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Il caso Porto Torres

Il petrolchimico di Porto Torres fu uno dei maggiori poli industriali italiani e rappresentò un’alternativa alla crisi dell’industria estrattiva in Italia. Fu costruito nel 1955 e occupava circa 630 ettari di terreno. Dopo la sua edificazione, gli elevati consumi di acqua determinarono una grave carenza idrica nel territorio e quindi gli impianti dovettero essere fermati temporaneamente.

La SIR, per risolvere questo problema, si dotò di un sistema di pozzi che purtroppo mise in ginocchio il settore agricolo circostante. Inoltre, avendo acquistato i due principali quotidiani locali, riuscì a condizionare la classe politica facendo affermare l’industrialismo come strategia dominante e nascose agli abitanti due gravi incidenti che si erano verificati nello svolgimento dei lavori.

Solo nel 1974 la commissione ambientale concordò un piano di analisi di rilevamento della nocività dell’impianto e constatò la sua pericolosità. In seguito, il petrolchimico passò sotto il controllo dell’Eni e fu notevolmente ridotto.

Il caso Manfredonia

Il caso Manfredonia rappresenta uno scenario suggestivo che coniuga le problematiche dello sviluppo locale e quelle della crisi della grande industria italiana nella seconda metà del XX secolo. Alla fine degli anni sessanta venne costruito a Manfredonia un grande stabilimento industriale dotato di un impianto in grado di trasformare il metano in ammoniaca. In quel periodo l’amministrazione locale cominciò a dare spazio alla modernizzazione industriale, trascurando la valorizzazione delle risorse locali, per risolvere dei problemi occupazionali della collettività.

Nel 1976 si verificò l’esplosione della torre di assorbimento di anidride carbonica e circa 10 t di anidride arseniosa finì nell’aria e nel territorio circostante. Le istituzioni non diedero particolare rilevanza all’evento anche perché gli effetti dell’esplosione si palesarono nel lungo periodo. Solo dopo molto tempo iniziarono le operazioni di bonifica poiché il terreno contaminato emanava delle esalazioni di arsenico velenose per gli abitanti e gli operai.

Il caso Bagnoli

Il caso Bagnoli rappresenta in maniera significativa delle aree industriali sorte come poli di sviluppo in seguito a politiche speciali, adottate in contesti che non presentavano una tradizione manifatturiera e un tessuto produttivo, e che conoscevano processi di dismissione alla fine del XX secolo. Nel 1910 venne costruito a Bagnoli un grande complesso industriale (ILVA) che era dotato di un’acciaieria particolarmente inquinante.

Dopo alcuni anni di attività industriale cominciarono a palesarsi i primi segni di insalubrità nel territorio e nell’ambiente; così si svilupparono delle lotte operaie e sindacali, finalizzate alla salvaguardia della salute degli operai nelle fabbriche, e una battaglia giudiziaria tra associazioni ambientaliste, abitanti e imprese, le quali intendevano estendere i loro stabilimenti.

Solo agli inizi degli anni 70 furono presentate le prime denunce e successivamente le istituzioni, riconoscendo l’impatto ambientale dello stabilimento, ordinarono la sua delocalizzazione.

Il caso Augusta Siracusa

L’area costiera tra Siracusa e Augusta, a partire dal 1949, fu sottoposta a un repentino processo di insediamento industriale che portò alla costruzione di uno dei più grandi petrolchimici europei. Nel 1968 venne adottato il piano Asi il quale prevedeva che Priolo fosse interamente accerchiato da aree industriali e che Marina di Melilli ospitasse, dopo lo sfollamento degli abitanti, lo stabilimento petrolchimico dell’Isab.

Già nella prima metà degli anni 70 cominciarono a manifestarsi i primi segni della crisi ambientale sotto forma di morie di pesci, malformazioni neonatali ed intossicazioni di massa a causa dell’assenza di reti di rilevamento e di controllo dell’inquinamento. L’elevato impatto ambientale causato dallo stabilimento portò a una serie di proteste da parte della popolazione e solo nel 1979, co

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

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