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Il dramma postrinascimentale e la crisi del dramma moderno

Szondi parte dal dramma postrinascimentale, che ha soppresso il prologo e l'epilogo tipico del teatro medievale, rendendo il dramma assoluto sia nel tempo che nel sociale. Tutto ciò è riconducibile all'epicizzazione del dramma moderno (scissione tra soggetto e oggetto dell'io dell'autore/narratore/personaggio), a partire dal 1860, in cui il dramma si apre verso il passato e il futuro, svuotandosi del rapporto interumano (dialogo), per arricchirsi di monologhi.

L'opera di maggior rappresentanza scenica della crisi del dramma moderno è 6 personaggi in cerca d'autore di Pirandello, che però non realizza interamente il conflitto tra tema epico e forma drammatica, ma si riduce in pseudodramma.

Teoria del dramma da Aristotele ai giorni nostri

Fin da Aristotele, i teorici hanno sempre condannato gli elementi epici (più azione) nel campo della poesia drammatica. Il dramma è la concretizzazione storica di una forma atemporale; lirica, epica e drammatica si trasformano in categorie storiche. Il concetto di dramma si riferisce a un fenomeno preciso della storia letteraria mentre il dramma è semplicemente un tipo di letteratura teatrale.

La nascita del dramma moderno

Il dramma moderno nasce nel Rinascimento, come specchio della realtà attraverso l'opera d'arte. La realizzazione drammatica avviene nella "decisione"; tutto ciò che sta prima o dopo questa deve restare fuori dal dramma. Mezzo espressivo del dramma moderno è il dialogo, che nel Rinascimento, dopo la soppressione del prologo, del coro e dell'epilogo, divenne unica componente del dramma (l'assoluto predominio del dialogo è una delle differenze fondamentali dal dramma classico-shakespeariano-sacra rappresentazione).

A partire dall'assolutizzazione del dialogo si ha l'assolutizzazione del dramma, in cui il drammaturgo deve essere assente; le parole sono solo decisioni non direttamente collegabili all'autore. Lo spettatore assiste in silenzio per identificarsi o distinguersi totalmente dal personaggio. Il palcoscenico è quello del Rinascimento e del Neoclassicismo, "stereoscopico" (isolava lo spettatore, separando il dramma dalla platea, in modo da rendere l'azione drammatica sospesa, illuminata dalle luci della ribalta che la rendono irreale e illusoria). L'attore deve fondersi col personaggio in un essere autonomo; tutto questo per rendere davvero assoluto e puro il dramma e non la rappresentazione di qualcosa, ma di se stesso e da tale assolutezza deriva anche l'esigenza di non lasciare nulla al caso e senza motivo.

Il dramma non conosce citazioni (si dovrebbe far riferimento ad altro che non al dramma stesso) né variazioni (queste renderebbero il dramma non più primario). Il dramma è primario, ma non può essere storico in quanto l'azione si svolge sempre al presente esigendo unità di tempo e luogo, ma non staticità (invece la discontinuità nello spazio e nel tempo presuppone l'io epico). Il dramma è compiuto e autonomo, perché originato dalla dialettica intersoggettiva che diventa linguaggio portatore del dramma.

La crisi del dramma e i suoi protagonisti

  • Ibsen (domina il passato sull'intimo dell'uomo e la sua intersoggettività quindi parliamo di dramma analitico): il dramma per lui non aveva carattere critico, ma nasconde una crisi interna. La tecnica analitica, da lui usata per costruire le sue opere moderne (es Gian Gabriele Borkman), ha permesso di accostarlo a Sofocle (la materia è già presente, ma deve essere sviluppata in modo che la tragicità della materia stessa possa mostrarsi), ma diversamente dall'Edipo di Sofocle (analisi tragica in cui tutto è già presente e deve solo evolversi) il passato non è in funzione del presente, ma è un pretesto per rievocare il passato stesso, che diventa tema principale (non ciò che accade, ma ciò che c'è tra e dietro i fatti, i motivi e il tempo). Questo dà vita al romanzo, in quanto nel dramma il passato non esiste, ma solo il presente, infatti nell'Edipo ciò che è passato diventa presente e la verità è oggettiva, mentre in Ibsen è interiore (da dove partono le decisioni), quindi soggettiva, ma proprio da questa soggettività e interiorità nasce il problema della forma drammatica di Ibsen, non trasferibile sulle scene, perché pur essendo connessa a un'azione presente rimane confinata al passato (leitmotiv di Ibsen è il passato che continua a rivivere ed essere rievocato es in Rosmersholm-suicidio = eterno presente, in cui tema politico e interiore si fondono). Le sue creature possono vivere solo in se stesse, perché appena parlano muoiono perdendo la loro menzogna vitale.
  • Cechov: accetta la forma tradizionale, ma rivela discrepanze tra forma ricevuta e schema tradizionale; i suoi personaggi vivono nel segno della rinuncia al presente, alla possibilità d'incontrarsi e alla felicità di un vero incontro. Questa rinuncia al presente significa vivere nel ricordo e nell'utopia, dove rassegnazione, nostalgia e ironia si fondono. Ciò si evince da Le tre sorelle (il passato è oppresso dal presente, dal futuro e dal ritorno al passato che deve essere anche grande futuro) questo vivere utopistico nel ricordo isola gli uomini, tenendoli sospesi sotto il peso del passato, che, insoddisfatti del presente, rinunciano all'azione e al dialogo (fondamentali per il dramma) che sono privi di peso, da cui si staccano i monologhi, simili ad autoanalisi rassegnate (le parole sono pronunciate in presenza di altri, ma solo le parole stesse a isolare chi le pronuncia). Il parlare nel dramma esprime il contenuto e il fatto e quando non c'è più nulla da dire il dramma tace, mentre nella lirica anche il silenzio diventa linguaggio, ed è proprio questo passaggio tra conversazione drammatica e lirica che dà fascino all'opera di Cechov (presenza di sordi simbolo dell'impossibilità di comprendersi).
  • Strindberg: giunge a forme nuove, infatti con lui ha inizio la drammaturgia dell'io (autobiografica); il dramma soggettivo sembra identificarsi, per lui, con la storia dell'evoluzione della propria anima in quanto rappresentazione totale della vita di un uomo, ed è per questo più autentica che non la rappresentazione di un'intera famiglia, in quanto l'autore non può sapere ciò che pensano gli altri.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

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