Organizzazione aziendale
Domande tipiche fatte all'esame
Analisi di bilancio
L'analisi di bilancio consente, confrontando i dati del bilancio rielaborato, di rendere più significativa l'interpretazione del bilancio stesso e più facile la conoscenza della situazione aziendale. I soggetti a cui l'analisi del bilancio è destinata sono: i manager, i creditori, gli investitori, gli azionisti e gli analisti finanziari. Gli indici sono rapporti che mettono a confronto i valori tratti dalla rielaborazione dello stato patrimoniale, del conto economico e della nota integrativa. Gli indici possono a volte essere espressi in termini percentuali.
L'analisi per indici si articola nel seguente modo:
- Analisi economica
- Analisi patrimoniale
- Analisi finanziaria
L'analisi economica si occupa dell'esame della redditività dell'azienda, in modo tale che i ricavi superino i costi. L'analisi patrimoniale serve a misurare l'equilibrio dell'azienda tra la composizione degli impieghi e delle fonti. Gli indici che vengono utilizzati sono:
- Rigidità degli impieghi: si calcola facendo: immobilizzazioni diviso totale impieghi moltiplicato per cento. L'indice misura quanta parte dell'attivo è costituita da immobilizzazioni.
- Elasticità degli impieghi: si calcola facendo: attivo corrente diviso totale impieghi moltiplicato per cento. L'indice misura quanto pesa l'attivo corrente sul totale degli impieghi.
- Incidenza dei debiti a breve termine: si calcola facendo: passività correnti diviso totale impieghi moltiplicato per cento. L'indice esprime il peso dei debiti a breve sul totale impieghi.
- Incidenza dei debiti a medio-lungo termine: si calcola facendo: passività consolidate diviso totale impieghi moltiplicato per cento. L'indice esprime il peso dei debiti a medio-lungo sul totale impieghi.
- Autonomia finanziaria: si calcola facendo: capitale proprio diviso totale impieghi moltiplicato per cento. L'indice segnala l'indipendenza dell'impresa dalle fonti di finanziamento.
- Leverage: si calcola facendo: totale impieghi diviso capitale proprio. L'indice indica se c'è equilibrio tra il capitale proprio e quello di debito.
Il marketing farmaceutico
Il successo di una farmacia non dipende solo dalla sua offerta commerciale e dal modo in cui essa è organizzata per vendere il prodotto, ma deve essere fatta conoscere al cliente. Per tale scopo la farmacia ha in suo possesso diversi strumenti di comunicazione: la pubblicità, promozione vendita, vetrine e addetti alla vendita. In questa parte sarà analizzata la vetrina, considerata lo strumento commerciale che più ha legami con il visual merchandising, hanno logica, tecnica e mezzi sostanzialmente analoghi.
La vetrina riflette molto l’immagine della farmacia ed è il primo biglietto da visita che viene presentato al cliente consumatore una volta che ci passa davanti. Svolge diverse funzioni, anche se molte vengono sottovalutate:
- Attira l’attenzione dei passanti, stimolandoli ad entrare in farmacia per un acquisto d’impulso;
- Caratterizza la farmacia, contribuendo a rafforzare l’immagine e facendo capire quali prodotti vengono trattati all’interno;
- Conferisce importanza e prestigio;
- Esplicita il proprio stile e trasmette impressioni di modernità o tradizione, presenza di novità, progresso, ecc.
Quindi la vetrina non può essere considerata semplicemente come uno spazio generico, utile per esporre i prodotti; deve essere concepita e organizzata come esposizione dell’intera offerta merceologica della farmacia e dei particolari servizi commerciali che essa produce per i propri clienti. Il personale della farmacia deve cercare di permettere ai prodotti di parlare e raccontarsi facendo emergere le idee sull’utilizzo, mostrando la qualità e le caratteristiche da renderli diversi da prodotti proposti dalle altre farmacie e soprattutto dagli altri punti vendita. Una farmacia multispecializzata non può esporre in modo generico i suoi prodotti, ma ha bisogno di proporre dei temi che richiamino quelli caratteristici di ogni suo reparto, mettendo così in particolare risalto la molteplicità di specializzazioni contenute nella propria offerta dei prodotti e le ampie possibilità di scelta esistenti nell’ambito di ciascuna. La vetrina quindi serve anche per raccontare la farmacia, per raccontare il tipo e le caratteristiche specifiche del suo assortimento, mostrando tutte le possibilità di scelta che offre. Tutto questo, il suo modo di comunicare, la sua logica, i suoi messaggi, i suoi elementi strutturali, i criteri espositivi e i programmi vanno coordinati con quelli del suo sistema di visual merchandising.
Per essere efficace una vetrina deve possedere sei requisiti fondamentali:
- Visibilità
- Univocità
- Semplicità
- Originalità
- Pulizia
- Varietà
La visibilità della vetrina si realizza con un’esposizione chiara e non sovraccarica di prodotti. Troppi prodotti, quasi sicuramente esposti in maniera disordinata, rendono confuso il messaggio principale ed è difficile individuare quali sono le proposte merceologiche e commerciali. L’univocità della vetrina si ottiene aggregando prodotti che hanno caratteristiche simili e univoche, dato che il fine ultimo è quello di risolvere lo stesso problema di acquisto. Questo messaggio viene percepito meglio se la vetrina è semplice e più risulterà efficace. I prodotti riescono a parlare meglio senza molti elementi decorativi intorno. L’originalità va intesa non in sé, come valore assoluto, ma strumentalmente, cioè come fattore di attenzione. Per attirare l’attenzione, la vetrina deve trasmettere un messaggio originale, attraente e interessante, che metta ben in evidenza in che cosa questa particolare farmacia si differenzia dalle altre. La pulizia della vetrina non deve essere intesa come un fatto estetico o igienico, ma è un fattore determinante di immagine; l’idea è quella di trasmettere gradevolezza, nettezza della farmacia e novità di prodotti, che non stanno fermi ma che vengono venduti e quindi trasmettere al consumatore la sensazione che sia una farmacia di successo e che possa soddisfare le esigenze del cliente. Infine, la varietà, che non va intesa nel senso di varietà e quantità di prodotti in essa esposti, ma nel senso di rinnovo continuo della loro esposizione nella vetrina.
Contabilità analitica
Uno degli aspetti più importanti per le imprese è la contabilità analitica, che riguarda prevalentemente la contabilità dei costi o anche definita contabilità industriale. Questo tipo di contabilità è importante per le imprese, perché permette alle imprese di fare delle importanti scelte economiche. I costi sono controllabili, sono gestibili, i ricavi derivano dalla vendita dei beni e quindi da prezzi già determinati, prezzi che fa il mercato, in presenza di prodotti sostituibili (non sono prodotti o servizi di un’azienda monopolista, cioè prodotti che solo quell’azienda ne è in possesso e facendo ciò che vuole), quindi non si può agire per migliorare la redditività dell’azienda, cioè sui costi che sono più facilmente controllabili, a questo è dato il nome di contabilità dei costi.
Per le imprese mercantili che acquistano un bene già dall’esterno, il costo di acquisto è già determinato nella fattura di acquisto, invece per le imprese di produzione, partendo dalla materia prima, devono lavorarla per raggiungere il prodotto finito. Per determinare il costo del bene che un'impresa produce, bisogna determinare il costo cioè capire quale margine porre sul costo di acquisto per raggiungere il prezzo di vendita e poter guadagnare. La merce è un bene non trasformabile, che viene acquistata per essere rivenduta nello stesso stato in cui si trova.
Costo primo, chiamato anche configurazione BASIC, è dato dal costo della materia prima più costo della manodopera diretta. La materia prima è un bene che viene acquistato per essere successivamente lavorato, è un costo variabile ed è un costo diretto. Un costo diretto è un costo immediatamente e univocamente riferibile a un bene e alla materia prima.
Esempio: un’impresa tessile usa il filato per fare le maglie finite, quel filato è la materia prima ed è un costo variabile per arrivare ad avere la quantità acquistata, esempio compro 1 kg spendo 10 euro, se ne compro 2 kg spendo 20 e così via. La manodopera diretta è relativa a tutto quel personale che opera direttamente alla trasformazione della materia prima, perché è direttamente riferibile a quel bene e si riferisce direttamente solo e soltanto ai dipendenti che entrano nella produzione del bene ed è anch’esso un costo BASIC. Il costo della manodopera può essere un costo fisso se riguarda dei dipendenti che non hanno la flessibilità, cioè sono addetti a fare sempre e solo quella cosa, invece può diventare un costo variabile se il dipendente svolge diverse funzioni.
Una seconda configurazione è il costo industriale, qualcosa in più del costo primo, c’è il costo primo a cui si vanno ad aggiungere altri costi indiretti che rientrano nella fabbricazione del prodotto. È quella parte di costo che riguardano lo stabilimento di produzione. Nell’area di produzione, il costo di macchinari, impianti, ecc., è un costo che appartiene all’esercizio come quota di ammortamento.
Il costo industriale è dato dalla manodopera indiretta e qualsiasi quota di costo indiretto riferito alla sfera della produzione. La manodopera indiretta è un costo indiretto e riguarda tutti quei dipendenti che sono indirettamente addetti alla produzione, che sono un costo per l’impresa ma non entrano nel processo produttivo, tipici esempi, gli operai che lavorano negli uffici amministrativi, gli addetti alla sorveglianza, alla direzione degli operai, un tecnico addetto alla manutenzione dei macchinari, quindi non intervengono alla produzione diretta per questo manodopera indiretta.
Le quote di ammortamento possono essere costi diretti o indiretti. Se un macchinario viene utilizzato per la fabbricazione di un solo prodotto allora l’ammortamento di quel macchinario è sicuramente un costo diretto perché immediatamente e indirettamente riferibile a quel prodotto. Quindi gli ammortamenti possono essere diretti se riguardano direttamente solo e soltanto un oggetto, indiretto se riguarda più oggetti. Se un macchinario l’ho utilizzato per fabbricare tre diversi tipi di prodotto, la quota di ammortamento non posso riferirla a uno solo dei tre prodotti e quindi il costo dell’ammortamento è su vari prodotti. Invece se viene utilizzato per la fabbricazione di più prodotti diversi è un costo indiretto perché l’ammortamento appartiene a entrambi i prodotti.
Il costo di ammortamento su più prodotti, per ripartirlo, in testa ad ognuno di esse, si potrebbe fare in percentuale di utilizzo dei prodotti, quindi cambia anche il valore del costo a cui si interviene, quindi se la ripartizione la fanno due persone diverse, si avrà un costo complessivo diverso, soggettivo e vanno bene entrambi, ma si avranno risultati diversi.
Il costo complessivo è formato da costo di fabbricazione e industriale più quote di costi commerciali, amministrativi, tributari ecc., cioè tutti gli altri costi che l’azienda sostiene e che non riguardano certificamente l’aria della produzione. Quindi queste tre diverse configurazioni di costi sono meno parziali, abbastanza completi e indiretti, sempre più complessivi perché contengono al loro interno oltre all’area della produzione anche l’area commerciale, l’area amministrativa, le imposte, costi industriali e tutti i costi che l’azienda sostiene nel suo complesso, esempio l’energia elettrica che illumina di notte l’azienda.
La contabilità dei costi si divide in due teorie: la teoria dei costi diretti e la teoria dei costi pieni o indiretti (metodo ABC). I fautori dei costi pieni dicono che per determinare un costo che l’azienda deve prendere a riferimento, il costo deve contenere al suo interno i costi diretti, ma anche i costi indiretti perché rientrano entrambi nella definizione dei costi. I criteri in base al quale vado a ripartire i costi indiretti è soggettivo (dipende da chi fa l’analisi) se cambia chi fa la ripartizione, cambia anche il criterio di riparto.
Per determinare il costo di produzione, gli autori della teoria dei costi diretti dicono di tener conto solo dei costi direttamente riferibili e non dei costi indiretti, perché così trovo un costo oggettivo e chiunque fa l’analisi arriva allo stesso risultato, invece i costi indiretti ci sarebbero comunque, a prescindere dal fatto che si facciano diversi prodotti e non rientrano nella determinazione del costo perché non è un costo oggettivo, perché dipende da chi fa l’analisi. La teoria dei costi diretti dice che comunque ci sarebbero a prescindere, quindi è corretta la teoria che determina il costo di un prodotto utilizzando solo i punti nettamente reperibili, ovviamente portano allo stesso risultato, il risultato cambia se ci sono le rimanenze, avremo un reddito più elevato nella contabilità a costi pieni rispetto alla contabilità a costi diretti.
Il metodo ABC è la teoria dei costi pieni, un costo più completo, prende in considerazione tanto i costi diretti quanto quelli indiretti. Questo metodo è più attuale dei costi pieni, tiene conto non più della materia prima e manodopera diretta che sono di minor importanza poiché hanno assunto nella produzione di beni più recenti altri costi.
Gestione di un'azienda
La gestione di ogni azienda di produzione può essere studiata sotto tre aspetti:
- Aspetto tecnico, che comprende i processi di trasformazione di fattori produttivi in beni
- Aspetto economico, che riguarda i costi sostenuti dall’azienda per gli investimenti e i ricavi conseguiti
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