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parte dello ius civile, ma venivano ricompresi nello ius publicum. Una simile concezione pubblicistica del diritto penale era ancora del

tutto estranea al legislatore delle XII Tavole. In questo senso si può dire che il diritto penale delle XII Tavole presenta un carattere

ancora primitivo.

Come primitiva è la presenza nelle XII Tavole di alcune fattispecie criminose che prevedevano il recitare formule di incantesimo sul

terreno del vicino affinché le spighe fossero vuote o per fare in modo che la forza misteriosa che faceva germogliare le sementi del

vicino potessero essere trasportate nel proprio terreno.

§3) Dopo le XII Tavole lo sviluppo del diritto prevedeva l’interpretazione delle XII Tavole e l’attività normativa dell’assemblea popolare,

la quale, dapprima, intervenne raramente,poi, dalla fine del V sec. a.C. , più frequentemente, nel campo del diritto privato e penale.

L’interpretazione delle XII Tavole rimase fino all’inizio del III sec. un monopolio del collegio sacerdotale dei pontifices (costruttori di

ponti). La loro attività si svolse attraverso un’interpretazione letterale; ma ciò nonostante seppe realizzare un progresso del diritto. I

pontefici crearono espedienti idonei a soddisfare le nuove esigenze della vita giuridica. L’esempio più noto è il formulario predisposto

per la liberazione di un figlio dalla potestà del padre (emancipatio).

Le leggi erano votate dai cittadini su proposta di un magistrato che avesse la facoltà di convocare e dirigere l’assemblea del popolo. Tra

le forme di organizzazione in cui la comunità si radunava i comizi centuriati erano quelli in cui si svolgeva l’attività legislativa. Con la lex

Hortensia del 286 a.C. le deliberazioni della plebe divennero vincolanti per tutti i cittadini. Da quel momento in poi la maggior parte delle

leggi fu votata nel concilium plebis su proposta dei tribuni. Per tutto lo spazio dei 4 secoli che intercorrono fra le XII Tavole e la fine della

Repubblica, conosciamo solo 30 leggi che abbiano avuto importanza per la storia del diritto privato e processuale. Tuttavia solo una

parte di esse ha apportato delle innovazioni fondamentali.

Esempio: Lex Poetelia Papiria de nexis, una legge comiziale proposta dai consoli che eliminò la schiavitù per debiti. Nessuna di queste

leggi è pervenuta direttamente fino a noi, ma ciò che si evidenzia è che la maggior parte di esse obbediva a tendenze politico-sociali.

L’ETA’ DELLE GRANDI CONQUISTE E L’IMPERO UNIVERSALE DALLA META’ DEL III SEC. A.C. ALLA META’ DEL III SEC. D.C.

CAP. 3) L’età delle grandi conquiste e l’impero universale dalla metà del III sec. a.C. alla metà del III sec. d.C.

§ 1) Nel 265 a.C. Roma divenne una delle maggiori potenze del sistema di stati di quel periodo; lo scontro vittorioso con Cartagine la

rese padrona del Mediterraneo occidentale. Nel corso del II sec. a.C. il governo romano estese il suo governo in Oriente. Qui la cultura

greca ormai fioriva sul suolo straniero, mentre la madrepatria sprofondava in una condizione di decadenza economica e culturale.

Ormai Roma era diventata la dominatrice incontrastata di tutta l’area culturale intorno al Mediterraneo.

Dal punto di vista giuridico, questo impero gigantesco aveva una struttura complessa, consistente in un sistema di molteplici alleanze e

rapporti di dipendenza, il cui centro era costituito dalla città-stato di Roma. Questo sistema si basava su alcuni principi ben precisi. Il

primo e più importante è quello del divide et impera; i romani non tollerarono mai che alleati o sudditi di Roma potessero allearsi fra loro,

ma ogni comunità aveva relazioni giuridiche solo con Roma. Per di più, Roma fu capace di tenere separati gli uni dagli altri popoli e le

comunità dell’impero, e perfino le varie classi sociali all’interno di ciascuno stato assoggettato. Un altro principio fondamentale della

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politica imperialista romana fu quello di lasciare che i sudditi provvedessero alla cura dei loro affari interni; essi conservavano così

un’amministrazione autonoma e il loro diritto locale; nell’ambito religioso, Roma praticava la più ampia tolleranza. Queste direttive

politiche contribuirono a rendere meno grave ai sudditi il peso della dominazione romana. Infine, il terzo principio lo si può indicare

nell’assoluta sicurezza militare dei territori conquistati. Nel tracciare un quadro chiaro circa l’organizzazione dell’impero, è necessario

distinguere fra l’Italia e le province.

Fino all’inizio del I sec. A., l’Italia era costituita da due masse territoriali: l’area che apparteneva allo stato romano (ager romanus) e i

territori degli alleati (socii). Nel corso delle lotte per la supremazia sull’Italia, molti territori erano stati assoggettati e incorporati nell’ager

romanus, aumentando così i territori romani. Una parte dell’ager romanus era costituita da territori di comunità in origine autonome, che

cessarono di esistere come stati e la popolazione era stata assunta nella cittadinanza romana. Tuttavia questi nuovi cittadini non

ottenevano subito il pieno diritto di cittadinanza, infatti non godevano dei diritti politici, in particolare il diritto di voto; solo dopo una lunga

prova di fedeltà queste comunità potevano ottenere la piena cittadinanza. In tutto l’ager romanus, solo Roma poteva essere considerata

una città nel senso giuridico del termine; le altre comunità e le colonie di cittadini non ebbero una piena autonoma amministrativa, ma

solo organi per l’esercizio di funzioni sacrali e per l’amministrazione del patrimonio della comunità.

Le comunità alleate, invece, erano organismi politici con una piena autonomia: esse possedevano un proprio territorio, un diritto proprio

ed una propria amministrazione, in cui Roma si intrometteva solo in via eccezionale. Il loro rapporto con Roma si fondava su trattati di

alleanza, in base ai quali esse erano obbligate a fornire truppe in caso di guerra. I romani distinguevano i trattati uguali da quelli

diseguali. Le comunità che stipulavano dei trattati del primo tipo erano, da un punto di vista giuridico, sovrane, difatti un magistrato

romano che entrava in una tale comunità sospendeva il suo potere. In pratica, però, anche un alleato sovrano poteva essere soggetto

all’influenza di Roma al punto che la sua posizione politica non differiva da quella di una comunità con alleanza disuguale. Gli alleati con

il trattato di alleanza riconoscevano la supremazia di Roma e per questo erano obbligati a conformarsi alle direttive del governo romano.

Tra gli alleati italici un posto particolare occupano le comunità latine, i cui cittadini erano equiparati ai romani nel campo del diritto

privato e potevano anche votare nelle assemblee popolari romane. La maggior parte di esse, però, fu trasformata in municipia. Nel

corso della conquista dell’Italia, notevole importanza andavano assumendo un gruppo di comunità denominate colonie. Le più antiche di

esse, per lo più quelle che sorgevano nelle immediate vicinanze di Roma rimasero incorporate nella cittadinanza romana: esse

appartenevano all’ager romanus e giuridicamente erano parti della città di Roma. Altre colonie fondate da Roma con l’aiuto degli alleati

latini, ebbero il carattere di comunità politiche indipendenti. Questa forma di organizzazione diventò poi la regola. Rispetto ai cittadini

romani, gli appartenenti a queste colonie godevano all’incirca degli stessi diritti dei latini antichi, perciò venivano chiamati Latini

coloniarii, e le colonie coloniae latine.

Fuori d’Italia la politica romana seguì gli stessi metodi che si erano dimostrati efficaci nell’assoggettamento della penisola. Mentre l’Italia

poteva essere governata direttamente da Roma per i possedimenti fuori dall’Italia la situazione era molto più difficile e fu necessaria la

presenza stabile di un governatore romano. Per tale motivo tutti i territori acquisiti fuori d’Italia furono organizzati in province e sotto la

competenza di un governatore; in generale veniva inviato uno dei consoli , quando c’erano da sbrigare compiti militari importanti;

altrimenti si ricorreva ai pretori, il cui numero dovette aumentare proprio per questo scopo. Quando il numero delle province aumentò, il

problema si risolse dapprima caso per caso, prolungando la permanenza in carica di una parte dei governatori dell’anno precedente.

Infine si aggiunse all’anno di carica che i consoli e i pretori trascorrevano a Roma un secondo anno, in cui al posto di un console o di

un pretore essi dovevano amministrare una provincia. Le vicende della carica di governatore ci danno un’idea delle difficoltà che una

comunità politica organizzata come città-stato doveva superare per governare un impero di tali dimensioni. Il governatore, che aveva al

suo fianco un piccolo gruppo di collaboratori, doveva limitarsi essenzialmente a difendere la supremazia romana e a consolidarla

militarmente, a proteggere i cittadini romani e gli italici che si trovavano nella provincia, e ad amministrare tra loro la giustizia. Perfino la

riscossione delle imposte dovute dalla provincia era data in appalto ad imprenditori romani, i quali si riunivano in società, acquistando

enormi ricchezze. L’amministrazione locale, l’esercizio dell’attività giudiziaria per i provinciali e tutti gli altri compiti di carattere locale

erano lasciati agli organi politici dei sudditi. Le province, a meno che non fosse loro concessa l’esenzione dagli oneri (immunitas),

dovevano pagare a Roma delle imposte annuali, e procurare vitto e alloggio al governatore, al suo seguito e alle sue truppe. In linea di

principio esse avevano anche l’obbligo di fornire un contingente militare in caso di guerra. Tuttavia i governatori solevano chiamare alle

armi le truppe provinciali solo in situazioni di emergenza. Per i cittadini romani che si erano stabiliti nelle province, per lo più a scopo

commerciale, era competente il tribunale del governatore. Essi intervenivano alle udienze che questi teneva a turno in determinate città

della sua provincia anche quando non avevano nessuna causa da discutere, e i più autorevoli prendevano parte all’amministrazione

della giustizia come assessori nel tribunale del governatore o come giurati nel processo civile. Come si vede, l’attività giurisdizionale del

governatore si rivolgeva in primo luogo ai suoi concittadini. Ma è sicuro che egli ebbe il potere di chiamare dinanzi al suo tribunale

anche i provinciali, qualora si mettesse in gioco l’interesse della dominazione romana.

Dinanzi alla grandiosità di questo impero ci si rese conto che la struttura della città-stato non era più sufficiente. Notevoli erano i

problemi a livello amministrativo non solo nella capitale ma in tutto il territorio conquistato. Il risultato culturale più importante dell’epoca

repubblicana fu la romanizzazione dell’Italia, la quale determinò la formazione di una varietà di popoli sparsi nella penisola.

Conseguenza di tale romanizzazione fu la concessione della cittadinanza romana a tutti gli italici. Tale processo mise ancora più in

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evidenza l’inadeguatezza delle strutture della città–stato. Bisognava attenuare l’accentramento della vita politica nella capitale e

concedere alle colonie una certa autonomia amministrativa. Inoltre l’amministrazione delle province presentava gravi lacune,

determinate dall’insufficienza dei metodi di governo propri delle città-stato. Soprattutto l’alternanza anno per anno dei governatori si

rivelò fatale sia per l’amministrazione che per l’adempimento dei compiti militari nelle province. La mancanza di efficaci controlli

sull’operato del governatore, e inoltre il sistema dell’appalto delle imposte, favorirono uno sfruttamento senza scrupoli delle province

nell’esclusivo interesse delle classi più elevate della società romana, e contribuirono al decadimento della morale politica e

commerciale. Anche il processo per ripetizione che fu introdotto per difendere i provinciali dalle concussioni dei magistrati acquisto

sempre più il carattere di un processo criminale a sfondo politico, non valse a porre un freno al saccheggio delle province. Anzi esso finì

per trasformarsi in un pericoloso strumento delle lotte di potere che si svolgevano a Roma tra l’aristocrazia senatoria e l’aristocrazia del

denaro, o all’interno stesso della nobiltà senatoria. L’unica strada per la riorganizzazione dell’impero era la monarchia.

§ 2) L’estendersi del dominio di Roma sull’Italia aveva avuto come conseguenza il progressivo rafforzarsi del ceto contadino romano.

Con le vittorie sugli italici, sempre nuovi territori erano passati ai romani, i quali vi avevano fondato le colonie di contadini o li avevano

divisi in lotti e distribuiti ai cittadini che avevano bisogno di terra. Accadde anche che molta terra, in seguito alle molte conquiste, rimase

indivisa nelle mani dello stato. Una parte di queste terre venne affittata a vantaggio del pubblico erario, un’altra parte venne acquistata

all’asta a prezzi bassi da cittadini che avevano disponibilità di denaro, soprattutto membri dell’aristocrazia senatoria, oppure furono da

questi occupate per sfruttarne le risorse, senza un titolo giuridico e sotto il tacito consenso dello stato. Fu soprattutto su questi terreni

che sorsero i primi grandi possedimenti fondati sul lavoro degli schiavi; la loro forma prevalente di sfruttamento economico era la

pastorizia, a cui si affiancava la coltivazione dell’olivo e della vite. Le perdite umane e le devastazioni della guerra annibalica, la

concorrenza con i territori africani e siciliani, che producevano grano in maggiori quantità e a prezzi più bassi, con la possibilità di

spedirlo a Roma via mare e il fascino che la città di Roma esercitava, determinarono la decadenza del ceto contadino. In realtà la forma

di gestione contadina non scomparve ma i grandi proprietari terrieri non si occupavano più direttamente di curare i terreni, ma li davano

in affitto. Il numero degli allevamenti e delle piantagioni di proprietà dei capitalisti residenti a Roma aumentò e la città diventò ben

presto un centro commerciale di prima grandezza e, soprattutto, il mercato di capitali più importante di tutto il mondo antico. Le

immense ricchezze che vi affluivano grazie alle guerre e allo sfruttamento delle province si concentravano nelle mani di due gruppi

sociali: l’aristocrazia senatoria e i cosiddetti cavalieri. I primi si occupavano di affari commerciali e finanziari solo in segreto perché ad

essi queste attività erano precluse. Accanto alle famiglie senatorie si andò formando una nuova aristocrazia, costituita da romani della

capitale e da cittadini dei municipi, si trattava di commercianti e finanzieri i quali dalle forniture militari, dall’appalto delle imposte o da

altre concessioni statali , da affari usurai con politici bisognosi di denaro, avevano raccolto enormi profitti, che poi investivano, come

l’aristocrazia senatoria, in possessi fondiari. Questi capitalisti erano chiamati cavalieri perché il loro patrimonio gli permetteva di servire

nella cavalleria, formando una classe per certi aspetti privilegiata nell’ambito della cittadinanza romana. Ci si trova, quindi, di fronte ad

una situazione in cui l’aristocrazia senatoria è divisa in gruppi in lotta tra loro, a un ceto di cavalieri che faceva valere i suoi interessi

economici sia mantenendo rapporti con alcuni senatori, sia attraverso l’influsso che esercitava politicamente nella giustizia penale;

infine la massa irretita del proletariato nullatenente che aumentava sempre più: questi rappresentano i fattori che segnarono la politica

interna nell’ultimo secolo della Repubblica.

§ 3) Questi contrasti ebbero inizio con la riforma sociale intrapresa dai tribuni della plebe Tiberio e Caio Gracco. Essi tentarono di

ricostituire la base contadina dello stato romano, concedendo il possesso inalienabile di tutte quelle terre che si trovavano nelle mani

dei grandi proprietari terrieri senza alcun titolo giuridico. Le riforme raccane provocarono una reazione del ceto dirigente, che portò a

sospendere il programma appena iniziato. Ben presto non si trattò più di riforme sociali e politiche ma di una corsa al potere ed in una

situazione simile la monarchia era più che mai necessaria. Prima che si riuscisse ad instaurare la monarchia vera e propria si ebbe

l’affermarsi del dominio assoluto del più forte. Già Silla era stato padrone assoluto dello stato romano ma egli preferì ristabilire ancora

una volta il regime dell’aristocrazia senatoria e ritirarsi volontariamente dalla scena politica. La sua riforma fu un tentativo di assicurare

al senato il governo dello stato; perciò limitò i poteri dei tribuni della plebe, ridusse i consoli e i pretori ai compiti cittadini della direzione

politica e dell’amministrazione della giustizia, vietò di ricoprire nuovamente una carica prima che fossero trascorsi 10 anni; ma queste

riforme non servirono ad arginare la crisi della repubblica. Cesare, il secondo al quale spettò di fatto un potere assoluto, finì sotto i

pugnali di repubblicani fanatici. Solo un suo pronipote e figlio adottivo, Ottavio, divenne il fondatore della monarchia romana; noi siamo

soliti chiamarlo con il nome che il senato gli concesse nel 27 a.C. ,cioè Augusto, e designiamo la forma costituzionale da lui creata col

termine di principato.

§ 4) Augusto cercò e trovò la soluzione del problema, restaurando l’ordinamento repubblicano, ma lo fece in modo che tanto lui quanto

i suoi successori tennero nelle loro mani le sorti dello stato e dell’impero. La restaurazione della repubblica significò quindi la creazione

di un nuovo potere monarchico, che non fu inserito nella costituzione ma accanto ad essa. La costituzione repubblicana così

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riorganizzata, attribuiva al titolare del potere monarchico una serie di facoltà di immensa portata politica; anche se esse si basavano sui

concetti tradizionali del diritto pubblico repubblicano che mal esprimevano l’essenza della nuova monarchia.

Augusto non voleva essere considerato un sovrano ma un primo cittadino, un princeps, in una città libera, il quale potesse stare al

fianco del governo repubblicano per aiutarlo nel mantenimento dell’ordine pubblico e nell’amministrazione dell’impero. Un solo uomo,

così, prendeva sulle sue spalle quel peso troppo gravoso per gli organi costituzionali della città-stato. I funzionari di cui il principe si

serviva per svolgere le proprie funzioni non erano funzionari statali, ma privati; e la cassa con cui egli finanziava la propria attività

amministrativa era il suo tesoro privato. Egli attuò una vera e propria propaganda politica straordinariamente abile, tanto che i letterati

dell’epoca come Livio, Orazio e Virgilio si misero al servizio di questa propaganda; edifici e feste simboleggiavano l’essenza del nuovo

regime e la stessa relazione autobiografica di Augusto, pubblicata dopo la sua morte dal senato, è da intendersi come uno scritto

ufficiale di propaganda. Quanto detto evidenzia solo un aspetto del principato, ossia il rapporto tra esso e i cittadini romani. Diverso è

con i sudditi provinciali, ai quali questo stato di cose gli era del tutto indifferente. Per fare in modo che anche essi si interessassero al

nuovo ordine, era necessario che imparassero a venerare il principe come il sovrano giusto e umano, come un liberatore dei popoli

dalle oppressioni e dalla miseria, il pacificatore, ecc. per questo nelle province orientali si favorì il culto dell’imperatore. La monarchia

formata da Augusto era, così fondata sull’autorità e il carisma del primo cittadino, ossia dell’imperatore.

Per quanto riguarda il rapporto tra il principato e la costituzione repubblicana c’è da dire che gli organi statali della repubblica,

magistrature, assemblee popolari e senato, continuarono ad esistere. Augusto e i suoi successori di tanto in tanto rivestivano

personalmente il consolato e appartenevano al senato in qualità di decano. In tal modo c’era intenzione di considerare gli organi

repubblicani come depositari della sovranità dello stato. Di fatto però la supremazia del principe tolse sempre più alla costituzione

repubblicana i suoi poteri. I consoli non si occupavano più della direzione politica o dell’esercizio del comando militare, in quanto tali

compiti erano di esclusiva competenza del principe, determinando la rapida decadenza dell’organo fino a diventare una mera

decorazione, di cui venivano insigniti i membri di illustri famiglie nobiliari e i più meritevoli collaboratori del principe. Meglio resistettero le

magistrature minori, le cui funzioni il principe non aveva motivo di assumerle personalmente. Così i pretori continuarono a svolgere la

giurisdizione civile e penale nello stesso modo in cui avevano fatto nella tarda repubblica. Tuttavia, nel corso del I sec. d.C. , i loro

decreti erano soggetti all’appello al principe o al senato. Gli edili persero le loro funzioni di ordine pubblico a vantaggio dei nuovi organi

di polizia del principe, e i questori cittadini dovettero cedere l’amministrazione dell’erario a un prefetto aerarii di nomina imperiale.

Mentre le magistrature continuarono ad esistere fino all’epoca tardo-imperiale, l’assemblea popolare scomparve dalla scena politica.

Poco dopo scomparve anche la legislazione popolare, il cui posto fu preso dalle deliberazioni del senato. Il popolo si ritrovò così a

svolgere un ruolo di comparsa nelle celebrazioni pubbliche. Il senato in un primo momento vide ampliarsi la sua competenza, ma dopo

finì col perdere ogni capacità di esprimere liberamente le proprie opinioni, trasformandosi in un semplice portavoce della volontà

imperiale. A questa dovettero uniformarsi le elezioni, mentre le proposte di legge presentate dal principe o dalle persone di sua fiducia

venivano accettate senza essere discusse. Si assiste, quindi ad una riduzione drastica dei poteri della costituzione repubblicana e

intorno al principe si costruiva una nuova organizzazione statale, che si perfezionò con il passare del tempo.

Alla sfera del diritto costituzionale repubblicano il principato si riagganciava attraverso due poteri: potere tribunizio e l’imperium

proconsolare del principe. Il primo, concesso a vita al principe, gli dava tutti i diritti di un tribuno della plebe: l’inviolabilità, il diritto d

convocare tanto l’assemblea del popolo quanto il senato, il diritto di veto sugli atti di governo di qualsiasi magistrato. Questi diritti

consentivano al principe di intervenire ogni volta che lo ritenesse necessario nella politica della capitale. Il secondo dava al principe il

potere supremo sulle province e sull’esercito, il quale dalla fine del II sec. a.C. , si era trasformato in una truppa di mercenari a lunga

ferma. L’imperium proconsolare non era qualcosa di inconsueto ma poteva apparire un presupposto indispensabile per la

conservazione dell’impero e della pace; poiché il suo campo d’azione riguardava solo le province, il cittadino della capitale poco se ne

interessava, anzi si faceva in modo da non farlo notare.

La stessa relazione autobiografica di Augusto tace su questo argomento, cercando una dissimulazione dell’imperium proconsolare,

tanto da non renderlo chiaro nemmeno agli studiosi moderni. Augusto prese sotto la sua amministrazione quelle province che avevano

una certa importanza da un punto di vista militare, lasciando le altre nelle mani degli organi repubblicani e continuarono ad essere

governate da un proconsole, sotto il controllo del senato: ma il principe poteva, in qualsiasi momento, intervenire nella loro

amministrazione.

Per quanto riguarda l’apparato amministrativo del principe c’è da dire che egli oltre a partecipare all’amministrazione delle province,

prese su di sé anche alcuni compiti relativi alla città di Roma, come il mantenimento di adeguati corpi di polizia e di pompieri e

l’approvvigionamento di acqua e di grano per la capitale. La cassa del principe, da cui venivano prelevate le somme per finanziare tutte

queste branche dell’amministrazione, assorbiva gran parte delle entrate complessive dell’impero, specialmente quelle delle province

amministrate direttamente dal principe. L’amministrazione delle finanze, la corrispondenza tra il principe e i suoi funzionari, il disbrigo

delle numerose petizioni che venivano indirizzate al principe dalla popolazione provinciale, richiedevano un’estesa rete di uffici e alcune

organizzazioni ausiliarie, come una posta statale rapida e sicura. Si formò così un vasto apparato amministrativo che mise da parte gli

organi repubblicani. Le cariche create dal principe non erano onorarie e gratuite come le magistrature repubblicane ma esse venivano

pagate profumatamente e la loro durata in carica si protraeva fino a quando il principe lo riteneva opportuno. Il principe per i compiti

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che rientravano nelle sua competenza, si fece aiutare anche dai due ceti dirigenti: l’aristocrazia senatoria e i cavalieri. Ad un senatore di

rango più elevato amministrava la carica di prefetto urbano con il compito di mantenere l’ordine interno della capitale. Di provenienza

senatoria erano anche i sovrintendenti alle opere pubbliche, agli acquedotti e alle grandi vie di comunicazione. Anche tutti i maggiori

posti di comando dell’esercito erano riservati al ceto senatorio, come anche la maggior parte degli incarichi a governatore nelle province

soggette all’amministrazione del principe. Le province più piccole venivano amministrate da governatori dell’ordine equestre. Per quanto

riguarda la provincia dell’Egitto, importante perché era considerato il granaio dell’impero, Augusto non volle affidare la sua

amministrazione ad un membro della nobiltà senatoria, ma ad uno del ceto equestre; difatti, per proteggerla attuò delle dispozione

eccezionali, ossia i membri dell’ordine senatorio non potevano mettervi piede senza uno speciale permesso del principe. Fino ai primi

decenni del II sec., tutti quegli uffici centrali che funzionavano sotto il diretto controllo del principe vennero affidati ai liberti imperiali. In

origine essi fungevano da organi ausiliari interni, che assistevano il principe nell’attività amministrativa, poi, a partire da Claudio,

acquistarono un’organizzazione più stabile ed autonoma. Il ragioniere del principe si trasformò in una specie di ministro delle finanze

dell’impero; la corrispondenza del principe veniva sbrigata da due uffici separati: ab epistulis e a libellis, a cui si aggiungeva anche un

ufficio speciale per la tenuta dell’archivio imperiale ( a memoria).

Con lo sviluppo dell’amministrazione finanziaria si eliminò anche il sistema dell’appalto delle imposte, determinando un vantaggio, non

solo per le entrate statali, ma anche per i contribuenti. Il controllo costante esercitato dal principe su tutta l’amministrazione dell’impero

favorì la certezza del diritto, riducendo nello stesso tempo la corruzione, anche se non fu del tutto eliminata.

Un problema abbastanza importante riguardava, poi, la successione del principe. Infatti, la morte di esso, determinava ogni volta un

momento più o meno critico per la pace interna dell’impero. Tuttavia il problema della successione venne risolto in modi diversi, a

seconda delle circostanze del caso: ora in via ereditaria, ora con l’elezione del senato, ora con la decisione dell’esercito. L’unico

sistema efficace fu quello della correggenza. Già Augusto aveva chiamato il successore da lui designato a collaborare agli affari di

governo mentre lui era ancora in vita, indicandolo come il futuro principe. Altri casi di correggenza portarono anche a governi congiunti,

in cui i principi sono due con uguali poteri. Poiché l’esperienza insegnava che la trasmissione del principato al discendente di sangue

poteva facilmente portare la persona sbagliata alla guida dell’impero universale, alla fine del I sec. ( a partire da Nerva) si diffuse una

nuova pratica, per cui il principe adottava il migliore dei suoi collaboratori, designandolo come suo successore. Questa procedura dette

all’impero molte delle sue più grandi e nobili sovrani, come Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio. Era necessario poi che il

nuovo principe ottenesse l’attribuzione dei poteri della tribunicia potestas e dell’imperium proconsolare. La relativa deliberazione

spettava al senato, il quale ritenne opportuno che questo atto fosse ulteriormente confermato da una legge popolare. Per lo meno così

accadde per l’imperatore Vespasiano, condotto al potere da una rivoluzione militare: la legge, riguardante la sua investitura, è giunta

fino a noi, anche se solo parzialmente d è la cosiddetta lex de imperio Vespasiani.

Il principato assicurò all’impero più di due secoli di sviluppo pacifico. Di ciò ne godettero anche le province. Quanto all’Italia, nonostante

tutti i provvedimenti di riforma, non si riuscì a porre rimedio ai dissesti sociali della tarda Repubblica. Con una serie di leggi, Augusto

aveva cercato di dare un nuovo impulso all’etica matrimoniale e nobiliare, di eliminare i pericoli dovuti alla scarsa natalità. Di arrestare

l’intensa infiltrazione di stranieri nella cittadinanza romana. Quanto alla sua politica di insediamenti in Italia si proponeva di sistemare i

veterani delle ultime guerre civili. Questa politica ebbe come risultato un incremento della piccola proprietà contadina. Più tardi Nerva,

Traiano e i loro successori istituirono delle fondazioni per la cura dei ragazzi appartenenti a famiglie indigenti. I capitali di queste

fondazioni furono messi disposizione dei contadini possidenti italici, e servirono a combattere la scarsa natalità e a sostenere

l’economia rurale. Nonostante tutto, però, si ebbe un’ulteriore crescita del latifondo col conseguente aggravarsi dello spopolamento

della penisola. Una politica economica orientata gli imperatori dell’età del principato non l’hanno mai praticata. Essi si preoccupavano

solo di risolvere problemi immediati, come quello dell’approvvigionamento di grano per Roma, ma non curarono i singoli rami

dell’economia. Per questo il quadro complessivo della vita economica sembra basata sul lasciar fare, lasciar andare. Ciò portò ad un

processo che alla lunga doveva spostare il baricentro economico, e poi anche quello politico e spirituale, dall’Italia ad altre zone

dell’impero. L’intera parte occidentale dell’impero fu più o meno romanizzata in un periodo abbastanza breve, grazie alla penetrazione

dei commercianti romani, e alla fondazione di colonie romane. Durante il Principato la romanizzazione fece rapidi progressi e si

ricominciò ad accordare la cittadinanza romana o latina a parecchie persone singole e ad intere comunità. Solo nelle province orientali

la civiltà romana non poté fare conquiste molto rilevanti perché qui dominava la cultura greca; anche se le due civiltà furono sentite ogni

giorno come unità, determinando fra Oriente e Occidente uno sviluppo congiunto. A cominciare dal I sec. d.C. , cominciò la scalata

sociale di alcuni individui appartenenti alle classi più elevate delle province, i quali riuscirono ad arrivare fino al senato romano. Verso la

metà del II sec. , una buona metà di senatori veniva dalle province; lo stesso principato, con Traiano e Adriano, venne assunto da

romani di origine spagnola. Vediamo, ad esempio, che il famoso editto, la constitutio Antoniniana, con cui Antonino Caracolla estese la

cittadinanza romana a tutto l’impero, fu solo la conseguenza del processo di romanizzazione in atto. Questo editto è giunto fino a noi in

un papiro, in cui molte parti mancano, ma si evince che una parte della popolazione dell’impero, i dediticii, pare fosse esclusa dalla

concessione della cittadinanza. Con la constitutio Antoniniana, l’idea di un impero universale sopranazionale aveva trionfato sulla città –

stato romana. 9

CAP. 4) Il processo penale

§ 1) Il diritto penale privato delle XII Tavole era sicuramente inadeguato di fronte allo sviluppo che Roma ebbe nel tempo. La crescita

del proletariato urbano e del numero degli schiavi determinò energiche misure per il mantenimento della sicurezza pubblica. Per questo

sorse una severissima giurisdizione di polizia contro gli autori di violenze, gli incendiari, gli avvelenatori e i ladri. Su tutti costoro

pendeva la pena di morte. Erano considerati delitti punibili con la pena di morte anche il fatto di girare armati con intenti criminali e la

compera o vendita, e in generale il possesso, di veleni mortali. Chi cadeva nelle mani della polizia veniva punito d’ufficio; ma il

procedimento poteva essere messo in moto anche dalla denuncia di un privato: in questo caso era compito dell’accusatore fornire la

prova del delitto. Competente era il pretore urbano, in quanto titolare del potere di giurisdizione. Egli affidava il compito di punire gli

schiavi e i criminali appartenenti allo strato più umile della popolazione libera ai tresviri capitales. Questi erano magistrati di rango

inferiore a cui spettavano anche la tutela della pubblica sicurezza nella città, il controllo delle prigioni di stato e l’esecuzione delle

condanne a morte. Se il reo era confesso o colto in flagrante, i tresviri eseguivano la pena capitale senza dibattito giudiziario. Agli

schiavi la confessione veniva estorta con la tortura. Ma s l’accusato contestava il fatto di cui era imputato, era il consiglio del triumviro a

decidere sulla sua colpevolezza o innocenza. Dinanzi al pretore arrivavano solo quei processi che riguardavano i cittadini di un certo

prestigio sociale e non confessi. In questi casi occorreva sempre il giudizio del consiglio. La punizione dell’accusato dichiarato colpevole

era compito del pretore; questi, pur non avendo la facoltà di sostituire la pena di morte con un’altra pena, poteva lasciare che il

condannato fuggisse in esilio e pronunciare contro di lui l’interdizione dell’acqua e del fuoco. Per quanto riguarda i delitti politici che,

durante l’età della repubblica, si svolgevano dinanzi ai comizi e sotto la direzione dei tribuni della plebe, degli edili o dei questori, ben

presto la procedura fu inadeguata ai tempi: l’assemblea popolare non era più formata da gente accorta e ponderata ma era dominata da

masse esposte a flussi demagogici. Inoltre politica e amministrazione erano diventate talmente complicate, che il comune cittadino non

era più in grado di giudicare sul fatto criminoso. Divenne , così, sempre più usuale che il senato affidasse i delitti politici ai consoli o ad

uno dei pretori, in modo che il processo si svolgesse dinanzi al loro consiglio, il quale, essendo composto da senatori, era esperto in

materia. Questi tribunali straordinari furono istituiti anche per giudicare delitti che non potevano essere trattati nel corso normale della

giustizia penale pubblica, per il concorso di un gran numero di persone coinvolte nel reato. Questi tipi di tribunali avevano carattere

d’improvvisazione e si costituivano di volta in volta e la scelta del consiglio giudicante spettava al magistrato presidente o al senato.

Solo per il processo per concussione esistette una speciale lista di giudici predisposta per l’intero anno di carica dei magistrati; da essa

veniva formato il consiglio di volta in volta. Altre corti giudiziarie permanenti di questo tipo furono istituite solo dopo che fu eliminato

l’obbligo di formare i consigli dei tribunali penali esclusivamente con membri del senato, vale a dire, dopo la lex Sempronia iudiciaria di

Gracco. Questa legge permetteva l’accesso al banco dei giudici ai cavalieri.

§ 2) Silla riorganizzò i tribunali permanenti che erano stati creati dalla lex Sempronia, aumentandone anche il numero. Ci furono quindi

tribunali per delitti di alto tradimento e disobbedienza agli organi superiori dello stato, sottrazione di beni dello stato, corruzione

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elettorale, concussione nelle province, omicidio, attentato alla sicurezza pubblica, falsificazione di testamenti o di monete e ingiurie

gravi, inclusa la violazione di domicilio. Altri tribunali, come la quaestio de vi, per qualsiasi tipo di violazione, e la quaestio de adulteriis,

per l’adulterio e la seduzione di donne non maritate di onorata condizione, furono introdotti in epoca successiva, alcuni solo con la

legislazione criminale augustea, che costituì il punto d’arrivo nello sviluppo degli iudicia publica. A capo delle singole questioni c’era

normalmente un pretore. Il processo dinanzi a queste giurie non avveniva d’ufficio ma attraverso una denuncia di un privato. Ciò era

proprio una caratteristica del processo penale pubblico, ossia ogni cittadino di buona reputazione aveva la facoltà di presentare

l’accusa. I motivi che spingevano l’accusatore erano diversi. Accanto alla sete di vendetta della parte lesa, giocavano un ruolo

importante le inimicizie, che in genere non avevano nulla a che vedere con il delitto in questione,l’ambizione politica e specialmente la

brama di denaro: infatti, le leggi criminali stabilivano, per l’accusatore che avesse vinto il processo, premi di notevole valore. In caso di

condanna capitale dell’accusato, all’accusatore spettava una parte del patrimonio confiscato. Senza dubbio molte erano le persone che

esercitavano proprio la professione di accusatore, difatti, i difetti che presentava questo sistema si cercò di eliminarli sottoponendo

l’accusatore, le cui accuse fossero infondate, ad un processo per calunnia, togliendogli la facoltà di sostenere in futuro altre accuse

criminali.

Se il magistrato ammetteva l’accusa, si formava un consiglio e a sorte venivano estratti i nominativi dei giudici della relativa questione.

Avvenuta la scelta, il cui numero fu diverso nei vari periodi ed anche nelle singole questioni, i membri dovevano prestare giuramento. Il

dibattito vero e proprio spettava alle parti: l’accusatore presentava e interrogava i suoi testimoni e l’accusato faceva lo stesso. I giurati

ascoltavano in silenzio. Finita l’arringa da entrambe le parti, il consiglio emanava il suo verdetto scrivendo il voto su tavolette che

venivano deposte in segreto in un’urna. La parità di voti favorevoli e contrari valeva l’assoluzione. Se si verificava un gran numero di

astensioni si procedeva ad un secondo dibattimento. Sulla base della votazione del consiglio il magistrato giurisdizionale annunciava se

l’accusato avevo o no commesso il fatto di cui era stato accusato. In linea di principio, non veniva espressa la condanna ad una pena

perché questa risultava dalla legge su cui si fondava il procedimento. Solo nel caso in cui si trattava di pena pecuniaria c’era bisogno di

una stima della pena da parte dello stesso consiglio, che si riuniva dopo il verdetto di condanna per discutere del valore della lite. Per

quanto riguarda la pena di morte, questa non veniva quasi più applicata in un processo svolto dinanzi ad una quaestio, i quali

generalmente appartenevano ai ceti più elevati; piuttosto il magistrato dava loro la possibilità rifuggire in esilio. Per gli schiavi e i

criminali provenienti dagli strati più bassi della società, venivano di norma messi a morte.

§ 3) Augusto non soppresse le corti giurate ma le riorganizzò, e ne aumentò il numero. Esse continuarono ad essere gli organi della

giurisdizione penale ordinaria. Augusto, però, nello stesso tempo riformò tutto il sistema di polizia e la giurisdizione che vi era connessa,

nominando capo della città a tempo indeterminato un senatore di rango consolare e creando un contingente di polizia alloggiato in

caserma, le cohortes vigilum. Il praefectum urbi e il comandante dei vigiles presero il posto dei tresviri capitales come titolari della

giurisdizione di polizia. Anche fuori della città di Roma Augusto prese provvedimenti per combattere la delinquenza, specialmente il

banditismo. Aveva cosparso il paese di basi militari. E’ lecito pensare che il nuovo sistema di polizia creato da Augusto abbia significato

non solo un passo avanti decisivo nella lotta alla delinquenza, ma anche un miglioramento dell’amministrazione della giustizia penale.

La giurisdizione, infatti, non si trovava più nelle mani di magistrati giovani che, cambiando ogni anno, non avevano il tempo di

accumulare esperienza, ma essa veniva esercitata da persone competenti e con una carica più lunga, che permetteva una maggiore

stabilità nell’amministrazione della giustizia. Infine il tribunale del prefetto non era un tribunale speciale, il quale giudicava solo

determinati delitti, ma poteva giudicare anche qualsiasi crimine diretto a turbare la sicurezza e l’ordine pubblico. Per queste ragioni,

appare comprensibile che la giurisdizione penale straordinaria del praefectum urbi, cominci a soppiantare quella ordinaria delle corti

giurate. Il tribunale che, invece, si occupò della questione dell’adulterio ebbe vita più lunga degli altri, in quanto la materia trattata usciva

dall’ambito delle competenze del praefectum urbi, al quale spettavano solo funzioni di polizia. Anche il senato e il principe fungevano da

organi di giustizia penale. Il senato svolgeva la giurisdizione criminale solo nell’ambito del senato stesso, mentre le funzioni

giurisdizionali del principe riguardavano prettamente le province e l’esercito. Tali poteri venivano esercitati da suoi delegati. Se egli,

però, si trovava in una di queste province, aveva la facoltà di assumere personalmente le funzioni di magistrato giurisdizionale. Anche

gli abitanti delle province potevano rivolgersi direttamente al principe, contro le decisioni dei suoi rappresentanti. E’ dubbio se il principe

avesse il diritto di giurisdizione anche in Roma. Certo è che egli poteva esercitare una specie di controllo sull’amministrazione della

giustizia, come titolare della tribunicia potestas. In ogni caso è certo che Augusto abbia esercitato assai spesso funzioni giurisdizionali.

Tuttavia, pare che egli si sia in generale astenuto dall’intervenire nella giurisdizione ordinaria, civile e penale, da lui riformata. Il compito

di provvedere alle appelationes, fu delegato a consolari, che venivano investiti di quell’incarico per 1 anno. Tiberio fu ancora più discreto

di Augusto nell’esercizio della giurisdizione. Solo con gli imperatori successivi sembra che la giurisdizione imperiale abbia cominciato a

svilupparsi in tutta la sua pienezza. Essa raggiunse il massimo nel periodo da Adriano a Settimio Severo. L’imperatore poteva portare

dinanzi al suo tribunale qualsiasi lite.

Sui particolari del procedimento dinanzi ai tribunali penali straordinari dell’età imperiale siamo informati in modo frammentario.

Sicuramente si poteva mettere in moto d’ufficio, anche se la cosa più usuale era che si partisse dall’accusa di un privato. Il dibattimento

era condotto in modo più rigoroso ma anche con criteri più elastici che non dinanzi ai tribunali giurati. Anche per quanto riguarda le pene

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che il presidente poteva infliggere al reo confesso o dichiarato colpevole dal consiglio, la giurisdizione penale straordinaria dell’età

imperiale godeva di una maggiore libertà di movimento che non il processo dinanzi ai tribunali giurati. Mentre quest’ultimo rimaneva

ancorato alle leggi criminali repubblicane ed augustee, che prescrivevano pene pecuniarie o la pena capitale, i funzionari della

giurisdizione penale straordinaria potevano disporre anche che il reo confesso fosse assegnato ad una scuola di gladiatori o

condannarlo ai lavori forzati. Questa pena, però, veniva inflitta solo a persone di basso ceto. Lo stesso vale per la pena di morte, che i

tribunali straordinari facevano eseguire raramente nei confronti dei cittadini alto locati. Per questi la pena capitale consisteva nella

deportazione in un’isola, con o senza custodia; in casi meno gravi ci si limitava alla relegazione, cioè all’espulsione da Roma e dall’Italia

o eventualmente dalla provincia in cui il condannato aveva la residenza. Relegazione o deportazione presero il posto della fuga in esilio

consentita dal magistrato. Ila procedura straordinaria era più efficace e, nel complesso anche più giusta di quella ordinaria,

specialmente nei confronti dell’uomo comune che poco aveva beneficiato del processo dinanzi alle corti giurate, ma che subiva,

comunque, pene più dure rispetto a coloro che appartenevano ai ceti più elevati.

CAP. 5) Gli sviluppi del diritto privato

§ 1) Dal III sec. a.C. , Roma partecipava attivamente al traffico commerciale del mondo ellenistico. Commercianti italici si spinsero ben

presto fino ai paesi orientali e mercanti stranieri arrivavano a Roma e nell’Italia romana sempre più numerosi. Si determinò ben presto il

problema di come regolamentare i rapporti giuridici con gli stranieri. A Roma, come in tutto il mondo antico, vigeva come principio

fondamentale quello della personalità del diritto. Ogni comunità aveva un diritto che valeva solo per i cittadini di quella comunità e non

per gli stranieri. Lo straniero che non avesse ottenuto una equiparazione con il cittadino doveva avvalersi dell’aiuto di un cittadino, il suo

ospite. Mentre l’Oriente aveva superato questa condizione di isolamento giuridico, mediante la formazione di un comune diritto

commerciale ellenico, basato sulla stretta affinità esistente fra tutti gli ordinamenti giuridici greci, la posizione dell’antico diritto romano

era rigido, poco duttile e incapace di adattarsi alle mutate esigenze dei tempi. Mentre nel mondo ellenistico si faceva uso della forma

scritta per i negozi giuridici più importanti, il diritto romano si basava su precise formule orali, e mentre il diritto commerciale ellenistico si

era sviluppato in modo libero attraverso i rapporti fra i membri di comunità diverse, lo ius civile romano rimase chiuso agli stranieri. Con

l’intensificarsi dei traffici commerciali, anche Roma fu costretta ad attuare una tutela dello straniero; infatti fu istituita la figura del pretore

degli stranieri, o praetor peregrinus, del quale non si conosce praticamente nulla della sua giurisdizione. Tuttavia bisogna supporre che

egli abbia avuto un ruolo importante sia per la liberalizzazione del procedimento giudiziario dal formalismo delle XII Tavole, sia per il

riconoscimento di alcuni contratti obbligatori conclusi in modo non formale, come la compravendita, la locazione di cose d’opera, ecc.

questi erano contratti che potevano essere conclusi anche da coloro che non avevano la cittadinanza romana. La loro forza obbligatoria

si fondava non sullo ius civile, il diritto proprio dei romani, ma sullo ius gentium. Con questa espressione si indicavano quei contratti che

erano riconosciuti da tutti i popoli e potevano perciò essere validamente stipulati non solo fra romani, ma anche fra stranieri e fra romani

e stranieri. Il concetto di ius gentium si estendeva anche ad altri campi dell’ordinamento giuridico ed in particolare al diritto privato.

Poiché si sapeva che la compravendita, la locazione d’opera o di servizi, il prestito e altri contratti simili venivano conclusi ed adempiuti

anche presso altri popoli, si era portati a credere che il vincolo da essi derivante si basasse su principi giuridici ugualmente validi in ogni

luogo. E’ chiaro che alla base di questa teoria non c’era una conoscenza approfondita degli ordinamenti giuridici stranieri; del resto i

romani, nonostante che la pratica giuridica e la vita economica subirono delle trasformazioni a causa dei traffici internazionali e del

diritto ellenistico, non si preoccuparono mai di attuare una vera recezione delle norme giuridiche straniere nel diritto romano. Tale

trasformazione determinò solo lo stimolo a produrre nuove norme che si basavano, comunque, sullo ius civile.

§ 2) Con l’espandersi dell’impero crebbe anche il campo di applicazione del diritto romano, pertanto lo ius civile veniva applicato

ovunque si trovassero cittadini romani sparsi sul territorio dell’impero. I sudditi conservavano il loro diritto indigeno, ed era questo che

veniva applicato se essi litigavano dinanzi ai propri tribunali. Se, però, i sudditi, volontariamente o perché vi fossero costretti, cercavano

di far valere i loro diritti dinanzi ad un tribunale romano, il processo si svolgeva secondo le norme romane e, nell’ambito del diritto

commerciale, le norme giuridiche erano quelle dello ius gentium. Le ragioni erano date dal fatto che i romani non conoscevano il diritto

indigeno e non avevano mai mostrato interesse nel conoscerlo. Nel momento in cui la cittadinanza romana venne estesa

generosamente in molte zone dell’impero, il diritto romano fu l’unico vigente in Italia e nelle province. Quando infine la constitutio

Antoniniana ammise nella comunità cittadina la massa della popolazione dell’impero che fino a quel momento ne era stata esclusa, tutto

l’imperium Romanus, diventò un territorio giuridicamente unitario, in cui fu applicato indifferentemente sia lo ius civile che lo ius gentium.

I ritrovamenti papirologici in Egitto hanno dimostrato, però, che in questa regione come anche in altre zone delle province è esistita una

tradizione giuridica che si basava sull’ordinamento giuridico preromano, risultante da elementi greci ed egiziani. Ciò lo si evince anche

da un attento esame delle leggi imperiali del III sec. d.C. , le quali consistono nei cosiddetti rescritti, cioè in quei pareri giuridici che gli

imperatori in singoli casi concreti hanno fornito su richiesta sia di privati che di giudici o di funzionari. In moltissimi di questi rescritti, gli

imperatori impongono l’osservanza dei principi del diritto romano e delle decisioni che ne scaturiscono. Ciò significa che la vita giuridica

della parte greca dell’impero continua ad essere dominata, anche dopo la constitutio Antoniniana, dal diritto indigeno. La constitutio

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Antoniniana, in effetti, aveva solo cambiato lo status politico di tutti quelli che fino a quel momento erano stati dei sudditi; ma continuava

ad esistere un’autonomia amministrativa ed anche una giurisdizione proprie, per cui il diritto romano era estraneo ai tribunali locali.

Anche gli scribi continuarono ad usare i loro formulari, cercando al massimo di adattarli alle esigenze del diritto romano. Quindi il diritto

romano veniva applicato solo là dove c’erano uomini che lo conoscevano; ma in Oriente, questo accadeva solo nel tribunale del

governatore. Un esempio abbastanza noto è quello del campo delle obbligazioni, dove il diritto romano non conosceva il concetto della

libertà contrattuale, ma ammetteva solo alcuni tipi di contratto, come la stipulatio, che consisteva in uno scambio orale di domanda e

risposta tra le parti. Essa aveva carattere formale, perciò poteva essere applicata alla compravendita, alla donazione, ecc. della

stipulatio, i notai ellenistici, capirono solo che qualsiasi negozio era valido se c’era stato uno scambio di domanda e risposta tra le parti.

Nelle province, però, operarono dei giuristi romani, che, con ogni probabilità, svolgevano la loro attività solo in quei luoghi ove trovava

applicazione il diritto romano, come il tribunale del governatore. Solo quando sorsero scuole giuridiche locali, in cui si insegnava il diritto

romano, questo iniziò a trovare applicazione concreta. Comunque, molto più facile fu il processo di romanizzazione in Occidente, dove i

romani non trovarono alcuna resistenza significativa, anzi il latino diventò la lingua ufficiale di tutta la parte occidentale dell’impero, di

conseguenza il diritto romano riuscì ad attecchire più in profondità rispetto alla parte orientale dell’impero.

§ 3) L’antico ius civile si fondava sulle legge delle XII Tavole, sulla loro interpretazione e sulle leggi popolari ad esse posteriori. Le

innovazioni alle leggi del tempo furono minime, quelle più significative si ebbero nell’ultima epoca repubblicana, sotto la guida dei

magistrati giurisdizionali: in Roma dai due pretori incaricati dell’amministrazione della giustizia civile. Le nuove norme scaturite

dall’attività giurisdizionale di questi magistrati si contrapposero come diritto magistratuale (ius honorarium) allo ius civile. La maggior

parte del diritto onorario valeva anche per i rapporti con gli stranieri, ed era quindi contemporaneamente anche ius gentium. Si hanno

così due concetti, lo ius civile e lo ius honorarium, che si intersecavano. Il primo atteneva alla sfera personale di applicabilità delle

norme giuridiche, il secondo alla fonte da cui esse scaturivano. La giurisdizione magistratuale rappresentò l’elemento dominante nello

sviluppo giuridico romano. Poi comparvero altri elementi che la soppiantarono. Uno di questi fu la legislazione imperiale, che in un primo

momento fu camuffata, poi uscì allo scoperto e si assunse da sola il compito dello sviluppo del diritto romano. L’azione di tutti questi

fattori si riflette sulla struttura stessa dell’ordinamento giuridico romano. Dal momento in cui la giurisdizione magistratuale divenne il

principale modo di formazione del diritto, il diritto romano si trasformò in un complesso di strati giuridici diversi, ciascuno con

caratteristiche più o meno spiccate. Quando la giurisprudenza classica iniziò la sua opera, trovò uno ius honorarium libero, progredito e

in continua evoluzione e uno ius civile rigoroso e rigido nei suoi fondamenti. Essi si contrapponevano come nel diritto inglese, dove il

common law si contrappone alla equità, che scaturisce dalla prassi della corte del Cancelliere. Quando, nel corso del III sec. d.C., ci fu il

tracollo culturale, le due masse giuridiche confluirono in un unico diritto giurisprudenziale: ius civile e ius honorarium erano concetti

ormai scomparsi, e ciò che ora si vedeva era il prodotto della loro elaborazione da parte dei giuristi classici. Intanto si era formato un

terzo strato, il diritto imperiale. Se in quel tempo esso non poteva essere rappresentato con chiarezza, nel periodo tardo si trasformò in

un complesso unitario di norme con caratteristiche proprie, in contrapposizione con il diritto giurisprudenziale. Il coesistere di strati

giuridici diversi, strettamente collegati fra loro, ma conservando una struttura propria, era il risultato di una crescita naturale. In breve il

diritto romano è un ordinamento giuridico dal carattere storico purché lo si prenda come realmente è stato. Se lo si analizza attraverso

la scienza moderna, in particolare la teoria tedesca del XIX sec., si riflette ben poco della struttura tipica dell’antico diritto romano. 13

CAP. 6) La giurisdizione civile e il diritto magistratuale

§ 1) I supremi magistrati, i consoli, a partire dalle leges Liciniae Sextiae non esercitarono più la giurisdizione, ma la lasciarono al

pretore. Durante la repubblica e il principato, la pretura era dunque la magistratura giurisdizionale vera e propria. A parte la speciale

competenza degli edili curuli nelle liti di mercato, ad essa toccava tutta l’amministrazione della giustizia sia civile che penale, a Roma e

nell’Italia romana. C’erano però degli organi giudiziari ausiliari che servivano ad alleggerire il lavoro del pretore. Il tribunale di polizia dei

tresviri capitales, ad esempio, sbrigava gran parte dei processi criminali che si svolgevano a Roma. Dal 242 a.C. questi compiti furono

ripartiti tra due pretori: il praetor urbanus, a cui era affidata la giurisdizione tra cittadini romani e il praetor peregrinus competente per i

processi fra stranieri o fra stranieri e cittadini romani. Un aumento del numero dei magistrati si ebbe solo quando ai pretori prima

impiegati come governatori delle province fu affidata la presidenza dei tribunali giurati (quaestiones). A partire dal quel momento la

competenza del pretore urbano e del pretore pellegrino di limitò essenzialmente all’amministrazione della giustizia civile. Nelle province

era il governatore, o come suo rappresentante il questore, che esercitava la giurisdizione sia civile che criminale tra cittadini romani, o

anche tra peregrini.

§ 2) I romani designarono con l’espressione ius dicere, e col termine iurisdictio che da essa deriva,l’attività del magistrato

giurisdizionale, il quale non emanava di persona la sentenza, ma aveva semplicemente il compito di condurre o introdurre il processo.

Erano i giurati a pronunciare la sentenza. La più antica forma di tribunale romano fu costituita probabilmente da un collegio di giurati,

presieduto dallo stesso magistrato o da un suo rappresentante. Questa forma di tribunale si è conservata fino all’età del principato, nel

processo penale. Ma anche in quello privato esisteva una corte giurata di questo tipo: era il tribunale dei 100 uomini (centumviri). Ma

nella tarda repubblica la maggior parte dei processi civili non si svolgeva più dinanzi ai centumviri, ma davanti a singoli giudici e, in

alcuni casi davanti ad arbitri o dai cosiddetti recuperatores, i quali senza la guida di un magistrato. Quest’ultimo aveva solo il compito di

dirigere un procedimento introduttivo rispetto al processo vero e proprio , in cui doveva decidere se ammettere o no l’azione e nominare

il giudice dinanzi a cui si sarebbe decisa la lite. La netta divisione del processo in due fasi: una introduttiva alla presenza del magistrato

e l’altra vera e propria in cui si trattava la lite dinanzi al giudice, si affermò come una caratteristica particolare del processo civile

romano. I giudici e gli arbitri che il magistrato designava in iure a decidere la lite erano dei privati, i quali dovevano pronunciare la

sentenza solo in quel determinato processo per cui erano stati nominati. Non si trattava di semplici arbitri dal momento che, pur

essendo proposti dalle parti, erano investiti del loro incarico dal magistrato. In questo senso il potere giurisdizionale del magistrato

costituiva la base anche del procedimento apud iudicem, cioè il vero e proprio processo: esso conferiva alla sentenza del giudice

l’autorità statale. Tale processo fu dominato dal rigido formalismo delle legis actiones e le parti dovevano dichiarare davanti al

magistrato le ragioni in conflitto, secondo formulari ancorati alle leggi delle XII Tavole. Tutto questo cambiò quando apparve un’altra

forma di procedimento in iure, in cui le parti svolgevano un dibattito libero dinanzi al magistrato. Nella nuova procedura le parti potevano

far valere anche pretese ed eccezioni che non erano comprese in nessuno dei pochi formulari delle legis actiones; ed anche il

magistrato non era più vincolato ed era in grado di fondare la sua decisione circa la nomina di un giudice su un oggettiva valutazione

delle ragioni addotte dalle parti. In tal modo il magistrato, pur continuando a svolgere una funzione preparatoria del processo, venne ad

occupare di fatto una posizione chiave nel corso dell’intero procedimento. Al termine della fase in iure il magistrato emanava oralmente

il decreto riguardante la concessione di un giudice e il compito di condannare il convenuto se si verificavano certi presupposti o di

assolverlo. Era poi compito delle parti fissare in un documento il testo del decreto magistratuale. A tale scopo esse chiamano dei

testimoni , i quali dovevano poi garantire con il loro sigillo le scritture preparate dalle parti. Proprio in base a questa chiamata di

testimoni, tutta la fase conclusiva del procedimento in iure prese il nome di litis contestatio (attestazione della lite). Grazie a Gaio, il

giurista del II sec. d.C. , possiamo conoscere la storia del processo civile romano e cogliere la caratteristica di questo, cioè litigare

mediante formule processuali. Rifacendosi a lui la scienza moderna parla di processo formulare, che introdusse lo sganciamento della

fase in iure dai formulari orali, fondati sulle legis actiones. Tale processo si estese anche ai contratti non formali di compravendita, di

locazione di cose o di opera o di servizi, di società e di mandato, i quali nella procedura delle legis actiones non potevano trovare tutela.

Quando, nel III o agli inizi del II secolo a.C. , si avvertì l’esigenza di riconoscere forza obbligatoria a questi contratti, si affermò una

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nuova procedura: il pretore concedeva uno iudicium con una formula che autorizzava il giudice a giudicare non secondo il diritto

legislativo, ma secondo il principio della buona fede contrattuale. Il principio della buona fede era solo uno dei tanti mezzi per

approntare una formula, dei quali il pretore si serviva per estendere la tutela giuridica oltre la cerchia dei rapporti riconosciuti dallo ius

civile. A volte, egli applicava proprio il diritto civile a quelle fattispecie che non rientravano in esso. Quindi ordinava al giudice di

procedere come se ci fossero i presupposti dell’azione civile, che in realtà mancavano. I tal modo le azioni penali di furto o di

danneggiamento furono estese anche agli stranieri che avessero commesso un furto o l’avessero subito. Il praetor peregrinus,

competente per questi casi, concedeva e ordinava al giudice di decidere come se entrambe le parti possedessero la cittadinanza

romana. Prima che venisse creata questa formula processuale lo straniero che avesse comme3sso un furto era esposto alla reazione

incontrollata del cittadino derubato, mentre lo straniero derubato si trovava senza protezione. In presenza di una formula così costruita,

il giudice non doveva più esaminare la pretese dell’attore in base ai principi dello ius civile o secondo il metro della buona fede, ma

doveva semplicemente indagare se i presupposti di fatto della condanna corrispondessero a verità. In questi casi era il magistrato

stesso che decideva sulla questione di diritto, cioè sulla questione se e con quali presupposti la pretesa dell’attore meritasse tutela

giuridica. Alla fine, la procedura formulare s’impose anche nell’ambito dei rapporti contemplati dall’antico diritto civile. La riforma

giudiziaria di Augusto segnò la vittoria definitiva del processo formulare sulle legis actiones; le formule orali di queste leggi furono

impiegate solo in casi eccezionali, in particolare nel procedimento dinanzi al tribunale dei centumviri. L’estensione del processo

formulare alla sfera dei rapporti dell’antico diritto civile ebbe come conseguenza che l’attività innovatrice dei magistrati giurisdizionali si

fece sentire anche in questo campo. Eventuali obiezioni del convenuto, di cui nella procedura delle legis actiones non si poteva tenere

conto, venivano ora considerate includendo nella formula processuale una eccezione. Contro le decisioni del magistrato giurisdizionale

non c’era altro mezzo che l’intercessio di un altro magistrato di rango uguale o superiore, o dei tribuni della plebe, la cui funzione

principale era appunto quella di difendere il cittadino dalle ingiustizie. L’intercessione doveva essere dichiarata sul momento,

personalmente al magistrato contro il cui decreto essa si dirigeva. Perciò la parte che si sentiva trattata in modo ingiusto, soleva

chiamare in aiuto un tribuno della plebe. L’intercessio aveva luogo dopo un esame delle circostanze, nel quale anche il magistrato

giusdicente aveva l’opportunità di esporre i motivi della propria decisione. Essa aveva l’effetto di rendere invalido il decreto; ma nessuno

poteva costringere il magistrato a prendere un’altra decisione al posto di quella annullata. Chi volesse raggiungere tale scopo doveva

tentare la sorte con un altro magistrato competente, e col successore di colui al quale si era rivolto senza successo.

§ 3) Gli editti erano annunzi magistratuali che potevano avere un contenuto ed una portata diversi: alcuni erano comunicazioni o

ordinanze del tutto occasionali, la cui efficacia cessava con il venir meno del motivo che le aveva provocate; altri erano proclami che

rimanevano in vigore per tutto il periodo di carica del magistrato edicente. A questo secondo gruppo cioè agli editti di durata annuale

(edita perpetua), appartenevano anche gli editti giurisdizionali: infatti i pretori, gli edili, i governatori delle province, e molto

probabilmente anche i questori aggregati a questi ultimi, all’inizio del loro anno di carica erano soliti esporre pubblicamente, su una

tavola di legno imbiancato, i principi a cui pensavano di attenersi nella loro attività giurisdizionale e i formulari su cui intendevano

basarsi nella concessione delle formule processuali. Il magistrato, a partire da una lex Cornelia del 67 a.C. , fu vincolato al proprio

editto. Tuttavia anche dopo questa legge egli conservò la facoltà di concedere caso per caso nuovi rimedi giuridici che non fossero

ancora previsti nell’editto. Il magistrato appena entrato in carica prendeva come modello, l’editto del suo predecessore, apportandovi

solo delle modifiche e delle aggiunte che riteneva necessarie. In tal modo si formò un nucleo fisso di norme edittali, che veniva

ripubblicato anno per anno. Col tempo gli editti divennero un immagine abbastanza completa della pratica giurisdizionale, una

codificazione del diritto onorario che aveva rispetto ad un codice il vantaggio di essere capace di ulteriore sviluppo, appunto per il fatto,

che ogni anno il magistrato in carica aveva la possibilità di eliminare dall’editto quanto vi era di antiquato e di introdurvi nuovi rimedi

giuridici, che poi potevano diventare elementi fissi dell’editto stesso. Salvio Giuliano, uno dei giuristi romani più grandi, ebbe da Adriano

l’incarico di provvedere ad una redazione definitiva; questa fu poi ratificata da un senatoconsulto, e da quel momento avrebbe potuto

essere modificata solo dal principe. La giurisdizione dei magistrati perse così il suo valore creativo e lo sviluppo del diritto romano

rimase affidato alla giurisprudenza e alla legislazione imperiale. Negli editti c’era, inoltre, un certo numero di ordini e di divieti del

magistrato che servivano al mantenimento della pace giuridica e dell’ordine pubblico; infine essi contenevano le formule delle

exceptiones e i formulari dei contratti che dovevano o potevano essere conclusi tra le parti nel corso del processo. A parte ciò, la nostra

conoscenza degli editti giurisdizionali è assai lacunosa. Solo l’editto del praetor urbanus ci è noto con una certa precisione, attraverso i

lunghi frammenti dei commentari all’editto composti dai giuristi dell’età imperiale e conservati nel Digesto giustinianeo. 15

§ 4) Lo ius honorarium si distingueva dallo ius civile delle XII Tavole per la sua veste processuale: diritti ed obblighi vi appaiono

sempre nella forma di possibilità di agire o di sollevare eccezioni e di altri rimedi processuali. In linea generale, il diritto onorario non

costituiva una massa giuridica separata dal diritto civile. Al contrario, esso si riallacciava direttamente a norme civilistiche integrandole,

limitandole, estendendole o trasformandole. Solo eccezionalmente diritto civile e diritto onorario si trovavano in contrapposizione, come

nel campo della proprietà e del diritto ereditario. Qui si arrivò ad una duplicazione dei concetti: alla proprietà di diritto civile, si

contrappose l’appartenenza al patrimonio del diritto onorario; all’eredità riconosciuta dal primo, il possesso dei beni del defunto

concesso dal secondo. Così, a Roma, la proprietà di una stessa cosa può spettare a due persone differenti, secondo che si abbia

riguardo all’uno o all’altro ordinamento.

CAP. 7) La scienza giuridica e il diritto giurisprudenziale

§ 1) La storia della giurisprudenza romana comincia con i pontifices, il collegio sacerdotale che fu un fattore importante per lo sviluppo

del diritto delle XII Tavole. I pontifices ebbero il controllo non solo delle regole riguardanti i rapporti della comunità con gli dei, ma anche

delle formule valide per i rapporti fra i membri della comunità stessa. Secondo la prospettiva arcaica, tanto nella preghiera agli dei

quanto nei rapporti giuridici fra gli uomini, ciò che solo importava era l’impiego delle parole esatte: solo chi conosceva la formula giusta

era in grado di invocare efficacemente la divinità, di vincolare o sciogliere da un legame un individuo. Il sapere dei pontifices era

segreto: il tesoro di formule che si conservava nell’archivio del collegio fu per molto tempo accessibile solo ai suoi membri.

Successivamente, però, le raccolte di formule dell’archivio pontificale furono pubblicate ed alcuni membri del collegio iniziarono a dare i

loro pareri giuridici pubblicamente, cioè davanti a tutti. Ciò ruppe il monopolio dei pontifices e si aprì la via allo sviluppo di una

giurisprudenza libera. I rappresentanti di tale giurisprudenza si dedicavano principalmente a dare pareri su questioni di diritto. Essi

svolgevano questa attività gratuitamente; infatti la giurisprudenza non diventò mai una professione esercitata al fine di guadagnarsi il

pane: essa rimase un’attività riservata a persone abbienti ed influenti. Ciò che dalla sua attività il giureconsulto si attendeva non era la

ricchezza, ma la crescita del proprio prestigio sociale, che gli avrebbe garantito una brillante carriera politica. Tra coloro che si

rivolgevano al giureconsulto non c’erano solo i privati, ma anche gli organi preposti all’amministrazione della giustizia, cioè i magistrati

giusdicenti e i giurati investiti della decisione della lite. Gli uni e gli altri erano costretti a ricorrere ai giuristi, dal momento che le

conoscenze giuridiche di cui disponevano erano molto scarse. Dare responsi corrispondeva alla principale attività del giurista, anche se

si aggiungevano anche le altre forme di attività giurisprudenziale, compresa quella particolare funzione che consisteva nel comporre i

formulari negoziali e processuali. Formulari di questo genere riguardavano la compravendita e la locazione di opere e servizi, che sono

stati conservati in un libro sulla coltivazione dei campi il cui autore, Catone il vecchio, fu celebrato dai posteri non solo come grande

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statista ma anche come eminente conoscitore del diritto. All’attività di consulenza del giurista romano era strettamente connesso

l’insegnamento del diritto. Certamente nell’epoca più antica esso aveva ancora il carattere di un’istruzione pratica: il giurista era

circondato da discepoli, i quali ascoltavano i suoi pareri.

§ 2) La giurisprudenza conservò la sua indole, che le derivava dalla tradizione del collegio pontificale, anche quando Roma cadde sotto

l’influsso dello spirito greco. La filosofia e la retorica greche diventarono elementi costitutivi della cultura romana, anche se esse non

intaccarono in modo significativo il campo del diritto. La giurisprudenza romana continuò ad essere un qualcosa di specificatamente

romano. Tuttavia è fuor di dubbio che il pensiero greco e i suoi metodi abbiano influito in vario modo sul dispiegarsi della

giurisprudenza. Però, solo nel breve manuale elementare scritto da Gaio intorno alla metà del II sec. d.C. ,troviamo un’articolazione

sistematica che fu certamente suggerita dall’esempio di opere greche. Ai giuristi era certamente familiare la teoria del diritto naturale

che Cicerone aveva introdotta nella letteratura romana e che risaliva ad Aristotele. E’ probabile che questa teoria abbia influito sulla

creazione dello ius gentium, e che si debba proprio ad essa se si parlava talvolta di possesso meramente naturale o di obbligazione

meramente naturale. Ma la dottrina del diritto naturale compare in modo esplicito solo con i giuristi della fine del II e degli inizi del III sec.

d.C. ; e anche qui essa non è altro che un rapido preambolo. Alquanto più profondo fu l’influsso esercitato dalle concezioni fisiche dei

filosofi greci sulla dottrina dei giuristi romani riguardo all’identità e alla trasformazione delle cose. Su questo punto si impiegarono i

concetti greci per risolvere problemi giuridici concreti, in particolare per decidere a chi, nel caso di accessione o commistione di cose

appartenenti a diversi proprietari, spettasse la proprietà sul prodotto dell’accessione. In effetti, si presume che i giuristi tardo-

repubblicani abbiano appreso dai greci l’arte dell’argomentazione dialettica. Questa tesi appare corretta se si tiene conto

dell’importanza fondamentale che ha avuto il modello greco in quasi tutti gli altri campi della vita culturale romana. Ma dimostrarla in

modo inconfutabile è impossibile, soprattutto perché sappiamo troppo poco dei giuristi più antichi. Come hanno mostrato indagini

recenti, i giuristi romani non hanno mai seguito, nell’interpretazione di leggi e negozi giuridici, una dottrina unitaria. Essi hanno adottato

sempre metodi diversi, alcuni dei quali risalivano ad un’antica tradizione della loro disciplina. Ciò vale, ad esempio, per la tecnica di

ampliare o restringere il campo di applicazione di norme legislative attribuendo al legislatore un uso linguistico che si discostava da

quello normale accanto a questa tecnica incontriamo anche la netta contrapposizione fra testo e significato di una legge.

Nell’interpretazione dei negozi giuridici furono mantenuti gli antichi rigidi principi; questo valse soprattutto per i negozi formali, mentre

per i rapporti giuridici non formali, governati dal principio della buona fede, fu seguita un’interpretazione più libera. Nell’ultimo sec. della

repubblica, cambia la fisionomia sociale della giurisprudenza: l’aristocrazia senatoria passa in secondo piano; la maggior parte dei

giuristi proviene dall’ordine equestre e molti vi rimangono per tutta la vita, segno che l’attività di consulenza giuridica, non offre più

vantaggi per la carriera politica. Inoltre, molti giuristi di quest’epoca non sono neppure romani per nascita, ma provengono da piccole

città italiche, che in parte erano state accolte nella cittadinanza romana solo alla fine della guerra sociale. I due maggiori giuristi del

tempo provenivano, però, da antiche famiglie della nobiltà romana e arrivarono fino al consolato. Entrambi appartengono all’epoca in cui

a Roma opera l’influsso della cultura greca. Il più anziano è Mucio Scevola, che sarebbe stato il primo ad ordinare il diritto per generi,

nel senso che egli attuò una sistemazione completa del diritto. Egli, cioè, amava distinguere diversi tipi di rapporti giuridici dallo stesso

nome; per esempio, 5 tipi di tutela e almeno 3 tipi di possesso. In questo si può vedere la sua conoscenza della dottrina greca. Nella

causa ereditaria di Manio Curio egli sostenne tuttavia il punto di vista della stretta interpretazione letterale contro le argomentazioni del

rettore. La sua esposizione dello ius civile rimase per lungo tempo il trattato fondamentale per questa parte dell’ordinamento giuridico,

ed era ancora commentata intorno alla metà del II sec. d.C. Servio Sulpicio Rufo, coetaneo e amico di Cicerone, proveniva da una

famiglia patrizia, che aveva già da tempo persa la sua importanza politica. Egli ricevette a Rodi una solida preparazione nella retorica

greca alla scuola di Apollonio-Molone, e in un primo tempo esercitò l’oratoria forense. Solo più tardi si dedicò alla giurisprudenza. Tra i

suoi maestri c’era anche Aquilio Gallo, noto tra l’altro come l’artefice dei rimedi giuridici contro il comportamento malizioso o contrario

alla buona fede. Se si deve credere a Cicerone, egli fu il primo che introdusse nella giurisprudenza il metodo scientifico. Degno di nota è

un commento all’editto pretorio da lui scritto e che ha segnato l’inizio all’interesse della letteratura giuridica per lo ius honorarium. Già un

suo allievo, Ofilio, uno di quei giuristi che rimasero sempre nell’ordine equestre, scrisse sull’editto un’opera più estesa. Da quel

momento lo ius honorarium divenne per i giuristi romani un campo di lavoro altrettanto importante quanto lo ius civile. Ofilio e gli altri

discepoli di Servio appartengono ad una generazione di giuristi la cui attività si svolse negli anni tra la fine della Repubblica e il

Principato augusteo. Essi segnarono il passaggio dalla giurisprudenza repubblicana al periodo classico della giurisprudenza romana.

§ 3) Il periodo di massimo splendore della giurisprudenza romana corrisponde al II sec. d.C. , in una fase della storia romana in cui

l’impero, pur godendo di un alto grado di benessere materiale, la vita intellettuale presentava in quasi tutti i campi sintomi di

invecchiamento. Nel complesso, appare chiaro che la giurisprudenza fu favorita dal principato. Già Augusto si sforzò di ottenere la

collaborazione dei magistrati giuristi dell’epoca, ma egli non fu ricambiato da quelli che nutrivano sentimenti repubblicani. Per esempio,

pare che Cascellio, il quale già si era messo in luce sfavorevolmente per il suo ostruzionismo giuridico e per la sua lingua tagliente,

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rifiutasse il consolato offertogli da Augusto. Labeone, il più grande giurista contemporaneo, si irrigidì per tutta la vita in un’opposizione

abbastanza scoperta. Tuttavia Trebazio Testa, che era stato molto vicino a Cesare, lo ritroviamo come consigliere di Augusto in una

decisione di grande importanza politico-giuridica. Tra i più giovani fu il rivale di Labeone, Ateio Capitone, che si mise a disposizione del

nuovo regime. Dl resto, si deve ad Augusto un provvedimento che instaurò per lungo tempo un legame tra il principe e i giuristi,

influendo in maniera decisiva sul carattere della giurisprudenza classica. Un’interpretazione rigorosa di un passo citato di Pomponio

induce alla conclusione che l’attività consultiva pubblica doveva essere riservata solo ai giuristi autorizzati dal principe. Dallo stesso

passo di Pomponio apprendiamo che il famoso Masurio Sabino fu il primo giurista dell’ordine equestre che ottenne lo ius respondendi.

Da ciò dobbiamo desumere che Augusto permise l’esercizio dell’attività respondente solo ai senatori. Ma anche più tardi sembra che la

concessione dello ius respondendi a persone di rango equestre rappresentasse un caso abbastanza eccezionale. La stragrande

maggioranza dei giuristi, infatti, appartenne al ceto senatorio, anche se nell’ultimo secolo della Repubblica, aveva perso gran parte del

suo predominio nel campo della giurisprudenza a vantaggio dei cavalieri. Ciò ha determinato, però, un fatto negativo, messo in

evidenza da Cicerone quando si lamentava del fatto che l’ampliarsi della giurisprudenza al di là della cerchia senatoria aveva chiamato

alla ribalta molti incompetenti, molti arrivisti e ciarlatani, i quali con la loro attività di respondenti e di consulenti delle parti avevano

portato solo disordine nella pratica giuridica. Augusto cercò di porre rimedio a questi danni, dando a un ristretto numero di giuristi la

facoltà esclusiva di esercitare pubblicamente la pratica del responso e di influire in modo determinante sui tribunali. La limitazione dello

ius respondendi a una ristretta cerchia di insigni giuristi assicurò a questi consulenti autorizzati un’influenza straordinaria. Lo ius

respondendi non rimase l’unico legame tra l’imperatore e la giurisprudenza. A partire dalla fine del I sec. d.C. , troviamo numerosi

giuristi di rango senatorio in posti direttivi dell’amministrazione imperiale. Alcuni esempi possono mostrare quanto fosse ampia e varia la

sfera d’azione che si veniva aprendo in questo campo. Prisco, uno dei giuristi più importanti tra la fine del I e l’inizio del II sec.,

comandò, al servizio dell’imperatore, due legioni, occupò il posto di legato giurisdizionale in Britannia e quello di governatore nella

Germania superiore e in Siria. La carriera del celebre Salvio Giuliano non è da meno. Tra i giuristi della fine del II e dell’inizio del III,

quasi tutti appartenenti all’ordine equestre, incontriamo Carvidio Scevola e Modestino nell’ufficio di capo della polizia di Roma, Emilio

Papiniano, Giulio Paolo e Ulpiano nella carica di prefetto della guardia, la più alta ed influente tra quelle riservate ai cavalieri e che a

quell’epoca includeva già tra i suoi compiti, oltre al comando militare, le funzioni di consigliere giuridico del principe e di giudice

superiore. I giuristi, quindi, della fine del II e inizio del III sec. hanno avuto un ruolo di primo piano tra i consiglieri dell’imperatore. A

partire da Antonino Pio esistettero addirittura posti di consigliere stabili e remunerati, i quali venivano affidati a giuristi di rango equestre.

Per quanto riguarda la produzione letteraria dei giuristi classici, il primo posto è da attribuire alle grandi raccolte di pareri dati dai giuristi

forniti dello ius respondendi (Responsa, Digesto) e le opere affini di carattere casistica; vengono poi i commenti allo ius civile e agli editti

dei magistrati giurisdizionali. Minore importanza hanno le monografie. Tutte queste opere sono essenzialmente di natura pratica, nate

dalla prassi e scritte per la prassi: non si deve cercare in esse una trattazione teorica dell’ordinamento giuridico, né sistematica. Solo nei

manuali per principianti (Istitutiones) e in opere elementari affini, si trovano spunti teorici: libri che nel quadro complessivo della

letteratura giuridica classica, hanno un posto abbastanza modesto. In quest’arte i giuristi classici sono rimasti insuperati. Essi

maneggiavano con straordinaria sicurezza i metodi della deduzione logica, la tecnica dei formulari processuali e i complicati

meccanismi giuridici che derivavano dalla coesistenza di istituti vecchi e nuovi, civili e onorari, elastici o rigidi, evitando sempre le

espressioni moralistiche e in generale tutto ciò che poteva risuonare vuoto e superfluo. Il metodo di lavoro della giurisprudenza romana

non lasciava spazio al dispiegarsi delle caratteristiche individuali. Tutti i giuristi classici applicavano più o meno gli stessi metodi,

avevano lo stesso stile di pensiero, differenziandosi, così, solo per la qualità della loro opera . anche la lingua presenta un carattere

molto unitario distaccandosi nettamente dalla varietà di temperamenti e di mode stilistiche che distingue la letteratura non giuridica della

stessa epoca. Anche ad un conoscitore esperto riuscirebbe, quindi, difficile datare con una certa precisione un frammento della

letteratura giuridica classica. Perciò si tende a suddividere il periodo classico in varie fasi:il periodo protoclassico, che va da Augusto

fino a quasi alla fine della dinastia flavia; il periodo medio-classico, che va da Nerva a Marco Aurelio; ed infine il periodo di tarda

fioritura, che coincide con la dinastia dei severi.

 Periodo protoclassico: caratteristico in questo periodo è il rapporto tra la giurisprudenza e il principato: un rapporto

assicurato solo dallo ius respondendi. Il giurista qui continua ad essere un privato e la sua scienza una nobile passione al

servizio del ben comune. Anche al punto di vista del metodo non si possono scorgere differenze sostanziali rispetto all’età

tardo-repubblicana; si potrebbe dire più che altro che nel primo periodo classico è ancora vivo l’influsso della scienza greca.

Proprio all’inizio del periodo, incontriamo una delle figure più significative della giurisprudenza romana: Labeone, il quale ci ha

lasciato numerose opere, attraverso le quali ha esercitato un influsso profondo e duraturo come forse nessun altro. Ciò vale

principalmente per i suoi commentari agli editti del pretore urbano e del pretore peregrino, le cui tracce si incontrano

numerose ancora nei commentari tardo-classici. Al contrario, il suo rivale Capitone non fu molto fecondo dal punto di vista

letterario. Alla rivalità tra Labeone e Capitone si riallaccia il sorgere di due diverse scuole giuridiche. I seguaci della prima

scuola furono chiamati Sabiniani, dal nome del giurista Masurio Sabino; l’altra scuola è quella dei Proculiani, dal nome di

Proculo. Queste due scuole non erano degli istituti didattici, ma piuttosto delle associazioni di giuristi e di aspiranti giuristi,

ognuna delle quali coltivava una determinata tradizione dottrinale. Esse avevano una certa organizzazione, che si avvicinava

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Romano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia Giuridica Romana, Kunkel. Gli argomenti trattati sono: la città-stato come punto iniziale dello sviluppo giuridico romano, lo Ius civile dell’età più antica, l’età delle grandi conquiste e l’impero universale dalla metà del III sec. a.C. alla metà del III sec. d.C., il diritto penale e il dominio di Roma antica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 1999-2000

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Sanguinetti Andrea.

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