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Caio. Caio muore in seguito al colpo ricevuto, dopo aver agonizzato per sei mesi. Durante il periodo d'agonia, il

legislatore interviene con una disciplina che inasprisce il trattamento per gli omicidi. Qual'è il momento in cui il reato

di omicidio potrà dirsi commesso? Il problema è rilevantissimo. Vediamo come è risolto:

● Teoria dell'evento: il reato può dirsi compiuto nel momento in cui tutti gli elementi della fattispecie si sono

verificati. Ne consegue che, secondo l'art. 25, sarà applicata la legge (più aspra) che, secondo questa teoria, è

entrata in vigore dopo la commissione del fatto (leggi come completamento della fattispecie).

● Criterio della condotta: al contrario, quello in cui il fatto criminoso si è verificato. Tizio non potrà che essere

punito con la legge più lieve: quella entrata in vigore dopo violerebbe, in base a questo criterio, il principio di

irretroattività.

Si può escogitare un criterio univoco? Gallo sostiene di no. Sarà, invece, necessario distinguere tra i vari tipi di reati.

REATI DI AZIONE (ISTANTANEI)

Possiamo distinguerli fra:

● Reati a forma vincolata: sono quei reati la cui fattispecie è delineata con precisione dal legislatore per quello

che riguarda la condotta: quest'ultima si verifica quando corrisponde allo schema legislativo. A.e., un reato di

questo tipo è il furto.

● Reati a forma libera: qui il legislatore si limita a puntualizzare la causazione di un certo risultato, ogni e

qualunque sia l'atto umano collegato o collegabile con l'evento, che deve essere collegato da un nesso causale

con il risultato. È un reato di tale tipo l'omicidio.

Per i reati a forma vincolata non si pongono problemi particolari riguardo la determinazione del tempus commissi

delicti.

Per i secondi, invece, il discorso è più complesso. Alcuni sostengono che l'atto tipico sia costituito dal primo atto della

catena. Ma ciò può esser valido solo nei c.d. “reati d'impeto”. Se il reato è premeditato, l'applicazione del criterio

creerebbe una contraddizione con l'art. 56 c.p., per il quale sono punibili solo gli atti di esecuzione, non quelli di mera

preparazione. Si attribuirebbe, insomma, rilevanza ad un atto di mera preparazione che, sotto il profilo penale, non ne

ha alcuna.

È necessario partire da una diversa impostazione: l'atto tipico è quello sorretto dalla volontà colpevole che si deve

realizzare per commettere il delitto. In altri termini, quello che deve essere inderogabilmente srretto dal dolo o dalla

colpa per realizzare la fattispecie; quello che fra tutti gli atti esprima di più la signoria dell'agente. Esso è:

● Nel caso di realizzazione dolosa, l'ULTIMO ATTO della fattispecie: nel caso di omicidio, la pressione

volontaria del grilletto. Sotto il profilo temporale, a nulla rileverà il momento nel quale mi sia appostato nelle

vicinanze di Tizio, o se lo abbia fatto per mesi di seguito senza mai riuscire a prendere la mira ed a premere il

grilletto.

● Nel caso di realizzazione colposa, l'azione che PER PRIMA ha dato luogo ad una situazione di

contrarietà: ad esempio, se un automobilista provoca un incidente per aver trascurato di revisionare i freni

della propria vettura, la condotta colposa va ravvisata nell'aver messo in moto la macchina sena essersi prima

assicurato sullo stato dei freni.

REATI PERMANENTI (CONTINUATI)

Sono quelle fattispecie criminose costituite su elementi i quali, verificatisi, non rendono possibile la protrazione del

reato nel tempo. In altri termini, il reato permanente è quello che “dà luogo ad una situazione dannosa o pericolosa,

che si protrae nel tempo a causa del perdurare della condotta del soggetto” (Antolisei). Esempio tipico di reato

permanente è il sequestro di persona, come anche l'usura.

In rapporto a cosa deve valutarsi il tempus commissi delicti? Quello della realizzazione o quello della consumazione

del reato permanente? Ad esempio, Tizio realizza un sequestro di persona mentre vige una determinata norma.

Successivamente, durante la permanenza del reato la disciplina viene inasprita. Quale norma dovrà essere

applicata? Se si accetta il criterio della realizzazione, quella più lieve; se si accetta quello della consumazione, quella

più dura.

Per Gallo deve essere accolto il criterio della consumazione, purché, sotto la vigenza della legge più severa, siano stati

posti in essere tutti gli elementi del fatto criminoso per un apprezzabile lasso di tempo.

REATI DI COMMISSIONE

Possono essere distinti fra:

● Reati omissivi di mera condotta: quelli che consistono nella mancata realizzazione di una condotta positiva

prescritta dalla stessa norma penale incriminatrice. 12

● Reati commissivi mediante omissione consistente nel mancato adempimento di un dovere giuridico che

conduce ad un risultato vietato dalla norma penale incriminatrice.

Per questi tipi di reati, l'omissione consiste nella mancata esplicazione di un'azione giuridicamente dovuta, cioè nella

violazione di un obbligo a contenuto positivo.

Da ciò, alcuni osservano che, dal momento che l'obbligo a contenuto positivo contiene – impilcitamente o

esplicitamente – un termine, la condotta tipica (e cioè il tempus commissi delicti) potrà dirsi realizzata alla scadenza di

tale termine.

Gallo osserva come questa sia un'ipotesi sbagliata: ciò è dimostrato apportando il semplice esempio di un Tizio, che ha

l'obbligo di consegnare tutta la valuta straniera in suo possesso entro il 31 dicembre. Il 30 egli fugge in Bolivia; anche

volendolo, egli non potrà più tornare per il 31 ed adempiere l'obbligo. Da ciò appare evidente come tempus commissi

delicti sia il momento in cui il soggetto si è posto nella condizione di non poter più adempiere l'obbligo giuridico.

Altri adottano un criterio misto fra quelli sopra esposti, adattabile a seconda dei casi. Non è un errore, scrive Gallo:

infatti nel nostro ordinamento non esiste un criterio univoco per la determinazione del tempus commissi delicti.

Il IV comma dell'art. 2 c.p.

Art. 2 - Successione di leggi penali. — Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo

in cui fu commesso, non costituiva reato .

Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata

condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.

Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui

disposizioni sono più favorevoli al reo (5), salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile.

Se si tratta di leggi eccezionali o temporanee, non si applicano le disposizioni dei capoversi precedenti.

Le disposizioni di questo articolo si applicano altresì nei casi di decadenza e di mancata ratifica di un decreto-

legge e nel caso di un decreto-legge convertito in legge con emendamenti.

Le leggi temporanee sono quelle la cui validità è espressamente limitata nel tempo; le leggi speciali sno quelle la cui

validità perdura fintantoche perdura l'evento eccezionale (anche definito particolare) che ne ha portato all'emanazione.

In caso di leggi come queste, l'art. 2 espressamente stabilisce che le disposizioni dei comma precedenti non si

applicano, compresa la retroattività della legge più favorevole al reo. Per quali motivi? La ratio della non retroattività

risiede nel fatto che considerare applicabili retroattivamente le leggi in questione significherebbe estendere un

trattamento particolare a situazioni rispetto le quali non sussistono le ragioni che hanno portato all'emanazione delle

leggi stesse.

Insomma, è la stessa natura di legge temporanea o eccezionale a prescrivere che questa si applichi soltanto a fatti

verificatisi sotto il suo imperio. Ammettere la retroattività su fatti regolati da norme eccezionali o temporanee più

favorevoli significherebbe svuotare la ragion d'essere di questa categoria di norme.

Particolare disciplina delle leggi finanziarie

Prima dell'entrata in vigore del d.l. 16 marzo 1991 n. 83, la dottrina comunemente equiparava la disciplina delle

leggi penali eccezionali e temporanee a quella delle leggi finanziarie.

Ma, con la nuova disciplina, è assicurata la retroattività, ex art. 2, commi II e III, delle disposizioni finanziarie più

favorevoli rispetto alle violazioni commesse antecedentemente all'entrata in vigore del decreto stesso.

La successione nel tempo di leggi omogenee

Come si configura la vicenda normativa quando si abbia successione fra:

● legge temporanea e legge temporanea;

● legge eccezionale e legge eccezionale;

● legge finanziaria e legge finanziaria.

Gallo sostiene che “se la legge eccezionale posteriore è dovuta ad un evento di natura eccezionale diverso da quello da

cui scaturisce la legge precedente” si applica quest'ultima: “urterebbe contro la ratio del sistema applicare

retroattivamente la legge posteriore”.

Invece, se la legge eccezionale posteriore è invece ispirato alla stessa ratio, si potrà invece applicare quella più

favorevole. Stesso disco

Comunque, per quanto riguarda la successione di altre leggi omogenee, Gallo ritiene che la legge successiva più

favorevole in caso di successione di leggi omogenee debba essere applicato. 13

Conclusioni sulla successione di leggi penali finanziarie nel tempo

L'art. 1 della l. 7 gennaio 1929 fissava il c.d. principio di fissità della legge penale finanziaria:

Art 1: Le disposizioni della presente legge [...] non possono essere abrogate o modificate da leggi posteriori

concernenti i singoli tributi se non per dichiarazione espressa del legislatore [...] con specifico riferimento alle

singole disposizioni abrogate o modificate.

La ratio era quella di assicurare la certezza del diritto in materia finanziaria tributaria, instabile perché, di per sé,

soggetta a continui interventi del legislatore.

Ma questa norma creava un grave problema di legittimità costituzionale. Essa, infatti, vincolava il legislatore futuro,

escludendo l'abrogazione inespressa. Poteva una siffatta regola vincolare il legislatore futuro? No, probabilmente, in

un regime di costituzione flessibile (Statuto Albertino); neanche in regime di Costituzione repubblicana, a meno che non

si volesse ravvisare un fenomeno di costituzionalizzazione dell'art. 1, ai sensi della XVI disposizione transitoria:

XVT DT: Entro un anno dalla entrata in vigore della Costituzione si procede alla revisione ed al

coordinamento con essa delle precedenti leggi costituzionali che non siano state finora esplicitamente o

implicitamente abrogate.

Il nodo normativo è stato risolto da leggi seguenti, che hanno abrogato nella sua interezza l'art. 1 della legge del '29.

Esame dell'art. 2 ultimo comma anche con riferimento alle sentenze della Corte Costituzionale

Dispone l'ultimo comma dell'art. 2 c.p.:

[...] Le disposizioni di questo articolo si applicano altresì nei casi di decadenza e di mancata ratifica di un

decreto-legge e nel caso di un decreto-legge convertito in legge con emendamenti.

Questa disposizione era stata emanata con le leggi vigenti nel 1939. Leggi che prevedevano che, in caso di mancata

conversione di un decreto-legge, questo venisse a decadere con efficacia ex-nunc. Vale a dire che esso risultava in

vigore per il periodo intercorrente tra l'emanazione e la mancata conversione. Si ravvisava, così, un vero e proprio

caso di successione di leggi penali nel tempo.

Con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana le cose sono cambiate. L'art. 77 dispone che i decreti non

convertiti perdono efficacia fin dal momento della loro emanazione: cioè ex tunc. Si può ravvisare qui una

successione di leggi penali nel tempo, quale era ravvisabile con le vecchie fonti? Tanto più che un altro problema esiste

oggi: quello dell'invalidazione di disposizioni da parte della Corte Costituzionale. Anche in questo caso, infatti, la

perdita di efficacia si presenta nei medesimi termini: con effetto ex tunc.

Riportiamo ora le disposizioni costituzionali in materia:

Art. 77: Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge

ordinaria.

Quando, in casi straordinari di necessità e d'urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti

provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte,

sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.

I decreti perdono efficacia sin dall'inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione.

Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.

Art. 136: Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge,

la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione.

La decisione della Corte è pubblicata e comunicata alle Camere ed ai Consigli regionali interessati, affinché, ove lo

ritengano necessario, provvedano nelle forme costituzionali.

A prima lettura, dal disposto del 136 sembra evincersi che le pronunce della Corte che dichiarano l'illegittimità di una

legge abbiano efficacia ex nunc: “la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della

decisione”. Persino Calamandrei riteneva così; tuttavia, un argomento decisivo può essere apportato: se l'efficacia non

fosse retroattiva, cioè ex tunc, nessuna delle parti di un procedimento avrebbe interesse a ricorrere alla Corte:

l'eventuale sentenza di accoglimento – se non avesse efficacia retroattiva – non gioverebbe in alcun modo, applicandosi

comunque in quel procedimento la norma dichiarata illegittima. La l. 11 marzo 1953 n. 87 chiude, comunque, ogni

questione in merito: la validità delle norme dichiarate incostituzionali cessa ex tunc.

È bene precisare che la sentenza di accoglimento non dà luogo né ad una abrogazione (infatti essa ha efficacia

retroattiva) né ad una disapplicazione (avendo la sentenza effetto erga omnes). Si tratta, invece, di un fenomeno di

annullamento che travolge tutti gli effetti della legge illegittima. 14

Nascono, tuttavia, delle difficoltà. La norma riconosciuta come costituzionalmente illegittima potrebbe avere abrogato

una incriminazione precedente, oppure aver modificato la disciplina in senso più favorevole al reo.

Dobbiamo dunque domandarci quale applicazione abbia, nel campo penale, il regime dell'annullamento. Qui non

c'è alcuna successione di norme penali nel tempo: la norma precedente a quella riconosciuta illegittima riprende

efficacia ex tunc. Per Gallo bisogna tenere presente la ratio dell'art. 25 e quella, lì ricompresa, di certezza del diritto.

Tale sistema, se applicato, porterebbe alle assai gravi conseguenze per i singoli che verrebbero esposti a sanzioni

penali per aver tenuto comportamenti considerati leciti da norme indiscutibilmente efficaci quando tali

comportamenti erano stati posti in essere.

Dunque, in questo caso, si può ritenere che il decreto legge decaduto o la legge invalidata dovranno essere applicati

solo qualora prevedessero un trattamento più favorevole per il reo.

Altro problema da esaminare è quello della sentenza emanata sulla base di un decreto legge decaduto o di una legge

invalidata.

Per Gallo, la cessazione ex tunc degli effetti del decreto legge non dovrebbe avere nessuna ripercussione sul giudicato;

esiste, qui, un principio di intangibilità.

Invece, per quanto riguarda la legge invalidata, l'art. 30 della l. 11 marzo 1953 dispone la cessazione di tutti gli effetti

penali quando, sulla base di una norma invalidata, sia stata pronunciata sentenza di condanna.

L'ultima parola è stata detta dalla Corte Costituzionale, con sentenza 22 febbraio 1985, n. 51. Con essa è stato dichiarato

illegittimo l'ultimo comma dell'art. 2 c.p. con riferimento ai fatti commessi anteriormente alla vigenza del decreto legge

non convertito.

In conclusione, il d.l. non convertito e la legge dichiarata incostituzionale saranno applicabili ai fatti verificatisi sotto

la loro vigenza solo se c'è una disciplina di maggior favore per il reo.

Capitolo IV – Validità della norma penale nello spazio

In astratto, possono essere definiti quattro criteri che concernono l'applicazione della legge penale nello spazio:

1. Criterio della UNIVERSALITÀ: la legge penale dovrebbe, secondo tale principio, applicarsi a qualunque

fatto previsto dalle stesse leggi, di qualunque uomo, in qualunque luogo si trovi.

2. C. dalla PERSONALITÀ ATTIVA: è un criterio di determinate epoche storiche (a.e. alto medioevo). Sarà

applicato una norma diversa a seconda dello status o dell'etnia cui appartiene il reo.

3. C. della DIFESA (o della personalità passiva): è applicata la legge dello Stato cui appartiene il soggetto

passivo del reato.

4. C. della TERRITORIALITÀ: la sfera di efficacia della legge penale sarebbe determinata, secondo questo

criterio, dal territorio dello Stato.

Per accertare quali fra questi criteri sono stati adottati dal nostro legislatore, e quindi dall'ordinamento italiano, deve

essere esaminato l'art. 3 c.p.:

Art. 3 Obbligatorietà della legge penale. — La legge penale italiana obbliga tutti coloro che, cittadini o

stranieri, si trovano nel territorio dello Stato, salve le eccezioni stabilite dal diritto pubblico interno o dal

diritto internazionale.

La legge penale italiana obbliga altresì tutti coloro che, cittadini o stranieri si trovano all’estero, ma

limitatamente ai casi stabiliti dalla legge medesima o dal diritto internazionale.

La dottrina, in forza di questo articolo, ha concluso che il nostro ordinamento ha adottato il criterio della territorialità.

Ma sono previste alcune eccezioni. Eccezioni che dovranno essere analizzate, per capire se costituiscono semplici

deviazioni della regola generale, o se invece non si possa più parlare soltanto di eccezioni, dovendosi applicare un

diverso criterio.

Delimitazione del territorio dello Stato

Stabilisce l'art. 4 c.p.:

Art. 4: [...] Agli effetti della legge penale, è territorio dello Stato il territorio della Repubblica [quello delle

colonie] e ogni altro luogo soggetto alla sovranità dello Stato. Le navi e gli aeromobili italiani sono

considerati come territorio dello Stato, ovunque si trovino, salvo che siano soggetti, secondo il diritto

internazionale, a una legge territoriale straniera.

Per quello che riguarda la delimitazione del territorio di terraferma, non ci sono problemi particolari: questo 15

corrisponde con i confini politici della Repubblica.

Per il limite delle acque territoriali, il codice della navigazione lo fissa entro le dodici miglia dalla costa. Il criterio

può, però, esser fatto valere solo nei confronti di quegli stati che adottano un limite pari o maggiore; la maggior parte,

comunque, accoglie il criterio della massima gittata dei cannoni costieri, cristallizzato nelle tre miglia dal diritto

internazionale.

La sovranità si estende nel sottosuolo fin dove è possibile pervenire; nella colonna d'aria sovrastante il territorio

dello stato fino a tutto lo spazio atmosferico (come ritiene la più recente dottrina).

Fatti avvenuti su navi o aeromobili

Alle navi o aeromobili militari, costituenti il c.d. territorio fittizio dello Stato, si applica sempre la legge dello Stato di

appartenenza, la c.d. legge di bandiera.

Qualora la nave o l'aeromobile non sia militare, secondo l'art. 3 c.p. dovrebbe applicarsi la legge dello Stato italiano.

Tuttavia la situazione è diversa. L'art. 10 della Costituzione dispone che “l'ordinamento giuridico italiano si conforma

alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.

Quali sono queste norme? Ha scritto la Cort. Cass. SS.UU:

[... ] prevale la giurisdizione dello Stato di bandiera allorché l'illecito concerna esclusivamente le attività e gli

interessi della comunità nazionale cui appartiene il natante; prevale quella dello Stato costiero ove le

conseguenze del fatto compiuto si ripercuotano o siano idonee a ripercuotersi all'esterno [...].

È questo un princpio affermatosi in origine per ragioni di cortesia internazionale, ma che poi è stato riconosciuto anche

dalla giurisprudenza, come abbiamo appena visto.

Eccezioni dell'art. 3, II comma

Dicevamo prima che la Dottrina ritiene che l'ordinamento penale italiano sia ispirato al principio della territorialità. È

proprio vero?

L'art. 3, II comma, prevede delle eccezioni alla disposizione conenuta nel primo comma “la legge penale italiana

obbliga tutti coloro che, cittadini o stranieri, si trovano nel territorio dello Stato”. Dispone, infatti, il comma

successivo che:

Art. 3, II comma: La legge penale italiana obbliga altresì tutti coloro che, cittadini o stranieri, si trovano

all'estero, ma limitatamente ai casi stabiliti dalla legge (art 7 e seguenti) e dal diritto internazionale.

Quali sono questi casi? Quelli degli artt. 7, 8, 9, 10 c.p:

Art. 7 Reati commessi all’estero. — È punito secondo la legge italiana il cittadino o lo straniero che commette

in territorio estero taluno dei seguenti reati:

1) delitti contro la personalità dello Stato italiano;

2) delitti di contraffazione del sigillo dello Stato e di uso di tale sigillo contraffatto;

3) delitti di falsità in monete aventi corso legale nel territorio dello Stato, o in valori di bollo o in carte di

pubblico credito italiano;

4) delitti commessi da pubblici ufficiali a servizio dello Stato, abusando dei poteri o violando i doveri inerenti

alle loro funzioni;

5) ogni altro reato per il quale speciali disposizioni di legge o convenzioni internazionali stabiliscono

l’applicabilità della legge penale italiana.

Art. 8: Delitto politico commesso all’estero. — Il cittadino o lo straniero, che commette in territorio estero un

delitto politico non compreso tra quelli indicati nel numero 1 dell’articolo precedente, è punito secondo la

legge italiana, a richiesta del Ministro della giustizia.

Se si tratta di delitto punibile a querela della persona offesa, occorre, oltre tale richiesta, anche la querela.

Agli effetti della legge penale, è delitto politico ogni delitto, che offende un interesse politico dello Stato,

ovvero un diritto politico del cittadino. È altresì considerato delitto politico il delitto comune determinato, in

tutto o in parte, da motivi politici.

Art. 9 Delitto comune del cittadino all’estero. — Il cittadino, che, fuori dei casi indicati nei due articoli precedenti,

commette in territorio estero un delitto per il quale la legge italiana stabilisce l’ergastolo, o la reclusione non inferiore

nel minimo a tre anni, è punito secondo la legge medesima, sempre che si trovi nel territorio dello Stato.

Se si tratta di delitto per il quale è stabilita una pena restrittiva della libertà personale di minore durata, il colpevole è

punito a richiesta del Ministro della giustizia ovvero a istanza o a querela della persona offesa.

Nei casi preveduti dalle disposizioni precedenti, qualora si tratti di delitto commesso a danno delle Comunità europee,

di uno Stato estero o di uno straniero, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia, sempre che 16

l’estradizione di lui non sia stata conceduta, ovvero non sia stata accettata dal Governo dello Stato in cui egli ha

commesso il delitto.

Art. 10 Delitto comune dello straniero all’estero. — Lo straniero, che fuori dei casi indicati negli articoli 7 e

8, commette in territorio estero, a danno dello Stato o di un cittadino, un delitto per il quale la legge italiana

stabilisce l’ergastolo, o la reclusione non inferiore nel minimo a un anno, è punito secondo la legge medesima,

sempre che si trovi nel territorio dello Stato, e vi sia richiesta del Ministro della giustizia, ovvero istanza o

querela della persona offesa.

Se il delitto è commesso a danno delle Comunità europee, di uno Stato estero o di uno straniero, il colpevole è

punito secondo la legge italiana, a richiesta del Ministro della giustizia, sempre che:

1) si trovi nel territorio dello Stato;

2) si tratti di delitto per il quale è stabilita la pena dell’ergastolo ovvero della reclusione non inferiore nel

minimo a tre anni;

3) l’estradizione di lui non sia stata conceduta, ovvero non sia stata accettata dal Governo dello Stato in cui

egli ha commesso il delitto, o da quello dello Stato a cui egli appartiene.

In tutte queste ipotesi, viene in luce una tendenziale universalità della legge penale italiana. Quelle degli artt. 7, 8, 9,

10, non si possono infatti ritenere mere eccezioni ad una regola generale: ne risulta, infatti, che è reato sanzionabile

secondo la legge italiana ogni delitto punito con la pena detentiva anche al di fuori del territorio dello Stato:

Tantopiù che il codice penale si occupa anche del delitto comune commesso dallo straniero all'estero: così dalla

legge italiana è punita anche la rapina commessa dall'uruguagio negli Stati Uniti. Ergo, sono reati per la nostra legge la

stragrande maggioranza dei fatti da chiunque e dovunque commessi.

Tuttavia, Gallo fa notare come, sul piano effettuale, il legislatore ne restringe le conseguenze in modo tale da avere

risultati coincidenti a quelli che si avrebbero con l'applicazione del principio di territorialità. Infatti, per i reati

meno gravi, dagli artt. 7, 8, 9, sono previste numerose condizioni di procedibilità, come la richiesta del ministro

competente o la querela di parte. Tanto più il reato è invece grave, tanto minori sono le condizioni di procedibilità.

Determinazione del locus commissi delicti

Molto importante, per la definizione di rapporti tra ordinamento penale italiano ed ordinamenti stranieri è l'art 6 c.p., in

particolare nel suo II comma:

Art. 6 c.p.: Chiunque commette un reato nel territorio dello Stato è punito secondo la legge italiana.

Il reato si considera commesso nel territorio dello Stato, quando l'azione o la omissione che lo costituisce è ivi

avvenuta in tutto o in parte, ovvero si è ivi verificato l'evento che è la conseguenza dell'azione o

dell'omissione.

In questo articolo è considerato come commesso nel territorio dello Stato il delitto nel quale anche un solo frammento

passi per questo territorio.

Si profila, così, il problema del locus commissi delicti. È un problema rilevante: fino a poco tempo fa, locus si

considerava il luogo in cui cessava la permanenza del reato. Con le conseguenze, inaccettabili, che il reo avesse la

possibilità di “scegliersi” il giudice, magari quello calabrese più “connivente”. Come avviene per il tempus commissi

delicti, il sistema non si affida ad un criterio unitario. Sarà, invece, necessario indagare quale risponda meglio alle

esigenze dei vari casi.

● Reati istantanei e reati di durata: per questi reati ciò che conta è il luogo della prima realizzazione di un

fatto conforme ad una figura criminosa.

Per quanto riguarda i reati istantanei, non c'è protrazione del fatto stesso nel tempo, ed il luogo della

realizzazione è lo stesso del luogo della consumazione.

Per quello che riguarda i reati di durata, luogo della prima realizzazione deve, meglio, intendersi come luogo

dove per la prima volta si ha completezza della fattispecie criminosa.

● Più reati commessi in esecuzione di un medesimo progetto criminoso: dal momento che si tratta di più

reati, viene adottato un criterio unitario

, che è raggiunto con la statuizione secondo cui prevale il luogo ove è

stato posto in essere il reato più grave.

● Delitto tentato: in questo caso è adottato il criterio della consumazione, individuato alla stregua del luogo in

cui l'ultimo atto diretto a commettere il delitto è stato compiuto.

● Reati per cui la legge richiede il verificarsi di una condizione (condicio iuris): ad esempio, nel caso della

bancarotta fraudolenta la punibilità dell'imprenditore è subordinata all'esistenza di una sentenza dichiarativa di

fallimento. Per Gallo qui può essere adottato un criterio che si basi sulla ratio di rendere più snello ed efficiente

il funzionamento degli organi di giustizia. E qui il locus commissi delicti può essere identificato nel luogo nel

quale si è verificata la condizione di punibilità. 17

Reati commessi all'estero: problemi interpretativi

Perché si possa procedere contro l'autore di un reato commesso all'estero, è necessario che il fatto sia previsto come

reato, oltre che dal nostro ordinamento, anche da quello dello Stato in cui è avvenuto il fatto?

Il problema si pone per i casi di reati comuni (artt. 9 e 10) e non per quelli degli artt. 7 ed 8 nei quai è applicato il

criterio della difesa. Notiamo subito come il legislatore è silente; tuttavia, la dottrina penalistica è portata a ritenere che

quella della doppia incriminazione sia una clausola implicita. Si fa riferimento, per motivare questa tesi, all'art. 13, che

dispone che “l'estradizione non è ammessa se il fatto che forma oggetto della domanda di estradizione non è preveduto

come reato dalla legge italiana e dalla legge straniera”.

Per Gallo deve distinguersi fra art. 9 (delitto comune di cittadino all'estero) e 10 (delitto comune di straniero all'estero

contro cittadino o Stato): nel caso del primo, il principio di stretta legalità è rispettato se il fatto è preveduto come reato

anche solo dalla legge italiana; nel secondo, invece, dovrà essere preveduto come tale anche dalla legge straniera.

Ulteriore problema da affrontare è quello delle condizioni di procedibilità per i reati commessi all'estero. I dubbi

maggiori sorgono con riguardo all'art. 9, dove si dispone: “[...] il colpevole è punito a richiesta del Ministro (di grazia e

giustizia) ovvero a istanza o a querela della persona offesa”. La Dottrina discute se siano necessarie tutte e tre

(richiesta del Ministro, istanza, querela), ovvero soltanto una di esse. Gallo conclude che il legislatore presenta le

condizioni di procedibilità come operanti ciascuna nel proprio ambito. Così, se il reato offende un interesse dello

Stato o della collettività, sarà necessaria la richiesta del ministro; se offende un iteresse del singolo, necessaria sarà (a

seconda dei casi) la querela o l'istanza.

Ulteriore problema è quello che nasce dal confronto fra comma I e II dell'art. 9 c.p. Nel I comma ulteriore

condizione di procedibilità è stabilta nella presenza del cittadino nel territorio dello Stato. Nel comma II, invece,

questa non è prevista. Dottrina e Giurisprudenza estendono questa condizione anche al II comma; Gallo ha in merito

qualche dubbio – ma vista la concordanza, la presenza della condizione anche per il II comma non è da mettere in

dubbio.

L'estradizione: punti fermi e problemi

L'estradizione consiste nella consegna che uno Stato fa ad un altro Stato di persona che debba essere assoggettata

– nello Stato al quale è consegnata – a procedimento o a sanzione penale.

L'estradizione può essere distinta, a seconda che il fenomeno venga considerato dal punto di vista dello Stato

consegnante ovvero di quello che chiede la consegna, fra estradizione passiva ed estradizione attiva. La disposizione

del nostro c.p. da considerare è l'art. 13, imperniato sulla estradizione passiva.

Art. 13 - Estradizione. — L’estradizione è regolata dalla legge penale italiana, dalle convenzioni e dagli usi

internazionali.

L’estradizione non è ammessa, se il fatto che forma oggetto della domanda di estradizione, non è preveduto

come reato dalla legge italiana e dalla legge straniera.

L’estradizione può essere conceduta od offerta, anche per reati non preveduti nelle convenzioni internazionali,

purché queste non ne facciano espresso divieto.

Non è ammessa l’estradizione del cittadino, salvo che sia espressamente consentita nelle convenzioni

internazionali.

Ciò considerato, non resta che appurare quali siano le regole che valgono, invece, per l'estradizione attiva. In altri

termini, quand'è che lo Stato italiano può pretendere che un altro Stato estradi un cittadino o uno straniero per un fatto

che dalla legge italiana è previsto come reato?

Pare – in base al principio di reciprocità ed all'esperesso richiamo agli usi internazionali presente nell'art. 13 – che

anche l'estradizione attiva sia retta dalle medesime regole che disciplinano quella passiva, di cui proprio all'art. 13.

L'estradbilità è, tuttavia, per Gallo subordinata all'esistenza di una convenzione internazionale, garanzia che l'altro

ordinamento presuppone una civiltà giuridica almeno paragonabile alla nostra. Tuttavia, sempre in basa al principio di

reciprocità, l'Italia potrà richiedere l'estradizione anche in assenza di una specifica clausola pattizia.

Punto importante da chiarire è quello di cui all'ultimo comma dell'art. 10 Cost: “non è ammessa l'estradizione dello

straniero per reati politici” e ribadito nell'art. 26 Cost: “l'estradizione [...] non può in alcun caso essere ammessa per

reati politici”.

Ciò chiarito, rimane da definire la nozione stessa di reato politico. Nel nostro codice, una nozione è contenuta nell'art.

8: Art. 8 - Delitto politico commesso all’estero. — [...] Agli effetti della legge penale, è delitto politico ogni

delitto, che offende un interesse politico dello Stato, ovvero un diritto politico del cittadino. È altresì 18

considerato delitto politico il delitto comune determinato, in tutto o in parte, da motivi politici.

Tuttavia, Gallo fa notare come – riguardo al “delitto politico determinato in tutto o in parte da motivi politici” - la

causale politica possa presentare motivazioni anche assai lievi. Basti fare l'esempio di una rapina posta in essere allo

scopo di finanziamento di un movimento clandestino.

Dovrà dunque fissarsi una nozione contigua ma non coincidente con quella dell'art. 8. Come ha avuto a sostenere la

Cassazione “ai fini dell'estradizione il concetto di delitto politico non coincide con quello dell'art. 8 c.p.” [...] “il piano

di operatività di questa norma è diverso rispetto a quelle cosituzionali, in quanto nella norma del codice penale il reato

politico è definito in funzione repressiva, mentre le norme costituzionali lo assumono in una funzione di garanzia”.

Detto ciò, bisogna ricordare l'esistenza di due limiti generali all'estradizione fissati dall'art. 698 cpp:

1. Non può essere concessa l’estradizione per un reato politico né quando vi è ragione di ritenere che

l’imputato o il condannato verrà sottoposto ad atti persecutori o discriminatori per motivi di razza, di religione,

di sesso, di nazionalità, di lingua, di opinioni politiche o di condizioni personali o sociali ovvero a pene o

trattamenti crudeli, disumani o degradanti o comunque ad atti che configurano violazione di uno dei diritti

fondamentali della persona.

2. Se per il fatto per il quale è domandata l’estradizione è prevista la pena di morte dalla legge dello stato

estero.

A nulla conta che lo Stato estero dia garanzia di non applicare la pena di morte: vale il principio che alla pena di morte

non si può in nessun modo pervenire attraverso atti e procedure imputabili allo Stato italiano.

Per l'estradizione passiva, non è ncessaria soltanto una pronuncia degli organi giurisdizionali competenti; serve infatti

un atto ulteriore, costituito dal provvedimento del Ministro. Si discute sulla natura di questo provvedimento: è un atto

politico o un atto amministrativo? Per Gallo questo non presenta tutte le caratteristiche dell'atto politico. Tuttavia,

qualora si ammettesse la natura di atto amministrativo, tale provvedimento risulterebbe impugnabile Ed una tale

impugnabilità sarebbe inconcepibile per il nostro ordinamento. Ergo, appare preferibile optare per la natura politica

del provvedimento.

Rilevanza delle sentenze penali straniere

In materia, dispone l'art. 12 c.p.:

Art. 12 - Riconoscimento delle sentenze penali straniere. — Alla sentenza penale straniera pronunciata per

un delitto può essere dato riconoscimento:

1) per stabilire la recidiva o un altro effetto penale della condanna, ovvero per dichiarare l’abitualità o la

professionalità nel reato o la tendenza a delinquere;

2) quando la condanna importerebbe, secondo la legge italiana, una pena accessoria;

3) quando, secondo la legge italiana, si dovrebbe sottoporre la persona condannata o prosciolta, che si trova

nel territorio dello Stato, a misure di sicurezza personali;

4) quando la sentenza straniera porta condanna alle restituzioni o al risarcimento del danno, ovvero deve,

comunque, esser fatta valere in giudizio nel territorio dello Stato, agli effetti delle restituzioni o del

risarcimento del danno, o ad altri effetti civili.

Per farsi luogo al riconoscimento, la sentenza deve essere stata pronunciata dall’autorità giudiziaria di uno

Stato estero col quale esiste trattato di estradizione. Se questo non esiste, la sentenza estera può essere

egualmente ammessa a riconoscimento nello Stato, qualora il Ministro della giustizia ne faccia richiesta. Tale

richiesta non occorre se viene fatta istanza per il riconoscimento agli effetti indicati nel numero 4.

Nulla da aggiungere: è da notare soltanto come per la sentenza penale di condanna straniera non si può tenere conto

per l'applicazione di pene principali, ma solo di quelle accessorie. Le altre regole si basano sul fatto che la sentenza

penale rileva soltanto nei casi in cui la condanna denota per il reo una situazione di pericolosità, eccetto che per il punto

4, che si ispira ad una ratio diversa.

Capitolo V – Validità della norma penale nei confronti delle persone

I destinarari della norma penale

Quali sono? Leggiamo l'art. 3:

Art. 3. Obbligatorietà della legge penale. — La legge penale italiana obbliga tutti coloro che, cittadini o

stranieri, si trovano nel territorio dello Stato, salve le eccezioni stabilite dal diritto pubblico interno o dal

diritto internazionale.

La legge penale italiana obbliga altresì tutti coloro che, cittadini o stranieri si trovano all’estero, ma 19

limitatamente ai casi stabiliti dalla legge medesima o dal diritto internazionale.

L'articolo apre lo sfondo al problema della c.d. capacità giuridica penale. Alcuni hanno contestato l'utilità e l'esistenza

stessa di questo concetto che non è legislativo – dal momento che non è contenuto in alcuna disposizione del diritto

positivo – ma una elaborazione dottrinale; almeno nel diritto penale. In altri campi del diritto, il problema della

capacità trova espressa soluzione legislativa: pensiamo, ad esempio, all'art. 1 del Codice Civile: “La capacità giuridica

si acquista al momento della nascita”.

Per Gallo sottovalutare il problema della capacità in diritto penale è sbagliato: “ogni ordinamento” – sostiene - “dovrà

sempre porsi quale problema la determinazione del soggetto rilevante nel suo ambito”. Anche Trapani ritiene che vada

condotta un'appropriata indagine in materia: esso è infatti un argomento di teoria generale del diritto, e perché

“ogni settore dell'ordinamento necessita di condizioni per le quali un soggetto possa essere

produttore o titolare di situazioni giuridiche soggettive”.

La capacità giuridica penale

In astratto, la capacità giuridica è l'attitudine alla titolarità di rapporti giuridici. Ergo, ne consegue che la capacità

giurdica penale è l'attitudine ad essere titolari di rapporti giuridici penali.

Ciò, tuttavia, non risolve la nostra indagine. Essa dovrà necessariamente incentrarsi rispetto ad un'altra prospettiva.

Vediamo quale.

Se molti autori parlano di “situazioni giuridiche soggettive attive e passive” anche nel capo penale, Gallo ritiene che

queste locuzioni siano alquanto incerte. Meglio è, secondo l'Autore, parlare di situazioni favorevoli e di situazioni

sfavorevoli.

Requisiti della capacità giuridica quale attitudine alla titolarità di situazioni sfavorevoli

Le situazioni sfavorevoli sono quelle nelle quali il soggetto deve adeguarsi ad un certo comportamento, pena il

prodursi della sanzione disposta dalla norma. Hanno quindi un contenuto attivo di dovere; per spiegare il rapporto tra

reo e conseguenze connesse alla commissione del reato, può – nel nostro ordinamento – farsi ricorso alla figura della

soggezione.

Tale stretto collegamento fra sanzione e comportamento, si viene ad affermare che destinatario del dovere può essere

solo chi è assoggettabile alla sanzione. Ecco, quindi, che possiamo concludere che la capacità giuridica a situazioni

sfavorevoli compete soltanto a chi è assoggettabile alla sanzione; anzi, consiste proprio nella SOGGEZIONE ALLA

SANZIONE. Chi non lo è, non è nemmeno destinatario del dovere.

In Italia, la responsabilità giuridica è solo personale. Solo la persona umana è capace penalmente. Ciò è confermato

dall'art. 27 Cost. (che lo sancisce espressamente) e dall'art. 197 c.p., che stabilisce che “Gli enti forniti di personalità

giuridica, eccettuati lo Stato, le Provincie ed i Comuni, qualora sia pronunciata sentenza di condanna contro chi ne

abbia la rappresentanza o l'amministrazione o sia con essi in rapporto di dipendenza [...] sono obbligati al pagamento,

in caso di insolvibilità del condannato, di una somma pari all'ammenda inflitta”. Da ciò ne consegue che, se la persona

giuridica potesse essere penalmente responsabile, non sarebbe sancita a suo carico tale particolare obbligazione.

Le c.d. immunità

Le c.d. immunnità o prerogative implicano un particolare trattamento di determinate persone o classi di persone

rispetto alla legge penale. In ciò consistono le “eccezioni” delle quali si rinviene traccia all'art. 3.

Sono riconosciute, di solito, a persone che ricoprono uffici particolari o sono in determinati rapporti rispetto alla

persona offesa (a.e. gli agenti di intelligence).

Ve ne sono di tre tipi: immunità assolute, che riguardano qualsiasi tipo di reato verso chiunque commesso; immunità

parziali, nelle quali un soggetto non è destinatario solo di alcune norme penali; infine immunità relative, per le quali un

soggetto non è destinatario di alcune norme penali, a condizione che il fatto sia commesso a danno di un determinato

tipo di soggetto e non da qualcun'altro.

Immunità assolute

Si incontrano soltanto nel diritto internazionale. Tentiamo un'elencazione dei soggetti investiti di tale tipo di immunità:

● Sommo pontefice: immunità derivante dai Patti Lateranensi del 1929;

● Ambasciatori che siano legalmente accreditati presso uno Stato; in Italia anche gli ambasciatori presso la

Santa Sede. Spesso l'immunità crea problemi; si sono verificati molti casi di ambasciatori che hanno preso in

locazione delle ville extralusso, senza mai pagare il canone, e che non hanno potuto né subire lo sfratto, né

essere perseguiti in altro modo; 20

● Consoli, altro personale diplomatico: idem, vedi sipra;

● Militari NATO di stanza nelle basi italiane. Pare comunque che non si tratti di una vera e propria immunità,

quanto di una mancanza di procedibilità;

● Capi di stato esteri in visita in Italia o presso la Santa Sede.

Immunità parziali di diritto pubblico interno:

● Presidente della Repubblica: può essere processato solo per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.

● Deputati e senatori: sono immuni, ma limitatamente ai voti dati ed alle opinioni espresse nell'esercizio delle

loro funzioni.

● Consiglieri regionali: stesso discorso che per deputati e senatori.

Immunità processuali

● Deputati e senatori: era prevista la concessione, prima del 1992, da parte dello stesso Parlamento, della

autorizzazione a procedere alla magistratura contro di essi; è stata successivamente eliminata nel 1992, e

sostituita con l'art. 68. L'autorizzazione oggi è soltanto autorizzazione all'arresto.

È controversa la natura giuridica dell'immunità. Per alcuni essa consisterebbe n una semplice esenzione da una

giurisdizione, avrebbe cioè natura processuale. Per altri, fra i quali Antolisei, le immunità sono da annoverare fra le

cause di esenzione dalla pena.

Per Gallo, invece, non è così. Infatti, se si concepiscono le immunità come cause personali di esenzione dalla pena, i

soggetti che ne godono potrebbero comunque essere sottoposti, a norma dell'art. 203, a misure di sicurezza. Ergo, chi

gode di immunità o prerogative – non essendo assoggettabile a sanzioni – non è un destinatario del dovere di cui si

parlava prima. In altri termini, l'immune è sempre incapace, totalmente o parzialmente (cioè rispetto al tipo di

immunità che gli è riconosciuta e rispetto a quali reati). Anche Trapani condivide l'opinione di Gallo: ragionando in

termini di capacità è tutto più semplice e chiaro. Gli immuni non sono altro che SOGGETTI PENALMENTE

INCAPACI. Pensare il contrario significa solo fare del moralismo. Ancora più tecnicamente, le immunità possono

essere considerate come elementi negativi della capacità giuridica penale.

Ed ora, domandina: l'ambasciatore del Ruanda – incapace penalmente – è ucciso da Tizio per legittima difesa.

Ragionando erroneamente, potremmo concludere che, essendo l'ambasciatore incapace, egli stia compiendo un atto

lecito, e che quindi in questo caso la scriminante non possa trovare applicazione. Non è così: l'ingiustizia del “pericolo

grave del danno” si riferisce non ad un'ingiustizia che abbia come parametro una norma giuridica penale, ma in quanto

torto oggettivo alla stregua di valutazioni basate sull'ordinamento nel suo complesso.

Si inizia l'analisi del requisito positivo

Abbiamo appena concluso che le ipotesi di immunità si presentano come requisiti negativi – in senso parziale o relativo

– della capacità penale quale attitudine alla titolarità di situazioni giuridiche soggettive sfavorevoli.

Ora, dalla lettura del combinato degli artt. 3 II comma, 7, 8, 9, 10, si evincono delle limitazioni all'obbligatorietà della

legge penale nei casi seguenti:

1. La legge penale italiana non può essere applicata sulle contravvenzioni commesse all'estero;

2. L'art. 9 esclude la rilevanza penale dei delitti commessi all'estero puniti con pene pecuniarie;

3. Esistono alcuni atti – che si desumono dall'art. 10 – che non hanno alcun effetto giuridico per il nostro

ordinamento se sono commessi dallo straniero.

Sono questi casi di incapacità parziali? No, per Gallo. La capacità o l'incapacita infatti attengono ad un modo d'essere

del soggetto quale, ad esempio, la sua nazionalità. Qui non è questo modo d'essere a rilevare, ma il fatto; precisamente

una sua modalità d'esecuzione.

Ergo, Gallo ne deduce che non si può parlare di incacità, quanto della presenza di una clausola negativa che importa la

non applicabilità della regola incriminatrice ogniqualvolta il comportamento tipico è espressamente sottratto alla

punibilità del combinato disposto dagli articoli citati.

Capacità e reato proprio

Si parla di ipotesi di capacità speciale per quelle fattispecie per la realizzazione delle quali sono richieste determinate

qualità o determinate condizioni personali del soggetto agente. Essa si presenta non solo con fattispecie criminose, ma

anche in ordine a circostanze aggravanti.

In particolare, tali fattispecie sono quelle dei reati propri. Essi sono tutti quei reati per i quali il soggetto attivo non è

indicato come “chiunque”, bensì come una persona in possesso di determinati requisiti o qualifiche: a.e., il pubblico

21

ufficiale.

Vediamo alcune di queste fattispecie: prima un “falso caso” di reato proprio; poi uno vero.

Art. 314: Peculato: Il pubblico ufficiale l’incaricato di un pubblico servizio, che, avendo per ragione del suo

ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne

appropria, è punito con la reclusione da tre a dieci anni.

Si applica la pena della reclusione da sei mesi a tre anni quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso

momentaneo della cosa, e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita.

Art. 275 - Accettazione di onorificenze o utilità da uno Stato nemico: Il cittadino, che, da uno Stato in guerra con lo

Stato italiano, accetta gradi o dignità accademiche, titoli, decorazioni o altre pubbliche insegne onorifiche, pensioni o

altre utilità, inerenti ai predetti gradi, dignità, titoli, decorazioni o onorificenze, è punito con la reclusione fino a un

anno.

Nel primo caso non si può parlare di reato proprio, in quanto la qualifica soggettiva (pubblico ufficiale) nasce da un

elemento oggettivo del fatto: nel c.p., infatti, quando si parla di “uffici o servizi” ci si riferisce sempre ad uffici e servizi

pubblici. Chi è ad essi addetto non potrebbe, quindi, essere altri che un pubblico ufficiale.

Nel caso della fattispecie di cui all'art. 275 siamo, invece, di fronte ad un vero reato proprio: qui è necessaria la qualifica

della cittadinanza; se quell'evento naturalistico fosse posto in essere da un non cittadino, cioè da un “chiunque”, non

avrebbe infatti alcuna rilevanza penale. La differenza rispetto alla fattispecie dell'art. 314 è che quest'ultima non può

essere posta naturalisticamente in essere se non si è pubblici ufficiali. Ecco perché nel caso del peculato non si può

parlare di reato proprio.

Natura delle misure di sicurezza

Qual'è il requisito positivo della capacità di diritto penale? È o no penalmente capace chi, a norma degli artt. 85 ss., va

ritenuto penalmente imputabile? Dal momento che la capacità consiste nella assoggettabilità ad una sanzione penale, il

problema e la soluzione alle due domande di cui sopra dipendono dalla natura delle misure di sicurezza.

Se fossero assoggettate al diritto amministrativo, ritenendo che l'unica conseguenza penalistica sia la pena, la

soggettività di diritto penale dovrà ruotare intorno alla imputabilità. Qualora abbiano il carattere di provvedimenti

penali, nella categoria del soggetto di diritto potranno essere ricompresi sia l'imputabile che il non imputabile.

Gallo è dell'avviso che le misure di sicurezza siano provvedimenti penali. Esse, infatti, vengono applicate con un

procedimento a carattere giurisdizionale, dietro la scelta della autorità giudiziaria penale.

Riconosciuto ciò, dal momento che anche il non imputabile è soggetto alle misure di sicurezza (e quindi è soggetto a

provvedimenti penali), ne deriva che egli è soggetto penalmente capace.

Posizione e funzione dell'imputabilità e della pericolosità

(da rivedere) Qual'è la funzione della pericolosità nel nostro ordinamento penale? Una definizione della persona

socialmente pericolosa è contenuta nell'art. 203:

Art. 203. Pericolosità sociale: — Agli effetti della legge penale, è socialmente pericolosa la persona, anche se

non imputabile o non punibile, la quale ha commesso taluno dei fatti indicati nell’articolo precedente, quando

è probabile che commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reati.

La qualità di persona socialmente pericolosa si desume dalle circostanze indicate nell’articolo 133.

Sintomo imprescindibile della pericolosità criminale è la commissione di un reato; in altri termini, nel nostro

ordinamento socialmente pericoloso è solo chi commette un reato.

L'imputabilità, invece, è un'altra cosa: una condizione soggettiva che preesiste al reato. Infatti, il socialmente

pericoloso può anche non essere un imputabile.

Da qui, Gallo ne deduce che l'imputabilità non può essere uno dei requisiti della capacità giuridica penale. È,

invece, soltanto una qualifica necessaria per l'applicazione della pena.

Dunque, non è chi non è imputabile a non avere capacità penale: è solo chi non ha capacità d'agire penalmente a non

avere la capacità penale. E la capacità d'agire, nel nostro campo, consiste nel poter porre in essere – anche

fisicamente – un fatto previsto come illecito. Un esempio di incapace d'agire è il neonato.

Forme specifiche di capacità ed incapacità giuridica

(da rroivedere) Riprendiamo le specificazioni dell'incapacità giuridica, o del suo rovescio, cioè della capacità. Vediamo,

anche dalle precedenti indagini, a quali punti siamo arrivati:

● Situazioni di incapacità parziali: una di esse è l'immunità. Qui l'attitudine alla titolarità di una situazione

sfavorevole è condizionata da un particolare modo d'essere soggettivo, quale potrebbe essere l'investitura di un

soggetto a determinate cariche o qualifiche. 22


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto Penale, Gallo (volume 1). Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: caratteri della regola giuridica e regola giuridica penale, la struttura della regola penale, Costituzione e personalità della responsabilità penale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Trapani Mario.

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