1. TOYOTISMO (Barrucci)
Il Toyotismo, o metodo Toyota, nasce dalle idee di Taichi Ohno, direttore della
casa automobilistica Toyota. Temporalmente si colloca a partire dagli anni ’70 e
denuncia quella crisi di sovrapproduzione capitalistica che caratterizzerà quegli
anni. Infatti, dopo un periodo di espansione, crescita dell’accumulazione
capitalistica e miglioramento delle condizioni di vita, la situazione economica
mondale cambia e i mercati si fanno più turbolenti. È necessario superare la
“rigidità” del sistema fordista per arrivare ad una maggiore flessibilità. Il metodo
fordista viene abbandonato a favore della “Lean Production” o produzione
snella. Uno dei principali testi che propongono un nuovo modo di produrre è “lo
spirito Toyota”, di Taichi Ohno, in cui quest’ultimo descrive due modalità:
trasformare il modo di produrre nei processi produttivi e trasformando
ulteriormente la divisione del lavoro. La caratteristica principale del Toyotismo è
quella di pensare all’inverso, ovverosia è il cliente che diventa sovrano, che fa
richieste. Il mercato deve rispondere alle richieste del consumatore, e solo in
quel momento si può dare il via alla produzione. Possiamo definire questa
“pratica” con il termine “just in time”. Si deve inoltre dare maggiore importanza
alla risorse umane. Si cerca di ridurre l’estrema parcellizzazione del lavoro, si
assegnano maggiori responsabilità ai lavoratori. Una parte dei tecnici e degli
ingegneri viene spostata in officina per seguire da vicino il lavoro dei lavoratori.
Si cerca di ridurre l’estrema parcellizzazione del lavoro, si assegnano maggiori
responsabilità ai lavoratori.
2. DIVISIONE SOCIALE DEL LAVORO E DIVISIONE AUTORITARIA DEL LAVORO
(Barrucci)
Per divisione sociale del lavoro si intende quel processo con cui vengono
suddivise le diverse funzioni sociali, mentre con l’acronico DAL si intende la
divisione del lavoro che si sviluppa all’interno dei modi di produzione. Viene
definita autoritaria perché all’interno dell’impresa ci sono dei lavoratori che per
un dato tempo sono stati costretti a vendere la propria forza-lavoro e ad
assoggettarsi al capitalista. Dunque piuttosto che di capitalista a questo punto è
meglio utilizzare il termine “direzione capitalistica” perché da un certo punto in
poi vedremo la separazione tra direzione e finanziamenti. Prima di Marx questa
divisione non era piuttosto chiara, sebbene Smith si dichiarasse favorevole alla
divisione autoritaria del lavoro poiché permetteva di aumentare la produttività.
Ma il limite di Smith è proprio quello di non distinguere sul piano analitico tra
DSL e DAL. Come abbiamo detto è proprio Marx a delineare differenze e
connessioni di questi due tipi di divisione del lavoro. Marx delinea appunto delle
differenze, che stanno soprattutto nelle regole che dominano questi tipi di
divisione: la DSL è infatti regolata dalla competizione, dalla concorrenza.
All’interno del processo lavorativo invece (per noi DAL; per Marx “divisione del
lavoro a tipo manifatturiero”), il lavoratore non produce tutto, ma solo una parte
e per questo l’unica regola che vige è la pianificazione capitalistica.
3. RICOLONIZZAZIONE DEL MONDO (Barrucci)
Dagli anni ’70 per contrastare la tendenza alla caduta del saggio di profitto, la
strategia capitalistica si struttura intorno: alla ricolonizzazione dei paesi
periferici dove il costo della forza-lavoro è basso, all’accrescimento dell’esercito
industriale di riserva e all’aumento dello sfruttamento.
Ciò porta come conseguenza un ulteriore rafforzamento delle diseguaglianze
sociali a scala globale, licenziamenti, abbassamento dei salari, indebitamento
dei paesi dominati verso i centri del dominio. (es: Stato del Messico) Nel mondo,
il 70% di chi vive in condizioni di povertà assoluta si concentra nelle aree rurali,
formando un enorme esercito industriale di riserva, un’offerta di manodopera a
basso costo. Dagli anni ’70 si inizia a parlare di “multipolarismo”, non c’è più un
solo attore bensì ce ne sono diversi. Le multinazionali operano per una
“divisione del lavoro su scala globale”. Cresce quella che si chiama
“centralizzazione capitalistica”, cioè le imprese forti diventano sempre meno ma
sempre più forti. Dunque vanno ad investire all’estero, supportat