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dell’azienda o delle partecipazioni societarie al familiare assegnatario, sia effetti obbligatori: infatti

l’assegnatario/i dell’azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare i legittimari non assegnatari

o versando loro una somma, oppure in natura mediante il trasferimento di beni, pari al valore delle quote

di riserva. Il patto di famiglia può essere sciolto ricorrendo cause tassative, consistenti nella conclusione di

un nuovo patto ovvero per recesso, se previsto espressamente dal contratto. Il legislatore tutela anche i

legittimari che al tempo del patto di famiglia non esistevano o non erano tali, sancendo il diritto di questi di

ricevere al momento dell’apertura della successione, una somma pari alla propria quota sul valore

dell’azienda indicato nel patto.

° CAPITOLO QUINTO – LA CRISI CONIUGALE °

L’ordinamento contempla una articolata disciplina della crisi coniugale: da un lato prevede il ricorso al

giudice nei casi in cui i coniugi siano tra loro in disaccordo in ordine a decisioni da assumere relativamente

all’indirizzo della vita familiare oppure a scelte che riguardano figli minori; dall’altro quando la prosecuzione

della convivenza sia divenuta intollerabile, disciplina la separazione, che comporta l’attenuazione di

determinati obblighi derivanti dal vincolo; infine quando il conflitto appaia insanabile e la comunione di vita

sia venuta meno, regola lo scioglimento del matrimonio.

La presuppone l’accordo dei coniugi di vivere separati e sulla regolamentazione

separazione consensuale

dei rapporti reciproci e di quelli con i figli. Il codice civile, nel menzionare la separazione consensuale come

forma alternativa della separazione giudiziale, stabilisce che il diritto di chiederne l’omologazione spetta

esclusivamente ai coniugi: si tratta di un diritto personalissimo, irrinunciabile ed indisponibile. A norma

dell’art. 158 c.c. che la separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l'omologazione del

giudice, in quanto costui ha la possibilità di rifiutare l’omologazione quando le decisioni in ordine

all’affidamento e al mantenimento dei figli siano in contrasto con il loro interesse. Il tribunale non può

invece integrare o modificare l’accordo dei coniugi: il giudice ha la sola facoltà di indicare ai coniugi le

modificazioni da apportare agli accordi concernenti l’affidamento ed il mantenimento dei figli, a tutela dei

loro interessi. Una volta omologato, l’accordo di separazione non può essere impugnato per simulazione. In

ordine al problema della revocabilità dell’accordo di separazione, se si riconosce all’omologazione efficacia

costitutiva si riterrà revocabile il consenso fino all’omologazione stessa, mentre attribuendosi

all’omologazione una funzione di mero controllo sull’accordo, si tenderà ad escluderne la revocabilità.

La dottrina individua nell’accordo di separazione un contenuto necessario ed uno eventuale,

ricomprendendo nel primo la decisione di vivere separati e le pattuizioni che riguardano il mantenimento

del coniuge e quello dei figli, e nel secondo determinazioni di contenuto vario, come ad esempio tutte

quelle pattuizioni che necessarie all’instaurazione di un nuovo regime di vita.

La ha subito profonde modificazioni: oggi la separazione giudiziale può essere

separazione giudiziale

chiesta quando si verifichino, anche indipendentemente dalla volontà di uno dei coniugi, fatti tali da

rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della

prole. Venuto meno il consenso e quindi l’affectio coniugalis, può ottenersi una pronuncia di separazione.

Con la sua nuova formulazione, l’art. 151 c.c. individua nei fatti che rendono intollerabile la prosecuzione

della convivenza una situazione di oggettiva difficoltà di attuazione della convivenza coniugale, qualunque

possa essere la causa , ma tali da rendere intollerabile la sua prosecuzione per uno o entrambi i coniugi. La

separazione può essere chiesta inoltre in base alla obiettiva intollerabilità della convivenza: il

comportamento colpevole di un coniuge acquista rilevanza ai fini della dichiarazione di addebitabilità;

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

infatti a norma dell’art. 151 c.c. il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le

circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo

comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio. La segue solo dopo

pronuncia di addebito

l’accertamento della colpevolezza del coniuge ed il nesso causale tra la sua condotta e l’evento

dell’intollerabilità della convivenza. Ai fini della pronuncia di addebito assumono rilievo le violazioni dei

doveri matrimoniali: secondo la giurisprudenza di legittimità, la violazione del reciproco dovere di fedeltà

non legittima la pronuncia di separazione con addebito a carico del coniuge adultero, che potrà aversi solo

qualora l’infedeltà abbia reso intollerabile la prosecuzione della convivenza o recato grave pregiudizio

all’educazione della prole. Violazione dell’obbligo di assistenza si avrà invece nel caso di comportamento

del coniuge freddo, scostante, primo di ogni manifestazione di affetto; nel caso dell’ostacolare i rapporti del

coniuge con la famiglia d’origine; nel caso di comportamento ingiurioso e violento… Sempre nel caso di

violazione dei doveri in rassegna, si è discusso se il mutamento di fede religiosa di uno dei coniugi, che

ponga in crisi il matrimonio, costituisca motivo di addebito della separazione: il contrasto fra i diversi credo

religiosi non può avere rilevanza come motivo di addebito in quanto si ricollega all’esercizio di diritti

costituzionalmente garantiti. Per quanto attiene infine alla violazione dell’obbligo del dovere di

coabitazione si da rilievo alla giusta causa: ad esempio è ritenuto giustificato l’abbandono della casa

familiare in presenza di una situazione di tensione fra i coniugi cagionata da una suocera eccessivamente

invadente.

I coniugi possono porre di fatto fine alla convivenza coniugale senza che vi sia ricorso al giudice. Con

l’espressione si fa riferimento alle ipotesi in cui all’origine della decisione di vivere

separazione di fatto

separati vi sia un accordo dei coniugi di porre fine alla convivenza. Rientra sempre nel significato di

separazione di fatto anche l’abbandono unilaterale della residenza familiare da parte di uno dei coniugi,

purché ci sia il consenso del coniuge abbandonato (separazione di fatto per giusta causa). La separazione di

fatto produce effetti assai limitati: per quanto riguarda gli effetti personali e patrimoniali l’art. 146 c.c.

stabilisce la sospensione dell’assistenza morale e materiale nei confronti del coniuge allontanatosi senza

giusta causa; permane inoltre fra i coniugi il dovere di contribuzione, nel senso che il coniuge che non

dispone di adeguati redditi propri potrà sempre chiedere all’altro un contributo al mantenimento il cui

ammontare potrà essere determinato dal giudice. La separazione di fatti impone inoltre di risolvere le

questioni inerenti all’affidamento degli eventuali figli minori, la cui competenza appartiene al tribunale per i

minorenni.

Dalla separazione di fatto si distingue la a norma dell’art. 126 c.c. quando è

separazione temporanea;

proposta domanda di nullità del matrimonio, il Tribunale può, su istanza di uno dei coniugi, ordinare la loro

separazione temporanea durante il giudizio; può ordinarla anche d'ufficio, se ambedue i coniugi o uno di

essi sono minori o interdetti.

L’art. 149 c.c. stabilisce che il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti

dalla legge; la disposizione va coordinata con la disciplina contenuta nella legge 898/1970 che ha introdotto

nel nostro ordinamento altre cause di scioglimento del matrimonio. Separazione e divorzio operano nel

ostro ordinamento come rimedi alla crisi del rapporto matrimoniale con funzioni diverse: la separazione,

che determina la sola attenuazione del vincolo coniugale, identifica una situazione di crisi familiare che può

sfociare o nella ripresa della convivenza o nel suo definitivo venir meno. Il invece, consacrando

divorzio

l’irreversibile frattura del consorzio familiare, comporta lo scioglimento del matrimonio o la cessazione

degli effetti civili del matrimonio concordatario e la perdita dello status di coniuge. Il giudice pronuncia lo

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scioglimento del matrimonio civile ovvero la cessazione degli effetti civili del matrimonio quando accerta

che la comunione materiale e spirituale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostruita per l’esistenza

di una delle cause previste dall’art. 3 legge 898/1970, ovvero il venir meno della comunione morale e

materiale tra i coniugi. La dichiarazione di divorzio non può conseguire automaticamente alla constatazione

della presenza di una delle cause tassativamente previste, ma richiede l’accertamento del venir meno della

comunione materiale e spirituale fra i coniugi. Affinchè sia pronunciata la sentenza di divorzio occorre

inoltre che il giudice accerti che la separazione si sia protratta ininterrottamente da almeno un triennio: i

coniugi che intendono sciogliere il loro matrimonio sono tenuti ad intraprendere due separati giudizi, prima

quello di separazione e successivamente quello di divorzio.

Sempre l’art. 3 della legge 898/1970 elenca una serie di ipotesi che, in ragione di una condanna di uno dei

coniugi in sede penale, legittimano la domanda di divorzio dell’altro; ma solo il coniuge non condannato è

legittimato a domandare il divorzio e la sua legittimazione è esclusa qualora sia stato condannato per

concorso nel medesimo reato. Sono cause di scioglimento del matrimonio le condanne:

all’ergastolo o ad una pena superiore a 15 anni per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati

• politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale e sociale;

a qualsiasi pena detentiva per il delitto di incesto, violenza carnale, atti di libidine, ratto a fine di

• libidine, ratto di persona minore a 14 anni o inferma a fine di libidine o di matrimonio; tutti i delitti

contro la moralità pubblica e il buon costume; per induzione, costrizione, sfruttamento o

favoreggiamento della prostituzione;

a qualsiasi pena per omicidio volontario di un figlio ovvero per tentato omicidio a danno del

• coniuge o di un figlio;

a qualsiasi pena detentiva con due o più condanne, per delitti di lesione personale, violazione degli

• obblighi di assistenza familiare, maltrattamenti in famiglia o verso bambini;

inconsumazione del matrimonio;

• passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso;

• circostanza in cui lo straniero ottenga all’estero sentenza di annullamento del matrimonio o

• contragga nuovo matrimonio.

° CAPITOLO SESTO – GLI EFFETTI DELLA SEPARAZIONE E DEL DIVORZIO °

Nel disciplinare gli la legge si riferisce esclusivamente ai rapporti

effetti della separazione giudiziale,

patrimoniali, mentre non dice nulla a riguardo dei rapporti personali. Nel silenzio della legge si ritiene che a

seguito della separazione restino sospesi fra i coniugi i reciproci doveri derivanti dal matrimonio.

La pronuncia di separazione personale dei coniugi comporta la persistenza dei doveri di solidarietà

economica che derivano dal matrimonio: all’obbligo reciproco dei coniugi di contribuire ai bisogni della

famiglia si sostituisce l’obbligo di mantenimento a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la

separazione, qualora lo stesso non abbia adeguati redditi propri. Venuto meno, con la separazione, il

dovere di collaborare nell’interesse della famiglia, dispone l’art. 156 c.c. che il giudice stabilisce a vantaggio

del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è

necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri. L’entità di tale

somministrazione è determinata in relazione alle circostanze ed ai redditi dell’obbligato. Le condizioni alle

quale è subordinato il diritto al mantenimento ed il suo concreto ammontare consistono nella sussistenza

di una disparità economica fra i due coniugi, determinata dall’insufficienza dei redditi del beneficiario e

dell’entità di quelli dell’obbligato. Nel valutare i bisogni del coniuge economicamente debole ed il reddito di

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

quello forte, occorre considerare anche profili non economici, come età, salute e capacità lavorativa, ossia

l’attitudine del coniuge di provvedere al proprio mantenimento. A questo proposito va rilevato come in

materia di divorzio l’art. 5 della legge 898/1970 subordini la somministrazione dell’assegno di divorzio alla

circostanza che il coniuge beneficiario non abbia mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per

ragioni obiettive.

Circa gli eventuali aiuti economici a carattere continuativo elargiti dai genitori o dai parenti o dal

convivente, se elargite continuativamente e protrattisi nel tempo, devono essere considerate ai fini della

concreta determinazione dell’assegno di mantenimento. Sempre l’art. 156 c.c. dispone che il coniuge cui si

addebita la separazione perde il diritto al mantenimento e conserva quello agli alimenti: lo stato di bisogno

presuppone l’incapacità a provvedere alle fondamentali esigenze di vita. In caso di addebito della

separazione, la perdita del diritto di mantenimento non è la sola conseguenza: il coniuge al quale è stata

addebitata la separazione perde i diritti successori inerenti allo stato matrimoniale.

La è l’accordo che interviene fra i coniugi diretto ad impedire o far cessare il sorgere dello

riconciliazione

stato di separazione. A norma dell’art. 154 c.c. la riconciliazione tra i coniugi comporta l'abbandono della

domanda di separazione personale già proposta. A norma dell’art. 157 c.c. gli effetti della separazione

possono essere fatti cessare con un’espressa dichiarazione dei coniugi che può essere orale o scritta, per

scrittura privata o per atto pubblico, o con un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di

separazione. La separazione può essere pronunziata nuovamente soltanto in relazione a fatti e

comportamenti intervenuti dopo la riconciliazione.

Principale è il riacquisto per ciascun coniuge della libertà di stato: il passaggio in

effetto del divorzio

giudicato della sentenza di divorzio e la sua annotazione nei registri dello stato civile consentono ad

entrambi i coniugi di contrarre nuovamente matrimonio. Il divorzio non produce nessun effetto sulla

cittadinanza italiana acquisita a seguito del matrimonio da parte del coniuge straniero: il cittadino che l’ha

acquistata la conserva e può rinunciare ad essa solo qualora risieda o stabilisca la residenza all’estero.

Quanto al cognome, la donna perde il diritto all’uso del cognome del marito che aveva aggiunto al proprio

in seguito del matrimonio, salvo che non dimostri che conservandolo abbia un apprezzabile interesse

proprio o dei figli; il che ad esempio può accadere quando il cognome maritale sia divenuto per la donna

segno distintivo della sua attività professionale o artistica. Nel caso in cui la moglie continui in assenza di

autorizzazione del tribunale ad utilizzare il cognome del marito, costui può esercitare l’azione inibitoria e

chiedere la cessazione del fatto lesivo.

La cessazione del matrimonio determina il sorgere di obblighi di carattere patrimoniale di un coniuge nei

confronti dell’altro. L’effetto patrimoniale senza dubbio più rilevante conseguente alla pronuncia di divorzio

è sicuramente l’assegno a favore del coniuge economicamente più debole. I criteri che il

di divorzio

tribunale deve considerare nel determinare la spettanza e l’entità sono fissati dall’art. 5 della legge

898/1970, e sono: la condizione dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico

apportato da ciascun coniuge alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno e di

quello comune di entrambi. Il presupposto fondamentale per l’erogazione dell’assegno è costituito dallo

squilibrio reddituale fra i coniugi, per effetto del quale uno di essi si trovi nell’impossibilità transitoria o

permanente di procurarsi i mezzi adeguati al proprio mantenimento (funzione assistenziale del’assegno).

L’obbligo di corresponsione dell’assegno cessa se il coniuge beneficiario passa a nuove nozze. Per

determinare l’entità dell’assegno il giudice sarà chiamato ad attenersi ai criteri indicati nel’art. 5 898/1970.

Quanto alle esse sottintendono le condizioni personali, ossia sociali e di salute, l’età,

condizioni dei coniugi,

le consuetudini ed il sistema di vita dipendenti dal matrimonio, il contesto sociale ed ambientale. Quanto al

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

dato alla conduzione familiare ed alla formazione del

criterio del contributo personale ed economico

patrimonio di ciascuno o di quello comune, rileva invece sotto il profilo delle cure dedicate alla persona

dell’atro coniuge, alla casa e ai figli, ma anche al lavoro domestico e in generale sotto il profilo economico.

La considerazione del reddito dei coniugi postula invece una valutazione in merito ai redditi di entrambi i

coniugi, comprensivi dei redditi veri e propri e delle sostanze suscettibili di produrre reddito. L’ultimo

criterio elencato dal legislatore è quello della che assume il valore di parametro

durata del matrimonio

fondamentale, di filtro attraverso cui devono essere esaminati e considerati tutti gli altri criteri. Detto

criterio consente al giudice di trattare in maniera differenziata i rapporti matrimoniali di breve durata

rispetto a quelli che hanno accompagnato la vita dei coniugi.

In seguito alla crisi e allo scioglimento del matrimonio può accadere che un coniuge si trovi impoverito non

avendo un reddito adeguato a mantenere, nel suo complesso, il tenore di vita matrimoniale, né essendo

capace di produrlo, spesso in dipendenza di scelte effettuate durante la vita matrimoniale di intesa con

l’altro. Muovendo da queste premesse si è avanzata la tesi che attribuisce all’assegno e

di mantenimento

all’assegno una funzione assistenziale‐perequativa.

post‐matrimoniale

Sia in caso di separazione che nel caso di divorzio, i provvedimenti di natura economica adottati dal giudice

sono sempre soggetti ad eventuali revisioni in considerazione del sopravvenire di nuove circostanze che

incidano sull’equilibrio dei rapporti fra i coniugi. L’organo competente per il procedimento di revisione

dell’assegno è il tribunale e la competenza territoriale si individua in ragione dei principi generali. Il

procedimento ha inizio su domanda di parte, e l’onere di dimostrare la presenza di nuove circostanze di

fatto grava sulla parte che aspira alla revisione. Il provvedimento è adottato in camera di consiglio e ha

natura di decreto motivato, reclamabile alla corte di appello entro 10 giorni mediante ricorso. La riforma

del 1987 ha introdotto l’obbligo per il tribunale di disporre un criterio di adeguamento automatico

dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. In giurisprudenza si è stabilito

che l’adeguamento automatico dell’assegno deve essere disposto anche in caso di mancanza di esplicita

domanda. Per quanto attiene alle modalità di la riforma del 1987 ha

liquidazione dell’assegno di divorzio,

conservato l’alternativa fra la corresponsione periodica e la corresponsione in un’unica soluzione, che può

avvenire sia mediante il pagamento di una somma di denaro, sia mediante il trasferimento di diritti reali sui

beni mobili ed immobili. L’assegno corrisposto in un’unica soluzione non è suscettibile di revisione ove

sopraggiungano motivi che lo giustificherebbero; inoltre il coniuge beneficiario, accettando tale forma di

liquidazione, perde il diritto alla percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge. Il

parametro fondamentale del controllo giudiziale è costituito dall’idoneità dell’assegno a soddisfare

l’esigenza del coniuge beneficiario di disporre di mezzi adeguati per il tempo in cui non possa procurarseli

per ragioni oggettive.

Per quanto riguarda gli diretti a regolare l’assetto dei futuri rapporti patrimoniali fra

accordi preventivi

coniugi in caso di divorzio, la Cassazione ha ritenuto che siano validi, in quanto correlati ad un

procedimento dalle forti connotazioni inquisitorie, volto ad accertare l’esistenza di una causa di invalidità

del matrimonio.

Il coniuge titolare dell’assegno divorzile che non sia passato a nuove nozze ha il diritto ad una quota

dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto di cessazione de rapporto di lavoro,

anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale

riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. In caso di morte dell’ex coniuge, si

prevede che l’ex coniuge, se non passato a nuove nozze, e solo in quanto titolare di assegno di divorzio,

abbia diritto alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento

pensionistico sia anteriore alla sentenza. 22

Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

La pronuncia di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio determina il venir meno dello

status di coniuge e conseguentemente la perdita dei ad esso inerenti. In caso di morte

diritti successori

dell’ex coniuge, il tribunale può far riconoscere all’altro, se titolare dell’assegno, e qualora non sia passato a

nuove nozze, un assegno periodico a carico del’eredità. Detto assegno deve essere determinato tenendo

conto dell’importo di quelle somme, dell’entità del bisogno, del numero e della qualità degli eredi e delle

loro condizioni economiche… L’assegno ha natura assistenziale e, proprio per questo, si estingue qualora il

beneficiario contragga nuovo matrimonio o quando cessi il suo stato di bisogno.

L’affidamento a seguito della rottura della coppia genitoriale è disciplinato dall’art. 155 c.c. e dalla

dei figli

legge 54/2006. Con tale legge il legislatore ha attuato il diritto del minore ad un rapporto equilibrato e

continuativo con entrambi i genitori, prevedendo la loro partecipazione attiva alla vita del figlio anche dopo

la disgregazione del nucleo familiare. La legge stabilisce che anche in caso di crisi dei genitori il figlio minore

abbia il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, conservando

rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascuno. Per realizzare tali finalità, il giudice

adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa.

La legge prevede dunque due distinte modalità di affidamento, ossia quello ad entrambi i genitori e quello

ad uno solo di essi: il giudice deve però valutare prioritariamente la possibilità di disporre l’affidamento

condiviso e, solo qualora esso sia in contrasto con l’interesse del minore, opti per quello ad un solo

genitore. Ai sensi dell’art. 155 c.c., prima dell’emanazione dei provvedimenti riguardanti i figli, il giudice

può assumente mezzi di prova e disporre l’audizione del minore che abbia compiuto 12 anni. Circa i

caratteri dell’affidamento sappiamo che il termine rimanda ad un’idea di compartecipazione dei

condiviso,

genitori nei compiti di cura e crescita del figlio; quindi l’affidamento condiviso si differenzia da quello

congiunto, che vede i genitori esercitare insieme il loro ruolo. L’esercizio della potestà spetta ad entrambi i

genitori, e le decisioni di maggior interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute

debbano essere prese di comune accordo, tenendo conto delle capacità e delle aspirazioni dei figli. In caso

di disaccordo, la decisione è rimessa al giudice. Nella concreta attuazione del rapporto genitoriale condiviso

esplicano un ruolo decisivo gli accordi tra i genitori ai quali il giudice dovrà far riferimento nel dettare le

prescrizioni previste relative ai tempi e alle modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore, alle

modalità di mantenimento, alla cura, istruzione ed educazione.

A norma dell’art. 155‐bis c.c., il giudice può disporre l’affidamento ossia ad uno solo dei

monogenitoriale,

genitori, al ricorrere del presupposto che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del figlio.

Dall’analisi della giurisprudenza sul punto emerge come sia ritenuto contrario all’interesse del figlio

l’affidamento condiviso quando sia egli stesso a rifiutare ogni rapporto con uno dei genitori oppure quando

circostanze oggettive impediscano l’attuarsi dello stesso. Quando il giudice dunque, in considerazione

dell’interesse del minore, dispone l’affido ad un solo genitore, deve necessariamente anche pronunciarsi in

ordine all’esercizio della potestà, distinguendo così nettamente la posizione del genitore affidatario da

quella dell’altro: uno sarà titolare dell’esercizio esclusivo della potestà e dovrà attenersi alle condizioni

determinate dal giudice; l’altro potrà adottare congiuntamente all’affidatario le decisioni di maggiore

interesse per il figlio e avrà il diritto e il dovere di vigilare sull’istruzione ed educazione dello stesso.

Per quanto concerne il l’art. 155 prevede che ciascuno dei genitori debba

mantenimento dei figli,

provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. Qualora necessario, il

giudice stabilisce la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di

proporzionalità, da determinare considerando: le attuali esigenze del figlio; il tenore di vita goduto dal figlio

in costanza di convivenza con entrambi i genitori; i tempi di permanenza presso ciascun genitore; le risorse

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

economiche di entrambi i genitori; la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun

genitore. Il richiede un preciso accordo tra i genitori circa le modalità

mantenimento in forma diretta

concrete della sua effettuazione, onde evitare sprechi: ciascun genitore in pratica dovrà farsi carico del

mantenimento per il tempo in cui il figlio vive con lui, mentre le spese generali dovranno essere

necessariamente ripartite d’accordo tra i genitori. Qualora i genitori siano in disaccordo, il giudice sarà

chiamato a stabilire le modalità di mantenimento diretto a carico di ciascuno. Con riferimento all’obbligo di

mantenimento, questo non cessa quando il figlio abbia raggiunto la maggiore età, ma continua fino a

quando questi non abbia conseguito un grado di autonomia tale da consentirgli di provvedere al

soddisfacimento delle proprie necessità. Il giudice, tenuto conto delle circostanze, può disporre in favore

dei figli maggiorenni, non indipendenti economicamente, il pagamento di un assegno periodico, da versare

direttamente all’avente diritto.

A norma dell’art. 155 quater, il godimento della casa familiare deve essere assegnato tenendo conto

del’interesse dei figli. Il giudice debba tenere conto dell’assegnazione in sede di

della casa familiare

regolazione dei rapporti economici dei coniugi, anche in considerazione dell’eventuale titolo di proprietà.

Sempre lo stesso articolo espressamente dispone che il provvedimento di assegnazione della casa familiare

e quello della sua revoca siano trascrivibili e opponibili a terzi.

Si parla di con riferimento alla convivenza di una coppia nella quale

famiglia ricomposta o ricostruita

almeno uno dei partner sia divorziato ed i figli dell’uno e/o dell’altro coniuge e/o partner. In primo luogo è

disciplinata una particolare forma di adozione che può essere pronunciata dal tribunale con riguardo al

figlio del coniuge. Lo in base a questa disposizione, può adottare il figlio del proprio coniuge. Al

step parent,

di fuori dell’adozione e tutte le volte in cui essa non è voluta o non può essere praticata, non vi sono altre

forme di disciplina dei rapporti fra genitore sociale e figli conviventi del coniuge.

° CAPITOLO SETTIMO – LE CONVIVENZE E LA FAMIGLIA DI FATTO °

Negli ultimi decenni sono in via di diffusione diversi modelli familiari che si discostano da quello familiare

fondato sul matrimonio. Tra di essi ha assunto particolare rilievo la convivenza che ricalca i

more uxorio,

tratti essenziali di una relazione fondata sul matrimonio ma è priva di una qualsiasi formalizzazione del

rapporto di coppia ed è sottratta solo dalla spontaneità dei comportamenti dei conviventi. In anni più

recenti la giurisprudenza ha intrapreso una lettura delle norme costituzionali e in particolare dell’art. 2, tale

da riconoscere alla coppia non unita in matrimonio la natura di formazione sociale, il che consente di

riferirsi ad essa come ad una famiglia di fatto.

IN assenza di regole che disciplinano i rapporti personali e patrimoniali tra conviventi, ci si domanda se i

doveri e i diritti che nascono dal matrimonio valgano anche per la coppia di fatto. È evidente che quelli che

sono obblighi legali per i coniugi, nella famiglia di fatto sono invece espressioni dell’autonomia dei

conviventi. Coabitazione, fedeltà ed assistenza non necessariamente devono assumere nella convivenza lo

stesso contenuto degli obblighi coniugali, essendo più ampio lo spazio di autonomia riservato ai partners

nell’ambito di una unione non formalizzata. Nell’ambito dei doveri nascenti dalla convivenza, merita un

cenno particolare quello relativo alla somministrazione delle prestazioni riconducibili all’assistenza

materiale e dei contributi necessari al soddisfacimento delle comuni esigenze di vita. In ordine ai rapporti

patrimoniali si esclude l’applicazione del regime di comunione legale dei beni. Più in generale la

giurisprudenza ha affermato che il contributo del partner all’acquisto di un bene non è di per sé rilevante al

fine di considerare il bene comune, salva la possibilità di stipulare una convenzione instaurativa di una sorta

di regime di acquisti comuni. 24

Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

Cosa accade in caso di o per volontà di uno dei partners o di entrambi, o per

cessazione della convivenza

morte di un convivente? Con riguardo alla prima ipotesi, non c’è alcun obbligo di risarcire il danno causato

dalla rottura del menage a carico del convivente che abbia unilateralmente deciso di porre termine alla

relazione, in quanto la convivenza more uxorio si caratterizza quale rapporto fondato sulla libertà e

spontaneità dei comportamenti. In caso di cessazione della convivenza si pone spesso il problema

dell’assegnazione della casa familiare. La persona convivente, in quanto legata al partner proprietario

dell’immobile da un mero rapporto di fatto, ha un semplice godimento di fatto. In ordine ai profili

successori, in caso di morte di un convivente nessuna tutela è prevista per legge a favore del superstite.

Altro problema dibattuto è quello della sussistenza del diritto al risarcimento del danno subito da un

convivente a seguito dell’uccisione dell’altro: secondo la Cassazione, spetta al convivente che agisce per il

risarcimento del danno patrimoniale, fornire la prova del contributo patrimoniale e personale apportato in

vita, con carattere di stabilità, venuto a mancare in conseguenza di morte. Gli effetti della cessazione della

convivenza con riguardo ai figli sono regolati dagli artt. 155 ss. c.c. La disposizione recepisce gli

orientamenti della giurisprudenza, in base alla quale ritiene applicabile la disciplina prevista per la

separazione e per il divorzio, al fine di regolare in maniera identica i rapporti fra genitori e figli, siano essi

legittimi o naturali. La competenza per le decisioni concernenti la filiazione naturale spetta al tribunale per i

minorenni.

In assenza di una disciplina che regolamenti i rapporti patrimoniali fra conviventi, la dottrina ha individuato

i c.d. convenzioni che i partners possono stipulare allo scopo di regolare gli aspetti

contratti di convivenza,

patrimoniali del loro rapporto. Quanto ai requisiti soggettivi, la dottrina ritiene necessaria la capacità di

agire dei conviventi; per quanto riguarda i contenuti, non si pone nessun problema nel caso in cui il

contratto di convivenza miri a regolare i soli aspetti patrimoniali del rapporto: una possibile convenzione è

infatti quella che abbia ad oggetto il mantenimento di un convivente da parte dell’altro, o reciprocamente,

in caso di bisogno. In relazione alla forma valgono i principi generali in materia di contratto, quindi tali

contratti devono assumere la forma eventualmente richiesta per la validità dei singoli atti di attribuzione.

In anni recenti si è sviluppato un ampio dibattito in tema di relazioni di convivenza instaurate fra persone

la mancata tutela di una tale situazione si traduce in una illegittima discriminazione fondata

omosessuali:

sull’orientamento sessuale, oggi vietata dall’art. 21 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

La prima legge che si è occupata della materia è stata quella danese, che ha istituito il modello della

per cui la registrazione dell’unione produce i medesimi effetti giuridici del

registered partnership,

matrimonio, equiparando dunque le unioni fra etero ed omosessuali. Altri Paesi come la Francia hanno

seguito altra via, come ad esempio quella del dove pacte è un contratto

Pacs, pacte civil de solidarité,

concluso da due persone fisiche maggiorenni, di sesso diverso o dello stesso sesso, per organizzare la loro

vita in comune. Il pacte può essere sciolto, oltre che per morte di una parte, per mutuo consenso, per

volontà unilaterale e a seguito della celebrazione del matrimonio. La giurisprudenza italiana rimane scarna

in tema di coppie omosessuali: possiamo ricordare infatti la pronuncia del Tribunale di Latina, che

considera inesistente per l’ordinamento italiano il matrimonio contratto in Olanda da due cittadini italiano.

° CAPITOLO OTTAVO – IL RAPPORTO GENITORI‐FIGLI °

L’art. 30 della Cost. stabilisce che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare la prole,

anche se nata fuori dal matrimonio. Nell’attuale normativa, la disciplina giuridica della filiazione è ripartita e

differenziata a seconda che i genitori siano o meno uniti nel vincolo del matrimonio: nel primo caso si ha

filiazione legittima, nell’altro naturale, a sua volta distinta in filiazione naturale riconosciuta o

giudizialmente dichiarata, o non riconosciuta. Ma in passato non era così: anche sul piano successorio la

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

condizione dei figli nati da genitori uniti in matrimonio era differenziata rispetto agli altri: ai figli legittimi

era assegnata una quota indisponibile dell’eredità, mentre i figli naturali riconosciuti erano eredi necessari,

ma la loro quota era di entità ridotta; ai figli non riconosciuti era attribuito unicamente un assegno vitalizio

di natura alimentare. Il modella familiare accettato era quello fondato sul matrimonio, che rappresentava

l’unico ambito in cui la filiazione trovava dignità e piena protezione; il presupposto implicito del sistema era

che la filiazione, per essere lecita, dovesse sempre originare dai genitori uniti in matrimonio. Solo i figli

concepiti nel matrimonio ricevevano una ed integrale tutela. Secondo questo indirizzo, al di fuori della

famiglia legittima vi era il disordine sul piano etico e sul piano sociale: vi era dunque attorno alla famiglia

legittima una barriera protettiva la quale impediva che i rapporti di filiazione contro il matrimonio

acquistassero altra rilevanza giuridica se non quella meramente alimentare.

Oggi la legge ha profondamente mutato prospettiva: alla filiazione naturale si è data la stessa dignità di

quella legittima, attraverso la parificazione fra le due categorie di figli e l’abolizione di quei divieti che di

fatto impedivano l’accertamento della verità biologica e proteggevano il nucleo legittimo. In sintesi,

indipendentemente dalla natura della filiazione, il figlio riceve piena tutela giuridica nei confronti del

genitore: tutto ciò porta a concludere che nell’odierno ordinamento quello della famiglia legittima non

rappresenta più l’unico modello di convivenza familiare approvato dal legislatore. Assodata la tendenziale

unitarietà dello status di filiazione, deve ricordarsi che il codice e le leggi speciali dettano differenti

modalità di attribuzione dello status a seconda che la filiazione sia legittima o naturale. Mentre nella

costituzione non vi è nessuna menzione della fase di accertamento del rapporto giuridico di filiazione, alla

stregua del sistema codicistico affinché sorga il vincolo giuridico genitore‐figlio è indispensabile un

accertamento secondo modalità prestabilite. Infatti se non si forma un titolo di stato, cioè un atto di

nascita, ogni rapporto giuridico coi genitori biologici è destinato a cessare.

Al nato da unione legittima viene imposto il del marito, secondo una norma desumibile dal

cognome

sistema frutto della radicata tradizione sociale per cui la famiglia legittima deve avere un unico cognome. I

criteri per determinare il cognome da attribuire al figlio naturale sono dettati dall’art. 262 c.c., in base al

quale l’assunzione esclusiva del cognome paterno è prevista nell’ipotesi del riconoscimento contestuale

effettuato da entrambi i genitori, mentre qualora il riconoscimento avvenga in tempi diversi la regola è

quella della priorità del riconoscimento, salva la possibilità per il figlio di assumere il cognome paterno in

aggiunta o in sostituzione a quello materno. Altro ordine di questioni si pone quando il figlio, naturale o

legittimo, perda il cognome paterno a seguito di un’azione di contestazione o disconoscimento, ovvero

all’annullamento dell’atto di riconoscimento in virtù del quale aveva assunto il cognome paterno. In detti

casi l’interessato può comunque richiedere il riconoscimento del diritto al mantenimento del cognome

originariamente attribuitogli se questo costituisce autonomo segno distintivo della sua identità personale.

Per quanto riguarda progetti di riforma, è attualmente in discussione un progetto di legge che propone di

introdurre la regola secondo la quale l’ufficiali di stato civile deve attribuire al figlio nell’ordine il cognome

del padre e quello della madre; sempre per garantire pari dignità ad entrambi i genitori, la riforma prevede

che nel caso di riconoscimento successivo di uno dei genitori il cognome del genitore che ha effettuato il

riconoscimento successivo, ovvero nei confronti del quale è stata accertata successivamente la filiazione, si

aggiunga a quello del genitore che ha riconosciuto per primo. A tali tipi di norme si affiancano poi le norme

relative all’aggiunta o modifica del cognome: esse prevedono la possibilità per chiunque di fare richiesta

per cambiare il cognome o aggiungerne un altro al proprio. I soggetti richiedenti sono titolari di un mero

interesse legittimo all’accoglimento della richiesta di aggiunta o modifica; il Ministero dell’Interno dovrà

valutare se le ragioni addotte dagli istanti siano idonee a giustificare la concessione.

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

La legge non definisce la potestà genitoriale, ma stabilisce che il figlio deve rispettare i genitori e che è

soggetto alla potestà dei genitori sino all'età maggiore o alla emancipazione (art. 316 c.c.). la potestà

dunque altro non è che la responsabilità dei genitori di proteggere il figlio, sostenerlo nel suo itinerario

formativo, assicurandogli e tutelandone la sicurezza, la salute e la moralità, promuovendo il suo benessere

psicofisico e la progressiva acquisizione dell’autonomia. Le innovazioni di rilevo apportate dal legislatore del

’75 attengono all’esercizio congiunto del potere, al possibile ricorso al giudice e al suo contenuto.

L’attuazione del principio paritario è volto ad evitare il coinvolgimento del minore nelle possibili crisi

coniugali: in particolare, resta attribuito al padre il potere di adottare provvedimenti urgenti ed indifferibili

in caso di incombente pericolo di grave pregiudizio per il figlio, mentre è riconosciuta ad entrambi i genitori

la facoltà di adire disgiuntamente il giudice. In linea di massima, le regole codicistiche in tema di potestà di

occupano: del conferimento e dell’esercizio del potere genitoriale sulla persona del figlio e nella sfera

patrimoniale; del controllo giudiziale sull’esercizio di tali poteri. La potestà viene meno per morte del figlio

o dei genitori, a seguito della dichiarazione di adottabilità nel caso di disconoscimento della paternità, di

accoglimento dell’impugnativa del riconoscimento, di accertamento della sussistenza di un rapporto di

filiazione non riconoscibile.

L’obbligo si inscrive nel più ampio catalogo dei doveri genitoriali che tradizionalmente

di mantenimento

ricomprendono anche l’istruzione e l’educazione. Il mantenimento, che è il primo obbligo dei genitori, deve

essere commisurato ai redditi, ala consistenza del patrimonio e all’idoneità lavorativa e professionale dei

genitori; in particolare si ritiene che non possa esaurirsi nelle cure prestate al figlio nella normale

convivenza. L’obbligo in esame si differenzia da quello alimentare sotto vari aspetti:

la prestazione dovuta a titolo di mantenimento ha un contenuto più esteso non essendo limitata a

• soddisfacimento dei bisogni elementari di vita, ma comprende ogni altra spesa necessaria per

arricchire la personalità del beneficiario;

il mantenimento non è subordinato allo stato di bisogno del beneficiario e discende

• automaticamente dalla posizione del singolo all’interno della famiglia;

l’onerato per essere esonerato deve dimostrare, oltre alla mancanza dei mezzi, anche l’incolpevole

• incapacità di procurarseli.

Si ritiene comunemente che il dovere di mantenimento gravi sui genitori indipendentemente

dall’attribuzione formale della potestà;ciascun genitore è chiamato a contribuirvi in proporzione alle

proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro, professionale o casalingo, che porterà in quest’ultimo

caso, ad un soddisfacimento diretto dei bisogni del minore attraverso la predisposizione di un ambiente

idoneo alla sua crescita. L’obbligo non viene meno con la maggiore età, ma perdura fino a che i figli non

siano in grado di inserirsi nel mondo del lavoro ed ottenere una autonoma fonte di sostentamento. Oggi

l’art. 155 quinquies c.c. fissa esplicitamente la sussistenza dell’obbligo di mantenimento di figli maggiorenni

non indipendenti economicamente: in tal caso il mantenimento si attua mediante il pagamento di un

assegno periodico versato direttamente al figlio. A norma dell’art. 148 c.c., nel caso in cui i genitori non

abbiano mezzi sufficienti pr adempiere l’obbligo di mantenimento, individua negli ascendenti, legittimi e

naturali, in ordine di prossimità, i soggetti tenuti a fornire ai genitori i mezzi necessari per l’adempimento

dei loro doveri. In ogni caso, la violazione dei doveri che ciascun genitore ha nei confronti dei figli può far

sorgere una responsabilità extracontrattuale ed il conseguente obbligo di risarcire loro il danno cagionato.

Al dovere di mantenimento seguono i doveri di ed Quanto all’istruzione, all’interno

istruzione educazione.

della famiglia i figli devono essere istruiti nelle forme e nei limiti connaturati alle possibilità dei genitori, e

nello stesso tempo, deve essere consentito loro di esercitare il proprio diritto all’istruzione in una sede

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

diversa da quella familiare. Allo Stato spetta il dovere di predisporre le strutture attraverso le quali i

genitori possano adempiere al compito loro affidato, senza che si possa configurare una sostituzione a

questi nella guida dell’insegnamento. Considerando che responsabili dell’obbligo scolastico sono da una

parte lo Stato e dall’altra i genitori, si deduce che in questo ambito si realizza una coesistenza di doversi e

responsabilità e quindi una necessaria collaborazione fra diversi soggetti. Chiunque ometta senza giusto

motivo di impartire ad un figlio l’istruzione fino ai 14 anni è punibile e sanzionabile dalla legge penale.

Decisamente più complessa è l’analisi relativa al dovere di quanto al contenuto, nella

educazione:

Costituzione non vengono indicati i principi a ci attenersi nell’educazione della prole, mentre risulta solo

che il compito educativo appartiene alla famiglia, alla quale deve essere riconosciuta piena libertà nella

scelta dei criteri e dei mezzi educativi ritenuti più idonei. È importante considerare anche la rilevanza della

persona del minore: in tal caso il primo articolo ad avere rilevanza è l’art. 2 Cost., nel quale viene

evidenziato il rapporto fra garanzia della persona e comunità. Infatti la titolarità del diritto di libertà di cui il

minore è portatore in quanto persona comporta la necessità che l’eventuale conflitto fra tale libertà e

l’autorità dei genitori sia risolto rendendolo compatibile sia con i diritti primari del minore, sia con il

principio di unità della famiglia. La giurisprudenza ha riconosciuto un dovere dei genitori di rispettare le

scelte dei figli, soprattutto con riferimento allo studio, alla formazione professionale, all’impegno politico‐

sociale, alla fede religiosa. Prendendo ad esempio le sentenze più significative, ricordiamo ad esempio il

Tribunale per i minorenni di Genova che, già nel 1959 affermò che un giovane di 17 anni fosse in grado di

scegliere autonomamente il proprio credo religioso, senza che ai genitori fosse permesso usare mezzi

coercitivi per adeguare la volontà del figlio alla propria. La giurisprudenza ha cercato di individuare i limiti

entro i quali debba essere correttamente esercitata la potestà dei genitori, al fine non solo di garantire

l’autonomia delle scelte del minore, ma anche di costituire attorno a quest’ultimo una struttura familiare

aperta in vista di un armonico sviluppo della sua personalità.

I sono disciplinati dalla’art. 315 c.c., secondo il quale il figlio deve rispettare i

doveri dei figli verso i genitori

genitori e deve contribuire in relazione alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della

famiglia finché convive con essa. Sotto il profilo dei rapporti personali, si chiarisce come la posizione dei figli

debba concepirsi come semplice rispetto nei confronti dei genitori, mentre sotto il profilo patrimoniale, il

sorgere del dovere di contribuzione in capo al figlio presuppone che egli conviva con la famiglia ed abbia

propri redditi, mentre non è in alcun modo collegato né al profilo dell’età, né a quello del rapporto di

parentela che lo lega agli altri componenti della famiglia con i quali convive.

L’art. 318 c.c., sancisce il dovere del figlio di non e riconosce in capo a

abbandonare la casa dei genitori

questi ultimi il potere di richiamarlo anche ricorrendo, se necessario, al giudice tutelare. Il genitore dunque

potrà ricondurre all’abitazione familiare il figlio allontanatosi anche mediante l’uso della coercizione fisica.

L’intervento del giudice viene in considerazione solo qualora i genitori non riescano autonomamente a

ricondurre il figlio alla casa familiare.

In conformità all’art. 30 Cost., l’art. 316 c.c. dispone che il figlio è soggetto alla potestà dei genitori sino

all'età maggiore o alla emancipazione. La potestà è esercitata di comune accordo da entrambi i genitori. In

caso di contrasto su questioni di particolare importanza ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità

al giudice indicando i provvedimenti che ritiene più idonei. Se sussiste un incombente pericolo di grave

pregiudizio per il figlio, il padre può adottare i provvedimenti urgenti ed indifferibili. Il giudice, sentiti i

genitori ed il figlio, se maggiore degli anni quattordici, suggerisce le determinazioni che ritiene più utili

nell'interesse del figlio e dell'unità familiare. Se il contrasto permane il giudice attribuisce il potere di

decisione a quello dei genitori che, nel singolo caso, ritiene il più idoneo a curare l'interesse del figlio.

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

Nei casi di l’esercizio della potestà spetta al genitore che abbia effettuato il

filiazione naturale,

riconoscimento e, nel caso in cui entrambi abbiano proceduto al riconoscimento, ad ambedue se conviventi

o al solo genitore con cui il figlio convive; infine, qualora manchi il presupposto della convivenza, la potestà

è esercitata da quello dei genitori che per primo abbia riconosciuto il figlio. Solo in caso di violazione dei

doveri da parte dei genitori potrà ammettersi la nomina di un tutore e la conseguente cessazione della

potestà dei genitori. Secondo il disposto dell’art. 317bis c.c., se i genitori naturali convivono, l’esercizio

della potestà spetta congiuntamente ad entrambi ed in tal caso si applicano le disposizioni che regolano

l’esercizio della potestà da parte dei genitori legittimi. Se invece i genitori naturali non convivono,

l’esercizio della potestà spetta solo al genitore convivente, ma all’altro è riconosciuto il potere di vigilare

sull’istruzione, educazione e sulle condizioni di vita del minore.

Nel caso in cui il genitore violi o trascuri i suoi doveri o abusi dei suoi poteri o tenga una condotta

pregiudizievole nei confronti del figlio, il legislatore ha previsto la possibilità di predisporre, ai sensi degli

artt. 330 e 333 c.c., le misure necessarie ad assicurare al minore un’effettiva tutela del suo interesse.

Quando i genitori non esercitino adeguatamente l’ufficio nell’interesse del figlio, il giudice può intervenire

privandoli della potestà genitoriale, addirittura sostituendosi ad essi al fine di assicurare al minore il

soddisfacimento pieno dei suoi diritti. Il giudice può, per gravi motivi, disporre anche l’allontanamento del

figlio dalla residenza familiare, ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del

minore. L’art. 334 c.c., nel caso in cui il patrimonio del minore sia male amministrato, prevede che il

tribunale possa rimuovere uno o entrambi i genitori dall’amministrazione, provvedendo a nominare un

curatore.

Sono molteplici i casi in cui può darsi luogo all’emanazione di un provvedimento di decadenza della

che può essere deliberata nei casi di:

potestà genitoriale,

irrogazione di una condanna penale;

• ipotesi di condanna all’ergastolo;

• condanna per delitti attinenti alla sfera sessuale;

• in seguito alla reclusione per reati di incesto, alterazione di stato, occultamento di stato di un

• fanciullo legittimo o naturale riconosciuto.

La decadenza determina l’effetto di sospendere tutti i diritti‐doveri connessi alla potestà, salvo l’obbligo di

mantenimento. Il genitore nei cui confronti è stato emanato il provvedimento rimane privato della potestà

sul figlio, il cui esercizio spetterà in via esclusiva all’altro genitore. L’art. 332 c.c. stabilisce che il giudice

possa reintegrare nella potestà il genitore che ne è decaduto quando, cessate le ragioni per le quali la

decadenza è stata pronunciata, è escluso ogni pericolo di pregiudizio per il figlio. La reintegrazione

comporta il riacquisto dei poteri inerenti la potestà.

Quando il comportamento di uno o di entrambi i genitori non sia tale da richiedere una pronuncia di

decadenza dalla potestà, ma appaia comunque pregiudizievole nei confronti del figlio, l’art. 333 c.c.

consente al giudice di adottare i provvedimenti che ritenga opportuni compreso, se necessario,

l’allontanamento del minore o del genitore dalla casa familiare. Tali provvedimenti sono comunque

revocabili quando siano venuti meno i motivi per cui erano stati emanati. Ovviamente spetta al giudice

stabilire quando il comportamento dei genitori costituisca espressione della loro discrezionalità educativa e

quando invece urti contro i limiti ad essa imposti nell’interesse del minore.

La cura degli interessi del minore rientra fra i compiti affidati ai genitori, i quali sono titolari del potere di

A norma dell’art. 320 c.c. i genitori congiuntamente, o quello di essi

rappresentanza e amministrazione.

che esercita in via esclusiva la potestà, rappresentano i figli nati e nascituri in tutti gli atti civili e ne

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

amministrano i beni. L’esercizio dei poteri di rappresentanza ed amministrazione avviene congiuntamente

con riguardo ad atti di straordinaria amministrazione nonché ai contratti con cui si concedono o si

acquistano diritti personali di godimento, mentre può avvenire disgiuntamente qualora si tratti di compiere

un atto di ordinaria amministrazione. L’amministrazione riguarda il momento interno dei rapporti fra

rappresentato e rappresentante; la mira a far fronte alla situazione di incapacità in cui si

rappresentanza

trova il minore, consentendogli ugualmente di partecipare alla vita giuridica, sia pure per il tramite dei

genitori. La rappresentanza riguarda sia gli atti aventi natura patrimoniale, sia quelli aventi natura

personale. Sono esclusi dalla rappresentanza gli atti c.c. i genitori non possono ad esempio

personalissimi:

fare testamento o procedere al riconoscimento di un figlio naturale invece del figlio. Gli atti di straordinaria

amministrazione, oltre che richiedere la partecipazione congiunta dei genitori, non possono essere

compiuti se non per necessità o utilità evidente del figlio, e solo dopo l’autorizzazione del giudice tutelare.

L’ultimo comma dell’art. 320 c.c. prevede un’ipotesi particolare: se sorge conflitto di interessi patrimoniali

tra i figli soggetti alla stessa potestà, o tra essi e i genitori o quello di essi che esercita in via esclusiva la

potestà, il giudice tutelare nomina ai figli un curatore speciale. Se il conflitto sorge tra i figli e uno solo dei

genitori esercenti la potestà, la rappresentanza dei figli spetta esclusivamente all'altro genitore. Gli atti

compiuti in violazione delle disposizioni che regolano il potere di rappresentanza e amministrazione dei

genitori, possono essere annullati su istanza dei genitori esercenti la potestà, del figlio o dei suoi eredi

aventi causa. L’annullamento potrà essere inoltre domandato allorquando sia stato posto in essere da uno

solo dei genitori un atto per il quale è prevista la partecipazione congiunta.

L’art. 324 c.c. prescrive sull’usufrutto in riguardo del quale è disposto che i genitori esercenti la

legale,

potestà hanno in comune l'usufrutto dei beni del figlio. I frutti percepiti sono destinati al mantenimento

della famiglia e all'istruzione ed educazione dei figli. Non sono soggetti ad usufrutto legale: i beni acquistati

dal figlio con i proventi del proprio lavoro; i beni lasciati o donati al figlio per intraprendere una carriera,

un'arte o una professione; i beni lasciati o donati con la condizione che i genitori esercenti la potestà o uno

di essi non ne abbiano l'usufrutto: la condizione però non ha effetto per i beni spettanti al figlio a titolo di

legittima; i beni pervenuti al figlio per eredità, legato o donazione e accettati nell'interesse del figlio contro

la volontà dei genitori esercenti la potestà. Se uno solo di essi era favorevole all'accettazione, I'usufrutto

legale spetta esclusivamente a lui.

La è diretta alla cura del minore rimasto privo di genitori esercenti la potestà e trova fondamento

tutela

costituzionale nell’art. 30 Cost., ove è previsto che, in caso di incapacità dei genitori, sia la legge a disporre

che siano assolti i loro compiti. In tali condizioni al minore è quindi nominato un che lo rappresenta

tutore

di fronte a terzi e che, sostituendosi ai genitori, provvede alla cura della sua persona e del suo patrimonio.

L’organo deputato a sovraintendere la tutela, con l’assistenza dei competenti organi della pubblica

amministrazione, è il giudice tutelare. Le funzioni di tutore e protutore sono svolte gratuitamente; tuttavia,

i considerazione dell’entità del patrimonio del minore e delle relative difficoltà di amministrazione, il g.t.

può assegnare al tutore un’equa indennità ed eventualmente autorizzarlo a farsi coadiuvare da persone

stipendiate. Il tutore è scelto e nominato dunque dal g.t.; è possibile comunque per il genitore che ha

esercitato per ultimo la potestà, indicare nel testamento la persona che più ritiene idonea ad assumere il

ruolo di tutore del proprio figlio. Una volta individuato, il tutore deve prestare giuramento davanti al g.t. di

esercitare il proprio ufficio con fedeltà e diligenza; tale atto testimonia la rilevanza pubblicistica dell’istituto

e deve essere prestato anche dal protutore. Solo dopo il giuramento il tutore assume formalmente l’ufficio;

prima di questo momento è compito del g.t. assumere i provvedimenti urgenti necessari alla cura del

minore o all’amministrazione del suo patrimonio. Il tutore ha la cura della persona del minore, lo

rappresenta in tutti gli atti civili e ne amministra i beni. I poteri del tutore relativi alla cura della persona

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

sono abbastanza particolari: il tutore non è tenuto a convivere con il minore, né ha alcun obbligo di

mantenimento nei suoi confronti. Sentito il parere del tutore, spetterà al g.t. deliberare sul luogo ove il

minore deve essere allevato, sul sui avviamento agli studi e sulla spesa annua occorrente per il suo

mantenimento. Il tutore deve con la diligenza del buon padre di

amministrare il patrimonio del minore

famiglia, rispondendo dei danni cagionati in violazione dei propri doveri. Il primo atto cui il tutore deve

provvedere, entro 10 giorni dalla nomina, è l’inventari dei beni del minore, con il quale si documenta

analiticamente la composizione e l’ammontare del patrimonio del minore. Prima che sia compiuto

l’inventario, il tutore deve limitarsi agli affari che non ammettono dilazione, depositando denaro che

eventualmente appartiene al minore, presso un istituto di credito indicato dal g.t. Se, nel patrimonio del

minore, esiste un’azienda commerciale o agricola, si procede a un inventario separato; spetterà poi al g.t.

deliberare se continuare l’esercizio dell’impresa commerciale o alienarla. A maggiore garanzia del minore,

per tutti gli atti di straordinaria amministrazione del suo patrimonio, il tutore deve richiedere la preventiva

autorizzazione del g.t. o del tribunale. Il tutore infine deve tenere regolare contabilità della sua

amministrazione e renderne conto al g.t. una volta l’anno.

Il tutore del minore non è tenuto a continuare l’esercizio del proprio ufficio oltre i 10 anni, ad eccezione

degli ascendenti. Al di la del decorso di questo termine, il g.t. può sempre esonerare il tutore, qualora

l’esercizio dell’ufficio sia divenuto gravoso. L’esonero costituisce una causa di cessazione dall’ufficio

pronunciata nell’interesse del tutore. Fino al momento in cui il g.t. non procede alla sostituzione, il tutore

rimane comunque nel pieno esercizio del proprio ufficio. Un’altra ipotesi di decadenza dall’ufficio tutorio,

pronunciata nell’interesse del minore, si ha nel caso in cui il g.t. rimuova il tutore che si sia reso colpevole di

negligenza, abbia abusato dei propri poteri o si sia dimostrato inetto o comunque inadeguato all’ufficio. Il

tutore che cessi dalle proprie funzioni deve consegnare immediatamente i beni del minore e prestare al g.t.

il conto finale dell’amministrazione entro 2 mesi. Tutto deve essere segnato nel registro della tutela.

Il minore che abbia compiuto 16 anni e sia stato autorizzato a contrarre matrimonio viene emancipato di

diritto, acquisendo la capacità giuridica di compiere autonomamente gli atti di ordinaria amministrazione,

mentre, per gli atti di straordinaria amministrazione, egli necessita dell’assistenza di un curatore. Un

curatore speciale è nominato nel caso i cui sorga un conflitto di interessi tra il curatore e il minore

emancipato; il curatore speciale ha gli stessi poteri che avrebbe avuto il curatore ordinario, pur con

riferimento al singolo atto per il quale è stato nominato. L’autorizzazione del tribunale, previo parere del

g.t. e sentito il curatore, è necessaria anche per permettere all’emancipato di esercitare un’impresa

commerciale. Il minore così autorizzato acquista una capacità semipiena, in quanto può compiere da solo

anche gli atti che eccedono l’ordinaria amministrazione, pur se estranei all’impresa.

È da tempo maturata la consapevolezza che il minore, quale soggetto in formazione, necessiti di tutele

appropriate che devono essere approntate fuori dall’ambiente familiare, e ciò con specifico riguardo ai suoi

Alla luce della sempre maggiore invasività dei media, è palese che il minore

rapporti con i mass media.

abbia un interesse tutelabile ad essere da un lato fruitore di programmazioni adeguate alle proprie

conoscenze e alle corrispondenti necessità di apprendimento, e dall’altro soggetto che necessita di cautele

particolari nei casi in cui esso stesso produce informazione, ovvero quando sia attore di rilevanti fatti di

cronaca. Come interventi normativi a riguardo occorre ricordare: la legge 8 febbraio 1948, n. 47, che

sanzionò le pubblicazioni destinate ai fanciulli e agli adolescenti, se offensive del loro sentimento morale o

se idonee a costituire per essi un incitamento alla corruzione, al delitto o al suicidio. Il d.lgs. 177/2005 vieta

le trasmissioni che, anche in relazione all’orario di trasmissione, possano nuocere allo sviluppo fisico,

psichico o morale dei minori o che presentino scene di violenza gratuita o insistita o efferata ovvero

pornografiche. È inoltre prevista l’applicazione di specifiche misure a tutela dei minori nella fascia oraria di

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

programmazione dalle ore 16 alle ore 19 e all’interno dei programmi direttamente rivolti ai minori, con

particolare riguardo ai messaggi pubblicitari, alle promozioni ed ogni altra forma di comunicazione

commerciale e pubblicitaria.

Negli ultimi anni ha assunto crescente rilevo il fenomeno della ovvero

sottrazione internazionale di minori,

del rapimento del bambino da parte di uno dei genitori, per condurlo in uno Stato diverso da quello ove egli

abitualmente risiede. Al fine di contrastare tale fenomeno sono state stipulate le Convenzione europea di

Lussemburgo del 20 maggio 1980 e la Convenzione dell’Aja del 25 ottobre 1980, che predispongono un

procedimento facilmente accessibile e rapido, il cui fulcro è rappresentato dall’istituzione in ciascuno Stato

contraente di una Autorità centrale, che ha il compito di intrattenere rapporti di collaborazione e scambio

di informazione con le Autorità centrali degli altri Stati contraenti al fine di agevolare l’immediato rientro

del minore. La presuppone che, anteriormente al trasferimento del minore,

Convenzione di Lussemburgo

sia stato emanato un provvedimento sull’affidamento, ovvero che successivamente al trasferimento, sia

stato emanato un provvedimento sull’affidamento che abbia statuito sull’illiceità del trasferimento

predetto. Chiunque abbia ottenuto un provvedimento relativo all’affidamento di un minore può, con

l’attivazione del predetto strumento convenzionale, ottenere il riconoscimento o l’esecuzione del

provvedimento in un altro Stato contraente mediante il ricorso all’Autorità centrale. La Convezione dell’Aja

mira invece a ripristinare la custodia come situazione di fatto mediante il rientro immediato del minore

illecitamente sottratto alla custodia del genitore affidatario. Essa prevede l’attivazione di un procedimento

volto ad emettere un ordine di rientro da parte dell’autorità giudiziaria o amministrativa del luogo ove il

minore è stato illecitamente condotto. La Convenzione dell’Aja appronta strumenti differenti a seconda che

sia stato leso un diritto di custodia o un diritto di visita. Nell’ipotesi in cui sia violato un diritto di custodia,

scopo della Convenzione è quello di ripristinare la situazione precedente la sottrazione e l’immediato

rimpatrio del minore nel luogo di sua residenza abituale, mentre qualora venga violato il diritto di visita del

genitore non affidatario, lo strumento convenzionale permette di avviare una procedura legale volta a

garantire l’esercizio di tale diritto. Solo in casi tassativi il giudice può negare il rimpatrio al minore, ovvero

quando la persona affidataria non eserciti effettivamente il diritto di affidamento al momento del

trasferimento o del mancato rientro, o abbia consentito al trasferimento o al mancato rientro; quando

sussista un fondato rischio per il minore, di essere esposto per il fatto del suo ritorno, a pericoli fisici o

psichici; quando l’autorità giudiziaria o amministrativa accerti ce il minore si oppone al ritorno e che ha

raggiunto l’età ad un grado di maturità tali che sia opportuno tener conto del suo parere.

° CAPITOLO NONO – L’ACCERTAMENTO DELLO STATO DI FILIAZIONE °

In base alle regole vigenti, sono quelli generati dai coniugi in costanza di matrimonio.

figli legittimi

L’ordinamento riconosce al matrimonio l’attitudine a determinare lo status personale dei figli concepiti dai

coniugi, poiché comporta l’obbligo di fedeltà e quindi l’esclusività della relazione sessuale, che appunto

consente al legislatore di affermare che il marito è il padre del figlio concepito durante il matrimonio.

Presupposti della legittimità della filiazione sono:

1. il può essere civile, oppure religioso con effetti civili. Rispetto ai figli, gli

matrimonio dei genitori:

effetti del matrimonio valido si producono anche qualora entrambi i coniugi siano in mala fede

salvo che la nullità dipenda da bigamia o da incesto;

2. il in primo luogo deve mettersi in risalto che non necessariamente la donna che

parto della moglie:

ha dato alla luce un figlio ne risulta giuridicamente la madre. La legge impone che nei 10 giorni

successivi alla nascita venga resa dai soggetti legittimati la relativa dichiarazione, in base alla quale

l’ufficiale di stato civile forma l’atto di nascita nel quale sono indicati il luogo, l’anno, il mese, il

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

giorno e l’ora della nascita, le generalità, la cittadinanza e la residenza dei genitori legittimi, nonché

di quelli che rendono la dichiarazione di riconoscimento di filiazione naturale. Sono anche indicati il

sesso del bambino e il nome che gli viene dato;

3. il si presume concepito durante il matrimonio il figlio nato

concepimento in costanza di matrimonio:

quando sono trascorsi 180 giorni dalla celebrazione e non ne siano ancora trascorsi 300

dall’annullamento, dallo scioglimento o dalla cessazione degli effetti civili del matrimonio. La

presunzione non opera decorsi trecento giorni dalla pronuncia di separazione giudiziale, o dalla

omologazione di separazione consensuale, ovvero dalla data della comparizione dei coniugi avanti

al giudice quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere separatamente nelle more del giudizio di

separazione o dei giudizi previsti nel comma precedente;

4. la l’art. 231 c.c. stabilisce che il marito è il padre del figlio concepito durante il

paternità del marito:

matrimonio. Se il dichiarante menziona nell’atto di nascita la madre, il che è possibile solo se costei

è coniugata, viene automaticamente indicata la paternità del marito. Qualora la madre non venga

nominata, non vi potrà essere alcuna attribuzione di paternità in capo al marito.

A norma dell’art. 234 c.c., ciascuno dei coniugi e i loro eredi possono provare che il figlio, nato dopo i

trecento giorni dall'annullamento, dallo scioglimento o dalla cessazione degli effetti civili del matrimonio, è

stato concepito durante il matrimonio. Possono analogamente provare il concepimento durante la

convivenza quando il figlio sia nato dopo i trecento giorni dalla pronuncia di separazione giudiziale, o dalla

omologazione di separazione consensuale, ovvero dalla data di comparizione dei coniugi avanti al giudice

quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere separatamente nelle more del giudizio di separazione o dei

giudizi previsti nel comma precedente. In ogni caso il figlio può proporre azione per reclamare lo stato di

legittimo.

A norma dell’art. 241 c.c., quando mancano l'atto di nascita e il possesso di stato, o quando il figlio fu

iscritto sotto falsi nomi o come nato da genitori ignoti, la prova della filiazione può darsi col mezzo di

testimoni. Questa prova non può essere ammessa che quando vi è un principio di prova per iscritto, ovvero

quando le presunzioni e gli indizi sono abbastanza gravi da determinare l'ammissione della prova. Tali mezzi

vengono in considerazione solo qualora manchino sia l’atto di nascita che il possesso di stato. L’art. 236 c.c.

stabilisce che la filiazione legittima si prova con l’atto iscritto nei registi dello stato civile, in

di nascita

quanto fornisce la prova di tutti gli elementi che la costituiscono: maternità, matrimonio, concepimento in

costanza di matrimonio e paternità. L’art. 237 c.c. dispone che il possesso di stato risulta da una serie di

fatti che nel loro complesso valgono a dimostrare le relazioni di filiazioni e di parentela fra una persona e la

famiglia a cui essa pretende di appartenere. In ogni caso devono concorrere i caratteri fondamentali di

e ossia:

nomen, tractatus fama,

che la persona abbia sempre portato il cognome del padre che essa pretende di avere;

• che il padre l'abbia trattata come figlio e abbia provveduto in questa qualità al mantenimento, alla

• educazione e al collocamento di essa;

che sia stata costantemente considerata come tale nei rapporti sociali;

• che sia stata riconosciuta in detta qualità dalla famiglia.

Quando manca l’atto di nascita e il possesso di stato, o il figlio fu iscritto sotto falsi nomi o come nato da

genitori ignoti, la prova della filiazione legittima può anche essere data anche per testimoni, come dispone

l’art. 241 c.c. 33

Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

Con l’espressione si definisce l’azione con la quale si chiede al giudice una pronuncia sullo

azione di stato

stato della persona. Le azioni di stato legittimo disciplinate dalla legge sono:

1. l’azione è diretta a privare il figlio dello stato di legittimità

di disconoscimento della paternità:

attribuitogli in forza delle presunzioni previste dagli artt. 231, 231 e 233 c.c. Le azioni di

disconoscimento della paternità sono due, unificate in una identica espressione lessicale, ma

fondate su diversi presupposti: l’una consente il disconoscimento del figlio nato prima che siano

trascorsi 180 giorni dalla celebrazione del matrimonio e quindi concepito in precedenza; l’altra si

esercita nell’ipotesi di figlio concepito durante il matrimonio. Prima della riforma del 1975 si diceva

che il marito avesse il monopolio dell’azione, intendendosi sottolineare la discrezionalità che la

legge gli attribuiva nel valutare l’opportunità di esercitarla o meno. Attualmente la legittimazione

ad agire in disconoscimento è stata estesa al figlio e alla madre. L’esercizio dell’azione è

subordinato a due presupposti: la nascita del figlio; l’esistenza del titolo dello stato di figlio

legittimo. L’art. 235 c.c. consente l’esercizio dell’azione di disconoscimento nei seguenti casi:

‐ se i coniugi non hanno coabitato nel periodo compreso fra il 300° e il 180° giorno prima della

in tal caso è necessario e sufficiente provare la mancanza di coabitazione e, quindi,

nascita:

l’assenza di rapporti intimi tra i coniugi per tutto il periodo legale del concepimento. L’attore dovrà

necessariamente provare il fatto della mancata coabitazione e che l’azione sarà rigettata qualora il

convenuto riesca a provare una riunione, anche temporanea, che abbia reso possibile il

concepimento;

‐ se durante il tempo predetto il marito era affetto da impotenza, anche se solo di

potrà essere coeundi che generandi. Nel caso in cui, nonostante l’impotenza,

generare:l’impotenza

vi sia produzione di seme del marito idonea a consentire una inseminazione artificiale omologa, i

convenuti potranno fornire la relativa prova in via d’eccezione, all’esito della quale la domanda

dovrà essere rigettata;

‐ se nel detto periodo la moglie ha commesso adulterio o ha tenuto celata al marito la propria

l’art. 235 c.c. consente l’esercizio dell’adozione se durante il

gravidanza e la nascita del figlio:

matrimonio la moglie ha commesso adulterio o ha tenuto celata al marito la propria gravidanza e la

nascita del figlio. Circa il rapporto tra prova dell’adulterio o del celamento e dimostrazione dei fatti

tendenti ad escludere la paternità, la giurisprudenza ha dato rilievo alle prove genetiche. In forza

dell’espressa previsione di legge, il giudice non solo ha la facoltà di ammettere la prova genetica,

ma è obbligato a farlo anche d’ufficio. Il giudice però non può obbligare coattivamente la parte a

sottoporsi al prelievo; il rifiuto immotivato della parte consente al giudice di desumere argomenti

di prova a sostegno della pretesa di controparte; lo stesso dicasi con riguardo al rifiuto opposto al

curatore nominato ex art. 247 c.c.

La sola dichiarazione della madre non esclude la paternità. Il termine di decadenza per esercitare

l’azione di disconoscimento della paternità è disciplinato dall’art. 244 c.c. in maniera sensibilmente

diversa per ogni soggetto legittimato ad agire in disconoscimento. In particolare:

‐ la madre deve proporre l’azione entro 6 mesi dalla nascita del figlio o dalla conoscenza dello stato

di impotenza del marito;

‐ il marito presunto padre può disconoscere il figlio nel termine di un anno, che decorre dal giorno

della nascita quando egli si trovava al tempo di questa nel luogo in cui è nato il figlio, oppure dal

giorno del suo ritorno nel luogo in cui è nato il figlio o in cui è la residenza della famiglia se egli, al

tempo della nascita, era lontano; 34

Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

‐ il figlio entro un anno dal compimento della maggiore età o dal momento in cui viene

successivamente a conoscenza dei fatti che rendono ammissibile il disconoscimento.

2. l’azione è diretta a far dichiarare l’inesistenza dello stato di

di contestazione della legittimità:

legittimità del soggetto contro cui è rivolta. L’azione può quindi essere sicuramente esercitata

attaccando uno dei seguenti presupposti di legittimità:

‐ lo stato di legittimità può essere

esistenza o validità del vincolo matrimoniale dei genitori:

impugnato accampando l’inesistenza del matrimonio, perché mai celebrato o perché, trattandosi

di matrimonio religioso, non poteva essere trascritto;

‐ con riferimento alla

effettività del parto della donna indicata come madre nell’atto di nascita:

maternità vengono in rilievo le ipotesi di supposizione di parto o sostituzione di neonato:; l’azione

di contestazione sarà infatti diretta ad inficiare le risultanze dell’atto di nascita in cui si documenta

non solo il fatto del parto, ma anche l’identità della donna che ha partorito;

‐ corrispondenza tra l’identità del nato e quella risultante dall’atto di nascita;

‐ concepimento in costanza di matrimonio.

A norma dell’art. 248 c.c., l’azione di contestazione della legittimità spetta a chi dall’atto di nascita

del figlio risulti suo genitore e a chiunque vi abbia interesse. In tale ampia distinzione va

ricompreso anche il figlio poiché non è detto che chi ha un titolo di stato legittimo di figlio sia

sempre interessato a conservarlo.

3. l’azione risulta disciplinata dagli artt. 241, 241 e 243 c.c. I presupposti

di reclamo della legittimità:

dai quali sorge l’interesse sono: la mancanza dell’atto di nascita o del possesso di stato; il caso in

cui, pur esistendo un atto di nascita, il figlio vi figuri denunziato come di ignoti; pur esistendo un

atto di nascita, il figlio sia stato iscritto sotto falso nome per cui i veri genitori non sono quelli

indicati nell’atto stesso. Colui che reclama lo stato di figlio legittimo deve provare tutti i

presupposti necessari per l’esistenza di tale stato: maternità, matrimonio fra i genitori,

concepimento in costanza di matrimonio, paternità. Il matrimonio dei genitori si prova con l’atto di

celebrazione estratto dai registri dello stato civile; la prova della maternità si risolve nella prova del

parto della donna che si pretende essere madre e dall’identità del figlio di lei; la prova del

concepimento in costanza di matrimonio risulterà da confronto della data di nascita con quella di

celebrazione o di scioglimento del matrimonio.

Il convenuto può dare la prova contraria agli assunti dell’attore valendosi di ogni mezzo diretto a

dimostrare che il reclamante non è figlio della donna che egli pretende di avere per madre, oppure

che non è figlio del marito della madre. Quando i soggetti del rapporti di filiazione sono in vita,

occorrerà far ricorso alla prova genetica.

Il è un atto unilaterale, spontaneo e irrevocabile del genitore in forza del

riconoscimento del figlio naturale

quale un soggetto dichiara la propria maternità o paternità nei confronti di una determinata persona.

Caratteristica del riconoscimento è la sua spontaneità, dettata dall’assoluta discrezionalità del genitore

nell’effettuarlo. Il riconoscimento è un atto giuridico in senso stretto, in quanto atto umano volontario, in

cui l’elemento volitivo risulta circoscritto al compimento dell’atto e non ai suoi effetti, visto che la volontà

nulla può in ordine alla disciplina del rapporto, che risulta interamente regolato dalla legge. L’art. 258 c.c.

dispone che il riconoscimento non produce effetti che riguardo al genitore da cui fu fatto: la regola dunque

è che il rapporto di filiazione si instaura fra il genitore ed il figlio, non producendo effetti rispetto all’altro il

quale non voglia o non possa effettuare il riconoscimento. Secondo quanto disposto dall’art. 250 c.c., il

figlio naturale può essere riconosciuto dal padre e dalla madre, anche se già uniti in matrimonio con altra

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persona all’epoca del concepimento. Con riguardo al riconoscimento di donna coniugata, che abbia

concepito il figlio con persona diversa dal marito, secondo l’opinione prevalente, la madre è ammessa al

riconoscimento sin dalla denuncia di nascita, indipendentemente dal fatto che sia intervenuto un previo o

contestuale riconoscimento del padre naturale, e senza che debba ricorrersi alla denuncia di nascita come

figlio di ignoti.

Il riconoscimento del figlio naturale può essere effettuato solo dal genitore: in ordine alla capacità del

genitore che effettua il riconoscimento, può dirsi richiesta quella legale di agire, con la precisazione che il

minore che ha compiuto il sedicesimo anno di età è ammesso al riconoscimento dell’art. 250 c.c. Nei casi di

non riconoscibilità per difetto di età dei genitori la procedura deve essere rinviata sino al compimento del

sedicesimo anno di età del genitore naturale. Sempre a proposito della capacità per effettuare il

riconoscimento, la legge prevede espressamente che quello effettuato dall’interdetto giudiziale è

impugnabile, mentre si ritiene che l’interdetto legale possa procedere validamente al riconoscimento.

La legge richiede, come condizioni di efficacia del riconoscimento, l’assenso del figlio se ultrasedicenne o,

se infrasedicenne, il consenso del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Solo per il minore di sedici anni

non riconosciuto è quindi possibile un riconoscimento immediatamente efficace: la norma dell’art. 250 c.c.

intende evitare riconoscimenti interessati o sgraditi, in quanto effettuati a grande distanza di tempo dalla

nascita nei confronti di un soggetto socialmente ben caratterizzato, che potrebbe subire un pregiudizio dal

riconoscimento. Il genitore che intende riconoscere il figlio infrasedicenne già riconosciuto deve ottenere il

consenso dell’atro. Il consenso dell’altro genitore non potrà essere rifiutato nell’ipotesi in cui sussista

l’interesse del minore.

L’art. 251 c.c. stabilisce il divieto del riconoscimento dei figli nati da persona tra le quali esiste un vincolo di

parentela, anche naturale, in linea retta all’infinito, oppure in linea collaterale nel secondo grado, ovvero un

vincolo di affinità in linea retta. Il divieto di riconoscimento in ogni caso non opera qualora i genitori

all’epoca del concepimento, ignorando il vincolo fra di essi intercorrente, fossero in buona fede o quando

sia stato dichiarato nullo il matrimonio dal quale deriva l’affinità. Quando uno dei genitori era in buona

fede, il riconoscimento spetterà a lui. In generale, tale divieto viene associato al disvalore sul piano sociale e

morale che accompagna le relazioni fra consanguinei.

L’art. 253 c.c. fissa il principio dell’inammissibilità di un riconoscimento in contrasto con lo stato di figlio

legittimo o legittimato in cui la persona si trova. Tale prescrizione comporta che l’inammissibilità operi

esclusivamente qualora il figlio, che si intende riconoscere risulti legittimo perché dotato del

corrispondente titolo dello stato. Ne consegue che sarà sempre possibile riconoscere il nato da donna

coniugata quando non si sia formato l’atto di nascita del figlio legittimo. Qualora venga effettuato un

riconoscimento in contrasto con lo stato di figlio legittimo, legittimano o riconosciuto, il riconoscimento

non è efficace.

Il primo comma dell’art. 254 c.c. dispone che il è fatto nell’atto di

riconoscimento del figlio naturale

nascita, oppure con apposita dichiarazione posteriore alla nascita o al concepimento, davanti ad un ufficiale

di stato civile o in un atto pubblico o in un testamento, qualunque sia la forma di questo. L’atto di

riconoscimento è pubblicizzato attraverso l’iscrizione nei registri dello stato civile qualora sia ricevuto

dall’ufficiale dello stato civile, separatamente dalla dichiarazione di nascita; ovvero attraverso la

trascrizione nei medesimi registri nel caso in cui sia ricevuto da altro pubblico ufficiale. Il carattere di

irrevocabilità dell’atto di riconoscimento comporta che esso resti fermo nonostante l’intervenuta revoca

del testamento in cui è contenuto. Il riconoscimento, che ha come presupposto che il suo autore sia colui

che ha concepito il figlio, può essere impugnato per difetto di veridicità: legittimato attivo, oltre all’autore

del riconoscimento e colui che è stato riconosciuto, è chiunque abbia un interesse apprezzabile e attuale,

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto di Famiglia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Manuale di Diritto di Famiglia, Sesta.
Gli argomenti sono: matrimonio, rapporti personali tra coniugi, crisi coniugale, effetti separazione - divorzio, convivenze, famiglia di fatto, rapporto genitori-figli, adozione, affidamento.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher summerit di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto di Famiglia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Sesta Michele.

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