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PARTE 1 – DOMANDE ECONOMIA POLITICA E INDUSTRIALE.

1) DISEGNO ISTITUZIONALE DELLA REGOLAZIONE E MODELLI DI REGOLAZIONE.

• Con DISEGNO DELLA REGOLAZIONE non si intende il tipo di regolazione che verrà fatta, ma si intende

chi compie la regolazione, quale soggetto, con quali poteri, con quali strumenti, e in quale posizione

rispetto all’architettura dello Stato.

➔ Evidentemente, il problema riguarda la scelta di chi fa la regolazione, e riguarda questo possibile

conflitto tra interessi privati e interessi di tipo pubblico.

• Non è facilissimo definire qual è il MECCANISMO REGOLATORIO OTTIMALE, ma è possibile individuare

delle CARATTERISTICHE considerate DESIDERABILI da parte del regolatore caratteristiche che hanno

lo scopo di dare sempre meno spazio alla possibilità di perseguire interessi privati da parte di chi è

chiamato a svolgere azione regolatoria.

• Le CARATTERISTICHE CHE DOVREBBE POSSEDERE IL REGOLATORE per dare meno spazio alla possibilità

di perseguire interessi privati sono:

- COMPETENZA: il regolatore deve avere competenze tecniche, economiche e giuridiche

approfondite così da poter analizzare i problemi complessi che deve risolvere. È un requisito

fondamentale perché il soggetto regolato è riluttante nel fornire informazioni e per questo si

preferisce un regolatore specifico a uno generico.

- EFFICACIA: il regolatore deve essere efficace con le proprie azioni ed essere dotato di tutti gli

strumenti di intervento che gli servono per realizzare la propria attività.

- INDIPENDENZA: il regolatore deve avere il requisito di indipendenza nei confronti dell’impresa

regolata, dai suoi clienti, concorrenti e fornitori. Diversamente si verificherebbe la cattura, che

indica un termine figurato, nel senso che il regolatore invece di perseguire l’interesse pubblico,

persegue l’interesse privato come quello del soggetto regolato, diventando un lobbysta anziché un

regolatore.

- ACCOUNTABILITY: ossia l’assunzione di responsabilità, da parte del regolatore, nei confronti di

qualche potere dello Stato.

• I MODELLI DI DISEGNO ISTITUZIONALE prevalenti sono:

- da un lato, i c.d. REGOLATORI MINISTERIALI;

- dall’altro lato il modello più di stampo statunitense che è quello delle c.d. AUTORITÀ INDIPENDENTI.

➔ Il REGOLATORE MINISTERIALE è normalmente un regolatore che ha come difetto quello di essere

soggetto al ciclo politico, con un bilancio e un costo dell’azione regolatoria legato a quello del

Governo.

➔ Nel modello delle AUTORITÀ INDIPENDENTI, il principio è quello della competenza e quindi ci sono

regolatori settoriali, indipendenti e non legati al ciclo politico, non decadono e hanno

un’autonomia anche dal punto di vista finanziario, con un loro bilancio slegato dal bilancio dello

Stato, e sono ritenuti in grado di assicurare una migliore regolazione. La tendenza è quella di andare

verso regolatori specifici e indipendenti.

• In ITALIA, i regolatori esistenti sono AUTORITÀ SETTORIALI, come l’Autorità che si occupa delle

Telecomunicazioni, quella dell’Energia elettrica e del gas, oltre che delle risorse idriche, c’è la neonata

Autorità dei trasporti; due Autorità nel settore finanziario, la Consob per quanto riguarda la Borsa e la

Banca d’Italia, per le attività di carattere bancario, oltre alla BCE.

C’è, poi, UN REGOLATORE NON SETTORIALE ma che riguarda più settori che è l’Autorità antitrust, che

mette in atto sia una regolazione ex ante, che soprattutto ex post.

• In Italia, abbiamo scelto un modello di AUTORITÀ INDIPENDENTI, di stampo americano. Questo non

significa che un regolatore di emanazione diretta dello Stato non possa funzionare, per esempio nel

settore delle Telecomunicazioni in Inghilterra funziona abbastanza bene, pur essendo una costola del

Ministero delle Telecomunicazioni. 1

• Da ultimo, nel modello italiano delle Autorità indipendenti, l’accountability e quindi il controllo sulla

responsabilità dei soggetti regolatori è affidato alla magistratura amministrativa cioè, le decisioni

delle Autorità indipendenti sono sindacate dai Tribunali Amministrativi in primo grado, il Tar, e in

ultimo grado, il Consiglio di Stato.

2) MONOPOLIO NATURALE E SUBADDITIVITA DEI COSTI

• Si ha MONOPOLIO NATURALE quando la produzione da parte di una singola impresa minimizza i

costi, cioè è più conveniente che vi sia una sola impresa a produrre piuttosto che una pluralità di

imprese, a parità di condizioni tecnologiche e di costi di produzione.

• Il caso tipico è quello di un’impresa i cui costi medi di lungo periodo sono decrescenti e i rendimenti

di scala sono crescenti; quindi, siamo in presenza di ECONOMIE DI SCALA. In questo caso la

minimizzazione dei costi porterà necessariamente all’emergere del monopolio.

• Le cause del monopolio possono essere molteplici e possono prescindere dal comportamento

strategico del monopolista.

• Questo tipo di monopolio viene definito naturale, in via del fatto che rappresenta una tendenza

spontanea del mercato.

• Si può notare che:

- il COSTO MEDIO DI LUNGO PERIODO (LRAC) è

decrescente e superiore al COSTO MARGINALE (MC);

- la CURVA DI DOMANDA DEL MERCATO (D) è

decrescente e la CURVA DI RICAVO MARGINALE

(RM) ha origine nello stesso punto della curva di

domanda è decrescente e ha una doppia pendenza

rispetto a D perché è legato all’andamento di questa.

- L’impresa può spingersi fino al punto dove RM = MC,

oltre questo livello per l’impresa è sconveniente

produrre poiché perderebbe profitti.

- Pm indica il PREZZO a cui si vende la QUANTITÀ Qm.

- Il punto originato da Pm e Qm rappresenta l’EQUILIBRIO DI MERCATO IN ASSENZA DI

REGOLAZIONE.

• Il DILEMMA REGOLATORIO è quello di trovare il modo di minimizzare l’inefficienza associata alla

soluzione spontanea del mercato, senza mettere a rischio l’erogazione del servizio.

• Un’industria è in monopolio naturale se la sua FUNZIONE DI COSTO è SUB-ADDITIVA in

corrispondenza dell’intervallo di produzione rilevante.

• Le economie di scala SONO UNA CONDIZIONE SUFFICIENTE per l’esistenza del monopolio naturale

MA NON UNA CONDIZIONE NECESSARIA; cioè, se ci sono economie di scala è sicuro che un

monopolio naturale ed è sicuro che la funzione di costo e sub-additiva, quando le economie di scala

si esauriscono l’industria non per questo cessa di essere un monopolio naturale perché la sua

funzione di costo resta sub-additiva (quindi, può esserci un monopolio naturale anche se la curva

dei costi medi non è decrescente su ampio intervallo). 2

• ’

Le economie di scala sono presenti fino al punto e

successivamente cessano.

• ’

Fino al livello la produzione da parte della singola

impresa minimizza il costo perché qualsiasi livello di

0 ’

produzione tra e se avessi 2 imprese identiche

ciascuna con funzione di questo costo medio avrei un costo

maggiore rispetto a quello che otterrei se lo producesse una

singola impresa.

• ’

Anche se le economie di scala cessano nel punto la sub-

additività non si limita a questo livello di quantità

infatti la convenienza permane fino al punto ,poiché il

costo sostenuto complessivamente da una sola impresa è comunque inferiore se a produrre

fossero 2 imprese.

Ecco perché le economie di scala sono condizione sufficiente ma non necessaria.

• ∗

è il limite del c.d. INTERVALLO DI SUBADDITIVITÀ, dove oltre non c’è più sub-additività, per cui

è possibile che la produzione sia condotta da due imprese. Questo vale solo per un’impresa

MONOPRODOTTO che produce solo un bene o servizio.

• Invece, nel caso in cui la produzione è MULTIPRODOTTO il legame tra economie di scala e sub-

additività si attenua perché siamo in presenza di una PRODUZIONE CONGIUNTA e questa porta

alle c.d. ECONOMIE DI SCOPO O DI GAMMA.

• Il monopolio naturale è di fatto un fallimento del mercato perché presenta un equilibrio che se è

massimizzante per il soggetto che lo determina non lo è per la collettività.

→ () = +

FUNZIONE DI COSTO

M ()

→ =

COSTO MEDIO (decrescente)

()

→ =

COSTO MARGINALE (costante)

→ =

FOC (punto b)

( , ) = equilibrio di monopolio (punto a)

→ =

FOC

( , ) = equilibrio di concorrenza perfetta (punto c)

• Graficamente la condizione di massimo profitto è soddisfatta quando il ricavo marginale è uguale

→ =

al costo marginale (punto b). A questa condizione corrisponde la quantità prodotta

che sarà venduta ad un prezzo . Dunque, l’EQUILIBRIO NEL MONOPOLIO si ha nel punto a

( , ).

• 1

Tale equilibrio non è Pareto efficiente come lo è invece l’equilibrio della CONCORRENZA PERFETTA

=

dove (punto c) (questo è il nostro benchmark).

• Infatti, sapendo che la FUNZIONE DEL BENESSERE SOCIALE è data dalla somma del SURPLUS DEI

= + :

e del (profitti):

CONSUMATORI SURPLUS DEL PRODUTTORE

- nella concorrenza perfetta l’impresa non consegue profitti e quindi la funzione del benessere

=

sociale è uguale al surplus del consumatore: graficamente il benessere sociale è pari

;

all’area del triangolo

1 un equilibrio è Pareto efficiente quando la locazione delle risorse è tale che non è possibile apportare miglioramenti al sistema, ovvero non si può

migliorare la situazione di un soggetto senza peggiorare quella di un altro. 3

- nel monopolio naturale invece, quando il prezzo diventa il surplus del consumatore si

diminuisce diventando l’area e il profitto (surplus del produttore) è dato dall’area del

. .

rettangolo Quindi il benessere sociale è pari all’area del trapezio

Questo equilibrio determina un'efficienza perché c'è un sacrificio in termini di benessere da

parte dei consumatori che è più che proporzionale al beneficio del monopolista. Si ha una

.

perdita secca rappresentata dall’area del triangolo

• Quindi il monopolio naturale è un fallimento di mercato perché presenta tale INEFFICIENZA

ALLOCATIVA. Oltre a questa inefficienza ne abbiamo anche altre:

- INEFFICIENZA INTERNA DI PRODUZIONE,

- INEFFICIENZA DA RENT SEEKING,

- INEFFICIENZA DINAMICA RISPETTO ALLA CAPACITÀ DI INNOVARE.

3) INEFFICIENZA DI MONOPOLIO

• L’EQUILIBRIO NEL MONOPOLIO si ha per una quantità pari a

“ ” e un prezzo pari a “ ”

➔ in questo caso abbiamo una riduzione della rendita del

consumatore e un aumento dei profitti dei produttori, e

questo comporta una RIDUZIONE DEL BENESSERE SOCIALE

che rappresenta la perdita secca rappresentata dal

.

triangolo

• ( , )

Quindi l’equilibrio è inefficiente dal punto di vista

Paretiano perché è un fallimento di mercato ovvero,

determina un sacrificio in termini di benessere per i

consumatori che è più che proporzionale al beneficio del

monopolista. Questa è l’INEFFICIENZA ALLOCATIVA e non è la conseguenza di un errore strategico da

parte dell’impresa, perché così facendo ottiene extraprofitti.

• →

La seconda inefficienza connessa al monopolio è la c.d. INEFFICIENZA DA RENT SEEKING questa è la

circostanza dove il monopolista pur di mantenere la posizione di monopolio (potere di mercato),

potrebbe investire l’intero extraprofitto in attività sterili dal punto di vista del benessere e cioè che

non producono valore, al fine di ALZARE LE BARRIERE ALL’ENTRATA e scongiurare l’ingresso di rivali.

Se questo si verifica si ha una inefficienza di tipo allocativo dovuta all’impiego improduttivo

dell’extraprofitto.

• →

Un’altra inefficienza è la c.d. INEFFICIENZA X o INEFFICIENZA DI PRODUZIONE tale inefficienza

riguarda il processo produttivo, in quanto l’impresa in monopolio non ha interesse a minimizzare i costi.

Questo è dovuto dall’assenza di concorrenza che non spinge l’impresa a minimizzare i costi in quanto

questo costa perché significa migliorare costantemente il processo produttivo. 4

L’inefficienza X graficamente si può esprimere come un livello di costo marginale più elevato ( ) di

quello che sarebbe possibile ottenere. È chiaro che se il costo marginale è più elevato di quello che

minimizza i costi allora se ripetiamo l’analisi di benessere abbiamo una perdita di benessere sociale che

per natura è diversa da quella generata per l’inefficienza allocativa.

Al contrario un’impresa in concorrenza perfetta è continuamente stimolata a minimizzare il costo di

produzione per evitare la fuoriuscita dal mercato.

• Infine, c’è l’INEFFICIENZA DINAMICA LEGATA AL PROCESSO DI INNOVAZIONE.

- Secondo Schumpeter l’impresa monopolista aveva un incentivo maggiore ad innovare; infatti, dato

che il monopolista ottiene extraprofitti ha più risorse da investire in innovazione.

- Un importante risposta ideale a Schumpeter è quella di Arrow, il quale fa il seguente esempio:

abbiamo un MONOPOLISTA che ha un certo livello di profitti indicato da e deve scegliere se

investire o meno un certo ammontare X di risorse finanziarie per cercare di arrivare ad una

innovazione (di processo o di prodotto). Il monopolista investirà solamente se si aspetta che a

seguito dell’innovazione i profitti conseguibili, indicati con , siano superiori a quelli che

2.

consegue al tempo attuale. Quindi il monopolista investe X aspettandosi di ottenere Questa

2 1

scelta verrà fatta dal monopolista solamente se e cioè i profitti con l’innovazione meno i è

− > .

maggiore di quello che deve spendere per innovare:

Ponendo dinnanzi alla stessa scelta l’impresa in CONCORRENZA PERFETTA e quindi un’impresa che

non consegue profitti, la stessa innoverà solamente se si aspetta di ottenere dall’innovazione un

> .

livello di profitti Π2 maggiore di quello che deve spendere:

Confrontando le due condizioni l’incentivo ad innovare è maggiore per l’impresa in concorrenza

rispetto a quella in monopolio in quanto l’impresa in monopolio, se innova ed ha successo, ottiene

ma rinuncia a che erano i suoi profitti prima dell’innovazione, mentre l’impresa in

concorrenza non rinuncia a nulla in quanto il suo era uguale a 0.

Quindi vi è una INEFFICIENZA DINAMICA rispetto alla capacità di innovare perché il fatto che non

vi è concorrenza, comporta un minor incentivo ad effettuare innovazioni di prodotto o di processo.

• Per tutti questi motivi quindi si può dire che il monopolio è un fallimento del mercato e cioè qualcosa che

non si corregge da sé. Allora, se si vogliono correggere queste inefficienze ne entra in gioco l’intervento

pubblico. Viene posto quindi un vincolo al comportamento del monopolista in maniera tale da riallineare

l’ottimo privato del monopolista all’ottimo sociale.

4a) CONTENDIBILITA DEL MERCATO.

• Se in un mercato si fanno extra profitti, questi attraggono nuove imprese che vogliono entrare su quel

mercato per realizzare anche loro extra profitti.

➔ Secondo la SCUOLA DI CHICAGO, se questo accade, chi è già sul mercato reagirà alla minaccia di

concorrenza abbassando il prezzo da (che è quello che gli massimizza il profitto) ad AC (costo

medio), certamente non spingendosi mai al di sotto di questo altrimenti incorrerebbe in delle

perdite.

• Secondo la TEORIA DELLA CONTENDIBILITÀ, se vi è una minaccia credibile di concorrenza, al

monopolista non conviene esercitare il suo potere di mercato (e portare l’equilibrio a Pm Qm,

realizzando il massimo mark-up) ma conviene tenersi più basso come mark-up rispetto al costo

marginale e arrivare ad una soluzione di second best.

➔ Questo sarà un equilibrio migliore dal punto di vista del benessere sociale ma non sarà Pareto

efficiente. La soluzione di second best rappresenta un fallimento di mercato minore che potrebbe

essere accettabile se in cambio non si deve regolare il mercato. 5

• Affinché tutto ciò accada è necessario:

- che la MINACCIA sia CREDIBILE,

- NON SIANO PRESENTI COSTI IRRECUPERABILI (sunk cost) connessi all’ingresso sul mercato.

L’assenza di sunk cost è condizione fondamentale. Se i costi sono irrecuperabili la teoria dei mercati

contendibili non è più applicabile. I costi sono irrecuperabili quando si riferiscono ad investimenti che

una volta effettuati non trovano un impiego alternativo.

Poiché queste condizioni non sono semplici da realizzare nella pratica è per questo che tutti i settori di

monopolio naturale sono regolati.

4b) CONCORRENZA PER IL MERCATO QUALE STRUMENTO DI REGOLAZIONE DEL

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mariogiorno di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Ferrari Bravo Laura.
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