Storia delle dottrine politiche
Aristotele e Platone
Aristotele, allievo di Platone, giunse ad Atene per studiare all'Accademia platonica, dove rimase per diciannove anni. Venne dunque fortemente influenzato dal maestro Platone e sviluppò il proprio pensiero avendo sempre presente quello del maestro. Come il maestro, inoltre, fondò anche egli una scuola: il Liceo.
Se Platone scriveva dialoghi, anche Aristotele scrisse alcune opere, quelle giovanili, in forma di dialogo. Tuttavia, tutte le sue opere sono andate perdute. Infatti, quando le scuole filosofiche vennero chiuse da Giustiniano nel 529 d.C., il patrimonio contenuto in esse venne perso, e poi distrutto con la distruzione della biblioteca di Alessandria. Sono giunti tuttavia alcuni appunti del filosofo da lui usati durante le lezioni, dunque le opere che possediamo di Aristotele sono fondamentalmente degli appunti che sono stati messi assieme prima dal nipote e poi, dopo diversi secoli, da diversi curatori. Questo spiega perché in alcune opere si trovino posizioni diverse e contrastanti.
Le opere fondamentali di Aristotele
Due sono le opere fondamentali di Aristotele per conoscere il suo pensiero etico e politico: l'Etica Nicomachea (così intitolata poiché indirizzata al nipote, Nicomaco) e La Politica. I titoli, ovviamente, vennero attribuiti dal curatore secoli dopo, non da Aristotele stesso.
La Politica inizia sin da subito con un attacco a Platone. Infatti, per spiegare come si possa avere una conoscenza certa, Platone aveva teorizzato che tutte le cose sensibili siano partecipi di un'idea (l'idea di cattedra, sedia, ecc). Secondo Aristotele, tuttavia, queste idee non servono a nulla; scrive infatti: "L'idea di bene ci rende forse più buoni?". Aristotele è interessato a scoprire come si possa essere buoni cittadini, non cosa sia l'idea di bene.
Etica e politica
Per Aristotele, come anche per Platone, l'etica è una parte della politica, perché ovviamente una buona forma di governo deve creare dei buoni cittadini. Nel pensiero moderno, invece, lo stato non è più un apparato che ha uno scopo etico, bensì si concepisce etica e politica come due ambiti separati.
Quindi, porsi la domanda di quale sia la migliore forma di governo significa anche chiedersi quale sia la forma di governo che forgia i cittadini migliori. In questo, quindi, Aristotele è d'accordo con Platone: per vivere una buona vita ci vuole una buona forma di governo.
La comunità politica
Secondo il filosofo, ogni associazione o comunità mira a qualche bene, dunque la comunità suprema (la polizza, ovvero la città) mira quindi al bene supremo, ovvero il bene della collettività. La comunità politica quindi deve esistere in vista di qualche bene, e la città o lo stato sono concepiti come una comunità, una impresa cooperativa alla quale ciascuno dà un contributo.
Il politico e il monarca
Contraddicendo Platone, Aristotele ritiene che l'uomo politico non sia uguale al monarca o al padrone degli schiavi o al padrone della casa. Nonostante si possegga la scienza politica, infatti, non si può essere contemporaneamente un bravo re, un bravo uomo politico, un bravo padrone, ecc., poiché sono capacità differenti.
La questione del metodo
Secondo Aristotele, quando si fa un'indagine scientifica bisogna fondarsi su due elementi:
- L'opinione della maggior parte delle persone, contrariamente a quanto pensato da Platone, perché uno scienziato ha il dovere di esaminare cosa pensa la maggioranza, ma anche le opinioni dei più saggi e delle persone più rispettate nella società.
- Quando gli scienziati si occupano di questioni, devono avere chiaro che ci sono nel mondo delle cose che sono sempre uguali, sempre allo stesso modo, mentre ci sono altre cose che non sono sempre uguali, ma lo sono "per lo più". Quindi, quando si parla di esseri umani e di politica si parla di cose che sono "per lo più", perché un essere umano può essere educato, quindi le cose umane sono cose che "possono essere diversamente". Nelle cose che possono essere sempre uguali quindi si può arrivare a una verità sicura, mentre per le cose umane bisogna accontentarsi di una verità approssimativa.
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