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legislatore ha riconosciuto conseguenze giuridiche a tali fatti.

Il requisito dell'offesa, dunque, significa solo esprimere l'esigenza che l'atto adempia alla ratio della sua

(anti)giuridicità: nel diritto penale, essa è l'offesa di interessi che il sistema reputa di difendere dall'ingerenza dei

terzi.

E questa non è soltanto un'opinione: per Gallo essa ha specifico riscontro normativo nell'art. 49 II comma:

Art. 49: [...] La punibilità è altresì esclusa quando, per la inidoneità dell’azione o per la inesistenza

[...]

dell’oggetto di essa, è impossibile l’evento dannoso o pericoloso.

Il fatto-reato

Quali sono gli elementi costitutivi del fatto-reato? Essi emergono dalle norme penali reali, dal diritto positivo dettato dal

legislatore. A ciò sono dirette le regole dettate nella parte generale: esse si incentrano su modelli rispetto ai quali le

figure di reato debbono adeguarsi.

A delimitare i profili dei comportamenti umani, della “casella” entro la quale debbono collocarsi, sono i termini azione

ed omissione. Tuttavia di per sé stessi tali termini non dicono nulla del contenuto. In primo luogo, sono gli artt. 40 e 41

c.p. a disciplinare ogni nesso causale rilevante per il diritto penale:

Art. 40: Rapporto di causalità. — Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se

l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende la esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od

omissione.

Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.

Art. 41: Concorso di cause. — Il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se

indipendenti dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra la azione od

omissione e l’evento.

Le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare

l’evento. In tal caso, se l’azione od omissione precedentemente commessa costituisce per sé un reato, si

applica la pena per questo stabilita.

Le disposizioni precedenti si applicano anche quando la causa preesistente o simultanea o sopravvenuta

consiste nel fatto illecito altrui.

Ancora, sulla stessa scia devono essere prese in considerazione le c.d. scriminanti, disciplinate dagli artt. 52 e 54 c.p.:

Art. 52 Difesa legittima. — Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di

difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia

proporzionata all’offesa.

Art. 54. Stato di necessità. — Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di

salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né

altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo .

Questa disposizione non si applica a chi ha un particolare dovere giuridico di esporsi al pericolo.

La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall’altrui

minaccia; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona minacciata risponde chi l’ha costretta a commetterlo.

La struttura minima ed inderogabile della fattispecie criminosa è invece data dagli artt. 25 II comma e 27 I comma

Cost.: Art. 25 II comma- Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del

fatto commesso.

Art. 27 I comma — La responsabilità penale è personale.

Già ci siamo soffermati sul fatto che la legge penale prevede riserva assoluta di fonte rango legge, così come sulla

irretroattività. L'art. 27, in rapporto alla personalità della responsabilità, rimanda alla riferibilità del fatto suscettibile

di sanzione all'individuo in virtù di ciò che lo rende persona umana e non mera forza causale; esso deve – in altri

termini – essere riferibile alla sua coscienza ed alla sua volontà. Ergo, sempre dallo stesso articolo, si evince che il fatto

deve essere fornito di lineamenti precisi, suscettibili di essere compresi in rapporto al fatto concreto.

L'art. 25 spinge a ritenere che le scriminanti sono comprese nel fatto come elementi la cui mancanza è necessaria

affinché lo stesso fatto possa considerarsi illecito penale. Ponendo il caso che una disposizione intervenisse ad

abrogarne un'altra che contiene una scriminante, la garanzia legislativa dell'art. 2 e quella costituzionale dell'art 25

garantiscono che il fatto non sia punibile.

Nozioni costituzionale e codicistica del fatto

La nozione costituzionale (25 Cost.) del fatto è comprensiva tanto dell'elemento ogettivo che di quello soggettivo; le

situazioni scriminanti sono invece assenti. 5

Qual'è, invece, l'uso che del termine fatto compiono il Codice Penale e le restanti leggi ordinarie? Neanche in questo

caso vengono considerate le scriminanti. E, dall'art. 1 c.p., si evince che il termine fatto esprime gli elementi oggettivi

del fatto.

Concezioni bipartita e tripartita della fattispecie criminosa

Molto si è discusso in dottrina riguardo la ripartizione degli elementi costitutivi del reato. Due sono le ripartizioni

che vanno per la maggiore; vediamo quali:

Concezione tripartita

1. Fatto: esso è l'insieme degli elementi materiali di cui è necessaria la realizzazione;

2. Antigiuridicità obiettiva: qualificherebbe il fatto nel senso della contrarietà alla legge penale;

3. Elemento soggettivo o volontà colpevole: permette l'imputazione del fatto antigiuridico a chi l'ha posto in

essere.

Concezione bipartita

1. Elemento oggettivo (fatto), con el. Positivi ed el. negativi;

2. Elemento soggettivo

Da questa prima schematizzazione si può già notare come la concezione bipartita non accolga l'elemento

dell'antigiuridicità obiettiva come costitutivo del reato. Gallo è d'accordo; la teoria dell'antigiuridicità penale obiettiva

va incontro, infatti, ad una serie di difficoltà quando ci si domanda quale sia il criterio alla stregua del quale si formula

il relativo giudizio. Essa non può essere ravvisato nella norma penale incriminatrice; e nemmeno si può ritenere che il

giudizio di antigiuridicità si proponga alla stregua di norme diverse da quella incriminatrice. Dunque, la teoria

dell'antigiuridicità penale obiettiva non può essere accolta, dal momento che non pare dare risposte soddisfacenti.

Per Gallo, tuttavia, il senso di tale teoria è quello di porre l'elemento negativo nella assenza di scriminanti. Dal

momento che il concetto di fatto umano tipico, così come risulta dal combinato degli artt. 47 e 59, ricomprende la

presenza di queste, ragioni di semplicità e facilità rendono vantaggioso spiegare la struttura del reato con una

concezione bipartita fatta di elemento oggettivo, cioè il fatto, e di elemento soggettivo, ovverosia la volontà colpevole

che rende possibile imputare il fatto giuridico a chi l'ha posto in essere.

I presupposti del reato

Per parte della Dottrina, tali presupposti costituirebbero presupposti condizionanti l'esistenza dell'illecito. Alcuni la

ravviserebbero nella presenza di una regola incriminatrice. Ma ciò, per Gallo, è sbagliato: è questa, infatti, una

concezione che confonde il concetto giuridico di reato con quello fenomenico. Allo stesso modo, alcuni ravviserebbero

il presupposto nella presenza di un soggetto agente. Ma anche ciò può essere contestato agevolmente: il soggetto non è

infatti il presupposto, ma colui che dà vita al reato. Quanto all'esistenza di un bene giuridicamente tutelato, anche

questa teoria è criticabile alla stregua di quanto già riportato per la presenza della regola incriminatrice.

Può accogliersi, invece, la teoria che ravvisa nei presupposti del reato la condotta del soggetto agente, cioè di quegli

elementi naturali o giuridici che debbono preesistere alla condotta criminosa perché il reato abbia a verificarsi. Ciò

accade, a.e., nel reato di bigamia (556 c.p.), per l'altruità della cosa nel furto (624), la gravidanza nell'interruzione della

stessa senza il consenso della donna.

CAPITOLO II – IL FATTO DI REATO

Gli elementi positivi del fatto

Già siamo arrivati alla conclusione che il reato è formato da due elementi: il fatto umano al quale va ad aggiungersi la

volontà colpevole. Si parla, quindi, di una condotta umana.

Tuttavia, nel linguaggio legislativo, del termine condotta non si fa quasi mai menzione – salvo che in casi rari (vedi art.

133 c.p.). Capita, invece, di leggere altri due termini: azione ed omissione. Il rapporto dialettico fra questi due termini

caratterizza ogni sistema normativo, anche quando le norme di questo sistema non sono giuridiche (ma etiche, etiche,

ecc.).

La dottrina dominante, negli illeciti di azione tiene conto del sostrato naturalistico: è un comportamento umano

consistente in un'azione positiva, estrinsecazione dell'energia muscolare del soggetto agente nel mondo esterno. Invece,

negli illeciti si omissione si tiene conto del dato normativo: l'illecito di omissione consiste nel non aver tenuto una certa

condotta in rapporto ad un certo dato normativo. Il soggetto si è comportato in modo diverso da quello descritto: aliud

agere. 6

Ma ciò risponde a verità? È esatto rinvenire la struttura naturalistica soltanto nell'azione, e sostenere che l'omissione non

può essere che ravvisata solo in rapporto ad una norma? Per Gallo non è così; anzi: tanto il comportamento attivo che

quello omissivo si sostanziano in ESTRINSECAZIONI DI ENERGIA MUSCOLARE. Non è possibile, infatti,

ipotizzare una condotta umana che non si ponga come atteggiamento esteriore: laddove, infatti, non vi sia

estrinsecazione di energia muscolare vi sarà pur sempre inerzia.

Per i motivi appena esposti, possiamo arrivare alla seguente conclusione: la definizione di un illecito come di azione o

di omissione non dipende da come si è estrinsecato il comportamento del soggetto agente, da un elemento naturalistico

del fatto in sé considerato, ma dipende dal rapporto fra fattispecie concreta e fattispecie astratta, cioè il dato

normativo. Ragion per cui il riscontro col dato normativo sarà sempre necessario, anche in caso di omissione.

Azione cosciente e volontaria

Nella legislazione penale si parla di azione ed omissione secondo diverse accezioni.

1. La prima, più ampia, fa coincidere azione ed omissione con l'intero fatto costitutivo di reato: dall'art. 81 I e

II comma si evince che può trattarsi sia di fatto realizzato in violazione di un obbligo a contenuto negativo,

quanto di un obbligo a contenuto positivo. Nel primo caso il reato sarà di azione (l'obbligo è di non fare e tu

hai fatto); nel secondo di omissione (l'obbligo era di fare, tu non hai fatto). In entrambi i casi, comunque,

azione ed omissione sono semplici sinonimi di fatto; nella stessa accezione in cui il termine appare in apertura

del codice penale: “Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato

dalla legge [...]”.

2. La seconda utilizza i due termini per indicare la condotta umana che cagiona l'evento dannoso o pericoloso

vietato. È questa l'accezione dell'art. 40, I comma: “Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla

legge come reato, se l'evento dannoso o pericoloso, da cui dipende la esistenza del reato, non è conseguenza

della sua azione o omissione”.

Tale significato, tuttavia, è utilizzabile solo nei reati che esigono come elemento costitutivo una conseguenza.

Stanti questi significati dei termini azione ed omissione, non ci resta che indagare su un altro requisito di fattispecie

che deve riscontrarsi in ogni illecito penale: si tratta della COSCIENZA E VOLONTÀ. Disciplina infatti l'art. 42 I

comma: Art. 42. Responsabilità per dolo o per colpa o per delitto preterintenzionale. Responsabilità obiettiva. —

Nessuno può essere punito per un’azione od omissione preveduta dalla legge come reato, se non l’ha

commessa con coscienza e volontà.

Cosa implica questo articolo? Che, affinché un fatto sia penalmente rilevante, esso non esige solo di un'azione e di una

omissione, ma anche di un momento riferibile alla coscienza ed alla volontà dell'individuo che l'ha posto in essere; in

altri termini, alla dominabililtà. A.e., non sarà un fatto rilevante versare il liquido che credo la medicina nel bicchiere di

un parente ammalato.

Se coscienza e volontà mancano, come nel caso in cui l'agente non poteva compiere, a causa di una forza esterna, una

condotta diversa, l'atto non è riferibile al soggetto come persona umana, nonostante ci sia l'azione o l'omissione. È come

se l'uomo non avesse agito, o come se ad agire al suo posto sia stata una forza della natura.

L'indagine sulla coscienza e sulla volontà serve – sul piano operativo – all'accertamento dell'elemento psicologico del

reato: del dolo o della colpa. Perché il codice opera tale separazione? Perché contrappone la coscienza e la volontà al

dolo ed alla colpa? La separazione risiede nelle diverse conseguenze che si producono in caso di assoluzione, cioè a

seconda che essa sia avvenuta per mancanza di coscienza o volontà o per mancanza di dolo o colpa. Tali conseguenze si

riverberano non solo nel campo degli effetti penali, ma anche in quello degli effetti extrapenali.

● Mancanza di coscienza e volontà: in questo caso viene a mancare un fatto oggettivo penalmente rilevante.

Sul piano sistematico i due elementi sono, infatti, requisiti della fattispecie oggettiva.

In questo caso, la formula di assoluzione sarà “il fatto non sussiste”. In caso di difetto del requisito della

coscienza e volontà, infatti, non c'è fatto.

● Mancanza di dolo o colpa: in questo caso il fatto penalmente rilevante esiste; tuttavia, mancando l'elemento

soggettivo, non è riconducibile alla coscienza ed alla volontà dell'agente.

La formula dell'assoluzione sarà: “il fatto non costituisce reato”.

Sul piano penale, la differenza che esiste in un caso ovvero nell'altro è solamente formale; in entrambi i casi il soggetto

non è colpevole.

Anche nel campo extrapenale dovrebbe essere lo stesso; tuttavia, in alcuni casi – ritenuti meritevoli di tutela rafforzata –

c'è un rovesciamento dell'onere della prova. Ciò può accadere nei giudizi civili o amministrativi. Poniamo l'esempio

di un guidatore che, nel primo caso, sia stato assolto per mancanza di prove sull'elemento soggettivo; nel secondo per

insufficienza di prove sulla coscienza e volontà:

● Guidatore assolto per mancanza di prove sull'elemento soggettivo: ai fini del giudizio civile, ex art 2054

c.c., si verificherà l'inversione dell'onere della prova: “il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è 7

obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o cose dalla circolazione del veicolo se non prova di aver

fatto tutto il possibile per evitare il danno”.

Spetterà, dunque, all'autore del fatto di aver agito senza colpa (nel contesto dell'azione per risarcimento del

danno).

● Guidatore assolto per mancanza di prove su coscienza e volontà: dal momento che queste ultime due

costituiscono una frazione dell'elemento oggettivo, il dubbio verterà sullo stesso fatto costitutivo di reato. È, in

altri termini, un dubbio che investe l'esistenza stessa del fatto. Non potrà, così, operare il rovesciamento

dell'onere della prova di cui al 2054 c.c.

Ciò si chiama “tutela rafforzata” di certi interessi e conduce – in ipotesi come quella appena vista – a non fermarsi di

fronte ad una motivazione di insufficienza di prove: toccherà al convenuto la piena prova dell'assenza di colpa.

Coscienza e volontà e momenti dell'iter criminoso

In rapporto a quali dei diversi momenti dell'iter criminoso va accertata l'esistenza della coscienza e della volontà? Il

problema non è di poco conto. Tuttavia neanche in questo caso può essere data una risposta unitaria. Sarà, invece,

necessario distinguere a seconda dei tipi di reato.

Reati di azione:

● Reati a forma vincolata: qui la coscienza deve rivolgersi a quel segmento del fare dell'uomo che

corrisponda alla descrizione della figura criminosa, è quindi lo stesso legislatore qui a stabilire il

momento in cui deve essere presente.

● Reati a forma libera (o fattispecie causalmente orientate): qui la condotta non ha rilevanza per le

forme intrinseche che la caratterizzano, quanto per la rilevanza del collegamento con un risultato ad

essa esterna. Un reato del genere è, a.e., l'omicidio.

In tali reati l'atto tipico non può essere colto in funzione dell'idoneità causale dell'atto rispetto

all'evento. Infatti, se fosse sufficiente la presenza della coscienza e della volontà in uno qualsiasi degli

atti dell'iter criminoso, ogni atto preparatorio sarebbe tipico, e – di questo passo - si arriverebbe a

punire anche la mera intenzione.

Nei reati a forma libera caratterizzati da dolo l'atto tipico sarà “l'ultimo della catena” prima del quale

si esplichi il processo causale in direzione dell'evento; quello nel quale più si esprime la signoria

dell'agente. Se coscienza e volontà mancano in quest'ultimo atto, sarà impossibile imputare il fatto

all'agente, anche se tutti gli altri precedenti sono stati caratterizzati dalla volontà. Nel caso

dell'omicidio, a.e., pure se tutti gli atti preparatori (acquisto della pistola, mira, ecc) sono stati sorretti

da dolo ma non l'ultimo – qualora l'agente sia scivolato ed il colpo partito accidentalmente uccidendo

la persona designata – il fatto non sarà imputabile a titolo di dolo. E vale anche l'inverso, nel caso gli

atti preparatori siano stati fatti sotto costrizione, ma l'ultimo con coscienza e volontà (perché l'agente

ha cambiato idea).

Invece, nei reati a forma libera caratterizzati da colpa, ciò che conta ai fini dell'imputazione a titolo di

colpa è se sussistano le condizioni di rappresentabilità ed evitabilità nell'ultimo istante in cui

sarebbe stato ancora possibile rimuovere ciò che rendeva rappresentabile ed inevitabile l'evento.

In entrambi i casi, quindi, l'atto tipico che deve essere assistito da coscienza e volontà è l'ultimo:

l'ultimo della catena o quello contrassegnato dall'ultima possibilità di rimuovere gli effetti del

comportamento imprudente, leggero, imperito. Se nell'ultimo momento sopravviene una forza alla

quale il soggetto non può resistere, l'evento cagionato non gli si potrà imputare a colpa.

Reati di omissione

Qui l'esistenza della coscienza e della volontà può essere accertata solo attraverso l'analisi della condotta positiva

diversa tenuta dall'agente rispetto quella dovuta nel momento immediatamente precedente la scadenza del

termine. L'omissione sarà priva di coscienza e volontà se la condotta tenuta è diversa da quella necessitata.

Vi sono tre distinte tesi riguardo la c.d. natura della condotta omissiva:

1. L'omissione è un non fare,

2. L'omissione è un aliud agere, un diverso agire rispetto a quello cui il soggetto era tenuto;

3. L'omissione consiste nella violazione di una norma.

Queste tre tesi, per Gallo, non sono da contrapporsi, ciascuna cogliendo un momento dell'omissione. Esse possono,

anzi, essere ricondotte ad unità. L'omissione, infatti, consiste in un non fare ma non sul piano naturalistico, quanto

rispetto ad una condotta posta in essere invece di un altro comportamento prescritto.

Altra considerazione da fare, è che l'obbligo di fare postula sempre un termine. Termine che può essere perentorio,

cioè tale da non ammettere un adempimento tardivo, ovvero ordinatorio, tale che anche se tardivo l'adempimento 8

realizza comunque la pretesa posta dall'ordinamento. L'obbligo di fare, infatti, non può prescindere da un termine che

ne assicuri l'effettività.

Quindi, se antecedentemente a questo termine si è verificato un evento non imputabile al soggetto agente che lo ha

posto nell'impossibilità di adempiere all'obbligazione, non gli si potrà addebitare l'obbligazione.

La struttura della coscienza e volontà

Cominiciamo ancora col I comma dell'art 42:

Art. 42. Responsabilità per dolo o per colpa o per delitto preterintenzionale. Responsabilità obiettiva. —

Nessuno può essere punito per un’azione od omissione preveduta dalla legge come reato, se non l’ha

commessa con coscienza e volontà.

Dalla lettura sembra rilevarsi che tanto l'azione che l'omissione debbano essere sorrette da un impulso volontario. Non

allo stesso modo la pensano dottrina e giurisprudenza, concordi nel riconoscere la responsabilità anche per atti

compiuti automaticamente, alla cui origine non può ravvisarsi nessun impulso cosciente.

La struttura della coscienza e volontà

Leggendo alla lettera il solito art. 42 I comma, sembrerebbe evincersi che tanto l'azione che l'omissione debbano essere

sorrette da un impulso volontario, derivante dalla coscienza e dalla volontà.

Tuttavia stragrande maggioranza della dottrina e giurisprudenza – stavolta Gallo compreso – ritengono che la

responsabilità sussista anche per una serie di atti, compiuti automaticamente, alla cui origine non si può ravvisare

un impulso cosciente. Dove l'assenza di impulso cosciente può ravvisarsi nella mancanza del passaggio dell'impulso

attraverso la “zona lucida del cervello”.

C'è da dire se così non fosse, qualora si negasse in questi casi la responsabilità per colpa, si arriverebbe a negare la

responsabilità per la maggior parte delle fattispecie colpose.

Ecco quindi che, per tali motivi, se nei reati dolosi la coscienza e volontà della condotta deve sempre essere costituita da

un impulso cosciente, nei reati dolosi l'attribuzione della responsabilità avviene talvolta alla stregua di criteri

normativi di imputazione.

L'ordinamento, così, riesce a sanzionare anche quei coportamenti che, pur non derivando da un impulso volontario,

sono comunque ad esso riferibili. La volontarietà dell'atto si traduce, così, in controllabilità dello stesso atto da parte

della volontà; comunque in un atto che, se fossero stati pienamente esercitati i poteri di impulso ed inibizione, sarebbe

stato evitabile: quello che, a.e., accade per chi colposamente causa la sua ubriachezza o altro stato di mancanza di

lucidità. Sarebbe stato comunque possibile evitare di ubriacarsi, e la mancanza dell'”impulso volontario” da sola non

potrebbe giustificare l'assenza di responsabilità.

Gli unici casi in cui questa libertà è esclusa sono quelli di FORZA MAGGIORE.

Quali sono?

● Forza maggiore in senso stretto: la forza esterna che, per il suo potere irresistibile, determina a persona in

modo necessario ed inevitabile.

● Forza maggiore come risultato di una forza umana: come su, ma con l'intervento umano – a.e. il

costringimento fisico.

● Forza maggiore che rende completamente impensabile un atto di volontà diverso: a.e. l'incoscienza

VOLONTARIA (non quella volontaria, come l'ubriachezza!).

Sarà il giudice, nel suo iter, a dover accertare che cause di forza maggiore non siano intervenute: accertare, non

dimostrare: altrimenti si tratterebbe di probatio diabolica. Qualora non emerga alcun dato processuale in questo senso,

il giudice è libero di ritenere la c.d. libertà dell'azione (assenza di forza maggiore), proprio perché l'esperienza dei casi

simili insegna che l'azione determinata da forza maggiore costituisce l'eccezione rispetto alla regola: quella

dell'eccezione libera.

Azione: unità e pluralità

Quand'è che l'azione può essere detta unica? A.e.: Tizio percuote Caio con più atti tipici di percosse, ripetuti in pochi

secondi. In questo caso, dobbiamo computare tanti reati quante sono le azioni, oppure rinvenire un'unica azione

costitutiva di reato?

Una prima risposta prova a darla la teoria teleologica: l'atto sarebbe unico quando le varie azioni sono legate da un

vincolo di connessione teleologica; atti che – secondo un criterio normativo sociale – sono realizzati ad intervalli di

tempo tali per cui non si può dire che sia finito un atto e che ne sia iniziato un altro.

Gallo, tuttavia, dissente da questa teoria: l'analisi teleologica appartiene, infatti, ad un momento successivo al verificarsi

del reato. Egli, invece, ritiene che i criteri da adottare siano due: il primo è quello della contestualità. Esso però da solo

9

non è sufficiente: a.e., poniamo il caso di un ladro che con un unico gesto si impossessi di due biciclette appartenenti a

diversi possessori. I furti sono due! Quindi dovrà introdursi un secondo criterio: quello della lesione del medesimo

interesse rilevante.

In conclusione, “l'azione è unica se composta da uno o più atti tipici contestuali che offendono un'unica volta il

medesimo interesse penalmente rilevante”.

Reati di mera condotta e ad evento naturalistico; reati a forma libera e causalmente orientati

Confrontiamo ora vari tipi di reati, al fine di cogliere la struttura del fatto oggettivo. Cominciamo leggiamo l'art. 640,

riguardo la truffa:

Art. 640. Truffa. — Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un

ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da

cinquantuno euro a milletrentadue euro.

La pena è della reclusione da uno a cinque anni e della multa da trecentonove euro a

millecinquecentoquarantanove euro:

1) se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico o col pretesto di far esonerare taluno

dal servizio militare;

2) se il fatto è commesso ingenerando nella persona offesa il timore di un pericolo immaginario o l’erroneo

convincimento di dovere eseguire un ordine dell’Autorità.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo che ricorra taluna delle circostanze previste dal

capoverso precedente o un’altra circostanza aggravante.

Tale fattispecie oggettiva esige il verificarsi di una serie di eventi, dei quali tre sono direttamente menzionati (artifizi o

raggiri del soggetto attivo, errore del soggetto passivo, profitto ingiusto per il truffatore o altro) ed un altro (l'atto di

disposizione patrimoniale dal truffato al truffatore o altro) si evince per via interpretativa.

L'art. 575 c.p. dispone, invece, riguardo l'omicidio:

Art. 575. Omicidio. — Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni

ventuno.

Quale differenze si colgono rispetto alla truffa di cui sopra? Nel caso della truffa la condotta è descritta per note

interne, tipicizzata per elementi intrinseci: può esserci truffa solo se si pone in essere la condotta nel modo descritto

dall'art. 640.

Nell'omicidio, incece, qualsiasi condotta umana che si ponga quale antecedente causale della morte è idonea a

costituire reato.

I due reati, secondo quanto appena scritto, possono quindi essere distinti in:

● REATI A FORMA VINCOLATA: come nel caso della truffa, la condotta è descritta per note interne e

tipicizzata.

● REATI CAUSALMENTE ORIENTATI (forma libera): come nel caso dell'omicidio, quelli in cui qualsiasi

condotta umana è idonea a costituire reato se si pone come antecedente causale del fatto descritto nella

fattispecie.

Altra differenza importante, è quella che si può cogliere a seconda della rilevanza della condotta o del suo risultato:

● REATI DI MERA CONDOTTA: a.e. l'art. 241 c.p. sanziona qualsiasi comportamento IDONEO a

“sottoporre il territorio di uno Stato o una parte di esso alla sovranità dello Stato straniero”. Si parla di mera

condotta in quanto questo reato non presuppone la realizzazione del risultato: è infatti punita la condotta

idonea a raggiungere quel risultato. Così come nel caso della calunnia (art. 368 c.p.), la legge prescinde

totalmente dal risultato della falsa incolpazione.

● REATI CON EVENTO NATURALISTICO: come nel caso dell'omicidio o della truffa, la legge richiede il

realizzarsi di certi eventi naturalistici (morte o quelli sopra descritti per la truffa).

La distinzione fra questi tipi di reati di 4 diverse tipologie si sovrappone e si incrocia. Ed è una differenza che, si badi

bene, vale tanto per i reati di azione che di omissione. In particolare, nei reati di omissione, a seconda della rilevanza

che viene data all'evento naturalistico si distingue fra:

● REATI OMISSIVI PROPRI: quelli in cui, come nel caso dell'omissione di soccorso (593 c.p.) è violato un

obbligo a contenuto positivo direttamente discendente da una norma penale incriminatrice;

● REATI OMISSIVI IMPROPRI: in questo caso la violazione dell'obbligo si ha ai sensi dell'art. 40 II comma:

“non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”.

Dunque, solo nei reati omissivi impropri si vedrà all'evento naturalistico causalmente collegato per vedere se un 10

comportamento ha o meno rilevanza penale.

L'evento

Stante quanto sopra esposto, già ad una prima analisi sorge spontanea una domanda: sia il reato causalmente orientato

(nel quale è previsto dalla stessa fattispecie il verificarsi di un evento naturalistico) quanto quello di mera condotta

provocano conseguenze nel mondo esterno: in altri termini, degli eventi. Tutte le condotte – come anche tutti i reati –

producono un quid novi nel mondo esterno. Allora perché esiste una distinzione a seconda dell'evento?

Perché nei reati di mera condotta la natura dell'interesse tutelato esige che la regola incriminatrice esige che

l'ordinamento prenda in considerazione la pura e semplice condotta, mentre nei reati causalmente orientati l'interesse

è tale da richiedere tutela quando si verifichi una modificazione nel mondo esterno. Un evento che può essere di natura

varia: fisiologica, a.e., come la morte, ma anche fisica, psicologica, patrimoniale. Tale modificazione è chiamata evento

naturalistico.

A tale accezione di evento si affianca quella di evento giuridico, che consiste nell'offesa all'interesse giuridicamente

tutelato. Ricapitolando:

● Evento naturalistico: consiste nella modificazione del mondo esterno rilevante per la norma incrimnatrice.

Esso è presente solo nei reati causalmente orientarti, nei quali una modificazione è appunto rilevante per

l'operare della norma incriminatrice.

● Evento giuridico: consiste nella offesa all'interesse giuridicamente protetto ed è presente in ogni fattispecie, a

differenza di quello naturalistico. Ciò perché, se manca lesione o messa in pericolo dell'interesse protetto, non

vi è reato.

Rimane ora da chiarire con quale accezione debba intendersi il termine evento quando è utilizzato dal legislatore. Gallo

scrive che:

● Si parla di evento naturalistico: ogniqualvolta nella norma penale la parola evento designa un quid che è

posto in relazione alla condotta come effetto della causa: a.e. nell'accezione degli artt. 40 e 41 c.p.

● Si parla di evento giuridico: quando non si prospetta il requisito del rapporto causale, come nel caso

dell'art. 43 I e II comma.

Sempre Gallo, in conclusione di questo discorso, che “la pluralità di significati che la stessa parola evento presenta nel

corso dello stesso articolo di legge [...] è una realtà normativa alla quale è giocoforza arrendersi”.

Nesso di causalità nella struttura del fatto oggettivo: la causalità nei reati di mera condotta

Nei reati di mera condotta non si dovrebbero porre problemi riguardo al nesso di causalità fra condotta ed evento,

consistendo appunto il reato solo nel primo di questi due elementi. A sostenere questa opinione, sono anche Dottrina e

Giurisprudenza. La conferma pare trovarsi anche negli artt. 40 e 41 c.p, che disciplinano il rapporto di causalità facendo

riferimento all'evento dannoso o pericoloso che deve essere conseguenza dell'azione o dell'omissione.

Ma Gallo non condivide nulla di tutto ciò. Per lui, infatti, è errata la conclusione secondo la quale i reati di mera

condotta non darebbero luogo ad alcun tipo di problema di causalità. Tanto per fare un esempio, in una vicenda

criminosa di furto si possono inserire dei passaggi causali nella condotta tipica: a.e., nel furto realizzato tramite gazza

ladra. Già da questo esempio si evince come i problemi di causalità non si pongono soltanto per i reati ad evento

naturalistico, ma anche per quelli di mera condotta.

La differenza risiede in questo:

● Nei reati con evento naturalistico: l'esistenza del nesso causale fra condotta e reato è richiesta dalla stessa

struttura della figura criminosa;

● Nei reati di mera condotta: l'esistenza di tale nesso è solo eventuale, e dipende dalle modalità concrete di

esecuzione del fatto.

Quando si pongono all'interno di fattispecie astratte di mera condotta problemi riguardo al nesso di causalità, sono

applicabili gli artt. 40 e 41 c.p.? Dottrina e giurisprudenza hanno risolto il problema sostenenso che, nelle fattispecie

di concorso, la condotta del concorrente diviene evento rispetto la condotta dell'altro, così realizzando una situazione

rilevante ai sensi degli artt. 40 e 41 c.p.

Ma questa, per Gallo, è solo una soluzione nominalistica, ed il problema va risolto unitariamente per ogni ipotesi di

nesso di causalità tra i vari momenti dell'esecuzione della condotta.

Il problema del nesso causale come problema di imputazione

Approfondire il discorso della causalità significa sciogliere un nodo importante riguardo l'imputazione. La discussione

ha finora portato all'elaborazione di due ipotesi, elaborate da filosofi e studiosi, in particolare per quanto concerne i 11

fenomeni delle scienze naturali (basti pensare a David Hume):

1. Rapporto di causalità come SCHEMA LOGICO: utile a ricostruire il processo di sviluppo della realtà o

della forma mentale che condiziona il modo d'essere;

2. Rapporto di causalità come SCHEMA ONTOLOGICO: inerente la struttura stessa del reale.

Ma cosa significa porre il problema della causalità sul PIANO GIURIDICO?

Vediamo come lo affrontò il c.d. illuminismo giuridico: gli studiosi di questa scuola si occuparono non tanto della

causalità in sé stessa (che già creava molti problemi ai filosofi), quanto del rapporto di causalità rilevante per il

diritto penale. Per i giuristi illuministi il diritto doveva occuparsi solo delle cause prossime, non delle cause remote.

Per Gallo questa concezione è accettabile, ma soltanto per una società scarsamente sviluppata sul piano tecnologico.

In un mondo in questo settore sviluppato, invece, la responsabilità può essere attrbuita anche sula base di condotte

molto distanti cronologicamente dall'evento. Basti pensare ad una macchina difettosa che dopo anni esplode, uccidendo

degli operai.

Un'altra tesi sostiene invece che per rapporto causale nel diritto deve intendersi il rapporto in cui la condotta umana è

CAUSA EFFICIENTE dell'evento: lo ha determinato, lo ha prodotto, gli ha dato la forma. Secondo Gallo, tuttavia, tale

criterio è messo in crisi ogniqualvolta il risultato è determinato non da una condotta umana, ma da condizioni di altro

tipo: a.e. il crollo di una diga per la pressione di un nubifragio. Qui lo spessore delle dighe, inferiore a quello della

regola d'arte, nell'ottica della causa efficiente si profila come mera occasione.

Anche la scuola che concentra l'attenzione sulla struttura logico-naturalistica della causalità va incontro a problemi.

Essa si baasa sull'asserto che è inesatto parlare di causa con riferimento ad un singolo fattore. A.e., tentando di collegare

un processo tra A e B, ci si rende conto che B non è conseguenza diretta solo di A, ma anche di una serie di altri fattori:

i c.d. fattori condizionanti. Solo l'insieme di tali fattori è sufficienza alla produzione dell'evento; i singoli fattori presi

in considerazione di per sé stessi sono solo condizioni necessarie, non sufficienti.

Dunque, dopo aver visto l'esito ti tutti questi approcci, non resta che concludere che nessuno è in grado di porre in

essere, isolandola, la causa dal suo complesso globale. È infatti impossibile isolare tutte le condizioni che la

costituiscono. Alla condotta umana non si può chiedere altra qualificazione se non quella di essere una delle

condizioni dell'evento, dal momento che fra queste condizioni non è possibile distinguere: sopprimendo una qualsiasi

di esse, si escluderebbe il verificarsi dell'evento.

Da tale approccio nasce la teoria della conditio sine qua non. Per la quale causa rilevante dell'evento è quella

condizione che per il verificarsi di esso è necessaria consistente nella condotta di un uomo: quella condotta umana

che, se non si fosse verificata, avrebbe escluso la realizzazione dell'evento.

Per Gallo tale teoria è quella che più si avvicina a risultati efficienti. Per l'Autore, tuttavia, necessario da considerare è

anche l'elemento soggettivo.

La teoria della conditio sine qua non, corretta aggiungendo tale elemento, diventa così la teoria soggettiva della

causalità. Per dare rilevanza all'elemento successivo è tuttavia necessario accertare se, nel nostro ordinamento, esistano

delle ipotesi di responsabilità oggettiva, nelle quali l'evento criminoso è posto a carico del soggetto agente

indipendentemente dalla presenza di dolo e colpa. Da una breve analisi (fatta già nel volume I di Gallo) risulta che la

ratio di tali ipotesi è, nel nostro ordinamento, quella di prevenzione. L'art. 27 Cost, inoltre, detta il requisito della

personalità della responsabilità penale, che dev'essere elemento costitutivo di ogni fattispecie di reato. In conclusione,

ogni ipotesi di reato non sorretta né da dolo, né da colpa, deve comunque essere sorretta almeno dal requisito della

prevedibilità.

Il superamento della teoria della conditio sine qua non e l'approdo alla teoria soggettiva della causalità appare

necessario in tutte quelle ipotesi in cui è fuori discussione sia la conditio, ma anche la natura dolosa del fatto: a.e. Tizio

che ferisce leggermente Caio che poi rimane vittima di un incidente nell'ospedale in cui si è recato per farsi medicare. In

altri termini, la condotta umana deve apparire nella sua consistenza proporzionata al tipo di risultato che da essa

discende. Se tale proporzionalità non c'è, il rapporto di causalità viene a mancare: è per questo che Tizio non potrà

essere imputato per l'omicidio di Caio. È, dunque, un criterio di causalità adeguata. Criterio che, prevalente nella

dottrina tedesca, sembra essere anche nel nostro ordinamento utilizzabile.

Artt. 40 e 41 c.p.: la soluzione legislativa

Abbiamo accertato che il cirterio dell'adeguatezza è utilizzabile nella pratica. Trova, tuttavia, riscontro nel diritto

positivo? I redattori del codice, nel 1930, si ispiravano, tuttavia, al criterio della conditio sine qua non. In quale misura

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questa ispirazione venne tradotta nel diritto positivo?

Leggiamo gli artt. 40 e 41 c.p., dedicati alla disciplina del rapporto di causalità.

Art. 40. Rapporto di causalità. — Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se

l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende la esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od

omissione.

Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.

Art. 41. Concorso di cause. — Il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se

indipendenti dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra la azione od

omissione e l’evento.

Le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare

l’evento. In tal caso, se l’azione od omissione precedentemente commessa costituisce per sé un reato, si

applica la pena per questo stabilita.

Le disposizioni precedenti si applicano anche quando la causa preesistente o simultanea o sopravvenuta

consiste nel fatto illecito altrui.

A questo dettato normativo, i sostenitori delle diverse scuole reagiscono in modo diverso.

Da un lato, i sostenitori del criterio dell'adeguatezza sostengono che il termine “conseguenza”, che compare nel

comma I dell'art. 40, indica che l'effetto deve discendere non solo dalla condotta mera conditio sine qua non, ma che

deve esserci una condizione qualificata proprio dall'adeguatezza.

Tuttavia ciò non trova conferma nei lavori preparatori dei redattori del codice, i quali espressamente consideravano che

cpv dell'art 41 non costituisse un'eccezione rispetto al criterio della conditio. Ma, per Gallo, gli stessi redattori del

codice erano confusi: tantopiù che l'interpretazione letterale porterebbe all'abrogazione del cpv dell'art. 41 come inutile

e contraddittorio. Infatti il ricorso all'indicativo “quando sono state” in luogo del condizionale “sarebbero state”

insieme alla locuzione “da sole” sembrano richiedere espressamente la sufficienza delle cause sopravvenute in ordine

alla produzione dell'evento, escludendo così il nesso di causalità fra condotta ed evento. Ed a conferma di detta

conditio –

contraddittorietà, sta anche il fatto che – se davvero il legislatore si fosse voluto attenere al criterio della

avrebbe fatto riferimento anche alle cause preesistenti e simultanee, e non solo a quelle

sopravvenute.

Per Gallo, quindi, la ragione dell'art. 41 è un'altra: ed è quella che risiede proprio nel pericolo di un ricorso esclusivo

al criterio della conditio. Quando il legislatore parla di “cause sopravvenute che sono state da sole sufficienti a

determinare l'evento” parla, infatti, di quelle condizioni sopravvenute che si presentano con tali caratteristiche di

eccezionalità ed imprevedibilità da sconsigliare in concreto l'imputazione dell'evento alla condotta umana.

Per taluni ciò confermerebbe la validità del criterio della causalità adeguata: l'intervento di fattori incalcolabili

dimostrerebbe l'inadeguatezza della condotta umana rispetto all'evento. Per altri sostenitori di questo criterio, il cpv

dell'art. 41 introdurrebbe, invece, la nota della proporzione tra condotta ed evento.

Invece, per i sostenitori de criterio della causalità umana, tale cpv farebbe in modo che il nesso di causalità venga

interrotto ogniqualvolta ricorra un fattore eccezionale.

Quale fra le due anzidette posizioni è da preferire? Gallo è per la terza via: bisogna utilizzare la lettura piu piana, quella

per la quale l'intervento di un fattore eccezionale sopravvenuto fa perdere rilevanza al nesso di causalità. Il

rapporto di adeguatezza deve inoltre essere considerato in concreto, non in astratto. Ciò pena l'impossibilità di imputare

la condotta all'evento in relazione a situazioni del tipo assassinio di Tizio – già condannato alla pena di morte – da parte

di Caio. Ragionare in termini astratti, infatti, porterebbe all'esclusione del nesso di causalità in questa situazione.

Ciò che conta è, dunque, se in concreto l'evento storico presenti caratteristiche e modalità dovute al fattore eccezionale.

Ultima domanda: l'efficacia di esclusione del rapporto di causalità può riconoscersi, oltre che al fattore eccezionale

sopravvenuto, anche al fattore eccezionale preesistente o simultaneo alla condotta del soggetto agente? La logica

della causalità umana e quella della causalità adeguata indurrebbero ad una risposta affermativa; ma la lettera dell'art.

41 menziona esclusivamente le “cause sopravvenute”. Non siamo, per Gallo, di fronte ad un vuoto normativo: è

proprio il legislatore che, espressamente, ha voluto circoscrivere l'efficacia interruttiva del rapporto causale ai soli

fattori sopravvenuti.

In conclusione, c'è da dire che il nostro ordinamento non accoglie né la teoria della causalità umana, né quella della

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causalità adeguata.

La regola dell'art. 41 va infatti letta come puro e semplice limite alla condizionalità sine qua non. Infatti, attribuire

efficacia di esclusione del nesso casuale solo a quei fattori successivi alla condotta sui quali è più sicuro il giudizio di

non conoscenza, equivale ad affermare il principio della conditio, temperandolo con un correttivo.

Il rapporto causale, tra condotta omissiva ed evento

Gli artt. 40 e 41 riguardano tanto la condotta commissiva che quella omissiva. Il problema del nesso di causalità

condotta-evento si pone per i reati di omissione impropria, detti anche reati commissivi mediante omissione.

Tali reati possono presentarsi secondo due schemi fondamentali:

1. Fattispecie nelle quali è espressamente contemplata una condotta di omissione impropria: esempi di

questo tipo sono gli artt. 57 e 437 c.p.: “il direttore [...] il quale omette di esercitare sul contenuto del

periodico da lui diretto il controllo necessario [...]”. In questi casi, dunque, è la stessa norma incriminatrice

che prescrive di tenere un certo comportamento.

2. Fattispecie art. 40 II comma c.p.: esso prescrive che “non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di

impedire equivale a cagionarlo”. Esso va posto in relazione con le altre disposizioni di legge: a.e. l'art. 575

c.p. (omicidio). In questi casi, il mancato adempimento equivale a causazione. Ed è questa una regola che si

innesta su ogni norma incriminatrice.

In entrambe le forme in cui il reato commesso mediante omissione può presentarsi, si è sempre di fronte alla stessa

struttura si coportamento, consistente nella trasgressione di un obbligo a contenuto positivo; un “obbligo di fare”, in

altri termini.

Dobbiamo ora interrogarci sul rapporto di causalità tra condotta omissiva ed evento. Anche se il contenuto delle due

forme di reato poco prima individuate è lo stesso, le tecniche di accertamento saranno diverse. Nella prima va

individuata nei fattori positivi sufficienti alla produzione dell'evento; nella seconda l'accertamento va effettuato in

ordine alla capacità di impedire l'evento che avrebbe avuto l'azione prescritta e non realizzata qualora fosse stata

effettivamente posta in essere.

L'operazione in questione si svolge secondo le fasi seguenti:

A) Verifica dei fattori positivi che hanno condotto all'evento

Da qui l'indagine prende l'avvio.

B) Individuazione dell'obbligo giuridico che imponeva di attivarsi

La ricerca assume importanza particolare ogniqualvolta si deve ricorrere all'art 40, II comma; perplessità non corrono,

invece, quando era la stessa norma incriminatrice a prescrivere l'obbligo di condotta nella fattispecie astratta.

In questo caso, occorre accertare se l'azione prescritta avrebbe impedito l'evento, ove qualora fosse stata

effettivamente posta in essere. Tale obbligo, ad esempio, nel caso in cui l'evento segua al compimento di attività

pericolose, ha fondamento normativo nell'art. 2050 c.c.: regola che prescrive il dovere di adottare le norme

precauzionali atte ad evitare il danno.

Il collegamento causale, infatti, non è fra l'attività compiuta ed il danno provocato, ma tra l'omissione degli

adempimenti dovuti ed il danno. L'obbligo giuridico, infatti, non può trovare esclusivo fondamento in un semplice

fatto.

C) Indagine sull'idoneità del comportamento ad impedire il verificarsi dell'evento

Nel caso in cui l'effettivo adempimento dell'obbligo giuridico non avrebbe potuto avere alcuna efficacia impeditiva – ad

esepio per le modalità concrete di svoglimento dell'evento – il nesso causale deve essere escluso. Non può essere

infatti imputato all'agente un evento che si sarebbe comunque verificato indipendentemente dall'adempimento.

Limiti dei criteri logico naturalistico e della conditio sine qua non

Abbiamo finora considerato utilizzabile ai nostri scopi il criterio della conditio sine qua non, per il quale un

antecedente è condizionante solo se – qualora venga eliminato – anche il risultato viene meno. Alcuni, tuttavia, hanno

dubitato della validità euristica di questo criterio.

Per Gallo critiche possono essere mosse, ma – qualora vengano apportati gli opportuni correttivi – il criterio non viene

invalidato. Ma bisogna sempre applicarlo al caso concreto: non conta il risultato di genere, quanto il risultato specifico;

già così l'area della problematicità viene a ridursi di molto. 14

Ma passiamo all'analisi delle osservazioni che vengono sollevate circa la validità del criterio della conditio. Alcuni

fanno l'esempio della c.d. causalità cumulativa o additiva: in questi casi il criterio non potrebbe operare. Poniamo

l'esempio: Tizio e Caio somministrano contemporaneamente due dosi di veleno a Sempronio, ognuna delle quali letale,

nel suo bicchiere. Questo all'insaputa, l'uno dell'altro.

Qui, né Tizio né Caio nella loro condotta possono essere la conditio: la condotta di Tizio, a.e., non appare necessaria al

verificarsi dell'evento, che si sarebbe realizzato comunque, per effetto della condotta di Caio. Ma questo soltanto sotto il

profilo di un'indagine pedissequa e letterale: per Gallo il correttivo che può essere qui apportato è quello di considerare

causa ogni condizione senza la quale il risultato non si sarebbe avverato astraendo – vale a dire non considerando –

il concorso di altra condizione con la stessa efficienza causale. Tali “correttivi” potranno essere utilizzati non solo

quando le condizioni concorrenti sono costituite da condotte umane, ma anche quando alla produzione dello stesso

evento concorrano forze naturali. C'è comunque da dire che – se quella della causalità cumulativa è una ipotesi

perfettamente configurabile nel mondo del pensiero e dell'astrazione giuridica, è anche vero che, nel mondo reale,

dimostrare che le cose sarebbero ugualmente accadute anche se uno degli antecedenti fosse mancato si riduce in una

probatio diabolica. Insomma, quella della causalità cumulativa si rivela un'ipotesi, più che una realtà.

Opposta alla causalità cumulativa si presenta la c.d. causalità alternativa: di due o più condotte una – senza ombra di

dubbio – ha rappresentato la conditio del risultato; ma quale fra di esse non lo si può dire. Si impone, in questo caso, ex

art. 530 c.p.p., l'assoluzione: la contraddittorietà delle prove, infatti, è equiparata alla loro insufficienza ed

inconsistenza.

A quali difficoltà va, invece, incontro il criterio logico naturalistico? Esso presuppone soltanto la consapevolezza che

due termini si pongano lungo una progressione inevitabile; non la cognizione del perché un dato fenomeno si produca.

In questa progressione, può inserirsi una modificazione del mondo esterno e dare luogo in questa progressione a

sequenze, che possono o rendere il risultato estraneo dal tipo di condotta posta in essere. E non sono casi rari: basti

pensare all'insorgere di malattie in un soggetto che lavori in un determinato ambiente, quando una identica patologia si

rinvenga anche in un'altra persona, che in quell'ambiente invece non ci ha mai passato neanche un'ora.

Deve, in questo caso, farsi un discorso a ritroso: non si parte più dall'antecedente, dalla fattispecie che conduce ad un

reato; ma il contrario: dal risultato (la malattia) per risalire alla fattispecie della norma incriminatrice. Questo non toglie,

anzi accentua, il rischio che quell'evento (la malattia, nel nostro caso), può anche discendere da antecedenti diversi da

quello che interessa il giudizio penale (a.e., il mancato rispetto della normativa sull'esposizione dei lavoratori di

un'impresa alle sostanze chimiche). Qui all'interprete – il giudice – si richiede di formulate un giudizio basato sulle

probabilità. Non vi è certezza, se non quella di trovarci ad una situazione che permette di considerare la costanza

equivalente alla frequenza: a.e., quando l'evento A per il 90% dei casi discende dalla condotta B.

E – conclude Gallo filosoficamente – questa non è altro che la causalità (opinione alla quale anche molti filosofi sono

arrivati, a.e. Hume): il fatto insomma che ad un evento A segua da milioni di anni un evento B non può darci la certezza

assoluta che ad A segua sempre B e nulla ci impedisce di pensare che un giorno le cose andranno diversamente e, per

esempio, a B segua A.

Di “leggi universali” non si può infatti parlare: Hume scriveva che l'ipotesi di un principio di unifomità della natura –

che si incarichi di tenere sempre ferme le leggi della causalità – è del tutto indimostrabile. E Gallo riprende tale filone di

pensiero, scrivendo che “le stesse leggi cosiddette universali non garantiscono per il futuro: soltanto danno conto di

una costante ripetizione nel passato”.

Riassunto sulla causalità alla luce delle spiegazioni e del testo

Come si può ricollegare una condotta ad un evento, di modo da accertare se tale condotta è o no rilevante per il diritto?

Ad esempio, se “chiunque cagiona la morte di un uomo è punito...”, come faremo ad accertare che una condotta è stata

causa d'un evento?

Tale materia è affidata allo studio delle teorie che si occupano del nesso di causalità. Varie ne sono state proposte, ma

tutte in qualche modo hanno, da sole, dei difetti, ovvero paiono inadeguate.

Fra le tante, il nostro codice accoglie la teoria che ha ritenuto più valida: quella della conditio sine qua non. Teoria la

quale, parlando del rapporto causa-effetto, sostiene che sia impossibile isolare la condotta individuando in sé la

causa di un certo evento. La condotta non potrà essere altro che una fra le tante condizioni. Nell'omicidio, l'azione di

premere il grilletto concorrerà, a.e., insieme alla reazione chimica dello zolfo con la polvere da sparo, al calibro del

proiettile, alla particolare posizione sulla traiettoria del cuore della vittima. Astrattamente, ipotizzando che anche una

sola di queste condizioni venga meno, l'evento – secondo le leggi scientifiche – non si sarebbe più verificato.

Unico strumento che rimane al penalista è quello di verificare se la condotta è condizione necessaria dell'evento. La

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Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Diritto Penale, Gallo (seconda parte). Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: ilreato nel sistema degli illeciti, reato dal punto di vista formale, reato dal punto di vista sostanziale, delitti e contravvenzioni.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Trapani Mario.

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