Doan Bui
È una giornalista e report al Nouvel Observateur. È di origine vietnamita, infatti è nata in Francia ma i suoi genitori
sono vietnamiti, il padre ha chiesto la nazionalità francese. È una giornalista che si è sempre occupata di
immigrazione, soprattutto dal continente africano. Ha fatto delle ricerche a Lampedusa per esempio, si è interessata
soprattutto dei migranti africani che si spostano in Europa. Non ha mai scritto dei libri personali, prima del 2016, e
non si è mai particolarmente interessata alla storia della sua famiglia. Ha condotto un lavoro con una collega
giornalista, Isabelle Monnin, e hanno scritto assieme un articolo intitolato Ils sont devenus français. Dans le secret des
Archives (2010). Si tratta di un’inchiesta condotta tra gli archivi nazionali, una ricerca che porta luce sulle grandi
figure della storia e della cultura francese che rappresentano la Francia, come Zola, Apollinaire, ma anche Madame de
Staël, personaggi politici come Nicolas Sarkozy, o scrittori come Roman Gary, cantanti e pittori come Marc Chagall.
Tutti questi personaggi non sono di origine francese, sono personaggi le cui famiglie hanno domandato, in un certo
momento, la nazionalità francese. Le due giornaliste si domandano cosa questo possa significare, che cosa sia
l’identità di una nazione e cosa significhi essere francesi. Conducono quindi questa inchiesta negli archivi, leggendo
tutte le domande di naturalizzazione francese di queste persone. Mentre faceva questa ricerca, ha trovato anche la
domanda di naturalizzazione francese di suo padre e questo ha avuto una serie di conseguenze. Al tempo, una persona
che chiedeva la nazionalità francese doveva scrivere una lettera, mettersi per iscritto, spiegando il motivo di questa
richiesta; in questo modo si ristabilisce anche la propria storia. Durante questo periodo succedono una serie di episodi
che sono raccontati all’interno di questa opera, Le silence de mon père (opera all’interno della quale sarà evocato
questo articolo).
Isabelle Monnin, che ha lavorato durante gli anni spesso con Doan Bui, si segnala in particolare “Les Gens dans
l'enveloppe” (Le Livre de poche, 2016). Ella ha comprato una busta con delle foto a un mercatino delle pulci, foto di
gente sconosciuta, senza nessuna descrizione. Allora ha cominciato questa opera, divisa in due: la prima parte è quella
della finzione, inventa la storia di queste persone a partire da differenti punti di vista, a volte utilizza la prima persona
a volte la terza, inventa dei nomi e da loro una parola, una storia frutto della finzione. Solo dopo aver scritto la parte
fittizia, ha cominciato le ricerche vere e proprie, giornalistiche, dunque nella seconda parte racconta di queste storie
reali. È un tentativo molto originale che ci dimostra ancora una volta che la finzione e la realtà possono incrociarsi,
possono collaborare. È lei stessa infatti a suggerire, come suggeriva Gide, che nella finzione ci può essere un
avvicinamento più veritiero alla realtà.
Le silence de mon père
E un testo pubblicato nel 2016, quindi il più recente. È un testo veramente contemporaneo che integra differenti tipi di
linguaggio, abbiamo per esempio spesso delle conversazioni su WhatsApp con tutte le emoji e i segni di una
conversazione attuale. È il primo testo “lungo” di una giornalista. Si tratta di un’opera che ha richiesto molto tempo, è
un’opera complessa che rientra perfettamente nella categoria dei rècits de filiation. Si fonda quindi su un errore di
trasmissione, che è riconoscibile nel silenzio del padre, come sottolinea fin da subito il titolo.
Paratesto
Anche qui abbiamo un’epigrafe, sono infatti tanti gli autori che tramite queste epigrafi si situano in rapporto a una
tradizione letteraria e ci dicono qualcosa, ci danno come una chiave di lettura. Come viene detto nell’opera di Dominic
Viart, questi rècits de filiation comportano sempre una filiazione biologica, familiare, ma anche una filiazione
letteraria, perché spesso gli autori, tracciando il rapporto che li lega alla famiglia, evocano allo stesso tempo un
legame ce li lego a una famiglia, un passato letterario, che si scelgono. L’abbiamo visto nel caso di Perec che evoca
Queneau, nel caso di Annie Ernaux che evoca Jean Genet, qui è evocato Patrick Modiano. Si tratta di un passaggio di
Rue de Boutiques Obscures che viene citato. Abbiamo tantissime parole chiave che abbiamo già richiamato in altre
opere: le tracce, il filo, ripreso da Doubrovsky, fili che mettono insieme la trama della scrittura. Bisogna ritrovare le
proprie tracce per collegarsi, legarsi al proprio passato. Questo fa si che il testo si iscriva in una tradizione preciso, è
un tentativo di situazione fin dall’inizio di posizionamento. Doan Bui ci dice che posto ha questo testo in una data
tradizione, che noi conosciamo. Non solo, la domanda fondamentale è “chi sono io?” e quindi in questo caso il titolo
non deve ingannare, perché questa indagine sul padre condotta in seguito a un ictus al quale segue un’afasia, comporta
un’interrogazione su di sé. Nei rècits de filiation ci sono sempre questi due poli, non c’è solo la dualità tra enunciatore
e destinatario, ma anche la dualità a livello di ricerca: si cerca sia sé stessi sia il padre, attraverso la relazione dei due,
non può essere spiegato uno né l’altro al di fuori di questo contatto.
Pag.9 > rêve
Si tratta di un sogno della narratrice dice di aver fatto, aveva sognato la voce di suo padre. Si rende conto di aver
sognato poiché sa che è impossibile, sa che la voce del padre è andata perduta. Dice di conoscerla bene la voce del
padre. È un padre bilingue, che parla francese e vietnamita, quando parla in francese ha però una voce un po' strana,
come se si sforzasse, come un baritono che cerca di cantare la parte di un basso. Racconta poi le tracce che sono
rimaste di questa voce, sono rimasti i dettati di laboratorio d’analisi, suo padre, infatti, analizzava al microscopio le
forme tumorali e quindi ci sono queste registrazioni. Si sveglia piangendo e sente questa stretta, questo dolore al petto
e capisce che non avrebbe mai più sentito la voce del padre.
Pag.12 > AOA
AOA sono gli unici suoni che il padre ancora emette, che fanno eco alle tre lettere che indicano un acronimo, che
indicano la malattia: AVC (incidente vascolare celebrale). Parla dell’annuncio di questa malattia. Settembre 2005, le
sorelle cercano di contattare la madre, la quale risponde in maniera laconica: “Papà. Ospedale. Problema”. Si tratta di
un’abitudine della madre quando non vuole parlare, una forma di silenzio. All’ospedale la madre rivela questa sigla,
ancora una volta laconica. Così come Perec riportava i dati ufficiali degli archivi, qua Doan Bui riporta la definizione
di questa forma di ictus, che sono andate a cercare di fronte a questa forma di silenzio della madre. Questa malattia
causa un’afasia nel padre. in ospedale il padre, che all’inizio è in una sorta di limo, una forma comatosa. Ai figli e alla
moglie vengono nominati dei termini che lì per lì non comprendono, cercano su internet. Quando il padre si sveglia è
paralizzato dal lato destro del corpo ed è afasico. Lì per lì si confortano leggendo nei forum che il cervello è molto
plastico e che l’organo avrebbe la capacità di ricostruirsi; il padre avrebbe ri-imparato a parlare. C’è poi questo
parallelo con la propria a figlia, di sei mesi. Non appena la bimba si agitava, all’interno dell’ospedale, utilizzava il
pretesto per andare via. Davanti all’afasia del padre, la famiglia si rapporta alla piccola, che non parla ancora. Si spera
che il padre segua lo stesso processo di ri-apprendimento della lingua. Abbiamo anche un parallelo tra quello che
abbiamo dietro di noi, il passato, la vita dei genitori, e quello che abbiamo davanti, i propri figli; c’è una sorta di
legame, di continuità. Nella camera del padre, la narratrice si scontra con il muro invisibile del silenzio, quando sono
in tanti è più facile. Il confronto è ancora con la figlia, con un’altra stanza d’ospedale: il tempo era pieno, come tutte le
mamme osserva la figlia, i suoi sospiri, indovina e inventa i futuri dialoghi. Il silenzio aveva una trama particolare, il
sapore forte della felicità il silenzio del padre, viceversa, è un silenzio triste. Per riempire il vuoto accendono la
televisione, come facevano a casa. Fa riferimento allora alla sua infanzia, quando spesso non parlavano a tavola ma
guardavano insieme la televisione in silenzio. C’è questo silenzio che domina le prime pagine, come a giustificare la
scelta del titolo; questo silenzio che costituisce l’ostacolo iniziale, le défaut de transmission. Il fatto che consacri il
libro alla storia di un padre, che non può più parlare, costituisce una difficoltà, aggiunto al fatto che questo padre non
aveva mai parlato molto della sua esistenza. Non è un silenzio felice, come quello della figlia, che lascia immaginare
un avvenimento ricco, ma un silenzio improvviso, che segna una distanza, che separa. Questo silenzio che può essere
considerato all’inizio come un incidente, una condizione eccezionale, scopriremo che non è così strano nella famiglia
di Doan Bui.
Pag.21
La narratrice racconta che la madre si è avvolta nel silenzio, che era il suo scudo per la tristezza. Ella appartiene a una
generazione in cui non si parla, in cui parlare è perdere la faccia, è la vergogna, piagnucolare e compiacersi, una cosa
da ricchi, una cosa “da francesi”. A casa si taceva tutto, dalle cose più banali a quelle più gravi. Mantenere la faccia
era molto più di una regola, ma una disciplina, una filosofia. Nessun parente si lamenta o si vanta, non ci si
complimenta, non si parla del dolore. Il silenzio non è solo un incidente, ma è una condizione che già caratterizza la
famiglia. è interessante che il fatto di parlare sia considerato qualcosa “da francesi”, perché la comunità vietnamita ci
tiene a distinguersi, a guardare la sua dignità. Parlare di sé, raccontarsi, parlare del proprio passato è un trucco dei
francesi, nel quale la comunità vietnamita non si riconosce. Questa cosa di tacere riguardo sé stessi riguarda anche la
storia, il passato di noi stessi: venire da una cultura in cui non si parla, rende difficile la scrittura di sé, che parte
viceversa da un gesto azzardato, impudico, che è volto a mettere in pubblico la propria vita intima, privata. Qui si vede
già la difficoltà iniziale, parlare di un padre che ha avuto tendenza a tacere il proprio passato e che diventa poi afasico,
e il fatto che debba giustificare in qualche modo alla sua famiglia questo gesto, questo parlare di sé, che non è
scontato. Tacere era un modo di essere, in particolare qualcosa di particolarmente felice o doloroso. La storia dei
genitori di Doan Bui è caratterizzata da una serie di episodi infelici. I genitori di Doan Bui avevano perso tutto,
abbandonando il Vietnam erano stati scaraventati in fondo alla scala sociale, nella categoria vituperata degli immigrati.
Soffrivano del fatto che la Francia li avesse accolti e facesse loro la carità. La madre ripeteva continuamente che i
francesi li disprezzavano, nel suo orgoglio ferito di immigrata. C’era un’assurda competizione per altro nella comunità
vietnamita della diaspora: bisognava mostrare che riuscivano meglio degli altri, che avevano congiurato la disgrazia.
Ecco perché la madre non ha detto a nessuno della malattia del padre, come se dissimulando la realtà potesse farla
sparire. È un silenzio che avvolge tutte le persone intorno alla famiglia.
Pag.34 > lost in translation
Attraverso la ricerca della voce del padre, la figlia cerca di ricostruire il suo profilo. Nei suoi ricordi, Doan Bui sente
solo la voce della madre, il ricordo della voce del padre. si tratta di prendere contatto con queste ombre, in questo caso
suo padre che ha perso la voce, la quale è difficile da ritrovare anche nel ricordo. “Sì che parlava tuo padre, eravate
voi figli che non ascoltavate” dice Benoit, moglie di Doan Bui (nome tipicamente francese, padre di due figlie). Il
padre aveva studiato in una scuola vietnamita e non riuscì mai a disfarsi del proprio accento; il suo modo di parlare
francese dava fastidio ai figli, che pensavano in francese. Ci diceva che aveva vergogna di loro, incapaci di parlare una
sola parola in vietnamita. Deve essere terribile, afferma la narratrice, sentirsi straniero nella propria famiglia, escluso
dalla lingua. Era in vietnamita che il padre ritrovava la vera voce; quella voce interiore di cui i figli non avevano mai
voluto sapere nulla. Quando parlava in vietnamita, la voce del padre si faceva più forte, la gente per strada si girava e
da adolescente aveva vergogna. Oggi, ammette la narratrice, ha vergogna di aver avuto vergogna (> citazione di Jean
Genet). Avere vergogna dei propri genitori, specialmente per un’immigrata, è avere vergogna delle proprie radici, di
ciò che si è. Anche in questo caso vediamo il tema della vergogna e di questa distanza che si crea tra i genitori e i figli.
In Camus e Perec, la distanza tra genitori e figli era una distanza di conoscenza, non si erano conosciuti, ma non c’è
un distanziamento creato dal soggetto stesso. I
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