Vietnam da Johnson a Nixon – Guerra del Vietnam
Nel 1954 l’amministrazione Eisenhower aveva deciso di non siglare gli accordi di Ginevra con l’Indocina, considerandoli un cedimento al comunismo. Le autorità americane avevano trovato un interlocutore fidato in Diem, un politico vietnamita nazionalista, antifrancese e anticomunista. Diem aveva posto fine a quello che rimaneva dell’influenza francese, allontanato Bao Dai e creato una Repubblica del Vietnam del Sud della quale lui era presidente. Il regime di Saigon contava sull’appoggio americano. Il governo Ho Chi Minh, invece, dopo il 1954 aveva concentrato l’attenzione sul rafforzamento dello stato nordvietnamita e sull’eliminazione di tutte le forme di opposizione e una volta consolidato il regime comunista, nel 1959 la leadership nordvietnamita decise di mirare alla riunificazione del paese con l’uso della forza, avviando una guerriglia nel Vietnam del Sud.
Nel 1960 si costituiva il Fronte di Liberazione Nazionale, egemonizzato dai comunisti ma che racchiudeva tutte le forze di opposizione a Diem. Nel 1961 Kennedy inviava nel Vietnam del Sud alcuni suoi collaboratori per avere una visione più chiara della situazione e gli venne suggerito di incrementare l’appoggio militare americano al governo sudvietnamita. Fra i collaboratori di Kennedy cominciò a diffondersi l’idea che solo la sostituzione di Diem avrebbe potuto rovesciare le sorti del conflitto. Kennedy lasciò che i detrattori di Diem prendessero il controllo e, guidati dal generale Van Minh, un gruppo di ufficiali sudvietnamiti prendeva il controllo e Diem veniva ucciso.
Kennedy veniva assassinato e il vicepresidente Johnson prese il suo posto di presidente. La caduta di Diem non migliorò la posizione del governo di Saigon, mentre i Viet Cong prendevano controllo su vaste zone. Nel 1964 due unità navali americane parvero subire un attacco a opera di siluranti nordvietnamite nel golfo di Tonchino in acque considerate internazionali dagli USA, ma non da Hanoi. Dopo questo incidente vennero autorizzati i bombardamenti sul Vietnam del Nord e il Congresso approvò la risoluzione del Tonchino che attribuiva al presidente la possibilità di attuare qualsiasi azione militare in Vietnam, ad eccezione dello stato di guerra. Nel 1964 Johnson vinceva le elezioni; egli fu costretto a dedicarsi al conflitto vietnamita.
Nel 1965 attacchi da parte dei Viet Cong a basi militari del Vietnam del Sud conducevano allo sbarco di sempre più combattenti e allo scontro nella valle di la Drang tra forze statunitensi e nordvietnamite. Gli USA fecero ogni sforzo per stabilizzare il regime di Saigon e non fu facile trovare un interlocutore che apparisse credibile di fronte alla popolazione del Vietnam del Sud e solo nel 1967 emergevano le figure di Van Thieu e Cao Ky due esponenti militari divenuti presidente e vice presidente della repubblica del Vietnam. La leader di Saigon, però, continuò a mantenersi al potere grazie al sostegno americano.
Sul piano internazionale la “guerra americana” nel Sud-Est asiatico ebbe serie conseguenze sulle relazioni degli USA con i propri alleati e sull’immagine di Washington su scala globale. Al conflitto presero parte anche la Nuova Zelanda, la Corea del Sud e l’Australia, convinte che l’impegno in Indocina servisse a impedire la penetrazione del comunismo in Asia. Gli alleati della NATO, invece, da un iniziale sostegno passarono alla perplessità e De Gaulle trovò una conferma al suo antiamericanismo e nel 1967 condannò l’intervento statunitense e invitò gli USA a ritirare le sue truppe dall’Indocina.
L’amministrazione Johnson non seppe mai individuare i veri obiettivi delle presenza americana in Vietnam e vi era la sensazione che la Guerra in Vietnam fosse solo una questione di prestigio e di dimostrazione di onnipotenza degli USA. Nella leadership di Hanoi, l’obiettivo fu sempre chiaro: la riunificazione del paese sotto il comando comunista.
Offensiva del Tet
Agli inizi di Gennaio 1968 il FNL lanciò una forte offensiva, offensiva del Tet, nei confronti degli americani e dei sudvietnamiti. Quest’ultime reagirono con efficacia e le truppe americane nel giro di qualche settimana ripresero il controllo ovunque. Johnson decise di non ricandidarsi e nel 1968 Richard Nixon, repubblicano che prometteva sì la fine del coinvolgimento degli USA in Indocina, ma che intendeva non uscire sconfitto dal conflitto, divenne il nuovo presidente. Egli aveva intenzione di rafforzare il governo di Saigon e “vietnamizzare il conflitto”, restituendo ai vietnamiti la responsabilità di combattere la propria guerra. Gli anni tra il 1968 e il 1973 sono gli anni in cui viene vietnamizzato il conflitto con il ritiro progressivo delle forze americane e contemporaneamente si provava ad aprire un negoziato.
Accordi di Camp David
L’impegno di Carter fu forte in Medio Oriente e in questo ambito conseguì il suo maggiore successo: avviati grazie alla Shuttle Diplomacy di Kissinger, i contatti fra autorità egiziane e israeliane erano proseguiti dopo il 1976 sotto il controllo di USA. La svolta venne impresa dal leader egiziano Sadat, che nel 1977 effettuò un viaggio in Israele e fece un discorso al parlamento ebraico, episodio ritenuto come una svolta nella questione mediorientale.
Nel 1978 Sadat e il primo ministro israeliano Begin firmavano un accordo grazie al quale Israele avrebbe restituito all’Egitto la penisola del Sinai con l’eccezione della striscia di Gaza, in cambio del riconoscimento di Israele e l’avvio di relazioni diplomatiche normali. In realtà questo successo era condizionato da alcuni seri limiti: gli accordi di Camp David non risolvevano il problema palestinese, infatti a dispetto col recupero del territorio perso con la guerra dei Sei giorni, l’Egitto di Sadat venne isolato dagli altri paesi arabi che definirono l’accordo di Camp David un tradimento. Sadat avrebbe pagato le conseguenze e venne ucciso nel 1981. Il resto dei paesi arabo parvero confermare la propria presenza nel Mediterraneo.
Il trattato prevedeva:
- Il riconoscimento reciproco dei due paesi.
- La fine dello stato di guerra che esisteva fin dal 1948 e il ritiro militare israeliano.
- La conseguente restituzione degli impianti civili della penisola del Sinai, occupata da Israele fin dal 1967.
I negoziati cominciarono sulla base degli accordi di armistizio di Rodi del 24 febbraio 1949. Il trattato assicurava la libera circolazione del naviglio israeliano attraverso il canale di Suez e il riconoscimento degli stretti di Tiran e del golfo di Aqaba come vie marittime internazionali che avevano costituito il formale casus belli alla guerra dei sei giorni del ’67.
Gli accordi israelo-palestinesi di Oslo 1993
La guerra del Golfo e la fine dell’URSS mutarono il quadro orientale a favore degli USA, talmente rafforzati che Washington appariva come l’unico attore internazionale in grado di imporsi alle parti in causa a favorire una soluzione. Nel 1991 si aprì a Madrid una conferenza internazionale che voleva aprire una serie di negoziati sulla questione medio-orientale:
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