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formazione della base imponibile. Allora ci sono queste tre diverse situazioni: l’esenzione al

95%, l’esenzione al 70%, quindi rispettivamente nel primo caso il reddito imponibile nella

misura del 5 e nel secondo del 40, e poi l’applicazione della ritenuta alla fonte a titolo

d’imposta con ovviamente conseguenza che il reddito non fa parte della base imponibile

perché quando viene applicata una ritenuta a titolo d’imposta, il reddito non fa mai parte

della base imponibile. Quindi la normativa prende queste tre diverse fattispecie. Quindi non

dice il reddito è sempre esente, se avesse adottato il criterio dell’esenzione piena e

generalizzata avrebbe dovuto stabilire questo, il reddito è sempre esente. Invece la

normative prevede un’esenzione che viene appunto modulata secondo queste tre diverse

regole. Nel primo caso l’esenzione viene riconosciuta nella misura del 95%, si verifica

quando il socio è una società di capitali o cooperativa soggetta a IRES o comunque un

soggetto sottoposto a IRES come anche un ente non commerciale. Quindi se il socio è

soggetto a IRES l’esenzione opera nella misura del 95%. Direte ma perché non 100%?

Perché si ritiene che vi siano dei costi di gestione, dei sharolding cost, dei costi di possesso

dell’azione, che comunque il socio si porta in deduzione. Se va a partecipare ad

un’assemblea societaria, se comunque percepire dei titoli sia pari di un intermediario, ci

sono dei costi di gestione che vengono concretizzati nella misura del 5%. Allora poiché il

socio si porta in deduzione i costi di gestione, se ci fosse l’esenzione totale al 100% avrebbe

un doppio vantaggio, si riduce i costi e non paga il reddito. Invece l’esenzione opera nella

misura del 95%, perché il 5% viene considerato forfettariamente come costi di gestione. Se

il socio è una persona fisica non imprenditore, quindi non è una società, non è un

imprenditore, che percepisce il dividendo in relazione ad una partecipazione qualificata, cioè

un partecipazione che dà diritto anche ad una gestione, una partecipazione delle scelte

d’impresa, allora la gestione viene riconosciuta nella misura del 60% e viene applicata

l’imposta sul 40% degli utili. Quindi l’imposta paga l’IRES, il socio paga l’IRPEF, solo sul

40% non su tutto il dividendo. Se invece si tratta di un azionista di risparmio che possiede

partecipazioni non qualificate viene applicata una ritenuta alla fonte a titolo di imposta nella

misura del 12,5% perché in questo caso il dividendo costituisce una forma di

remunerazione del risparmio simile agli interessi che un qualunque soggetto risparmiatore

può percepire sul mercato bancario. Per gli interessi il legislatore prevede due tipi di

ritenute: una ritenuta del 12,5% quando il risparmio è a medio-lungo termine, quindi oltre i

18 mesi, invece una ritenuta del 27% se il risparmio è a breve, meno di 18 mesi, perché in

questo caso viene tassata la cosiddetta PREFERENZA PER LA LIQUIDITA’ che

costituisce anche un principio economico. Io voglio avere la somma a disposizione, quindi

la tengo libera senza impegnarmi ad un utilizzo in favore del gestore superiore a 18 mesi,

pago un’aliquota più alta (27%). In ogni caso se si tratta di una persona fisica non

imprenditore la ritenuta viene operata come ritenuta di imposta per cui il soggetto non deve

dichiarare il reddito, nell’ambito della dichiarazione dei redditi (opera ritenuta a titolo di

imposta). Se si tratta di un imprenditore o di una società invece il reddito non è sottoposto a

ritenuta a titolo di imposta e quindi concorre alla formazione della base imponibile.

Tornando al metodo dell’esenzione quindi se il socio è un socio di risparmio perché non ha

appunto una partecipazione qualificata, la partecipazione qualificata è una partecipazione che

da un minimo di controllo tant’è vero che a seconda dei titoli societari ove previsto, il 2-

5-10% di quote societarie, se non da diritto ad una partecipazione di controllo, il socio

stesso è un socio di risparmio e che quindi come obbiettivo intende semplicemente far

fruttare i propri capitali. E allora viene tassato come se percepisse redditi di capitale di altro

tipo. Se invece è un socio che partecipa in modo qualificato alla società di capitali subisce il

meccanismo dell’esenzione parziale, 40% reddito 60% no. Questo è l’aspetto importante

della riforma. Direte ma comunque prima la doppia imposizione riferita al 40% c’è perché

l’esenzione non è piena e la doppia imposizione non sarebbe di fatto consentita se il

legislatore avesse previsto l’esenzione piena. E poi c’è una differenza tra società di capitali o

enti non commerciali e le persone fisiche perché, per i primi l’esenzione è al 95% e per i

secondi è al 60%. Allora il legislatore proprio per offrire un altro strumento di tipo premiale

o incentivante o comunque compensativo rispetto all’adozione di un sistema parziale

prevede di completare il s is tema dell’es enzione attravers o la cos iddetta

PARTECIPATION EXEMPTION, attraverso la tassazione agevolata delle plusvalenze

derivanti dalle cessioni di titoli, azioni a condizioni che vedremo quando parleremo

dell’IRES. L’art. 87 di fatto detassa in una misura che prima era dell’95% oggi è dell’84%,

le plusvalenze che vengono conseguite nel caso di cessione di titoli quando comunque vi sia

stata una partecipazione di controllo e vi sia un periodo di possesso che è superiore ai 18

mesi. Quindi se c’è una partecipazione di controllo, una partecipazione qualificata,

posseduta oltre i 18 mesi, anche le plusvalenze sono esentate. Quindi non solo il reddito, il

dividendo viene esentato ma anche la plusvalenza e questo è un doppio meccanismo

premiale perché non viene tassato il reddito e non viene tassata neanche la plusvalenza,

sempre in una percentuale, oggi 84%, quindi viene tassato il 16% della plusvalenza se

ricorrono le condizioni previste dall’art. 87 T.U.I.R. se invece abbiamo gli interessi vale

quanto abbiamo detto poco fa, tassazione se si tratta di una persona fisica non imprenditore

del 12,5% del 27% se si tratta di …………………… percepite al di fuori dell’impresa,

superiori o inferiori ai 18 mesi, perché vale questa regola e poi c’è una tassazione a titolo di

imposta per i non residenti non potendo andare a seguire il risparmiatore lì dove abbia

prodotto il reddito. Poi sempre nell’ambito dei redditi capitali troviamo altre figure, le

RENDITE PERPETUE, le ASSOCIAZIONI DI PARTECIPAZIONE, il RAPPORTO DI

CAPITALE, per esempio I PROVENTI derivanti da ………………. ……….termine, da

mutui a titolo garantito, cioè figure che comunque si ricollegano a questa configurazione,

reddito di capitale come derivante dall’impiego di capitali.

LEZIONE TRIBUTARIO 2-11-07 II° PARTE

Vediamo adesso i REDDITI DI LAVORO DIPENDENTE E I REDDITI DI LAVORO

AUTONOMO, i principi che informano la tassazione. Innanzitutto la distinzione tra le 2

categorie, perché 2 categorie di redditi di lavoro? In fondo se il lavoro è l’attività umana

attraverso cui il soggetto, profondendo energie fisiche e psichiche trae mezzi per il

sostentamento quotidiano, perché distinguere in fondo le 2 categorie. La distinzione poggia

sulle modalità di esplicazione dell’attività lavorativa da un lato, ma poi si riflette sui criteri di

determinazione del reddito, perché il reddito di lavoro dipendente è un reddito determinato

al lordo sulla base del PRINCIPIO DI ONNICOMPRENSIVITA’, il reddito di lavoro

autonomo è un reddito determinato al netto sulla base, in larga misura, del PRINCIPIO DI

CORRISPETTIVITA’. Quindi il criterio di determinazione si fonda su come si svolge

l’attività lavorativa, alle dipendenze sotto la direzione altrui per quanto concerne il lavoro

dipendente, invece sulla base di un’attività che sia artistica-professionale, abituale,

professionale, ancorché non esclusiva per quanto concerne il lavoro autonomo. Quindi se vi

è etero-direzione, se vi è nella dipendenza altrui etero-direzione, se vi è assenza di mezzi

patrimoniali destinati all’attività stessa, se vi è subordinazione in senso tecnico-funzionale,

allora si può rinvenire un rapporto di lavoro dipendente. In assenza di questi requisiti

possiamo avere redditi di lavoro autonomo sempre che non si configuri un’attività

d’impresa, perché le prestazioni di servizio organizzate imprenditorialmente non danno

luogo a redditi di lavoro autonomo ma danno luogo a redditi d’impresa. Quindi un’attività

professionale organizzata in forma di impresa, genera redditi di impresa perché la

prevalenza dell’organizzazione patrimoniale rispetto alla prestazione professionale comporta

l’attrazione del reddito nell’ambito del reddito d’impresa. Il laboratorio di analisi, la clinica

medica, sono esempi che vengono solitamente fatti per evidenziare come la stessa attività

tipicamente libero-professionale può generare redditi d’impresa. Vediamo invece nel reddito

di lavoro dipendente le regole di tassazione perché la definizione normativa è abbastanza

chiara, muove dai principi posti dall’art. 2094 cod. civ., cioè dal concetto di

SUBORDINAZIONE. Il reddito di lavoro dipendente è costituito da tutte le somme e i

valori percepiti in relazione al rapporto di lavoro. Così si esprime l’art. 51 TUIR. Questa

norma è stata modificata circa 10 anni fa col d. lgs. 314/97 che ha previsto la disciplina

fiscale previdenziale in materia di redditi di lavoro. Quindi viene fatto un riordino normativo

che ha condotto a questa formulazione. La norma precedente invece adottava una diversa

espressione, infatti nella disposizione precedente, il reddito di lavoro era costituito dai

compensi in denaro o in natura percepiti in dipendenza del rapporto di lavoro. Quindi la

norma attuale ha sostituito l’espressione somme e valori con quella precedente di compensi

in denaro o in natura e poi ha anche sostituito la parte finale della norma, in cui diceva

quella precedente, compensi percepiti in dipendenza dal rapporto di lavoro, con quella

attuale in relazione al rapporto di lavoro. Queste modifiche non hanno significato

meramente letterale anzi introducono conseguenze profonde e sono state evolute perché

evidenziano il passaggio da una nozione di tipo corrispettivo del reddito di lavoro

dipendente ad una nozione di tipo onnicomprensivo. Quindi via via il reddito di lavoro

dipendente si avvicina al reddito di entrata, che è una delle caratteristiche del reddito di

impresa, e perde la connotazione originaria di reddito prodotto che invece ritrovavamo per il

reddito dipendente, ritroviamo, in qualche modo, anche per il reddito di lavoro autonomo.

Questo cosa significa? Che qualunque entrata, sia in termini monetari (somma) sia in

termini di valore economico (valore), costituisce reddito di lavoro dipendente se

percepiti in relazione al rapporto di lavoro. Quindi viene accolta la nozione di

ONNICOMPRENSIVITA’. Perché questo passaggio dalla nozione corrispettiva ad una

nozione onnicomprensiva del reddito di lavoro dipendente? La normativa del 1997 si

intitola: “Armonizzazione della disciplina fiscale previdenziale”. Il principio di

onnicomprensività, in realtà, era stato già da tempo accolto dalla disciplina previdenziale ai

fini dell’applicazione dei contributi previdenziali. La normativa fiscale invece resisteva

contenendo ancora la regola della TASSAZIONE SU BASE CORRISPETTIVA. Tuttavia

l’esigenza di armonizzare le 2 discipline, in cui in fondo su un’unica base imponibile

insistono rispettivamente contributi previdenziali e prelievo fiscale, ha indotto il legislatore

ad assumere regole omogenee di tassazione. Si avvertiva come la normativa previdenziale

utilizza una base imponibile onnicomprensiva, la normativa fiscale una base imponibile

corrispettiva, questi 2 criteri non erano coincidenti, non corrispondevano tra loro. Allora il

legislatore della riforma del 1997 ha voluto armonizzare le regole di tassazione

previdenziale e fiscale. Ma come è avvenuta questa armonizzazione? Di fatto importando

nella normativa fiscale la regola di origine previdenziale. Quindi il principio di

onnicomprensività che era proprio del diritto previdenziale (la previdenza sociale), è stato

immesso nella legislazione tributaria ed è diventato un principio che la norma adopera

attualmente dal punto fiscale. In questo passaggio però qual è la conseguenza fin troppo

evidente? L’aumento dell’imposizione fiscale sul lavoro perché allargando la base

imponibile cresce la tassazione. Se da un punto di vista fiscale l’allargamento della base

imponibile si giustificava in vista di più intensi trattamenti previdenziali, più sono i

contributi più è la pensione soprattutto se si utilizza un metodo corrispettivo ma anche se si

utilizza un metodo retributivo, questo principio non cambia, se aumenta la base imponibile

fiscale aumenta il prelievo. E quindi aver armonizzato le regole della tassazione con quelle

previdenziali se semplifica il computo di contributi e ritenute, di fatto rende più pesante la

tassazione sul lavoro dipendente. E questo forse era anche l’intento reale del legislatore che

più che per la preoccupazione di mettere un po’ di chiarezza nel settore era forse ispirato,

animato dall’esigenza di recuperare più gettito e quindi allargando la base imponibile è

chiaro che aumentato il gettito e anche la tassazione sul lavoro è risultata più pesante.

D’altronde non possiamo dimenticare che nel passato la tassazione sul lavoro era molto

bassa e via via è cresciuta nel corso del tempo, forse è cresciuta troppo tanto da diventare

insostenibile visto che come l’Unione Europea, nel ………………….. evidenziato in un

proprio studio, l’Italia era uno dei paesi che ha una tassazione di lavoro più alta per il

cosiddetto CUNEO FISCALE, cioè lavoro-tassazione previdenziale-tassazione fiscale. In

passato fino agli anni ’30 era detassato il lavoro salariato poi la tassazione del lavoro era

molto esigua e comunque la base imponibile era di tipo corrispettivo perché costituiva

reddito soltanto appunto il compenso in denaro anche compenso in natura soltanto per la

legislazione degli anni ’70 sono stati tassati. Ma oggi invece viene tassata qualunque

somma o valore percepita dal lavoratore dipendente quindi in un’accezione particolarmente

estesa, accezione che risulta ancora più estesa in virtù della sostituzione dell’espressione

indipendenza con la relazione in relazione, perché l’espressione precedentemente adottata

dalla norma evidenziava una relazione causale necessaria tra rapporto di lavoro ed

erogazione retributiva. Quindi la fonte dell’erogazione era sempre e comunque il rapporto,

se l’erogazione avesse avuto una fonte diversa dal rapporto non sarebbe stata dipendente

dal rapporto di lavoro. Quindi se il titolo dell’erogazione non fosse stato un rapporto di

lavoro la somma non avrebbe potuto essere sottoposta a tassazione. La normativa attuale

invece evidenzia la necessità di un collegamento non più causale ma anche di tipo

occasionale con il rapporto di lavoro. Quindi tutto ciò che nasce nell’ambiente di lavoro,

ancorché non dipendente in senso teologico-funzionale dal rapporto di lavoro, costituisce

reddito. Quindi diciamo alcuni esempi concreti che ci possono aiutare a comprendere

facilmente il fenomeno. In precedenza si riteneva che per esempio le indennità per ferie non

godute, le indennità per licenziamenti ingiustificati, le indennità di rischio di cassa per

esempio per chi maneggia denaro, non fosse impossibile perché il titolo dell’erogazione non

fosse il rapporto di lavoro ma fosse un diverso elemento, appunto l’illecito. Il licenziamento

ingiustificato è un illecito compiuto dal datore di lavoro, le ferie non godute, la rinuncia di

un diritto costituzionalmente garantito come quella alle ferie, ecc. Allora se il titolo non è il

rapporto di lavoro ma anzi il rapporto di lavoro nel caso di licenziamento, di ferie non

godute, cioè rimane un po’ quiescente ma è un illecito o un altro elemento ecc., il reddito

non sarebbe stato imponibile, non poteva essere alzato a tassazione perché mancava questa

componente della dipendenza dal rapporto di lavoro, requisito essenziale che la normativa

prevedeva. Nel momento in cui invece la norma richiede una semplice relazione basta che

quella somma, quel valore maturi nell’ambito del lavoro, nell’ambiente di lavoro che la

tassazione venga considerata possibile. E anche la giurisprudenza su questo punto è più

volte intervenuta, non può essere licenziato chi non lavora, il disoccupato è sempre diciamo

privo di un rapporto di lavoro e non può godere delle ferie chi non lavora, il disoccupato è

sempre in ferie. Quindi in questa prospettiva una relazione col rapporto di lavoro c’è ed è

innegabile e quindi la somma costituisce reddito imponibile ancorché il titolo

dell’erogazione non possa essere ravvisato, rinvenuto nel rapporto di lavoro. Quindi

…………………. considerevolmente il concetto di reddito imponibile ma c’è un limite

rispetto a quest’espansione del reddito di lavoro dipendente? Onnicomprensività significa

che tutto tutto tutto può essere tassato purchè sia stato erogato dal datore di lavoro e

nell’ambito del rapporto di lavoro. In realtà un limite c’è, cioè non è un’espansione che non

conosce limitazioni. Quindi un primo limite è rinvenibile nello stesso concetto di reddito, se

non è un reddito non può essere ricompresso nell’ambito dell’IRPEF. Se il datore di lavoro

per esempio non corrisponde una somma a titolo di reddito ma per esempio a titolo di

rimborso di spese anticipate dal lavoratore dipendente anche qui viene meno la valenza

reddituale ……………………… Per il rimborso spese tuttavia occorre distinguere tra

rimborsi spese veri e propri, cioè quelli che costituiscono per il lavoratore dipendente una

somma che va a ripianare, che consente di recuperare spese anticipate dal lavoratore per

conto del datore di lavoro, rispetto invece a rimborsi di spese che il lavoratore abbia

sostenuto nel proprio interesse, perché in quest’ultima ipotesi un reddito si configura e

quindi in virtù di questa nozione onnicomprensiva della tassazione la somma è tassabile.

Due esempi anche qui: il datore di lavoro dice al lavoratore “vai a comprare questo bene, vai

per me a fare benzina alla mia autovettura” il lavoratore va e paga ovviamente la somma che

gli viene richiesta, produce la documentazione e il datore di lavoro gli rimborsa la somma.

E’ chiaro che una somma utilizzata per conto del datore di lavoro. Se il datore di lavoro la

corrisponde non è reddito imponibile perché il reddito costituisce sempre una ricchezza

incrementale, un quis pluris un quis novi rispetto a quello che esisteva in precedenza. Il

lavoratore ha anticipato una somma di denaro, ha messo di tasca propria una somma che gli

viene restituita. Quindi non c’è un arricchimento ma il lavoratore recupera quanto anticipato

e semplicemente la propria condizione economica resta inalterata perché la somma anticipata

gli viene restituita. Se il lavoratore è pegno delle somme nel proprio interesse compra per

esempio dei libri per conto proprio, fa benzina per conto proprio, lavora lontano dal luogo

di lavoro e poi riceve una somma per pagarsi le spese di benzina, è vero che è un rimborso

di spese perché il concetto di rimborso spese significa una spesa sostenuta viene in qualche

modo appunto ad essere oggetto di una restituzione. Però la spesa asserisce ad un interesse

personale del lavoratore e quindi questa somma che il datore di lavoro gli possa pagare

costituisce un incremento della propria ricchezza perché l’interesse alla spesa è una interesse

che si colloca in capo al lavoratore dipendente, non è l’interesse del datore di lavoro. In

questa prospettiva i rimborsi spese sono tassabili se ovviamente vengono ad essere

rimborsati spese che il lavoratore abbia sostenuto nel proprio interesse. Quindi in questa

prospettiva bisogna distinguere una e l’altra ipotesi. Questo spiega anche perché vi è tutto

un regime delle trasferte perché nelle trasferte il lavoratore dipendente sostiene delle spese

per conto del datore di lavoro e il datore di lavoro che da un ordine di andare presso una

determinata altra località fuori dal comune del domicilio aziendale per porre in essere una

qualunque attività nell’interesse del datore di lavoro. In questa prospettiva se c’è un

rimborso a ……………….. delle spese sostenute durante la trasferta queste somme non

possono essere sottoposte a tassazione. Se invece vi è una somma pagata a titolo forfetario

molto spesso il rimborso anziché essere analitico con esposizione dettagliata di tutte le spese

sopportate viene forfetariamente corrisposto ………………. un rimborso forfetario, allora

il legislatore in questo caso prevede delle FRANCHIGIE. Quindi se fino a una certa soglia

non si applica l’imposta, le vecchie 90.000£ oggi 46,48 euro al giorno, le vecchie 150.000£

per le trasferte all’estero, se c’è fino a una certa soglia non si applica l’imposta al di sopra

si, ma in questo caso perché viene dispensato al lavoratore di produrre la documentazione

riguardante le spese,c’è il cosiddetto rimborso forfetario. In un’accezione onnicomprensiva

del reddito imponibile rientrano anche voci che sfuggono invece ad una configurazione in

senso corrispettiva: le liberalità. Il concetto di liberalità è ontologicamente opposto a quello

di corrispettivo, cioè nel diritto civile si distingue atto gratuito e atto ………………..

nell’atto ………………… c’è un corrispettivo, nell’atto gratuito manca. Se all’atto gratuito

si aggiunge l’ANIMUS DONANDI, l’intento di arricchire qualcun altro, allora siamo in

presenza di una liberalità. E’ evidente come il concetto di liberalità sia molto lontano dal

concetto di corrispettivo perché nella liberalità c’è la volontà di arricchire qualcun altro. Nel

corrispettivo c’è sempre l’idea di un nesso sinallagmatico rispetto ad una controprestazione.

Nell’ambito del rapporto di lavoro il nesso sinallagmatico si ricollega alla formula “do ut

facias”, cioè ti pago perché tu lavori. E’ evidente invece come questa formula sia estranea

rispetto all’idea di liberalità, ti pago perché mi va di pagarti, per arricchirti, per darti una

somma che possa sussidiare meglio la tua condizione economica. La normativa fiscale,

proprio perché accoglie un’idea di onnicomprensività, comprende le liberalità nell’ambito

dei redditi di lavoro dipendente purchè provenienti dal datore di lavoro. Quindi una

liberalità proveniente dal datore di lavoro è imponibile, ancorché sia estranea la concetto di

corrispettivo. Sono tuttavia escluse da tassazione le liberalità che presentino questi 3

requisiti che devono però tutti sussistere, 3 condizioni che devono necessariamente ricorrere

tutte:

deve trattarsi di una liberalità effettuata in favore di una generalità di dipendenti o di

categorie di essi;

deve essere effettuata in occasione di festività o ricorrenze;

non deve essere di importo superiore alle vecchie 500.000£ (2858 euro), non è imponibile.

Per non essere imponibile devono però essere presenti tutte e 3 le condizioni. Se la liberalità

per esempio fosse fatta ad un solo dipendente sarebbe imponibile, se la liberalità superasse

la soglia sarebbe imponibile, se non viene fatta in occasione di festività o ricorrenze non è

imponibile. Si vuole qui evitare la tassazione pacco-dono natalizio perché l’importo, che

non è male, però comunque l’importo non può essere superiore a questa soglia e perché nel

pacco-dono natalizio generalmente c’è la festività del Natale o la ricorrenza ovvero c’è una

destinazione in favore di categorie o generalità di dipendenti. In tutti gli altri casi la liberalità

è imponibile il che significa che la regola è la tassazione delle liberalità, l’eccezione è la non

tassazione ma in presenza di queste 3 condizioni le quali però devono ricorrere tutte. Sono

ancora escluse da tassazione i cosiddetti SUSSIDI OCCASIONALI in occasioni di speciali

esigenze del lavoratore stesso. Il sussidio occasionale è una somma che viene erogata a

fronte di una urgente e indifferibile condizione di bisogno che affligge il dipendente o i suoi

familiari. Un sussidio che il lavoratore può ricevere per esempio dal datore di lavoro se si

deve sottoporre ad un intervento chirurgico, se deve sostenere spese di rilevante entità

anche di urgenza, quindi è una condizione un po’ straordinaria che il legislatore vuol tener

fuori. Però il sussidio non è il regalo fatto in occasione …………………… del matrimonio

della figlia del dipendente, perché non è una condizione di urgenza, di necessità. Si può

sposare ma è una somma che è tassabile, non beneficia dell’esclusione se fatta dal datore di

lavoro, non tutti i regali natalizi ma il datore di lavoro. Vige questa regola della

onnicomprensività del reddito d’entrata, tutto è tassabile. Per quanto riguarda la tassazione

dei valori si pongono maggiori problemi perché se la somma pagata al dipendente è in

denaro nulla questio, l’importo tassabile sarà la somma ricevuta dal dipendente. Se invece il

lavoratore riceve beni, servizi, utilità, vantaggi economici, allora questi devono essere

valutati economicamente. Un tempo la tassazione era limitata solo ai compensi in denaro poi

la norma aggiunse i compensi in natura, oggi aggiunge invece tutti i valori essendo la

tassazione non più ai compensi in natura ma ai valori. Che cosa significa valore dal punto di

vista giuridico? Il concetto di valore è particolarmente aperto perché il legislatore, attraverso

l’espressione valore, intende far riferimento a qualsiasi situazione valutabile

economicamente. Quindi sicuramente un bene o un servizio hanno un valore ma non solo,

un qualunque vantaggio economico valutabile economicamente. Quindi il concetto di valore

è un concetto aperto perché consente di esprimere una monetizzazione attraverso la

valutazione economica, qualunque situazione giuridica vantaggiosa(La tassazione si

riferisce alle somme e ai valori). La norma poi aggiunge valori che il lavoratore dipendente

riceve o ha il diritto di ricevere in favore proprio o dei propri familiari. Quindi non solo e

somme percepite, non solo i valori di beni e servizi ricevuti, ma anche quelli che il

lavoratore avrebbe diritto di ricevere, il che significa che non si collega alla prospettiva

percezione del valore la tassazione ma la si allarga al semplice diritto di ricevere un bene, un

servizio, un’utilità o una qualunque situazione economica vantaggiosa. Facciamo un

esempio. Il proprietario di una squadra di calcio oppure un imprenditore teatrale o un

direttore di spettacoli da degli abbonamenti gratuiti ai propri dipendenti che oltre a gestire

queste attività spettacolistiche o sportive o ludiche, ha anche altre imprese. Quindi il

proprietario del Taranto Calcio che è un imprenditore e che ha altre attività economiche in

tanti altri settori, per esempio offre ai propri dipendenti un abbonamento gratuito alla

squadra di calcio e lo fa anche Moratti, Berlusconi, la Fiat per la Juventus, ecc. Ci sono

gruppi industriali che sono proprietari di squadre importanti (Della Valle, ecc.). quindi

immaginiamo che venga offerto un abbonamento gratuito a una squadra di calcio, ad un

teatro, in questo caso il soggetto ha diritto di ricevere la prestazione perché presentando

l’abbonamento gratuito entra allo stadio senza pagare il corrispettivo. Anche se non andasse

mai allo stadio il lavoratore, il valore dell’abbonamento sarebbe tassato e quello che conta è

il diritto a ricevere, per evitare la tassazione, bisognerebbe rinunciare espressamente, ma

non lo vogliono perché se le risorse diritto alla prestazione ancorché la prestazione non

fosse materialmente fruita, comunque la tassazione si verificherebbe. Appunto la norma

parla di valori ancorché anche se nel caso di diritto di ricevere. Quindi se la prestazione ad

esempio non viene fruita ma il soggetto abbia il diritto di riceverla, deve comunque essere

sottoposto a tassazione. Come si tassano i valori (criterio di tassazione)? La vecchia

normativa, quella abolita con d. lgs. 314/ 1997, prevedeva il CRITERIO DEL CORSO

SPECIFICO, quindi il costo sopportato pro quota dal datore di lavoro. Quindi se il datore

di lavoro sopportava un costo, il costo pro quota, pro capite sopportato dal datore di lavoro,

costituiva reddito per il dipendente. Ovviamente se il datore di lavoro non avesse sopportato

costi non ci sarebbero stati redditi per il dipendente. C’era questa sorta di equivalenza

economica fra somma pagata dal datore di lavoro e reddito in capo al dipendente. E’ chiaro

che questa soluzione consentiva di detassare tutti i casi in cui il lavoratore per esempio

avesse ricevuto dal datore di lavoro dei beni o dei valori o dei servizi gratuitamente

conseguiti dal datore di lavoro stesso. Quindi nel caso specifico il datore di lavoro non paga

il costo dell’abbonamento e lo fornisce gratuitamente, quella somma, nell’esempio che

abbiamo fatto, non sarebbe stata tassata fino alla riforma. Oppure ci sono beni che

l’imprenditore può ricevere a titolo promozionale, l’impresa da al datore di lavoro dei beni e

poi il lavoratore li fornisce. Pensate ai settori di grande distribuzione, i campioni gratuiti, il

datore di lavoro li riceve e poi li distribuisce ai dipendenti. Vecchio sistema non ha un costo

non c’è un reddito, nuovo sistema non conta se il datore di lavoro ha comprato o ha

ricevuto gratuitamente beni e servizi che offre ai dipendenti, ma poiché si tratta di un valore

è sempre reddito imponibile. Quindi sulla base del nuovo sistema vige il CRITERIO

DELLA TASSAZIONE DEL VALORE indipendentemente dal costo. Il datore di lavoro

può aver offerto beni e servizi ai dipendenti anche se non li abbia pagati, quando non li paga

può anche essere più orientato a offrirli ai dipendenti. Se li paga può avere una regola in

più. Però indipendentemente dal costo specifico sostenuto dal datore di lavoro, vige il

criterio della tassazione del valore sulla base delle regole di valutazione del mercato, cioè del

valore venale, il valore di mercato. Il valore viene tassato al dipendente sulla base del valore

di mercato, quello che il lavoratore vede tassato è il valore di mercato del bene. Quindi il

datore di lavoro, nel momento in cui offre beni e servizi, deve stimare il valore del bene e

applicare la ritenuta. Ovviamente poi la ritenuta sarà pagata in denaro, quindi sarà prelevata

dalla parte in denaro della retribuzione. Il lavoratore che abbia ricevuto un viaggio premio,

per esempio, e che immagina sia per lui tutto un vantaggio, quel viaggio se l’è pagato

……………………………………………………… o l’abbonamento per qualunque cosa

che abbia ricevuto, è sottoposto a imposizione. Quindi può sembrare un benefit ma in realtà

è reddito imponibile sul quale l’imposizione viene effettuata e anzi viene effettuata a valore

di mercato. Per cui se il datore di lavoro ha pagato a 10, anche immaginiamo il viaggio

premio, un imprenditore compra da un’agenzia di viaggi molti viaggi e quindi può per

esempio pagarli a prezzo scontato. Se invece lo offre ai dipendenti la tassazione avviene sul

valore di catalogo non sulla base del prezzo pagato per il criterio del valore di mercato. Solo

se invece si tratta di beni che l’imprenditore abbia prodotto il valore è quello del prezzo

all’ingrosso, non è ancora in corso specifico, non è il valore di mercato ma è il prezzo

all’ingrosso. Un’impresa che produce certi beni, generi di consumo li offre ai dipendenti,

allora la tassazione in capo ai dipendenti avviene sulla base del prezzo all’ingrosso non sulla

base del prezzo di mercato. Quindi questo è un aspetto abbastanza particolare. Vi sono poi

dei casi in cui il valore viene forfetizzato, quando non è facile determinarne la consistenza.

Pensiamo alle auto aziendali concesse ad uso promiscuo. Difficile andare lì a stimare il

valore venale, non tanto dell’autovettura, ma dell’utilizzo dell’autovettura che è promiscuo.

Qui la norma utilizza un criterio che si guarda appunto un importo pari alle tariffe ACI

moltiplicate per una percorrenza convenzionale media di 15.000Km e si ha il 50 poi ridotto

al 30. però questo è un aspetto …………….. Perfino i prestiti offerti ai dipendenti, il

dipendente per esempio di un’azienda di credito prende il mutuo da una banca (datore di

lavoro), se lo prende dalla propria banca costituisce reddito la differenza tra l’interesse

pagato e quello che corrisponde al tasso di sconto, nella misura del 50% dell’ammontare.

Quindi il tasso di sconto 8%, l’interesse pagato ……………. del 24%, il 50% della

differenza costituisce reddito. perfino l’alloggio ai dipendenti offerto gratuitamente

costituisce reddito nella misura corrispondente anche qui ad un importo forfetario che è il

30% della rendita catastale. Quindi in realtà vediamo una tassazione molto estesa che

riguarda la maggior parte delle fattispecie. Restano escluse da tassazione i contributi

previdenziali obbligatori o quelli facoltativi in una misura che però ricorda una soglia

quantitativa. Ora per quanto concerne queste somme in realtà non si tratta di una vera e

propria esclusione. Sebbene la norma dica i contributi previdenziali obbligatori dovuti in

base a norme di legge, a contratto collettivo, a contratto aziendale non sono imponibili, si

riferisce più che a una volontà di esclusione ad un metodo di tassazione, perché la

contribuzione previdenziale è finalizzata a trattamenti previdenziali futuri. Oggi vengono

prelevati contributi in quanto un domani saranno pagate le pensioni, trattamenti in caso di

infortunio, di malattie,ecc. Quindi la contribuzione previdenziale pone al riparo il lavoratore

dipendente da rischi eventuali futuri e consente di acquisire un reddito quando il rapporto di

lavoro sarà cessato o nei casi di invalidità, malattie, ecc. La scelta che il legislatore ha

operato nel nostro sistema è quello della cosiddetta ESENZIONE ESENZIONE-

TASSAZIONE (E.E.T.), che significa appunto esenzione nella fase della raccolta

previdenziale, esenzione durante la fase dell’accumulo previdenziale, tassazione nel

momento di erogazione del trattamento previdenziale. Quindi il contributo pagato dal datore

di lavoro in favore dei lavoratori dipendenti è esente nel momento in cui viene lasciato e

quindi la norma, art. 51 dice: “ Non concorre alla formazione del reddito imponibile “,


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luca d.

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+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di una lezione di Diritto tributario tenuta dal professor Uricchio della facoltà degli studi di Bari che analizza i seguenti temi: interessi e dividendi, guadagni di borsa, giudizio di similarietà, principio di trasparenza, principio di neutralità fiscale, credito di imposta, maggiorazione a titolo di conguaglio.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Tributario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Uricchio Antonio Felice.

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