Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

La cooperazione forzata deve rispondere ai seguenti requisiti:

a) deve essere diretta a promuovere gli obiettivi dell’Unione e della Comunità, rafforzando il processo

di integrazione europea dell’acquis comunitario e del quadro istituzionale unico dell’Unione;

b) deve rimanere nell’ambito delle competenze dell’Unione o di quelle non esclusive della Comunità;

c) non deve recare pregiudizio al mercato interno o alla politica di coesione economica e sociali;

d) non deve costituire un ostacolo né una discriminazione per gli scambi tra gli Stati membri;

e) deve rispettare le competenze, i diritti e gli obblighi degli Stati non partecipanti e deve essere aperta

alla partecipazione di tutti gli Stati membri, attivamente promossa dalla Commissione e dagli stati

membri stessi;

f) deve lasciare impregiudicate le norme di quella specifica cooperazione rafforzata che deriva dal

sistema Schengen.

Le cooperazioni forzate vengono decise dal Consiglio su proposta della Commissione, previa consultazione

del Parlamento Europeo per le cooperazioni nei settori per i quali è prevista la procedura della codecisione.

L’art.11 CE prevede il caso che uno Stato membro desideri partecipare ad una cooperazione già instaurata

deve notificare tale intenzione al Consiglio e alla Commissione.

Nel secondo pilastro vi è una limitata possibilità di cooperazioni forzate; esse non possono riguardare

questioni aventi implicazioni militari o nel settore della difesa. Nell’ambito del terzo pilastro, esse devono

avere il fine di consentire all’Unione di svilupparsi più rapidamente come spazio di libertà, di sicurezza e di

giustizia, oltre a rispettare le norme del Trattato (Maggioranza qualificata del Consiglio).

Nulla impedisce a tutti gli Stati membri di concordare tra di loro particolari forme di collaborazione al di

fuori del contesto dell’Unione Europea, purché non in contrasto con esso.

19. Le istituzioni comunitarie in generale.

Le istituzioni comunitarie sono: Parlamento Europeo, Consiglio, Commissione, Corte di Giustizia e Corte

dei Conti. Tali istituzioni esercitano competenze distinte nell’ambito del Trattato CE e CEEA. La struttura

comunitaria è complessa ed articolata, in quanto molteplici sono gli interessi che essa deve contemperare.

Le relazioni tra le istituzioni comunitarie sono improntate al rispetto di due principi che la Corte di Giustizia

ha progressivamente messo a punto: il principio dell’equilibrio istituzionale, il quale comporta che ogni

istituzione eserciti le sue competenze nel rispetto di quelle delle altre istituzioni, e il principio della leale

cooperazione, cioè quello di agevolare e non ostacolare l’esercizio delle competenze di ciascuna istituzione.

Le istituzioni non sono affatto strutturate secondo il principio della separazione dei poteri; questo principio

si è affermato nel moderno Stato di diritto in risposta all’esigenza di decentrare poteri prima accentrati nelle

mani del monarca assoluto.

Nelle Comunità Europee vi è un organo, il Parlamento Europeo, il quale, rappresentando i popoli, deve

essere coinvolto nelle funzioni legislativa e di controllo. Il risultato è che più organi spesso esercitano

congiuntamente i loro poteri nell’ambito di una stessa funzione, contribuendo insieme ad emanare atti che

assumono la caratteristica di atti complessi.

20. Composizione e funzionamento delle istituzioni comunitarie: (a) il Parlamento Europeo.

Il Parlamento Europeo è composto dai rappresentanti dei popoli degli Stati riuniti nella Comunità.

Nelle Comunità europee v’è anche un organo a composizione parlamentare, che rappresenta i popoli e non

gli Stati sula base di una vocazione federalista delle comunità europee.

I membri del Parlamento Europeo a suffragio universale diretto si sono svolte nel 1979 in tutti gli stati

membri e si sono poi susseguite con scadenza quinquennale.

Le elezioni del Parlamento Europeo si svolgono in un periodo compreso tra il giovedì e la domenica di una

settimana fissata per tutti gli Stati Membri, ma i risultati non possono essere resi noti prima che tutti i seggi

elettorali si siano chiusi. La procedura elettorale è ancora diversa stato a stato, in quanto non è stato finora

possibile accordarsi sulla procedura uniforme in tutti gli Stati membri o secondo i principi comuni a

tutti gli Stati membri, pertanto, ogni Stato ha provveduto ad emanare autonomamente disposizioni in

merito all’elezione diretta dei membri del Parlamento Europeo di propria spettanza.

Il numero dei componenti del Parlamento Europeo è venuto via crescendo, a seguito dei successivi

allargamenti dell’Unione, passando dai 142 originari ai 732 membri attualmente previsti come tetto per la

composizione del Parlamento Europeo dall’art. 189 CE.

Il numero dei deputati è fissato in modo da “garantire un’adeguata rappresentanza dei popoli degli Stati

riuniti nella Comunità”. La durata del mandato dei parlamentari europei è di cinque anni. Essi non possono

accettare alcuna istruzione relativamente al loro voto, che rimane individuale e personale. Non può essere un

deputato europeo chi è anche membro di altri organi comunitari o di un governo nazionale. La carica di

parlamentare europeo è anche incompatibile con quella di parlamentare nazionale a partire dall’elezione del

Parlamento Europeo del 2004 e a seguito della modifica apportata all’Atto sopra menzionato.

L’organizzazione ed il funzionamento sono disciplinati dal regolamento interno, che è espressione del

potere di auto-regolamentazione di cui godono la maggior parte degli organi di organizzazioni internazionali.

Il Parlamento Europeo si organizza al proprio interno non secondo la nazionalità dei propri componenti, ma

secondo gruppi che condividono idee politiche affini. Vi è un gruppo del partito popolare europeo, un

gruppo del partito del socialismo europeo; un gruppo politico deve essere composto da deputati eletti in

almeno un quinto degli Stati membri e che, occorre un numero minimo di sedici deputati. I partiti politici a

livello europeo sono un importante fattore per l’integrazione in seno all’Unione in quanto contribuiscono a

formare una coscienza europea e ad esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione.

I parlamentari europei si suddividono in commissioni permanenti, cui è attribuita una competenza per

materia, in corrispondenza con la stessa ripartizione di competenze che esiste tra la varie Direzioni Generali

della Commissione. Il Parlamento Europeo elegge al proprio interno un Presidente e dei Vicepresidenti,

che insieme costituiscono l’Ufficio di Presidenza. Quest’ultimo nomina un Segretario Generale, che è a

capo di un Segretariato, il cui compito è quello di assistere l’Ufficio della Presidenza. L’art. 196 CE

prescrive che il Parlamento Europeo tenga una sessione annuale, la quale ha inizio il secondo martedì del

mese di marzo. Il Trattato di Amsterdam ha fissato a Strasburgo la sede del Parlamento Europeo, ove si

tengono le dodici sedute plenarie mensili, ivi compresa la sessione di bilancio. Le sedute plenarie aggiuntive

si tengono a Bruxelles. Il segretario generale del Parlamento e i suoi servizi sono a Lussemburgo.

Le immunità e i privilegi: i deputati europei non possono essere ricercati, detenuti o perseguiti a motivo

delle opinioni o dei voti espressi nell’esercizio delle loro funzioni. Essi godono delle immunità riconosciute

ai parlamentari del loro paese e, sul territorio di ogni altro Stato membro, dell’esenzione da ogni

provvedimento di detenzione e da ogni procedimento giudiziario, anche relativamente ad atti compiuti al di

fuori delle loro funzioni. Questa immunità può essere tolta dal Parlamento Europeo stesso.

Il Parlamento Europeo delibera a maggioranza assoluta dei suffragi espressi. Il numero legale (o quorum)

è raggiunto quando sono presenti in aula un terzo dei membri del Parlamento, ma le delibere sono valide

comunque, a meno che venga constatata la mancanza del numero legale. Nel caso, invece, di emendamenti al

progetto di bilancio, l’approvazione del proprio regolamento interno o per l’ammissione di nuovi Stati, la

procedura di voto è la maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento Europeo stesso.

21. …(b) il Consiglio e il COREPER.

Il Consiglio è l’unica istituzione della CE formata dai rappresentanti degli Stati membri; ha il compito di

coordinare le politiche economiche generali degli Stati membri. Il Trattato gli attribuisce espressamente la

possibilità di agire in qualità di legislatore e l’art. 7 del suo regolamento interno stabilisce che esso agisce

in tale qualità quando adotta norme giuridicamente vincolanti negli o per gli Stati membri, quindi, nella

maggioranza dei casi. L’impiego di tale terminologia sottolinea l’ampiezza del deficit democratico delle

Comunità, implicito nell’affidamento di una funzione legislativa ad un organo non eletto dal popolo. La

verità è che il Consiglio è sostanzialmente sottratto ad un vero controllo politico da parte dei singoli

parlamenti nazionali e non è nemmeno sottoposto al controllo politico del Parlamento Europeo.

Il Consiglio è organo collegiale di Stati: l’individuo che partecipa alle sue riunioni non lo fa a titolo

individuale, ma in rappresentanza di ciascuno Stato membro a livello ministeriale, implicando che il

Consiglio debba essere composto da Ministri, da Sottosegretari o da qualsiasi altra persona avente rango

ministeriale.

Il Consiglio può riunirsi in formazioni diverse a seconda delle materie trattate (i ministri di ciascun paese si

riuniscono a seconda della materia trattata; es. economia). Un particolare Consiglio a 12 membri è previsto

nell’ambito delle norme in materia di unione economica e monetaria.

Il Consiglio non è un organo permanente, a differenza della Commissione. Vi sono anche dei Consigli

informali, i quali hanno luogo quando gli Stati membri desiderano discutere una materia che è al di fuori del

campo rigorosamente comunitario e non intendono adottare nessuno specifico provvedimento, ma

semplicemente scambiarsi i rispettivi punti di vista.

Il Consiglio non è un organo comune degli Stati membri; lo stesso Trattato CE prevede che il Consiglio

adotterà disposizioni di cui raccomanderà l’adozione da parte degli Stati membri conformemente alle loro

rispettive norme costituzionali; l’atto del consiglio è un accordo internazionale, tanto che è sottoposto a

ratifica da parte degli Stati membri. Il Consiglio non agisce in quanto organo comunitario, ma in quanto

riunione degli Stati membri, a guisa di una conferenza intergovernativa.

La Presidenza del Consiglio è esercitata a turno dai vari Stati per una durata di sei mesi, secondo un ordine

stabilito dal Consiglio all’unanimità. Lo Stato di volta in volta Presidente del Consiglio lo è anche del

Consiglio Europeo e di tutti gli svariati Comitati politici o di esperti tecnici in cui si articola l’attività della

Comunità.

Il Consiglio è assistito da un Segretario Generale che svolge anche il ruolo di Alto Rappresentante per la

politica estera e di sicurezza comune. Un organo che svolge un importante ruolo ausiliario del Consiglio è il

Comitato dei Rappresentanti Permanenti degli Stati membri, o COREPER. Esso è responsabile della

preparazione dei lavori del Consiglio e dell’esecuzione dei compiti che il Consiglio gli assegna. Può anche

adottare decisioni di procedura nei casi previsti dal regolamento interno del Consiglio.

Il COREPER è un organo collegiale di Stati, in quanto è composto dagli ambasciatori che guidano le

rappresentanze Permanenti dei rispettivi Stati; è un organo permanente, in grado di svolgere senza soluzione

di continuità il suo ruolo.

Le procedure di voto del Consiglio sono molteplici. Cominciando dalla regola dell’unanimità, sono ben

cinquanta le aree in cui il Consiglio decide ancora sulla base di tale regola; esse includono le decisioni più

importanti (ambito della politica di asilo e immigrazione, fiscale, sociale, coesione economica e sociale e

politica commerciale). Purtroppo, in una Comunità allargata come quella attuale, la regola dell’unanimità

non renda certo agevole il cammino dell’integrazione europea. Nel 1965, la Francia manifestò il proprio

dissenso ad attuare le disposizioni del Trattato che prendevano il passaggio dalla regola dell’unanimità a

quella della maggioranza qualificata per molte decisioni del Consiglio successive alla scadenza del periodo

transitorio durante il quale era stata realizzata l’unione doganale.

Le astensioni di uno o più Stati non ostano all’adozione di decisioni unanimi; l’assenza non consente

l’adozione di una delibera all’unanimità. Va ricordato che ciascun membro può ricevere delega da uno solo

degli altri membri, evitando di risultare assente da una riunione del Consiglio. Le decisioni prese a semplice

maggioranza dei membri che lo compongono costituiscono la regola per il Consiglio; esse sono utilizzate

solo per provvedimenti interorganici o adempimenti procedurali del Consiglio.

La procedura più interessante è senz’altro quella della maggioranza qualificata, in quanto essa implica una

ponderazione dei voti attribuiti a ciascuno Stato in seno al Consiglio. Il criterio di ponderazione è quello

demografico, favorevole agli Stati minori rispetto ai criteri che abbiamo visto essere adottati per il

Parlamento Europeo. Il totale dei voti è 321. Una delibera a maggioranza qualificata viene adottata se si

raggiungono 232 voti. La fissazione di questo quoziente si presta ad alcune considerazioni. Innanzitutto, il

numero di voti necessari per bloccare una delibera che debba essere presa a maggioranza qualificata è di 90

voti, poco meno di un terzo del totale dei voti (Tre grandi Stati più uno piccolino come Malta possono

bloccare una decisione del Consiglio).

Per evitare questo, il Compromesso di Joannina era volto ad alzare la soglia della minoranza di blocco

allora vigente, in modo da rendere più difficile l’adozione di delibere a maggioranza qualificata.

Le decisioni del Consiglio a maggioranza qualificata sono previste in tutti i casi in cui viene adottata la

procedura della codecisione.

Il Consiglio ha sede a Bruxelles, ma, durante i mesi di aprile, giugno e ottobre tiene le sessioni a

Lussemburgo. Le sessioni del Consiglio non sono pubbliche, sulla base del principio di trasparenza, che

richiede al Consiglio di definire, nel proprio regolamento interno, condizioni idonee a facilitare l’accesso del

pubblico specie nei casi in cui il Consiglio agisce come “legislatore”.

22. …(c) la Commissione.

La Commissione comprende un cittadino di ciascuno Stato membro ed il numero dei membri della

Commissione può essere modificato con delibera unanime del Consiglio. I membri della Commissione sono

scelti in base alla loro competenza generale e devono offrire ogni garanzia di indipendenza; è un organo

collegiale di individui. L’art. 213 CE specifica i contenuti del requisito dell’indipendenza dei Commissari,

la quale deve sussistere non solo nei confronti degli Stati o di altri organismi pubblici, ma anche nei

confronti di qualsiasi interesse privato; nell’adempimento dei loro doveri non sollecitano né accettano

istruzioni da alcun governo o da alcun organismo.

Gli Stati membri si impegnano a rispettare l’indipendenza dei Commissari e a non cercare di influenzarli

nell’esecuzione dei loro compiti. In caso di violazione, la Corte di Giustizia, su istanza del Consiglio o della

Commissione, può pronunciare le dimissioni d’ufficio del Commissario inadempiente, dichiararlo decaduto

dal diritto a pensione o dal diritto ad altri benefici sostitutivi della pensione stessa.

La procedura di nomina si svolge in più fasi. In primo luogo, il Consiglio, riunito nella particolare

composizione dei capi di Stato e di governo, designa la persona che intende nominare Presidente della

Commissione, designazione che deve essere approvata dal Parlamento Europeo. In secondo luogo, il

Consiglio di comune accordo con il Presidente così designato, adotta l’elenco delle altre persone che intende

nominare Commissari; l’elenco deve essere conforme alle proposte presentate da ciascuno Stato membro.

Infine il Presidente e gli altri Commissari designati sono soggetti, collettivamente e non individualmente, ad

un voto di approvazione da parte del Parlamento Europeo, dopodiché, l’intera Commissione è nominata dal

Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata.

I commissari durano in carica cinque anni ed il loro mandato è rinnovabile. Essi vengono anche a scadere per

decesso, dimissioni d’ufficio o volontarie, nei quali casi è il Consiglio a provvedere alla sostituzione per la

restante parte del loro mandato. La Commissione è al suo interno assistita da un Segretario ed è organizzata

in Direzioni Generali competenti per materie, a capo delle quali è preposto un Commissario.

La sede della Commissione è a Bruxelles, con alcuni servizi distaccati a Lussemburgo. Sedi e uffici di

rappresentanza esistono in molte città, comprese Roma e Milano. Le decisioni della Commissione sono prese

a maggioranza dei suoi membri, maggioranza la cui presenza costituisce, quindi, anche il quorum per la

validità delle delibere.

23. …(d) la Corte di Giustizia e il Tribunale di primo grado.

La Corte di Giustizia e il Tribunale di primo grado assicurano, nell’ambito delle rispettive competenze, il

rispetto del diritto nella interpretazione e nell’applicazione del Trattato.

La Corte di Giustizia è composta di un giudice per Stato membro e di otto avvocati generali. Essa siede in

permanenza a Lussemburgo. I giudici e gli avvocati generali sono nominati di comune accordo dai governi

degli Stati membri senza alcuna partecipazione del Parlamento Europeo. A differenza dei membri della

Commissione, i giudici non devono essere necessariamente cittadini degli Stati membri, anche se, per prassi

consolidata, viene nominato un giudice avente la nazionalità di ciascuno degli Stati membri.

Il Trattato prevede che i giudici siano scelti tra personalità che offrano tutte le garanzie di indipendenza e

che riuniscano le condizioni richieste per l’esercizio delle più alte funzioni giurisdizionali, ovvero che

siano giureconsulti di notoria competenza.

La figura dell’avvocato generale non è un pubblico ministero, né il titolare dell’azione davanti alla Corte.

Egli è un collaboratore della Corte, il cui ufficio è quello di rappresentare pubblicamente con assoluta

imparzialità ed in piena indipendenza conclusioni motivate sulle cause che richiedono il suo intervento

nell’interesse della corretta applicazione del diritto comunitario. La Corte può escludere la necessità di tale

intervento quando la causa non sollevi nuove questioni di diritto.

I giudici e gli avvocati generali durano in carica sei anni, ma non decadono tutti nello stesso momento; ogni

tre anni si procede ad un loro rinnovo parziale, così da assicurare una certa continuità nell’attività della

Corte. I loro mandati sono rinnovabili. I giudici designano al loro interno un Presidente, che dura in carica

tre anni e il cui mandato è anch’esso rinnovabile. La Corte nomina anche un Cancelliere, che ha compiti

giudiziari ed amministrativi di notevole importanza.

La Corte si riunisce in seduta plenaria solo in casi di eccezionale importanza, mentre le varie cause vengano

affidate a sezioni, distinte in grandi o piccole. Il procedimento e l’attività della Corte sono regolati dalle

norme del Trattato, da quelle dello Statuto e da quelle del Regolamento di Procedura. Lo Statuto della

Corte contiene anche le norme volte a garantire l’indipendenza dei giudici e degli avvocati generali; tali

norme prevedono che entrambi godano dell’immunità di giurisdizione, non possono esercitare nessuna

funzione politica, amministrativa o professionale e possono essere rimossi dalle loro funzioni, o essere

dichiarati decaduti dal diritto a pensione solo qualora non siano più in possesso dei requisiti richiesti, non

soddisfando gli obblighi derivanti dalla loro carica. Il regolamento di procedura della Corte è stabilito dalla

Corte stessa, ma deve essere approvato dal Consiglio deliberante a maggioranza qualificata. Il procedimento

dinanzi alla Corte prevede una prima fase scritta, seguita da una orale. La Corte emette sentenze e

ordinanze: le prime pongono termine ad un procedimento ed hanno carattere definitivo; le seconde hanno

valore provvisorio e natura meramente processuale. Le sentenze che comportano a carico di persone che non

siano gli Stati un obbligo pecuniario costituiscono titolo esecutivo, al pari delle decisioni del Consiglio e

della Commissione, e quindi possono dar luogo ad esecuzione forzata secondo le norme in vigore in ciascuno

Stato.

Alla Corte è affiancato, dal 1989, un Tribunale di primo grado, sia per far fronte al crescente carico di

lavoro della Corte, specie a seguito dell’allargamento dell’UE, che per attuare il doppio grado di giudizio,

che è uno dei diritti garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle

libertà fondamentali.

Il numero dei membri del Tribunale è stato fissato a 25tra i quali viene scelto di volta in volta quello che

funge da avvocato generale. Il Tribunale di primo grado ha visto progressivamente ampliarsi tali

competenze, specie alla luce del Trattato di Nizza. Restano esclusi dalle competenze del Tribunale i ricorsi

presentati da Stati e le controversie tra gli Stati membri.

Le sentenze del Tribunale possono essere impugnate dinanzi alla Corte di Giustizia, ma solo per motivi di

diritto; il diritto di impugnativa è concesso ugualmente agli Stati membri e alle istituzioni della Comunità,

anche se non erano intervenuti nel procedimento dinanzi al Tribunale stesso.

24. …(e) la Corte dei Conti.

La Corte dei Conti fu istituita con il Trattato di Bruxelles del 22 luglio 1975 che entrò in funzione nel 1977

ed a seguito del Trattato di Maastricht è stata inclusa a pieno titolo tra le istituzioni comunitarie. Ne sarà

esclusa ove venisse approvato l’attuale testo di Progetto che istituisce una Costituzione per l’Europa.

La Corte dei Conti ha funzioni di controllo contabile sulle entrate e sulle uscite delle Comunità; è composta

di un cittadino di ciascun Stato membro. I suoi membri sono scelti tra personalità che fanno o hanno fatto

parte delle istituzioni di controllo esterno o che possiedono una qualifica specifica per tale funzione. Si tratta

di un organo collegiale di individui. Ai suoi membri sono richieste le stesse garanzie di indipendenza ei

membri della Commissione. Le loro immunità ed i loro privilegi sono gli stessi dei giudici della Corte di

Giustizia. L’elenco dei membri della Corte dei Conti, che durano in carica sei anni, è adottato dal Consiglio a

maggioranza qualificata e previa consultazione del Parlamento Europeo. In pratica, ciascuno Stato sceglie il

suo candidato.

26. Le istituzioni finanziarie.

Le istituzioni finanziarie previste nell’ambito dell’UEM sono la Banca Centrale Europea (BCE) e il

Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC). L’art.107 CE attribuisce alla BCE la personalità

giuridica, riferendosi a quella di diritto interno. Quanto alla personalità di diritto internazionale, tale

personalità escluderebbe la possibilità di qualificare la BCE come organo della CE. Essa rappresenterebbe la

autonoma istituzionalizzazione della cooperazione tra gli Stati membri in materia monetaria. In altre parole,

la BCE costituirebbe a sua volta una organizzazione internazionale accanto alla CE, nell’ambito dell’Unione

Europea.

Ai membri della BCE e a quelli del SEBC è richiesta e garantita assoluta autonomia e indipendenza sia nei

confronti dei governi nazionali, che degli altri organi comunitari, ed in particolare del Parlamento Europeo,

con i quali, tuttavia, essi mantengono collegamenti. Le decisioni cruciali di competenza della BCE, capaci di

incidere profondamente sulla politica economica della CE e degli Stati membri, sono compiute, di

conseguenza, da un organo tecnico quasi totalmente privo di responsabilità a livello politico.

27. La Banca europea per gli investimenti.

La Banca europea per gli investimenti (BEI) è dotata di autonoma personalità giuridica, secondo il

Trattato CE; può essere intesa come un’impresa-organizzazione internazionale, data la natura imprenditoriale

della sua attività. La Corte di Giustizia ha definito la BEI un organo comunitario munito di personalità

giuridica.

A sottolineare l’autonomia della BEI rispetto alla CE contribuiscono altri fattori.

I membri della BEI sono gli stessi Stati membri della CE; la BEI possiede una struttura abbastanza articolata,

essendo amministrata e gestita da un Consiglio dei governatori (Ministri degli Stati membri), un Consiglio di

amministrazione (organo collegiale di individui cui è affidata la ordinaria amministrazione della BEI) ed un

Comitato direttivo (con funzioni esclusivamente esecutive); la BEI dispone di un proprio sistema di

finanziamento e bilancio, infatti, essa dispone di un proprio capitale, il cui importo è stato progressivamente

aumentato con i successivi allargamenti della Comunità e che è sottoscritto dagli Stati membri secondo la

composizione degli organi comunitari.

Anche se la BEI non può qualificarsi come un organo delle Comunità, è certo che l’attività della BEI si

inserisce completamente nel quadro delle finalità perseguite dalle Comunità Europee ed è svolta

nell’esclusivo interesse di queste ultime. La funzione della BEI è quella di contribuire, facendo appello al

mercato dei capitali ed alle proprie risorse, allo sviluppo equilibrato e senza scosse del mercato comune. Essa

concede prestiti per finanziare progetti tesi a valorizzare le regioni comunitarie meno sviluppate, progetti di

interessi comuni tra gli Stati membri, progetti tutti che non potrebbero essere completamente finanziati con

risorse dei singoli Stati membri. I beneficiari dei prestiti possono essere sia gli stessi Stati membri, che

imprese private; in quest’ultimo caso, il prestito verrà concesso dietro prestazione di idonea garanzia da parte

dello Stato membro sul cui territorio dovrà essere realizzato il progetto oggetto del finanziamento.

Per la concessione dei prestiti, la BEI si può avvalere del proprio capitale, ma più spesso ricorre a risorse

prelevate sul mercato internazionale dei capitali, attraverso l’emissione di obbligazioni. È doveroso

sottolineare che la BEI non persegue fini di lucro e che agisce nell’interesse generale della Comunità. Ciò

significa che il tasso di interesse praticato dalla BEI terrà semplicemente conto del costo del danaro alla BEI

stessa, oltre ad un margine destinato a coprire le sue spese di funzionamento.

Molte norme relative alla BEI sono contenute in un atto internazionale separato dai Trattati comunitari, vale

a dire nel Protocollo sullo statuto della BEI, firmato a Roma il 25 marzo 1957, contemporaneamente ai

Trattati CE e CEEA, e successivamente modificato più volte.

28. La funzione legislativa.

La struttura delle Comunità Europee non risponde al principio della separazione dei poteri, tuttavia, sono

identificabili le tradizionali funzioni, esercitate congiuntamente da più organi.

La funzione legislativa è stata definita dalla Corte di Giustizia come quella che presiede all’emanazione di

norme generali e vincolanti, le quali trovano la loro base nel Trattato stesso. La Corte ha voluto distinguerla

dalla funzione esecutiva, che presiede all’emanazione di misure di attuazione dei provvedimenti legislativi,

le quali possono essere sia a carattere generale che individuale.

All’esercizio della funzione legislativa partecipa una molteplicità di organi, così che gli atti che ne risultano

sono degli atti complessi. Per l’emanazione di misure legislative, l’ultima parola spetta ancora ala Consiglio,

al quale il Trattato riconosce espressamente il ruolo di legislatore. Al Parlamento Europeo spetta un diritto di

veto. Solamente in casi isolati, la Commissione si vede attribuito un potere legislativo direttamente dai

Trattati (unione doganale nel periodo transitorio).

28.1. Il potere di iniziativa della Commissione ed i suoi rapporti con il Consiglio.

L’impostazione originaria dei Trattati comunitari prevedeva che la Commissione godesse del potere di

iniziativa relativamente agli atti normativi comunitari, attraverso l’emanazione di proposte indirizzate al

Consiglio. Più proposte in un ampio contesto organico sono contenute dei Libri Bianchi. Laddove è prevista

la necessità della proposta della Commissione, il Consiglio è sottoposto, nelle sue decisioni, a tutta una serie

di limiti. Anzitutto, esso non può deliberare senza una tale proposta: la delibera sarebbe illegittima per

violazione delle forme sostanziali e passibile di essere dichiarata nulla dalla Corte di Giustizia. In secondo

luogo,il Consiglio può emanare un atto che costituisca emendamento della proposta solo deliberando

all’unanimità; gli emendamenti che il Consiglio può così apportare non devono travisare la natura della

proposta (se il Consiglio riscrivesse completamente tale proposta, la estendesse a campi non originariamente

previsti o ne stravolgesse le finalità, non ci si troverebbe di fronte ad emendamenti veri e propri, ma ad una

decisione del Consiglio di fatto priva di una proposta della Commissione e, quindi, illegittima).

L’art. 250 CE afferma che “Fintanto ché il Consiglio non ha deliberato, la Commissione non ha il diritto di

ritirare una proposta quando il Consiglio stia per emendarla e quando la proposta si trova nella fase della

seconda lettura nell’ambito della procedura di codecisione”.

In definitiva, il Consiglio può approvare, con la procedura di voto di volta in volta richiesta, una proposta

della Commissione, può rigettarla in toto non emettendo alcun provvedimento in materia, può approvare

all’unanimità un atto che modifichi la proposta, ma non può predisporre esso stesso i provvedimenti da

emanare, in quanto è quasi sempre vincolato ad una proposta della Commissione.

Questa originale costruzione dei Trattati istitutivi ha ben presto originato manovre da parte degli Stati

membri, volte ad imbrigliare il potere di iniziativa della Commissione (COREPER). Il dialogo tra la

Commissione e il Consiglio, come concepito originariamente nei Trattati, è stato così sostituito da un

dialogo tra la Commissione e il COREPER, in quanto organo permanente, finisce con il condizionare

notevolmente il potere di iniziativa della Commissione, dato che ne passa al vaglio tutte le proposte.

Le proposte della Commissione devono contenere l’indicazione della base giuridica su cui si fondano,

devono essere giustificate alla luce del principio di sussidiarietà e devono contenere indicazioni in merito al

loro finanziamento nei limiti delle risorse proprie disponibili nel bilancio comunitario. La conclusione è che

l’esclusività da parte di iniziativa della Commissione da una parte si è venuta progressivamente erodendo a

vantaggio del Parlamento Europeo, della BCE e del Consiglio Europeo, e dall’altra si è stemperata nella

necessità del continuo dialogo tra Commissione, Consiglio e Parlamento Europeo, implicito nelle procedure

di cooperazione e codecisione.

28.2. La partecipazione del Parlamento Europeo: le procedure di consultazione, cooperazione,

codecisione e parere conforme.

La partecipazione del Parlamento Europeo al processo di emanazione degli atti comunitari si esprime con

quattro procedure cui il Trattato fa alternativamente riferimento: le procedure di consultazione,

cooperazione, codecisione e parere conforme.

La procedura di consultazione è quella originariamente prevista dal Trattato CE, la procedura di

cooperazione e quella di parere conforme sono state introdotte dall’AUE e la procedura di codecisione è stata

introdotta dal Trattato di Amsterdam. Vi è stato un generale progressivo spostamento delle competenze del

Parlamento Europeo verso una partecipazione sempre maggiore. Laddove, ad esempio, originariamente non

era nemmeno prevista la consultazione del Parlamento, essa è stata in alcuni casi introdotta; laddove era

prevista la semplice consultazione, si è passati spesso alla procedure di cooperazione e, quindi, di

codecisione. Prima di passare in esame le quattro procedure anticipiamo che la procedura di cooperazione è

stata di fatto abbandonata.

La procedura di consultazione del Parlamento Europeo da parte del Consiglio è prevista per un notevole

numero di provvedimenti di quest’ultimo, ad esempio nei campi della cittadinanza dell’Unione, della libera

circolazione dei servizi, delle regole di concorrenza, dell’armonizzazione delle imposte indirette,

dell’occupazione, della politica sociale, degli accordi con Stati terzi.

In tutti questi casi il parere del Parlamento è atto formale, di natura interorganica e a carattere obbligatorio,

nel senso che la sua mancanza renderebbe l’atto del Consiglio illegittimo per la violazione delle forme

sostanziali e quindi passibile di essere dichiarato nullo da parte della Corte di Giustizia. Il fatto è che il

parere del Parlamento non è vincolante per il Consiglio; sul piano pratico, il Parlamento può essere tentato di

ritardare la decisione del Consiglio. Il limite di tale eventuale tattica è duplice: da una parte, esso si deve

conformare al dovere di leale cooperazione, per cui, in presenza di un proprio ritardo irragionevole, non può

invocare la illegittimità dell’atto del Consiglio emesso senza attendere il parere stesso; dall’altra parte vi è la

possibilità per il Consiglio di adire la Corte di giustizia con un ricorso in carenza contro il Parlamento, ove

esista in relazione alla mancata emanazione di pareri.

Qualora a seguito del parere del Parlamento Europeo, la proposta della Commissione venisse

sostanzialmente modificata, il Parlamento dovrà essere nuovamente consultato sulla proposta cosi

modificata, prima che il Consiglio possa decidere.

La procedura di codecisione è disciplinata dall’art. 251 CE ed è prevista da oramai per quasi tutte le materie

in cui il Consiglio delibera a maggioranza qualificata, eccetto che per la politica agricola e la politica

commerciale. Si applica, ad esempio, per le discriminazioni fondate sulla nazionalità, la sicurezza sociale dei

lavoratori migranti, i trasporti, i visti, asilo e immigrazione.

Si tratta di una procedura complessa. Essa si caratterizza per i seguenti elementi fondamentali:

a) i provvedimenti sottoposti a tale procedura non possono essere adottati senza il consenso del

parlamento Europeo il quale dispone di un diritto di veto;

b) in caso di dissenso tra Parlamento e Consiglio, si convoca un Comitato di conciliazione paritetico,

con il compito di raggiungere un accordo;

c) i provvedimenti sono adottati congiuntamente da Consiglio e Parlamento e firmati dai due

rispettivi Presidenti;

d) se vi è l’accordo con il Parlamento Europeo, il Consiglio può adottare un atto che costituisca una

modifica della proposta della Commissione anche a maggioranza qualificata.

La procedura di codecisione inizia con la presentazione di una proposta da parte della Commissione,

congiuntamente al Consiglio e al Parlamento Europeo (in questo caso il PE inoltra al Consiglio il suo

parere).

Se il Consiglio è d’accordo sulle modifiche indicate nel parere del PE, o se tale parere non richiede

modifiche alla proposta, il Consiglio può, a maggioranza qualificata, adottare l’atto e il procedimento si

conclude. Se, invece, il Consiglio non è d’accordo sulle modifiche suggerite dal PE, esso formalizza la sua

posizione in un atto adottato a maggioranza qualificata, che è chiamato posizione comune, che va

adeguatamente motivata, e su questa posizione si deve pronunciare entro tre mesi il PE e la Commissione

deve far conoscere il suo orientamento.

Se il PE si dichiara d’accordo con la posizione comune o non si pronuncia nel termine, il provvedimento si

considera adottato e il procedimento si conclude.

Se il PE respinge in toto la posizione comune con decisione presa a maggioranza assoluta dei suoi

componenti, il provvedimento si considera non adottato e la procedura, anche in questo caso, si conclude.

Nel caso in cui, il PE proponga al Consiglio emendamenti alla posizione comune, su tali emendamenti,

innanzitutto, la Commissione deve far conoscere il suo parere, mentre il Consiglio deve pronunziarsi entro

un ulteriore termine di tre esami.

Se il Consiglio approva tutti li emendamenti proposti dal PE, il provvedimento si considera adottato

(decisione presa all’unanimità). Nel caso in cui il Consiglio non approva tutti gli emendamenti, scatta un

meccanismo di conciliazione che caratterizza l’intera procedura. Il Presidente del Consiglio d’accordo con il

Presidente del PE, convoca entro sei settimane un comitato di conciliazione che riunisce i membri del

Consiglio o i loro rappresentanti ed altrettanti rappresentanti del PE. Il suo compito è quello di giungere,

entro sei settimane, ad un progetto comune. Tale progetto va approvato a maggioranza qualificata dei

membri del Consiglio o dei loro rappresentanti e a maggioranza dei rappresentanti del PE in seno al

Comitato di conciliazione.

Se il Comitato raggiunge entro il termine l’accordo su un progetto comune, il provvedimento in questione

sarà definitivamente adottato qualora, entro le successive sei settimane, sia il Consiglio che il PE si

pronuncino a favore, con delibere prese a maggioranza qualificata e a maggioranza assoluta dei voti espressi.

In mancanza di approvazione di una o di entrambe le istituzioni, l’atto si considera non adottato.

La procedura di cooperazione è in vigore soltanto in pochi casi; i tre elementi che la caratterizzano sono:

a) il Parlamento può costringere il Consiglio ad una seconda lettura, a decidere una seconda volta su

un provvedimento sul quale il Parlamento stesso non si è dichiarato d’accordo dopo la normale

procedura di consultazione;

b) la seconda lettura rimette in gioco la Commissione, che può modificare la sua proposta originaria

tenendo eventualmente conto delle obiezioni del Parlamento;

c) sottolineando il contrasto tra Parlamento e Commissione da una parte, e Consiglio dall’altra,

quest’ultimo può adottare un provvedimento, ignorando la posizione delle due prime istituzioni, solo

all’unanimità.

La procedura di cooperazione è anch’essa molto farraginosa ed è un fatto positivo il suo sostanziale

abbandono a seguito del Trattato di Amsterdam.

La procedura di parere conforme implica che il Consiglio non possa deliberare in modo difforme dal

parere del PE, pur se il Consiglio resta libero di non emanare alcun provvedimento; essa raggiunge lo stesso

risultato della procedura di codecisione, in quanto dà al Parlamento un diritto di veto.

In conclusione, dopo un lungo travaglio durato decenni, il PE ha ottenuto, nell’ambito della funzione

legislativa, solo un diritto di veto per le decisioni importanti, con il quale può paralizzare l’azione

comunitaria, senza essere in grado di indirizzarla secondo il proprio volere. Il potere legislativo in ambito

comunitario resta saldamente nelle mani del Consiglio, ove siedono i rappresentanti dei poteri esecutivi degli

Stati membri. La funzione legislativa nel sistema comunitario appare viziata da un grave deficit democratico.

Tale deficit, tollerabile finché le Comunità avevano una vocazione essenzialmente economica, è ormai

divenuto intollerabile a seguito del notevole ampliamento delle competenze delegate dagli Stati membri alla

Comunità e sottratte ai processi decisionali democratici su cui sarebbero state sottoposte se esercitate in

ambito nazionale.

29. La funzione di controllo.

La funzione di controllo viene definita innanzitutto, facendo riferimento alle due istituzioni che partecipano

più intensamente del potere legislativo e di quello esecutivo, il Consiglio e la Commissione. Il controllo su

queste due istituzioni è di duplice tipo: da una parte vi è un controllo di natura politica relativamente al loro

operato, controllo che si traduce in giudizio in merito alla opportunità dell’operato stesso, e dall’altro vi è un

controllo di natura giuridica, che si traduce in un giudizio di legittimità sugli atti delle suddette istituzioni

comunitarie, ovvero relativo alla loro rispondenza alla normativa in vigore.

Infine, vi è un controllo sul comportamento degli Stati membri, volto ad individuare eventuali loro

inadempimenti di obblighi derivanti dai Trattati.

29.1. Il controllo politico del Parlamento Europeo.

È il PE a detenere i poteri di controllo di natura politica, a somiglianza degli analoghi poteri di cui godono i

parlamentari nazionali negli Stati con la forma di governo propria della democrazia rappresentativa. La

somiglianza si ferma ad aspetti del tutto formali, in quanto i poteri di controllo politico del PE, non hanno

nessuna delle caratteristiche sostanziali del controllo parlamentare nel diritto interno.

Il deficit democratico è divenuto intollerabile, come già accennato in precedenza, a seguito del notevole

ampliamento delle competenze delegate dagli Stati membri alla Comunità e sottratte al controllo democratico

cui sarebbero state sottoposte se esercitate dalle autorità nazionali. In attesa delle soluzioni verso la forma

federale, resta il grave problema della mancanza di controllo democratico sull’operato dell’esecutivo in

ambito comunitario.

I limiti del controllo politico del PE risultano evidenti: anzitutto, va premesso che tale controllo può

concretarsi in provvedimenti cui sono collegate delle conseguenze giuridiche solo in due casi: allorché il

Parlamento stesso approva una mozione di censura sull’operato della Commissione e in occasione della

procedura di approvazione del bilancio.

In qualsiasi momento, almeno un decimo dei parlamentari europei può presentare al Presidente una mozione

di censura sull’operato della Commissione, affinché questa venga messa ai voti ed eventualmente approvata.

A seguito dell’approvazione di una mozione di censura i membri della Commissione sono costretti

collettivamente a dare le dimissioni. Ne risulta che, in virtù della responsabilità collegiale della

Commissione tutti i suoi membri devono abbandonare le loro funzioni.

La procedura per l’approvazione di tale mozione è circondata da particolari garanzie:

a) essa non può essere votata prima di tre giorni dalla sua presentazione;

b) la votazione deve avvenire a scrutinio pubblico;

c) la maggioranza richiesta per la votazione è di due terzi dei voti espressi, la maggioranza dei

membri che compongono il Parlamento Europeo.

La mozione non è diretta contro l’organo in definitiva responsabile dell’azione comunitaria (il Consiglio),

ma contro un organo (la Commissione) la cui partecipazione al processo normativo è in chiave propositiva e

che si è quasi sempre presentato come l’alleato del Parlamento nel rappresentare gli interessi generali della

Comunità contro i particolarismi nazionali di cui il Consiglio tende ad essere l’espressione.

Il Parlamento è dotato di uno strumento che comporta conseguenze forse eccessive nei confronti di un

obiettivo sostanzialmente incolpevole; sono state finora presentate cinque mozioni di sfiducia (la prima nel

1972); tre sole di tali mozioni sono state messe ai voti e nessuna approvata. Il Parlamento gode anche di altri

poteri che possono qualificarsi come di controllo. L’esercizio di tali poteri può fornire al Parlamento stesso

l’occasione per approvare una mozione di censura sull’operato della Commissione, ovvero può sfociare in

prese di posizioni con conseguenze esclusivamente sul piano politico.

Inoltre, attraverso di essi, il Parlamento Europeo ha l’opportunità di invitare eventualmente la Commissione

ad aprire una procedura per l’inadempimento nei confronti di uno Stato membro.

Anzitutto, la Commissione deve sottoporre all’esame del Parlamento Europeo, in seduta pubblica, la

relazione generale annuale, documento che descrive l’attività della Comunità nell’anno precedente e che

viene pubblicato in coincidenza con l’apertura della sessione annuale del Parlamento Europeo.

Grande importanza hanno assunto nella pratica le interrogazioni, che il Parlamento Europeo, o i suoi

membri, possono rivolgere alla Commissione o al Consiglio. L’art. 197 CE prevede solo per la Commissione

l’obbligo di rispondere a tali interrogazioni, mentre il Consiglio risponde secondo le modalità che esso stesso

definisce nel suo regolamento interno. Question time, secondo il termine inglese, è il periodo di tempo

appositamente dedicato alle interrogazioni.

Si inseriscono in questo contesto, i poteri del PE di accogliere petizioni da parte di ogni cittadino

dell’Unione, su materie che rientrano nel campo di attività della Comunità e che li concernono direttamente

di nominare un Mediatore, abilitato a ricevere denunce di cittadini riguardanti casi di cattiva

amministrazione da parte delle istituzioni o degli organi comunitari, nonché il potere di costituire

commissioni temporanee di inchiesta per esaminare denunce di infrazione o di cattiva amministrazione

nell’applicazione delle norme comunitarie imputabili ad una istituzione o ad un organo delle Comunità.

Il mediatore è scelto tra i cittadini dell’Unione che offrano garanzie di indipendenza e soddisfino i requisiti

richiesti nei loro paesi di origine per l’esercizio delle più alte funzioni giudiziarie. Ne il Mediatore, ne le

commissioni di inchiesta possono occuparsi di questioni pendenti dinanzi ad una giurisdizione nazionale o

comunitaria.

29.2. Il controllo di legittimità sugli atti delle istituzioni e i ricorsi in carenza.

Gli atti delle istituzioni comunitarie sono sottoposti ad un controllo di legittimità da parte della Corte di

Giustizia e del Tribunale di primo grado; inoltre, è soggetto al controllo di tali organi l’eventuale

comportamento omissivo delle istituzioni comunitarie. È questa una particolarità dell’ordinamento

comunitario, dato che altre organizzazioni (ONU), non prevedono alcun meccanismo per il controllo di

legittimità dei loro atti. Esaminiamo, nell’ordine, l’oggetto del ricorso alla Corte, i motivi per cui può essere

proposto, i soggetti legittimati a proporlo e le sue conseguenze.

Quanto all’oggetto, esso si esercita sugli atti adottati congiuntamente dal Parlamento Europeo e dal

Consiglio, sugli atti del Consiglio, della Commissione e della BCE che non siano raccomandazioni o pareri,

nonché sugli atti del PE destinati a produrre effetti giuridici nei confronti di terzi. Sono, quindi, impugnabili

anche gli atti di conclusione o di applicazione di accordi internazionali conclusi dalle Comunità; restano

esclusi le raccomandazioni e pareri perché essi, in genere, non costituiscono la manifestazione definitiva,

diretta all’esterno, della volontà dell’organo che li emana; per le stesse ragioni, non sono impugnabili gli atti

che hanno natura essenzialmente preparatoria, né lo sono gli atti produttivi di effetti solo internamente

all’istituzione o gli atti degli Stati membri.

Gli atti del Parlamento emessi secondo la procedura di codecisione, sono già compresi nella dizione di atti

adottati congiuntamente dal PE e dal Consiglio e sono tutti impugnabili dinanzi alla Corte, in quanto

senz’altro produttivi di conseguenze giuridiche.

La costante giurisprudenza della Corte si applica anche agli atti della Corte dei Conti, pur se questa

istituzione non è menzionata espressamente tra i soggetti contro cui gli atti è possibile l’impugnativa.

I motivi per cui gli atti suddetti possono essere impugnati dinanzi alla Corte sono anzitutto i tre classici vizi

di legittimità, caratteristici dei ricorsi amministrativi di diritto interno:

a) l’incompetenza, si ha quando un atto è emanato da un organo che non è competente a farlo;

b) la violazione delle forme sostanziali, si ha quando un atto è emanato senza il rispetto di quelle

forme previste come indispensabili per la validità dell’atto stesso;

c) lo sviamento del potere, si ha quando un organo esercita i propri poteri per fini diversi da quelli per

i quali tali poteri gli sono stati conferiti.

A questi tre vizi di legittimità è aggiunto un quarto, di carattere generale e sussidiario, e cioè la violazione

del Trattato o di qualsiasi regola di diritto relativa alla sua applicazione. Il riferimento ha fatto si che

questo vizio sia stato riconosciuto esistente in ogni caso di contrarietà di un provvedimento a qualsiasi norma

dell’ordinamento comunitario, inteso in senso lato. Infatti, sono stati considerati dalla Corte come illegittimi

atti contrari non solo al Trattato o ad altri atti comunitari, ma ance ai principi generali e alle norme relative

alla protezione dei diritti fondamentali dell’uomo, nonché ai trattati internazionali stipulati dalle Comunità

Europee.

Il controllo della Corte è un controllo di legittimità e non di merito, esso attiene solo alla assenza dei vizi più

sopra descritti. La competenza di merito spetta più esattamente al Tribunale di primo grado in quanto i

ricorsi sono sottoposti dalle persone fisiche e giuridiche cui vengono comminate le sanzioni e consiste nella

possibilità di annullare la decisione che commina tali sanzioni o rivederne l’importo anche nel senso

dell’aumento.

I soggetti legittimati a proporre i ricorsi sono gli Stati membri, la Commissione, il Consiglio, il

Parlamento Europeo, la Corte dei Conti, la BCE, nonché qualsiasi persona fisica o giuridica. Le

istituzioni della Comunità e gli Stati membri sono detti ricorrenti privilegiati; le persone fisiche o

giuridiche sono dette ricorrenti non privilegiati. Il ricorso delle persone fisiche o giuridiche presenta degli

aspetti caratteristici che vanno ricordati. Innanzitutto, va osservato che esso costituisce uno dei pochissimi

casi in cui degli individui possono adire organi giurisdizionali internazionali; tale ricorso, mitica il deficit

democratico del sistema comunitario; inoltre, va ricordato che solo per i ricorsi proposti dai singoli è

competente in prima istanza il Tribunale di primo grado.

Ogni persona fisica o giuridica può fare ricorso soltanto contro le decisioni prese nei suoi confronti o

contro le decisioni che, pur apparendo come un regolamento o come una decisione presa nei confronti

di altre persone, la riguardano direttamente ed individualmente. Il ricorso è ammesso solo contro

decisioni, da intendersi qui, in senso tecnico, come quei provvedimenti che hanno un destinatario

individuale. La seconda parte sembra ipotizzare la possibilità che una istituzione chiami regolamento un

provvedimento individuale, o identifichi come destinatario un soggetto diverso da quello effettivo, per

evitare che quest’ultimo abbia la possibilità di fare ricorso alla Corte.

Quest’ultima, ha adottato ormai definitivamente, la tecnica dello smascheramento dell’atto comunitario,

riconoscendo ai singoli la causa di determinate qualità personali e quindi lo identifichi alla stessa stregua dei

destinatari, non dando rilevanza alla forma e alla denominazione dell’atto (Formula Plaumann).

In conclusione, i privati possono ricorrere alla Corte contro regolamenti o direttive, in quanto questi ultimi

non sono atti suscettibili normalmente di riguardarli direttamente ed individualmente; tuttavia, essi hanno

ugualmente la possibilità di ottenere la dichiarazione di invalidità di alcuni di tali atti, nonché la procedura

del rinvio pregiudiziale di cui all’art. 234 CE. Tutti i ricorsi vanno proposti entro il termine di due mesi

dalla pubblicazione dell’atto; nei casi di regolamenti adottati congiuntamente dal PE e dal Consiglio, o di

regolamenti del Consiglio, della Commissione o della BCE, però, i ricorrenti, sono rimessi in termini per

eccepire il vizio di legittimità, qualora vi sia, successivamente alla scadenza dei due mesi, una controversia

che metta in causa il regolamento stesso (eccezione di invalidità).

Quanto alle conseguenze del ricorso alla Corte, esso non ha effetto sospensivo dell’atto impugnato tuttavia

è facoltà della Corte ordinare la sospensione degli effetti di tale atto, nonché disporre provvedimenti

provvisori, allorché vi sia il pericolo di danni gravi e irreparabili per il ricorrente. Se la Corte ritiene fondati i

motivi del ricorso dichiara l’atto nullo fin dall’inizio.

Collegato al discorso di legittimità è il ricorso in carenza. Esso è espressione del potere della Corte di

controllare il comportamento delle istituzioni comunitarie, sanzionando la loro inattività, quando il Trattato

prevede che esse debbano emanare determinati provvedimenti. Tale ricorso può essere presentato contro il

Parlamento, il Consiglio, la Commissione e la BCE qualora essi, in violazione del Trattato, si astengano dal

pronunciarsi. La Corte, se accoglie il ricorso, constata tale violazione.

I ricorsi delle persone fisiche o giuridiche sono ammessi soltanto per la mancata emanazione nei confronti

di un atto che non sia una raccomandazione o un parere. I singoli potranno ricorrere per la mancata

emanazione di qualsiasi atto vincolante destinato a produrre effetti giuridici nei loro confronti. Anche per il

ricorso in carenza, i singoli devono prima rivolgersi al Tribunale di primo grado. È chiaro che il ricorso è

ammesso solo per la mancata emanazione di un atto dovuto, non di un atto discrezionale come l’attivazione

di una procedura di inadempimento contro uno Stato.

Il ricorso deve essere preceduto da una messa in mora, una formale richiesta di agire, rivolta all’istituzione

la cui inattività viene lamentata; solo trascorsi due mesi da tale richiesta senza che l’istituzione abbia preso

posizione, il ricorso può essere presentato alla Corte di Giustizia.

29.3. Il controllo sugli inadempimenti degli Stati membri.

La funzione di controllo si esercita non soltanto relativamente all’attività delle istituzioni, ma anche con

riferimento agli obblighi derivanti agli Stati membri dei Trattati o dagli atti comunitari. È questo un altro

elemento che sottolinea quanto avanzata sia l’integrazione realizzata a livello comunitario, rispetto ad altre

forme di organizzazione internazionale. Nell’ambito comunitario esiste un sistema di garanzie relative

all’inadempimento degli obblighi degli Stati membri, il quale ha natura obbligatoria, non arbitrale, in quanto

non dipende dall’accettazione degli Stati membri interessati. Anzi, per gli Stati è escluso il potere di farsi

giustizia da sé attraverso l’uso di contromisure senza avere prima sottoposto senza successo le loro

controversie ai modi di composizione previsti dal Trattato.

Il controllo sugli inadempimenti degli Stati è affidato in prima battuta alla Commissione, la quale esercita

nel quadro del potere di vigilare sull’applicazione delle disposizioni del Trattato CE e di quelle adottate dalle

istituzioni; si parla della Commissione come della guardiana dei Trattati; ha il potere di raccogliere tutte le

informazioni e procedere a tutte le necessarie verifiche e che i destinatari di tali richieste di informazioni e

procedere a tutte le necessarie verifiche, inclusi gli Stati membri, sono tenuti ad offrire alla Commissione

piena collaborazione al riguardo. L’art. 226 CE prevede che la Commissione deve porre lo Stato stesso in

condizioni di presentare le sue osservazioni attraverso una lettera di messa in mora o intimazione.

Lo Stato è da considerarsi inadempiente qualora abbia violato qualsiasi forma di diritto comunitario, inclusi i

principi generali, i trattati comunitari e il diritto derivato. Violazione da parte di uno Stato significa

violazione attribuibile a qualsiasi dei suoi organi.

Con la lettera di messa in mora si instaura una procedura non giurisdizionale di conciliazione tra la

Commissione e lo Stato in questione, nel corso della quale la Commissione accerta e valuta le ragione

addotte eventualmente dallo Stato a sostegno del proprio comportamento e cerca di ottenere in via

amichevole che lo Stato si conformi ai propri obblighi.

Soltanto in caso di insuccesso di questa prima fase della procedura, la Commissione può indirizzare lo Stato

un parere motivato nel quale essa gli fa formalmente presente di considerarlo come inadempiente e gli

espone i motivi di tale suo giudizio. Il Trattato non dà un termine entro il quale essa deve emettere il parere

motivato, né obbliga la Commissione ad emettere tale parere.

La lunghezza di tale termine è a discrezione della Commissione (due mesi in genere); solo se lo Stato

persiste nella sua infrazione oltre la decorrenza del termine suddetto, la Commissione può adire la Corte di

Giustizia, affinchè questa constati l’infrazione oggetto del parere motivato. L’adempimento tardivo dello

Stato prima del ricorso alla Corte o durante il procedimento, non osta al regolare svolgimento del

procedimento stesso.

Alla Corte di Giustizia si può anche rivolgere ciascuno degli Stati membri, qualora reputi che un altro Stato

membro abbia mancato ad uno degli obblighi a lui incombenti in virtù del Trattato o degli atti delle

istituzioni comunitarie.

L’opera che la Commissione svolge in questo caso è un’opera di mediazione tra lo Stato ricorrente e quello

accusato e la procedura si distingue nel senso che, la Commissione, non mette lo Stato accusato in condizioni

di presentare le sue osservazioni, ma entrambi gli Stati in condizioni di presentare in contraddittorio le loro

osservazioni scritte e orali. Quando il ricorrente è uno Stato, la Commissione ha un termine di tre mesi per

emettere, in caso di insuccesso della procedura di mediazione, un parere motivato dello stesso tipo e con gli

stessi effetti di quello previsto dall’art. 226 CE.

Qualora la Corte riconosca fondato il ricorso, emette una sentenza dichiarativa, con la quale si limita ad

accertare l’esistenza dell’infrazione. Lo Stato inadempiente è tenuto a prendere i provvedimenti che

l’esecuzione della sentenza della Corte di giustizia importa. In difetto, si concreterebbe una seconda

infrazione, autonoma rispetto alla prima, costituita dal mancato rispetto della sentenza della Corte. Tale

parere preciserà i punti sui quali lo Stato non si è conformato alla sentenza della Corte di Giustizia e fisserà

un termine entro il quale lo Stato si dovrà conformare. In difetto, la Commissione potrà adire nuovamente la

Corte, ma non per fare accertare l’inadempimento della norma comunitaria (che gli è già stato accertato), ma

per ottenere che la Corte commini allo Stato il pagamento di un proprio pecuniario.

La sentenza della Corte comporta un obbligo pecuniario non costituisce titolo esecutivo. L’inesecuzione non

trova sanzioni nell’ordinamento comunitario, ma solo in quello internazionale generale.

30. La funzione giurisdizionale.

Premettendo che sono norme comunitarie e, quindi, parte integrante del diritto interno di ciascuno Stato

membro, sono i giudici nazionali ad essere preposti in via generale a garantire il rispetto delle norme di

origine comunitaria.

La Corte di Giustizia e il Tribunale di primo grado dispongono di una serie di competenze tassativamente

indicate, certo importanti, ma relative ad ambiti ben delimitati, i quali non si prestano ad una considerazione

unitaria. La Corte di Giustizia non funge da giudice esclusivo né relativamente all’applicazione del diritto

comunitario, né relativamente alle controversie di cui le Comunità sono parti, pur se gode di una certa serie

di competenze specifiche, che essa esercita in via esclusiva, cioè con esclusione dei giudici nazionali.

L’art. 292 CE obbliga gli Stati a rispettare questa esclusività e a non sottoporre una controversia relativa

all’interpretazione o all’applicazione del Trattato ad un modo di composizione diverso, e, quindi, ad un

giudice diverso, da quello previsto dal Trattato stesso.

La funzione giurisdizionale nella CE sembra evolversi secondo due linee. Anzitutto, la vocazione della Corte

di Giustizia appare sempre più quella di un organo quasi costituzionale e di garanzia dell’unitarietà

dell’ordinamento comunitario, mentre la vocazione del Tribunale di primo grado appare quella di giudice di

diritto comune di prima istanza, con competenza tendenzialmente generale, garantendosi, il doppio grado


PAGINE

28

PESO

215.00 KB

AUTORE

Sara F

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto dell'Unione Europea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto dell'Unione Europea, Draetta. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: 1. Le spinte europeistiche del secondo dopoguerra e la nascita della CECA, 2. Dalla CECA ai Trattati di Roma: nascita della CEE e della CEEA, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (CATANIA e RAGUSA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'Unione Europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Parisi Nicoletta.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto dell'unione europea

Riassunto esame Diritto, prof. Parisi, libro consigliato Diritto Unione Europea: sentenze, Daniele
Appunto
Diritto di stabilimento
Appunto
Diritto dell'Unione Europea - Riassunto esame, prof. Parisi
Appunto
Diritto del lavoro e dell'Unione Europea, Roccella, Treu
Dispensa