Perché la rivoluzione industriale iniziò in Gran Bretagna
La rivoluzione industriale iniziò in Gran Bretagna perché questa riuscì a riunire più rapidamente degli altri il maggior numero di fattori favorevoli alla crescita, tra cui clima, localizzazione geografica, risorse naturali, visione filosofico-religiosa e organizzazione della società. In particolare, questo processo fu favorito da:
- Clima mite e territorio ricco di risorse (carbone)
- Monarchia diventa meno assoluta (1215 Magna Charta)
- Parlamento assume il controllo diretto della finanza pubblica alla fine del Seicento, dove nasce la Banca d’Inghilterra nel 1694 e il debito pubblico viene distinto dalle finanze del Re
- Common Law, giustizia sulla base di mutate consuetudini accertate attraverso casi esaminati (maggiore adattamento ai cambiamenti)
- Privatizzazione delle risorse per una maggiore e più efficace utilizzazione (enclosures)
- Colonialismo, commercio internazionale, accumulazione di capitali, 1651 atti di navigazione
- Calico Act (1701 e 1721), industria nazionale del cotone con importazioni esclusivamente da colonie
- Country banks finanziavano crescenti affari. Merchant banks di Londra che finanziavano soprattutto commercio e attività internazionali
- Filosofia empiristica, economia politica (Adam Smith) e maggiore diffusione della cultura (giornali, accademie, club)
- Tecnologia non richiedeva studi avanzati, si basava sulla capacità di imparare dall’esperienza mediante un processo di trial and error
Piena trasformazione industriale tra metà del Seicento e metà dell’Ottocento. Risultati raggiunti dalla Gran Bretagna sono dovuti più alla continuità e all’accelerazione del processo con nuovi processi di produzione sempre più meccanicizzati in vari rami industriali (cotone). Carbon coke per la lavorazione del ferro, puddellaggio permise di produrre acciaio e ghisa senza utilizzare carbone di legna. Caldaia a vapore perfezionata intorno al 1698 e prima macchina a vapore nel 1782. Applicazione alle filande di cotone (1785), industria del ferro in altri settori e trasporti (1801 prima locomotiva). Inizia lo sfruttamento del sottosuolo (carbone, petrolio, gas, uranio), liberando il suolo per la produzione di cibo e importanti materie prime, con stock di grandi proporzioni non limitati dall’estensione della terra o dalle stagioni. Fonte di energia per potenziare le macchine, muovere complessi industriali e infrastrutture sempre più grandi, capacità produttiva in aumento. La povertà diventa una responsabilità sociale legata alla distribuzione dei prodotti e non alla loro insufficienza, opportunità di vendere nei mercati a prezzi minori per aumentare i profitti, incentivo a cercare fonti di energia più potenti e macchine sempre più automatizzate, ingrandimento dei mercati.
La NEP
Il caos generale generato dallo scontento della gran parte della popolazione che non voleva o non aveva nessun interesse di continuare i conflitti della Prima guerra mondiale, dichiarati dal nuovo governo istituito in seguito alla rivoluzione borghese del 1917, pose facilmente in buona luce Lenin e la sua propaganda socialista, con i consigli rivoluzionari (soviet) del partito bolscevico che lanciarono l'attacco al governo borghese nell'ottobre 1917. Dalla presa del Palazzo d'inverno a San Pietroburgo, seguirono quattro anni di guerra civile, durante i quali l'economia regredì a un regime di comunismo di guerra, in cui si tornò al baratto, la moneta fu abolita, i lavoratori militarizzati e remunerati in natura, la produzione agricola requisita, le industrie nazionalizzate. Questo portò la produzione industriale e agricola a una forte caduta, oltre alla scomparsa di importazioni ed esportazioni.
In questa condizione disastrosa, nel 1921 Lenin decise di varare la NEP (Nuova Politica Economica), che pose fine a razionamento e requisizioni, cercando di introdurre nel mercato elementi socialisti. Tornò in uso la moneta, commercio e industria vennero liberalizzate per le piccole imprese, ma il passo sorprendente fu la liberalizzazione dell'agricoltura (sperando di indurre gli agricoli a produrre e vendere di più, impose una imposta fondiaria proporzionale). Solo le imprese in settori considerati strategici rimasero centralizzate, mentre alle altre venne lasciata una certa autonomia, talvolta formando gruppi, che potevano firmare contratti e seguire principi di efficienza o ottimizzazione delle risorse, pagando imposte sul reddito e sul patrimonio.
A questo punto è possibile definire la NEP come esperimento di economia mista, in quanto lo Stato gestiva alcune imprese nazionalizzate e programmava, lasciando il resto al mercato. Si ottennero dei risultati positivi sul piano produttivo, riattivando un minimo il commercio estero. Tuttavia, questo nuovo sistema presentava alcuni difetti: si sviluppò una crisi "delle forbici", poiché i gruppi mantenevano alti i prezzi dei prodotti manifatturieri, che disincentivava la produzione e alzava i prezzi dei prodotti agricoli. Inoltre, non venivano minimamente considerate inflazione e disoccupazione, che andavano crescendo, e la lentezza di questo sistema aveva aumentato negli anni il divario tra l'economia sovietica e quelle occidentali.
Successivamente alla morte di Lenin, sorsero tre visioni alternative: l'ala sinistra del partito raccomandava una forte spinta dell'industria pesante (ai danni dell'agricoltura, lasciata in mano a privati), la destra estrema (Shanin) suggerì un ritorno alle tradizioni agrarie per accrescere risparmi e mantenere bassi i costi dei prodotti alimentari (crescita senza inflazione industriale), l'ala destra del partito (Bucharin) spinse per la continuazione sulle orme della NEP. Prima del 1927, quando le relazioni esterne dell'URSS peggiorarono, Stalin si allineò con quest’ultima visione “pro NEP”, salvo poi finire con l’adoperare misure sempre più coercitive.
Riparazioni della Germania dopo la I Guerra Mondiale
A seguito della Prima Guerra mondiale, la Germania perse il 13% del suo territorio, restituendo l'Alsazia e la Lorenza alla Francia e accorpando le regioni polacche al nuovo stato della Polonia, le frontiere doganali furono aumentate, le monete in circolazione si moltiplicarono. Vennero stilati i famosi 14 punti costituenti la Pace di Versailles, stilati dal presidente americano Wilson, in cui si prevedeva il pagamento di una somma riparatoria da parte della Germania ai danni subiti dagli alleati (per danni alla popolazione civile ed alle loro proprietà). In un primo momento non furono fissati dei parametri quantitativi e per capire a quanto dovesse ammontare questa somma fu istituita una commissione per le riparazioni a Berlino, mentre venivano fatte requisizioni in natura per iniziare.
Vista la controproducente esperienza del 1871, in cui la Germania richiese alla Francia una somma "una tantum" in oro come indennità, che aveva provocato un fenomeno inflazionistico, negativo per chi la guerra la vinse, economisti come Keynes suggerirono di agire con prudenza e moderazione con queste riparazioni (addirittura di cancellarle). Questo perché la Germania non sarebbe effettivamente stata in grado di pagarle per gli anni richiesti e ciò avrebbe potuto portare a una grande crisi del paese ed a un aumento della tensione. Nessuno di questi consigli fu ascoltato, anzi, gli Stati Uniti rimasero inflessibili nel chiedere il pagamento dei crediti per gli alleati durante la guerra, perciò questi non poterono fare altro che richiedere in maniera altrettanto rigida gli adempimenti tedeschi. Dopo una serie di proposte e trattative, considerate troppo elevate dai tedeschi, si arrivò all'ultimatum di Londra (1921), nel quale fu fissata la somma di 132 miliardi di marchi, da pagarsi a rate con interesse del 6% (cifre ancora molto superiori a quelle ipotizzate da Keynes). La situazione interna tedesca era caotica, ma non ebbe scelta e chiese una moratoria dei pagamenti in denaro, mentre continuarono quelli in natura, che aprirono un contenzioso finito con l'invasione della Ruhr (1923) da parte di francesi e belgi.
La situazione monetaria precipitò, infatti nel 1923 solo il 7% delle spese era coperto dalle entrate (a fine anno solo 1%), l'inflazione si trasformò in iperinflazione e il sistema monetario cadde. Nonostante la situazione drammatica, non si vollero sollevare le riparazioni ed i debiti di guerra, ma fu affidata la situazione a una commissione, presidiata da Dawes, che nel 1924 programmò un pagamento di rate annuali in relazione a un indice di prosperità tedesca. Per facilitare la ripresa, venne effettuato un prestito commerciale da piazzare sulla borsa di New York (di successo), permettendo all'economia tedesca di iniziare la restituzione e coprire qualche buco sulla bilancia dei pagamenti. Nel 1929, il piano Young abbassò la rata annuale e fissò un orizzonte temporale di 37 anni, anche se il pagamento venne sospeso nel 1931 a seguito della crisi finanziaria internazionale, senza essere ripreso in seguito.
A carte scoperte, le riparazioni effettivamente pagate furono molto ridotte, secondo stime della Commissione berlinese, con responsabilità da dividersi tra Stati Uniti (ancora troppo isolazionisti) e paesi europei (ancora troppo ancorati a logiche nazionaliste o vendicative). Tutto questo, unito agli effetti della crisi finanziaria internazionale, inasprì la popolazione tedesca e la spinse con forza verso partiti politici estremisti, che portarono al governo Hitler ed il partito nazista, trascinando il mondo verso un secondo conflitto globale.
Caratteristiche della prima rivoluzione industriale
La prima rivoluzione industriale (1700-1850) è riconducibile ad un paradigma tecnologico basato sulla macchina a vapore e sul carbone. Una delle massime applicazioni della macchina a vapore è la locomotiva e quindi lo sviluppo della ferrovia è un ingrediente fondamentale per la rivoluzione industriale perché permette di trasportare molte merci anche in luoghi in cui non è possibile l’attracco di navi. Gli altri aspetti che caratterizzano questa fase sono una insistente meccanizzazione, lo sviluppo della chimica inorganica. Inoltre, in questo periodo non è necessario un livello di istruzione particolarmente elevato, ma più che altro curiosità, molte innovazioni infatti sono appurate da individui che non sono scienziati, si basava sulla capacità di imparare dall’esperienza mediante un processo di trial and error.
Le fabbriche si sviluppano ovviamente nei centri urbani e questo porta ad una sempre più profonda urbanizzazione (uomini iniziano a trasferirsi dalle campagne alla città per lavoro), nascono nuovi quartieri e aumenta la popolazione delle città. Le prime imprese industriali/manifatturiere erano piccole e non facevano parte di sistemi industriali complicati, quindi erano governate in maniera non troppo sofisticata, vi era il proprietario che faceva il direttore e mandava avanti la fabbrica solo con qualche collaboratore. Si sviluppano i sindacati di mestieri, molto diversi da quelli di oggi. Oggi i sindacati sono di categoria (es. sindacato dei chimici), all’epoca invece prevalevano associazioni in base alle competenze (coloro che erano qualificati si mettevano insieme e richiedevano alla proprietà un aumento salariale in quanto qualificati da più competenze).
Inizia lo sfruttamento del sottosuolo (carbone), liberando il suolo per la produzione di cibo e importanti materie prime, con stock di grandi proporzioni non limitati dall’estensione della terra o dalle stagioni. Fonte di energia per potenziare le macchine, muovere complessi industriali e infrastrutture sempre più grandi, capacità produttiva in aumento. La povertà diventa una responsabilità sociale legata alla distribuzione dei prodotti e non alla loro insufficienza, opportunità di vendere nei mercati a prezzi minori per aumentare i profitti, incentivo a cercare fonti di energia più potenti e macchine sempre più automatizzate, ingrandimento dei mercati.
Importanza dell’impresa pubblica
Soprattutto in occidente, le imprese pubbliche hanno avuto un crescente successo fino agli anni '70, dopodiché si presenta un declino che arriva fino al 2008, con la crisi. Due termini in questo campo sono: nazionalizzazione che vuol dire che un’impresa è di proprietà di privati e viene acquisita dallo stato, diventa un’impresa pubblica. Privatizzazione è il processo opposto, quindi si ha un'impresa pubblica venduta a privati. Alla fine dell’800 in alcuni paesi, tra i quali l’Inghilterra, vigeva il concetto secondo cui lo stato non debba intervenire nelle vicende economiche. Tuttavia, l’Inghilterra con questo ordinamento economico non riesce ad avere grande successo. Quindi si presentano vari ripensamenti e si sviluppa una crisi di questa cultura politica, infatti con la Prima guerra mondiale hanno un’impennata il comunismo e il fascismo, che hanno come obiettivo la democrazia liberale (anche in campo economico, non solo politico e sociale).
Queste forze prevedono che sia fondamentale un intervento dello stato in economia. Da questo periodo l’impresa pubblica comincia quindi ad essere considerata importante e successivamente si passa a una seconda fase, dalla fine della seconda guerra alla fine degli anni '70 che sono gli anni d’oro dell’impresa pubblica. Un'impresa pubblica è un'impresa il cui capitale o patrimonio è conferito in tutto o in parte da uno o più soggetti pubblici, ossia dallo Stato o altri enti pubblici. Ci sono le imprese pubbliche vere e proprie, poi ci sono imprese private in cui lo stato è azionista, possedendo quote di capitale. In particolare, i momenti di accelerazione nello sviluppo dell'impresa sono caratterizzati da momenti di difficoltà di crisi economica. In questi momenti gli stati intervengono direttamente acquisendo imprese, oppure indirettamente tramite delle norme.
Questo perché generalmente nei momenti di crisi si hanno danni gravi soprattutto per la fascia sociale meno abbiente. È necessario che lo stato intervenga nei momenti di crisi, per contenere i fallimenti a catena e quindi contenere il numero dei disoccupati. Perché si realizza un'ascesa da fine Ottocento al 1980? Ci sono varie ragioni di carattere politico-ideologico: il pensiero marxista e il pensiero nazionalista. Per quanto riguarda il marxismo, secondo questa ideologia il capitalismo genera disuguaglianza e sfruttamento perché il proprietario dei mezzi di produzione guadagna tanto di più quanto più riduce i costi, tra i quali i salari degli operai. Marx desiderava quindi un mondo privo di capitalismo, sostituito da una economia in cui tutte le attività produttive sono riconducibili allo stato e il profitto guadagnato dallo stato viene ridistribuito alla popolazione in maniera equanime. Per quanto riguarda invece il nazionalismo, l’economia di mercato e il capitalismo non sono sempre ben visti in quanto l’economia di mercato prevede una internazionalizzazione dell’attività economica e prevede il principio di convenienza dell’imprenditore (se all’imprenditore conviene, fa affari con un interlocutore estero e per i nazionalisti invece il bene supremo è la patria).
Di carattere sociale: preoccupazioni da parte dello stato relative alle aree depresse, con un intervento pubblico nelle aree depresse per stimolare l’economia, creando anche posti di lavoro. Di carattere economico per i fallimenti di mercato (monopoli), settori strategici (di pubblica utilità, industria di base, bancario e assicurativo, istruzione e salute), salvataggio di imprese essenziali e stabilizzazione economica (funzione anticiclica).
Importanza economica dei distretti industriali
In uno studio dei professori Piore e Sabel, si denota l'idea che la grande impresa sia meno competitiva in vari settori, tra cui quelli in cui la differenziazione del prodotto non richieda la produzione in grandi lotti. Le produzioni che non necessitano delle big corporation e quindi non necessitano delle economie di scala o di scopo sono le produzioni flessibili che si adattano alle richieste dei consumatori e sono tipiche dei distretti industriali. Intorno agli anni '60/'70 nel '900, le persone cominciano a desiderare prodotti esclusivi, personalizzati che vadano incontro ai propri specifici interessi e bisogni, diversi per ogni persona. In questo contesto, fioriscono i distretti industriali, specializzati nella produzione flessibile, con il rischio delle grandi imprese di non poter competere su questo.
Il distretto industriale è un'entità socio-territoriale caratterizzata dalla compresenza attiva, in un’area territorialmente circoscritta, di una comunità di persone e di una popolazione di imprese industriali che tendono a compenetrarsi. È anche identificabile come un insieme di piccole e medie imprese in un’area relativamente circoscritta. All’interno di questo distretto le imprese producono componenti di un unico prodotto, che lo rende riconoscibile (es. distretto delle piastrelle). Nel distretto non c’è un coordinamento di stampo fordista e non c’è nemmeno un'impresa capofila (altrimenti si parlerebbe di indotto). Inoltre, all’interno del distretto ci sono sia dei rapporti formali (con i contratti, i ruoli, il cda) ma ci sono anche rapporti informali (es. contratti che si stipulano sulla parola, situazioni particolarmente fluide).
Inoltre, un’altra caratteristica importante è che la concorrenza e la cooperazione vanno spesso a braccetto. Certamente il mercato implica la concorrenza ma in questi casi ci sono numerosi esempi di cooperazione tra le parti. Gli elementi fondamentali sono sostanzialmente quattro:
- Comunità di persone: insieme di persone che abitano nella zona del distretto.
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Domande e risposte Storia economica
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