento

significa ripartire il valore da ammortizzare sulla vita economica utile. Il valore da ammortizzare è di per

sé un valore già complesso; esso è dato dal “costo” di acquisizione (quando l’impresa acquisisce il bene

strumentale il costo è l’impiego effettuato dall’impresa per introdurre il bene stesso nel suo patrimonio)

del bene strumentale ridotto dal presunto ricavo da stralcio. Questo valore presunto è una stima; stimo

prima il ricavo che presumibilmente avrò quando andrò a dismettere il bene strumentale.

L’ammortamento si inizia a calcolare da quando il bene strumentale (cespite) inizia la sua vita economica

utile, quindi quando entra in funzione.

Perché viene tolto il ricavo da stralcio? Da punto di vista teorico si segue il principio di competenza. Come

si calcola? Si dovrà fare una stima a lungo termine e si potrebbe avere anche un costo di stralcio. La stima

riduce il costo di acquisizione

di ricavo da stralcio e conseguentemente riduce anche le singole quote di

ammortamento e conseguentemente va ad aumentare il reddito di esercizio a parità di altre condizioni.

due principi:

Nel calcolo dell’ammortamento si scontrano di competenza e di prudenza; tra di essi prevale

il principio di prudenza. Se ci sono elementi per stimare il ricavo da stralcio, lo si stima. Se l’area di stima

è troppo ampia, lo si stima uguale a zero, secondo il principio di prudenza.

Costo di acquisizione: valore di acquisizione; costo storico. Se il valore di acquisizione deriva da un

acquisto “puro”, ci sarà la rilevazione di un costo sorto in un contratto di compravendita. Se invece deriva

da un conferimento, si rileverà un “costo” stimato in perizia (valore peritale). Se infine deriva dalla

costruzione interna, esisteranno dei costi sostenuti per la costruzione (D: IMMOBILIZZAZIONI; A:

INCREMENTI IMMOBILIZZAZIONI PER COSTRUZIONI INTERNE è una posta rettificativa di costi non

consumati, e quindi non di competenza, e che vanno tolti da rendiconto del reddito). Il valore di

acquisizione è dato dalla somma dei costi cospicui sostenuti per l’acquisizione del cespite (inclusi costi

di collaudo) ridotto dall’eventuali ricavi da collaudo.

Per l’ammortamento ho bisogno di scegliere un criterio di ripartizione. Ce ne sono vari:

quote costanti

criterio di ripartizioni a (% costante del valore da ammortizzare; ogni anno ho la

 stessa quota di ammortamento)

quote crescenti

criterio di ripartizioni a (% crescente del valore da ammortizzare; le quote sono

 inizialmente più basse, e man mano che ci si avvicina alla dismissione del bene, esse aumentano)

– non sono accettati dai principi contabili nazionali 2

quote decrescenti

criterio di ripartizioni a (% decrescente del valore da ammortizzare) – sono

 accettati dai principi contabili nazionali.

Tutti questi tre criteri hanno un difetto: stabilire dei piani prefissati di ammortamento all’inizio della vita

del cespite, senza prevedere delle eventuali modifiche. Per questo motivo ci si avvale di un altro principio

che tenga conto delle modifiche che possano avvenire durante la vita utile del bene strumentale.

Il criterio a quote ipoteticamente o virtualmente costanti: se non ci sono variazioni nel valore da

ammortizzare o nella vita economia utile sarà lo stesso che per il criterio a quote costanti. La quota di

ammortamento si calcolerà con il valore da ammortizzare / n° anni della durata economica utile.

Ciò comporta che il coefficiente di ammortamento è uguale a quota di ammortamento / valore da

ammortizzare.

L’obiettivo dell’ammortamento è quello di far si che allo scadere della vita economica utile, il valore da

ammortizzare sia uguale al valore ammortizzato.

Esempio di ammortamento con il criterio a quote ipoteticamente o virtualmente costanti :

Valore Quota di Valore Residuo da

Ann “storico” da ammortament ammortizzat ammortizzar

i ammortizzare o o e

1 1000 100 100 900

2 1000 100 200 800

3 1000 100 300 700

4 1000 100 400 600

5 1000 300 700 300

6 1000 300 1000 0

Valore “storico” da ammortizzare = 1000

Anni di durata della vita utile economica = 10

Al quarto anno mi accorgo che il cespite non durerà oltre il 6° anno; quindi devo ricalcolare la quota di

ammortamento: valore da ammortizzare / n° anni della durata economica utile.

Il valore ammortizzato equivale al fondo ammortamento: valore che hai già ammortizzato dei beni

strumentali. Se voglio leggere nel bilancio il residuo da ammortizzare: valore storico – fondo

ammortamento.

I beni di consumo sono beni a fecondità semplice, cioè beni che si consumano all’atto del loro utilizzo.

Dopo essere stati utilizzati non sono più suscettibili di essere ancora utilizzati con le stesse caratteristiche,

in processi produttivi successivi. Per i beni di consumo occorre distinguere il momento dell’acquisto dal

momento dell’utilizzo e da quello di consumo economico. Tipici beni di consumo sono le materie prime. I

beni di consumo di suddividono in: già consumati e da consumare. I beni di consumo da consumare vanno

a comporre le rimanenze di magazzino (materie prime, semilavorati e prodotti finiti); i beni di consumo

già consumati vanno a comporre i costi di esercizio. Le rimanenze di magazzino si dividono in:

rimanenze di magazzino iniziali

 rimanenze di magazzino finali

Il costo del venduto è dato dalla somma di RIMANENZE INIZIALI + ACQUISTI – RIMANENZE FINALI e si

trova nel rendiconto del reddito. Nel patrimonio si inseriscono solamente le rimanenze di magazzino finali.

Le rimanenze finali si valutano al minor valore tra il costo e il prezzo di mercato.

Relazione tra modulo monetario (utilizzo della moneta) e la nominalità dei valori

Unità di misura tipica dei valori aziendali è la moneta, in quanto la moneta rende omogenee grandezze

che non lo sono sul piano strutturale. La moneta è l’unico modulo di commisurazione che consente di

rendere confrontabili sul piano nominale grandezze diverse, quali sono quelle che entrano nei processi

produttivi aziendali.

La moneta nei processi aziendali ha più funzioni:

modulo di commisurazione dei valori (unità di misura)

 intermediaria degli scambi (mezzo di pagamento)

 strumento per accrescere o accelerare i processi produttivi

 strumento per costituire riserve di valore.

L’utilizzo della moneta come unità di misura e di espressione di grandezze strutturalmente diverse ha

come conseguenza la nominalità dei valori: rende le stesse omogenee e dunque confrontabili soltanto sul

piano nominale à c’è un limite nella omogeneità. La nominalità è pertanto l’effetto che ricade sui valori di

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bilancio, per la circostanza di essere espressi e misurati in moneta di conto (moneta con cui sono

misurate le grandezze aziendali); di solito la moneta di conto è la moneta che ha potere liberatorio negli

scambi nel paese in cui ha sede l’azienda.

Cause della nominalità, momenti nominalistici:

momento computistico: momento della rilevazione del valore; fa riferimento alla differenza tra

 valore nominale e potere d’acquisto della moneta. La moneta ha un valore nominale facciale

stabile, ma ha un potere d’acquisto, che invece varia nel tempo: aumenta per effetto della

deflazione, diminuisce per effetto dell’inflazione. Se il valore nominale è stabile, mentre il potere

d’acquisto si modifica, nel tempo grandezze uguali hanno in realtà un peso economico diverso.

momento costitutivo: momento riferito alla struttura del valore; anche se il momento

 computistico venisse superato, il momento costitutivo non è superabile à tutte le considerazioni

che vengono fatte soggiacciono al velo monetario: le grandezze considerate sono solo

nominalmente confrontabili.

Differenza tra struttura – forma – schema di bilancio

La struttura è la modalità di aggregazione di valori in classe. Le diverse tipologie di strutture di bilancio

si differenziano essenzialmente rispetto a come sono classificate le rimanenze di magazzino nel sistema

del conto economico:

1. struttura a costi ricavi e rimanenze

2. struttura a costi e ricavi à ho un dato sintetico, non tutte le componenti

3. struttura a costi ricavi e variazione delle rimanenze à (somma algebrica tra rimanenze iniziali e

rimanenze finali); si separano le rimanenze di materie prime e rimanenze di semilavorati e

prodotti finiti: confronto rimanenze inziali di materie prime e rimanenze finali di materie prime, e

confronto rimanenze iniziali di semilavorati e prodotti finiti e rimanenze finali di semilavorati e

prodotti finiti. Le variazioni di rimanenze di MP si classificano nei costi (dare); le variazioni di

rimanenze di semilavorati e prodotti finiti li classifico nei ricavi (avere) perché sono una rettifica di

costi.

La forma di bilancio riguarda il modo di rappresentare le classi in bilancio. Il bilancio può avere forme:

1. forma scalare à sommo algebricamente ricavi e costi fino ad arrivare al reddito netto

2. forma a sezioni contrapposte

Lo schema è una rappresentazione vincolante (imposta per legge) della struttura e della forma. Il Codice

civile definisce lo schema obbligatorio di bilancio agli articoli 2423 e seguenti. Lo schema prevede:

la forma scalare per il conto economico;

 la forma a sezioni contrapposte per lo stato patrimoniale.

La struttura obbligatoria scelta dal codice civile è quella “costi ricavi e variazioni delle rimanenze”. Salve

le disposizioni di leggi speciali per le società che esercitano particolari attività

Relazione tra contabilità e sistema informativo

Le informazioni in parte sono gestite dal sistema contabile, altra parte da altri sistemi informativi . Le

informazioni sono gestite dal sistema informativo per controllare, programmare, fornire un supporto a

decisioni consapevoli e razionali agli amministratori.

Il sistema informativo è un complesso di metodologie, opportunamente organizzate, per:

programmare la gestione (ex ante)

o controllare (ex post)

o supportare i processi decisionali

o consentire di acquisire conoscenze sull’ambiente e sul mercato

o

La contabilità è una parte del sistema informativo ed è definibile come un insieme di rilevazioni e di

elaborazione di dati aziendali, che devono essere operate con modalità opportune di annotazione,

controllo e memoria.

Rispetto a tipologia, settori e scopi diversi di rilevazione distinguiamo:

contabilità economico patrimoniale

1. (o contabilità generale)

contabilità analitica,

2. o dei costi, o industriale, o manageriale

3. contabilità di budget

Queste tre modalità insieme formano il sistema di contabilità direzionale integrata.

1. La contabilità economico patrimoniale predispone i dati e le rilevazioni necessarie a misurare

il reddito nell’ambito del bilancio di esercizio. La partita doppia si avvale di questa contabilità.

Nella contabilità economico patrimoniale i valori vengono rilevati sulla base dell’operazione di

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origine.

scambio che li ha originati, quindi si ha una rilevazione per Questa modalità si basa su

dati precisi, più che tempestivi.

2. La contabilità analitica rileva i dati al fine di effettuare calcoli di convenienza economica, in

particolare al fine di calcolare il costo del prodotto.

Il costo di produzione è la somma dei valori attribuiti ai fattori di produzione impiegati:

in un’attività produttiva; in un centro di costo (es. fase della lavorazione, reparto…)

o in un prodotto

o costi speciali

Il costo di prodotto è la somma di tutti i (o diretti) sostenuti per la produzione di

costi comuni oneri figurativi.

quel bene o per quel centro di costo + una quota di (o indiretti) +

I costi speciali sono costi relativi a fattori produttivi che partecipano in modo esclusivo alla

coordinazione produttiva oggetto di determinazione del costo di produzione. Essi si imputano in

oggettivo,

modo cioè si può calcolare il costo misurando la quantità di fattore produttivo

consumata e lo si moltiplica per il prezzo di quel fattore produttivo.

I costi comuni sono costi comuni a più coordinazioni produttive; essi si imputano in modo

soggettivo tramite coefficienti di ripartizione (congetture).

Le figure di costo di prodotto, a partire dal costo primo fino ad arrivare al costo complessivo, si

ottengono aggiungendo gradualmente le diverse componenti di costo a partire dal costo delle

materie prime e dal costo della manodopera. Rispetto a un prodotto posso calcolare:

il costo primo (materie prime + costo della manodopera)

 il costo industriale di trasformazione

 il costo di fabbricazione

 il costo pieno aziendale (costo di tutti i fattori produttivi speciali e comuni imputabili al

 prodotto)

il costo economico-tecnico (include gli oneri figurativi)

 destinazione

Nella contabilità analitica la rilevazione avviene per rispetto a un centro di costo. Il

centro di costo è un oggetto “contabile” di cui si vuole calcolare il costo. In contabilità analitica è

importante avere dati tempestivi, più che precisi.

3. La contabilità di budget si occupa di rilevare e predisporre i dati al fine di redigere il budget. È

bilancio previsionale;

un esso non contiene dati consuntivi ma degli obiettivi da raggiungere. Si

basa su dati preventivi e standard. Gli standard sono costi e ricavi ipotetici calcolati sulla base

di ipotetici livelli di efficienza.

La riclassificazione del bilancio d’esercizio

Vogliamo riclassificare il bilancio d’esercizio per avere informazioni e per capire se l’impresa si stia o meno

svolgendo in condizioni di equilibrio reddituale, finanziario e patrimoniale.

riesporre i dati del bilancio di esercizio secondo una struttura e una

Riclassificare il bilancio significa:

forma diverse rispetto allo schema obbligatorio secondo cui, per legge, il bilancio è stato redatto, allo

scopo di aumentare il potenziale conoscitivo dello stesso per poter studiare l’equilibrio reddituale,

finanziario e patrimoniale dell’impresa . Per riclassificare il bilancio occorre riclassificare separatamente lo

stato patrimoniale e il conto economico.

La riclassificazione del conto economico il conto economico è fonte importante di dati per giudicare le

condizioni di esistenza dell’equilibrio reddituale. Per riclassificare il conto economico occorre utilizzare una

struttura e una forma che mettano in evidenza le aree di gestione nelle quali si sono formati i flussi di

reddito. La riclassificazione serve per evidenziare – in particolare – se il reddito sia generato

prevalentemente dalla gestione caratteristica o da altre gestioni accessorie. L’obiettivo è quello di

valutare (almeno in prima battuta) quali flussi di reddito potranno verosimilmente manifestarsi in futuro in

quanto provenienti dalla gestione caratteristica, rispetto a quelli che rivestano un carattere più

verosimilmente “temporaneo”, provenendo da altre gestione. Attraverso la riclassificazione si cerca di

passare da una visione puramente storica a una tendenziale-prospettica.

Il reddito della gestione caratteristica è il reddito generato solo dalle funzioni caratteristiche

dell’impresa.

Il reddito netto è la figura di reddito che tiene conto di tutti i ricavi e di tutti i costi di competenza

dell’esercizio.

Il reddito lordo è una figura di reddito che tiene conto solo di alcuni costi e di alcuni ricavi di

competenza. 5

L’EBIT (Earning Before Interest Taxes): calcolare il reddito senza tenere conto degli interessi e delle

imposte.

L’EBITDA (Earning Before Interest Taxes Depreciation Ammortization): calcolare il reddito prima degli

ammortamenti e delle svalutazioni.

La riclassificazione dello stato patrimoniale lo stato patrimoniale è una fonte molto importante di

informazioni al fine di verificare l’esistenza di condizioni di equilibrio patrimoniale e di equilibrio

finanziario, ossia l’esistenza di condizioni di solvibilità sia di breve sia di lungo termine. La solvibilità

riguarda la capacità dell’impresa di far fronte ai propri pagamenti.

Un’impresa solvibile è un’impresa che è in grado di pagare i propri fornitori, di far fronte alle uscite

richieste dai propri impegni di impresa. Un’impresa insolvente non è grado di far fronte alle spese

attraverso normali mezzi di pagamento.

Per riclassificare lo stato patrimoniale, di solito, si usa il criterio finanziario, il quale prevede che gli

impieghi (attività) vadano esposti o in ordine di liquidità crescente o decrescente e il patrimonio netto e

debiti in ordine di scadenza del finanziamento (entro cui devo rimborsare le fonti). Le attività vanno

indicati già depurati (al netto) delle imposte rettificative. Le imposte rettificative sono conti che rettificano

il valore di specifiche classe dell’attivo.

Attivo corrente – Passivo corrente = Capitale Circolante Netto

Disponibilità liquide – Passività a breve = Margine di tesoreria.

Equilibrio della gestione

dinamico.

Si parla di equilibrio Per essere in equilibrio la gestione deve svolgersi secondo le linee di un

programma, che deve essere rivisto continuamente, con obiettivi e risorse correlate. Il sistema produttivo

deve basarsi su prospettive di equilibrio economiche che si realizzano quando si verificano nel tempo

determinate condizioni.

Con il processo di pianificazione e programmazione si deve verificare anche la continua analisi

dell’esistenza di condizioni di equilibrio sotto l’aspetto reddituale, finanziario e patrimoniale, pertanto

l’equilibrio economico si realizza quando sono in equilibrio i 3 sottoinsiemi. superiore

Equilibrio reddituale – ci deve essere un flusso di ricavi dalla vendita dei prodotti al

 flusso dei costi di acquisto di tutti i fattori produttivi, inclusi gli oneri figurativi. Si deve

autofinanziare (ricavi > costi; e garantisce dividendi e autofinanziamento).

Equilibrio finanziario – si raggiunge quando l’impresa ha un flusso di entrate finanziarie

 sufficiente in ogni istante a far fronte alle uscite finanziarie. Studiato nel breve periodo l’impresa è

in equilibrio finanziario quando il flusso di entrate le consente di far fronte alle uscite. Inoltre non

richiede che l’impresa sia anche in condizioni di autosufficienza finanziaria (che si ha quando il

flusso di entrate è generato esclusivamente dall’incasso dei ricavi). Nel lungo termine l’impresa

deve tendere all’autosufficienza finanziaria. La politica di indebitamento genera sia flusso di

entrate che di uscite. Genera anche interessi passivi.

Equilibrio patrimoniale – giudicato nella conveniente distribuzione delle fonti di finanziamento

 negli impieghi, che si realizza quando le immobilizzazioni (attivo immobilizzato) sono finanziate

da: capitale proprio (patrimonio netto)

 fonti di capitale di credito di medio/lungo termine.

Le fondi di breve termine finanziano esclusivamente l’attivo corrente.

La gestione finanziaria è un complesso di decisioni e di operazioni volte a reperire le fonti di

finanziamento atte a soddisfare il fabbisogno finanziario dell’impresa. Il fabbisogno finanziario è un

bisogno di capitali (proprio e di credito) che deriva essenzialmente da due circostanze:

Il tempo di attesa che intercorre tra il momento di sostenimento dei costi (e ha le correlative

 uscite) e il momento di conseguimento dei ricavi (e incassa le correlative entrate). Esso è

determinato dalla durata del ciclo produttivo.

Il finanziamento mediante capitale (proprio e di credito) è complementare al finanziamento che

deriva dalle entrate generate dai ricavi. L’ampiezza del finanziamento mediante capitali varia in

senso inversamente proporzionale all’ampiezza delle entrate generate dai ricavi. Quanto più

elevate sono le entrate generate dai ricavi, tanto inferiore sarà il fabbisogno finanziario.

L’ampiezza del fabbisogno è funzione della sequenza dei costi e della sequenza dei ricavi. In fase

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operativa il fabbisogno di capitale varia in base a come, nel tempo, i flussi di entrate si combinano

con quelli di uscite. Quanto più e breve questo ciclo, ossia quanto più è veloce il ciclo monetario

che intercorre tra il sostenimento dei costi e il correlativo incasso dei ricavi, tanto inferiore sarà il

fabbisogno di capitale circolante. Il flusso di mezzi monetari in entrata e in uscita (flusso di cassa –

cash flow), determina infatti continue variazioni nelle disponibilità liquide dell’impresa, ossia

nell’entità dei mezzi finanziari disponibili e conseguentemente nel fabbisogno finanziario.

La struttura degli impieghi. Il fabbisogno finanziario aziendale è uguale alla somma di:

 Capitale fisso, necessario per acquisire le immobilizzazioni materiali e immateriali;

o Capitale circolante, fonti che finanziano l’attivo circolante, mezzi finanziari che si

o rigenerano al massimo nei 12 mesi, alimenta il ciclo acquisti-produzione-vendita

(magazzino, crediti, disponibilità.

In ottica finanziaria possiamo pertanto analizzare gli investimenti per grandi categorie in:

immobilizzazioni tecniche e altri costi pluriennali;

 magazzino: scorte di materie prime, di semilavorati, di prodotti finiti;

 partite creditorie;

 costi di esercizio di ogni specie.

Per valutare il fabbisogno complessivo di capitale è necessario perciò considerare: l’ampiezza degli

investimenti, i tempi di disimpiego, la variabilità e l’andamento nel tempo degli stessi.

Gli indici di bilancio

Questi indici sono dei rapporti tra grandezze prescelte per la loro significatività ai fini delle indagini svolte.

L’indagine per indici è un confronto tra più valori della stessa specie. L’indice di per sé però non spiega le

cause del risultato. Analizziamo tre famiglie di indici:

di redditività: analizzano la capacità dell’impresa di produrre reddito;

 di solidità patrimoniale: studiano la solvibilità dell’impresa nel lungo termine; cioè dicono se

 l’impresa sarà in grado di far fronte ai propri impegni rispetto alla propria struttura patrimoniale;

di liquidità: analizzano se la disponibilità di mezzi monetari garantisca la solvibilità nel breve

 periodo.

Indici di redditività

Redditività del capitale proprio: studia quanto reddito si ottiene rispetto al capitale proprio.

 ROE (Return On Equity) REDDITO NETTO/CAPITALE PROPRIO. Questo indice prende

o in considerazione il reddito netto (tiene conto di tutti i ricavi e tutti i costi); il capitale

proprio è preso come media tra il suo valore all’inizio del periodo e il suo valore alla fine

del periodo.

Redditività del capitale investito:

 ROI o ROA (Return On Investments/Assets) REDDITO OPERATIVO/CAPITALE

o INVESTITO. Si prende in considerazione il reddito operativo proveniente dalla gestione

caratteristica, quindi tutti i costi provenienti da essi. Il capitale investito è il totale delle

attività, al netto delle poste rettificative. Anch’esso è preso come media del capitale

investito tra il suo valore all’inizio del periodo e il suo valore alla fine del periodo.

Il ROI dev’essere superiore agli oneri finanziari (tasso di interesse passivo) e all’interesse

di computo perché il giudizio sulla redditività dell’impresa sia positivo.

La leva finanziaria si manifesta quando il ROI è superiore al costo di capitale di terzi

(oneri finanziari) ROE= ROI + D/C (rapporto di indebitamento) x (ROI-OF). Se il ROI >

OF e più elevati sono i debiti, più la redditività è elevata.

ROS (Return On Sales) REDDITO OPERATIVO/RICAVI DALLE VENDITE oppure REDDITO

 

NETTO/RICAVO DELLE VENDITE. Il ROS serve per studiare la redditività lorda rispetto

all’andamento delle vendite.

Indici di solidità patrimoniale

Rapporto di indebitamento CAPITALE DI TERZI/CAPITALE PROPRIO. Quando il

 

rapporto di indebitamento è molto elevato, l’impresa è sottocapitalizzata. Gli analisti finanziari

giudicano soddisfacente questo rapporto è pari a 1 (tanto di debiti, tanto di capitale proprio).

Questo indice prende in considerazione il rapporto tra le fonti. Più aumenta l’esposizione

dell’azienda sul mercato di credito, più l’azienda è esposta a rischi di incapacità di restituire.

GIF (Grado di indipendenza finanziaria) CAPITALE PROPRIO/ATTIVITÀ NETTE. Questo

 

indice ci dice quanta parte dell’attivo è finanziata dal capitale proprio. Se questo indice è <

7

del 33%, la situazione patrimoniale dell’impresa è di rischio. Se l’indice è > 66%, l’impresa in

caso di sviluppo sarebbe in grado di finanziarsi con mezzi propri.

Grado di copertura delle immobilizzazioni CAPITALE PROPRIO/ATTIVO

 

IMMOBILIZZATO. Questo grado esprime in percentuale il margine di struttura. Se questo

grado è uguale a 1, allora tutte le immobilizzazioni sono finanziate dal capitale proprio.

Indici di liquidità (hanno scarsa capacità di indagare sul futuro, si riferiscono a un intervallo di tempo

molto breve)

Quoziente di disponibilità ATTIVO CORRENTE/PASSIVO CORRENTE. Questo quoziente

 

esprime in percentuale il CCN. Il risultato è soddisfacente se è maggiore o uguale a 1.

Quoziente di liquidità DISPONIBILTÀ LIQUIDE/PASSIVO CORRENTE. Questo quoziente

 

esprime in percentuale il margine di tesoreria. Il risultato è soddisfacente se è maggiore di 1.

L’economicità riguarda l’insieme di condizioni che permettono all’azienda di perdurare nel tempo. Le

condizioni di economicità sono l’autosufficienza economica (autonomia) e l’efficienza. Un’azienda

pubblica o no profit deve operare in condizioni di efficienza, ma non è previsto l’obbligo di autonomia.

L’efficienza è obbligatoria per tutti i tipi di azienda. L’autosufficienza economica, in ultima istanza,

significa capacità di autofinanziamento (garantita dall’esistenza di condizioni di equilibrio reddituale). È un

flusso di ricavi che, in una prospettiva di lungo termine, sia superiore al flusso di costi sostenuti (con una

congrua remunerazione dei portatori di lavoro, di capitale di credito, di capitale proprio).

L’autofinanziamento deve essere assicurato insieme alla congrua remunerazione dei fattori produttivi

(lavoro e capitale).

L’autosufficienza economica può essere raggiunta anche se, nel breve periodo, l’azienda non sia in

condizioni di autosufficienza finanziaria (che si ha quando le entrate generate dai ricavi sono in ogni

istante uguali o superiori alle uscite). È sufficiente che l’azienda sia in condizioni di equilibrio

economico/finanziario. L’economicità può essere:

aziendale

 super aziendale gruppo (unità economica di aziende giuridicamente indipendenti ma che

 

operano sotto il controllo di un unico soggetto economico) – ci può essere una singola azienda che

viene tenuta in condizioni di perdita (non riesce a raggiungere autosufficienza economica), perché

permette alle altre aziende di conseguire obiettivi diverse;

economicità collettiva l’azienda non riesce a soddisfare le condizioni di equilibrio economico

 

perché strutturalmente non è in condizione di farlo, ma ugualmente può dirsi in condizioni di

economicità se rispetta le condizioni di efficacia e di efficienza.

Condizioni di efficienza/efficacia

Efficacia – è la capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati. Dipende dalla capacità di

 selezionare gli obiettivi che devono essere obiettivi che incontrino le attese e le risorse a

disposizione da parte di chi li deve raggiungere;

Efficienza – mette a rapporto gli obiettivi raggiunti con le risorse impiegati per raggiungerli:

 RISULTATI OTTENUTI/FATTORI PRODUTTIVI IMPIEGATI. Qui posso usare gli indici, per far emergere

relazioni tra grandezze. Studia la capacità di impiego razionale di fattori produttivi: lavoro,

materiali, capitali, per il raggiungimento dei volumi di produzione programmati alle condizioni

programmate, sia in termini di qualità sia in termini di quantità sia in termini di tempistica (minor

quantitativo di fattori produttivi e massima qualità, senza sprechi).

Indagini di efficienza in termini di produttività e redditività (gli indici di redditività servono a

studiare l’efficienza).

Produttività – misura la capacità dell’impresa di trasformare i fattori di produzione impiegati

 (input) in risultati produttivi (output) evitando gli sprechi.

Indici di produttività

Tante famiglie di indici del tipo:

VOLUME DI PRODUZIONE/VOLUME DI FATTORE PRODUTTIVO IMPIEGATO o OUTPUT/INPUT

Le politiche di aumento dei prezzi unitari di vendita e l’aumento di quantità vendute risentono

di possibili reazioni sfavorevoli del mercato e quindi di riduzione della domanda, dei prodotti dell’impresa

e quindi di riduzione dei ricavi. Limiti: 8

1. ciascuno dei fattori che entrano nel calcolo viene supposto indipendente dagli altri; nella realtà

invece tutti i fattori sono collegati;

2. è adottabile solo se l’impresa produce e vende un solo prodotto;

3. tutte le quantità devono essere supposte prodotte e anche vendute (il diagramma non tiene conto

di eventuali rimanenze);

4. non considera il variare del capitale investito; funziona solo all’interno di una capacità produttiva.

Le condizioni di ambiente e di mercato costituiscono variabili esterne che al tempo stesso da un lato

vincolano e stimolano il comportamento delle aziende.

Per ambiente si intende il contesto generale all’interno del quale un’impresa è chiamata a svolgere le

proprie funzioni. L’ambiente è definito da una serie di condizioni politiche, legislative, sociali, culturali,

religiose ed anche economiche che nel loro insieme determinano il sistema di vincoli-opportunità

all’interno del quale deve trovare sviluppo la gestione dell’azienda e che ne determinano la struttura e la

dinamica dell’impresa.

L’ambiente economico è una parte dell’ambiente. Esso riguarda il complesso di macro-variabili che

compongono l’ordinamento economico prevalente in un certo ambito territoriale. L’ambiente economico

può differenziarsi sotto molteplici profili. Di particolare rilievo è il meccanismo di regolazione della vita

economica, che è diverso se l’economia è caratterizzata dall’economia di mercato (libera iniziativa) o se

essa è caratterizzata dall’economia di piano (piani governativi, l’azienda è un organo di stato).

Il concetto di ambiente economico è molto più ampio di quello di mercato. Il mercato è dato dall’incontro

della domanda e dell’offerta. È l’insieme delle negoziazioni di scambio poste in essere da più contraenti:

insieme di negoziazioni. Il concetto di mercato si fonda sullo scambio che deve avvenire con regolarità e

continuità. Gli scambi devono avere carattere omogeneo e frequenza di comportamenti.

Il mercato si presta ad essere differenziato in relazione a una serie di criteri:

risorse trattate (agricolo, creditizio, edilizio, lavoro);

 tipo di bene scambiato (automobilistico, siderurgico, tessile)

 estensione territoriale, ampiezza geografica (locale, regionale, nazionale, internazionale,

 globale). Il mercato globale sottolinea la presenza di relazioni e interdipendenze tra mercati di uno

stesso bene che in passato erano nettamente separati;

fase di processo produttivo (mercato di approvvigionamento, mercato di sbocco)

 numerosità e condizioni di svolgimento delle negoziazioni (concorrenza perfetta,

 monopolio, concorrenza monopolistica, oligopolio, duopolio).

insieme omogeneo di imprese,

Il settore è una parte del mercato. Il settore si definisce come un cioè che

producono beni analoghi o che concorrono a produrre lo stesso bene, legate tra loro da relazioni di

interdipendenza (o concorrenza o altro tipo). Il settore definisce il contesto competitivo di un’impresa. Una

stessa impresa può competere contemporaneamente su più settori. Non tutti i settori hanno la stessa

struttura. La struttura del settore determina i comportamenti delle aziende che devono competere in quel

settore.

Il modello struttura-comportamenti-risultati analizza la struttura del settore secondo tre variabili:

1. grado di concentrazione

2. struttura dei costi

3. livello delle barriere all’entrata

Per parlare di grado di concentrazione di un settore dobbiamo riferisci alla numerosità delle imprese

che operano in quel settore. Se le imprese sono molto numerose il grado di concentrazione è basso; se le

imprese sono poche fino ad arrivare ad una sola impresa, il grado di concentrazione è molto alto.

Concorrenza perfetta

altissimo numero di imprese concorrenti

 imprese di piccolissime dimensioni

 il prodotto è indifferenziato (il prodotto di tutte le imprese è identico) e indifferenziabile (come il

 prodotto viene percepito dal cliente, ossia la capacità di un’impresa di far percepire al cliente il

proprio prodotto come diverso da tutti gli altri, anche se in realtà sul piano tecnico è

assolutamente identico)

il prezzo è imposto dal mercato: l’impresa non ha alcun potere discrezionale nel determinare il

 prezzo 9


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
SSD:

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