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5. il debito tributario, come tutti i debiti, si trasmette agli eredi, i quali rispondono solidalmente

verso il fisco secondo una norma che, pur prevista per le sole imposte sui redditi, viene

ritenuta applicabile a tutti i tributi, come regola generale del diritto tributario.

Soggetti attivi sono lo Stato, i Comuni, le Province, le Regioni, le Aree metropolitane, le Camere

di commercio, le Aziende di cura e di soggiorno e turismo, le comunità israelitiche.

La stragrande maggioranza delle imposte sono erariali, soggetto attivo cioè è quasi sempre lo

Stato, il quale può istituire e applicare tributi senza limiti che non siano quelli della Costituzione

(artt. 23 e 53).

Gli enti locali stabiliscono tributi propri “in armonia con la Costituzione” che vanno fissati con legge

dello Stato. Dunque, il sistema tributario è fatto di tributi statali e locali non vietati da principi

nazionali.

Ma solo la Regione ha potestà legislativa. Alla Regione tocca il coordinamento della finanza

pubblica sul proprio territorio, ma sempre secondo i principi consentiti dalla legislazione statale. È

dubbio che questo potere di coordinamento significhi anche attribuzione alle Regioni di istituire con

legge sua tributi degli altri enti locali.

L’art. 119 della Costituzione prevede che la legge dello Stato fissi:

criteri di perequazione delle risorse finanziarie;

 i principi di coordinamento della finanza pubblica;

 i tributi erariali dei quali sia prevista la partecipazione al gettito degli enti locali;

mentre le Regioni hanno il potere di intervenire con legge per l’esercizio dei loro poteri, gli enti

locali possono solo applicare tributi istituiti dallo Stato e, nei limiti consentiti, dalle Regioni.

Per i territori con minore capacità fiscale per abitante, la legge dello Stato istituisce un fondo

perequativo senza vincoli di destinazione. La minore capacità fiscale dovrebbe essere desunta da

reddito e dal consumo procapite della singola Regione.

La somma oggetto dell’imposta da pagare si determina applicando una certa aliquota, o tasso

d’imposta, ad una grandezza chiamata parametro o base imponibile che si ottiene dalla riduzione

in termini monetari di un elemento della fattispecie d’imposta.

La determinazione del parametro è problema centrale del diritto tributario: è oggetto di una

complessa attività, detta accertamento, intorno alla quale ruota l’applicazione delle imposte.

La legge tributaria segue diversi metodi nella determinazione della base imponibile:

 può dettare criteri propri, come quando stabilisce che il reddito dei fondi sia determinato col

sistema catastale, un sistema che fornisce il reddito medio ordinario e non il reddito

effettivo dei fondi;

può rinviare a criteri tecnici, come quando assume le valutazioni della economica

 aziendale;

può introdurre correttivi ad altre regole;

 può rinviare per l’accertamento della base imponibile di un tributo all’accertamento di un

 altro tributo, che riguardi però lo stesso oggetto tassabile.

Per la determinazione della base imponibile, insomma, la legge tributaria può seguir due strade:

1. inseguire la realtà effettiva;

2. assumere criteri presuntivi, criteri di media.

Nel primo caso prevale il criterio della razionalità; nel secondo quello della semplificazione.

Ancora oggi si discute se la tassazione dei redditi vada fatta con criteri di effettività o con criteri di

media.

Da sottolineare che le semplificazioni si legittimano costituzionalmente solo se rispondono alla

comune esperienza, non possono cioè essere puramente arbitrarie. 6

Nella fattispecie tributaria vanno distinte le norme di definizione del fatto tassabile da quelle

probatorie, da quelle cioè che hanno la funzione non di descrivere ma di rappresentare il fatto

tassabile.

Ad esempio, nella tassazione del reddito la rilevanza della spesa èp solo probatoria, serve cioè

solo a provare il reddito tassabile, non ad integrare la base imponibile.

Il problema più delicato della materia è dato dall’uso e dall’abuso delle presunzioni fiscali.

L’elusione fiscale consiste in “atti, fatti, negozi, anche collegati fra loro, privi di valide ragioni

economiche, diretti ad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamento tributario e ad ottenere

rimborsi o riduzioni di imposte, altrimenti indebiti”.

Non esiste nel nostro ordinamento (come invece è per altri) una norma generale antielusiva:

esistono specifiche norme che colpiscono tale fenomeno.

L’elusione, praticamente, consiste nel deliberato abuso delle forme negoziali civilistiche, utilizzate

al solo scopo di ottenere un risparmio d’imposta, difettando la giustificazione economica

dell’operazione.

L’ATTUAZIONE DELLE IMPOSTE: L’ACCERTAMENTO

Riassuntivamente, attuare una imposta vuol dire individuare un presupposto tassabile. Liquidare la

sua base imponibile, applicare ad essa una aliquota e corrispondere la somma che ne deriva alla

amministrazione finanziaria competente.

Pertanto l’applicazione dell’imposta dà luogo a due ordini di attività, cui concorrono sia il privato

che l’amministrazione pubblica:

1. la determinazione dell’imponibile e dell’imposta, detta accertamento;

2. la riscossione, vale a dire il pagamento dell’imposta.

Lo schema astratto, sul piano puramente logico, è il seguente: la riscossione dovrebbe seguire

l’accertamento in quanto si deve pagare ciò che è incontestabilmente dovuto.

Sul piano cronologico, nell’ordinamento tributario, la riscossione tende a precedere l’accertamento,

col meccanismo delle anticipazioni (acconti), salvo conguaglio al momento dell’accertamento

definitivo, o quando può procedersi anche ad un rimborso a favore del contribuente che abbia

versato più del dovuto a titolo provvisorio.

Tutto ciò avviene perché il modo dio applicazione delle imposte non corrisponde solo ad una

esigenza logica, ma anche ad una esigenza pratica che è propria del diritto tributario.

Le imposte sono obbligazioni pubbliche e a tali obbligazioni si applicano le regole del codice civile

sempre che la legge tributaria non disponga diversamente in vista del proprio interesse pubblico.

In che cosa consiste tale interesse?

Nel far pervenire nel modo più semplice e rapido possibile le somme dovute a titolo d’imposta nelle

casse dello Stato il quale deve disporre tempestivamente e costantemente di tali somme per far

fronte alle proprie esigenze di bilancio. Non si tratta di debiti comuni ma di debiti il cui creditore, lo

Stato, non può attendere. Lo Stato, dunque, riscuote tendenzialmente prima che si pervenga

all’accertamento definitivo.

Sia nella fase dell’accertamento che in quella della riscossione possono intervenire atti del

soggetto passivo e/o della amministrazione secondo le regole che seguono:

1. l’organizzazione dell’amministrazione finanziaria: l’Agenzia delle Entrate

.

L’ente preposto dall’ordinamento all’emanazione degli atti relativi alla materia tributaria è l’Agenzia

delle Entrate; sono affidati l’accertamento e la riscossione delle imposte, la comminazione di

sanzioni amministrative.

Struttura e funzionamento vanno inquadrate nella nuova amministrazione finanziaria. Questa è

organizzata secondo un modello, denominato della “agenzie fiscali”, dotate di autonomia

regolamentare amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria.

In merito all’organizzazione interna, la gestione delle singole agenzie è affidata ad un direttore. Le

agenzie istituite sono quattro (Agenzia delle Entrate, Agenzia delle Dogane, Agenzia del Territori

7

Agenzia del Demanio) delle quali l’Agenzia delle Entrate è competente per l’applicazione di quasi

tutti i tributi statali.

2. Gli atti d’accertamento: dichiarazione, avviso d’accertamento, avviso di liquidazione,

concordato, condono.

Per la rilevazione dei fatti tassabili e la quantificazione della base imponibile è prevista una attività

chiamata accertamento. Accertare significa verificare se in concreto si è prodotto un presupposto

d’imposta astrattamente previsto dalla legge; determinare la sua base imponibile. Quando non è

prevista una tale procedura si dice che si tratta di imposte senza accertamento. Le imposte che

studieremo sono tutte caratterizzate dalla presenza dell’accertamento.

Nelle procedure d’accertamento l’atto del privato è detto dichiarazione o denuncia: con essa il

privato informa l’amministrazione finanziaria che un fatto tassabile si è verificato, liquida la base

imponibile ed eventualmente l’imposta.

Nel caso la dichiarazione, alla quale il contribuente è tenuto, non venga presentata, si versa nella

situazione di omessa dichiarazione, situazione che viene punita con sanzioni anche penali. L’atto

di accertamento dell’amministrazione finanziaria è detto avviso di accertamento.

Qualche volta è previsto nella legge che la determinazione dell’imponibile possa essere

“concordata” tra privato e amministrazione finanziaria con un atto detto appunto concordato.

Abbiamo dunque: atto del privato, atto dell’amministrazione, atto del giudice, concordato.

Nella pratica applicazione delle imposte, però, non è necessario che intervengano tutti i tipi di atto;

dipende dal comportamento delle parti. anche un solo atto di accertamento può esaurire la relativa

procedura; ovviamente la sentenza del giudice presuppone sempre un atto dell’amministrazione

impugnato dal contribuente.

Ogni atto è idoneo a chiudere la procedura. La conclusione si ha quando si produce un effetto,

chiamato nella legge e nella pratica “accertamento definitivo” che può significare:

Preclusione per l’amministrazione, per decorso del termine, di impugnare la dichiarazione

 del contribuente;

Preclusione per il contribuente, per decorso del termine, di impugnare l’atto della finanza;

 Preclusione per l’uno o per l’altro soggetto, o per entrambi, di impugnare la sentenza del

 giudice tributario ritenuta sfavorevole.

Si può affermare che: l’effetto della sentenza anche nella materia tributaria è il “giudicato”,

formulato con riguardo all’oggetto della domanda; l’obbligazione tributaria è una obbligazione

legale che ha come causa un determinato fatto economico previsto dalla legge; i fatti che il

contribuente deve dichiarare sono solo quelli che la legge prevede. La dichiarazione è in funzione

della esatta riscossione.

a) La dichiarazione

. La dichiarazione ha l’effetto di liquidare l’imponibile e rendere adempibile

l’obbligazione. Essa è quindi titolo della riscossione e vicolo per l’amministrazione di

seguire determinate regole nell’accertamento: difatti le regole per l’emanazione dell’avviso

di accertamento cambiano a seconda che la dichiarazione sia stata presentata o meno. Se

la dichiarazione non può sostituirsi alla legge ciò vuol dire che, malgrado la sua

presentazione, il contribuente potrà chiedere il rimborso di quanto erroneamente versato

sulla base della dichiarazione e sottoporre al giudice l’accertamento del debito nella sua

effettività. L’amministrazione è obbligata a rimborsare l’imposta erroneamente dichiarata.

b) L’avviso di accertamento è un atto dell’amministrazione pubblica, vincolato dalla legge

tributaria: l’individuazione del presupposto d’imposta e la determinazione della base

imponibile non sono frutto della valutazione dell’interesse pubblico fatta

dall’amministrazione, ma sono fatti dalla legge. Con esso si determina il quantum della

obbligazione da riscuotere ed è atto idoneo alla determinazione definitiva, qualora non

venga impugnato. 8

L’imposizione, nel sistema tributario fondato sul principio di legalità, è compito della legge e

non dell’atto della finanza, la quale deve limitarsi appunto a verificare l’esistenza di quanto

stabilito dalla legge.

c) con l’avviso l’amministrazione individua il presupposto, determina la base imponibile,

individua l’aliquota e liquida l’imposta. L’iter logico che l’amministrazione deve seguire è

detto motivazione e consiste nella individuazione degli elementi di fatto e di diritto sui quali

si fonda la pretesa fiscale. essa serve a consentire il controllo, da parte del contribuente

accertato, di quegli elementi perché li possa sottoporre, ove interessato, alla valutazione

del giudice.

Mancando una legge generale sull’accertamento nelle singole leggi d’imposta, non sempre

è previsto l’obbligo della motivazione a pena di nullità. Tuttavia lo Statuto dei diritti del

contribuente qualifica la motivazione degli atti dell’Amministrazione finanziaria come

principio generale dell’ordinamento tributario.

Non esistono accertamenti che non debbano essere motivati. E se l’obbligo della

motivazione è un principio generale, esso sussiste anche quando non sia espressamente

contemplato dalla legge.

d) prima di emanare l’avviso di accertamento, l’amministrazione esercita poteri d’indagine,

diretti a reperire la materia tassabile, che sono analiticamente previsti nelle singole leggi

d’imposta. Si parla anche a questo proposito di accertamento, ma solo per intendere

l’attività istruttoria dell’amministrazione che rimane irrilevante fino a quando non sfocia

nell’atto scritto, detto avviso d’accertamento.

e) La determinazione dell’imposta, della somma che deve essere pagata dal contribuente,

non sempre è indicata nell’avviso: in alcune imposte essa è rimessa ad atto successivo a

quello di accertamento, chiamato avviso di liquidazione.

f) Vi è un atto di accertamento che possiamo definire comune al contribuente e

all’amministrazione, detto nella pratica “concordato” e nella legge “adesione

all’accertamento”. L’atto si perfeziona col pagamento dell’imposta e non è impugnabile.

Il ragionamento che è alla base di tale istituto è abbastanza semplice: giacché la definitività

dipende dal comportamento delle parti si può anticipare tale definitività con un accordo fra

le parti quando esse ritengono che l’imposta corrispondente alla propria valutazione.

g) altro modo di definire l’imponibile è il concordato fiscale, detto anche legale. L’esigenza di

tali provvedimenti legislativi (discutibili dal punto di vista dei principi costituzionali) nasce

quando si passa da un regime ad un altro e si vogliono eliminare le liti pendenti o ancora

possibili. Naturalmente, questi provvedimenti hanno avuto anche lo scopo di assicurare un

certo prevedibile gettito allo Stato.

3. Autotutela dell’Amministrazione finanziaria

Secondo un principio generale del diritto amministrativo, accolto tardivamente nella materia

tributaria, gli uffici dell’Amministrazione finanziaria possono procedere, salvo che sia intervenuto il

giudicato, all’annullamento totale o parziale dei propri atti ritenuti illegittimi o infondati, con

provvedimento motivato comunicato al destinatario dell’atto.

Le principali ipotesi sono le seguenti: errore di persona, evidente errore logico o di calcolo, errore

sul presupposto dell’imposta, doppia imposizione, errore materiale del contribuente facilmente

riconoscibile dall’Amministrazione.

È possibile distinguere due tipi di autotutela.

La prima ricorre quando l’atto non è divenuto definitivo, perché pende il termine per l’impugnazione

o il giudizio istaurato attraverso il ricorso contro lo stesso.

Il secondo tipo di autotutela è quello che riguarda atti divenuti invece definitivi: nel qual caso

l’autotutela è volta ad assicurare la conformità dell’azione amministrativa ai principi di imparzialità e

buon andamento (art. 97 Cost.) in presenza di situazioni nelle quali l’illegittimità dell’atto è

assolutamente palese e come tale percepibile dalla collettività.

4. L’interpello

a) interpello speciale nella disciplina antielusiva. 9

Con legge 413/1991 è stato istituito il cosiddetto interpello relativamente a talune fattispecie

potenzialmente elusive: si tratta del potere del contribuente di rivolgersi all’Amministrazione perché

essa dichiari la propria interpretazione di una determinata legge ritenuta incerta dal contribuente

stesso.

Il parere rilasciato dall’Amministrazione è vincolante per la stessa. L’organo preordinato a tale

funzione è il Comitato consultivo per l’applicazione delle norme antielusive che esprime pareri su

richiesta del contribuente in ordine a casi concreti. Il Comitato è tenuto a pronunciarsi entro

sessanta giorni dalla richiesta o, al più, entro ulteriori sessanta giorni dal ricevimento di una

formale diffida, decorsi i quali la mancata pronuncia equivale ad assenso.

b) interpello ordinario.

L’art. 11 della legge 212/2000 (Statuto dei diritti del contribuente) ha ampliato la portata dell’istituto

con una procedura residuale.

Infatti al contribuente è consentito formulare istanza di interpello alla Direzione regionale

dell’Agenzia delle Entrate rispetto a qualsiasi fattispecie in cui ricorra un’obiettiva condizione di

incertezza sull’interpretazione di disposizioni relative a casi concreti e personali.

L’Amministrazione interpellata ha centoventi giorni per formulare una risposta scritta, motivata e

vincolante rispetto alla sola questione in oggetto. Se entro il termine suddetto nessuna risposta

perviene al contribuente interpellante, si intende che l’Amministrazione concordi con la soluzione

prospettata dal richiedente nella propria istanza. L’Amministrazione può rettificare la propria

risposta nei confronti del contribuente solo qualora questi non si sia ancora adeguato alla

posizione espressa o non espressa (mediante silenzio-assenso): in tal caso, essa può recuperare

le imposte eventualmente dovute, ma non irrogare le sanzioni. Se invece il contribuente, quando

l’Amministrazione cambia orientamento, si è già uniformato al comportamento sul quale aveva

richiesto ed ottenuto parere favorevole, non gli potrà essere avanzata nessuna richiesta.

LA RISCOSSIONE

Gli atti della riscossione: iscrizione a ruolo, ingiunzione fiscale, avviso di mora.

Abbiamo detto che le obbligazioni tributarie sono obbligazioni pubbliche subordinate alla cura di un

interesse pubblico. Tale interesse è quello che la giurisprudenza costituzionale ha chiamato

“interesse fiscale”, inteso come interesse generale della collettività, in quanto rende possibile il

regolare funzionamento dei servizi pubblici.

La riscossione deve essere regolare e costante: essa deve garantire un flusso periodico e costante

di entrate per consentire all’ente pubblico una disponibilità di mezzi monetari per fronteggiare le

spese.

Consta in una serie di atti, sia del privato che della finanza, che tendono a precedere

cronologicamente l’accertamento definitivo. Tale precedenza, tale anticipazione, si fonda sui

seguenti istituti:

a) il versamento di acconti sia da parte del contribuente, sia da parte di terzi (sostituti

d’imposta) per suo conto;

b) il potere dell’amministrazione di ordinare pagamenti sia sulla base della dichiarazione,

quando non sia stato assolto l’obbligo del versamento, sia quando penda la lite, quando

cioè l’accertamento è stato impugnato davanti al giudice tributario. In quest’ultima ipotesi

l’amministrazione è legittimata a ordinare il pagamento di frazioni crescenti dell’imposta in

corrispondenza dei diversi gradi di giudizio;

c) il rimborso dell’imposta quando gli acconti e i pagamenti effettuati pendente il giudizio

siano maggiori dell’imposta definitivamente accertata.

Nella riscossione, l’atto del privato è detto versamento: si versa l’imposta dichiarata. Per effetto di

una regola introdotta dallo Statuto del contribuente, questi può compensare eventuali crediti che

abbia verso l’Amministrazione col suo debito fiscale. Opera, dunque, la regola civilistica della

compensazione. 10

L’atto della finanza contenete l’ordine di pagare era storicamente l’iscrizione a ruolo per la quasi

totalità delle imposte e l’ingiunzione fiscale solo per talune imposte indirette.

Gli atti della riscossione – iscrizione a ruolo e ingiunzione fiscale – si caratterizzano per una certa

loro astrattezza in quanto producono sempre lo stesso effetto, obbligano il contribuente a pagare

quanto risulta dal loto contenuto e diventano titoli per l’esecuzione forzata in caso di

inadempimento.

I crediti tributari dello Stato sono crediti privilegiati (artt. 2752 c.c.).

La nuova disciplina del contenzioso tributario attribuisce al giudice il potere di sospendere la

riscossione fino alla data di pubblicazione della sentenza di primo grado quando dall’atto

impugnato possa derivare al contribuente un danno grave ed irreparabile.

Vista la riscossione, vediamo adesso i singoli atti dell’amministrazione finanziaria.

L’iscrizione a ruolo è l’atto della riscossione da parte dell’amministrazione per tutte le imposte e

le entrate dello Stato. Ad esso l’amministrazione ricorre quando il contribuente non versa

spontaneamente l’imposta dovuta e quando viene accertata dall’ufficio un’imposta non dichiarata. I

titoli che fondano l’iscrizione a ruolo sono: la dichiarazione, l’avviso di accertamento, la sentenza

del giudice. L’effetto è sempre lo stesso: l’ordine di pagare e fondare eventualmente l’esecuzione

forzata.

Dire “ruolo” vuol dire riscossione affidata ad un soggetto estraneo alla amministrazione chiamato

agente della riscossione.

I ruoli sono elenchi di contribuenti in ordine alfabetico che indicano, per ciascuno di essi, le

generalità, il domicilio fiscale, il periodo d’imposta, l’imponibile, l’aliquota, l’imposta, la motivazione,

l’ammontare delle imposte già versate, l’imposta di cui si chiede il pagamento, gli interessi e le

sanzioni amministrative pecuniarie.

La voce del ruolo relativa ad un singolo contribuente è detta iscrizione a ruolo, contro la quale è

ammesso ricorso al giudice.

L’agente della riscossione non acquista la titolarità del credito d’imposta, che è

dell’amministrazione finanziaria, ma solo l’esercizio di esso.

La notificazione dell’iscrizione a ruolo obbliga il contribuente a pagare entro sessanta giorni; dorso

inutilmente tale termine, il concessionario procede all’espropriazione forzata. Il procedimento è

disciplinato dal c.p.c., salve le disposizioni della legge tributaria.

Il ricorso contro l’iscrizione a ruolo non sospende la riscossione.

Gli effetti dell’iscrizione a ruolo possono riassumersi così:

a) la legittima iscrizione a ruolo non comporta l’acquisizione definitiva della somma riscossa,

anche se può fondare l’esecuzione forzata;

b) l’accertamento definitivo dell’imposta può fondare un diritto al rimborso della somma

riscossa in base all’iscrizione a ruolo. Il rimborso comporta la corresponsione degli

interessi;

c) il giudizio circa l’esistenza e la misura del debito per il verificarsi di un certo presupposto è

autonomo rispetto al giudizio sulla legittimità della iscrizione a ruolo.

L’atto iniziale del procedimento di riscossione coattiva è l’ingiunzione fiscale, la quale consiste

“nell’ordine emesso dal competente ufficio dell’ente creditorie di pagare, entro trenta giorni, sotto

pena degli atti esecutivi, la somma dovuta”.

L’ingiunzione, dopo la riforma del 1999, sopravvive come istituto della riscossione coattiva degli

enti locali (comuni e province), quando essi provvedono in proprio alla riscossione coattiva e non

ricorrono al concessionario.

L’ingiunzione presenta le seguenti caratteristiche:

a) contiene l’indicazione del debito d’imposta che, di regola, è stato già portato a conoscenza

dell’obbligato mediante l’avviso di accertamento o l’avviso di liquidazione;

b) contiene ,’ordine di pagare, sicché in caso di mancato versamento dell’imposta e dei relativi

accessori (sanzioni, interessi) entro il termine stabilito dalla legge, l’ente impositore è

legittimato a procedere alla esecuzione forzata senza che sia necessaria la notificazione di

un ulteriore atto; 11

c) è il titolo esecutivo per la riscossione di alcune imposte indirette, l’atto necessario e

sufficiente a legittimare l’esecuzione forzata.

L’ingiunzione è atto eventuale che si colloca, al pari dell’iscrizione a ruolo, alla fine della seguente

sequenza di pagamento delle imposte indirette. È espressione del potere di riscuotere, emessa

dall’ufficio tributario dell’ente impositore; deve essere vidimata e resa esecutiva dal giudice

dell’esecuzione nella cui giurisdizione ha sede l’ufficio che la emette.

La vidimazione del giudice non trasforma l’ingiunzione da atto amministrativo in atto

giurisdizionale, ma si sostanzia in una sorta di controllo formale del titolo emesso dall’ente in modo

da attribuire ad esso efficacia esecutiva. Il giudice non controlla il merito della pretesa tributaria, in

quanto non è organo dell’amministrazione.

L’ingiunzione deve essere notificata e deve contenere l’ordine di pagare entro 30 giorni dalla

notificazione.

L’impugnazione della ingiunzione non sospende la riscossione; la sospensione può, però, essere

disposta dallo stesso ente impositore.

OBBLIGHI DEL PRIVATO E POTERI DELL’AMMINISTRAZIONE FINANZIARIA

Gli atti del privato.

Gli atti distinti del privato, dichiarazione e versamento, riconducibili nelle due procedure di

accertamento e di riscossione, vengono identificati nella pratica col riassuntivo e suggestivo

termine di autotassazione. Il termine è improprio in quanto il contribuente non si autotassa (la

tassazione è prevista dalla legge), ma con esso si vuol dire che lo stesso contribuente rileva

doverosamente l’esistenza del fatto tassabile, liquida l’imponibile e l’imposta e adempie

spontaneamente il debito.

La violazione degli obblighi dà luogo a sanzioni, anche penali.

La funzione di controllo e le attività della P.A.

Quando l’amministrazione riscontra la violazione di obblighi ai quali il contribuente è tenuto, non

solo la dichiarazione e/o il versamento, commina sanzioni amministrative con lo stesso avviso di

accertamento dell’imposta o con atto distinto.

L’amministrazione svolge una complessa funzione di controllo dell’attività del privato che si articola

in questi tre settori: di accertamento, di riscossione, di comminazione di sanzioni.

Decadenza e prescrizioni.

Gli atti della finanza sono sottoposti a decadenza: ogni potere d’accertamento, di riscossione, di

comminazione di sanzioni può essere validamente compiuto entro un termine di decadenza

previsto dalla legge. Il vizio dell’atto per avvenuta decadenza è un vizio insanabile.

Diverso dal termine di decadenza è quello di prescrizione del credito della finanza il quale decorre

da quando l’imposta diventa esigibile: se la legge tributaria non dispone diversamente, il termine di

prescrizione è quello ordinario decennale.

La competenza territoriale degli uffici delle imposte e il domicilio fiscale.

In materia di imposte dirette, la competenza ad effettuare gli accertamenti e controlli è attribuita

all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate nella cui circoscrizione è il domicilio fiscale del soggetto

passivo.

Viene, così, in considerazione l’istituto del domicilio fiscale. 12

Il fatto che tutti i soggetti passivi debbano avere un domicilio fiscale distingue l’istituto in questione

da quello regolato dalle norme di diritto privato. Questo rappresenta una manifestazione di

autonomia della volontà individuale, mentre il domicilio fiscale rappresenta, invece, una limitazione

dell’autonomia del singolo poiché è la legge che lo impone per agevolare l’applicazione delle

imposte.

Il domicilio fiscale ha anche la funzione di stabilire il luogo di notifica degli atti alo soggetto passivo,

nonché il Comune che ha il potere di intervenire nelle procedure di accertamento relative alle

persone fisiche.

Il domicilio fiscale è stabilito:

a) per le persone fisiche residenti, nel Comune nella cui anagrafe esse sono iscritte;

b) per le persone fisiche non residenti, nel Comune in cui si è prodotto il reddito o, se il reddito

è prodotto in più Comuni, nel Comune in cui è stato prodotto il reddito più elevato;

c) per i soggetti diversi dalle persone fisiche, nel Comune in cui si trova la sede legale.

Con riguardo alle imposte indirette, l’Ufficio tributario competente alla loro applicazione viene

identificato mediante la localizzazione del presupposto di fatto, per cui esso coincide con quello

nella cui circoscrizione si è verificato tale presupposto. Ciò risulterebbe spesso impossibile per le

imposte dirette, considerato che sia il reddito che il patrimonio dei soggetti passivi sono

frequentemente localizzati in più zone del territorio.

Il divieto della doppia imposizione.

In materia d’imposte sui redditi è stabilito che “la stessa imposta non può essere applicata più volte

neppure nei confronti di soggetti diversi”. La norma costituisce un principio generale del diritto

tributario applicabile a tutte le imposte.

Si ha doppia imposizione o quando l’amministrazione colpisce lo stesso oggetto più volte presso lo

stesso soggetto o lo colpisce nei confronti di più soggetti.

La norma (secondo il prof. De Mita) va intesa in questo modo: la prima imposizione costituisce

preclusione assoluta perché ne avvenga una seconda, sia presso il primo soggetto tassato che nei

confronti di altri.

Diversa dalla doppia imposizione è la doppia riscossione o duplicazione nella riscossione che

costituisce motivo di rimborso. Essa si risolve in un errore materiale ed ha rimedi propri.

Il divieto della doppia imposizione va fatto valere in sede di accertamento, quello della doppia

riscossione in sede di rimedi contro gli atti della riscossione.

Le regole generali nell’applicazione delle imposte: lo Statuto del contribuente.

Le norme di applicazione delle imposte possono essere distinte in due categorie:

a) norme strettamente legate al presupposto della imposta cui si riferiscono, sicché non si

pone il problema dina loro applicazione al di fuori del proprio campo;

b) norme invece che sono formulate non con l’attenzione rivolta all’oggetto del tributo, ma

all’interesse fiscale, alla sicura e sollecita riscossione o all’interesse del privato ad essere

tassato in base a quanto previsto dalla legge.

La giurisprudenza, sia quella ordinaria che quella costituzionale, ha cominciato a rilevare che molti

istituti non sono strettamente legati alla struttura dell’imposta nella cui disciplinarono compresi.

In conclusione, quando un istituto o una regola sia stata introdotta nell’ordinamento tributario come

disposizione di legge relativa ad un singolo tributo, ma senza essere necessariamente legata alla

struttura di quel tributo, la mancata applicazione di essa ad altri tributi provoca disparità di

trattamento. La Corte ha dichiarato illegittime alcune disposizioni là dove queste “non dispongono”

quanto previsto per alcune imposte e non per altre. Il che vuol dire che il problema della disparità

di trattamento può essere risolto sul piano interpretativo dallo stesso giudice di merito.

Questa situazione di carattere storico ha subito una svolta con l’approvazione dello Statuto dei

diritti del contribuente (l. n. 212/2000). Questa legge, ispirandosi espressamente agli artt. 3, 23, 53

13

e 97 della Costituzione, intende introdurre nell’ordinamento dei principi generali con l’aspirazione

ad una relativa stabilità delle leggi tributarie.

Si tratta di un insieme di principi generali già desumibili dall’ordinamento secondo una lettura

attenta ai principi costituzionali.

L’art. 1 prevede che “le disposizioni dello Statuto costituiscono principi generali dell’ordinamento

tributario e possono essere derogate o modificate solo espressamente e mai da leggi speciali”.

I principi generali, applicabili a tutte le imposte, sono i seguenti:

a) l’interpretazione autentica delle leggi tributarie è di regola vietata; il che vuol dire che è

vietata la modifica di leggi tributarie fatte con disposizioni ambigue della cui natura sia poi il

giudice a stabilire la portata innovativa i interpretativa;

b) le leggi tributarie non possono avere effetto retroattivo se non nei casi di interpretazione

autentica legittima (art. 3). Questo principio tutela la libertà economica dei cittadini in

quanto assicura la prevedibilità del carico fiscale relativo alle operazioni economiche poste

in essere;

c) le leggi tributarie, dal punto di vista della forma, devono osservare i canoni della chiarezza

e trasparenza (art. 2);

d) i termini di prescrizione e di decadenza per gli accertamenti di imposta non possono essere

prorogati (art. 3, terzo comma);

e) il divieto di istituire con decreto legge nuovi tributi o estendere la portata soggettiva di tributi

esistenti (art. 4). Tale disposizione potrebbe apparire di dubbia costituzionalità, come

limitativa di poteri costituzionali del Governo, se non consacrasse una prassi già

consolidata;

f) l’Amministrazione finanziaria ha l’obbligo di assumere idonee iniziative al fine di consentire

la completa e agevole conoscenza delle dissezioni legislative e amministrative vigenti in

materia tributaria;

g) l’Amministrazione finanziaria deve assicurare l’effettiva conoscenza da parte del

contribuente degli atti a lui destinati;

h) gli atti dell’Amministrazione finanziaria devono contenere la motivazione, indicando i

presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione

dell’Amministrazione (art. 7);

i) sono sempre ricorribili davanti al giudice amministrativo gli atti tributari che non siano già

impugnabili davanti al giudice tributario;

j) l’obbligazione tributaria può essere estinta anche per compensazione (art8);

k) grande rilievo assumono i principi della tutela dell’affidamento e della buona fede e della

non punibilità degli errori del contribuente (art. 10). I rapporti fra contribuenti e fisco sono

improntati al principio della collaborazione e della buona fede;

l) la legge prevede anche talune garanzie a favore del contribuente sottoposto a verifiche

fiscali (art. 12) ed istituisce la figura del Garante del contribuente al quale i soggetti

interessati possono segnalare disfunzioni, irregolarità, prassi amministrative anomale o

irragionevoli o qualunque altro comportamento suscettibile di incrinare il rapporto di fiducia

tra cittadini e Amministrazione finanziaria (art. 13).

LE SANZIONI FISCALI

Le sanzioni fiscali.

L’attuazione delle imposte riposa sulla collaborazione del contribuente al quale la legge impone

una serie di obblighi.

In un sistema tributario, nel quale l’attuazione delle imposte è rimessa prevalentemente alla

iniziativa e quindi alla buona volontà del privato, la funzione delle sanzioni diventa importantissima.

Essa vuole essere una funzione deterrente, quella cioè di indurre, sotto la minaccia di una

punizione, ad osservare la legge tributaria.

Coesistono sanzioni di vario tipo; tale coesistenza – che a volte diventa un groviglio – non

consente di cogliere agevolmente la funzione delle singole sanzioni. Le disposizioni sanzionatorie

si trovano o in leggi organiche o nelle singole leggi d’imposta. 14

A) le sanzioni penali sono quelle riconducibili ai tipi di sanzioni previste dal codice penale per

i delitti (reclusione e multa) e per le contravvenzioni (arresto e ammenda). Naturalmente

sono le leggi finanziarie che prevedono le norme incriminatici.

Va premesso in line generale che l’inadempimento della obbligazione tributaria accertata

non dà luogo a punibilità penale: l’arresto per debiti non esiste neppure nella materia

tributaria, dove l’inadempimento dell’imposta esigibile dà luogo soltanto a particolari forme

di esecuzione forzata. Si distinguono i reati di evasione da quelli di pericolo.

Si hanno reati di evasione quando è sanzionata penalmente la sottrazione dell’imposta: il

contribuente non dichiara fedelmente l’imposta dovuta, accertata poi dal fisco; reati di

pericolo si hanno quando vengono sanzionati quei comportamenti tesi inequivocabilmente

a favorire l’evasione, come la falsificazione e l’utilizzo di fatture false, la mancata

osservanza delle regole relative alle scritture, ecc.

La nuova normativa si riferisce alla categoria dei reati di evasione: prevede poche figure

criminose, caratterizzate da “rilevante offensività”, costituita dalla evasione dolosa, dalla

evasione cioè preveduta e voluta come conseguenza della propria azione od omissione.

Le nuove figure di reato ruotano principalmente intorno alla dichiarazione delle più

importanti imposte periodiche, imposte sui redditi ed IVA. Le figure criminose fondamentali

consistono nell’omessa dichiarazione, nella dichiarazione infedele e nella dichiarazione

fraudolenta.

Rispetto al sistema delineato dalla legge del 1982, oggi l’ordinamento non punisce più i

comportamenti antecedenti l’evasione, espungendo radicalmente il modello di “reato

prodromico” (tale sarebbe un tentativo di evasione che non si realizzasse con la

dichiarazione): anche se gli atti precedenti la dichiarazione sono tali da manifestare un

disegno criminoso di evasione, tale disegno non è punibile fino a che non si traduca in una

delle dichiarazioni incriminabili.

La nuova legge penale, inoltre, a differenza di quella abrogata, non consente più il cumulo

della sanzione penale con quella amministrativa in testa allo stesso soggetto per lo stesso

fatto. La legge oggi dispone che si applica o l’una sanzione o l’altra, vale a dire quella

speciale, cioè quella che, rispetto ad un’altra, pur contenendo tutti gli elementi di essa, ne

contiene alcuni in più, detti “specializzanti”.

È stata confermata la regola della reciproca autonomia del processo penale e del processo

tributario; soppressa la pregiudicale tributaria, oggi si applica la regola del c.p.p., secondo

la quale il giudice penale risolve incidentalmente ogni questione civile, penale o

amministrativa, anche se la decisione non ha efficacia vincolante in nessun altro processo.

B) La sanzione amministrativa tecnicamente è un’obbligazione che, in caso di

inadempimento, è soggetta all’esecuzione forzata. Fino alla riforma del 1997 coesistevano

nel nostro ordinamento due tipi di sanzioni amministrative aventi un prevalente profilo di

obbligazioni civili che comportava: la trasmissibilità dell’obbligazione agli eredi, la non

convertibilità della sanzione amministrativa in sanzione penale, la responsabilità solidale

nel caso di trasgressione imputabile a più soggetti.

Le due sanzioni erano la pena pecuniaria e la soprattassa. Si diceva che la soprattassa

avesse funzione risarcitorio in quanto tendeva a compensare l’erario della mancata

disponibilità delle somme dovute, mentre la pena pecuniaria avrebbe avuto una funzione

prevalentemente punitiva (affittiva) dove la valutazione dell’elemento oggettivo faceva di

essa una sanzione a carattere personale, come tale, secondo la dottrina (ma non secondo

la giurisprudenza pratica) intrasmissibile agli eredi.

La legge delega n. 662/1996 ha ridotto le due sanzioni amministrative vigenti ad una sola

grosso modo modellata sulla pensa pecuniaria.

Viene accolto, difatti, il principio della personalità (sicché l’obbligazione non è trasmissibile

agli eredi) e il principio della colpevolezza, sicché diventa di grande momento il profilo

soggettivo della condotta.

Altra sanzione, avente carattere accessorio, è la chiusura di un pubblico esercizio o negozio,

ovvero di uno stabilimento commerciale o industriale, chiusura che può essere disposta da un

minimo di tre giorni fino al massimo di un mese. 15

Per le trasgressioni represse con sanzioni penali può essere ordinata dal giudice la confisca delle

cose che servirono o furono destinate a commettere reato e delle cose che ne sono il prodotto o il

profitto.

Le sanzioni amministrative sono inflitte dall’amministrazione finanziaria (è la legge che prevede le

competenze dell’ufficio accertatore). Anche il potere di irrogare sanzioni è sottoposto a termini di

decadenza.

Il giudice tributario e la stessa Amministrazione possono dichiarare non dovuta la sanzione

amministrativa quando la violazione è stata causata da obiettiva incertezza sulla portata

e sull’ambito della legge tributaria. Il che può avvenire per contrasto sulla interpretazione della

legge causata da fonti autorevoli, in particolare dalla giurisprudenza e dalla stessa

amministrazione.

Si è dato rilievo anche alle cause di forza maggiore che impediscono l’assolvimento di obblighi

tributari (mancata presentazione della dichiarazione a causa di uno sciopero).

Esiste una polizia tributaria costituita dagli ufficiali e dagli agenti che danno luogo alla applicazione

delle sanzioni fiscali penali.

I PROCESSI TRIBUTARI

La lite tributaria.

Gli atti della finanza emanati nell’esercizio della potestà di accertamento, di riscossione e di

irrogazione di sanzioni amministrative, possono essere impugnati davanti al giudice tributario. Il

ricorso è l’atto introduttivo della lite tributaria, le cui parti sono, come attori, i soggetti passivi

d’imposta (compreso il sostituto e il responsabile d’imposta) e, come convenuta, l’amministrazione

finanziaria o altro ente impositore.

L’oggetto del processo tributario si atteggia differenziatamene a seconda del motivo del ricorso e

della domanda che è rivolta a l giudice, a pena di inammissibilità, nel ricorso stesso.

Gli atti che, secondo la legge, puntualizzano l’interesse a ricorrere sono:

1. per quanto riguarda l’accertamento: l’avviso di accertamento, l’avviso di liquidazione, gli atti

relativi alle operazioni catastali, il rigetto delle domande di condono tributario;

2. per quanto riguarda la riscossione: l’iscrizione a ruolo e l’avviso di mora;

3. per l’irrogazione delle sanzioni: o l’avviso di accertamento dell’imposta che le liquida

insieme alla imposta o l’avviso che le irroga autonomamente.

Qualora manchi o non sia stato notificato uno degli atti sopra elencati (l’elenco è tassativo), il

contribuente che abbia versato l’imposta e che ritenga di aver diritto al rimborso, fa istanza

all’ufficio competente entro i termini stabiliti d legge e, in mancanza, entro due anni dal pagamento

o dal giorno in cui sia sorto il diritto alla restituzione.

Gli atti generali, quelli cioè che si riferiscono ad una generalità di contribuenti, come l’atto istitutivo

di un tributo locale, possono essere impugnati davanti al giudice amministrativo secondo le regole

della giustizia amministrativa.

Quando non si contesta l’illegittimo esercizio di una delle potestà sopra viste, ma si nega in radice

il potere di imposizione, allora si può agire per la lesione dei propri diritti davanti al giudice

ordinario.

Con riguardo alla tipologia delle decisioni del giudice tributario va detto che esse possono essere:

a) decisione di accertamento, di fatto e di diritto, dell’esistenza del debito;

b) decisione di determinazione della base imponibile (cosiddette decisioni estimative, anche

esse di fatto e di diritto). Ovviamente la decisione diventa titolo per il rimborso quando

l’imposta accertata dal giudice è inferiore a quella comunque già assolta;

c) decisioni di annullamento dell’atto per “vizi formali” da cui il ricorrente ritiene che sia affetto

l’atto impugnato;

d) decisioni di accertamento dei presupposti per la comminazione delle sanzioni e della loro

misura. 16

Il processo penale tributario.

Per l’applicazione delle sanzioni penali esiste un processo penale tributario che si svolge secondo

il c.p.p.

Tale processo è del tutto autonomo dal processo tributario e questo dal primo.

RAPPORTO GIURIDICO D’IMPOSTA E ATTI D’IMPOSIZIONE

Riassumendo: l’imposta, come istituto giuridico, si può configurare come un debito del contribuente

(obbligazione tributaria) che trova la sua causa in un fatto economico (presupposto) assunto dalla

legge come manifestazione di capacità contributiva, al quale viene commisurata la somma da

pagare, appunto, a titolo di imposta.

In materia tributaria, il concorso di ciascuno degli atti di applicazione è puramente eventuale e

manca un atto che possa dirsi principale rispetto alla serie degli altri. La composizione degli atti è

variabile: possono ricorrere tutti o uno solo. Dipende, come si è visto, dal comportamento delle

parti.

Il primo punto che va rilevato è che la pluralità degli atti non vuol dire pluralità dei rapporto giuridici.

Vi è un elemento unificante dato, appunto, dalla causa d’imposizione.

Se si verifica l’ipotesi più semplice prevista dalla legge, l’adempimento del debito avviene mediante

u8n versamento da parte del contribuente.

La posizione del contribuente di fronte alla legge è quella di chi ha un diritto soggettivo perfetto:

egli è tenuto a compiere quanto previsto dalla legge. Sicché gli atti che egli compie possono

essere rimossi nei loro effetti sol perché compiuti in assenza o in difformità da quei presupposti:

ritrattazione della dichiarazione, richiesta di rimborso dell’imposta erroneamente versata.

Non è consentito rivolgersi al giudice per rimuovere l’incertezza circa l’esistenza di un obbligo

tributario se non ricorrendo contro atti dell’amministrazione finanziaria. Questi atti, nei loro

contenuti ed effetti, non frantumano il rapporto tributario in tanti rapporti autonomi. L’atto diventa

occasione per l’accertamento del rapporto.

Lo studio dell’imposta, dal punto di vista della struttura, è studio di fatti e di rapporti: al verificarsi

del presupposto economico è dovuta una somma a titolo d’imposta. Lo schema giuridico al quale

la vicenda fiscale è stata paragonata è quello del diritto penale: al verificarsi del fatto di reato viene

inflitta la pena prevista. Lo studio dell’imposta, dal punto di vista applicativo, è studio di atti.

Spiegare l’imposta solo come previsione astratta di un debito è visione corretta, ma insufficiente.

LA CLASSIFICAZIONE DELLE IMPOSTE

1. Imposte dirette e indirette. La più convenzionale delle classificazioni è quella fra imposte

dirette e indirette, incentrata sul tipo di ricchezza oggetto di tassazione.

Si dice che sono dirette le imposte che colpiscono il patrimonio e il reddito; indirette quelle

che colpiscono il trasferimento della ricchezza e il consumo della ricchezza. Si vuol dire che

con la prima forma di tassazione si aggredisce una manifestazione diretta e sicura di

ricchezza, con la seconda una manifestazione indiretta e mediata di ricchezza. La

preferenza per l’una o l’altra è di tipo politico e tecnico.

Oggi la terminologia relativa alla classificazione in esame è quasi del tutto scomparsa: le

attuali imposte “dirette” sono quelle sui redditi che hanno una propria disciplina

d’accertamento e di riscossione nella quale non si ripete più la vecchia terminologia. Il

criterio di identificazione di esse rimane quello economico: dirette sono le imposte sul

patrimonio o sul reddito.

2. Imposte personali e imposte reali. È una classificazione che viene fatta a proposito delle

imposte sui redditi.

Quando nella determinazione dell’imposta si tiene conto di elementi che attengono alla vita

della persona e non alla produzione del reddito (in particolare quando si considerano le

spese personali che sono distinte dalle spese strumentali) si dice che nel tributo vi sono

elementi di personalità. Nel nostro ordinamento l’imposta personale per eccellenza è

17

l’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) che si determina tenendo conto, come

vedremo, di varie spese, diversamente ritenute necessarie.

Nel nostro ordinamento il problema di una tale classificazione si era posto con riguardo alla

imposta sul reddito delle persone giuridiche IRPEG, oggi sostituita dall’IRES: si è ritenuto

che essa sia una imposta personale in quanto fondata sul criterio della residenza: l’imposta

sarebbe personale quando basta la residenza nel territorio di uno Stato perché una

persona sia tassata su tutto il reddito ovunque prodotto. L’elemento della personalità

sarebbe dato dalla residenza della persona nel territorio. È una tesi discutibile in quanto,

come vedremo, dovrebbe essere decisiva la considerazione della struttura della imposta.

3. Imposte erariali e imposte locali. Nel nostro ordinamento una imposta può essere locale

nel senso che soggetto attivo del tributo è un ente locale previsto dalla legge tributaria

come creditore tributario. Questo viene autorizzato dalla legge nazionale ad istituire un

certo tributo (l’istituzione può essere facoltativa o obbligatoria) ed eventualmente ad

integrare con regolamento la disciplina del tributo stesso.

Sicché, quando è istituito un tributo locale e il privato ritenga di essere interessato ad

impugnare la delibera comunale, in quanto ritenga di essere ricompresso fra i soggetti che

in base ad essa saranno tassati, può impugnare davanti al TAR tale delibera; se ritiene di

non farlo, quando riceverà l’avviso di accertamento dell’imposta impugnerà davanti al

giudice tributario l’avviso e il giudice disapplicherà l’atto istitutivo, se la censura del

contribuente risulterà fondata.

L’imposta locale sui redditi (ILOR) era nata invece come tributi erariale con una

giustificazione (la tassazione dei redditi derivanti da patrimonio) che non aveva nulla a che

vedere con la potestà tributaria degli enti locali; essa veniva accertata e riscossa dallo

Stato. Non c’è dubbio che l’ILOR andava classificata come imposta nazionale e non locale.

Dunque, per stabilire se una imposta è locale o meno bisognerà vedere in che senso la

legge, che a tale categoria fa riferimento, adotta la nozione di “locale”.

4. La sovrimposizione: sovrimposte e addizionali. Il concorso di più tassazioni sullo stesso

oggetto sia da parte di più soggetti che da parte di un solo soggetto attivo, può assumere

due forme tecniche:

 La sovrimposta: sulla stessa base imponibile concorrono le aliquote di più tributi,

quella tipica e l’altra detta appunto sovrimposta. L’imposta principale viene detta

imposta “madre”, la sovrimposta viene detta imposta “figlia”;

 L’addizionale: è una somma che si ottiene applicando una seconda aliquota, non

all’imponibile ma all’imposta del tributo principale. Una addizionale dell’8% è una

seconda imposta che si ottiene moltiplicando per l’8% l’imposta che è oggetto del

tributo principale. Tale forma di prelievo viene per lo più introdotta per far fronte ad

esigenze straordinarie e normalmente ne è prevista una durata limitata nel tempo.

5. Imposte fisse e periodiche. La classificazione è fatta tenendo conto della durata del

presupposto nel tempo. Il lasso di tempo è detto periodo d’imposta.

Così, per quanto concerne l’attività produttiva di reddito, l’imputazione al periodo di imposta

può essere o quella della effettiva percezione del reddito nel periodo o quella della

imputazione ad esso dell’attività svolta.

Scopo pratico di questa delimitazione temporale è pervenire alla individuazione di una

obbligazione che abbia un oggetto determinato.

Le caratteristiche di tali obbligazioni sono le seguenti:

Ad ogni periodo corrisponde, come dice la legge, una obbligazione tributaria

 autonoma. Il che vuol dire che, malgrado il continuo dell’attività produttiva, gli utili di

un periodo non si compensano, di regola, con le perdite di un altro periodo;

 La legge può imporre una presunzione di continuità dell’attività produttiva o per

stabilire che, una volta nata, l’obbligazione si rinnova automaticamente salvo prova

contraria o solo per imporre al contribuente certi obblighi: oggi chi ha prodotto un

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto tributario, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto tributario, De Mita. In cui nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: la nozione di tributo, l'imposta come istituto giuridico, la struttura dell'imposta, l'attuazione delle imposte: l'accertamento, la riscossione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia (MILANO)
SSD:

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