Dottrine Politiche – 21.02
Platone (Atene, 427 a.C. - 347 a.C.)
Platone è considerato l’inventore della filosofia occidentale, poiché stabilisce
davvero cos’è la filosofia, interpretando letteralmente il termine greco che significa
“Amore per la sapienza”.
appunto La filosofia, dunque, diventa ricerca della sapienza e
sostituzione dell’opinione con la verità e la sapienza attraverso il metodo della
dialettica. Non scrive trattati, bensì dialoghi, ed è il motivo per cui le sue opere sono
così complesse. È questa una scelta deliberata, poiché il dialogo ci consente di vedere
il pensiero nel suo farsi, per poi giungere infine alla conclusione (anche se talvolta
neppure si arriva alla verità).
Platone ritiene che esista una verità oggettiva riguardo alle cose più importanti per il
genere umano (Come bisogna vivere? Esiste una divinità? Esiste un aldilà? L’anima è
immortale? Qual è la migliore forma di governo?). Il filosofo è in grado di cogliere
questa verità perché usa il metodo dialettico per esaminare le possibili risposte
alla domanda posta, poiché alla verità si arriva usando la dialettica, ovvero mettendo
tutte le possibili risposte ad una domanda sullo stesso piano e vedere se si possono
confutare.
Platone si rende ben presto conto che le vecchie idee di giustizia non funzionano più;
“Politeia” “La Repubblica”)
scrive quindi l’opera intitolata (tradotto con a partire
almeno dal 385 a.C. è un dialogo in cui si parla anche di arte e del ruolo dei poeti nella
società, di astronomia, di educazione. Platone scrive quest’opera avendo presente un
contesto difficile di conflitto tra fazioni, che porta persino ad una guerra civile (la
guerra peggiore di tutte, perché mette l’uno contro l’altro i consanguinei). Il problema
di Platone dunque è: come creare una città unitaria, non più lacerata dalla lotta
tra fazioni?
“Politeia”: “La Repubblica”
“La Repubblica” è incentrato su un problema classico della politica: che cos’è la
(Socrate
giustizia. È un dialogo che consta di dieci libri, con diversi personaggi il
Cefalo, Polemarco, Trasimaco),
personaggio principale, affiancato da ciascuno dei quali
espone la propria idea di giustizia; in questo modo l’autore cerca di mostrare come si
arriva alla verità, analizzando le varie risposte alla domanda “che cos’è la giustizia?”,
e scoprendo se queste risposte superano una confutazione, poiché l’unica risposta
che resisterà ad una confutazione è la risposta giusta. Si tratta di una forma di filosofia
basata sul metodo induttivo.
Il dialogo quindi è basato sull’impegno per la costruzione della città perfetta, la
città giusta, Kallipolis, ovvero la società che permette agli esseri umani di essere il
più felici possibili e di realizzare nel modo migliore le loro capacità e potenzialità
tipicamente umane. La città perfetta quindi è quella che ci permette di essere
pienamente esseri umani e dunque essere felici.
Libro I:
Socrate, scendendo al porto del Pireo per vedere la festa della dea Tracia, incontra dei
Cefalo),
conoscenti che lo invitano a casa di un amico anziano ( il quale sta offrendo dei
sacrifici agli dei. Cefalo afferma di non avere paura di morire, pure essendo ormai
prossimo alla morte, poiché è certo di essere stato sempre giusto nel corso della sua
vita (ma anche fortunato), poiché ha sempre ridato a ciascuno ciò che gli doveva.
Socrate a questo punto chiede dunque cosa voglia dire giustizia. Cefalo risponde
che giustizia significa rendere a ciascuno ciò che gli si deve, ma Socrate confuta
questa idea con un semplice esempio: se Cefalo gli desse una spada e qualche tempo
dopo, impazzito, chiedesse di riaverla indietro, sarebbe giusto restituirgli la spada, con
la consapevolezza che l’uomo armato potrebbe farsi del male o compiere una strage?
Cefalo a questo punto gli dà ragione, e torna a dedicarsi al suo sacrificio. Ciò significa
dunque che si può vivere una vita intera in modo corretto ma senza sapere cosa sia
davvero la giustizia. Polemarco,
A questo punto il figlio di Cefalo, difendendo il padre con un atto di
giustizia filiale, ribatte esponendo la propria idea di giustizia: bisogna fare del bene
agli amici e fare del male ai nemici (tipica concezione della giustizia propria del
Socrate
mondo greco). obietta però dicendo che pensava che l’uomo giusto non
facesse mai del male a nessuno, perché se è giusto non può fare ingiustizia
neanche contro i nemici (cosa per noi ovvia, perché nati in una cultura cristiana, ma
rivoluzionaria per la morale corrente). Trasimaco,
È su questo sfondo di teorie tradizionali che interviene il sofista che si
presenta subito come un arrogante portatore della verità e la cui definizione di
giustizia è estremamente potente. Egli in un primo momento afferma di voler essere
Il
pagato per dire cosa sia la giustizia. Accontentato dagli astanti, egli rivela che “
giusto è l’utile del più forte”, dove il più forte è il governo costituito, perché in
ogni forma di governo chi è al potere fa le leggi a proprio esclusivo vantaggio.
Dunque non vi è alcuna differenza nelle varie forme di governo se non nel numero di
chi detiene il potere, ma la dinamica è sempre invariata, poiché i tornanti governano
sempre a spese dei governati. Dunque quando un uomo si comporta in modo giusto,
quell’uomo fa l’interesse dei governanti, non il proprio.
Trasimaco espone dunque un esempio: mentre un uomo comune che abbia
compiuto un reato verrebbe punito duramente, un tiranno può compiere qualsiasi
orrore restando comunque impunito, e anzi verrebbe invidiato e considerato
fortunato da tutti, pur compiendo tutti i delitti possibili contro gli uomini e contro gli
dei. Platone impiegherà nove libri per confutare definitivamente Trasimaco (la cui tesi
Marx).
sarà persino ripresa da
Socrate
A questo punto replica che non è vero che i governanti governano solo nel
proprio interesse, e fa l’esempio di un pastore che cura le sue pecore non nel
proprio interesse, bensì nell’interesse del gregge. Trasimaco ribatte però che il pastore
preserva le pecore per poi poterle poi mangiare. È dunque una confutazione debole
e poco convincente da parte di Socrate, con cui si conclude il I libro.
Libro II: l’idea di giustizia Glaucone Adimanto
Il Secondo Libro si apre con l’ingresso sulla scena di e (i fratelli di
Platone), che propongono a Socrate una nuova sfida. Accusano infatti quelli dell’età di
Socrate di essere responsabili della crisi di valori che caratterizza la loro epoca,
poiché non hanno istruito i giovani su cosa sia davvero la giustizia. Chiedono dunque a
Socrate di mostrare loro che la realtà della giustizia sia qualcosa di diverso da quan
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