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celebrare il matrimonio in un paese straniero secondo le forme ivi stabilite purchè ricorrano le condizioni

necessarie dettate dal c.c. Lo straniero può contrarre matrimonio in Italia ed in tal caso deve presentare

all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio Paese, dalla quale risulti

che nulla osta al matrimonio. In mancanza di rilascio del nulla osta, è possibile rivolgersi al tribunale che

potrà autorizzare la celebrazione qualora ritenga che il rifiuto o l’omissione delle autorità straniere

costituiscano una lesione non giustificata della libertà matrimoniale ovvero si pongano in contrasto con i

principi fondamentali dell’ordinamento.

° CAPITOLO TERZO – I RAPPORTI PERSONALI TRA CONIUGI °

L’art. 143 c.c. stabilisce che con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i

medesimo doveri. Tale principio presuppone un’eguaglianza assoluta e perfetta, intesa nel senso di identità

di posizione fra il marito e la moglie, che hanno quindi le stesse prerogative personali e sono titolari del

governo della famiglia, senza distinzione di poteri e di ruoli. I ossia quelli che derivano dal

doveri coniugali,

matrimonio, sono a norma dell’art. 143 c.c.:

riveste una posizione preminente fra i doveri reciproci derivanti dal matrimonio, poiché

• fedeltà:

riguarda la persona fisica e spirituale di entrambi i coniugi. La fedeltà va quindi interpretata in

senso ampio come dedizione fisica e spirituale di un coniuge all’altro; in questa prospettiva la

nozione di fedeltà finisce col coincidere con quella di lealtà. L’obbligo di fedeltà permane durante il

temporaneo allontanamento di un coniuge dalla residenza familiare;

l’obbligo dell’assistenza morale e materiale costituisce il necessario completamento di

• assistenza:

quell’impegno di vita assieme che i coniugi assumono con il matrimonio. Può essere interpretato

quale dovere dei coniugi di proteggersi a vicenda e di proteggere la prole. Nell’obbligo di assistenza

rientrano il sostegno reciproco nell’ambito affettivo, psicologico e spirituale: secondo la

morale

cassazione in suddetto obbligo si considera violato in presenza di un ingiustificato rifiuto di aiuto e

conforto spirituale, accompagnato dalla volontaria aggressione della personalità dell’altro.

L’assistenza riguarda invece l’aiuto che i coniugi debbono fornirsi reciprocamente: non ci

materiale

si riferisce solo all’assistenza in caso di malattia, ma anche a quel sostegno di cui ciascun coniuge ha

bisogno nell’attività di lavoro o di studio e nello svolgimento dei compiti che si è assunto nella

ripartizione delle incombenze familiari;

riguarda comportamenti necessari a soddisfare le esigenze del nucleo familiare nel

• collaborazione:

suo complesso;

si riferisce all’abitare sotto lo stesso tetto. I coniugi fissano la residenza della famiglia

• coabitazione:

secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. La scelta della residenza

della famiglia diviene problematica quando entrambi i coniugi svolgono il proprio lavoro in luoghi

diversi, poiché è difficile in questo caso stabilire quale sia da considerare la dimora familiare. A

riguardo l’art. 45 c.c. stabilisce che ciascuno dei coniugi ha il proprio domicilio nel luogo in cui ha

stabilito la sede principale dei suoi interessi o affari, quindi ciascuno dei coniugi può avere un

domicilio diverso.

Tra i doveri che nascono dal matrimonio, quello di ha un riflesso di

contribuzione ai bisogni della famiglia

carattere patrimoniale: la legge stabilisce che entrambi i coniugi sono tenuti a contribuire ai bisogni della

famiglia ed a mantenere, istruire ed educare la prole in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la

propria capacità di lavoro professionale o casalingo. Si parla in questo caso di regime patrimoniale primario

imperativo che è volto a regolare l’obbligo di contribuzione. L’art. 143 c.c. enuncia espressamente il dovere

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

dei coniugi di contribuire ai bisogni della famiglia in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di

lavoro professionale o casalingo. La contribuzione assume pertanto una configurazione paritaria e reciproca

e si identifica nell’obbligo di concorrere a soddisfare le necessità della famiglia, non più nel dovere di

mantenimento. La dottrina ha sottolineato come il lavoro casalingo venga preso in considerazione alla

stessa stregua del lavoro esterno, il che evidenzia il rapporto di parità morale e giuridica dei coniugi

nell’assetto legislativo, nonché il contributo preminente della donna in ragione della sua essenziale

funzione familiare. L’obbligo di contribuzione permane per tutta la durata della convivenza, e anche nel

caso di allontanamento senza giusta causa.

L’art. 143 c.c. stabilisce che la moglie aggiunge al proprio il La norma in esame

cognome del marito.

costituisce una deroga al principio di uguaglianza previsto dall’art. 29 Cost., ed appare ispirata dalla

necessità di assicurare primarie esigenze di carattere collettivo che impongono l’esistenza di un nome

familiare, a salvaguardia dell’unità della famiglia stessa. Per conseguire questo obiettivo, il legislatore della

riforma ha rispettato la radicata tradizione sociale che, posta l’esigenza che la famiglia abbia un unico

cognome, lo identifica in quello del marito; sarebbero possibili altre soluzioni, come la creazione di un

cognome dato dalla somma di entrambi, o l’attribuzione ai coniugi della facoltà di determinare il cognome

familiare. Tale sistema appare in via di superamento, in quanto è stato di recente presentato in Senato un

progetto di legge che prevede che ciascun coniuge possa conservare il proprio cognome.

L’art. 144 c.c. stabilisce che i coniugi concordano fra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza

della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. L’odierno modello

della vita familiare si basa dunque su una direzione congiunta del gruppo; la regola dell’accordo deve

essere coordinata con il principio di libertà individuale, quindi la legge riconosce talvolta ad uno solo dei

coniugi il potere di prendere alcune decisioni: ad esempio la legge 194/1978 attribuisce in via esclusiva alla

donna il diritto di interrompere la gravidanza, e la da facoltà di consultare il marito in quanto padre del

concepito. Quanto alla definizione dell’indirizzo si è d’accordo nel ritenere che nelle scelte di

familiare,

indirizzo vengano ricompresi profili a carattere sia personale che economico. Il primo comma del’art. 144

c.c. si occupa del criterio al quale i coniugi devono attenersi nel determinare l’indirizzo della vita familiare,

stabilendo l’obbligo di tenere conto delle esigenze di entrambi e di quelle preminenti della famiglia, in

quanto l’interesse della famiglia non può che identificarsi con l’interesse dei singoli che di essa fanno parte

e non può quindi essere considerato superiore e distinto da quello dei suoi componenti.

Secondo quanto disposto dall’art. 145 c.c., se i coniugi non raggiungono spontaneamente l’accordo,

possono ricorrere all’intervento di un terzo, chiamato a svolgere un’attività di supporto a beneficio della

famiglia in crisi. Entrambi i coniugi quindi, in caso di disaccordo, possono richiedere l’intervento del giudice.

In seguito a tale richiesta, il giudice tenta dir aggiungere una soluzione concordata sentiti i coniugi e i figli

ultrasedicenni.

L’art. 146 c.c. prevede la complessa fattispecie di un coniuge che si allontani senza giusta causa dalla

residenza familiare e che rifiuti, nonostante l’invito dell’altra parte, a farvi ritorno. L’allontanamento dalla

è tale se è intenzionale e duraturo; occorre inoltre che l’allontanamento non sia dovuto

residenza familiare

ad un dissenso circa la fissazione della residenza familiare, se preventivamente concordata da entrambi.

Secondo le circostanze, il giudice può ordinare il sequestro dei beni del coniuge che si è allontanato, e ciò

affinché non si sottragga all’obbligo di contribuzione ed al mantenimento della prole.

La legge 4 aprile 2001, n. 154 ha creato un articolato sistema diretto a contrastare ogni forma di violenza

maturata all’interno del nucleo familiare; tramite varie disposizioni, oggi il giudice può adottare misure

urgenti ed immediate in favore della vittima della violenza familiare. Quando la condotta del coniuge o di

altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro giudice

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

o convivente è dato imporre al coniuge o al convivente responsabile dell’abuso, oltre che la cessazione

della violenza, anche l’allontanamento dalla casa familiare, prescrivendogli altresì se necessario di non

avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima. La legge prende in considerazione l’eventualità

che l’autore della condotta pregiudizievole sia colui che di regola provvede al sostentamento della famiglia,

e consente al giudice di imporre al coniuge o convivente allontanato il pagamento periodico di n assegno a

favore dei familiari, fissando anche modalità e termini di versamento e prescrivendo che la somma sia

versata direttamente all’avente diritto dal datore di lavoro dell’obbligato, detraendola dalla retribuzione

allo stesso spettante. La durata dell’ordine di protezione è stabilita dal giudice, ma è in ogni caso limitata,

non potendo protrarsi per oltre 6 mesi solo se ricorrano gravi motivi e per il tempo strettamente

necessario.

° CAPITOLO QUARTO – I RAPPORTI PATRIMONIALI TRA CONIUGI °

Dal vincolo matrimoniale discendono rilevanti effetti patrimoniali, che il codice regola nell’ultimo capo del

titolo dedicato al matrimonio, rubricato “Del Il regime patrimoniale

regime patrimoniale della famiglia”.

della famiglia è rappresentato dalla disciplina delle spettanze e dei poteri dei coniugi e dei familiari in

ordine all’acquisto e alla gestione dei beni. Nel sistema pattizio, che si instaura mediante una volontà

espressa dei coniugi, sono previsti tre tipi di convenzioni: il con il quale un o più beni

fondo patrimoniale,

vengono destinati a far fronte ai bisogni della famiglia, ed in parte sottratti alla disponibilità dei coniugi ed

alla garanzia generica dei creditori; la il cui regolamento viene fissato dai coniugi

comunione convenzionale,

in parziale deroga rispetto a quello della comunione legale; infine il regime di nel

separazione dei beni,

quale la titolarità e la gestione dei beni acquistati durante il matrimonio rimane esclusiva in capo a ciascun

coniuge.

La è il regime legale dei rapporti patrimoniali tra coniugi, vigente in mancanza di diversa

comunione

convenzione stipulata a norma dell’art. 162 c.c.; infatti la comunione si instaura automaticamente all’atto

del matrimonio, prima ed indipendentemente dall’eventuale acquisto di beni, salvo che i coniugi non vi

deroghino mediante specifica convenzione. Circa la natura giuridica della comunione legale, le soluzioni

proposte possono ricondursi a due indirizzi fondamentali, l’uno soggettivo e l’altro oggettivo. A sostegno

delle teorie soggettivistiche, si considera l’art. 180 c.c., secondo cui “L'amministrazione dei beni della

comunione e la rappresentanza in giudizio per gli atti ad essa relativi spettano disgiuntamente ad entrambi

i coniugi. Il compimento degli atti eccedenti l'ordinaria amministrazione, nonché la stipula dei contratti con

i quali si concedono o si acquistano diritti personali di godimento e la rappresentanza in giudizio per le

relative azioni spettano congiuntamente ad entrambi i coniugi.” Nella comunione legale vige il divieto di

divisione a richiesta di un solo coniuge sino al perdurare del regime di comunione, mentre per quella

ordinaria la divisione è ammessa in ogni tempo anche se è solo un comunista a chiederla. L’art. 186 c.c.

sancisce che i beni della comunione rispondono: di tutti i pesi ed oneri gravanti su di essi al momento

dell'acquisto; di tutti i carichi dell'amministrazione; delle spese per il mantenimento della famiglia e per

l'istruzione e l'educazione dei figli e di ogni obbligazione contratta dai coniugi, anche separatamente,

nell'interesse della famiglia; di ogni obbligazione contratta congiuntamente dai coniugi.

A norma dell’art. 177 c.c., Costituiscono oggetto della comunione: gli acquisti compiuti dai due coniugi

insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali; i frutti dei

beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione; i proventi

dell'attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non siano stati

consumati; le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio. Qualora si tratti di

aziende appartenenti ad uno dei coniugi anteriormente al matrimonio ma gestite da entrambi, la

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comunione concerne solo gli utili e gli incrementi. L’oggetto della comunione legale si restringe

immediato

agli acquisti compiuti durante il matrimonio e dalle aziende gestite da entrambi i coniugi, o agli utile agli

incrementi derivanti dalla gestione comune. Da ciò deriva la definizione della comunione leale come

potendo riferirsi sia al negozio che causa l’incremento patrimoniale, sia al

comunione degli acquisti,

risultato della fattispecie. Proprio in virtù della loro capacità di incrementare in modo stabile il patrimonio,

possono annoverarsi tra i beni che cadono in comunione i titoli di Stato, i titoli di partecipazione azionaria

acquistati in costanza di matrimonio da uno solo dei coniugi e allo stesso intestati, i fondi agricoli riscattati.

Anche gli acquisti a titolo originario costituiscono oggetto di comunione immediata. Ammessa la

configurabilità di acquisti in comunione, devono esaminarsi alcuni casi particolari:

che opera in virtù del possesso continuato nel tempo, ci sono due tesi: una negativa, in

• usucapione,

quanto non c’è certezza del momento in cui il bene entrerebbe nel patrimonio del soggetto; alla

tesi negativa se ne contrappone una positiva, alla cui stregua il bene cade in comunione se il regime

sussiste nel momento in cui si compie l’acquisto;

nel cui caso i contrasti riguardano il caso in cui sul terreno di proprietà esclusiva di un

• accessione,

coniuge sia stata edificata, in regime di comunione, una costruzione mediante l’utilizzazione di

denaro comune; e si ritiene che i relativi acquisti cadono in comunione

• occupazione, invenzione specificazione,

immediata se non derivano da attività separate del coniuge, nel qual caso rientrano nella

previsione della comunione residuale. In relazione alle creazioni intellettuali, l’opinione prevalente

è quella per cui al coniuge autore‐inventore spetti in via esclusiva il diritto all’attribuzione del bene

immateriale e la facoltà di trasmissione dei diritti di utilizzazione, mentre cadono in comunione de

residuo ex art. 177 c.c.

Oggetto di acquisto della comunione può essere anche un diritto reale diverso dalla proprietà: quanto

all’uso e all’abitazione, essi entrano in comunione solo nei rapporti interni fra coniugi e sono in opponibili a

terzi. Nessun problema pone l’usufrutto che può infatti formare oggetto di comunione. L’unica peculiarità è

la sua durata che, per alcuni, è commisurata alla vita del coniuge usufruttuario, mentre per altri l’estinzione

avverrà con la morte del più longevo. Assai dibattuto è infine il tema delle partecipazioni societarie: la

soluzione che riscontra maggiori consensi è quella che inquadra il loro acquisto come strumento del

coniuge per l’esercizio della propria attività economica, con la conseguenza per cui esse rimangono nella

piena ed esclusiva titolarità e disponibilità del coniuge stesso, salvo il diritto dell’altro sui proventi e sulla

liquidazione della quota.

È definita quella forma di comunione relativa a beni che divengono comuni per la

comunione de residuo

parte che residua al momento dello scioglimento della comunione legale. La comunione de residuo

comprende infatti:

i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della

• comunione;

i proventi dell'attività separata di ciascuno dei coniugi se, allo scioglimento della comunione, non

• siano stati consumati

i beni destinati all’esercizio dell’impresa di uno dei coniugi costituita dopo il matrimonio e gli

• incrementi dell’impresa costituita anche precedentemente.

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

È il bene che, nella valutazione sociale, viene collegato ad un altro bene considerandosi come reddito

frutto

del primo relativamente ad un certo periodo di tempo. Sono frutti naturali queli che provengono

direttamente dalla cosa, vi concorra o meno l’opera dell’uomo, come i prodotti agricoli; sono frutti civili

quelli che si ritraggono dalla cosa come corrispettivo del godimento che altri ne abbia, ad esempio gli

interessi sui capitali. Si deve trattare di frutti prodotti dal patrimonio di cui ciascun coniuge è titolare

esclusivo, percepiti e non consumati. Sono dell’attività separata quelle utilità conseguite da

proventi

ciascun coniuge per lo svolgimento di qualsiasi prestazione lavorativa subordinata, autonoma o

professionale. Cadono in comunione differita le somme non consumate dei cosiddetti accantonamenti, che

risultano depositati su conti correnti bancari o postali o trasferiti a terzi con un contratto di mutuo. Durante

la vigenza del regime di comunione legale rimangono di proprietà di chi li percepisce e che

l’amministrazione è affidata al solo coniuge proprietario. Presupposto per la caduta in comunione al

momento dello scioglimento è che i frutti e i proventi non siano consumati; si possono considerare frutti

quelli ch il percettore ha utilizzato, per cui cadono in comunione solo i frutti ancora esistenti nel

consumati

patrimonio al momento dello scioglimento. Controverso è se al momento dello scioglimento si instauri una

vera e propria con titolarità sui beni de residuo ovvero nasca un diritto di credito a favore del coniuge non

titolare nei confronti dell’altro corrispondente al valore dei beni. Negli artt. 117‐179 c.c. sono disciplinati i

rapporti tra comunione e attività imprenditoriale di uno o di entrambi i coniugi: la prima norma che viene in

considerazione è quella dell’art. 177 c.c. alla cui stregua costituiscono oggetto della comunione immediata

le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio, mentre il secondo comma precisa

che qualora si tratti di aziende appartenenti ad uno dei coniugi antecedentemente al matrimonio, ma

gestite da entrambi, la comunione concerne solo gli utili e gli incrementi. Pertanto nel caso in cui l’azienda

sia stata costituita prima del matrimonio, in comunione de residuo cadono unicamente gli incrementi

dell’impresa che sussistano al momento dello scioglimento della comunione legale.

Sono esclusi dal regime di comunione i indicati dall’art. 179 c.c., ossia:

beni personali

i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un

• diritto reale di godimento;

i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando

• nell'atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione;

i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori;

• i beni che servono all'esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione

• di un'azienda facente parte della comunione;

i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale

• o totale della capacità lavorativa;

i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio,

• purché ciò sia espressamente dichiarato all'atto dell'acquisto.

In relazione al tempo d’acquisto, sono personali i beni dei quali ciascun coniuge era titolare prima del

matrimonio. Se l’instaurazione del regime di comunione legale coincide con la celebrazione del matrimonio,

in alcuni casi questa coincidenza non si verifica, quindi si è corretta l’espressione “prima del matrimonio”

con “prima della comunione”. Sotto il profilo del momento dell’acquisto, vi sono ipotesi che possono dare

adito a dubbi circa la natura personale del bene; i casi più frequenti riguardano il contratto preliminare,

l’opzione, il negozio condizionato e la vendita con riserva di proprietà. Ad esempio, circa il contratto

preliminare alcuni ritengono che occorra avere riguardo al momento in cui viene stipulato il contratto

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definitivo, perché solo con esso si produce l’effetto reale; altri ritengono l’acquisto personale, perché il

bene economicamente più importante è rappresentato dalla situazione giuridica preliminare. In ordine al

risultano esclusi dalla comunione i beni acquistati per donazione o successione: è

titolo d’acquisto

consentito al donante e al testatore attribuire il bene alla comunione; normalmente i beni attribuiti al

singolo coniuge a titolo di successione o donazione non cadono in comunione, nel presupposto che in

comunione legale debbano rientrare solo i beni alla cui acquisizione abbiano contribuito entrambi i coniugi.

In ordine all’esclusione del bene dalla comunione per destinazione, viene in rilievo l’uso strettamente

personale: i beni di uso strettamente personale, indipendentemente dai mezzi con cui sono stati acquistati,

sono personali in virtù della loro destinazione obiettiva, volta al soddisfacimento di esigenze personali del

singolo coniuge. Anche i beni che servono all’esercizio della professione sono caratterizzati da una

particolare destinazione che ne giustifica l’esclusione dalla comunione. I presupposti perché operi

l’esclusione sono due: l’effettivo esercizio di una professione ed inoltre la strumentalità del bene

all’esercizio di tale professione. In ordine ai beni acquistati con il prezzo del trasferimento dei beni personali

o con il loro scambio,si applica la regola per cui è personale il bene che provenga da un atto di scambio in

senso ampio di un bene personale, se al momento dell’acquisto ciò sia stato espressamente dichiarato. Il

principio di si atteggia diversamente a seconda che il bene che si surroga sia mobile o

surrogazione

immobile: riguardo i beni mobili, il principio opera solo subordinatamente; riguardo ai beni immobili o per i

mobili registrati all’atto di acquisto deve intervenire il coniuge dell’acquirente. Per quanto riguarda il

problema di stabilire se i coniugi di comune accordo possano escludere l’acquisto in comunione di un bene

a prescindere dei presupposti oggettivi, la dichiarazione resa dal coniuge non acquirente non viene ritenuta

sufficiente di per sé ad evitare la caduta in comunione di un bene che in concreto non abbia le

caratteristiche enunciate all’art. 179 c.c.

Il principio fondamentale che presiede all’amministrazione è ispirato alla parità dei

dei beni comuni

coniugi: ad essi la legge conferisce il potere di compiere disgiuntamente gli atti di ordinaria

amministrazione e congiuntamente quelli di straordinaria amministrazione (art. 180 c.c.). Sono atti di

quelli idonei ad apportare modifiche alla composizione od alla consistenza del

ordinaria amministrazione

patrimonio; rientrano invece nell’ordinaria quegli atti tendenti al normale godimento del

amministrazione

bene e alla sua conservazione. L’art. 182 c.c., intitolato “Amministrazione affidata ad uno solo dei coniugi”,

recita che “In caso di lontananza o di altro impedimento di uno dei coniugi l'altro, in mancanza di procura

del primo risultante da atto pubblico o da scrittura privata autenticata, può compiere, previa autorizzazione

del giudice e con le cautele eventualmente da questo stabilite, gli atti necessari per i quali è richiesto, a

norma del l'art. 180, il consenso di entrambi i coniugi. Nel caso di gestione comune di azienda, uno dei

coniugi può essere delegato dall'altro al compimento di tutti gli atti necessari all'attività dell'impresa”. L’art.

183 c.c. prevede una serie di ipotesi in cui uno dei coniugi possa essere escluso dall’amministrazione dei

beni della comunione. In particolare se uno dei coniugi è minore o non può amministrare ovvero se ha male

amministrato, l'altro coniuge può chiedere al giudice di escluderlo dall'amministrazione. Il coniuge privato

dell'amministrazione può chiedere al giudice di esservi reintegrato, se sono venuti meno i motivi che hanno

determinato l'esclusione. La esclusione opera di diritto riguardo al coniuge interdetto e permane sino a

quando non sia cessato lo stato di interdizione.

L’art. 184 c.c. riguarda gli a norma del quale “Gli atti compiuti

atti compiuti senza il necessario consenso,

da un coniuge senza il necessario consenso dell'altro coniuge e da questo non convalidati sono annullabili

se riguardano beni immobili o beni mobili elencati nell'art. 2683. L'azione può essere proposta dal coniuge

il cui consenso era necessario entro un anno dalla data in cui ha avuto conoscenza dell'atto e in ogni caso

entro un anno dalla data di trascrizione. Se l'atto non sia stato trascritto e quando il coniuge non ne abbia

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avuto conoscenza prima dello scioglimento della comunione l'azione non può essere proposta oltre l'anno

dallo scioglimento stesso. Se gli atti riguardano beni mobili diversi da quelli indicati nel primo comma, il

coniuge che li ha compiuti senza il consenso dell'altro è obbligato su istanza di quest'ultimo a ricostruire la

comunione nello stato in cui era prima del compimento dell'atto o, qualora ciò non sia possibile, al

pagamento dell'equivalente secondo i valori correnti all'epoca della ricostituzione della comunione”.

La legge prevede degli obblighi gravanti sui beni comuni distinguendoli da quelli particolari di ciascuno dei

coniugi. Nell’ambito delle obbligazioni facenti capo ad un soggetto coniugato in regime di comunione

legale, occorre distinguere fra le obbligazioni riguardanti la comunione e obbligazioni personali di ciascun

coniuge per il cui adempimento il debitore risponde innanzitutto con i beni personali. Nell’ipotesi in cui il

credito rimanga insoddisfatto, se il debito è della comunione e i beni di essa facente parte non sono

sufficienti a farvi fronte, i creditori potranno agire in via sussidiaria sui beni personali di ciascun coniuge

nella misura della metà del credito. A norma dell’art. 186 c.c. i beni della comunione rispondono: di tutti i

pesi ed oneri gravanti su di essi al momento dell'acquisto; di tutti i carichi dell'amministrazione; delle spese

per il mantenimento della famiglia e per l'istruzione e l'educazione dei figli e di ogni obbligazione contratta

dai coniugi, anche separatamente, nell'interesse della famiglia; di ogni obbligazione contratta

congiuntamente dai coniugi. Sono debiti della comunione tutti quelli gravanti sui beni della comunione al

momento dell’acquisto; quelli derivanti dall’amministrazione ordinaria del patrimonio comune; le spese per

il mantenimento della famiglia e per l’istruzione e l’educazione dei figli, nonché ogni altra obbligazione

contratta dai coniugi, nell’interesse della famiglia; infine ogni obbligazione contratta congiuntamente dai

coniugi. Per carichi dell’amministrazione si intendono quelle obbligazioni che hanno la loro fonte negli atti

di ordinaria amministrazione che ciascuno dei coniugi può validamente compiere. Quanto alla

la norma all’art. 190 c.c. dispone che i creditori possono agire

responsabilità sussidiaria dei beni personali,

in via sussidiaria sui beni personali di ciascuno dei coniugi, nella misura della metà del credito, quando i

beni della comunione non sono sufficienti a soddisfare i debiti su di essa gravanti. Ferma restando la

possibilità per il creditore di aggredire qualunque bene, grava sul coniuge non contraente l’onere di

eccepire il beneficio della preventiva escussione, con contestuale indicazione dei beni sui quali il creditore

deve primariamente soddisfarsi. Per quel che concerne i di ciascuno dei coniugi è previsto

debiti personali

che i beni della comunione rispondano fino al valore corrispondente alla quota del coniuge obbligato. Sono

debiti personali quelli assunti nell’interesse del proprio o altrui patrimonio, ovvero quelli derivanti dallo

svolgimento di attività separata; ad essi sono equiparati quelli scaturenti dal compimento di un atto

eccedente l’ordinaria amministrazione senza il consenso dell’altro coniuge.

I casi che determinano la sono elencati nell’art. 191 c.c. La comunione si

cessazione della comunione

scioglie per la dichiarazione di assenza o di morte presunta, di uno dei coniugi, per l'annullamento, per lo

scioglimento o per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, per la separazione personale, per la

separazione giudiziale dei beni, per mutamento convenzionale del regime patrimoniale, per il fallimento di

uno dei coniugi. La separazione giudiziale dei beni, secondo l’art. 193 c.c., può essere pronunciata in caso di

interdizione o di inabilitazione di uno dei coniugi o di cattiva amministrazione della comunione. Può altresì

essere pronunciata quando il disordine degli affari di uno dei coniugi o la condotta da questi tenuta

nell’amministrazione dei beni metta in pericolo gli interessi dell’altro, della comunione o della famiglia,

oppure quando uno dei coniugi non contribuisca ai bisogni familiari in misura proporzionale alle proprie

sostanze e capacità di lavoro. La sentenza che pronuncia la separazione dei beni viene annotata a margine

dell’atto di matrimonio e sull’originale delle convenzioni matrimoniali e retroagisce al momento della

domanda giudiziale ed ha l’effetto di instaurare il regime di separazione, fatti salvi i diritti dei terzi. Con

riferimento alla separazione personale si dibatte in ordine al momento in cui si verifica la cessazione del

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regime di comunione. Può accadere che, una volta separati, i coniugi si riconciliano facendo cessare gli

effetti della sentenza di separazione. La cessazione della comunione legale produce i seguenti effetti:

l’acquisizione nel patrimonio comune dei beni di cui gli artt. 177 e 178 c.c.;

• l’applicazione ai beni comuni della disciplina della comunione ordinaria e conseguentemente la

• possibilità di compiere atti di disposizione sulla propria quota da parte dei coniugi;

l’inapplicabilità dell’art. 184 c.c. per gli atti compiuti senza consenso;

• la nascita del diritto potestativo di domandare la divisione da effettuarsi secondo i dettami degli

• artt. 192‐194 c.c.;

il venir meno della responsabilità ex art. 186 c.c.

Lo scioglimento della comunione è soggetto a pubblicità, che varia in base alla causa che lo ha determinato.

In seguito alla cessazione del regime legale si può porre il problema di effettuare rimborsi o ottenere

nei confronti del patrimonio comune. In proposito, l’art. 192 c.c. stabilisce che ciascuno dei

restituzioni

coniugi è tenuto a rimborsare alla comunione le somme prelevate dal patrimonio comune per fini diversi

dall'adempimento delle obbligazioni previste dall'art. 186. È tenuto altresì a rimborsare il valore dei beni di

cui all'art. 189, a meno che, trattandosi di atto di straordinaria amministrazione da lui compiuto, dimostri

che l'atto stesso sia stato vantaggioso per la comunione o abbia soddisfatto una necessità della famiglia.

Ciascuno dei coniugi può richiedere la restituzione delle somme prelevate dal patrimonio personale ed

impiegate in spese ed investimenti del patrimonio comune. I rimborsi e le restituzioni si effettuano al

momento dello scioglimento della comunione; tuttavia il giudice può autorizzarli in un momento anteriore

se l'interesse della famiglia lo esige o lo consente. Il coniuge che risulta creditore può chiedere di prelevare

beni comuni sino a concorrenza del proprio credito; i prelievi si effettuano sul denaro, quindi sui mobili e

infine sugli immobili. L’art. 194 c.c. stabilisce poi che la si effettua ripartendo in

divisione dei beni comuni

parti eguali l’attivo e il passivo; il procedimento di divisione presuppone l’individuazione del patrimonio

comune, per cui è necessario che ciascun coniuge prelevi preliminarmente i beni mobili che gli

appartengono in via esclusiva o ne ripeta il valore, provandone l’ammontare.

Nell’ambito del regime patrimoniale secondario l’autonomia privata può trovare molteplici spiegazioni: in

primo luogo può manifestarsi nella scelta di uno dei regimi tipicamente previsti e nella sua integrazione o

modificazione secondo le modalità previste dalla legge. In quest’ultimo caso si fa riferimento alla possibilità

di dare vita ad un regime di comunione convenzionale mediante il quale ampliare o restringere l’oggetto

della comunione. A norma dell’art. 161 c.c. gli sposi non possono pattuire in modo generico che i loro

rapporti patrimoniali siano in tutto o in parte regolati da leggi alle quali non sono sottoposti o dagli usi, ma

devono enunciare in modo concreto il contenuto dei patti con i quali intendono regolare questi loro

rapporti. Tale articolo consente l’importazione di schemi rigidi patrimoniali ulteriori rispetto a quelli

tipicamente previsti dal nostro ordinamento. Inoltre legittima la costruzione di un regime atipico risultante

dalla combinazione di più elementi, dei quali solo alcuni di origine straniera o derivanti dagli usi. A norma

dell’art. 163 c.c. “Le modifiche delle convenzioni matrimoniali, anteriori o successive al matrimonio, non

hanno effetto se l'atto pubblico non è stipulato col consenso di tutte le persone che sono state parti nelle

convenzioni medesime, o dei loro eredi (167 e seguenti). Se uno dei coniugi muore dopo aver consentito

con atto pubblico alla modifica delle convenzioni, questa produce i suoi effetti se le altre parti esprimono

anche successivamente il loro consenso, salva l'omologazione del giudice. L'omologazione può essere

chiesta da tutte le persone che hanno partecipato alla modificazione delle convenzioni o dai loro eredi. Le

modifiche convenute e la sentenza di omologazione hanno effetto rispetto ai terzi solo se ne è fatta

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

annotazione in margine all'atto del matrimonio. L'annotazione deve inoltre essere fatta a margine della

trascrizione delle convenzioni matrimoniali ove questa sia richiesta a norma degli artt. 2643 e seguenti”.

L’art. 164 c.c. si occupa della problematica della simulazione delle convenzioni. La dottrina ha precisato

come i terzi siano ammessi a provare la simulazione secondo i principi generali e senza incontrare quelle

limitazioni probatorie che la legge pone a carico delle parti.

Il legislatore della riforma ha affiancato all’istituto della comunione dei beni l’istituto della comunione

che può avere carattere modificativo del regime legale ovvero disciplinare un regime

convenzionale,

autonomo. Nel primo caso si avrà comunione a contenuto ampliativo. Nel secondo caso si avrà un

autonomo regime che prescinderà da quello legale. Con il primo limite si vuole evitare che i coniugi

disciplinino i loro rapporti mediante pattuizioni che genericamente rinviino a leggi o usi ai quali non sono

sottoposti, imponendo di enunciare in modo concreto il contenuto dei patti con i quali intendono regolare

questi loro rapporti. Con il secondo si esclude la possibilità di dar vita ad una comunione universale

allargando la portata della comunione legale anche ai beni strettamente personali, a quelli ottenuti a titolo

di risarcimento del danno alla pensione attinente alla perdita della capacità lavorativa.

La si caratterizza per essere un regime generale, autonomo ed essenzialmente

separazione dei beni

completo. Esso fornisce una disciplina volta a regolare l’intero complesso dei rapporti patrimoniali fra i

coniugi. Mediante la scelta della separazione, i coniugi convengono che ciascuno di essi conservi la titolarità

esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio. Per gli immobili ed i mobili registrati risulta

documentalmente individuata la parte acquirente. In ordine alla titolarità dei beni mobili si pone il

problema di individuare il titolo d’acquisto e di determinare la portata attributiva. Saranno sicuramente

personali tutti i beni acquistati dal coniuge separatamente dall’altro per sue esigenze personali; ai fini della

proprietà non rileva l’apparteneza del denaro utilizzato per il pagamento, con la conseguenza che la

titolarità individuale si realizza anche quando l’acquisto effettuato separatamente da un coniuge sia stato

finanziato dall’altro. Qualora invece l’oggetto dell’acquisto sia un bene destinato ad essere fruito per

soddisfare esigenze anche dell’altro coniuge o del nucleo familiare nel suo complesso, l’acquisto potrà in

concreto effettuarsi con la compresenza di entrambi i coniugi al momento della conclusione dell’affare. Ma

anche un acquisto effettuato singolarmente da uno solo dei coniugi potrà comportare una proprietà

comune quando si alleghi l’esistenza di un mandato, espresso o tacito conferito dall’altro coniuge.

Il regime di separazione può essere scelto dai coniugi tramite un’apposita convenzione che dovrà rivestire

la forma dell’atto pubblico a pena di nullità. I coniugi possono limitasi a manifestare unicamente la scelta

positiva per tale regime, senza ulteriori specificazioni. A norma dell’art. 162 c.c. il regime di separazione

può essere instaurato anche in via semplificata tramite una dichiarazione di scelta effettuata nell’atto di

celebrazione del matrimonio. Il regime di separazione si instaura in tutti quei casi in cui allo scioglimento

del regime legale non si accompagni lo scioglimento del vincolo coniugale. L’art. 217 c.c. dispone che

ciascun coniuge ha il godimento e l'amministrazione dei beni di cui è titolare esclusivo. Se ad uno dei

coniugi è stata conferita la procura ad amministrare i beni dell'altro con l'obbligo di rendere conto dei

frutti, egli è tenuto verso l'altro coniuge secondo le regole del mandato. Se uno dei coniugi ha amministrato

i beni dell'altro con procura senza l'obbligo di rendere conto dei frutti, egli ed i suoi eredi, a richiesta

dell'altro coniuge o allo scioglimento o alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, sono tenuti a

consegnare i frutti esistenti e non rispondono per quelli consumati. Se uno dei coniugi, nonostante

l'opposizione dell'altro, amministra i beni di questo o comunque compie atti relativi a detti beni risponde

dei danni e della mancata percezione dei frutti. La disposizione più rilevante in materia di separazione dei

beni è quella enunciata dall’art. 219 c.c., secondo il quale il coniuge può provare con ogni mezzo nei

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

confronti dell'altro la proprietà esclusiva di un bene. I beni di cui nessuno dei coniugi può dimostrare la

proprietà esclusiva sono di proprietà indivisa per pari quota di entrambi i coniugi.

Un breve accenno al regime di comunione matrimoniale in altri ordinamenti. Nel la

diritto tedesco

compartecipazione agli acquisti ha luogo solo nel momento in cui l’unione viene meno: durante il

matrimonio, ciascun coniuge è proprietario individuale sia dei beni che gli appartenevano in precedenza, sia

quelli acquistati successivamente. Solo al termine della vita coniugale ciascuno matura nei confronti

dell’altro un diritto di credito che rappresenta la compensazione agli incrementi realizzati durante la vita

matrimoniale. Il prevede una partecipazione differita agli incrementi: nell’arco della durata

diritto francese

del matrimonio si è in presenza di una situazione accostabile alla separazione dei beni in quanto ciascuno

ha i pieni poteri sui beni già propri e su quelli acquistati a titolo oneroso durante il matrimonio. Al momento

dello scioglimento, ciascuno degli sposi ha diritto al valore corrispondente alla metà degli acquisti dell’altro:

se vi sono acquisti da una parte e dall’altra questi si compensano; se invece risulta una eccedenza, lo sposo

cui il patrimonio è inferiore diviene creditore dell’altro per la metà di detta eccedenza. Anche

nell’ordinamento i coniugi possono optare per un regime nel quale, pur conservando durante il

spagnolo

matrimonio la titolarità esclusiva dei beni acquistati autonomamente, la compartecipazione agli incrementi

viene comunque attuata mediante una compensazione per equivalente al momento dello scioglimento del

matrimonio.

Torniamo al discorso iniziale, parlando dell’fondo che presenta le caratteristiche della

patrimoniale,

alienabilità ed espropri abilità dei beni, dell’utilizzabilità dei beni per i bisogni della famiglia, della

cessazione con lo scioglimento del vincolo matrimoniale ed infine del potere di amministrazione in capo ad

entrambi i coniugi. Oggetto del fondo ai sensi dell’art. 167 c.c. possono essere sia i beni immobili, sia mobili

iscritti in pubblici registri, sia titoli di credito. L’individuazione dei beni che possono essere destinati a fondo

patrimoniale è correlata alla possibilità di usufruire dei sistemi di pubblicità per opporre il vincolo ai terzi. La

proprietà dei beni costituenti il fondo patrimoniale spetta ad entrambi i coniugi, salvo che sia diversamente

stabilito nell'atto di costituzione. I frutti (820) dei beni costituenti il fondo patrimoniale sono impiegati per i

bisogni della famiglia. L'amministrazione dei beni costituenti il fondo patrimoniale è regolata dalle norme

relative all'amministrazione della comunione legale. La destinazione del fondo termina a seguito

dell'annullamento o dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio. Se vi sono figli

minori il fondo dura fino al compimento della maggiore età dell'ultimo figlio. In tale caso il giudice può

dettare, su istanza di chi vi abbia interesse, norme per l'amministrazione del fondo. Considerate le

condizioni economiche dei genitori e dei figli ed ogni altra circostanza, il giudice può altresì attribuire ai figli,

in godimento o in proprietà, una quota dei beni del fondo. Se non vi sono figli, si applicano le disposizioni

sullo scioglimento della comunione legale.

La disciplina relativa all’impresa è stata introdotta con lo scopo di tutelare il lavoro familiare. A

familiare

norma dell’art.230 bis c.c. il familiare che presta in modo continuativo la sua attività di lavoro nella famiglia

o nell'impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e

partecipa agli utili dell'impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell'azienda,

anche in ordine all'avviamento, in proporzione alla quantità alla qualità del lavoro prestato. Per quel che

riguarda la gestione dell’impresa, l’art. 230 bis c.c. prevede l’adozione a maggioranza delle decisioni

concernenti l’impiego di utili e degli incrementi, nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli

indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa. Emerge così la diversità del trattamento garantito al

familiare rispetto ad un lavoratore subordinato. La titolarità dell’impresa rimane di pertinenza

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

dell’imprenditore originario: è lui il soggetto che agisce sul piano dei rapporti esterni, assumendo il rischio

inerente l’esercizio dell’impresa. La prestazione di lavoro può essere svolta nell’impresa o nella famiglia. Il

lavoro effettuato all’interno dell’impresa può consistere in qualunque attività che possa formare oggetto di

un rapporto di lavoro subordinato o di un rapporto di lavoro autonomo. Ai fini dell’applicabilità della tutela

dell’art. 230 bis c.c. è la continuità, da parte del familiare, dell’attività prestata, dove continuità significa

regolarità e costanza nel tempo senza che ciò implichi un impegno a tempo pieno. Possono partecipare

all’impresa familiare per esplicita previsione legislativa, il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini

entro il secondo grado; è l’imprenditore il soggetto nei cui confronti deve sussistere il vincolo di coniugio, di

parentela ovvero di affinità. La disciplina dell’impresa familiare è stata invocata per tutelare la posizione di

chi risulti legato al titolare dell’impresa da un rapporto che nella sostanza si conformi a quello

matrimoniale. Nell’ambito della famiglia di fatto dunque, nei casi in cui non sia possibile ipotizzare la

configurabilità di n contratto di lavoro subordinato, il convivente che abbia svolto attività di lavoro

nell’ambito di un’impresa di cui è titolare il partner potrà vedere tutelata la sua posizione unicamente

attraverso il rimedio residuale dell’arricchimento senza causa.

Al partecipante dell’impresa familiare spetta il diritto al mantenimento, commisurato alla condizione

patrimoniale della famiglia. Si è così inteso garantire la possibilità per il familiare di trarre dall’attività

espletata all’interno dell’impresa i mezzi necessari alle normali esigenze di vita. Al familiare è inoltre

riconosciuto il diritto a partecipare agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli

incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento. La maturazione del diritto agli utili coincide con la

cessazione della prestazione del lavoro. Anziché procedere ad una suddivisione, i familiari possono decidere

a maggioranza di impiegare gli utili per acquistare i beni divenendo titolari di un diritto di partecipazione su

di essi. Strumento di tutela della posizione lavorativa del familiare partecipante è costituito dal diritto di

prelazione, riconosciuto dal quinto comma dell’art. 230 bis c.c., che recita che in caso di divisione ereditaria

o di trasferimento dell'azienda i partecipi di cui al primo comma hanno diritto di prelazione sull'azienda.

Nell’adozione delle decisioni, a ciascuno dei familiari spetta il diritto di voto, indipendentemente dal fatto

che l’attività di lavoro venga svolta nell’impresa o all’interno della famiglia. La volontà dei familiari può

essere manifestata in qualsiasi forma. L’oggetto delle decisioni può riguardare l’impiego degli utili e degli

incrementi. I familiari possono infatti decidere di distribuire gli utili maturati o di reimpiegarli per l’acquisto

di beni aziendali o extraziendali. Sempre a maggioranza i familiari adottano le decisioni concernenti la

gestione straordinaria e gli indirizzi produttivi. Sempre l’art. 230 bis c.c. rimette infine al consenso unanime

dei partecipanti la possibilità che il diritto di partecipazione venga trasferito a favore di un altro familiare,

purché legato all’imprenditore da vincolo di coniugio, di parentela o di affinità. L’opinione prevalente

considera inefficace il trasferimento avvenuto a favore di un familiare, ma senza il preventivo consenso del

gruppo di familiari. Alla cessazione della prestazione lavorativa, la norma consente alle parti di optare per

una liquidazione in natura, nonché di rateizzare il pagamento in più annualità. In quest’ultimo caso è

previsto l’intervento del giudice in caso di disaccordo.

La disciplina della relazione famiglia‐attività imprenditoriale si è recentemente arricchita in forza di quanto

previsto dalla legge 14 febbraio 2006,n 55 che ha introdotto l’istituto del Il nuovo istituto

patto di famiglia.

contempla e regola il contratto con cui l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, oppure il

titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte le proprie quote ad uno o più discendenti.

Il contratto richiede la manifestazione di volontà dell’imprenditore, del beneficiario del patto di famiglia,

del coniuge e di tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel

patrimonio dell’imprenditore. Il patto di famiglia produce effetti sia reali, consistenti nel trasferimento

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

dell’azienda o delle partecipazioni societarie al familiare assegnatario, sia effetti obbligatori: infatti

l’assegnatario/i dell’azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare i legittimari non assegnatari

o versando loro una somma, oppure in natura mediante il trasferimento di beni, pari al valore delle quote

di riserva. Il patto di famiglia può essere sciolto ricorrendo cause tassative, consistenti nella conclusione di

un nuovo patto ovvero per recesso, se previsto espressamente dal contratto. Il legislatore tutela anche i

legittimari che al tempo del patto di famiglia non esistevano o non erano tali, sancendo il diritto di questi di

ricevere al momento dell’apertura della successione, una somma pari alla propria quota sul valore

dell’azienda indicato nel patto.

° CAPITOLO QUINTO – LA CRISI CONIUGALE °

L’ordinamento contempla una articolata disciplina della crisi coniugale: da un lato prevede il ricorso al

giudice nei casi in cui i coniugi siano tra loro in disaccordo in ordine a decisioni da assumere relativamente

all’indirizzo della vita familiare oppure a scelte che riguardano figli minori; dall’altro quando la prosecuzione

della convivenza sia divenuta intollerabile, disciplina la separazione, che comporta l’attenuazione di

determinati obblighi derivanti dal vincolo; infine quando il conflitto appaia insanabile e la comunione di vita

sia venuta meno, regola lo scioglimento del matrimonio.

La presuppone l’accordo dei coniugi di vivere separati e sulla regolamentazione

separazione consensuale

dei rapporti reciproci e di quelli con i figli. Il codice civile, nel menzionare la separazione consensuale come

forma alternativa della separazione giudiziale, stabilisce che il diritto di chiederne l’omologazione spetta

esclusivamente ai coniugi: si tratta di un diritto personalissimo, irrinunciabile ed indisponibile. A norma

dell’art. 158 c.c. che la separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l'omologazione del

giudice, in quanto costui ha la possibilità di rifiutare l’omologazione quando le decisioni in ordine

all’affidamento e al mantenimento dei figli siano in contrasto con il loro interesse. Il tribunale non può

invece integrare o modificare l’accordo dei coniugi: il giudice ha la sola facoltà di indicare ai coniugi le

modificazioni da apportare agli accordi concernenti l’affidamento ed il mantenimento dei figli, a tutela dei

loro interessi. Una volta omologato, l’accordo di separazione non può essere impugnato per simulazione. In

ordine al problema della revocabilità dell’accordo di separazione, se si riconosce all’omologazione efficacia

costitutiva si riterrà revocabile il consenso fino all’omologazione stessa, mentre attribuendosi

all’omologazione una funzione di mero controllo sull’accordo, si tenderà ad escluderne la revocabilità.

La dottrina individua nell’accordo di separazione un contenuto necessario ed uno eventuale,

ricomprendendo nel primo la decisione di vivere separati e le pattuizioni che riguardano il mantenimento

del coniuge e quello dei figli, e nel secondo determinazioni di contenuto vario, come ad esempio tutte

quelle pattuizioni che necessarie all’instaurazione di un nuovo regime di vita.

La ha subito profonde modificazioni: oggi la separazione giudiziale può essere

separazione giudiziale

chiesta quando si verifichino, anche indipendentemente dalla volontà di uno dei coniugi, fatti tali da

rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della

prole. Venuto meno il consenso e quindi l’affectio coniugalis, può ottenersi una pronuncia di separazione.

Con la sua nuova formulazione, l’art. 151 c.c. individua nei fatti che rendono intollerabile la prosecuzione

della convivenza una situazione di oggettiva difficoltà di attuazione della convivenza coniugale, qualunque

possa essere la causa , ma tali da rendere intollerabile la sua prosecuzione per uno o entrambi i coniugi. La

separazione può essere chiesta inoltre in base alla obiettiva intollerabilità della convivenza: il

comportamento colpevole di un coniuge acquista rilevanza ai fini della dichiarazione di addebitabilità;

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

infatti a norma dell’art. 151 c.c. il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le

circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo

comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio. La segue solo dopo

pronuncia di addebito

l’accertamento della colpevolezza del coniuge ed il nesso causale tra la sua condotta e l’evento

dell’intollerabilità della convivenza. Ai fini della pronuncia di addebito assumono rilievo le violazioni dei

doveri matrimoniali: secondo la giurisprudenza di legittimità, la violazione del reciproco dovere di fedeltà

non legittima la pronuncia di separazione con addebito a carico del coniuge adultero, che potrà aversi solo

qualora l’infedeltà abbia reso intollerabile la prosecuzione della convivenza o recato grave pregiudizio

all’educazione della prole. Violazione dell’obbligo di assistenza si avrà invece nel caso di comportamento

del coniuge freddo, scostante, primo di ogni manifestazione di affetto; nel caso dell’ostacolare i rapporti del

coniuge con la famiglia d’origine; nel caso di comportamento ingiurioso e violento… Sempre nel caso di

violazione dei doveri in rassegna, si è discusso se il mutamento di fede religiosa di uno dei coniugi, che

ponga in crisi il matrimonio, costituisca motivo di addebito della separazione: il contrasto fra i diversi credo

religiosi non può avere rilevanza come motivo di addebito in quanto si ricollega all’esercizio di diritti

costituzionalmente garantiti. Per quanto attiene infine alla violazione dell’obbligo del dovere di

coabitazione si da rilievo alla giusta causa: ad esempio è ritenuto giustificato l’abbandono della casa

familiare in presenza di una situazione di tensione fra i coniugi cagionata da una suocera eccessivamente

invadente.

I coniugi possono porre di fatto fine alla convivenza coniugale senza che vi sia ricorso al giudice. Con

l’espressione si fa riferimento alle ipotesi in cui all’origine della decisione di vivere

separazione di fatto

separati vi sia un accordo dei coniugi di porre fine alla convivenza. Rientra sempre nel significato di

separazione di fatto anche l’abbandono unilaterale della residenza familiare da parte di uno dei coniugi,

purché ci sia il consenso del coniuge abbandonato (separazione di fatto per giusta causa). La separazione di

fatto produce effetti assai limitati: per quanto riguarda gli effetti personali e patrimoniali l’art. 146 c.c.

stabilisce la sospensione dell’assistenza morale e materiale nei confronti del coniuge allontanatosi senza

giusta causa; permane inoltre fra i coniugi il dovere di contribuzione, nel senso che il coniuge che non

dispone di adeguati redditi propri potrà sempre chiedere all’altro un contributo al mantenimento il cui

ammontare potrà essere determinato dal giudice. La separazione di fatti impone inoltre di risolvere le

questioni inerenti all’affidamento degli eventuali figli minori, la cui competenza appartiene al tribunale per i

minorenni.

Dalla separazione di fatto si distingue la a norma dell’art. 126 c.c. quando è

separazione temporanea;

proposta domanda di nullità del matrimonio, il Tribunale può, su istanza di uno dei coniugi, ordinare la loro

separazione temporanea durante il giudizio; può ordinarla anche d'ufficio, se ambedue i coniugi o uno di

essi sono minori o interdetti.

L’art. 149 c.c. stabilisce che il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti

dalla legge; la disposizione va coordinata con la disciplina contenuta nella legge 898/1970 che ha introdotto

nel nostro ordinamento altre cause di scioglimento del matrimonio. Separazione e divorzio operano nel

ostro ordinamento come rimedi alla crisi del rapporto matrimoniale con funzioni diverse: la separazione,

che determina la sola attenuazione del vincolo coniugale, identifica una situazione di crisi familiare che può

sfociare o nella ripresa della convivenza o nel suo definitivo venir meno. Il invece, consacrando

divorzio

l’irreversibile frattura del consorzio familiare, comporta lo scioglimento del matrimonio o la cessazione

degli effetti civili del matrimonio concordatario e la perdita dello status di coniuge. Il giudice pronuncia lo

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

scioglimento del matrimonio civile ovvero la cessazione degli effetti civili del matrimonio quando accerta

che la comunione materiale e spirituale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostruita per l’esistenza

di una delle cause previste dall’art. 3 legge 898/1970, ovvero il venir meno della comunione morale e

materiale tra i coniugi. La dichiarazione di divorzio non può conseguire automaticamente alla constatazione

della presenza di una delle cause tassativamente previste, ma richiede l’accertamento del venir meno della

comunione materiale e spirituale fra i coniugi. Affinchè sia pronunciata la sentenza di divorzio occorre

inoltre che il giudice accerti che la separazione si sia protratta ininterrottamente da almeno un triennio: i

coniugi che intendono sciogliere il loro matrimonio sono tenuti ad intraprendere due separati giudizi, prima

quello di separazione e successivamente quello di divorzio.

Sempre l’art. 3 della legge 898/1970 elenca una serie di ipotesi che, in ragione di una condanna di uno dei

coniugi in sede penale, legittimano la domanda di divorzio dell’altro; ma solo il coniuge non condannato è

legittimato a domandare il divorzio e la sua legittimazione è esclusa qualora sia stato condannato per

concorso nel medesimo reato. Sono cause di scioglimento del matrimonio le condanne:

all’ergastolo o ad una pena superiore a 15 anni per uno o più delitti non colposi, esclusi i reati

• politici e quelli commessi per motivi di particolare valore morale e sociale;

a qualsiasi pena detentiva per il delitto di incesto, violenza carnale, atti di libidine, ratto a fine di

• libidine, ratto di persona minore a 14 anni o inferma a fine di libidine o di matrimonio; tutti i delitti

contro la moralità pubblica e il buon costume; per induzione, costrizione, sfruttamento o

favoreggiamento della prostituzione;

a qualsiasi pena per omicidio volontario di un figlio ovvero per tentato omicidio a danno del

• coniuge o di un figlio;

a qualsiasi pena detentiva con due o più condanne, per delitti di lesione personale, violazione degli

• obblighi di assistenza familiare, maltrattamenti in famiglia o verso bambini;

inconsumazione del matrimonio;

• passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso;

• circostanza in cui lo straniero ottenga all’estero sentenza di annullamento del matrimonio o

• contragga nuovo matrimonio.

° CAPITOLO SESTO – GLI EFFETTI DELLA SEPARAZIONE E DEL DIVORZIO °

Nel disciplinare gli la legge si riferisce esclusivamente ai rapporti

effetti della separazione giudiziale,

patrimoniali, mentre non dice nulla a riguardo dei rapporti personali. Nel silenzio della legge si ritiene che a

seguito della separazione restino sospesi fra i coniugi i reciproci doveri derivanti dal matrimonio.

La pronuncia di separazione personale dei coniugi comporta la persistenza dei doveri di solidarietà

economica che derivano dal matrimonio: all’obbligo reciproco dei coniugi di contribuire ai bisogni della

famiglia si sostituisce l’obbligo di mantenimento a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la

separazione, qualora lo stesso non abbia adeguati redditi propri. Venuto meno, con la separazione, il

dovere di collaborare nell’interesse della famiglia, dispone l’art. 156 c.c. che il giudice stabilisce a vantaggio

del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è

necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri. L’entità di tale

somministrazione è determinata in relazione alle circostanze ed ai redditi dell’obbligato. Le condizioni alle

quale è subordinato il diritto al mantenimento ed il suo concreto ammontare consistono nella sussistenza

di una disparità economica fra i due coniugi, determinata dall’insufficienza dei redditi del beneficiario e

dell’entità di quelli dell’obbligato. Nel valutare i bisogni del coniuge economicamente debole ed il reddito di

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

quello forte, occorre considerare anche profili non economici, come età, salute e capacità lavorativa, ossia

l’attitudine del coniuge di provvedere al proprio mantenimento. A questo proposito va rilevato come in

materia di divorzio l’art. 5 della legge 898/1970 subordini la somministrazione dell’assegno di divorzio alla

circostanza che il coniuge beneficiario non abbia mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per

ragioni obiettive.

Circa gli eventuali aiuti economici a carattere continuativo elargiti dai genitori o dai parenti o dal

convivente, se elargite continuativamente e protrattisi nel tempo, devono essere considerate ai fini della

concreta determinazione dell’assegno di mantenimento. Sempre l’art. 156 c.c. dispone che il coniuge cui si

addebita la separazione perde il diritto al mantenimento e conserva quello agli alimenti: lo stato di bisogno

presuppone l’incapacità a provvedere alle fondamentali esigenze di vita. In caso di addebito della

separazione, la perdita del diritto di mantenimento non è la sola conseguenza: il coniuge al quale è stata

addebitata la separazione perde i diritti successori inerenti allo stato matrimoniale.

La è l’accordo che interviene fra i coniugi diretto ad impedire o far cessare il sorgere dello

riconciliazione

stato di separazione. A norma dell’art. 154 c.c. la riconciliazione tra i coniugi comporta l'abbandono della

domanda di separazione personale già proposta. A norma dell’art. 157 c.c. gli effetti della separazione

possono essere fatti cessare con un’espressa dichiarazione dei coniugi che può essere orale o scritta, per

scrittura privata o per atto pubblico, o con un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di

separazione. La separazione può essere pronunziata nuovamente soltanto in relazione a fatti e

comportamenti intervenuti dopo la riconciliazione.

Principale è il riacquisto per ciascun coniuge della libertà di stato: il passaggio in

effetto del divorzio

giudicato della sentenza di divorzio e la sua annotazione nei registri dello stato civile consentono ad

entrambi i coniugi di contrarre nuovamente matrimonio. Il divorzio non produce nessun effetto sulla

cittadinanza italiana acquisita a seguito del matrimonio da parte del coniuge straniero: il cittadino che l’ha

acquistata la conserva e può rinunciare ad essa solo qualora risieda o stabilisca la residenza all’estero.

Quanto al cognome, la donna perde il diritto all’uso del cognome del marito che aveva aggiunto al proprio

in seguito del matrimonio, salvo che non dimostri che conservandolo abbia un apprezzabile interesse

proprio o dei figli; il che ad esempio può accadere quando il cognome maritale sia divenuto per la donna

segno distintivo della sua attività professionale o artistica. Nel caso in cui la moglie continui in assenza di

autorizzazione del tribunale ad utilizzare il cognome del marito, costui può esercitare l’azione inibitoria e

chiedere la cessazione del fatto lesivo.

La cessazione del matrimonio determina il sorgere di obblighi di carattere patrimoniale di un coniuge nei

confronti dell’altro. L’effetto patrimoniale senza dubbio più rilevante conseguente alla pronuncia di divorzio

è sicuramente l’assegno a favore del coniuge economicamente più debole. I criteri che il

di divorzio

tribunale deve considerare nel determinare la spettanza e l’entità sono fissati dall’art. 5 della legge

898/1970, e sono: la condizione dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico

apportato da ciascun coniuge alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno e di

quello comune di entrambi. Il presupposto fondamentale per l’erogazione dell’assegno è costituito dallo

squilibrio reddituale fra i coniugi, per effetto del quale uno di essi si trovi nell’impossibilità transitoria o

permanente di procurarsi i mezzi adeguati al proprio mantenimento (funzione assistenziale del’assegno).

L’obbligo di corresponsione dell’assegno cessa se il coniuge beneficiario passa a nuove nozze. Per

determinare l’entità dell’assegno il giudice sarà chiamato ad attenersi ai criteri indicati nel’art. 5 898/1970.

Quanto alle esse sottintendono le condizioni personali, ossia sociali e di salute, l’età,

condizioni dei coniugi,

le consuetudini ed il sistema di vita dipendenti dal matrimonio, il contesto sociale ed ambientale. Quanto al

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Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

dato alla conduzione familiare ed alla formazione del

criterio del contributo personale ed economico

patrimonio di ciascuno o di quello comune, rileva invece sotto il profilo delle cure dedicate alla persona

dell’atro coniuge, alla casa e ai figli, ma anche al lavoro domestico e in generale sotto il profilo economico.

La considerazione del reddito dei coniugi postula invece una valutazione in merito ai redditi di entrambi i

coniugi, comprensivi dei redditi veri e propri e delle sostanze suscettibili di produrre reddito. L’ultimo

criterio elencato dal legislatore è quello della che assume il valore di parametro

durata del matrimonio

fondamentale, di filtro attraverso cui devono essere esaminati e considerati tutti gli altri criteri. Detto

criterio consente al giudice di trattare in maniera differenziata i rapporti matrimoniali di breve durata

rispetto a quelli che hanno accompagnato la vita dei coniugi.

In seguito alla crisi e allo scioglimento del matrimonio può accadere che un coniuge si trovi impoverito non

avendo un reddito adeguato a mantenere, nel suo complesso, il tenore di vita matrimoniale, né essendo

capace di produrlo, spesso in dipendenza di scelte effettuate durante la vita matrimoniale di intesa con

l’altro. Muovendo da queste premesse si è avanzata la tesi che attribuisce all’assegno e

di mantenimento

all’assegno una funzione assistenziale‐perequativa.

post‐matrimoniale

Sia in caso di separazione che nel caso di divorzio, i provvedimenti di natura economica adottati dal giudice

sono sempre soggetti ad eventuali revisioni in considerazione del sopravvenire di nuove circostanze che

incidano sull’equilibrio dei rapporti fra i coniugi. L’organo competente per il procedimento di revisione

dell’assegno è il tribunale e la competenza territoriale si individua in ragione dei principi generali. Il

procedimento ha inizio su domanda di parte, e l’onere di dimostrare la presenza di nuove circostanze di

fatto grava sulla parte che aspira alla revisione. Il provvedimento è adottato in camera di consiglio e ha

natura di decreto motivato, reclamabile alla corte di appello entro 10 giorni mediante ricorso. La riforma

del 1987 ha introdotto l’obbligo per il tribunale di disporre un criterio di adeguamento automatico

dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. In giurisprudenza si è stabilito

che l’adeguamento automatico dell’assegno deve essere disposto anche in caso di mancanza di esplicita

domanda. Per quanto attiene alle modalità di la riforma del 1987 ha

liquidazione dell’assegno di divorzio,

conservato l’alternativa fra la corresponsione periodica e la corresponsione in un’unica soluzione, che può

avvenire sia mediante il pagamento di una somma di denaro, sia mediante il trasferimento di diritti reali sui

beni mobili ed immobili. L’assegno corrisposto in un’unica soluzione non è suscettibile di revisione ove

sopraggiungano motivi che lo giustificherebbero; inoltre il coniuge beneficiario, accettando tale forma di

liquidazione, perde il diritto alla percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge. Il

parametro fondamentale del controllo giudiziale è costituito dall’idoneità dell’assegno a soddisfare

l’esigenza del coniuge beneficiario di disporre di mezzi adeguati per il tempo in cui non possa procurarseli

per ragioni oggettive.

Per quanto riguarda gli diretti a regolare l’assetto dei futuri rapporti patrimoniali fra

accordi preventivi

coniugi in caso di divorzio, la Cassazione ha ritenuto che siano validi, in quanto correlati ad un

procedimento dalle forti connotazioni inquisitorie, volto ad accertare l’esistenza di una causa di invalidità

del matrimonio.

Il coniuge titolare dell’assegno divorzile che non sia passato a nuove nozze ha il diritto ad una quota

dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto di cessazione de rapporto di lavoro,

anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al 40% dell’indennità totale

riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. In caso di morte dell’ex coniuge, si

prevede che l’ex coniuge, se non passato a nuove nozze, e solo in quanto titolare di assegno di divorzio,

abbia diritto alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento

pensionistico sia anteriore alla sentenza. 22

Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

La pronuncia di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio determina il venir meno dello

status di coniuge e conseguentemente la perdita dei ad esso inerenti. In caso di morte

diritti successori

dell’ex coniuge, il tribunale può far riconoscere all’altro, se titolare dell’assegno, e qualora non sia passato a

nuove nozze, un assegno periodico a carico del’eredità. Detto assegno deve essere determinato tenendo

conto dell’importo di quelle somme, dell’entità del bisogno, del numero e della qualità degli eredi e delle

loro condizioni economiche… L’assegno ha natura assistenziale e, proprio per questo, si estingue qualora il

beneficiario contragga nuovo matrimonio o quando cessi il suo stato di bisogno.

L’affidamento a seguito della rottura della coppia genitoriale è disciplinato dall’art. 155 c.c. e dalla

dei figli

legge 54/2006. Con tale legge il legislatore ha attuato il diritto del minore ad un rapporto equilibrato e

continuativo con entrambi i genitori, prevedendo la loro partecipazione attiva alla vita del figlio anche dopo

la disgregazione del nucleo familiare. La legge stabilisce che anche in caso di crisi dei genitori il figlio minore

abbia il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, conservando

rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascuno. Per realizzare tali finalità, il giudice

adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa.

La legge prevede dunque due distinte modalità di affidamento, ossia quello ad entrambi i genitori e quello

ad uno solo di essi: il giudice deve però valutare prioritariamente la possibilità di disporre l’affidamento

condiviso e, solo qualora esso sia in contrasto con l’interesse del minore, opti per quello ad un solo

genitore. Ai sensi dell’art. 155 c.c., prima dell’emanazione dei provvedimenti riguardanti i figli, il giudice

può assumente mezzi di prova e disporre l’audizione del minore che abbia compiuto 12 anni. Circa i

caratteri dell’affidamento sappiamo che il termine rimanda ad un’idea di compartecipazione dei

condiviso,

genitori nei compiti di cura e crescita del figlio; quindi l’affidamento condiviso si differenzia da quello

congiunto, che vede i genitori esercitare insieme il loro ruolo. L’esercizio della potestà spetta ad entrambi i

genitori, e le decisioni di maggior interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione e alla salute

debbano essere prese di comune accordo, tenendo conto delle capacità e delle aspirazioni dei figli. In caso

di disaccordo, la decisione è rimessa al giudice. Nella concreta attuazione del rapporto genitoriale condiviso

esplicano un ruolo decisivo gli accordi tra i genitori ai quali il giudice dovrà far riferimento nel dettare le

prescrizioni previste relative ai tempi e alle modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore, alle

modalità di mantenimento, alla cura, istruzione ed educazione.

A norma dell’art. 155‐bis c.c., il giudice può disporre l’affidamento ossia ad uno solo dei

monogenitoriale,

genitori, al ricorrere del presupposto che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del figlio.

Dall’analisi della giurisprudenza sul punto emerge come sia ritenuto contrario all’interesse del figlio

l’affidamento condiviso quando sia egli stesso a rifiutare ogni rapporto con uno dei genitori oppure quando

circostanze oggettive impediscano l’attuarsi dello stesso. Quando il giudice dunque, in considerazione

dell’interesse del minore, dispone l’affido ad un solo genitore, deve necessariamente anche pronunciarsi in

ordine all’esercizio della potestà, distinguendo così nettamente la posizione del genitore affidatario da

quella dell’altro: uno sarà titolare dell’esercizio esclusivo della potestà e dovrà attenersi alle condizioni

determinate dal giudice; l’altro potrà adottare congiuntamente all’affidatario le decisioni di maggiore

interesse per il figlio e avrà il diritto e il dovere di vigilare sull’istruzione ed educazione dello stesso.

Per quanto concerne il l’art. 155 prevede che ciascuno dei genitori debba

mantenimento dei figli,

provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito. Qualora necessario, il

giudice stabilisce la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di

proporzionalità, da determinare considerando: le attuali esigenze del figlio; il tenore di vita goduto dal figlio

in costanza di convivenza con entrambi i genitori; i tempi di permanenza presso ciascun genitore; le risorse

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economiche di entrambi i genitori; la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun

genitore. Il richiede un preciso accordo tra i genitori circa le modalità

mantenimento in forma diretta

concrete della sua effettuazione, onde evitare sprechi: ciascun genitore in pratica dovrà farsi carico del

mantenimento per il tempo in cui il figlio vive con lui, mentre le spese generali dovranno essere

necessariamente ripartite d’accordo tra i genitori. Qualora i genitori siano in disaccordo, il giudice sarà

chiamato a stabilire le modalità di mantenimento diretto a carico di ciascuno. Con riferimento all’obbligo di

mantenimento, questo non cessa quando il figlio abbia raggiunto la maggiore età, ma continua fino a

quando questi non abbia conseguito un grado di autonomia tale da consentirgli di provvedere al

soddisfacimento delle proprie necessità. Il giudice, tenuto conto delle circostanze, può disporre in favore

dei figli maggiorenni, non indipendenti economicamente, il pagamento di un assegno periodico, da versare

direttamente all’avente diritto.

A norma dell’art. 155 quater, il godimento della casa familiare deve essere assegnato tenendo conto

del’interesse dei figli. Il giudice debba tenere conto dell’assegnazione in sede di

della casa familiare

regolazione dei rapporti economici dei coniugi, anche in considerazione dell’eventuale titolo di proprietà.

Sempre lo stesso articolo espressamente dispone che il provvedimento di assegnazione della casa familiare

e quello della sua revoca siano trascrivibili e opponibili a terzi.

Si parla di con riferimento alla convivenza di una coppia nella quale

famiglia ricomposta o ricostruita

almeno uno dei partner sia divorziato ed i figli dell’uno e/o dell’altro coniuge e/o partner. In primo luogo è

disciplinata una particolare forma di adozione che può essere pronunciata dal tribunale con riguardo al

figlio del coniuge. Lo in base a questa disposizione, può adottare il figlio del proprio coniuge. Al

step parent,

di fuori dell’adozione e tutte le volte in cui essa non è voluta o non può essere praticata, non vi sono altre

forme di disciplina dei rapporti fra genitore sociale e figli conviventi del coniuge.

° CAPITOLO SETTIMO – LE CONVIVENZE E LA FAMIGLIA DI FATTO °

Negli ultimi decenni sono in via di diffusione diversi modelli familiari che si discostano da quello familiare

fondato sul matrimonio. Tra di essi ha assunto particolare rilievo la convivenza che ricalca i

more uxorio,

tratti essenziali di una relazione fondata sul matrimonio ma è priva di una qualsiasi formalizzazione del

rapporto di coppia ed è sottratta solo dalla spontaneità dei comportamenti dei conviventi. In anni più

recenti la giurisprudenza ha intrapreso una lettura delle norme costituzionali e in particolare dell’art. 2, tale

da riconoscere alla coppia non unita in matrimonio la natura di formazione sociale, il che consente di

riferirsi ad essa come ad una famiglia di fatto.

IN assenza di regole che disciplinano i rapporti personali e patrimoniali tra conviventi, ci si domanda se i

doveri e i diritti che nascono dal matrimonio valgano anche per la coppia di fatto. È evidente che quelli che

sono obblighi legali per i coniugi, nella famiglia di fatto sono invece espressioni dell’autonomia dei

conviventi. Coabitazione, fedeltà ed assistenza non necessariamente devono assumere nella convivenza lo

stesso contenuto degli obblighi coniugali, essendo più ampio lo spazio di autonomia riservato ai partners

nell’ambito di una unione non formalizzata. Nell’ambito dei doveri nascenti dalla convivenza, merita un

cenno particolare quello relativo alla somministrazione delle prestazioni riconducibili all’assistenza

materiale e dei contributi necessari al soddisfacimento delle comuni esigenze di vita. In ordine ai rapporti

patrimoniali si esclude l’applicazione del regime di comunione legale dei beni. Più in generale la

giurisprudenza ha affermato che il contributo del partner all’acquisto di un bene non è di per sé rilevante al

fine di considerare il bene comune, salva la possibilità di stipulare una convenzione instaurativa di una sorta

di regime di acquisti comuni. 24

Autore: Alessia Caputo ( alessia_caputo@hotmail.it )

Cosa accade in caso di o per volontà di uno dei partners o di entrambi, o per

cessazione della convivenza

morte di un convivente? Con riguardo alla prima ipotesi, non c’è alcun obbligo di risarcire il danno causato

dalla rottura del menage a carico del convivente che abbia unilateralmente deciso di porre termine alla

relazione, in quanto la convivenza more uxorio si caratterizza quale rapporto fondato sulla libertà e

spontaneità dei comportamenti. In caso di cessazione della convivenza si pone spesso il problema

dell’assegnazione della casa familiare. La persona convivente, in quanto legata al partner proprietario

dell’immobile da un mero rapporto di fatto, ha un semplice godimento di fatto. In ordine ai profili

successori, in caso di morte di un convivente nessuna tutela è prevista per legge a favore del superstite.

Altro problema dibattuto è quello della sussistenza del diritto al risarcimento del danno subito da un

convivente a seguito dell’uccisione dell’altro: secondo la Cassazione, spetta al convivente che agisce per il

risarcimento del danno patrimoniale, fornire la prova del contributo patrimoniale e personale apportato in

vita, con carattere di stabilità, venuto a mancare in conseguenza di morte. Gli effetti della cessazione della

convivenza con riguardo ai figli sono regolati dagli artt. 155 ss. c.c. La disposizione recepisce gli

orientamenti della giurisprudenza, in base alla quale ritiene applicabile la disciplina prevista per la

separazione e per il divorzio, al fine di regolare in maniera identica i rapporti fra genitori e figli, siano essi

legittimi o naturali. La competenza per le decisioni concernenti la filiazione naturale spetta al tribunale per i

minorenni.

In assenza di una disciplina che regolamenti i rapporti patrimoniali fra conviventi, la dottrina ha individuato

i c.d. convenzioni che i partners possono stipulare allo scopo di regolare gli aspetti

contratti di convivenza,

patrimoniali del loro rapporto. Quanto ai requisiti soggettivi, la dottrina ritiene necessaria la capacità di

agire dei conviventi; per quanto riguarda i contenuti, non si pone nessun problema nel caso in cui il

contratto di convivenza miri a regolare i soli aspetti patrimoniali del rapporto: una possibile convenzione è

infatti quella che abbia ad oggetto il mantenimento di un convivente da parte dell’altro, o reciprocamente,

in caso di bisogno. In relazione alla forma valgono i principi generali in materia di contratto, quindi tali

contratti devono assumere la forma eventualmente richiesta per la validità dei singoli atti di attribuzione.

In anni recenti si è sviluppato un ampio dibattito in tema di relazioni di convivenza instaurate fra persone

la mancata tutela di una tale situazione si traduce in una illegittima discriminazione fondata

omosessuali:

sull’orientamento sessuale, oggi vietata dall’art. 21 della carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

La prima legge che si è occupata della materia è stata quella danese, che ha istituito il modello della

per cui la registrazione dell’unione produce i medesimi effetti giuridici del

registered partnership,

matrimonio, equiparando dunque le unioni fra etero ed omosessuali. Altri Paesi come la Francia hanno

seguito altra via, come ad esempio quella del dove pacte è un contratto

Pacs, pacte civil de solidarité,

concluso da due persone fisiche maggiorenni, di sesso diverso o dello stesso sesso, per organizzare la loro

vita in comune. Il pacte può essere sciolto, oltre che per morte di una parte, per mutuo consenso, per

volontà unilaterale e a seguito della celebrazione del matrimonio. La giurisprudenza italiana rimane scarna

in tema di coppie omosessuali: possiamo ricordare infatti la pronuncia del Tribunale di Latina, che

considera inesistente per l’ordinamento italiano il matrimonio contratto in Olanda da due cittadini italiano.

° CAPITOLO OTTAVO – IL RAPPORTO GENITORI‐FIGLI °

L’art. 30 della Cost. stabilisce che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare la prole,

anche se nata fuori dal matrimonio. Nell’attuale normativa, la disciplina giuridica della filiazione è ripartita e

differenziata a seconda che i genitori siano o meno uniti nel vincolo del matrimonio: nel primo caso si ha

filiazione legittima, nell’altro naturale, a sua volta distinta in filiazione naturale riconosciuta o

giudizialmente dichiarata, o non riconosciuta. Ma in passato non era così: anche sul piano successorio la

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto di Famiglia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Manuale di Diritto di Famiglia, Sesta.
Gli argomenti sono: matrimonio, rapporti personali tra coniugi, crisi coniugale, effetti separazione - divorzio, convivenze, famiglia di fatto, rapporto genitori-figli, adozione, affidamento.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2006-2007

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher summerit di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto di Famiglia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Sesta Michele.

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