Che materia stai cercando?

Riassunto esame Diritto dell'Unione Europea, prof. Valentino, libro consigliato Lineamenti di Diritto dell'Unione Europea, Antioniolli Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Diritto dell'Unione Europea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Lineamenti di Diritto dell'Unione Europea, Antioniolli. Gli argomenti tratti con particolare attenzione sono: l’evoluzione storica e i principali eventi che hanno contribuito alla nascita dell’UE, il metodo comunitario, la libertà... Vedi di più

Esame di Diritto dell'Unione Europea docente Prof. L. Valentino

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Sul versante internazionale, la nuova Costituzione europea rafforza ulteriormente la

partecipazione delle regioni nel processo legislativo comunitario, soprattutto nella fase

ascendente.

Ma quali sono le responsabilità delle regioni qualora esse non adempiano ai propri obblighi

comunitari?

A questo riguardo la giurisprudenza consolidata della Corte di giustizia ritiene che i soli

responsabili nei confronti della Comunità europea per il mancato rispetto degli obblighi derivanti

dal diritto comunitario sono gli Stati membri, anche se l'inadempimento risulta dall'azione o

dall'inerzia di uno Stato federato, di una Regione o di una Comunità autonoma; la violazione di tali

obblighi può anzi comportare la condanna dello Stato italiano da parte della Corte di giustizia, con

conseguente applicazione di sanzioni pecuniarie. Tale circostanza comporta, conseguentemente,

l’attivazione del Governo nei confronti degli enti responsabili.

QUINTO CAPITOLO – I RICORSI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA

La Corte di giustizia ha assunto nel corso del tempo un ruolo sempre più importante nella

costruzione dell’ordinamento giuridico comunitario. Il suo funzionamento si concretizza attraverso

diverse procedure, le cui principali, sono avviate con i seguenti ricorsi:

1. Il ricorso contro l’inadempimento degli Stati

2. Il ricorso per l’annullamento di atti illegittimi

3. Il ricorso in carenza

4. Il ricorso in via pregiudiziale

5. L’azione per risarcimento dei danni

Ciascuno di questi ricorsi si differenzia per i soggetti legittimati ad agire di fronte alla Corte, per i

soggetti contro i quali la procedura è esperita e per gli effetti che hanno le pronunce emanate dalla

Corte.

La Corte di giustizia, inoltre, è competente a risolvere controversie insorte tra Stati membri, tra la

Comunità e i suoi agenti e nelle questioni relative ai rapporti tra gli Stati membri e la BEI o la BCE.

1.Il ricorso contro l’inadempimento degli Stati

Quando la Commissione (che come abbiamo già detto detiene il potere di controllo e di vigilanza,

nonchè sanzionatorio, sulla corretta applicazione del diritto comunitario da parte degli Stati

membri) reputa che uno Stato membro abbia violato uno degli obblighi previsti dal Trattato (ma

anche previsti dai regolamenti, dalle direttive, dalle decisioni, oltre che dai principi generali del

diritto comunitario), può chiaramente agire contro di esso.

La procedura di infrazione può essere divisa in due fasi:

 : inizia con la richiesta da parte della Commissione di informazioni,

FASE PRECONTENZIOSA

dati e documenti che gli Stati sono tenuti a fornire; se l’esito di questo primo esame evidenzia

un’infrazione, la Commissione invia allo Stato una lettera di messa in mora, con cui gli offre la

possibilità di presentare le proprie osservazioni.

Qualora lo Stato non intenda conformarsi alle indicazioni contenute nella lettera di messa in

mora, la Commissione emette un parere motivato, in cui esprime definitivamente la propria

posizione sulla violazione contestata; con questo atto termina la fase precontenziosa. 20

 : prende il via nel momento in cui la Commissione presenta ricorso alla

FASE CONTENZIOSA

Corte di giustizia a causa del mancato adeguamento dello Stato al parere motivato.

A questo punto, la Corte emetterà una sentenza vincolante per tutte le autorità dello Stato

implicando l’obbligo per quest’ultimo di adottare le misure idonee per garantire l’adeguamento

del diritto nazionale all’ordinamento comunitario; qualora lo Stato membro rifiuti di adeguarsi

anche alla decisione della Corte, la Commissione dovrà intervenire nuovamente e, dopo aver

dato allo Stato la possibilità di presentare le proprie osservazioni, emettere un secondo parere

motivato, in cui precisa i punti sui quali lo Stato membro in questione non si è adeguato alla

decisione e fissa un termine per l’adempimento.

Se entro tale termine lo Stato non si adegua alla decisione, la Commissione può nuovamente

presentare ricorso alla Corte, indicando la somma di denaro che lo Stato inadempiente dovrebbe

essere chiamato a versare a titolo di penalità.

La Corte, nel caso in cui accerti l’effettivo inadempimento, emetterà una seconda sentenza di

condanna nella quale però potrà comminare il pagamento di una somma forfettaria o di una

penalità, seguendo le indicazioni della Commissione, o stabilendo la somma in modo autonomo.

2. Il ricorso per l'annullamento di atti illegittimi

Affinchè possa essere messa in atto un’azione di annullamento, sono necessarie 4 condizioni:

 l’atto deve essere : la Corte ha più volte riconosciuto che è impugnabile

IMPUGNABILE

qualunque atto che produca effetti giuridici nei confronti di terzi.

 il deve avere : bisogna innanzi tutto dire che i ricorrenti

RICORRENTE DIRITTO DI AGIRE

possono essere classificati in due categorie:

 ricorrenti istituzionali: costituiti dal Consiglio, dal Parlamento, dalla Commissione e

dagli Stati membri, possono ricorrere di fronte alla Corte di giustizia senza dover

provare di avere un interesse ad agire.

 ricorrenti individuali: costituiti da qualunque persona fisica o giuridica, possono agire

solo contro alcuni atti e soltanto di fronte al Tribunale di primo grado; devono

dimostrare, in primo luogo, di avere un interesse ad agire, devono cioè dimostrare di

essere titolari di un interesse giuridicamente tutelabile ed attuale.

 deve essere contestato un tra quelli espressamente previsti dal

VIZIO DI LEGITTIMITÀ

Trattato: i vizi di legittimità contestati sono:

 incompetenza: quando la singola istituzione non ha il potere di adottare l’atto, oppure

quando l'atto non è di competenza comunitaria, è possibile rivolgersi alla Corte per far

constatare tale violazione e chiedere l’annullamento dell'atto.

 violazione delle forme sostanziali: si tratta per lo più di violazioni di norme che

regolano le procedure di adozione degli atti comunitari e che ledono i diritti di soggetti

coinvolti nella loro elaborazione (es. violazione delle regole relative alle modalità di

voto in sede di approvazione dell’atto).

 violazione del Trattato o di altre norme relative alla sua applicazione: riguarda la

violazione, da parte dell’atto impugnato, di qualsiasi norma di natura gerarchicamente

superiore.

 sviamento di potere: il vizio riguarda l'esercizio del potere, da parte di una istituzione

comunitaria, per raggiungere un fine diverso da quello per cui il potere le era stato

attribuito.

 è necessario agire entro il termine di che decorrono dalla pubblicazione dell’atto

DUE MESI

impugnabile, vale a dire dal giorno in cui il ricorrente ne ha avuto conoscenza. 21

Nel caso di accoglimento del ricorso, la Corte dichiara l’atto impugnato “nullo e non avvenuto”; la

sentenza ha pertanto valore retroattivo, ma per il rispetto dei principi di certezza del diritto e di

tutela dell’affidamento, la Corte può stabilire, in caso di annullamento di un regolamento, quali fra

gli effetti che sono stati prodotti dal regolamento debbano essere considerati come definitivi.

3.Il ricorso in carenza

Nei casi in cui, in violazione del trattato CE, il Parlamento, il Consiglio o la Commissione si

astengano dall'adottare un atto, gli Stati membri, le altre istituzioni della Comunità e i privati

possono adire la Corte per far constatare tale carenza. Nel caso in cui la Corte constati la violazione

del Trattato per carenza di azione da parte dell’istituzione interessata, questa è tenuta a prendere i

provvedimenti che l’esecuzione della sentenza comporta.

I ricorsi in carenza possono essere esperiti esclusivamente nei casi in cui le istituzioni abbiano un

obbligo di agire, mentre ciò non avviene quando queste godano di un potere discrezionale.

Prima di rivolgersi alla Corte, pertanto, è necessario che al Parlamento, al Consiglio o alla

Commissione sia stato preventivamente richiesto di agire; se allo scadere del termine di due mesi

dalla richiesta l’istituzione non si pronuncia, la parte interessata ha a propria disposizione due mesi

per proporre il ricorso in carenza, dando cosi’ inizio alla fase contenziosa (nel caso di rifiuto

esplicito ad agire da parte dell’istituzione o di adozione di un atto diverso da quello richiesto,

invece, la parte interessata ha a sua disposizione il ricorso per annullamento).

4.Il rinvio pregiudiziale

Dato che i giudici nazionali sono chiamati ad interpretare ed applicare il diritto comunitario prima

ancora della Corte di giustizia, si è reso necessario creare un meccanismo volto ad assicurare

l’uniformità di interpretazione ed applicazione del diritto comunitario da parte delle corti di tutti

gli Stati membri. Il sistema, che è conosciuto con il nome di rinvio pregiudiziale, si basa su una

cooperazione giudiziale tra le corti nazionali e la Corte di giustizia.

In pratica, con il rinvio pregiudiziale si richiede o di conoscere la di un atto compiuto

VALIDITÀ

dalle istituzioni comunitarie, o di fornire l' corretta di una norma comunitaria;

INTERPRETAZIONE

successivamente, il giudice del procedimento principale applicherà alla fattispecie la norma

comunitaria interpretata secondo il giudizio della Corte. Proprio per queste caratteristiche, si tratta

di un procedimento di rinvio dal giudice nazionale al giudice comunitario, in cui spetta al primo

decidere se sia necessario (o quanto meno opportuno) effettuare il rinvio in questione.

È importante dire che se nel corso di un procedimento dovesse sorgere un problema di validità di un

atto comunitario, la Corte di giustizia ha stabilito che le giurisdizioni nazionali non potranno mai

pronunciare l’invalidità di un atto comunitario, poiché tale compito spetta unicamente alla Corte di

giustizia, mentre potranno concludere per la validità dell’atto senza dover necessariamente

rivolgersi alla Corte.

Le decisioni sul rinvio pregiudiziale (risolte dalla Corte con sentenza), non solo sono obbligatorie

nei confronti del giudice nazionale che le ha sollevate, ma hanno effetti anche nei confronti di tutti i

giudici nazionali di qualunque altro Stato membro che si trovino a dover decidere una fattispecie

analoga.

Tali decisioni hanno effetti retroattivo; ciò comporta che l’atto cosi’ come interpretato (o annullato)

dalla Corte di giustizia, deve essere applicato (o disapplicato) anche a rapporti sorti prima della

decisione della Corte.

Cosi’ come avviene per le sentenze relative ai ricorsi per l’annullamento di atti illegittimi, gli effetti

retroattivi delle decisioni sul rinvio pregiudiziale possono essere, in circostanze particolari, limitati.

5.Il ricorso per risarcimento dei danni 22

La Comunità ha l’obbligo di risarcire i danni causati dalle sue istituzioni o dal suo personale

nell’esercizio delle loro funzioni, nell’ambito della responsabilità extracontrattuale. Per quanto

riguarda la responsabilità contrattuale, dunque, saranno competenti le giurisdizioni nazionali.

Il ricorso deve essere presentato dal danneggiato entro 5 anni dal fatto che ha generato il danno.

Normalmente, la responsabilità della Comunità è dovuta all’adozione di un atto illegittimo o alla

mancata adozione di un atto dovuto; a tutto ciò seguono gli eventuali ricorsi per inadempimento o in

carenza, i quali, comunque, non comportano automaticamente la risarcibilità del danno subito che

richiede valutazioni diverse ed accurate da parte del giudice.

Spesso il diritto comunitario viene applicato attraverso le autorità nazionali; in questi casi il compito

del giudice è particolarmente arduo perché non è sempre agevole distinguere la responsabilità delle

istituzioni comunitarie da quella delle autorità nazionali. Talvolta si può anche verificare un cumulo

di responsabilità che può far capo sia alle Comunità che allo Stato; in tal caso la Corte ha ritenuto

che sia necessario, prima, esaurire le vie di ricorso nazionali per valutare la quota di responsabilità a

carico dello Stato membro in questione; solo successivamente ci si potrà rivolgere alla Corte perché

sia riconosciuta la responsabilità della Comunità.

La Corte di giustizia e l’elaborazione di principi generali

La maggior parte degli ordinamenti giuridici, siano essi nazionali, internazionali o sovranazionali,

sono dotati di principi generali di diritto; fu soprattutto la Corte ad individuare e formulare, fin

dagli anni ’60, numerosi di questi principi caratterizzanti l’ordinamento giuridico comunitario, fino

ad esercitare una vera e propria attività cd. di costituzionalizzazione del diritto comunitario,

garantendone la massima ed uniforme applicazione ed efficacia.

La formulazione da parte della Corte di giustizia di un principio generale di diritto può discendere:

 dalla constatazione che si tratta di un principio comune agli Stati membri

 dalla applicazione di Convenzioni internazionali

Per quanto riguarda la prima ipotesi, è il caso, ad esempio, del diritto alla riservatezza, formulato

dalla Corte in relazione al segreto epistolare nei rapporti tra avvocato e cliente, oppure dei limiti di

interesse generale alla proprietà privata in relazione all’esercizio del diritto di proprietà. È il caso

anche dei principi di pubblicità, di irretroattività della legge, di buona fede e di tanti altri formulati

nel corso di questi ultimi 40 anni, come l’uguaglianza tra cittadini, o la proporzionalità tra la

violazione commessa e la sanzione.

Per quanto riguarda la seconda ipotesi, invece, è il caso, ad esempio, dei diritti dell’uomo che la

Convenzione europea sui diritti dell’uomo e sulle libertà fondamentali del 1950 tutela nelle sue

diverse espressioni come la libertà religiosa, la libertà sindacale, la libertà di domicilio e cosi via, e

che la Corte ha più volte affermato di voler garantire direttamente. Gli esempi potrebbero

continuare a lungo….

SESTO CAPITOLO - LIBERTÀ FONDAMENTALI E MERCATO INTERNO

Il concetto di mercato interno, che sostitui' quello di mercato comune, venne introdotto nel 1986

attraverso l’Atto Unico Europeo; parlare di mercato interno voleva dire sottolineare la necessità di

creare un'area commerciale e di scambio dotata di regole uniche, senza privilegi od ostacoli per

nessuno, esattamente come avviene all’interno dei mercati nazionali.

L’Atto Unico Europeo si prefiggeva, quindi, di dare un definitivo impulso agli obiettivi della CEE

(vedi pag. 1) imponendo sia agli organi comunitari sia agli Stati membri di adottare entro una data

precisa (31/12/1992) i provvedimenti necessari per eliminare tutte le barriere doganali interne e

qualunque altro ostacolo alla realizzazione delle cd. quattro libertà fondamentali (libera

circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali). 23

La libera circolazione delle merci

È stata la Corte di giustizia a dare una definizione di "merce" in senso comunitario, stabilendo che

per quest’ultima s’intende qualsiasi entità materiale o immateriale suscettibile di una valutazione

economica e capace di essere oggetto di scambi commerciali.

Elemento caratterizzante la libertà di circolazione delle merci nella Comunità europea è l’unione

doganale, in base alla quale gli Stati membri si impegnano ed eliminare ogni barriera doganale e ad

adottare una tariffa doganale comune nei rapporti con i Paesi terzi (vedi pag. 1)

Fondamentale nello sviluppo dell’intera disciplina della libera circolazione delle merci resta

comunque l’apporto della Corte di giustizia, la quale ha svolto un’attività di creazione di principi e

regole a riguardo: innanzi tutto la Corte afferma che le disposizioni sulla libera circolazione delle

merci hanno efficacia sia verticale che orizzontale, nel senso che esse possono essere invocate e

fatte valere direttamente dal cittadino o dalle imprese sia nei confronti dello Stato o della Pubblica

amministrazione, sia nei confronti di altri soggetti privati, allo scopo di ottenere, rispettivamente, la

disapplicazione di un provvedimento nazionale oppure la cessazione di un comportamento in

contrasto con le norme in oggetto.

Le barriere che possono ostacolare la libera circolazione delle merci posso essere inserite all’interno

di due gruppi distinti:

 1° GRUPPO, costituito dalle seguenti barriere:

 dazi doganali all’importazione o all’esportazione: sono oneri pecuniari che un

importatore deve pagare all’erario di un dato Paese per immettere merci sul territorio di

quest’ultimo

 tasse di effetto equivalente ai dazi doganali: sono qualunque onere pecuniario diverso da

un dazio doganale che, allo stesso modo, altera il costo e influisce in maniera restrittiva

sulla libera circolazione delle merci.

 imposte interne discriminatorie: sono vietate allo scopo di evitare che gli Stati membri

facciano ricorso a strumenti fiscali indiretti per proteggere i propri mercati nazionali.

 2° GRUPPO, costituito dai cd. ostacoli non tariffari che sono:

 le restrizioni quantitative (dei contingenti e dei divieti di importazione)

 le misure di effetto equivalente alle restrizioni quantitative : la Corte di giustizia le ha

definite come "ogni normativa commerciale degli Stati membri che possa ostacolare

direttamente o indirettamente gli scambi intracomunitari”

Un’ultima norma del trattato CE, che mira ad eliminare gli ostacoli alla libera circolazione delle

merci, è quella relativa ai monopoli nazionali a carattere commerciale. La norma si applica “ a

qualsiasi organismo per mezzo del quale uno Stato membro controlla, dirige o influenza

sensibilmente, direttamente o indirettamente, le importazioni o le esportazioni fra gli Stati membri"

La libera circolazione delle persone e la cittadinanza dell’Unione 24

Con l’espressione libera circolazione delle persone, s’intende, oggi, il diritto riconosciuto ai

cittadini dell'Unione europea di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati

membri, anche indipendentemente dall'esercizio di un'attività lavorativa.

Inizialmente la libertà di circolazione era strettamente collegata allo status di lavoratore; solo negli

anni successivi la nozione si è allargata fino a comprendere tutti i cittadini ai quali sono stati

riconosciuti, progressivamente, una serie di diritti e di prerogative che costituiscono il contenuto di

quello che oggi comunemente viene chiamata “cittadinanza dell'Unione europea".

L’istituzione della cittadinanza dell’Unione, formalizzata nel Trattato di Maastricht, ha contribuito a

superare almeno in parte l’originaria concezione della Comunità economica europea, cui si ispirava

il Trattato di Roma, finalizzata esclusivamente all’adozione di una serie di regole per l’edificazione

di un mercato unico.

La cittadinanza dell’Unione, chiaramente subordinata al possesso della cittadinanza di uno Stato

membro, garantisce alcuni diritti particolari, tra cui:

 il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio dell’Unione

 il diritto di voto (cd. diritto di elettorato attivo) e di eleggibilità (cd. diritto di elettorato passivo)

alle elezioni comunali e a quelle del Parlamento europeo, nello Stato di residenza

 la tutela diplomatica e consolare da parte delle autorità di qualsiasi Stato membro, quando lo

Stato di cui il soggetto è cittadino non sia rappresentato in un Paese terzo

 il diritto di petizione al Parlamento europeo o a qualsiasi organo o istituzione dell'Unione e di

ricevere per iscritto una risposta.

 Il diritto di presentare ricorso al mediatore europeo

La libera circolazione dei lavoratori

È stata la Corte di giustizia a stabilire che deve considerarsi lavoratore in senso comunitario

qualunque “persona che svolge, per un certo periodo, a favore di un’altra persona e sotto la sua

direzione, delle prestazioni in cambio delle quali riceve una remunerazione”

Con il tempo, la Corte ha ulteriormente elaborato tale nozione e ne ha gradatamente esteso la

definizione fino a ricomprenderne, ad esempio, i lavoratori a tempo parziale, oppure gli insegnanti

che compiano anche solo un’attività di tirocinio, e perfino soggetti che non abbiano ancora un

rapporto di lavoro, ma siano alla ricerca effettiva di un impiego, o stiano frequentando dei corsi per

reinserirsi nel mercato del lavoro.

L’art. 39 del Trattato CE, nel tutelare la libera circolazione dei lavoratori, garantisce agli stessi

alcuni diritti fondamentali. In particolare:

 il divieto per gli Stati membri di porre in essere discriminazioni fondate sulla loro cittadinanza e

che riguardino l’impiego, la retribuzione e le altre condizioni di lavoro

 il diritto a rispondere ad offerte di lavoro effettive, di spostarsi liberamente a tal fine nel

territorio degli Stati membri e di prendervi dimora conformemente alle disposizioni che

disciplinano l’occupazione dei lavoratori nazionali

 il diritto di rimanere sul territorio di uno Stato membro, dopo aver occupato un impiego

Di questi tre aspetti, quello di gran lunga più rilevante è il divieto di discriminazioni fondate sulla

cittadinanza, siano esse palesi, oppure occulte (si pensi ad esempio all’introduzione di criteri di

scelta del lavoratore basati sul luogo di nascita o di residenza).

Nel corso degli anni tale divieto ha visto peraltro il suo contenuto ampliarsi ad opera della Corte di

giustizia, che lo ha trasformato da divieto di discriminazioni a generico divieto di restrizione alla

circolazione dei lavoratori. 25

Il diritto comunitario prevede, infine, che anche i membri della famiglia di un lavoratore straniero

possano beneficiare dei diritti sociali garantiti ai membri delle famiglie dei lavoratori nazionali, e

ciò anche se questi non esercitano un’attività lavorativa nello Stato membro ospitante.

Per ciò che concerne le limitazioni alla libera circolazione dei lavoratori, queste possono essere

applicate in alcune particolari ipotesi che siano giustificate da motivi di ordine pubblico, pubblica

sicurezza e sanità pubblica.

Il diritto di stabilimento

Tale diritto rappresenta un particolare aspetto della libera circolazione delle persone e dei lavoratori.

Con il termine “stabilimento” s'intende l'esercizio, in un territorio, di un'attività economica

autonoma a titolo permanente.

Il diritto di stabilimento, garantito indistintamente a tutte le persone fisiche o giuridiche

appartenenti ad uno degli Stati membri, può essere suddiviso in due tipi:

 diritto di stabilimento principale, ovvero la possibilità di lasciare il proprio Stato membro

d’origine per trasferirsi in un altro Stato dell’Unione

 diritto di stabilimento secondario, ovvero la possibilità di stabilire in un altro Stato dell’Unione

un centro secondario d’interessi conservando al contempo quello principale nel proprio Paese

d’origine.

La libera prestazione dei servizi

Per libera prestazione di servizi s’intende la possibilità per qualunque cittadino comunitario di

prestare la propria attività, professionale, industriale, commerciale od artigianale, in un altro Stato

membro senza essere obbligato a stabilirsi in quello Stato, e di essere sottoposto al medesimo

trattamento a cui sono soggetti coloro che vi risiedono.

Elemento caratterizzante della libertà di circolazione dei servizi, è l’esistenza di una retribuzione,

intesa come contropartita economica di una prestazione.

Si noti, tuttavia, che talvolta è possibile che a varcare i confini sia la sola prestazione, come accade,

ad esempio, per i servizi bancari, assicurativi, televisivi, radiofonici e, di recente, per i servizi forniti

attraverso internet. Anche in tali ipotesi il servizio potrà godere della piena libertà di circolare nel

mercato unico, senza poter essere ostacolato per motivi legati alla nazionalità del suo prestatore.

È interessante notare che la Corte di giustizia ha precisato che il diritto comunitario tutela anche la

cosiddetta libertà di prestazione di servizi passiva, cioè l’ipotesi di chi si rechi in un Paese membro

per usufruire di un servizio.

La libera circolazione di capitali e pagamenti

Fu solo con l’Atto unico europeo che la libera circolazione di capitali e pagamenti fu posta sullo

stesso piano di quella delle merci e dei servizi.

 Per libera circolazione dei capitali, s’intende la possibilità, per i cittadini e gli operatori

comunitari, di trasferire capitale da uno Stato membro ad un altro, ovvero di investire i capitali

stessi in un Paese dell’Unione diverso da quello di origine.

 Con il concetto di libera circolazione dei pagamenti, invece, si fa riferimento alla possibilità di

effettuare liberamente all’interno del mercato comune il pagamento di una controprestazione,

mediante strumenti di diverso tipo (banconote, assegni, cambiali, bonifici, ecc…). 26

È importante dire che, all’interno del mercato comune, esiste un diritto di libera circolazione

dei pagamenti nella misura in cui tali pagamenti sono funzionali alla remunerazione di uno

scambio di merce o di una prestazione lavorativa compiuta in esecuzione di un servizio, ovvero

nel corso di un rapporto di lavoro subordinato

La libertà di concorrenza

L’Unione europea tutela, ed al tempo stesso promuove, la concorrenza tra gli operatori economici

all’interno del mercato unico sulla ferma convinzione che un mercato concorrenziale migliora il

benessere dei consumatori e l’efficienza del sistema produttivo.

La concorrenza è il nucleo del sistema economico di mercato sul quale è fondata la società europea

occidentale. Essa si basa su due regole ben precise:

 libera iniziativa economica

 autonomia dei privati

Queste due regole potrebbero apparire in contrasto con il riconoscimento del diritto dello Stato ad

intervenire nella vita economica; in realtà, è proprio la libertà di impresa che impegna lo Stato ad

assicurare e proteggere l’esercizio di attività economiche dei privati nella forma meno

regolamentata possibile.

Ne deriva che le limitazioni della libertà di impresa applicate dallo Stato vengono messe in atto

affinchè venga perseguito un interesse generale. È del tutto chiaro, quindi, che un mercato

concorrenziale non può sussistere al di fuori di un contesto normativo che ne disciplini le dinamiche

e disegni i contorni di ciò che è ammesso e di ciò che non lo è. È del tutto chiaro, di conseguenza,

che il contrasto tra la libertà di iniziativa economica e le limitazioni alla libertà di concorrenza

imposte dallo Stato, è soltanto apparente. Ed è del tutto chiaro, infine, che garantire la libera

concorrenza nel mercato vuol dire proteggere la libertà dei cittadini, i quali potranno liberamente

esercitare il loro diritto di libertà di scelta.

Il modello comunitario del diritto della concorrenza si basa sul principio del divieto, in base al quale

ogni comportamento che restringa la concorrenza è da considerare sempre vietato, ferma restando la

possibilità di concedere delle deroghe.

Il Trattato di Roma, a questo proposito, fornisce un insieme di strumenti giuridici diretti ad

impedire o reprimere qualunque comportamento che possa avere come effetto quello di restringere

o distorcere la concorrenza nel mercato unico.

I principali articoli sono tre:

ART. 81: secondo questo articolo, “sono incompatibili con il mercato comune e vietati tutti gli

accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che

possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di

impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato comune".

La nozione di pratica concordata comprende qualunque genere di comportamento che, pur non

essendo imposto alle parti da alcun accordo vincolante, sia comunque il risultato di una loro

concertazione.

È bene precisare che non tutti gli accordi tra le imprese sono dannosi per il corretto funzionamento

del mercato. Alcuni di questi possono introdurre benefici oggettivi al sistema della produzione, oltre

che arrecare vantaggi alla comunità dei consumatori. Per non proibire accordi benefici al mercato, è

stato previsto il sistema delle esenzioni, concesse dalla Commissione dopo un attento studio degli

elementi essenziali dell'accordo e degli effetti che esso avrebbe potuto produrre sul mercato.

Le esenzioni, in pratica, sono vere e proprie deroghe alla applicazione dell’art. 81. 27

ART. 82: secondo questo articolo, " è incompatibile con il mercato comune e vietato, nella misura

in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte

di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato comune o su una parte sostanziale di

questo ".

Ciò che si vieta non è la posizione dominante sul mercato in se, ma l' abuso (ovvero il ricorso a

mezzi diversi da quelli su cui si fonda la concorrenza normale) che di questa posizione le imprese

fanno ai danni di altre imprese.

Per quanto concerne il pregiudizio al commercio tra gli Stati membri, la Commissione e la Corte di

giustizia ritengono che sia sufficiente porre in essere, volontariamente o meno, una situazione di

oggettiva difficoltà per le altre imprese di entrare nel mercato o di mantenere la propria posizione.

I casi di abuso di posizione dominante non sono soggette al regime delle esenzioni e sono pertanto

sempre vietate.

Tuttavia le imprese, per evitare situazioni di incertezza, possono richiedere alla Commissione

un’attestazione negativa, vale a dire una certificazione circa la non incompatibilità del loro

comportamento con l’art. 82.

ART. 87: tale articolo, dopo avere stabilito che gli aiuti sono incompatibili nella misura in cui,

favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza,

individua alcuni aiuti che, per la loro particolare natura, devono sempre essere considerati

compatibili con il mercato comune e non necessitano, quindi, di nessuna autorizzazione preventiva

da parte della Commissione; ma tale articolo individua anche altri aiuti che, invece, possono essere

considerati compatibili dalla Commissione in presenza di determinate circostanze (è il caso, ad

esempio, in cui lo Stato aiuta un particolare settore della società, il quale si trova in un momento di

difficoltà economica; chiaramente il settore aiutato deve essere di fondamentale importanza per lo

sviluppo dell’intera società -vedi caso FIAT-)

L’aiuto può essere illecito, quando non è stato oggetto di comunicazione e di autorizzazione

preventiva alla Commissione; può essere, infine, abusivo, quando le sue modalità di erogazione o di

fruizione sono difformi da quanto autorizzato dalla Commissione.

Per concludere questo capitolo, bisogna accennare al concetto di concentrazione, con il quale

s’intende l’operazione di fusione tra due o più imprese, oppure l’acquisizione da parte di

un’impresa del controllo di un’altra o di altre imprese.

Il regolamento in materia di controllo delle operazioni di concentrazione tra imprese, il cd.

regolamento antitrust, prevede un intervento preventivo della Commissione, prima ancora che la

concentrazione diventi efficace. Le imprese che hanno intenzione di procedere ad una

concentrazione hanno, pertanto, l’obbligo di notificare alla Commissione l'intenzione di procedere

ad una tale operazione.

SETTIMO CAPITOLO – ALTRE POLITICHE COMUNITARIE E DELL’UNIONE

EUROPEA

L'adesione di nuovi dieci Stati membri, l'accelerazione dei processi di globalizzazione nel settore

dell'economia, della produzione, della tecnologia e dei rapporti sociali apre importanti prospettive

per le politiche dell'Unione europea dei prossimi anni.

La politica agricola

La conformazione geografica dell’Unione europea è prevalentemente rurale e più della metà

dell’intera superficie è destinata ad attività agricole; questi semplici dati rivelano l’enorme

28

importanza che l’agricoltura riveste nell’Unione, non soltanto da un punto di vista economico, ma

anche sociale ed ambientale.

Proprio per queste ragioni, la PAC (Politica Agricola Comune) costituisce una delle politiche

comunitarie di maggiore rilievo ed importanza.

La PAC affonda le proprie radici nell’Europa occidentale degli anni ’50, profondamente lacerata dal

lungo periodo di guerra che aveva, tra le altre cose, danneggiato seriamente l’agricoltura, al punto

che non era materialmente possibile garantire adeguati livelli di sussistenza alle popolazioni.

L’obiettivo principale della PAC fu dunque, nei primissimi anni di attività, quello di incoraggiare la

ripresa dell’intera catena alimentare, in maniera tale che i consumatori potessero affidarsi ad un

livello di approvvigionamento di beni alimentari sicuro e stabile e che avrebbe assicurato

all’Unione un sistema agricolo solido ed affidabile.

Dopo aver raggiunto questo primissimo obiettivo, la PAC, in anni recenti, è profondamente mutata

nei suoi scopi e nelle sue finalità, in linea con le mutate esigenze della Comunità europea nel suo

complesso. Rispetto agli anni ’50, infatti, la domanda di prodotti alimentari da parte della

popolazione è cambiata diventando più sofisticata, in relazione alle crescenti esigenze di igiene e

salubrità dei prodotti alimentari, alla loro sicurezza, nonché alla certificazione dell’origine e della

qualità.

Grazie alla PAC e ad altri vari programmi di intervento comunitari, la Comunità europea ha

sviluppato un modello complesso di agricoltura che la colloca ai primissimi posti a livello

mondiale per la qualità e la affidabilità del suo sistema di produzione.

Dal 1°gennaio 2005, l’Unione europea ha adottato una fondamentale riforma della PAC, che ha

cambiato completamente il modo con il quale supportare il settore agricolo: tale riforma consiste nel

dare agli agricoltori la libertà di produrre secondo le domande del mercato. Nel prossimo futuro,

dunque, la maggior parte dei sussidi sarà erogato indipendentemente dalle quote di produzione,

rendendo gli agricoltori dell’Unione ancora più competitivi e più orientati secondo logiche di

mercato, con una conseguente maggiore stabilità dei loro redditi e probabili vantaggi per i

consumatori, non solo in termini di prezzo, ma anche di qualità e di sicurezza.

La politica della pesca

La pesca e l’acquicoltura sono due delle principali utilizzazioni del mare che procurano non solo

sostentamento, ma che hanno una notevole ricaduta in termini economici ed occupazionali nelle

zone costiere, favorendo la prosperità economica e sociale delle regioni dell’Unione.

La politica comune della pesca (PCP) è stata concepita proprio per gestire e proteggere le attività di

tale comparto nell’interesse delle comunità dei pescatori e dei consumatori e per garantire al settore

un’attività duratura e costante nel tempo (l’intento è quello di tutelare il patrimonio ittico comune

affinchè questo possa essere trasmesso alle generazioni future, evitando cosi’ l’estinzione delle

specie).

Proprio per questo motivo, l’Unione è intervenuta per regolamentare esplicitamente il volume delle

catture, le specie, i tipi di attrezzi e le tecniche che possono essere utilizzate per la pesca.

La politica ambientale

Le tematiche ambientali sono al centro della strategia d’azione dell’Unione europea e degli Stati

membri, e la relativa politica ambientale si dirige all’interno di più settori, dall’industria all’energia,

al turismo, agli appalti pubblici, ecc… 29

Tali tematiche furono oggetto furono oggetto di interventi comunitari in maniera crescente a partire

dagli anni ’70, sotto la spinta, in particolare, della Germania e dei Paesi Bassi; a partire da quel

periodo, quindi, è possibile riassumere tre fasi che riflettono il modo in cui cambiò radicalmente il

concetto di politica ambientale:

 1° FASE (anni ’70 – Atto Unico Europeo, 1986) : le istituzioni comunitarie riconobbero che

la protezione ed il miglioramento dell’ambiente rientravano tra i compiti spettanti alla

Comunità europea, benchè nei Trattati non vi fosse stato alcun riferimento all’ambiente.

Venne limitato l’inquinamento mediante la previsione di standard nel settore dei rifiuti,

dell’inquinamento idrico e atmosferico, ma anche della salvaguardia e protezione

dell’habitat naturale e della biodiversità.

In quegli anni fu altresi’ elaborato il primo Programma di azione ambientale a valenza

pluriennale, per definire indirizzi e finalità dell’azione comunitaria.

 2° FASE (Atto Unico Europeo – Trattato di Amsterdam, 1999) : nel 1992, il Trattato di

Maastricht definiva una visione nuova dello sviluppo economico, basata sulla necessità di

equilibrare sviluppo economico e protezione ambientale; si cominciò a parlare, quindi, di

sviluppo sostenibile.

Lo sviluppo sostenibile segnò l’avvio di un’azione comunitaria non più settoriale, ma estesa

a tutti i settori “inquinanti” (industria, energia, turismo, trasporti, agricoltura).

 3° FASE ( fase attuale) : questa fase prende avvio con l’adozione, da parte del Consiglio

europeo di Goteborg, della Strategia europea per lo sviluppo sostenibile. È il periodo in cui

la tutela dell’ambiente viene a costituire una delle politiche socialmente ed economicamente

più rilevanti per la Comunità. La Costituzione europea stessa conferma la centralità dello

sviluppo sostenibile, basato sulla crescita equilibrata e su un elevato livello di tutela e di

miglioramento della qualità dell’ambiente.

Dal 1972 ad oggi si sono susseguiti sei programmi d’azione, l’ultimo dei quali, il sesto, definisce le

priorità dell’Unione europea fino al 2010, evidenziando 4 settori d’intervento:

 cambiamento climatico

 natura e biodiversità

 ambiente e salute

 gestione delle risorse naturali e dei rifiuti

L’ambiente è compreso nel gruppo delle competenze concorrenti dell’Unione europea, la cui

definizione e dunque condivisa con gli Stati membri, in attuazione anche dei principi di

sussidiarietà e proporzionalità.

Le disposizioni dell’Unione europea in materia ambientale costituiscono un corpus normativo

vastissimo. Le fonti utilizzate sono le direttive e i regolamenti, spesso oggetto di ulteriori modifiche

e integrazioni.

Tali normative comunitarie non sempre trovano corretta e tempestiva applicazione negli

ordinamenti degli Stati membri ed, anzi, proprio le disposizioni del settore ambientale

rappresentano più di un terzo dei casi di infrazione affrontati annualmente dalla Commissione

europea.

L’intervento della Corte, la quale occupa una funzione fondamentale nel campo delle politiche

ambientali dell’Unione europea, si concentra principalmente nei procedimenti per inadempimento.

Per avere un’idea di quanto questa funzione sia rilevante, basti pensare che dal 1997 al 2004 lo

Stato italiano è stato giudicato inadempiente e quindi condannato dalla Corte di giustizia per ben 26

volte per omessa o irregolare trasposizione di direttive comunitarie in materia ambientale.

La politica energetica 30

Attualmente le risorse interne all’Unione garantiscono la metà dell’intero fabbisogno energetico dei

Paesi membri, ma si stanno progressivamente esaurendo, mentre i consumi aumentano

costantemente. Secondo recenti stime della Commissione europea, nei prossimi 20-30 anni, in

assenza di interventi correttivi, l’impatto ambientale dello sfruttamento delle risorse energetiche non

rinnovabili diventerà insostenibile e la dipendenza dai Paesi terzi aumenterà fino a raggiungere il

70%.

Questa prospettiva di medio-lungo periodo dimostra la vulnerabilità dell’Unione nel settore

dell’energia, soprattutto a causa della dipendenza economica da alcune energie (in primis il petrolio

ed il gas) e da alcuni Paesi esportatori come la Russia e il Medio Oriente.

La questione energetica a livello europeo riguarda il problema di come garantire un’offerta

sufficiente e a prezzi ragionevoli; la ricerca tende in questo senso a ridurre l'impatto ambientale e ad

aumentare il rendimento energetico delle fonti alternative di energia.

Nell’aprile 2000, la Commissione ha adottato un piano di azione in cui propone di migliorare

dell’1% all’anno l’intensità energetica dell’UE verso il 2010. La Costituzione europea ha però

introdotto un limite all’azione comune in materia energetica: l’azione dell’Unione non potrà, infatti,

incidere sul diritto degli Stati membri di definire le condizioni di sfruttamento delle proprie risorse

energetiche, di scegliere tra le varie fonti energetiche e la struttura generale del proprio

approvvigionamento energetico.

L’azione comunitaria nel settore del turismo

Il turismo rappresenta per gli Stati membri dell’UE un settore economico importante, anche per la

sua forte valenza culturale e sociale. Il processo di integrazione sociale, in questo senso, propone

uno scenario decisamente favorevole all'incremento del turismo, quale elemento di coesione della

costruzione europea.

Dal punto di vista del ruolo esercitato dall’UE nel settore turistico, è necessario ricordare che il

Trattato di Maastricht, cosi’ come quello di Amsterdam del 1997, nonostante le pressioni di Italia e

Grecia, non ha annoverato il turismo tra le materie di competenza comunitaria. Questo perché il

turismo costituisce un fenomeno polivalente e multiforme, incapace di essere ingabbiato in una

cornice legislativa a livello comunitario; ne consegue che, a tale livello, la materia del turismo è

affrontata solamente a margine di interventi incentrati su altri settori di azione, quali la sanità, la

protezione sociale, i trasporti, l'ambiente e la tutela dei consumatori.

Tra i vari provvedimenti approvati a livello comunitario, è opportuno ricordare la direttiva 13

giugno 1990 che disciplina i viaggi, le vacanze e i circuiti “tutto compreso”, ed il Regolamento

dell’11 febbraio 2004, in materia di overbooking nel settore del trasporto aereo di persone.

Obiettivo principale della direttiva comunitaria è stato quello di uniformare a livello europeo la

regolamentazione dei viaggi organizzati e di superare le numerose differenze esistenti all'interno dei

Paesi membri dell'UE.

Il Regolamento sull’overbooking aereo ha inteso invece introdurre regole più chiare (volte a tutelare

il turista-consumatore) per casi di negato imbarco, di cancellazione del volo e di ritardo prolungato

Le politiche culturali

Solo con il Trattato di Maastricht la cultura viene compresa tra gi interessi perseguiti dall’UE,

costituendo uno dei parametri obbligatori da valutare ed integrare con le altre politiche. 31

I due principi guida dell’azione comunitaria nel campo della cultura sono il principio di

sussidiarietà e il rispetto delle diversità; l’intervento dell’Unione si caratterizza, infatti, per il fatto

di essere rivolto allo sviluppo delle varie culture degli Stati membri, attraverso il confronto e la

comunicazione e nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali; tutto questo senza intervenire

direttamente nelle iniziative intraprese a livello nazionale. Solo se necessario, quindi, l'UE può

appoggiare o integrare l'azione degli Stati membri assumendo un ruolo complementare, ma mai

prevalente.

La politica di coesione economica e sociale

Le regioni dell’UE mostrano divari socio-economici rilevanti; è per questo motivo che, in tema di

coesione economica e sociale, l’azione dell’UE concorre con quella degli Stati membri per ridurre il

divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite,

elaborando opportune politiche e strategie d'intervento.

La politica di coesione economica e sociale della Comunità, quindi, mira a realizzare una maggiore

integrazione e convergenza fra le regioni europee, svolgendo una funzione redistributiva delle

risorse finanziarie ed incidendo direttamente sul rendimento economico dell’Unione nel suo

complesso (l’UE ha riservato oltre il 37% dell’intero bilancio comunitario previsto per il periodo

2007-2013)

La politica comunitaria di coesione economica e sociale è incentrata sull’utilizzo dei fondi

strutturali e del fondo di coesione, strumenti creati e potenziati dalle istituzioni dell’UE via via

che la politica regionale acquisiva rilevanza fra le altre politiche comuitarie.

I fondi strutturali sono 4:

1) il Fondo di sviluppo regionale

2) il Fondo sociale europeo

3) il Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia

4) lo Strumento finanziario di orientamento della pesca

Accanto ai fondi strutturali opera il fondo di coesione, che finanzia progetti in materia ambientale e

di reti transeuropee nel settore delle infrastrutture di trasporto. Ne possono beneficiare gli Stati

membri più svantaggiati (Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda) il cui PIL per abitante è inferiore al

90% rispetto alla media comunitaria.

Ogni tre anni la Commissione europea presenta al Parlamento e al Consiglio una relazione sui

progressi compiuti nella realizzazione della coesione economica e sociale e sul modo in cui i vari

strumenti dell’Unione europea vi contribuiscono.

L’adesione dei dieci nuovi Stati membri rappresenta una sfida importante per la politica di coesione

economica e sociale dell'UE. L'allargamento, infatti, ha interessato un gruppo di Stati con reddito

inferiore al 40% della media europea e le politiche strutturali europee dovranno concentrarsi su

queste regioni.

La politica di tutela dei consumatori

Già dagli anni ’70, in alcuni Stati europei come la Gran Bretagna, la Francia o la Germania, vi

erano numerose disposizioni di vario carattere che individuavano nel consumatore (inteso come il

soggetto passivo del sistema di produzione e distribuzione di massa, caratteristico delle economie

capitalistiche) una persona particolarmente bisognosa di tutela.

Tuttavia, i singoli interventi nazionali erano reciprocamente scoordinati e rispondevano a tradizioni

socio-culturali diverse, a programmi e politiche differenti. 32

All’epoca dei primi interventi comunitari in materia, la tesi sostenuta per giustificare l’intervento in

materia di tutela del consumatore portava ad enfatizzare più l’aspetto della distorsione della

concorrenza, che non l’aspetto sociale della tutela del consumatore. Fu grazie al Trattato di

Maastricht, nel 1992, che la politica di protezione dei consumatori non venne più considerata

strumentale rispetto alla tutela della concorrenza, ma venne ad assumere invece una propria

indipendenza e rilevanza quale obiettivo sociale della nuova Unione europea.

Il quarto Piano di azione in materia di politica dei Consumatori, presentato dalla Commissione il 1°

dicembre 1998, segna per certi aspetti una parziale inversione di tendenza della politica comunitaria

in materia. Nella parole della Commissione sembra potersi cogliere, infatti, un ritorno verso

obiettivi, giudicati prioritari o urgenti, di natura più economica che sociale. Con una importante

differenza, però: mentre fino a poco tempo fa l'attenzione era rivolta esclusivamente verso

l'armonizzazione del diritto interno alla Comunità europea, ora invece si va affermando sempre più

nitidamente l'esigenza di armonizzare il diritto comunitario (e dei suoi Stati membri) a quello dei

principali rivali commerciali della Comunità. I rapidi sviluppi delle tecniche di commercio

elettronico e dell'ingegneria genetica sembrano cioè porre nuove drammatiche sfide all'economia

europea, di fronte alle quali gli obiettivi sociali (che avevano cominciato ad affermarsi negli anni

’70, fino ad assumere un ruolo di primo piano nella seconda metà degli anni ’80 e nello scorso

decennio) diventano secondari.

Nel 2002 è stata presentata la Risoluzione del Consiglio sulla strategia per la politica comunitaria

dei consumatori, un documento nel quale risulta ancora più marcato il mutamento di strategia

operato dall’UE nel settore della tutela dei consumatori, poiché vi si afferma, apertamente, che l’UE

ha tra le sue priorità per gli anni 2002-2006 quelle di:

 garantire un livello essenziale di salute e sicurezza, in modo che si acquistino prodotti sicuri e

non si corrano rischi dovuti a pratiche di vendita illegali e abusive

 accrescere le capacità degli individui di comprendere le politiche che li riguardano e di

influenzarne la definizione

 stabilire un ambiente coerente e comune in tutta l’Unione, in modo che i cittadini si sentano

sicuri quando effettuano acquisti oltre frontiera

 garantire l’integrazione degli interessi dei consumatori in tutti gli ambienti politici dell’UE,

dell’ambiente e trasporto fino ai servizi finanziari e all’agricoltura

La politica economica e monetaria

Nel 1992 sono stati concordati 5 criteri per determinare l’idoneità di uno Stato membro (dal punto

di vista dell’affidabilità finanziaria) ad adottare la moneta unica.

Tali criteri sono noti come i parametri di Maastricht e riguardano:

 la stabilità dei prezzi: il tasso di inflazione non deve superare di oltre 1,5 punti percentuali

quello dei tre Stati membri che nell'anno precedente hanno registrato il miglio tasso d'inflazione

 il disavanzo pubblico: deve essere inferiore al 3% del PIL

 il debito: il suo limite è fissato al 60% del PIL

 il tasso di interesse a lungo termine: non deve superare di oltre due punti percentuali quello dei

tre Stati membri che l’anno precedente hanno registrato il miglior tasso d’inflazione

 la stabilità del tasso di cambio: deve rimanere entro i margini di fluttuazione predefiniti per due

anni

È cronaca recente il rinnovato dibattito a livello comunitario sulla opportunità di una revisione dei

criteri di Maastricht, o perlomeno di un’applicazione più flessibile degli stessi per venire incontro

alle difficoltà di adempimento di alcuni Paesi membri (tra i quali Francia e Germania) che stanno

attraversando, ormai da alcuni anni, una grave crisi economica. 33

L’aspetto più rilevante, perlomeno in termini simbolici, della raggiunta unione economica e

monetaria è stata l’introduzione della moneta unica che ha rilanciato concretamente il processo di

integrazione del mercato unico europeo, eliminando i disagi (e soprattutto i costi) dovuti alle

operazioni di cambio e permettendo, di conseguenza, un più facile ed intuitivo confronto tra i prezzi

dei beni nei diversi Paesi.

Le ragioni dell’introduzione dell’Euro, tuttavia, sono ben più importanti: il rilancio

dell’integrazione del mercato comune europeo porterà vantaggi a lungo termine per la concorrenza,

determinando una maggiore crescita e prosperità e garantendo una situazione di bassa inflazione

che permetterà alle imprese di operare con maggiore efficienza. Le imprese operanti nella zona

Euro che commerciano con il resto del mondo hanno inoltre riscontrato il vantaggio di utilizzare

una moneta internazionale forte.

I benefici dell’unione economica e monetaria e della moneta unica hanno una fondamentale

contropartita: essi comportano infatti il rispetto da parte degli Stati aderenti di una serie di regole,

note come patto di stabilità e di crescita di cui ogni anno la Commissione e gli Stati membri

verificano il rispetto.

L’obiettivo di tali regole è quello di assicurare che le finanze pubbliche dei Paesi dell’Unione siano

sane, aspetto importante per raggiungere una crescita economica sostenibile.

Questa attenzione ai conti pubblici, assieme all’attento controllo della Commissione, ha come

obiettivo di evitare l’accumularsi del debito pubblico, cosa che in passato aveva costretto i governi a

ricorrere all’aumento di imposte e tasse o, in alternativa, a non disporre del denaro sufficiente per

gli investimenti.

Qualora uno Stato membro infranga le regole del patto di stabilità senza poter addurre una valida

ragione economica, sarà “intimato” ad adottare un’azione correttiva in tempi rapidi. Nel caso in cui

lo Stato membro non metta in atto tempestivamente efficaci strumenti correttivi, la Commissione (e

gli altri Paesi dell’Unione) hanno la facoltà di imporre misure correttive. Qualora l’imposizione di

un’azione correttiva non si riveli uno strumento sufficiente a far tornare il bilancio sotto controllo,

lo Stato membro dovrà depositare una somma di denaro presso la Commissione, che sarà trattenuta

dalla stessa nel caso in cui lo Stato non riesca a riallineare il proprio bilancio ai parametri stabiliti.

Gli economisti ritengono infatti che prezzi stabili creano un ambiente economico stabile ed è

proprio per mantenere la stabilità economica a livello comunitario che è stata istituita la BCE.

La politica commerciale comune

La creazione di una Unione doganale, oltre ad essere stata fondamentale per lo sviluppo del

commercio intracomunitario, è stata altrettanto rilevante per il commercio extra UE. Attraverso

l’introduzione dei dazi unici per le merci in entrata ed in uscita dall’Unione, i singoli Stati membri

sono stati privati del potere di decidere autonomamente il regime commerciale da adottare nei

confronti dei Paesi terzi; ciò non esclude comunque la possibilità per gli Stati membri di perseguire

una propria politica commerciale a livello nazionale, a condizione che tale politica segua un

orientamento compatibile alle disposizioni comunitarie.

Rientrano nella politica commerciale comunitaria anche le cd. misure di difesa commerciale, ovvero

quelle misure volte ad evitare:

 le pratiche di dumping (comportamenti commerciali delle imprese extra UE che consistono nella

vendita di merci in un mercato estero ad un prezzo più basso rispetto a quello praticato nel

mercato interno)

 le sovvenzioni statali effettuate dagli Stati extra UE (che hanno per effetto la riduzione dei costi

dell’impresa esportatrice) volte a favorire la vendita dei prodotti nazionali sui mercati

internazionali 34

La finalità di queste misure è quella di eliminare il valore competitivo delle merci provenienti dai

Paesi terzi. Tali misure costituiscono uno strumento difensivo da utilizzare con estrema cautela e

possono essere attivate solo in determinati casi, a seguito di una complessa attività di indagine

preliminare condotta dalla Commissione.

Le politiche sociali. L’occupazione

A partire dagli anni '70 si verificò in Europa una situazione di allarmante crescita dei livelli di

disoccupazione, che portò la Comunità a predisporre un intervento più incisivo in materia

occupazionale.

Il ruolo delle istituzioni comunitarie in tale ambito, fu dapprima rafforzato attraverso il Trattato di

Maastricht che, pur confermando l’esclusiva responsabilità (competenza esclusiva) degli Stati

membri relativamente alle politiche occupazionali, affidava alla Commissione la competenza di

prendere iniziative a sostegno dell’occupazione.

Qualche anno dopo (1997), il Trattato di Amsterdam diede un nuovo impulso affidando un ruolo

più forte ed incisivo anche al Consiglio e al Parlamento, senza comunque modificare il principio

basilare della competenza esclusiva degli Stati.

Nel marzo 2004, il Consiglio d’Europa ha sottolineato l’urgenza di intraprendere ulteriori azioni

efficaci finalizzate alla creazione di nuovi e migliori posti di lavoro. Tuttavia, nonostante questi

propositi, la crescita della produttività lavorativa sta continuando a rallentare in tutta Europa; per

fronteggiare la situazione la Commissione la Commissione ha istituito la European Employment

Taskforce, la quale ha individuato 4 priorità d’azione che dovrebbero essere perseguite da tutti gli

Stati membri:

 aumentare la versatilità dei lavoratori e delle imprese

 attrarre più persone nel mercato del lavoro e fare del lavoro una concreta possibilità per tutti

 investire maggiormente ed in modo più efficace nel capitale umano

 assicurare un effettivo percorso di riforme attraverso un migliore governo dell’occupazione

Le politiche sociali. La sanità pubblica e la sicurezza dei prodotti alimentari

Le autorità pubbliche degli Stati membri sono tenute ad assicurare ai propri cittadini la protezione

delle malattie, e di controllare che i prodotti ed i servizi che vengono immessi nel mercato

soddisfino determinati standard di qualità, di sicurezza e di salubrità.

Anche l’UE, chiaramente, è chiamata a svolgere un ruolo importante in questa delicata materia, in

base agli obblighi che le incombono in virtù dei trattati.

Gli obiettivi fondamentali in tema di sanità pubblica sono:

 contribuire al conseguimento di un elevato livello di protezione della salute.

 prevenire malattie e affezioni ed eliminare le fonti di pericolo per la salute umana

 favorire l’educazione in materia sanitaria

È importante ricordare che l’azione comunitaria nel settore della sanità pubblica deve rispettare le

competenze esclusive degli Stati membri in materia di organizzazione e fornitura di servizi sanitari

e assistenza medica.

La politica dell’Unione in materia di sicurezza dei prodotti alimentari ha l’obiettivo di assicurare

un alto livello della sicurezza dei cibi, della salute degli animali e della vegetazione all’interno

dell’UE, attraverso una politica coordinata che controlli i generi alimentari “dalla fattoria alla

tavola”. Il ripetersi di eventi virulenti come la ESB, la cd. malattia della “mucca pazza”, o la

vicenda della presenza di diossina in alcuni generi alimentari, hanno contribuito ad aumentare i

35

timori ed hanno messo in luce le esigenze di sicurezza in questo campo. I consumatori richiedono

un livello qualitativo quanto più elevato possibile, dimostrando cosi’ un interesse crescente riguardo

alle modalità e ai luoghi di produzione.

Tra i più recenti e rilevanti interventi dell’UE in tema di sicurezza alimentare si deve ricordare

l’istituzione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, con sede a Parma.

L’idea di istituire un organismo comunitario di controllo sulla sicurezza degli alimenti emerse già

nel Libro bianco sulla sicurezza alimentare presentato dalla Commissione europea nel 2000. In esso

la Commissione, da un lato, propone un insieme di misure che consentono di organizzare la materia

della sicurezza alimentare in modo più coordinato ed integrato; dall’altro, formula i principi

generali sui quali dovrebbe vertere la politica europea in materia di sicurezza alimentare.

In coerente attuazione di quanto previsto nel Libro bianco, i compiti affidati all’Autorità consistono

sostanzialmente nel fornire pareri ed un’assistenza scientifica e tecnica, che siano realmente

indipendenti, in tutti i settori che abbiano un impatto anche potenziale sulla sicurezza alimentare,

garantendo altresi' la comunicazione dei rischi al pubblico.

Denominazioni d’origine controllata (DOC), denominazione d’origine protetta (DOP), indicazione

geografica protetta (IGP), Attestazioni di specificità (AS), Specialità tradizionale garantita (STG),

prodotti cd. biologici, ecc.., sono solo alcuni degli strumenti, introdotti con appositi regolamenti,

che negli ultimi anni stanno caratterizzando i programmi di sicurezza e di certificazione della

provenienza e della qualità dei beni alimentari prodotti in Europa.

Tali strumenti, da un lato servono a valorizzare le produzioni locali e nazionali, proteggendole da

prodotti similari provenienti da aree di produzione che non offrono le medesime caratteristiche

naturali, dall’altro garantiscono al consumatore un’alta qualità del prodotto dal momento che tali

marchi assicurano un rigoroso metodo di produzione.

La politica dei trasporti e delle reti transeuropee

I trasporti costituiscono parte integrante del processo di creazione del mercato unico il quale, come

abbiamo già detto, comporta la libera circolazione delle merci, persone, servizi e capitali.

I trasporti rappresentano inoltre un’ area complessa che abbraccia più settori (trasporto aereo,

marittimo, su strada, reti transeuropee) nell’ambito dei quali le discipline nazionali sono soggette ad

un intenso processo di comunitarizzazione per l’effetto dei regolamenti e delle decisioni

comunitarie.

La politica dei trasporti ha come obiettivi:

 l’eliminazione degli ostacoli al mercato unico

 l’armonizzazione della disciplina volta ad assicurare l’integrazione delle politiche nazionali dei

trasporti

 il perseguimento di un sistema di mobilità in grado di garantire una migliore qualità della vita e

protezione dell’ambiente

Le politiche per la ricerca e per lo sviluppo tecnologico

Gli obiettivi della politica di ricerca vengono perseguiti attraverso la realizzazione di azioni

comunitarie (cd. programmi quadro per la ricerca), consistenti essenzialmente in programmi di

collaborazione tra imprese, centri di ricerca ed organizzazioni internazionali.

I Programmi quadro per la ricerca fissano gli obiettivi scientifici e tecnici da raggiungere, le

modalità di attuazione degli stessi e le priorità di ricerca.

Ciascun Programma quadro ha una durata di 5 anni, e viene adottato dal Consiglio e dal Parlamento

attraverso la procedura di codecisione. 36


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

38

PESO

532.04 KB

AUTORE

anita K

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto dell'Unione Europea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Lineamenti di Diritto dell'Unione Europea, Antioniolli. Gli argomenti tratti con particolare attenzione sono: l’evoluzione storica e i principali eventi che hanno contribuito alla nascita dell’UE, il metodo comunitario, la libertà di circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali, il Trattato di Maastricht, l’Unione economica e monetaria (UEM), il principio di sussidiarietà.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher anita K di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Valentino Luigi.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto dell'unione europea

Diritto dell'Unione Europea - storia dell'integrazione europea
Appunto
Funzione giudiziaria nell'ordinamento dell'UE, Diritto dell'Unione Europea
Appunto
Origini e sviluppo dell'integrazione europea, Diritto dell'Unione Europea
Appunto
Diritto dell'Unione Europea
Appunto