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Ciò garantisce la libera circolazione dei servizi, delle persone, delle merci e dei capitali.

Libertà, però, non illimitata: si attribuisce agli Stati membri di ostacolarle se vi sono

esigenze di tutela imperative. A questo punto, la Corte, può controllare che la relativa

normativa rispetti i diritti fondamentali. esempi

Sentenza E.R.T. normativa greca che attribuiva all’ ente E.R.T. il monopolio

in materia televisiva. Ciò rappresentava un ostacolo alla Libera prestazione dei servizi ma la

Grecia sosteneva riteneva rispondesse ad esigenze di ordine pubblico. La Corte risponde

che questa giustificazione deve essere compatibile con la tutela dei diritti fondamentali.

Sentenza TV10 normativa olandese che stabiliva che gli enti televisivi

dovevano dedicare un tot di tempo a programmi culturali e educativi. TV10 era un ente

costituito da olandesi ma in Lussemburgo, che trasmetteva in Olanda. Lo Stato sosteneva

che dovesse essere rispettata la normativa ma ciò era compatibile con la libertà di

emissione? La Corte afferma che vi era compatibilità in quanto la norma era stata dettata per

garantire pluralismo e libertà di opinione ed espressione (compatibilità art. 10).

La tutela dei diritti fondamentali è stata affrontata anche dai Trattati:

La prima presa di posizione delle altre istituzioni si ebbe nel 1977 con la dichiarazione

comune di Parlamento, Commissione e Consiglio circa l’ importanza della tutela dei

diritti fondamentali

Un ulteriore salto in avanti è stato determinato dalla modifica introdotta dal Trattato di

Maastricht con l’ art. 6.2 => non ci fornisce un elenco dei diritti fondamentali, ma

afferma l’importanza e il rispetto dei diritti fondamentali sul piano comunitario.

Significative modifiche furono introdotte anche dal Trattato di Amsterdam:

modifica dell’art. 6 = aggiunta di un nuovo paragrafo che sancisce che l’ Unione si

fonda su principi di Libertà, Democrazia e Rispetto dei principi di tutela dei diritti

dell’ uomo e dello stato di diritto

il rispetto di tali principi è condizione per l’adesione di nuovi Stati membri (art. 49 TUE)

novità = per la prima volta sono previste sanzioni per le violazioni gravi, da parte di uno

Stato membro, dei diritti fondamentali:

in caso di rischio violazione il Consiglio, su proposta di 1\3 degli Stati, del Parlamento e

della Commissione delibera a maggioranza di 4\5 dei membri per constatare il rischio

in caso di avvenuta violazione il Consiglio, nella sua composizione di Capi di Stato e di

Governo, decide all’unanimità su proposta di 1\3 degli Stati o della Commissione e previo

parere conforme del Parlamento.

In entrambi i casi, poi, il Consiglio decide a maggioranza qualificata sulla sanzione

che consiste nella sospensione di uno dei diritti che spettano allo Stato in quanto

membro della comunità (es. diritto di voto in Consiglio)

L’ ultimo passo fu determinato dalla Carta di Nizza nel dicembre del 2002 => la Carta

consiste in un elenco di diritti fondamentali. È indipendente al Trattato e non è vincolante:

diventerebbe vincolante con la ratifica della Costituzione dell’UE.

RAPPORTI TRA ORDINAMENTO COMUNITARIO E CEDU

La Carta di Nizza tratta anche i rapporti tra il diritto comunitario e la Convenzione Europea

dei diritti dell’uomo (1950).

Art. 51 della Carta => ribadisce che la tutela dei diritti fondamentali riguarda gli atti

comunitari e quelli adottati dagli Stati membri in attuazione di direttive comunitarie

Art. 52.1 della Carta => i diritti tutelati possono subire delle limitazioni, purché, queste,

siano previste dalla legge e rispettino il contenuto essenziale di tali diritti. Inoltre, devono

essere effettivamente necessarie e proporzionate al fine che si vuole raggiungere: tutelare

un interesse generale.

Esistono due sistemi paralleli per la tutela dei diritti dell’ uomo:

comunitario previsto dalla Carta di Nizza (=>Corte di Giustizia )

previsto dalla CEDU (=>Corte EDU)

Il coordinamento tra le due Corti è difficile:

casi nei quali la Corte di Giustizia ha tralasciato i profili relativi alla tutela dei diritti

dell’uomo: es. Sentenza Grogan (1991):

riguardava l’attività di associazioni studentesche irlandesi che fornivano

informazioni alle donne sull’ aborto e su cliniche che lo praticavano all’estero.

Però in Irlanda vigeva una normativa che vietava sia l’aborto sia la diffusione di

informazioni su tali cliniche. Si chiedeva alla Corte se tale divieto fosse contrario

alla libera prestazione dei servizi e all’art. 10 della CEDU sulla libertà di

informazioni. Secondo la Corte di Giustizia si tratta della prestazione di un

servizio, ma queste associazioni studentesche non sono legate alle cliniche mediche

estere, non sono loro agenti, quindi la normativa irlandese che vieta a tali

associazioni di diffondere informazioni al riguardo è al di fuori del diritto

comunitario pertanto si dichiara incompetente: non spetta a lei constatare se tale

norma sia conforme all’ art. 10 della CEDU o meno.

casi nei quali la Corte di Giustizia ha espressamente tenuto conto della giurisprudenza della

Corte EDU: es. Sentenza Grant (1998):

il contratto di lavoro tra la Signora Grant ed il suo datore di lavoro prevedeva che,

lavoratore e coniuge, avessero diritto a delle riduzioni sui prezzi dei biglietti dei

treni. Nel caso Grant chiedeva l’ estensione di tale diritto anche al coniuge dello

stesso sesso e si chiedeva se negare ciò violasse i diritti fondamentali. La Corte

negò tale estensione rifacendosi alla giurisprudenza della Corte EDU che non

equipara le relazioni omosessuali a quelle eterosessuali.

casi nei quali le due Corti hanno assunto posizioni divergenti in relazione alla tutela del

medesimo diritto: es. Sentenza Open Door (1992):

stessa questione della Sentenza Grogan sottoposta alla Corte EDU. La Corte

Europea sostiene che il divieto alla diffusione di tali informazioni viola l’ art. 10

perché:

la norma vieta l’aborto in Irlanda ma non di recarsi all’ estero

la norma non vieta che tali informazioni possano trovarsi ovunque

queste informazioni non incitano le donne all’ aborto

L’ ottica delle due Corti è alquanto diversa:

la Corte EDU valuta la compatibilità di normative con i diritti fondamentali =

è un organo specializzato

la Corte di Giustizia è un organo di un ordinamento molto più complesso:

quando è chiamato ad esprimersi sui diritti fondamentali deve tener conto

di tutto il diritto comunitario e bilanciare i diritti fondamentali con i diritti

economici e di libertà di circolazione.

altri casi di contrasto: sentenze in materia di concorrenza in cui le due corti assumono

posizioni non concordanti. Infatti, circa il diritto di della Commissione di accedere ai locali

dell’ impresa e di consultare libri contabili o altre scritture, sorge il problema se è

compatibile con il diritto alla vita privata e al rispetto del domicilio (art. 8 CEDU):

Sentenza Hoechst => la corte di Giustizia sancisce che i locali commerciali non rientrano

nell’ art. 8 CEDU

Sentenza Niemiets => la Corte EDU sostiene che l’ art. 8 è applicabile anche al

“domicilio commerciale” e che l’ ispezione è contrario all’ art. 8.

casi nei quali la Corte di Giustizia ha accordato una tutela particolarmente ampia: es.

Sentenza X vs. Commissione (1994):

la Commissione chiedeva alcuni esami medici per l’ assunzione. X rifiutò di

sottoporsi all’ esame HIV. Gli furono fatti esami apparentemente diversi ma che

miravano ad accertare la negatività all’HIV. X si rivolge alla Corte di Giustizia

che si pronuncia a favore di quest’ ultimo sostenendo che aveva diritto a non

essere sottoposto a quell’ esame per la tutela della vita privata (assumendo una

posizione più avanzata rispetto a quella presa in casi simili dalla Corte EDU),

tuttavia, la Commissione non aveva il dovere di assumerlo.

casi di condanna tra Stati membri da parte della Corte EDU per comportamenti contrari alla

CEDU tenuti in adempimento di obblighi comunitari: es. Sentenza Matthews (1999):

la Signora Matthews aveva chiesto di essere iscritta alle liste elettorali di Gibilterra

per partecipare alle elezioni del Parlamento Europeo ma il Protocollo relativo alle

elezioni esclude Gibilterra dal suffragio universale del Parlamento Europeo (atto

comunitario ‘86);pertanto la gran Bretagna non vi aveva organizzato elezioni. La

Signora Matthews riteneva che tale atto fosse contrario alla norma CEDU che

impone agli Stati di organizzare periodicamente libere elezioni. La Corte EDU ha

attribuito tale responsabilità alla Gran Bretagna poiché aveva votato per adottare

l’ elezione del Parlamento ma non lo aveva rispettato.

L’ unione Europea non è membro della CEDU pertanto quest’ ultima non può

dichiarare che l’ unione ha violato la CEDU, ma che quello stato la violata. A questo

punto, però, lo Stato si trova tra due fuochi, per l’ esistenza di due sistemi paralleli

di tutela dei diritti dell’ uomo.

Una soluzione a questo problema potrebbe essere l’ adesione dell’ UE alla CEDU.

Il tema dell’ adesione è stato ampiamente dibattuto negli anni ’80. infatti già nel

1979 la Commissione Europea aveva presentato al Parlamento Europeo e al

Consiglio un Memorandum nel quale si dichiarava favorevole all’ adesione formale

della Comunità alla CEDU. Tre anni più tardi il Consiglio prese la decisione di

richiedere l’ opinione della Corte di Giustizia sulla compatibilità dell’ accordo di

adesione con le disposizioni del trattato. Quest’ ultima, con il parere 2\94 ha negato

la competenza della Comunità ad aderire alla Convenzione poiché si determinerebbe

l’ insediamento della Comunità in un diverso sistema istituzionale. Ciò

implicherebbe una modifica di rilevanza costituzionale incompatibile con l’

applicazione dell’ art. 308 del Trattato. Tuttavia il Protocollo 14 CEDU (non ancora

in vigore) prevede che anche l’ Unione aderisca alla Convenzione pertanto la CEDU

controllerebbe non solo gli Stati, ma anche gli atti dell’ Unione se entrasse in vigore

la Costituzione europea ed il protocollo.

c) Fonti derivate =

Regolamenti

Direttive Atti vincolanti

Decisioni

Raccomandazioni Atti non vincolanti

Pareri

Tra questi atti non vi è un ordine gerarchico; generalmente, è il trattato a specificare quale

tipo di atto vada utilizzato nel caso in specie.

Un Principio generale, sempre utilizzato dalla Corte di Giustizia e dal Tribunale di 1°

Grado è il Principio dello Smascheramento = quando la Corte deve valutare la natura

dell’atto e i suoi effetti non guarderanno alla denominazione di esso, dunque, alla

Forma, ma alla Sostanza.

Art. 235 TCE tutti gli Atti Comunitari devono essere motivati = deve essere esplicitato,

in un preambolo, il motivo per cui tale atto è stato emanato (essenziale per i destinatari).

Pertanto prima di un Atto vediamo:

Motivazione

Base giuridica =

Riferimento interformativo dell’Atto

Art. 254 TCE gli Atti Comunitari devono essere Pubblicati. L’ obbligo, però, vige

soltanto per:

Regolamenti

Atti adottati con codecisione

Direttive indirizzate agli Stati Membri

Tuttavia, la mancata pubblicazione non è causa di nullità ma, semplicemente,

d’inopponibilità a terzi.

Per tutti gli altri atti, invece, basta la notifica; possono anche essere pubblicati ma non

vige l’obbligo.

Regolamenti sono gli atti più incisivi che possono essere emanati dalle istituzioni

comunitarie. Possono essere emanati da:

Consiglio

Consiglio + Parlamento Europeo

Commissione = se autorizzata dal Consiglio

Banca Centrale Europea = nei limiti delle sue mansioni

Distinguiamo due tipi di regolamenti:

Regolamenti di base: emanati dal Consiglio, dettano gli elementi essenziali di una

determinata materia

Regolamenti d’esecuzione: emanati dalla Commissione su delega del Consiglio, danno

esecuzione ai regolamenti di base; dunque sono ad essi subordinati: ne specificano il

contenuto ma ne devono rispettare i principi => Gerarchia Interna.

Caratteri generali:

PORTATA GENERALE = non è indirizzato a singoli ma a categorie di destinatari. Quindi

è paragonabile ad una Legge per i caratteri di Generalità ed Astrattezza

OBBLIGATORIETA’ IN TUTTI I SOI ELEMENTI = atto completo, che vincola gli Stati

in tutti i suoi elementi

DIRETTA APPLICABILITA’ = il regolamento è direttamente applicabile senza bisogno

d’intermediazioni Statali: gli Stati non devono emanare alcun atto di trasformazione del

regolamento, deve semplicemente adottarlo. dunque

vige il divieto di riprodurre il regolamento in norma interna:

ciò, però, in seguito alla Sentenza Variola (1973)

Prima del ’73, in Italia, i contenuti dei regolamenti erano tradotti in norme interne. In

seguito a tale Sentenza ciò fu vietato in quanto contrario al Diritto comunitario.

Argomentazioni:

il regolamento deve essere applicato in modo uniforme a tutti gli Stati membri.

Qualora ciascun Stato lo trasformasse in una legge interna, allora, verrebbe meno

l’applicazione dell’atto in modo simultaneo ed uniforme

i regolamenti sono atti di diritto comunitario quindi sottoposti all’interpretazione della

Corte di Giustizia. Qualora uno Stato li trasformasse in atti interni, questi,

verrebbero sottratti dell’interpretazione della suddetta Corte in quanto non ha

alcuna voce in capitolo circa gli atti di diritto interno.

Decisioni possono essere emanati da:

Consiglio

Consiglio + Parlamento Europeo

Commissione

Caratteri generali:

PORTATA INDIVIDUALE = possono essere indirizzati a:

singoli stati membri

es. decisioni in materia di aiuti di Stati: lo Stato da un aiuto ad un’ impresa

violando una norma di diritto comunitario. Verrà inviata una decisione allo

Stato che deliberi il ritiro di tale aiuto.

singole persone fisiche e giuridiche

es. due imprese stipulano un accordo contrario alle norme comunitarie.

Verrà inviata una decisione che affermi che tale accordo è nullo.

DIRETTAMENTE APPLICABILI

Direttive possono essere emanate da:

Consiglio

Consiglio + Parlamento Europeo

Commissione

Caratteri generali: DI BESE

SI DISTINGUONO IN DI ESECUZIONE alle prime subordinate

PORTATA INDIVIDUALE = indirizzate a singoli Stati membri, tuttavia, esistono direttive

indirizzate a tutti gli Stati membri

NON SONO DIRETTAMENTE APPLICABILI = in quanto sono un atto incompleto:

non indicano tutto il procedimento, si limitano ad indicare allo Stato il fine da raggiungere

ma non indicano i mezzi, sarà lo Stato a sceglierli. Il procedimento d’applicazione si articola

in due fasi:

- 1^ fase indica lo scopo da raggiungere (fase a livello comunitario)

- 2^ fase indica i mezzi per il raggiungimento di tale risultato (fase a livello

Statale)

Le direttive, dunque, contrariamente a quanto vietato ai regolamenti, devono essere

trasformate in norme interne, in un atto nazionale e deve essere indicato il termine

entro cui l’atto deve essere recepito.

La Corte ha, inoltre, previsto che:

lo Stato deve astenersi dal porre in essere un comportamento che potrebbe pregiudicare il

porre in essere dell’ applicazione della direttiva

il recepimento deve essere adeguato = il contenuto dell’atto di recepimento deve essere

conforme a quello della direttiva e tale trasposizione deve avvenire mediante atti vincolanti,

in grado di incidere sulla materia.

In alcuni casi il recepimento non è necessario quando la legislazione

nazionale è già conforme alla direttiva. In tutti gli altri casi la Corte non

giustifica l’inadempimento. Esempi:

- Sentenza Commissione vs. Italia (1986) l’Italia giustificava un ritardo

sostenendo che il procedimento fosse troppo lungo. La Corte non ammette

giustificazioni basate su situazioni o difficoltà di diritto interno.

- Sentenza Commissione vs. Belgio (1983) il Belgio sosteneva che il

termine di recepimento fosse troppo breve, la Corte respinse la

giustificazione in quanto lo Stato partecipa alla formazione dell’atto e

quindi anche alla decisione del termine, pertanto avrebbero dovuto

esprimere il loro dissenso prima.

- Sentenza Commissione vs. Francia la Francia giustifica un mancato

recepimento con lo scioglimento del Parlamento, ma la Corte respinse tale

motivazione perché si tratta ancora di una difficoltà di diritto interno.

Raccomandazioni possono essere emanate da:

Parlamento

Consiglio

Commissione (nella stragrande maggioranza dei casi)

Destinatari:

Stati membri

Istituzioni comunitarie

Soggetti di diritto interno degli Stati membri

Scopo sollecitare il destinatario ad avere un determinato comportamento giuridico più

rispondente agli interessi comuni

Pareri possono essere emanati da:

Commissione

Consiglio

Parlamento

Corte di giustizia

Destinatari:

Stati membri

Istituzioni comunitarie

Soggetti di diritto interno degli Stati membri

Scopo => fissa il punto di vista dell’Istituzione che lo emette in una determinata materia.

EFFETTI DIRETTI DELLE NORME COMUNITARIE

Caratteristica della Comunità Europea è che le norme comunitarie non hanno ad oggetto

solo rapporti tra gli Stati ma anche quelli tra individui. Da ciò discende l’idoneità del diritto

comunitario a produrre effetti diretti può creare diritti e doveri anche in capo a singoli, i

quali possono anche invocare la norma in giudizio a sostegno delle proprie pretese.

Le norme comunitarie possono produrre effetti solo se sono “chiare, precise ed

incondizionate”. In più, l’art. 12 impone l’obbligo di non facere.

Gli effetti diretti possono essere:

VERTICALI = la norma comunitaria può essere fatta valere dal singolo nei confronti dello

Stato. Es. Sentenza Van Gend & Loos norma comunitaria vietava agli Stati di

imporre nuovi dazi doganali. Un imprenditore olandese al passaggio dalla

frontiera si vide imposto un dazio. Pertanto agì in giudizio facendo valere a suo

vantaggio la norma comunitaria

ORIZZONTALI = la norma comunitaria può essere fatta valere dal singolo nei confronti di

un altro individuo.

Es. Sentenza Walrave una disposizione del regolamento dell’Unione

Calcistica (ente privato), stabiliva che l’allenatore dovesse essere della stessa

nazionalità del ciclista. Un ciclista chiedeva all’Unione di rispettare le norme del

trattato che vietavano la discriminazione basata sulla nazionalità. La Corte accettò

affermando, dunque, la possibilità anche d’effetti diretti orizzontali.

EFFETTI DIRETTI DEI REGOLAMENTI

Per i regolamenti, teoricamente, non dovrebbe nemmeno porsi il problema degli effetti

diretti in quanto sono atti direttamente applicabili e completi in tutti i suoi elementi. Il

problema sorge perché alcune disposizioni di regolamenti possono chiedere, per la loro

applicazione, l’adozione di misure d’integrazione e d’esecuzione da parte degli Stati

membri. Tuttavia, non possiamo parlare di margine di discrezionalità in capo agli Stati, in

quanto lo spazio lasciato a questi ultimi è minimo: il legislatore statale è tenuto a provvedere

di adottare tutte le misure necessarie atte ad assicurare l’esecuzione degli obblighi

determinati dagli atti delle istituzioni della Comunità.

Sentenza Leonesio (1972) regolamento che prevedeva dei premi per gli

agricoltori per la macellazione di carne bovina. La Signora Leonesio aveva

soddisfatto tutti i requisiti previsti dal regolamento per vincere il premio, ma

l’autorità rinviò il pagamento del premio perché subordinato ad una

disposizione legislativa. La Signora Leonesio chiedeva se potesse ricevere il

premio anche in assenza di tale disposizione. La Corte affermò di SI in quanto

anche quando i regolamenti sono incompleti o in mancanza d’attuazione

hanno effetti diretti.

Tale orientamento fu poi smentito da un’altra sentenza che rappresenta l’ eccezione:

Sentenza Monte Arcosu (2001) regolamento che dava una nozione

d’imprenditore agricolo. Ma stabiliva tali requisiti solo per le persone

fisiche non per le persone giuridiche. Dunque era un regolamento

incompleto che doveva essere attuato a livello nazionale con misure

discrezionali di integrazione.

La Sardegna lo aveva applicato creando un albo degli imprenditori agricoli;

la società Monte Arcosu chiedeva l’iscrizione ma gli fu negata in quanto il

regolamento non prevedeva nulla circa le imprese.

La Corte sancisce che i regolamenti quando sono incompleti o anche in

mancanza di misure d’attuazione producono effetti diretti tranne nel caso in

specie in quanto il regolamento non era “chiaro, preciso ed

incondizionato”.

EFFETTI DIRETTI DELLE DECISIONI

Possono essere rivolte:

alle persone in tal caso producono effetti diretti

agli Stati in genere richiedono misure d’esecuzione

Producono effetti diretti verticali e non orizzontali (come per le direttive).

EFFETTI DIRETTI DELLE DIRETTIVE

Per loro natura, le direttive, non sono direttamente applicabili: devono essere trasportate a

livello nazionale. Tuttavia, la Corte di Giustizia ha dato la possibilità di ricavare effetti diretti

anche dalle disposizioni di direttive purché sussistessero determinate condizioni:

mancato recepimento della direttiva da parte dello Stato

non corretta trasposizione della direttiva da parte dello Stato

Presente una delle seguenti condizioni, la direttiva produrrà effetti diretti; ciò come

“sanzione” per lo Stato inadempiente e per non privare i singoli dei diritti che la direttiva

attribuisce loro.

Si tratta d’effetti ascendenti: che il singolo può far valere nei confronti dello Stato ma non

viceversa.

La possibilità di ricavare effetti dalle disposizioni di una direttiva è stata enunciata dalla

Corte di Giustizia per la prima volta nel 1974 con la Sentenza Van Duyn => caso

di una cittadina olandese alla quale fu vietato l’ ingresso nel regno Unito in quanto

doveva lavorare presso una Chiesa di Scientologia: attività che il Governo del Regno

Unito riteneva socialmente dannosa. La cittadina francese fece valere la direttiva

comunitaria per cui l’ ingresso in uno Stato poteva essere impedito solo per motivi legati

alla persona stessa (nel caso in specie il lavoro), per motivi di ordine pubblico e di

sicurezza. La Corte affermò che la direttiva produceva effetti diretti in quanto chiara,

precisa ed incondizionata.

Queste tre caratteristiche sono presenti solo nelle direttive:

dettagliate = che non lasciano spazio agli Stati, regolano anche i mezzi

che impongono obblighi di non facere

Se è vero che l’effetto diretto è la sanzione dell’inadempimento di un obbligo da parte di

uno Stato membro, non si possono ricavare effetti diretti che comportino situazioni

soggettive passive per persone fisiche o giuridiche, poiché esse non sono mai destinatarie

dell’obbligo. In altre parole, le direttive non possono avere effetti diretti orizzontali.

È ciò che la Corte di giustizia ha enunciato per la prima volta nel 1986 nella Sentenza

Marshall=> prendeva in considerazione una direttiva sulla parità di trattamento tra

uomo e donna sul lavoro. La Signora Marshall venne licenziata a 62 anni perché aveva

raggiunto l’età prevista per il pensionamento (62 anni per la donna, 65 per l’uomo).

Secondo la Signora M. tale norma del Regno Unito era in contrasto con la direttiva che

stabiliva la parità di trattamento tra i due sessi. La Corte afferma che la direttiva può

avere effetti diretti ma solo verticali: quindi l’inattuazione della direttiva può essere fatta

valere da un lavoratore dipendente ad un ente pubblico, ma non contro altri privati (datori

di lavoro privati). Inoltre, viene data una nozione più ampia di Stato lo Stato può

essere:il datore di lavoro, l’ ente territoriale, l’ ente pubblico;…

1994 Sentanza Faccini Dori la Corte ha spiegato come mai le direttive producono

solo effetti verticali. Relativa alla tutela dei consumatori nella conclusione di contratti fuori

dai locali commerciali: era data la possibilità, al consumatore, di recedere dal contratto

entro un tot di tempo. L’ Italia, però, non aveva recepito questa direttiva, pertanto alla

Signora Faccini Dori gli fu negato il diritto di far valere il suo diritto di recesso di un

contratto che aveva concluso alla stazione di Milano e che prevedeva l’ acquisto di un

corso di inglese. La Corte ribadisce che le direttive possono avere solo effetti diretti

verticali e spiega che qualora si attribuissero alle direttive anche effetti diretti orizzontali,

si equivarrebbero le direttive ai regolamenti, modificando così il Trattato Istitutivo dalla

Corte Europea

Un’ apertura ad ammettere che una direttiva produca effetti diretti orizzontali si può

riscontrare soltanto nella Sentenza Unilever (2000) il caso in specie riguardava la

direttiva 83\189 procedurale: stabiliva che ogni volta che uno Stato membro vuole

adottare una normativa tecnica (etichettatura prodotti,…), deve notificarlo alla

Commissione che, se ha intenzione di adottare delle normative nella stessa materia, chiede

allo stato che per due mesi non stabilisca normative tecniche interne. Lo Stato Italiano

emana normative tecniche circa l’etichettatura dell’olio d’oliva. Fu chiesta la sospensione,

ma l’Italia emana comunque la normativa. La corte ammette che vengano prodotti effetti

diretti orizzontali al fine di escludere l’efficacia di una normativa Statale emanata in

violazione dell’ obbligo posto agli Stati membri di notificare previamente alla

Commissione i progetti di nuove regole tecniche.

EFFICACIA INDIRETTA DELLE DIRETTIVE

La giurisprudenza ha stabilito che non producono effetti diretti in quanto non “chiare,

precise ed incondizionate”, hanno comunque qualche effetto attraverso:

PRINCIPIO DELL’ INTERPRETAZIONE CONFORME

- Sentenza Marleasing direttiva non trasportata in Spagna che

elencava le cause le cause di nullità dell’atto costitutivo di una S.p.A. . La

Società Marleasing, chiedeva di annullare l’atto costitutivo della Società

Commercial perché privo di causa secondo il Codice Civile spagnolo. La

Commercial, invoca la direttiva, e si oppose a tale richiesta sostenendo che

quest’ ultima prevedeva un elenco tassativo di cause di nullità tra le quali,

però, non era menzionata la mancanza di causa.

La Corte sancì che il giudice nazionale deve interpretare il proprio diritto

interno alla luce della lettera e dello scopo della direttiva. Pertanto la Corte

dichiara che la nullità non può essere enunciata per cause diverse, non

previste dalla direttiva nonostante questa non fosse stata recepita dalla

Spagna. Limite: impossibilità d’interpretazione contra legam.

RISARCIMENTO DEL DANNO DERIVANTE DA VIOLAZIONE DELL’ATTO

COMUNITARIO

- Sentenza Francovich la questione riguardava una direttiva che

stabiliva che in caso d’insolvenza del datore di lavoro per fallimento, i

lavoratori avevano diritto alle retribuzioni non ancora pagate ma già

maturate. Tale direttiva non era stata recepita in Italia ed il Signor

Francovich pretendeva il pagamento dal suo datore di lavoro.

Anche se tale direttiva non aveva i requisiti per produrre effetti diretti la

Corte affermò che il singolo (nel caso in specie il Signor f.) ha ugualmente

diritto al risarcimento del danno derivante da un’ omissione legislativa

dello Stato purché sussistano determinate condizioni:

la direttiva deve implicare l’attribuzione di diritti a favore del singolo

il contenuto di tali diritti deve poter essere individuato sulla base

delle disposizioni della direttiva

deve esistere un nesso di causalità tra violazione dell’ obbligo da

parte dello Stato e danno subito dal soggetto

Circa il carattere e l’entità del risarcimento la Corte di Giustizia nella

Sentenza F. sancisce che le condizioni formali e sostanziali stabilite dalle

diverse legislazioni nazionali in materia di risarcimento dei danni non

possono essere meno favorevoli di quelle che riguardano reclami

analoghi di natura interna e non possono essere congegnate in modo da

rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile il

risarcimento.

Nel 1995 la Cassazione Italiana da un orientamento divergente nella

Sentenza Mariotti la funzione legislativa, in Itali, è sottratta al

sindacato giurisdizionale perché si tratta d’esercizio del potere politico.

Quindi, quando uno Stato non recepisce una direttiva siamo di fronte al

mancato esercizio di una funzione legislativa e quindi il risarcimento che

il singolo può pretendere da omissioni di funzioni legislative è differente

da quello previsto per le omissioni di funzioni giurisdizionali: infatti, nel

primo caso si avrà diritto soltanto al danno emergente; mentre nel

secondo caso verrà risarcito sia il danno emergente che il lucro

cessante.

A questo punto la Corte di Giustizia reagisce con la Sentenza Brasserie

du Pecheur il risarcimento del danno deve essere adeguato. Non è

conforme al diritto comunitario una disciplina nazionale che limiti il

danno risarcibile ai soli danni arrecati a determinati beni individuali

specialmente tutelati, escludendo il lucro cessante subito dai singoli.

Tali principi valgono sia che la norma abbia effetti diretti sia nel caso in

cui non li abbia.

Ancora, questi valgono indipendentemente dall’organo dello Stato che ha

dato origine alla violazione Sentenza Kobler (2003) => il Signor

Kobler chiedeva che l’ indennità per anzianità comprendesse non

soltanto gli insegnamenti all’ università austriaca ma anche quelli

esercitati negli altri Stati della comunità ma il Tribunale di ultima

istanza austriaco respinse tale richiesta, sostenendo che avesse diritto

soltanto all’ indennità derivante dal periodo di insegnamento nell’

Università austriaca. Pertanto il Signor K. accusa l’organo di aver

violato il Principio di non discriminazione dettato a livello comunitario.

La Corte accolse la richiesta del Signor K. richiamando anche il diritto

internazionale: “ la responsabilità sorge indipendentemente dall’organo

dello stato che ha dato origine alla violazione. Pertanto, la Corte,

concede al Signor K. un risarcimento del danno per la violazione di un

diritto comunitario commessa da un tribunale di ultima istanza, anche

perché, altrimenti, il Signor K. non avrebbe potuto più agire, ricevere

altra tutela (in quanto interpellato un tribunale di ultima istanza).

COMPETENZA ESTERNA DELLA COMUNITA’

Circa la competenza esterna della Comunità menzioniamo:

il potere di accreditare e di inviare rappresentanze diplomatiche

i collegamenti con organizzazioni internazionali

il potere di concludere accordi internazionali

Nel Trattato CE non c’ è una norma che autorizzi la comunità a concludere accordi

internazionali in tutte le materie di competenza interna.

Fase iniziale = fino al 1971 la Comunità poteva concludere accordi internazionali solo nelle

materie espressamente previste dal Trattato:

accordi tariffari e commerciali

accordi di associazione

A queste due materie, poi, mediante il Principio d’Attribuzione, se ne aggiunsero

altre tre:

settore della ricerca

settore ambiente

cooperazione allo sviluppo

Successivamente, la Corte di Giustizia, ha ampliato le competenze di concludere accordi

internazionali anche al di fuori dei settori anzidetti.

Sentenza AETS (1971) Commissione vs. Consiglio = relativa all’ Accordo europeo sul

trasporto per strada. Il Consiglio aveva autorizzato gli Stati a concludere accordi sul

trasporto. La Commissione impugnava questa decisione affermando che tale competenza

spettava alla Comunità e non agli Stati. La Corte, per la prima volta, ha enunciato la tesi

dell’esistenza di una competenza a concludere accordi internazionali parallela a quella

che la Comunità ha già esercitato, ad adottare atti normativi Principio del

Parallelismo => non è necessaria una specifica disposizione nel trattato che consenta di

concludere accordi internazionali in una data materia, è sufficiente che la Comunità abbia

già esercitato tali competenze sul piano interno (parallelismo tra competenze interne ed

esterne).

Ratio = se non vi fosse parallelismo tra le competenze interne ed esterne, vi sarebbe

il rischio che sul piano interno la Comunità adotti determinate norme e gli Stati, sul

piano esterno, concludano accordi interni contrari.

Parere 1\76 = relativo ad un progetto di accordo circa competenze in materia fluviale. La

Corte sembra cambiare orientamento rispetto alla precedente sentenza. Infatti sancisce

che il Principio del Parallelismo può applicarsi anche qualora la Comunità non avesse

ancora esercitato la competenza sul piano interno. Pertanto, la conclusione di un accordo

internazionale può essere considerato il 1° atto di esercizio di una competenza interna

della Comunità. => Si applica la Teoria dei Poteri Impliciti = le competenze esterne

possono essere dedotte da quelle interne se la conclusione di un accordo internazionale è

indispensabile per raggiungere un fine della Comunità.

La Competenza comunitaria in materia di conclusione d’accordi internazionali è concorrente

o esclusiva?

COMPETENZA ESCLUSIVA ESTERNA DELLA COMUNITA’:

accordi commerciali e tariffari

accordi in cui ha competenza esclusiva sul piano interno

accordi il cui finanziamento è a carico, esclusivamente, della comunità

ACCORDI MISTI:

accordi relativi a materie rientranti nella competenza concorrente

accordi il cui finanziamento non grava interamente sul bilancio comunitario = parere 1\78:

“Se il finanziamento dell’ accordo spetta alla Comunità, le decisioni occorrenti saranno

adottate secondo le appropriate procedure comunitarie. Se, viceversa, il finanziamento e a

carico degli Stati membri, questo fatto implicherà la partecipazione degli Stati stessi a

questi congegni decisionali o, quanto meno, il loro assenso circa le modalità di

finanziamento in progetto e di conseguenza la loro partecipazione all’ accordo

congiuntamente con la Comunità. In quest’ ipotesi non si può concepire la competenza

esclusiva della Comunità ”.

PROCEDURA PER LA CONCLUSIONE DI ACCORDI INTERNAZIONALI

Nella procedura di stipulazione degli accordi internazionali, partecipano più istituzioni

comunitarie con ruoli differenti:

COMMISSIONE : negoziazione

CONSIGLIO: conclusione

PARLAMENTO EUROPEO: consultazione (con peso differente a seconda del tipo di

accordo che deve essere concluso)

CORTE DI GIUSTIZIA: consultazione

La Commissione negozia il contenuto dell’atto con i rappresentanti degli Stati terzi, spesso

sulle direttive impartite dal Consiglio. È affiancata da comitati composti dai rappresentanti

degli Stati Membri. In alcuni casi, tassativamente previsti dal Trattato, la Commissione può

anche finire l’accordo. In varie occasioni, la Commissione ha cercato di estendere questi

casi => es. 1991= la Commissione conclude un accordo con gli USA in materia di

concorrenza. La Corte annullò tale atto affermando che in questo caso non può applicarsi

il principio del Parallelismo: le materie in cui la Commissione può concludere accordi

sono tassativamente previste dal Trattato.

Al Consiglio, invece, spetta la conclusione dell’atto = manifesta la volontà della Comunità.

Circa, invece, il Parlamento Europeo, questo interviene con intensità differente a seconda

del tipo d’accordo:

NON CONSULTATO: accordi tariffari e commerciali

PARERE VINCOLANTE

PARERE NON VINCOLANTE: nella maggioranza dei casi

PARERE CONFORME:

accordi di associazione

accordi che hanno ripercussioni finanziarie considerevoli

accordi che implicano la modifica di un atto adottato con la procedura di codecisione

accordi che creano un quadro istituzionale specifico

Le varie forme di partecipazione del Parlamento Europeo alla procedura hanno notevoli

limiti:

quando non viene consultato non c’è alcuna partecipazione di un organo che

rappresenti i cittadini

viene consultato dopo la negoziazione e non può influenzarne il contenuto =>

Procedura LUNS (1964) = il Consiglio introduce tale procedura che prevedeva

che il Parlamento Europeo partecipasse alla negoziazione, doveva essere

interpellato prima della firma, doveva essere coinvolto nel dibattito che precede la

negoziazione e doveva essere aggiornato dalla commissione durante la

negoziazione.

La Corte di Giustizia, invece, interviene solo quando un’altra istituzione (Parlamento

Europeo, Consiglio, Commissione o Stati membri ) le chiede un Parere circa la

compatibilità dell’accordo con le disposizioni del Trattato. Qualora il suo Parere dovesse

essere negativo:

non si conclude l’ accordo

si modifica l’ accordo

qualora le istituzioni ritenessero giusto concluderlo ci si appella all’ art. 48 TUE che

prevede la modifica del Trattato istitutivo (caso raro)

Gli accordi d’Associazione sono spesso in contrasto con le disposizioni del Trattato. Per

evitare che si ricorra sempre all’ art. 48, si è diffusa la prassi di concluderli in forma mista:

partecipano alla negoziazione anche gli Stati membri che dovranno ratificare l’ accordo;

pertanto, in seguito, nessuno di essi potrà contestarlo.

FORMAZIONE DEGLI ATTI

Le procedure interistituzionali circa la formazione dell’atto possono distinguersi in funzione

del:

atto da adottare

ruolo che rivestono le varie istituzioni

Circa quest’ ultimo punto è il caso delle procedure per l’adozione d’atti normativi, che si

distinguono tra loro per il diverso ruolo svolto dal Parlamento Europeo. Tra le varie

procedure menzioniamo:

Procedura di Consultazione

Procedura del Parere conforme

Procedura di Cooperazione

Procedura di Codecisione

PROCEDURA DI CONSULTAZIONE

Detta anche procedura di base o ordinaria. È caratterizzata da una ripartizione del lavoro

essenzialmente tra Commissione e Consiglio: la prima Propone e la seconda dispone. In

questo tipo di procedura è previsto un intervanto minimo del Parlamento.

Il procedimento possiamo scandirlo in tre fasi:

PROPOSTA: la procedura viene avviata dalla Commissione che elabora una Proposta e la

trasmette al Parlamento Europeo

CONSULTAZIONE: il Parlamento ha l’obbligo di esprimere un parere che tuttavia non

è vincolante quindi qualora il Consiglio volesse discostarsene può farlo senza nemmeno

dare una motivazione. Se il Parlamento, però, non venisse neanche consultato l’ atto è

nullo, illegittimo in quanto il suo parere è obbligatorio. Se l’atto adottato si discosta

notevolmente dal parere dato dal Parlamento, quest’ ultimo deve essere riconsultato. Inoltre,

il parere espresso dal Parlamento deve pervenire entro un tempo ragionevole. Ricordiamo

al riguardo la Sentenza Parlamento europeo vs. Consiglio (1995) = il Parlamento non

aveva espresso il suo parere in tempo ragionevole su un regolamento per il quale il

Consiglio aveva chiesto una procedura d’ urgenza. Pertanto, il Consiglio, adottò

ugualmente l’atto senza che gli fosse pervenuto il Parere del Parlamento. Quest’ ultimo

protestò in quanto il Parere del Parlamento nella Procedura di Cooperazione è

OBBLIGATORIO. La Corte respinse tale protesta per il Principio della leale

collaborazione tra Istituzioni.

DECISIONE: DOPO AVER CONSULTATO IL Parlamento Europeo la commissione

sottopone una seconda volta la sua proposta al Consiglio, eventualmente modificata. L’

adozione della decisione da parte del Consiglio conclude materialmente la Procedura.

Una volta adottato, l’atto viene firmato dal Presidente del Consiglio e Pubblicato sulla

Gazzetta Ufficiale oppure notificato.

Sentenza Roquette Freres (1980) = la Corte afferma che la consultazione del Parlamento

Europeo riflette il principio di democrazia in quanto permette al popolo di intervenire.

PROCEDURA DEL PARERE CONFORME

Procedura introdotta dall’Atto Unico Europeo. La procedura è identica a quella di

consultazione con la differenza che il parere del Parlamento Europeo oltre ad essere

obbligatorio, è anche vincolante. Pertanto se al Parlamento lo ritiene opportuno, l’atto potrà

non essere approvato => quindi ha Diritto di Veto sull’ adozione dell’ atto.

PROPOSTA DELLA COMMISSIONE

PARERE DEL PARLAMENTO = obbligatorio e vincolante

ADOZIONE DELL’ATTO DA PARTE DEL CONSIGLIO

PROCEDURA DI COOPERAZIONE

Procedura introdotta dall’Atto Unico Europeo. Tale procedura è molto più complessa

rispetto a quelle anzidette e prevede due fasi:

1^ FASE: su proposta della Commissione e sentito il Parlamento Europeo, il Consiglio

adotta una Posizione Comune.

2^ FASE: tale Proposta Comune viene trasmessa al Parlamento Europeo il quale entro 3

mesi dovrà:

APPROVARE = in tal caso l’atto verrà adottato dal Consiglio a maggioranza qualificata

RIGETTARE = in tal caso il Consiglio potrà adottare l’atto solo raggiungendo l’unanimità

PROPORRE EMENDAMENTI = in questo caso la Commissione ha 1 mese per riesaminare

la proposta alla luce di tali emendamenti e per ritrasmetterla al Consiglio. Quest’ ultimo, a

sua volta, entro 3 mesi potrà:

ADOTTARE LA PROPOSTA A MAGGIORANZA UALIFICATA

MODIFICARE LA PROPOSTA O ADOTTARE GLI EMENDAMENTI

NON RECEPITI, ALL’UNANIMITA’

NON PRONUNCIARSI ENTRO 3 MESI = in questo caso l’atto verrà

considerato non adottato

Rispetto al Parere Conforme, nella Procedura di Cooperazione il Parlamento Europeo ha

più voce in capitolo in quanto: è vero che non può bloccare l’ adozione dell’ atto (come,

invece, è possibile nella Procedura del Parere Conforme), però può cercare di intervenire

sulla proposta fatta dalla Commissione modificandola o rigettandola.

Gradatamente, tale Procedura, è stata interamente sostituita da quella di Codecisione. Oggi

viene utilizzata soltanto nell’ ambito della Politica monetaria ed economica.

PROCEDURA DI CODECISIONE

Introdotta dal Trattato di Maastricht la più utilizzata nel 1° Pilastro.

Si articola in due fasi:

1^ FASE: la Commissione presenta una proposta al Parlamento Europeo ed al Consiglio. Il

Parlamento Europeo dovrà esprimere il proprio parere e potrà:

NON PROPORRE EMENDAMENTI l’atto verrà adottato dal Consiglio a maggioranza

qualificata

PROPORRE EMENDAMENTI

il Consiglio potrà approvarli a maggioranza qualificata e l’ atto verrà adottato

il Consiglio può non approvarli = in tal caso adotta una Posizione Comune a

maggioranza qualificata

Tale Posizione Comune verrà trasmessa al Parlamento Europeo

2^ FASE: il Parlamento Europeo entro tre mesi potrà:

NON PRONUNCIARSI O ADOTTARLA = l’atto verrà adottato

RIGETTALA = l’ atto non è adottato

PROPORRE EMENDAMENTI: a questo punto la Commissione formula un parere ed entro

3 mesi il Consiglio potrà:

adottarli a maggioranza qualificata

rigettarli: a questo punto convoca un Comitato di Conciliazione =

se il Comitato non raggiunge un accordo l’ atto non è

adottato

se il Comitato raggiunge un accordo entro 6 settimane il

Parlamento Europeo ed il Consiglio devono approvarlo. In caso

contrario, l’atto non è adottato.

Se per l’ adozione di un atto sorga il dubbio circa la procedura da adottare si sceglie quella

in cui il Parlamento Europeo ha un’ influenza maggiore.

Esempi:

Sentenza Cernobil (Parlamento Europeo vs. Consiglio) ricorso del Parlamento

contro un regolamento del Consiglio che stabiliva livelli massimi di contaminazione

radioattiva possibile negli alimenti. Adottato sulla base di una norma del Trattato

EURATOM che prevedeva una semplice consultazione del Parlamento Europeo, quest’

ultimo riteneva dovesse applicarsi mediante la procedura di codecisione. La Corte

sancisce in questi casi bisogna scegliere la procedura che prevede una maggior

partecipazione del Parlamento Europeo.

Sentenza Erasmus (Commissione vs. Consiglio) relativa al programma di mobilità

studentesca circa al ricorso presentato contro la decisione del Consiglio che prevedeva il

procedimento di consultazione e decisione all’ unanimità del Consiglio mentre, secondo la

Commissione le decisioni dovevano essere prese a maggioranza qualificata. La Corte

diede ragione alla Commissione.

La Corte stabilì, inoltre, che per scegliere la Procedura si deve guardare al fine dell’ atto. Se

l’ atto prevede più scopi bisogna guardare a quello principale:

Sentenza biossido di Titanio => direttiva del Consiglio sullo smaltimento dei rifiuti

adottata sulla base dell’ art. 175 per la tutela dell’ ambiente. La Commissione riteneva,

invece, si dovesse ricorrere all’art. 100 A per l’ eliminazione delle disparità nella

concorrenza. La Corte sancì che si dovesse preferire la norma generale (art. 100 A) e che

tale criterio dovesse prevalere su quello che sceglie la procedura che coinvolge

maggiormente il Parlamento Europeo.

ADATTAMENTO DELL’ ORDINAMENTO ITALIANO AL DIRITTO

COMUNITARIO

Adattamento è quel procedimento attraverso il quale l’ordinamento internazionale è

reso applicabile in quello interno.

Dunque, le norme internazionali non entrano direttamente ed automaticamente nell’

ordinamento interno ma necessitano del procedimento di Adattamento.

L’ ordinamento Italiano prevede due tipi di procedimenti d’Adattamento:

PROCEDIMENTO ORDINARIO: il testo del Trattato viene riscritto in una norma interna.

Questa oltre che riscritta deva anche essere, eventualmente, integrata. Questo tipo

d’adattamento si utilizza nel caso norme internazionali direttamente applicabili.

PROCEDIMENTO SPECIALE: consiste in un rinvio al Trattato. Non si riscrive il Trattato

in una norma interna, come avviene nel procedimento ordinario, ma si rinvia al Trattato

attraverso l’ordine d’esecuzione = “Sia data piena ed intera esecuzione al Trattato”.

Vantaggi l’ordinamento interno si adatta automaticamente alle modifiche che

avvengono sul piano internazionale.

Il problema sorge per le norme non direttamente applicabili => direttive. Per esse l’

adattamento al Trattato non è sufficiente: ogni volta che se ne emanava una, l’ ordinamento

statale si adattava ad esse mediante un atto di recepimento adottato dal governo. Ciò, però,

aveva comportato un ritardo cronico nel recepimento delle direttive con conseguenze come

imputazioni per violazione del diritto comunitario.

Legge “La Pergola” (1989) => introduce una “Legge Comunitaria” per cui ogni anno il

Parlamento approva una legge per adeguare l’ ordinamento nazionale a quello comunitario.

PREVALENZA DEL DIRITTO COMUNITARIO SUL DIRITTO INTERNO

In caso di conflitto tra norme di diritto comunitario e norme nazionali, prevalgono le prime.

La necessità di affermare tale principio nasce dalla diretta applicabilità del diritto

comunitario => se una disposizione interna dovesse prevalere su quella comunitaria i diritti

attribuiti ai singoli dall’ordinamento comunitario non troverebbero alcuna tutela.

Negli anni ’60 Corte di Giustizia e Corte Costituzionale avevano un impostazione

differente:

Corte di Giustizia => IMPOSTAZIONE MONISTA: ordinamento nazionale ed

ordinamento comunitario convivevano in un unico sistema, in cui il diritto comunitario

prevale in quanto gli Stati hanno rinunciato a parte della loro sovranità

Corte Costituzionale =>IMPOSTAZIONE DUALISTA: ordinamento comunitario ed

ordinamento nazionale sono due ordinamenti distinti perché si occupano di materie

differenti. Il diritto comunitario produce effetti su quello nazionale tramite l’art. 11 della

Costituzione (introdotto con riferimento alle Nazioni Unite, consente che l’Italia rinunci alla

propria sovranità in favore d’organizzazioni internazionali che si pongono come scopo il

raggiungimento di Pace e Giustizia tra le nazioni).

Questo dibattito tra le due Corti si manifestò in varie sentenze:

Sentenza Costa\Enel (1964) => avvocato Costa ritenendosi leso dalla

nazionalizzazione dei mezzi di produzione e di distribuzione dell’ energia elettrica

in Italia, si rifiutò di pagare un’ esigua bolletta alla nuova impresa Enel,

sostenendo che la legge di nazionalizzazione era contraria ad una disposizione del

Trattato. La questione fu sottoposta alle due Corti per valutare la Costituzionalità e la

Compatibilità del provvedimento:

Corte Costituzionale: sancisce che tra norma comunitaria e norma interna successiva ed

incompatibile con la prima prevale quest’ ultima per il Principio della successione delle

leggi nel tempo (criterio temporale).

Corte di Giustizia: sancisce che il trasferimento, effettuato dagli Stati a favore

dell’ordinamento giuridico comunitario, dei diritti e degli obblighi corrispondenti alle

disposizioni del Trattato, implica una limitazione definitiva dei loro diritti sovrani, di

fronte alla quale un atto interno, incompatibile con il sistema della Comunità, sarebbe del

tutto privo d’efficacia.

Sentenza ICIC (1975) => afferma il principio di prevalenza del diritto comunitario

su quello interno in virtù dell’art. 11 della Costituzione = primo cedimento delle

istituzioni nazionali nei confronti di quelle europee.

Corte di Giustizia: nel caso in cui un giudice italiano si trovasse di fronte ad una norma

interna contrastante con quella comunitaria, il giudice italiano non ha il potere di

disapplicarla automaticamente nel presupposto d’ una generale prevalenza del diritto

comunitario sul diritto dello Stato. La Corte, dunque, sancisce l’impossibilità per il

giudice ordinario di disapplicare la norma interna incompatibile con il diritto

comunitario e la necessità di sottoporre alla Corte Costituzionale la questione per

controllarne la compatibilità (della norma interna) con l’art. 11.

Sentenza Simmenthal (1978): la S.p.a Simmenthal importa dalla Francia una

partita di carni bovine. È necessario pagare per l’importazione i diritti di controllo

sanitario. La S. chiede all’amministratore delle finanze il pagamento di quanto

versato indebitamente (violazione norma comunitaria sulla libera circolazione). In

virtù della sentenza ICIC la S. avrebbe dovuto rivolgersi alla Corte Costituzionale

e chiedere una dichiarazione d’illegittimità costituzionale della norma che

prevedeva il pagamento del controllo sanitario. Il pretore di Susa, invece, chiedeva

alla Corte se in caso si contrasto non fosse possibile che il giudice ordinario

disapplicasse, direttamente, il diritto nazionale e applicare quello comunitario. La

Corte di Giustizia sancì che il giudice nazionale, incaricato di applicare,

nell’ambito della propria competenza, le disposizioni di diritto comunitario, ha l’

obbligo di garantire la piena efficacia di tali norme, disapplicando all’

occorrenza, di propria iniziativa, qualsiasi disposizione contrastante della

legislazione nazionale anche posteriore, senza doverne chiedere o attendere previa

rimozione in via legislativa o mediante qualsiasi altro procedimento costituzionale.

Il diritto comunitario deve essere applicato in modo uniforme e simultaneo in tutti gli

Stati membri e la prassi di rinviare la questione prima alla Corte Costituzionale

rappresentava un ostacolo a ciò.

Sentenza Granital (1984): la Corte Costituzionale sancisce che le disposizioni della

CEE devono entrare e permanere in vigore nel territorio italiano, senza che la

sfera della loro efficacia possa essere intaccata dalla legge ordinaria dello Stato.

non importa se questa sia anteriore o successiva. Pertanto la norma interna in

contrasto con quella comunitaria non viene in rilievo. Ad avviso della Corte,

tuttavia, essi, per quanto coordinati, sono distinti e reciprocamente autonomi.

dunque

Nonostante la convergenza delle soluzioni concrete, notiamo che permangono due visioni

distinte dei rapporti tra ordinamento comunitario e quello interno. Sentenza successive della

Corte Costituzionale sancivano che il medesimo principio si applica a tutte le norme che

producono effetti diretti.

PRIMATO DELLE NORME COMUNITARIE E PRINCIPI FONDAMNETALI

DELLA COSTITUZIONE

Sentenza Frontini (1973) => se le norme comunitarie contrastano con i diritti

fondamentali della nostra Costituzione la Corte Costituzionale può dichiarare

costituzionalmente illegittimo l’ atto.

Sentenza Granital (1984) =>

SHAPE \* MERGEFORMAT

RICORSO IN ANNULLAMENTO

ART. 230 TCE

Controllo della conformità delle fonti derivate al Trattato e alle altre fonti derivate =>

controllo di legittimità degli atti comunitari.

Tale controllo, la Corte di Giustizia, lo esercita su gli atti adottati da:

PARLAMENTO EUROPEO + CONSIGLIO: congiuntamente

CONSIGLIO

COMMISSIONE

BANCA CENTRALE EUROPEA

PARLAMENTO EUROPEO: destinati ad avere effetti giuridici nei confronti di terzi

ATTI IMPUGNABILI

Circa gli atti impugnabili distinguiamo un Profilo Soggettivo ed un Profilo Oggettivo:

Profilo Soggettivo =>

Deve trattarsi d’atti impugnabili ad un’istituzione comunitaria e non agli Stati

=> non sono impugnabili gli accordi internazionali conclusi dalle

comunità perché impugnabili sia alle Comunità, sia agli Stati terzi. È

invece imputabile l’atto con cui il Consiglio esprime la Volontà della

Commissione di aderire ad un accordo. Pertanto, la Corte utilizza il

Criterio della Competenza: se l’atto rientra nelle competenze della

Comunità è imputabile al Consiglio e, quindi, impugnabile, altrimenti no.

Es. 1996 = dichiarato irricevibile un ricorso contro un atto che stabiliva aiuti

umanitari per il Bangladesh perché fuori dalle competenze comunitarie.

Gli atti del Parlamento Europeo => inizialmente questi non erano

impugnabili, man mano che i suoi poteri aumentavano, la giurisprudenza

ritenne impugnabili anche i suoi atti.

Sentenza Les Vers = i Verdi impugnarono un atto del Parlamento relativo

alla ripartizione dei fondi tra partiti che partecipavano alle elezioni

europee poiché esclusi. La Corte sancì che gli atti del Parlamento erano

impugnabili qualora producessero effetti giuridici nei confronti di terzi.

Profilo Oggettivo:

si guarda alla sostanza dell’ atto e non alla sua denominazione

atti vincolanti e definitivi

LEGITTIMATI ATTIVI AL RICORSO:

STATI

PARLAMENTO EUROPEO PRIVILEGIATI

CONSIGLIO

COMMISSIONE

BCE SEMIPRIVILAGIATI

CORTE DEI CONTI

PERSONE FISICHE E GIURIDICHE NON PRIVILEGIATI

- Privilegiati => non devono dimostrare un loro interesse adagiare

- Semiprivilegiati => possono proporre ricorsi soltanto per salvaguardare le proprie

prerogative. Prima del trattato di Nizza, rientrava in questa categoria anche il Parlamento

Europeo.

- Non privilegiati => possono proporre un ricorso contro:

le decisioni prese nei loro confronti

le decisioni che, pur apparendo prese nei confronti di altre persone, le riguardano

direttamente (senza norme nazionali interposte) ed individualmente.

Orientamenti della Corte sull’interesse individuale:

Sentenza Plaumann (1963) => la Repubblica Federale Tedesca aveva chiesto di non

applicare la tariffa doganale comune alle clementine, ma la Commissione rifiutò

inviandole una decisione. La Società tedesca Plaumann, importatrice di frutta, la

impugnò. La Corte negò tale impugnativa affermando che fosse necessario

dimostrare che l’ atto prendeva in considerazione quel determinato soggetto per

particolari caratteristiche personali o per altre circostanze; invece chiunque poteva

importare clementine, di certo la Plaumann non era l’ unica Società predisposta a

farlo.

Nella Sentenza Plaumann vediamo, da parte della Corte, una posizione piuttosto restrittiva

Sentenza Extramet (1991) => la Società Extremet , principale produttrice di Calcio

Metallico, era stata consultata nel procedimento di adozione di un regolamento sul

dazio di importazione di questa materia; il suo parere, però, non fu preso in

considerazione. La Corte stabilì che la Società E. poteva impugnare l’atto in quanto

principale produttrice di Calcio Metallico e i suoi affari sarebbero stati notevolmente

danneggiati.

Sentenza Condorniu (1994) => la Società Condorniu, anch’essa produttrice di

Calcio Metallico, non aveva partecipato all’adozione di quel Regolamento ma ne fu

danneggiata. Pertanto la Corte sancì che anch’essa avrebbe potuto impugnare l’atto

querelando le conseguenze.

Nelle Sentenze Extremet e Condorniu vediamo, da parte della Corte, segni di maggiore

apertura: si abbandonano i criteri formali per guardare al danno subito dal soggetto in

conseguenza dell’adozione dell’atto.

Sentenza Jégo-Quéré (2002) => il Tribunale di 1° Grado estendeva la possibilità di

impugnare l’atto usando il criterio dell’idoneità della disposizione ad incidere in maniera

certa ed attuale sulla sfera giuridica del ricorrente senza che fosse necessario provare le

conseguenze.

Smentita poco dopo dalla Corte di Giustizia nella sentenza UPA

Sentenza Upa (2002) => la Corte smentì il criterio dell’idoneità riaffermando il Criterio

Plaumann.

MOTIVI DEL RICORSO

Incompetenza => - Assoluta: la Comunità non ha alcuna competenza

- Relativa: l’atto viene adottato da un’ istituzione

comunitaria ma la competenza spetta ad un’ altra

Violazione di forme sostanziali => - relativi alla Procedura di Formazione

Dell’ atto (es. mancata consultazione

Di un’ istituzione che doveva essere

consultata )

- relativi ai requisiti formali veri e

propri (mancanza di motivazione)

Violazione del Trattato o di regole relative alla sua applicazione

Sviamento di potere => potere esercitato da un’ istituzione per fini diversi da quelli per

cui tale potere le è stato attribuito.

EFFETTI DELLA SENTENZA:

L’ atto è “nullo e non avvenuto” . Tuttavia, la Corte può stabilire che alcuni effetti sono

fatti salvi per la tutela del legittimo affidamento.

“Il Ricorso in Annullamento deve essere proposto nel termine di due mesi a decorrere,

secondo i casi, dal giorno in cui il ricorrente ne ha avuto conoscenza”.

RICORSO IN CARENZA

ART. 232 TCE

Controllo di legittimità di un comportamento omissivo di un’ istituzione. Quando all’

istituzione è stato preventivamente chiesto di agire e allo scadere di un termine di due mesi

da tale richiesta, l’ istituzione non ha preso posizione, può essere proposto un Ricorso

entro un nuovo termine di due mesi.

Tale Ricorso ha, dunque, come presupposto un Comportamento Omissivo. Pertanto,

qualora l’ istituzione si pronunciasse, però, in senso negativo non si può più ricorrere al

Ricorso in Carenza perché non siamo più in presenza di un’ astensione dal pronunciarsi.

OMISSIONI IMPUGNABILI CONTRO:

CONSIGLIO

COMMISSIONE

PARLAMENTO EUROPEO

BCE

LEGITTIMAZIONE ATTIVA:

STATI MEMBRI

CONSIGLIO

COMMISSIONE PRIVILEGIATI

PARLAMENTO EUROPEO

BCE

PERSONE FISICHE E GIURIDICHE NON PRIVILEGIATI

- Privilegiati => ricorso proponibile per qualsiasi atto dovuto

- Non Privilegiati => ricorso proponibile solo in caso di omissioni per atti vincolanti che

avrebbero dovuto essere emanati nei loro confronti.

Perché il Ricorso sia ricevibile, occorre che l’ istituzione in causa sia stata preventivamente

messa in mora => richiesta di agire. Questa ha diverse funzioni:

rendere l’ omissione certa

dare la possibilità alle istituzioni di rimediare

fissare il termine entro il quale l’ istituzione può prendere posizione o,

eventualmente, entro il quale il Ricorso deve essere proposto

Infatti, a partire dalla messa in mora decorrono 2 mesi entro i quali l’ istituzione deve

prendere posizione:

EMANARE L’ATTO => la carenza è eliminata e non può più essere proposto il Ricorso

RIFIUTARSI DI ADOTTARE L’ATTO

ADOTTARE UN ATTO DIVERSO => questo non può essere oggetto di ricorso perché

diverso ma può essere annullato

Se allo scadere di un termine di 2 mesi da tale richiesta, l’ istituzione non ha preso

posizione, il ricorso può essere proposto entro un nuovo termine di due mesi. Nel caso in

cui si pronunciasse dopo i due mesi ma prima che fosse presentato il Ricorso alla Corte di

Giustizia, tale pronuncia varrebbe quale presa di posizione.

La Sentenza con cui la Corte si pronuncia è di mero accertamento => si limita, cioè, a

sancire l’ illegittimità, la violazione del diritto comunitario, spetta poi alle istituzioni darne

esecuzione.

Non è molto usato come ricorso pertanto la Giurisprudenza è scarsa.

RICORSO PER INFRAZIONE

ART. 226

Controllo del rispetto del diritto comunitario da parte degli Stati membri.

L’ infrazione deve consistere nella violazione di:

norme del Trattato

diritto derivato

principi fondamentali di diritto derivato

accordo internazionale che vincola la Comunità

Forma nella quale l’infrazione può avvenire:

comportamento positivo => es. emanare legge contraria al diritto comunitario

comportamento omissivo => es. mancata trasposizione di una direttiva

La violazione deve essere imputabile allo Stato => perché possa essere proposto tale

ricorso è necessaria l’imputabilità agli Stati. Stato inteso in senso elastico: può trattarsi

anche d’organi indipendenti, enti locali o addirittura di persone fisiche o giuridiche

indipendenti dai pubblici poteri.

Sentenza “Guerra delle Fragole” (1997) => un gruppo d’agricoltori Francesi ostacolò

alcuni importatori di fragole provenienti da altri Paesi impedendo così il trasporto di

fragole dalla Spagna alla Francia. La Corte sancì la violazione da parte dello Stato del

suo dovere di vigilanza: la Francia fu ritenuta responsabile di non aver vigilato sui suoi

cittadini.

LEGITTIMATI ATTIVI:

COMMISSIONE

STATI MEMBRI

PROCEDURA ART. 226:

La procedura per la proponibilità del Ricorso per Infrazione è caratterizzata da due fasi:

Fase precontenziosa

Fase contenziosa

Fase precontenziosa => anche se la Commissione è certa dell’esistenza di

un’infrazione, tale fase è necessaria, non può non eseguirsi. Tale fase ha diverse

funzioni:

Economia dei giudizi: permette di eliminare l’infrazione evitando che intervanga

la Corte di Giustizia. Tale ricorso, infatti, non mira alla sanzione dello Stato

quanto a ripristinare la legalità

Difesa dello Stato: consente allo Stato di difendersi dimostrando l’inesistenza

dell’infrazione

Definizione dell’oggetto della controversia: condiziona il contenuto della fase

successiva.

La Commissione, quando reputa che uno Stato membro abbia mancato a uno degli

obblighi a lui incombenti in virtù del Trattato, emette una Lettera di Messa in Mora

=>se lo Stato riesce a giustificarsi o a eliminare l’infrazione, il procedimento si

interrompe; altrimenti la Commissione invia allo Stato un Parere Motivato in cui

ribadisce i motivi del ricorso, le misure che lo Stato deve prendere ed il termine entro

il quale agire.

Qualora lo Stato in causa non si conformasse a tale Parere nel termine fissato dalla

Commissione, si apre la fase contenziosa.

Fase contenziosa: caratterizzata dalla discrezionalità della Commissione nella

rilevazione dei casi di infrazione e nella decisione di proporre Ricorso alla Corte. L’

unico requisito per accedere a questa fase è che sia stata gia svolta la fase

precontenziosa.

Circa gli effetti della Sentenza => è una Sentenza di mero accertamento della violazione, è

lo Stato che deve poi darne esecuzione e la Corte non può nemmeno indicare le procedure

da seguire (si crea un equilibrio tra l’esigenza di rispettare il diritto comunitario e

l’autonomia degli Stati membri).

Se lo stato non dovesse conformarsi a quanto sancito nella Sentenza si adotta il

Meccanismo della Doppia Condanna: se la Corte si è pronunciata circa la violazione e lo

Stato non la elimina entro il tempo indicato la Commissione può proporre una seconda

sentenza e può anche condannare lo Stato al pagamento di una somma di denaro o di una

penalità.

CASI PARTICOLARI:

In alcuni casi il Trattato prevede una sorta di Ricorso per infrazione nel quale, però, si

salta la fase precontenziosa.

In altri, nonostante l’infrazione di uno Stato non si usa il Ricorso per infrazione ma altre

procedure particolari.

RICORSO INTRODOTTO DA UNO STATO MEMBRO =>Art. 227 TCE:

Ciascuno degli Stati membri può adire la Corte di Giustizia quando reputi che un altro Stato

membro ha mancato ad uno degli obblighi a lui incombenti in virtù del presente Trattato.

Uno Stato Membro, prime di proporre contro un altro Stato membro un ricorso fondato su

una pretesa violazione degli obblighi che a questo incombono in virtù del Trattato, deve

rivolgersi alla Commissione.

La Commissione emette un parere motivato dopo che gli Stati interessati siano posti in

condizione di presentare in contraddittorio le loro osservazioni scritte ed orali.

Qualora la Commissione non abbia formulato il Parere nel termine di tre mesi dalla

domanda, la mancanza del parere non osta alla facoltà di ricorso alla Corte di Giustizia.

Ancora, lo Stato può decidere di presentare il ricorso anche in caso di parere negativo da

parte della Commissione. RINVIO PREGIUDIZIALE

ART. 234 TCE

Si ricorre al Rinvio Pregiudiziale quando ad un giudice nazionale sorge un dubbio circa

l’interpretazione o la validità di una norma comunitaria, il quale può rivolgersi alla Corte

la cui pronuncia verrà applicata nel processo nazionale per far si che il diritto

comunitario sia interpretato ed applicato in modo uniforme in tutti gli Stati membri.

Meccanismo fondato su una collaborazione tra Corte di Giustizia e Giudici nazionali

La Corte di Giustizia è competente a pronunciarsi in via pregiudiziale su:

interpretazione del Trattato e degli Statuti degli organismi creati con atto del Consiglio,

quando si previsto dagli Stati stessi

validità ed interpretazione dagli atti compiuti dalle istituzioni comunitarie

Distinguiamo 2 tipi di Rinvio Pregiudiziale:

di interpretazione

di validità

Circa il procedimento è identico in entrambi i casi:

1^ FASE => il Giudice Nazionale opera il Rinvio

2^ FASE => la Corte decide sulla questione

3^ FASE => il Giudice Nazionale applica la Sentenza della Corte

LEGITTIMATI ATTIVI:

Si parla di “Giurisdizione di uno degli Stati membri” => nozione comunitaria che richiede

determinati requisiti:

ORIGINE LEGALE DELL’ORGANO

CARATTERE PERMANENTE

OBBLIGATORIETA’ DELLA GIURISDIZIONE

NATURA CONTRADDITTORIA DEL PROCEDIMENTO

APPLICAZIONE DI NORME GIURIDICHE

La Corte applica teli requisiti già dagli anno ’60. Esempi di Sentenze:

Sentenza Nordsee (1982) => nel concetto di “Giurisdizione Nazionale” non sono

compresi, secondo la Corte, i Tribunali Arbitrali per mancanza di due requisiti (1°

e 3°).

Sentenza Geeband (1083) => a volte la Corte ha incluso nel concetto di

“Giurisdizione Nazionale” alcuni <organi professionali> come il Consiglio

Nazionale Italiano Forense, che nel caso in specie chiedeva un’ interpretazione

relativa all’ insediamento di avvocati UE poiché un avvocato tedesco chiedeva di

essere iscritto nell’ Albo del Foro di Milano.

Sentenza Broekmeulen => la Corte considerò “Giurisdizionale” l’ organo d’

appello dei medici olandesi che le aveva rinviato la questione relativa ad un medico

laureato in Belgio a cui gli fu negata l’ iscrizione nell’ Albo dei medici in Olanda.

Così, in seguito, la Corte stabilì un ulteriore requisito:

ESERCIZIO DI FUNZIONI GIURISDIZIONALI

Al riguardo ricordiamo:

Sentenza Job Center (1995) => la Corte respinse un rinvio del Tribunale di Milano

perché sorto in un procedimento di omologazione di un atto costituzionale

(procedura di volontaria giurisdizione: funzione amministrativa).

Originariamente, la Corte controllava soltanto il rispetto dei requisiti => sull’ ammissibilità

della questione.

Successivamente, iniziò a sindacare anche sulla documentazione fornita dal giudice e sulla

rilevanza della questione che prevede l’ impossibilità di pronunciarsi su:

controversie fittizie (=> Sentenza Foglia\ Novello)

atti non ancora emanati in relazione a procedimenti già conclusi (=> Sentenza Lourenco

Dias)

questioni che non hanno alcun legame con il giudizio a quo o puramente ipotetiche (=>

Sentenza Bosman)

Sentenza Foflia\ Novello => la Corte, considerando artefatto il processo nazionale,

si rifiutò di rispondere a questioni (concernenti all’ imposizione di vini all’ atto di

importazione in Francia) che le erano state poste da un giudice italiano al fine di

valutare la conformità alle norme comunitarie del comportamento di autorità

francesi.

Sentenza Lourenco Dias => la Corte ha dichiarato che intende verificare se le la

richiesta interpretazione del diritto comunitario presenti una relazione con l’ effettività

e l’ oggetto della controversia nella causa principale. Laddove risulti che la questione

non è manifestatamene pertinente per la soluzione di tale controversia, la Corte deve

dichiarare il non luogo a provvedere.

L’ art. 234 TCE fa una distinzione tra:

Giudici di ultima istanza => con obbligo di proporre il Rinvio per evitare sentenze

definitive che applichino il diritto comunitario in modo scorretto

Giudici non di ultima istanza => con la facoltà di proporre il Rinvio

Tuttavia ci possono essere delle eccezioni:

Sentenza CILFIT (1282) => la Corte sancì che i Giudici di Ultima Istanza sono

esonerati dall’ obbligo di Rinvio nel caso in cui:

la questione è materialmente identica ad un’ altra già risolta dalla Corte

c’è una Giurisprudenza costante sul punto

l’ atto è chiaro, in modo oggettivo: non può sorgere alcuna questione

Sentenza Foto – Frost(1987) => la Corte sancì che i Giudici Non di Ultima Istanza

possono esaminare la validità di un atto comunitario e, se ritengono infondati i

motivi di invalidità adottati dalle parti, respingerli concludendo per la piena

validità dell’ atto comunitario. Al Contrario, essi non hanno il potere di

dichiarare invalido un atto delle istituzioni comunitarie.

tuttavia

Sentenza Zuckerfabrik => la Corte ammette che il Giudice nazionale, il quale nutra

gravi bubi sulla validità di una norma adottata da un’ istituzione, possa sospendere l’

esecuzione di un provvedimento nazionale adottato in applicazione di una norma

comunitaria qualora sottoponga alla stessa Corte la questione di legittimità dell’ atto

comunitario e qualora ricorrono gli estremi di urgenza, sul richiedente incomba il rischio

di subire un pregiudizio grave ed irreparablile e il suddetto giudice tenga conto dell’

interesse della Comunità.

Sentenza Atlanta => la Corte sancì che criteri analoghi valgono allorché il giudice

nazionale intenda concedere provvedimenti provvisori che modifichino o disciplinano le

situazioni di diritto o i rapporti giuridici controversi in ordine ad un provvedimento

normativo nazionale fondato su un regolamento comunitario che forma oggetto di un

rinvio pregiudiziale per accertamento di validità.

EFFETTI DELLEPRONUNCIE PREGIUDIZIALI:

CITTADINANZA EUROPEA

Il Trattato di Maastricht ha introdotto nel Trattato CE, quale simbolo dell’ intensità dei

vincoli tra gli Stati membri dell’ Unione, l’ istituto della “Cittadinanza Europea”: <<E’

cittadino dell’ Unione Europea chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro>>.

Dunque, presupposto della cittadinanza dell’ Unione è <la cittadinanza di uno Stato

membro>.

Dalla cittadinanza dell’ Unione Europea non derivano DOVERI per il cittadino ma soltanto

DIRITTI. Questi diritti discendenti dalla cittadinanza europea sono:

DIRITTO DI CIRCOLARE E DI SOGGIORNARE LIBERAMENTE NEL

TERRITORIO DEGLI STATI MEMBRI

DIRITTO DI ELETTORATO ATTIVO E PASSIVO ALLE ELEZIONI COMUNALI

DELLO STATO MEMBRO IN CUI RISIEDE

DIRITTO DI ELETTORATO ATTIVO E PASSIVO ALLE ELEZIONI DEL

PARLAMENTO EUROPEO NELLO STATO MEMBRO IN CUI SI RISIEDE

TUTELA DA PERTE DELLE AUTORITA’ DIPLOMATICHE E CONSOLARI DI

QUALSIASI STATO MEMBRO, ALLE STESSE CONDIZIONI DEI CITTADIDI DI

DETTO STATO

DIRITTO DI PETIZIONE AL PARLAMENTO EUROPEO

RICORSO AL MEDIATORE EUROPEO

LIBERA CIRCOLAZIONE DEI LAVORATORI

Art. 39 TCE => “all’ interno della Comunità è assicurata la Libera Circolazione dei

Lavoratori”.

Essa implica l’ abolizione di qualsiasi discriminazione fondata sulla Nazionalità tra

lavoratori degli Stati membri, per quanto riguarda:

IMPIEGO

RETRIBUZIONE

ALTRE CONDIZIONIDI LAVORO

Ancora, importa il diritto di:

rispondere ad offerte di lavoro effettive

spostarsi liberamente a tal fine nei territori degli Stati membri

di prendere dimora in uno degli stati membri al fine di svolgervi un’ attività di lavoro

conformemente alle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative che

disciplinano l’ occupazione dei lavoratori nazionali

di rimanere, a condizione sul territorio di uno stato membro, dopo aver occupato un

impiego

AMBITO DI APPLICAZIONE

Requisiti richiesti al Lavoratore Subordinato:

Nozione di lavoratore subordinato => assente nel Trattato, ricavabile dalla Giurisprudenza:

Sentenza Martinez Sala (1998) = “ Deve considerarsi lavoratore subordinato la persona

che, per un certo tempo, esegue a favore di un’ altra e sotto la direzione di questa

prestazioni di contropartita dalle quali percepisce una remunerazione”.

Nozione interpretata in modo ampio:

Sentenza Meeusen(1999) => la Corte fece rientrare in tale nozione il lavoro

svolto dal coniuge dell’ unico titolare dell’ impresa.

Tuttavia, la Corte sancisce che l’ esercizio dell’ attività economica deve essere

effettivo. Al riguardo citiamo la Sentenza Bettray (1989) => la Corte escluse dalla

nozione il lavoro svolto da un ex tossico dipendente con finalità rieducative ,

proprio per la mancanza del requisito economico.

Carattere transfrontaliero della prestazione

Legame con il territorio della Comunità

Se sussistono tutti questi requisiti si può applicare l’ art. 39, diversamente NO

COSA GARANTISCE L’ ART. 39:

LIBERA CIRCOLAZIONE => questa implica:

Diritto di ingresso

La direttiva ’68\360 prevedeva che ai fini dell’ ingresso, fosse richiesta la

“presentazione di una Carta di Identità o di un passaporto validi” => tale

requisito consentiva di accertare la cittadinanza dello straniero al fine di verificare

se egli sia titolare del diritto di ingresso o meno; tuttavia, la presentazione del

documento dell’ ingresso oggi non è più imposta nella maggior parte degli Stati

membri, a seguito dell’ eliminazione dei controlli alle frontiere. Pertanto, la

recente direttiva ’04\ 58, pur lasciando immutato ai fini dell’ ingresso il requisito

del possesso del documento di identità, non ne richiede più la presentazione, l’

esibizione alla frontiera.

Libertà di soggiorno

Riguardo al soggiorno, la direttiva ’68\360 istituiva un documento, denominato “

Carta di Soggiorno di cittadino di uno Stato membro della CE”, che gli Stati

membri avevano l’ obbligo di rilasciare ai richiedenti dietro presentazione del

documento esibito ai fini dell’ ingresso, e di una “ dichiarazione di assunzione

del datore di lavoro o di un attestato di lavoro”. Non era richiesta la Carta di

Soggiorno qualora il lavoratore esercitasse un attività subordinata per un periodo

non superiore a 3 mesi. L’ omissione delle formalità richieste non determinava l’

espulsione dello Straniero. Tuttavia, il diritto comunitario non vietava agli Stati di

adottare opportune sanzioni atte a garantire l’ osservanza delle disposizioni

stesse. Queste non dovevano essere sproporzionate, ma dovevano essere

analoghe a quelle previste per le infrazioni minori.

La direttiva ’04\58 prospetta alcune innovazioni riguardo alle condizioni e alle

procedure per il soggiorno. Essa consente agli Stati membri di richiedere solo l’

iscrizione presso l’ autorità competenti del cittadino dell’ unione che soggiorni

per un periodo superiore a 3 mesi. Dunque, è abolita la Carta di Soggiorno, che è

sostituita, qualora gli Stati lo prevedessero, da un “Attestato di Iscrizione”, che

deve essere rilasciato immediatamente a condizione che il cittadino esibisca un

documento d’ identità valido ed una conferma di assunzione del datore di lavoro.

Ancora, tale direttiva prevede un diritto di soggiorno permanente a favore di

coloro che abbiano soggiornato legalmente e in via continuativa nello Stato

membro ospitante per almeno 5 anni.

Tuttavia, l’ Art. 39.3 del Trattato, pone dei limiti all’ ingresso e al soggiorno:

ORDINE PUBBLICO

PUBBLICA SICUREZZA

SANITA’ PUBBLICA

Allorché sussistono tali motivi, lo Stato membro può:

negare l’ ingresso ad un lavoratore cittadino di un’ altro Stato membro

adottare misure limitative del soggiorno nei confronti di un lavoratore ammesso

sul suo territorio

Tali principi interpretativi sono ora codificati nella direttiva ’04\58 la quale

prevede che “il comportamento personale deve rappresentare una minaccia

reale, attuale e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse

fondamentale della Società”.

DIVIETO DI DISCRIMINAZIONE

L’ art. 39 una volta consentito l’ ingresso nello Stato, impone l’ abolizione di

qualsiasi discriminazione fondata sulla nazionalità per quanto riguarda l’ impiego e il

Regolamento 1612\68 precisa il contenuto di tale Principio di non Discriminazione

indicando che “il lavoratore cittadino di uno Stato membro non può ricevere nel

territorio degli altri Stati membri, a motivo della propria cittadinanza, un

trattamento differente da quello dei lavoratori nazionali per quanto concerne

condizioni di impiego e di lavoro”.

Il principio di non discriminazione comporta:

da un lato il divieto delle disposizioni che limitino o subordinano l’ accesso al

lavoro a condizioni non previste per i nazionali

es. Normativa italiana che subordinava l’ assunzione alla Banca di Bolzano al

possesso di un Certificato di bilinguismo (italo-tedesco) rilasciato però da un

istituto di Bolzano.

- dall’ altro il divieto delle disposizioni che, sebbene applicabili senza distinzione di

nazionalità, hanno per scopo o per effetto quello di escludere i cittadini degli

altri Stati membri dall’ impiego offerto

es. Direttiva Francese stabiliva che una certa percentuale di equipaggio di navi

francesi fosse di nazionalità francese.

Un’ eccezione al Principio di non Discriminazione nell’ accesso al lavoro è

rappresentata dagli impieghi nella Pubblica Amministrazione che, in virtù dell’ art.

39 paragrafo 4, ciascun Stato può riservare ai propri cittadini.

Il Principio di non discriminazione viene fatto valere anche in materia di retribuzione

e di altre condizioni di lavoro (licenziamento, reintegrazione professionale o

ricollocamento se disoccupato, durata del rapporto di lavoro,vantaggi sociali o

fiscali) =>

- circa la durata del rapporto di lavoro citiamo la Sentenza sui lettori di Lingua

straniera: normativa italiana prevedeva per i lettori di lingua straniera contratti

annuali, rinnovabili per non più di 5 anni. Pertanto la Corte sancì che si trattava di

una discriminazione in quanto la normativa sfavoriva i lavoratori di altri Stati

membri rispetto ai nazionali giacché l’ attività di lettore è svolta prevalentemente da

stranieri.

- circa i vantaggi sociali citiamo l’ agevolazione concessa per la nascita di un figlio,

il sussidio di disoccupazione, la riduzione sulle tariffe ferroviarie concesse alle

famiglie numerose…

Ancora, il lavoratore gode del diritto di al Ricongiungimento familiare => il

Regolamento 1612\68 conferisce ai familiari il diritto di stabilirsi con il lavoratore

cittadino di uno Stato membro occupato sul territorio di un altro Stato membro,

qualunque sia la loro cittadinanza. Il regolamento riconosce così un diritto che, pur

non essendo enunciato dal Trattato, ha indubbiamente una natura funzionale rispetto

all’ esercizio della libera circolazione dei lavoratori, ne facilita l’ esercizio e nello

stesso tempo garantisce il diritto al rispetto della vita familiare. Per “familiari” il

regolamento intende <il Coniuge e i loro Discendenti minori di anni 21 o a carico,

nonché gli ascendenti di tale lavoratore e del suo coniuge che siano a suo carico>.

In una sentenza del 1968, la Corte escluse che la nozione di Coniuge potesse essere

riferita al partner non coniugato. Con la direttiva 2004\58, invece, si estende la

nozione di coniuge comprendendovi anche il partner che abbia contratto “un’

unione registrata” a condizione, però, che nello Stato membro ospitante, tale tipo di

unione, sia equiparata al matrimonio o, quantomeno sia riconosciuta.

LA LIBERA PRESTAZIONE DEI SERVIZI

Art. 50 => “Ai sensi del presente Trattato, sono considerate come servizi la prestazioni

fornite normalmente dietro retribuzione, in quanto non sono regolate dalle disposizioni

relative alla libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone”.

I servizi comprendono in particolare:

attività di carattere industriale

attività di carattere commerciale

attività artigiane

attività delle libere professioni

Si tratta, tuttavia, di una mera esemplificazione, potendo la gamma di attività rilevanti essere

estesa a qualsiasi prestazione svolta secondo le modalità previste.

Presupposto necessario (ma non sufficiente) affinché un’ attività prestata nel territorio

comunitario possa rientrare nella nozione di “servizio” è che questa abbia una rilevanza

economica => il trattato richiede espressamente che le prestazioni siano “normalmente”

fornite dietro retribuzione. Ancora:

non è richiesto un previo accordo tra prestatore e destinatario, potendo l’ attività in

questione essere offerta da un numero indifferenziato e non previamente determinato di

destinatari, ovvero concretizzarsi anche in semplici offerte di transazioni.

Es. Sentenza relativa ad un’ attività economica consistente nel contattare

telefonicamente privati, senza il loro consenso scritto, allo scopo di proporre servizi

finanziari => la Corte sancì qualora si consentisse alle normative nazionali di

ostacolare le offerte dei servizi, la liberalizzazione imposta dal Trattato diverrebbe

“illusoria”.

non risulta, poi, necessario che il corrispettivo della prestazione provenga dal destinatario

della stessa, in quanto è sufficiente che il servizio venga comunque fornito previa


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luca d.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Costituzionale Europeo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Gennusa Maria Elena.

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