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ipotesi di possesso bonae fidei e ex iusta causa”. in questo modo si aggira 1ostacolo, il

fatto che di possessio pro suo si parla in alcuni testi che sembrano accettare la

possibilità del titolo putativo.

2.Possessio ed usucapio pro suo: Ner. D 41.10.5; Pomp. D.41.10.3.

Partiamo dai testi in materia di possessio ed usucapio pro suo per verificare se questa

costruzione permetta di individuare una possessio bonae fidei ad usucapionem, che in

alcuni casi prescindeva dalla nozione di iusta causa, quale è stata generalizzata dai

compilatori giustinianei e dalla dottrina moderna. Il testo più significativo è 1

frammento di Nerazio, 1 dei passi di interpretazione più controversa in tutta la dottrina

romanistica:

D. 41.10.5 Ner.: l’usucapione ha luogo altresì x altre cause- e talvolta x le cose che

possediamo credendo siano nostre-allo scopo che abbiano termine le liti. 1. Ma taluno

acquisterà x usucapione ciò che egli aveva posseduto credendo di esserne il

proprietario, sebbene questa convinzione sia falsa, purché peraltro la probabilità del

suo errore giustifichi l’usucapione; come per esempio se io possiedo qualche cosa che

possa credere essere stata acquistata da 1 mio servo o da 1 servo di colui al quale io

sono succeduto come erede, sebbene questo sia 1 errore, perché l’ignoranza di 1 fatto

altrui è scusabile.

Il testo, tradizionalmente visto come l’affermazione rimasta poi minoritaria nella

giurisprudenza classica del titolo putativo, in realtà attiene più al problema della

buona fede che a quello del titolo. La ricostruzione del pensiero di Nerazio più fedele al

testo sembra quella di Mayer-Maly. Questi vede nella 1° parte 1 chiaro rif. alla primitiva

usucapio in favore del possessore che riteneva di possedere cosa sua (ci si riferisce

all’usus decemvirale collegato alla mancipatio e che salvaguardava l’accipiente di

buona fede a non domino). La parte successiva attiene all’existimatio del possessore

in cui si riassume il concetto di buonafede e nella quale va ricompresa, secondo

Nerazio, l’ipotesi in cui taluno, errando sul fatto altrui, stimi di possedere come

proprietario. Il problema va quindi visto in connessione con la teoria del tolerabilis

error ai fini della buona fede e non come affermazione generica del titolo putativo.

Secondo Mayer-Maly il rif. iniziale alle aliae causae sarebbe da intendersi come relativo

all’usucapio pro herede ed alle receptiones. In questo modo l’affermazione di Nerazio

sarebbe dello stesso ordine di idee di Gaio: Gai 2.43: ci compete l’usucapione anche di

quelle cose che ci furono consegnate da 1 non proprietario, siano esse mancipi siano

non mancipi, purché le abbiamo ricevute in buona fede, credendo che chi le

consegnava fosse proprietario.

Tutto l’andamento del testo di Nerazio mostra lo sforzo di individuare, sia pure dando x

presupposta la regola generale che l’usucapio procede ove vi sia 1 iusta causa, la

rilevanza di 1 falsa existimatio del possessore, tipizzando i casi in cui essa non si

debba considerare preclusiva dell’usucapio. I principi che s’invocano sono quelli

generali in materia di errore, x cui l’errore di fatto, ove non sia dovuto ad inescusabile

trascuratezza, non deve portare pregiudizio a chi vi sia incorso: questo principio si

tipizza nell’affermazione più specifica “in alieni facti ignorantia tolerabilis error est”,

che è 1 criterio usato spesso x delimitare il campo dell’error scusabile. 17

Se si tiene presente la concretezza di questa impostazione, emerge quanto sia

falsante 1 prospettiva in cui si voglia ricondurre ogni soluzione ad 1 unico dogma

concettuale: necessità di 1 iusta causa, se non effettiva almeno putativa. Per i giuristi

romani, posta la regola generale che l’usucapio procede sulla base di 1 iusta causa, cio

non escluse che si possa ammettere il procedere dell’usucapio anche

indipendentemente da essa.

Tornando al passo di Nerazio, occorre fare 1 precisazione: benché il frammento sia

inserito dai compilatori giustinianei nel titolo pro suo, nel testo non si dice

espressamente che l’usucapio che procede solo sulla base di 1 convincimento

giustificabile del possessore che ritiene che la cosa gli appartenga sia da considerarsi

fondata su 1 possessio pro suo. Tuttavia ciò si deduce dal confronto con 1 testo di

Pomponio che riferisce il pensiero di Nerazio:

D. 41.10.3 Pomp.: mi hai consegnato 1 schiavo, ritenendo di essermi debitore da

stipulazione: se io avessi saputo che tu non mi eri debitore, non lo avrei usucapito; ma

se non lo so, è più esatto che io lo usucapisca, perché la consegna fatta x una causa,

che io credevo vera, basta a far sì che ciò che mi è stato consegnato io lo possieda

come mio (pro meo): così scrisse Nerazio e io ritengo esatto.

In questo passo si chiarisce ancora meglio l’articolazione del pensiero di Nerazio,

seguito da Pomponio. Nel frammento 5 Nerazio faceva rif. alla possessio pro suo come

situazione possessoria fondata solo su 1 convincimento soggettivo del possessore, che

tuttavia in quanto giustificato era rilevante sul piano oggettivo, quale fondamento

dell’usucapio. La situazione si tipizza nel framm. 3 in 1 immissione nel possesso

conseguente a traditio “ ex causa quam veram esse existimo”; l’existimatio dominii è

anche in questo caso legittimata dall’errore altrui, il tradente che si crede falsamente

debitore, ma il fondamento dell’usucapio sta in 1 elemento del tutto obiettivato:

immissione nel possesso in seguito a traditio, che è sufficiente di x sé a che si

configuri la possessio pro suo.

3.La possessio pro suo: Paul. D.41.10.2; Ulp. D.41.10.1; i limiti all’usucapio pro suo:

Pomp. D 41.10.4.

Spostiamo l’attenzione sulla definizione di possessio pro suo. Il caso più ovvio di

possessio pro suo, in contrapposizione alla possessio alieno nomine, s’individua nella

possessio di quelle cose che si acquistano come proprie, direttamente, a titolo

originario.

D. 41.10.2 Paul.: vi è una specie di possesso che si chiama “pro suo”; in questo modo

infatti possediamo tutte le cose che prendiamo in mare, in terra e in cielo o che x

alluvione dei fiumi diventano nostre; così pure possediamo ciò che è nato dalle cose

possedute in nome altrui, come il parto della serva ereditaria o comprata, che

possediamo con nostro: similmente il frutto della cosa comprata o donata o che è

stata ritrovata nell’eredità.

Possiede pro suo colui che acquista e possiede semplicemente in base ad 1 suo

rapporto con la cosa, e ad 1 situazione di fatto che implichi 1 acquisto diretto, non

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giustificato dunque da 1 precedente rapporto. Questa nozione non è in contraddizione

con quanto affermato da Ulpiano:

D. 41.10.1 Ulp.: il possesso “pro suo” è questo: quando riteniamo di acquistare la

proprietà, possediamo x 1 causa idonea a trasferirla e inoltre pro suo; come x esempio

a titolo di compravendita io possiedo pro emptore e pro suo; analogamente la cosa

donata o legata, io la possiedo pro donato o pro legato e anche pro suo.

Risulta chiara l’accezione di possessio pro suo utilizzata anche da Nerazio: possiede

pro suo colui che possiede con la convinzione di aver acquistato la proprietà della

cosa; così colui che ha acquistato in buona fede ex causa emptionis, possiede in buona

fede in base a questa causa ma nel contempo proprio perché è in buona fede possiede

anche pro suo. Quindi la possessio pro suo non può in nessun caso intendersi come 1

iusta causa usucapionis: si tratta solo di 1 tipo di possesso in cui essendovi la

convinzione dovuta a buona fede di essere proprietario può cmq seguire l’usucapio.

Il limite dell’usucapio x possessio pro suo è innanzitutto la possessio vi, clam, precario:

D. 41.10.4 Pomp.: se comperasti in buona fede 1 schiava furtiva, la quale abbia

concepito e partorito mentre era presso di te, possedendola così durante il tempo

richiesto x l’usucapione, ma in questo intervallo hai saputo che la madre di quel parto

è furtiva, Trebazio pensa che ciò che hai così posseduto sia stato in ogni caso da te

acquistato x usucapione. Io credo invece che si debba fare una distinzione: se durante

il tempo dell’usucapione hai ignorato a chi la schiava appartenesse o se lo hai saputo,

ma senza poterne avvertire il proprietario, oppure se lo hai potuto e l’hai fatto, tu hai

acquistato x usucapione. Se poi sapendolo e potendolo non hai avvertito il

proprietario, non hai acquistato x usucapione, perché il tuo possesso sarebbe stato

clandestino, e non si può possedere una cosa pro suo clandestinamente. 1. Se 1 padre

divise con i figli i beni che aveva, e a tale titolo essi li detennero dopo la morte del

padre, avendo convenuto che quella divisione fosse valida, a loro vantaggio si compirà

l’usucapione pro suo relativamente a quei beni compresi nel patrimonio paterno e non

appartenenti al padre. 2. Si decide che ciò che non è stato legato, ma è stato

consegnato x errore dall’erede, sia usucapito dal legatario, poiché egli lo possiede pro

suo.

Il testo attiene ai limiti della buona fede ai fini della possibilità di ammettere 1

possessio pro suo cui possa seguire l’usucapione. Pomponio si muove nella stessa

ottica di Nerazio, attribuendo rilevanza di errore tollerabile, che quindi come tale non

esclude la possessio pro suo, e di conseguenza l’usucapione, ai casi in cui non vi sia

negligenza da parte del proprietario ma errore e inattività altrui. Nella prima parte del

testo si delinea la fattispecie di chi possiede 1 nato da 1 schiava di cui inizialmente

ignorava la furtività, che invece gli è divenuta nota prima del compiersi

dell’usucapione. Secondo Trebazio, poiché evidentemente vi è la buona fede iniziale, si

compie cmq l’usucapio. Pomponio invece ritiene di dover distinguere le ipotesi in cui il

possessore, essendo venuto a conoscenza della furtività della madre, o non sa chi è il

padrone effettivo o non riesce ad accertarlo o riesce cmq ad accertarlo ma il dominus

non interviene. In tutte queste ipotesi il comportamento del possessore pone in essere

1 possessio nec vi nec clam nec precario, x cui possiede legittimamente pro suo e di

conseguenza potrà usucapire. Viceversa se il possessore è in grado di accertare chi è il

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proprietario ma non lo fa, possiede clam e perciò si esclude la possessio pro suo. La

possessio pro suo idonea all’usucapione non solo comporta secondo Pomponio la

buona fede, ma anche 1 sorta di diligenza del possessore. Per questo motivo la

possessio pro suo non è esclusa nell’ipotesi che proceda in seguito ad errore altrui,

come aveva sostenuto Nerazio: secondo questo criterio vengono risolti i casi

prospettati al paragrafo 1 e 2 dello stesso frammento; nel primo si tratta dell’errore di

1 pater familias che divide tra i figli dei beni, alcuni dei quali sono alieni: i figli

possiedono ignorando questo errore e in buona fede usucapiscono pro suo. Lo stesso

avviene nel caso in cui 1 legatario usucapisce pro suo anche ciò che non era stato

effettivamente legato, ma era stato tradito x errore dall’erede.

In nessun caso il possesso pro suo è considerato come 1 possesso ex iusta causa, né

la denominazione pro suo indica 1 titolo dell’usucapio. Tutte le ipotesi esaminate dai

giuristi sono relative a 1 possesso di buona fede, in cui la buona fede s’identifica con

la convinzione di essere proprietari, o corrispondente al vero, o giustificata da 1 errore

dovuto alla negligenza di terzi, ed è come tale scusabile.

•A Pomponio si attribuisce tradizionalmente l’affermazione del titolo putativo.

4.“Iusta causa” e buona fede in relazione ad alcuni casi specifici di usucapio: Paul. D

41.4.2; D 41.3.48; Ulp. D 41.9.1.2.

Verifichiamo fino a che punto le soluzioni pratiche prospettate da Nerazio e Pomponio

siano in contrasto con le affermazioni di altri giuristi. Paolo sembrerebbe a prima vista

1 assertore della necessità della iusta causa effettiva, con la conseguente negazione

del titolo putativo.

D. 41.8.2 Paolo: se possiedo 1 cosa, che ritenevo essermi stata lasciata in legato,

mentre non lo era, non usucapirò pro legato.

D. 41.4.2 Paolo: possiede pro emptore colui che ha effettivamente comprato 1 cosa,

né è sufficiente ritenere di possedere pro emptore, ma vi deve anche sussistere la

causa della compravendita. Se tuttavia ritenendo di esserti debitore, ho consegnato 1

cosa a te che ignoravi la circostanza, tu acquisterai x usucapione. Perché allora, anche

se io, ritenendo di averti venduto 1 bene, te ne faccio la consegna, non usucapirai?

Naturalmente perché negli altri contratti è sufficiente guardare al tempo della

consegna – cosicché quando mi faccio consapevolmente promettere 1 cosa altrui, la

usucapisco, se nel momento in cui mi viene consegnata, ritengo che sia di chi mela

consegna- mentre nella compravendita bisogna guardare anche al momento in cui si

conclude il contratto: perciò è necessario che il compratore abbia comprato la cosa in

buona fede e abbia acquistato il possesso in buona fede. 16. Se comprerò da 1 folle,

che ritengo sano di mente, risulta che potrò usucapire x il principio di utilità, sebbene

non vi sia stata alcuna compravendita e perciò non avrò né l’azione x l’evizione, né

l’azione Publiciana e neanche la possibilità di sommare il possesso.

Il passo va confrontato con:

D. 41.3.48 Paolo: se, ritenendo di esserti debitore, ti faccio la consegna di 1 cosa,

l’usucapione si compie, solo se anche tu ritenga che la cosa ti sia dovuta.

Diversamente se ritengo di essere tenuto in base a 1 compravendita e perciò faccio la

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consegna: qui infatti se la compravendita non è avvenuta, l’usucapione pro emptore

non ha luogo. La causa della diversità sta in ciò, che negli altri contratti si guarda al

tempo dell’adempimento, e non fa differenza se quando concludo 1 stipulazione io

sappia o meno che la cosa che mi faccio promettere sia altrui, essendo sufficiente che,

quando tu adempi, io ritenga che la cosa sia tua; nella compravendita invece si guarda

sia il tempo della conclusione del contratto sia il tempo dell’adempimento, né può

usucapire pro emptore chi non compra, e neanche pro soluto, come negli altri

contratti.

Negli ultimi 2 frammenti si delinea 1 diversa interpretazione del requisito della buona

fede in relazione alla causa emptionis e alle traditiones che seguano altre cause. La

causa emptionis si differenzia dalle altre ipotesi di acquisto in base a traditio ex iusta

causa x il fatto che la buona fede deve sussistere anche al momento della

compravendita e non solo al momento della traditio. La causa emptionis si riconosce

come valida solo se vi è la buona fede del compratore già al momento della

conclusione del contratto. Viene invece accettata la stessa soluzione di Pomponio

relativa alla traditio fatta in adempimento di 1 stipulatio: anche se vi era conoscenza

che il promittente prometteva cosa altrui, purché vi sia la buona fede al momento

della traditio, l’usucapione può procedere. Sembra invece contrastante la soluzione di

Paolo rispetto all’usucapione pro legato, ma si deve supporre che mentre il caso

ipotizzato da Pomponio era 1 caso di legato x damnationem, nel passo di Paolo si

tratta di 1 legato x vindicationem, in cui il legato è l’unica cosa che può giustificare

l’apprensione come dominus.

Anche se le soluzioni di Pomponio e Paolo sembrano coincidere nel merito, x arrivarvi

seguono principi differenti: 1) Pomponio si rifaceva ai principi di Nerazio con rif

all’existimatio del possessore, collegando la possibilità di usucapire ad 1 usucapio pro

suo; basandosi sulla buona fede al momento dell’acquisto del possesso,

indipendentemente dalla considerazione della iusta causa. 2) Paolo, x ammettere la

possibilità di usucapire anche quando la traditio sia stata compiuta in conseguenza di

1 causa debendi esistente solo nella existimatio delle parti, ricorre alla creazione di 1

ulteriore titolo, il pro soluto: egli ritiene che x configurarsi una traditio ex iusta causa

dalla quale possa discendere 1 usucapio titolata, come richiesto dall’editto relativo alla

Publiciana, sia sufficiente che la volontà delle parti converga sull’elemento minimo

costituito dal fatto che uno ritiene di tradere in adempimento di 1 obbligazione

preesistente, l’altro ritiene di riceve x lo stesso motivo, anche se vi è convergenza solo

sull’elemento “adempimento” e non sul negozio da cui questo deriva.

Più vicino all’ottica di Nerazio e Pomponio sembra essere Ulpiano:

D. 41.1.9.2 Ulp.: per prima cosa vediamo quando si può usucapire pro dote, se dopo il

tempo delle nozze o anche prima. È 1 questione dibattuta se il fidanzato possa

usucapire pro dote. Giuliano dice che se la fidanzata trasferì al fidanzato 1 cosa, con

l’intenzione che costui ne diventasse proprietario solo a seguito delle nozze,

l’usucapione non si compie: ma se ciò non fu reso palese al momento dell’atto, x

Giuliano bisogna credere che le cose diventino immediatamente del fidanzato e, se

sono altrui, possono essere usucapite; soluzione che a me sembra più probabile. Prima

delle nozze infatti il fidanzato non usucapisce pro dote ma pro suo. 21

Anche Ulpiano ha ben chiara la distinzione tra possessio ex iusta causa e possessio pro

suo. La fattispecie è chiara: se la sposa compie la traditio di beni dotali con

l’intenzione che questi non diventino del marito prima del matrimonio, e lo sposo è a

conoscenza di questa condizione, l’usucapio pro dote potrà decorrere solo dal

momento delle nozze. Ma se lo sposo non è al corrente di questa intenzione della

sposa, che non risulta evidente dall’atto della traditio, può usucapire in quanto in

buona fede pro suo, indipendentemente dal titolo, che in questo caso non esiste

validamente.

5.La discussione tra i giuristi: Ulp. Celso D. 41.3.27; Afr. D.41.4.11; Proc. D.23.3.67.

Di difficile interpretazione è il frammento in cui Ulpiano riferisce il pensiero di Celso:

D. 41.3.27 Ulp.: Celso dice che errano coloro i quali ritengono che chi abbia conseguito

il possesso in buona fede di 1 cosa, possa usucapirla, senza che abbia alcun rilievo se

costui abbia o meno comprato, abbia o meno donato, essendo sufficiente la

convinzione di aver comprato o di aver ricevuto in donazione per Celso non vi può

essere usucapione né pro legato né pro donato né pro dote, se non vi è alcuna

donazione, alcuna costituzione di dote, alcun legato. E lo stesso risulta nella stima

della lite, ove non può usucapire chi non subì effettivamente la stima della lite.

Il testo è stato interpretato come la testimonianza di 1 netta polemica tra Celso e

Narazio circa la rilevanza del titolo putativo. Celso sembra negare l’opinione secondo

cui chiunque acquisti il possesso in buona fede possa usucapire pro suo

indipendentemente dall’esistenza del titolo. 1 affermazione così generale non sarebbe

stata condivisa da Nerazio il quale si limitava ad ipotizzare questa possibilità x alcuni

casi in cui vi fosse 1 tolerabilis error dovuto al comportamento di 1 terzo, che

compisse 1 traditio in base ad 1 iusta causa non effettivamente esistente o valida; il

passo di Nerazio si rif. a 1 emptio che erroneamente si ritiene compiuta da 1 servo,

che non implica il venir meno della buona fede del compratore sia al momento

dell’emptio sia al momento della traditio; ed è probabile che proprio a questa ipotesi

fosse relativo tutto il passo, che perde dunque la sua portata generale. Nel passo di

Pomponio invece si fa rif. all’ipotesi di 1 traditio compiuta in base all’erronea credenza

sia da parte del tradente sia dell’accipiente dell’esistenza di 1 debito derivante da

stipulatio. Paolo esclude la possibilità di usucapire solo nell’ipotesi in cui il compratore

al momento della compravendita fosse consapevole dell’alienità della res. Nello stesso

ordine di idee si muove Giuliano:

D. 41.4.11 Afr.: ciò che si tramanda comunemente- non può usucapire pro emptore chi

ritiene di aver comprato, senza averlo fatto-dice Giuliano essere vero, nella misura in

cui il compratore non abbia alcuna giusta causa del proprio errore: infatti se il servo o

il procuratore, al quale fu dato il mandato di comprare, persuase il mandante di aver

comprato e gli consegnò il bene, è più giusto, che l’usucapione abbia luogo.

Il caso è analogo a quello ipotizzato da Nerazio in D. 41.10.5.1 e la soluzione di

Giuliano, riferita da Africano, sembra conforme allo stesso criterio della scusabilità

dell’errore. Nel testo non si precisa se l’usucapio procede anche x Giuliano sulla base

della possessio pro suo, ma la conclusione non può che essere questa. 22

Se questo è l’orientamento di tutta la giurisprudenza classica, appare possibile

interpretare il pensiero di Celso in 1 senso più restrittivo. Il ragionamento di Celso

potrebbe essere questo: sbaglierebbe chi affermasse genericamente che chiunque

acquisti il possesso in buona fede può cmq usucapire pro suo, indipendentemente

dalla validità del titolo, infatti non si può usucapire né pro dote, né pro legato, né pro

donato se è nulla la dote, il legato o la donazione. Questi dovevano essere i casi più

discussi, data l’espressa estensione successiva al caso di litis aestimatio; ed

altrettanto significativa potrebbe essere l’esclusione del titolo pro emptore.

Emerge una controversia tra Celso e Giuliano sull’usucapio pro dote: il passo di Celso

riportato da Ulpiano doveva essere relativo specificamente a questa questione. Si

spiega così il tono polemico di Celso nel negare che qualunque possesso di buona fede

potesse portare all’usucapio.

In ogni caso le discussioni fra i giuristi dovevano vertere non tanto sulla possibilità di

usucapire pro dote, pro donato, pro legato, ove non esistessero i presupposti validi

della donazione, della dote, del legato, quanto sulla possibilità che in questi casi si

usucapisse senza titolo, pro suo. Ne fa fede 1 altro testo molto discusso, in cui si

ritiene che Proculo ammettesse il titolo putativo:

D. 23.3.67 Proc.: la schiava che si sposò e che trasferì del denaro al marito a titolo di

dote, sia che sappia di essere schiava, sia che lo ignori, non potrà rendere il marito

proprietario di tale denaro, che resterà perciò in proprietà di chi lo aveva prima che

fosse trasferito al marito, a meno che non sia stato usucapito. Né dopo che la schiava

sia stata liberata dall’uomo che l’aveva in sposa, potrà mutare la sorte di quel denaro:

e pertanto, neppure in seguito a divorzio, il marito potrà ripetere il denaro x diritto di

dote o attraverso la “condictio”, ma solo chi è proprietario può legettimamente

rivendicare il denaro. Ma se il marito usucapirà quel denaro possedendolo pro suo,

ovviamente poiché riteneva che la donna fosse libera, ritengo più corretto che egli se

ne sia appropriato.

Il possesso di buona fede del marito, x cui si esclude il titolo pro dote, è 1 possesso pro

suo, sufficiente in quanto tale all’usucapione: anche in questo caso l’usucapione viene

fatta dipendere dalla scusabilità dell’errore.

6.L’usucapio pro suo nei casi di possesso di buona fede non derivante da 1 “iusta

causa”.

La denominazione pro suo non indica 1 titolo dell’usucapio ma 1 qualifica della

possessio considerata idonea a produrla: possidere pro suo indica, secondo la

definizione di Nerazio, il possesso di colui che “cum suum esse existimaret,

possederit”. Si tratta puramente e semplicemente del possesso di chi possiede una

cosa che ritiene gli appartenga. la rilevanza della possessio pro suo sta nel fatto che si

prescinde dalla iusta causa nella considerazione obiettiva della situazione possessoria

e sotto questo profilo viene in considerazione come ipotesi di possessio ad

usucapionem nonostante la nullità o l’inesistenza della causa. Non sembra che in

questa ipotesi il problema possa essere impostato dando rilevanza al titolo putativo:

significherebbe incentrare il discorso tutto sulla iusta causa, se putativa o meno;

mentre il problema della possessio pro suo come possessio ad usucapionem è sulla

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buona fede, in assenza di causa del possesso. A differenza che nella iusta causa, nella

possessio pro suo non si ha riguardo al rapp intercorrente tra le parti, ma si ha

riguardo unicamente alla situazione possessoria di x sé, nella sua obiettività, che,

considerata pur sempre meritevole di riconoscimento da parte dell’ordinamento, può

portare all’acquisto della proprietà mediante usucapio, se non disturbata dal

proprietario. I casi che rientrano in questa categoria non possono essere tipizzati, in

quanto spetta alla valutazione del singolo caso il riconoscimento di questa possibilità;

tuttavia i giuristi talvolta individuano dei criteri di riferimento, come quello del

tolerabilis error. La possessio pro suo, oltre che alla possessio pro alieno, viene

contrapposta alla possessio vi, clam e precario: una situazione possessoria

concretamente idonea all’usucapio non può consistere in 1 possessio viziosa. La

possessio pro suo ad usucapionem presuppone necessariamente la buona fede, che in

questo caso non è relativa alla validità del titolo, ma significa semplicemente

convinzione di essere proprietario, giustificata, se erronea, da errore scusabile.

Al fine della dimostrazione di questa tesi:

D. 41.3.4.22 Paolo: se tu mi avrai espulso dal possesso del fondo, senza prenderne

possesso, mentre sarà Tizio a immettersi nel possesso, il fondo potrà essere usucapito:

infatti, sebbene abbia luogo l’interdetto “unde vi”, essendo io stato scacciato con

violenza, non è però vero che il fondo sia stato posseduto con violenza.

il problema posto dal testo attiene alla questione della usucapibilità del fondo da cui il

dominus sia stato deiectus, che, se acquistato dal terzo, non è rispetto a questi vi

possessum. L’unico requisito che si pone è quello della vacua possessio, che peraltro

doveva essere accompagnata dalla buona fede (Gaio 2.51).

Se si dovesse ricercare 1 possibile titolo x il possesso ipotizzato da Gaio e Paolo, di

colui che in buona fede si immette nella vacua possessio, dovremmo ricorrere al titolo

pro derelicto, ma Giuliano esclude che si possa usucapire pro derelicto ciò che

derelitto non è stato (D. 41.7.6). Nel caso ipotizzato da Paolo non si potrebbe neanche

ricorrere alla spiegazione che la derelictio vi fosse stata, ma a non domino. Quindi

l’unica possessio in base alla quale si compie l’usucapione è la possessio pro suo, di

buona fede.

7.La possessio pro suo nel tempo necessarioall’usucapione non è tutelata dall’actio

Publiciana che fu introdotta a tutela delle “iustae causae” di acquisto della proprietà

mediante traditio di res mancipi o a non domino.

Si pone 1 ulteriore questione: se la possessio pro suo è semplicemente la possessio di

buona fede riconosciuta idonea all’usucapio anche se non giustificata da 1 iusta causa,

essa dà luogo all’actio Publiciana? Il problema è affrontato in 2 testi, contrastanti:

D. 6.2.7.2 Ulp.: Marcello, scrive che colui che il quale comprò da 1 folle, ignorando che

era folle, può usucapire: perciò avrà anche l’azione Publiciana.

D. 41.4.2.16 Paolo: se comprerò da 1 folle, che ritengo sano di mente, risulta che potrò

usucapire per il principio di utilità, sebbene non vi sia alcuna compravendita e perciò

non avrà né l’azione x l’evizione, né l’azione Publiciana. 24

La maggioranza dei giuristi ammette l’usucapione, nonostante l’emptio sia nulla

mancando la capacità di agire del furiosus. A ciò si aggiunge l’opinione unanime che

ove vi è possessio ad usucapionem vi è Publiciana. Ma non possiamo eliminare il

ragionamento di Paolo: se la compravendita è nulla non si può dare l’azione di evizione

e l’accessio possessionis a favore del compratore, né questo possiede pro emptore. Si

deve ritenere che sia logico anche escludere la Publiciana. Il compratore, in virtù della

sua buona fede, può usucapire pro suo, ma ne consegue che l’usucapio pro suo non è

tutelata dalla Publiciana. Solo i commissari giustinianei avrebbero generalizzato in tal

senso l’actio Publiciana.

8.“Causae possessionis” e “causae usucapionis”: Paul. D 41.2.3.21.

Questa ricostruzione non urta con l’affermazione generale di Gaio:

D.6.2.13 Gaio: quante sono le giuste cause di acquisto delle cose, se, avendole

conseguite in base a tali cause, ci sarà concessa x recuperarle questa azione.

Gaio non fa rif. alle iustae causae possessionis ma alle cause idonee all’acquisto della

proprietà e non vi è dubbio che, se sussistano validamente, si produce l’effetto della

concessione della Publiciana.

Questa osservazione ci porta sul terreno della ratio della concessione della Publiciana

e dei rapp tra l’editto relativo alla traditio ex iusta causa e la formula a difesa del

bonae fidei emptor. La fonte principale è costituita da

Gaio 4.36: si finge l’usucapione nell’azione che è chiamata Publiciana. Quest’azione è

concessa a colui che non ha ancora usucapito 1 cosa che gli è stata consegnata x 1

giusta causa e, avendone perso il possesso, la rivendica. Infatti dal momento che non

può affermare nell’intentio che “è sua in base al diritto dei Quiriti” si finge che abbia

usucapito la cosa e così formula la sua pretesa come se fosse divenuto dominus in

base al diritto dei Quiriti…

il testo delinea l’ambito di applicazione e i requisiti della Publiciana nell’ipotesi tipica

della traditio ex iusta causa di res mancipi. Ciò si integra con quanto Gaio espone:

2.43: ma ci compete l’usucapione anche di quelle cose, che ci furono consegnate da 1

non proprietario, siano esse mancipi siano non mancipi, purché le abbiamo ricevute in

buona fede, credendo che chi le consegnava fosse proprietario. 44. Il che sembra che

sia stato ammesso, affinché la proprietà delle cose rimanesse a lungo incerta, essendo

sufficiente al proprietario, x ricercare la cosa propria, il termine di 1 anno o di 2 anni,

che è il tempo attribuito al possessore x l’usucapione.

L’actio Publiciana non appare connessa a tutte le ipotesi in cui l’ordinamento

considera lecita l’usucapione, ma piuttosto appare come 1 rimedio speciale concesso

laddove vi siano determinati presupposti che conducano a considerare già

proprietario, sia pure solo nell’ordinamento pretorio, il possessore, in 1 caso anche

contro lo stesso dominus ex iure Quiritium, nell’altro con la sola esclusione di

quest’ultimo. 25

Il requisito minimo anche ai fini della Publiciana è che vi sia una possessio che può

portare all’usucapione, poiché se l’usucapio non può procedere x vizio del possesso,

ciò di x sé esclude la possibilità di fingere che l’usucapio sia compiuta.

Sotto questo profilo si analizza la causa possessionis:

D. 41.2.3.21 Paolo: i generi del possesso sono tanti, quante le cause d’acquisto di ciò

che è nostro, come pro emptore, pro donato, pro legato, pro dote, pro herede, pro

noxae deditio, pro suo, come x le cose, che prendiamo in terra, in mare o ai nemici, o

che noi stessi abbiamo prodotto. E in definitiva il genere del possesso e 1, infinite

invece le specie.

La possessio può essere qualificata dalla causa adquirendi al momento dell’immissione

nel possesso, ma ciò non incide sull’essenza del momento possessorio. La causa

possessionis può riferirsi a qualunque circostanza x cui il sogg si immetta nel possesso

con l’animus rem sibi habendi. La possessio pro suo non è altro che il caso

dell’acquisto diretto della cosa, indipendentemente da 1 qualche rapp intercorrente

con 1 precedente possessore. Il caso di acquisto di res nullius è l’ipotesi più evidente

di possessio pro suo, in cui normalmente l’adprehensio pro suo corrisponde

immediatamente all’acquisto della proprietà. Vediamo come si pone il problema in

caso di adprehensio di cosa derelitta: se la cosa è effettivamente pro derelicto habita

dal dominus, colui che compie l’adprehensio possiede contemporaneamente pro

derelicto, in quanto questo atto di disposizione del dominus ha reso possibile

l’acquisto della res quale res nullius, pro suo, in quanto ha acquistato la cosa in buona

fede come sua, e nel contempo è proprietario. se l’effettiva derelictio non vi è stata, il

possessore possiede pro suo, ma non acquista la proprietà perché la cosa non è

nullius, né possiede pro derelicto, in quanto la cosa non è pro derelicto habita.

9.“Causae possesionis” e “iustae causae traditionis”: Iul. D.41.1.36; Ulp. D.12.1.18: la

traditio ex iusta causa costituisce nella generalità dei casi la “iusta causa

usucapionis”, ed i suoi effetti traslativi vengono tutelati nel tempo necessario

all’acquisto con l’actio Publiciana.

Due tesi fondamentali si contrappongono sulla struttura causale della traditio:

1-TRADITIO COME NEGOZIO CAUSALE: ricostruzione sostenuta da Betti: “la tradizione

è 1 negozio causale nel senso che la causa è 1 momento organico della sua struttura

ed è quindi necessariamente contestuale al trasferimento della possessio. Ma in

quanto elemento necessario di questa, la causa è qualcosa di pensato e voluto

attualmente- come scopo pratico del negozio; e trattandosi di negozio bilaterale è 1

scopo che deve essere tenuto presente e voluto concordemente da entrambe le parti

all’atto stesso della tradizione”. Secondo Betti le parti devono essere d’accordo fra di

loro su 1 certo regolamento di interessi corrispondente “ad 1 tipo di rapp economico

sociale che il diritto stima idoneo a giustificare la perdita in capo all’una e il correlativo

acquisto in capo all’altra. Quello che conta non è 1 volontà delle parti che non dia

ragione di sé, ma l’istanza oggettiva del diritto”.

2-TRADITIO COME NEGOZIO ASTRATTO: secondo Voci la traditio è 1 negozio astratto e

la iusta causa, x quanto indubbiamente richiesta, non ha 1 valore causale in senso

26

moderno: “iusta causa traditionis è solo indizio esteriore che esista la volontà delle

parti diretta al trasferimento della proprietà. Il qualificare il negozio traditio astratto o

causale dipende essenzialmente dalla nozione di causa che si vuole assumere. I 2

autori si contrappongono non tanto sulla struttura concreta del negozio e sui suoi

effetti quanto piuttosto su 1 definizione astratta di iusta causa traditionis. È

affermazione chiara delle fonti giurisprudenziali che di x sé la traditio non

accompagnata da iusta causa non può trasferire il dominium:

D. 41.1.31 Paolo: mai la semplice consegna trasferisce la proprietà, ma solo se sia

stata preceduta da 1 compravendita o da 1 altra giusta causa, x la quale la consegna

viene effettuata.

L’affermazione è perfettamente rispondente a quanto prevedeva l’editto x concedere

la Publiciana (traditium ex iusta causa”. Sembra giusta l’analisi di Betti che collega gli

effetti della traditio non alla mera volontà delle parti, ma alla rilevanza che assume il

rapp che essi intendono attuare nell’ordinamento giuridico: la iusta causa è 1

elemento obiettivo, che qualifica il negozio reale attuato dalle parti.

Esistono 2 momenti negoziali , inscindibili x la mentalità moderna, ma

necessariamente distinti, e autonomi, x il giurista romano:

1)Iusta causa negoziale di tipo obbligatorio: funzione economico-sociale, come tale

giuridicamente rilevante, del passaggio di proprietà.

2)Tradizione: consegna materiale della cosa in base alla comune volontà di trasferirla

e di riceverla, con cui si attua la causa tipica, collegata dall’ordinamento a questo tipo

di negozio.

Ciò non significa però collegare gli effetti traslativi solo all’animus delle parti, come fa

Voci: avrebbe ragione di obiettare il Betti che quello che conta non è 1 volontà delle

parti che non dia ragione di sé, ma l’istanza oggettiva del diritto; ma questa istanza

oggettiva del diritto non la si ritrova solo nella tutela della iusta causa traditionis, ma

anche nella tutela della causa obiettiva della traditio, trasferimento della res; e se la

volontà delle parti concorra su questo elemento minimo, spetta all’ordinamento

ricollegarvi gli effetti tipici.

I giuristi romani si trovarono spesso di fronte al problema di conciliare la struttura del

negozio di cui la traditio costituiva adempimento con quella della traditio stessa.

Vediamo 2 testi, contrastanti:

D. 41.1.36 Iul.: quando siamo d’accordo sull’oggetto da trasferire, ma siamo in

disaccordo sulle cause del trasferimento, non capisco perché debba essere

considerato inefficace il trasferimento: come nel caso in cui io creda di essere

obbligato nei tuoi confronti in base al testamento a trasferirti il fondo, e tu invece

ritenga che esso sia dovuto in base a 1 stipulazione. Infatti, anche se ti avrò trasferito

1 somma di denaro a titolo di donazione, e tu la riceverai come data a credito, la

proprietà risulta a te trasferita, né è di impedimento il nostro dissenso relativo alla

causa della dazione e della ricezione. 27

D. 12.1.18 Ulp.: se io ti avrò dato del denaro x donartelo, tu lo avrai ricevuto come

dato a credito, Giuliano scrive che non vi è una donazione: ma se ci sia stato 1 mutuo,

bisogna vedere. E io ritengo che non vi sia neanche 1 mutuo, e per di più il denaro non

diventerà proprietà dell’accipiente, avendolo costui ricevuto con 1 altra idea. Perciò se

l’accipiente avrà speso il denaro, sebbene sia tenuto con la “condictio”, tuttavia potrà

utilizzare l’eccezione di dolo, dal momento che il denaro è stato speso secondo la

volontà di colui che lo ha dato. 1. Se io ti avrò dato del denaro x depositarlo, e tu

l’avrai ricevuto come dato a credito, non vi è né deposito né mutuo: analogamente, se

tu avrai dato il denaro a credito e io l’abbia ricevuto in comodato x esibirlo: ma in

entrambi i casi, speso il denaro, si farà luogo alla “condictio” senza l’eccezione di dolo.

Nei 2 frammenti si tratta 1 problema differente. Le 2 affermazioni di Giuliano non sono

affatto contraddittorie: il primo testo verte sull’efficacia traslativa della traditio e

mostra 1 concezione della iusta causa traditionis conforme alla necessità di

distinguere i 2 momenti causali, quello negoziale in senso stretto, quello traslativo

della traditio in quanto tale. La soluzione di Giuliano è conforme a quanto abbiamo

sostenuto: la traditio di x sé trasferisce la proprietà se la volontà delle parti si sia

incontrata su quell’elemento minimo, costituito dalla datio in senso tecnico. Su questo

terreno opera anche Paolo, il quale ricorre alla causa solutionis, che pur non essendo 1

causa negoziale in senso stretto, configura cmq nella traditio l’attuazione di 1 scopo

comune minimo riconosciuto sufficiente dall’ordinamento, in relazione al quale le parti

intendono realizzare il trasferimento. Tutto ciò non è in contrasto con l’altra

affermazione di Giuliano che, se 1 sogg consegni all’altro 1 somma di denaro come

donazione e l’accipiente la riceva a titolo di mutuo, non si configura una donazione,

mentre può essere dubbia la possibilità di configurarvi 1 muto; sembrerebbe che

applicando i principi seguiti da Giuliano sugli effetti della traditio si dovesse ritenere

che la proprietà del denaro rebbe passata, essendo sufficiente il convergere della

volontà delle parti sull’elemento minimo – trasferimento della res – che cmq avviene

anche nella dazione a mutuo. Invece in questo caso sarebbe stata negativa la

soluzione secondo i principi elaborati da Paolo, in quanto non si poteva applicare ad 1

acquisto come mutuo la causa solutionis. E sembrerebbe che questa sia anche la

soluzione (negativa) seguita da Ulpiano. Di x sé, nella generalità dei casi, la iusta

causa usucapionis non è altro che la traditio ex iusta causa di cui parla l’editto relativo

alla Publiciana; al di fuori di questa ipotesi, si possono configurare casi in cui non vi è 1

traditio, ma cmq l’immissione nel possesso è giustificata dalla particolare situazione

della res (derelictio) o casi in cui la traditio non è accompagnata da 1 iusta causa

perché le parti non erano d’accordo su di essa, o perché il negozio è nullo o perché

non poteva venire in essere, ma tuttavia la situazione del possessore è obiettivamente

giustificata dalle circostanze in cui egli ha acquistato tale possesso (pro suo e pro

soluto). La iusta causa tende progressivamente a fondersi con il negozio reale

(soprattutto nella compravendita) diventando elemento contestuale tutt’uno con la

causa di esso, e di conseguenza ad identificarsi con il titolo dell’usucapione. In questo

modo s’irrigidisce anche il principio della necessità di questo titolo: Ulpiano, Paolo,

Ermogeniano tendono ad escludere l’effetto traslativo della traditio e quindi anche

l’usucapio, ove manchi la causa o l’accordo su di essa. Paolo ricerca nell’accordo

almeno 1 elemento causale minimo, la datio solutionis causa. Ciò mostra il prevalere

28

dell’idea che la traditio deve necessariamente fondarsi su 1 causa che costituisce la

giustificazione economico-sociale del trasferimento del bene.

10. Osservazioni conclusive

I giuristi si trovarono di fronte a 1 serie di problemi pratici, in cui si trovano a dover

conciliare l’esigenza di tutelare l’accipiente di buona fede con quella che il trapasso

del dominio avvenga solo ove ne ricorrano i presupposti economico-sociali che lo

giustifichino obiettivamente nell’ambito dell’ordinamento giuridico. La iusta causa

tende progressivamente a spostarsi dall’ambito obbligatorio x diventare elemento

integrante del negozio di trasferimento, sino a far sì che i 2 momenti si

sovrappongano. Il giurista romano, di fronte a questi problemi, procedeva caso x caso,

valutando la struttura concreta delle varie situazioni. Non vi è dubbio che ove, x

difetto della causa, o mancato accordo su di essa, non si possa giustificare né il

passaggio immediato della proprietà né la tutela della Publiciana, la traditio trasferisca

x lo meno 1 iusta possessio, giustificata obiettivamente, x es in alcuni casi ove l’errore

dell’accipiente sia scusabile, dal convincimento di avere la proprietà, e che di x sé può

risultare idonea all’usucapio (D. 41.10.5; D. 41.10.3). L’acquisizione del possesso in

base ad 1 traditio che x vizio o nullità della causa non sia idonea a trasferire il

dominium, né a giustificare l’usucapio ex iusta causa, può porre tuttavia l’accipiente in

1 situazione possessoria analoga a quella di colui che acquista 1 res credendola nullius

in quanto abbandonata dal dominus: in entrambi i casi si acquista “quasi volente et

concedente domino”. Anche dove la traditio non spogli il dominus della proprietà, lo

spoglia sicuramente del possesso, e la cosa diventa perciò vacuae possessionis. La

iusta causa è la giustificazione economico-sociale, x l’ordinamento giuridico, del

passaggio di proprietà, sia che questo sia immediato, sia che sia necessario il

compimento dell’usucapione, che proprio sulla base della iusta causa sarà tutelato dal

magistrato. La traditio tuttavia, la sua struttura di trasferimento del possesso che

avviene con il concorso della volontà delle parti su questo elemento materiale e nello

stesso tempo causale, fa si che l’acquirente si imetta legittimamente nel possesso, se

non ex iusta causa, pro suo, in quanto legittimato a ritenere che la cosa gli

appartenga. Queste considerazioni portano ad escludere che la denominazione pro

suo possa indicare una iusta causa usucapionis e tanto meno che possa essere

utilizzata x indicare il titolo putativo. Possidere pro suo significa possedere con la

convinzione che la cosa ci appartenga, significa possessio bonae fidei, che nel

contempo sia anche iusta. CAPITOLO QUARTO

IL C.D. DUPLEX DOMINIUM E L’ACTIO PUBLICIANA

1.“Actio Publiciana”, “traditio di res mancipi” e “possessio bonae fidei”.

In 2 passi delle Istituzioni Gaio afferma che mentre 1 tempo la proprietà era unica, e

quindi si poteva solo essere o non essere dominus di 1 bene, nella sua epoca invece il

dominium poteva essere divisium o duplex: infatti poteva avvenire che 1 sogg fosse

dominus avendo il nudum ius Quiritium, mentre 1 altro sogg aveva la stessa cosa in

29

bonis. Ad es nel caso in cui 1 res mancipi fosse stata trasferita dal dominus con

semplice traditio: l’acquirente avrebbe avuto la cosa solo in bonis fino all’usucapio,

che lo faceva divenire dominus ex iure Quiritium.

Gaio 2.40: resta da avvertire che presso gli stranieri la proprietà è unica: infatti

ciascuno o è proprietario o non è considerato tale. Una volta anche il popolo romano

seguiva tale criterio: ciascuno infatti o era proprietario x il diritto dei Quiriti o non era

considerato tale. Ma poi la proprietà ammise 1 divisione, x cui uno può essere

proprietario x diritto dei Quiriti, 1 altro avere l’in bonis. 41. Infatti se una res mancipi

non te l’avrò trasferita con mancipatio o in iure cessio, sulla cosa tu hai l’in bonis, però

essa resterà mia x diritto dei Quiriti, finché tu con il possederla non la usucapisca:

soltanto ad usucapione compiuta la cosa comincia a essere tua di pieno diritto, cioè

sia in bonis sia x diritto dei Quiriti, come se fosse stata trasferita con mancipatio o in

iure cessio.

È facile il collegamento fra queste affermazioni e il regime creatosi in seguito

all’introduzione dell’actio Publiciana nell’editto del pretore. L’intentio della formula di

questa azione è riportata dallo stesso Gaio, nella struttura che trovava applicazione in

favore del compratore che avesse acquistato la res mancipi mediante semplice

traditio: Gaio 4.36. Nell’ipotesi in cui taluno, che non avesse ancora usucapito la res

che gli era stata tradita ex iusta causa, agisse x recuperarne il possesso, il giudice era

chiamato a giudicare come se il tempo necessario all’usucapione fosse già trascorso.

Essendo la fictio relativa solo al decorso del tempo, spettava cmq al giudice di

verificare gli altri requisiti necessari al compiersi dell’usucapio, la buona fede e il titolo.

L’accipiente era inoltre tutelato mediante 1 exceptio nei confronti del suo dante causa,

anche se questi era ancora dominus ex iure Quiritium.

La tutela del pretore si estendeva poi anche ai casi in cui 1 res mancipi o nec mancipi

fosse stata tradita ex iusta causa da colui che non era dominus ad 1 acquirente di

buona fede. La tutela del possessore di buona fede si arrestava solo di fronte ad 1

exceptio iusti dominii opposta dal dominus ex iure Quiritium estraneo al negozio di

trasferimento.

La dottrina romanistica non ha mai posto in discussione che i giuristi classici

conoscessero effettivamente 1 contrapposizione fra 2 tipi di proprietà, quella civile

cioè il dominium ex iure Quiritium e la proprietà bonitaria o pretoria, in seguito

dell’introduzione dell’actio Publiciana e delle altre azioni fittizie. Le divergenze sorgono

a proposito dell’estensione che nel diritto classico può essere riconosciuta alla

proprietà pretoria. Ad es l’Appleton identifica il dominio bonitario con ogni caso di

possessio bonae fidei acquistato ex iusta causa, quindi con tutti i casi in cui il

possessore è tutelato erga omnes con azioni fittizie. Bonfante invece segna la linea di

confine tra proprietà pretoria e possessio bonae fidei nella possibilità accordata al

possessore di recuperare la cosa anche presso lo stesso dominus ex iure Quiritium o di

opporre a quest’ultimo il titolo d’acquisto: solo in questo caso la difesa del proprietario

bonitario sarebbe 1 difesa assoluta, eguale a quella del dominus ex iure Quiritium, anzi

più forte nell’ipotesi di confronti fra i 2 titoli, mentre nel caso del possessore di buona

fede si avrebbe solo una tutela relativa, non erga omnes, in quanto non opponibile al

proprietario civile. Così parte della dottrina traferisce sulla proprietà pretoria il

30

requisito dell’assolutezza del dominio, sino a svuotare di contenuto la stessa nozione

di dominium ex iure Quiritium: ciò anche in seguito alla perdita di rilevanza della

distinzione tra res manici e nec mancipi, con la tendenza ad eliminare la differenza fra

i modi di trasferimento delle une e delle altre. Il culmine di questo processo si avrebbe

nell’età giustinianea, quando Giustiniano, eliminata la mancipatio, afferma anche

l’unità del dominium.

2.Il problema del rapporto fra legittimazione all’actio Publiciana e “in bonis habere”.

Se si prescinde dai testi gaiani, nessun giurista classico parla mai di duplex dominium;

né nelle fonti classiche emerge 1 significato unitario di “in bonis esse o habere”; essa

significa che 1 determinato bene è o può essere nella piena disponibilità patrimoniale

di 1 sogg, il che può avvenire o meno in coincidenza con la titolarità del dominio. Nei

testi in cui i giuristi classici esaminano l’ambito di applicazione dell’actio Publiciana o

delle altre azioni fittizie non si pone mai 1 rapp diretto fra la legittimazione all’actio e

la titolarità di 1 situazione in bonis. In D. 44.4.4.32 Ulp. Si afferma implicitamente che

il dominus nei cui confronti può essere esperita vittoriosamente l’actio Publiciana e al

quale può essere opposta l’exceptio rei venditae et traditae non ha più la cosa in

bonis, non ne ha più cioè la disponibilità patrimoniale. Quindi non s’intende negare che

in determinate situazioni concrete 1 sogg, pur non potendo essere qualificato dominus

ex iure Quiritium, potesse avere riguardo alla cosa 1 potere di disposizione e di tutela

nei confronti di terzi di tale ampiezza da porlo in 1 posizione equivalente a quella di 1

proprietario, né che l’effettivo proprietario divenisse rispetto alla cosa 1 nudus

dominus *. Ciò che invece desta problemi è l’interpretazione secondo cui i testi di

Gaio dimostrano che esistevano 2 distinte nozioni di dominium: quanto affermato

prima * è ben diverso dire che in certi casi esistono 2 proprietari del medesimo bene, 1

civile e 1 pretorio.

3.La compravendita consensuale e la tutela del compratore di buona fede.

La funzione e l’ambito di applicazione della Publiciana costituiscono la prova più

evidente del fatto che per i giuristi romani la concezione dell’appartenenza è univoca,

è 1 schema semplice che non ammette la coesistenza di 1 altro proprietario sullo

stesso bene. La Publiciana infatti è stata introdotta non a tutela di 1 proprietario

diverso dal proprietario ex iure Quiritium ma con la funzione di tutelare chi avesse

acquistato 1 bene con 1 negozio non idoneo di x sé a trasferire il dominium, finché non

fosse divenuto proprietario secondo il ius civile. Ulpiano precisa che dal momento in

cui l’acquirente avrà usucapito, dovrà agire con l’azione di revindica e non con la

Publiciana. Ciò significa che titolare del dominium è 1 solo e che se vi è sdoppiamento

tra ius civile e ius honorarium, questo riguarda non la titolarità della proprietà ma i

suoi modi di trasferimento e gli effetti dei negozi traslativi. Questa considerazione

acquista rilievo se si tiene conto dell’origine e della funzione della Publiciana in rapp

alla struttura della compravendita consensuale. La dottrina è concorde nel ritenere

che l’introduzione delle Publiciana abbia risposto alle esigenze emerse in seguito al

riconoscimento del contratto di compravendita consensuale, con effetti meramente

obbligatori. A differenza dell’antica mancipatio, compravendita reale, l’emptio venditio

non solo non trasferiva di x sé la proprietà ma non creava neanche necessariamente 1

obbligo del venditore in tal senso: unica obbligazione tipica era quella di porre la cosa

31

nella materiale diponibilità del compratore, cioè quella di compiere la traditio della

cosa e di garantirne la pacifica disponibilità. La compravendita consensuale romana

era irrimediabilmente “zoppa” (Arangio-Ruiz), in quanto la sua struttura non era di x

sé idonea a realizzare il suo scopo economico-sociale tipico, cioè l’efficace

trasferimento della cosa contro il pagamento del prezzo. I problemi pratici derivanti dal

riconoscimento di questo nuovo negozio erano duplici: 1)l’impossibilità in alcuni casi di

compiere la mancipatio faceva sì che l’acquirente di res mancipi si trovasse di fronte ai

terzi nella stessa posizione di 1 qualunque possessore di buona fede, nonostante il suo

possesso fosse titolato; 2)anche in caso di traditio di res nec mancipi, il principio della

tutela della fides su cui si imperniava il nuovo contratto rendeva necessario dare

protezione al compratore di buona fede, anche oltre gli effetti della traditio, che se

compiuta a non domino non poteva rendere proprietario l’acquirente.

4.L’editto publiciano fu introdotto a protezione della “causa emptionis” quale titolo

idoneo all’acquisto della proprietà.

Attraverso l’actio Publiciana i giuristi giungono ad avvicinare gli effetti della

compravendita consensuale obbligatoria agli effetti della compravendita reale,

creando 1 meccanismo che tiene conto 1) dell’esigenza di tutelare e garantire

l’acquisto del compratore nei confronti del venditore e di terzi; 2) della necessità di

contemperare il principio che non è valido l’atto di disposizione di 1 bene che non sia

compiuto x volontà del suo proprietario o con il suo assenso, con il principio che

chiede la tutela dell’affidamento del terzo incolpevole. Ciò si ottiene appunto

collegando gli effetti del negozio consensuale obbligatorio con gli effetti dell’atto di

trasferimento reale. L’azione non è volta a tutelare il possesso derivante dalla traditio

di x sé nel suo aspetto materiale di consegna della cosa, né è volta a tutelare in

assoluto e in ogni caso la buona fede di colui che acquista il possesso mediante

traditio, ma è volta a garantire il realizzarsi in concreto della causa adquirendi attuata

mediante la traditio.

La differenza sostanziale posta dai giuristi fra 1 situazione possessoria idonea a

portare all’usucapione ed 1 situazione in cui devono individuarsi i presupposti x la

concessione della Publiciana sta nel riconoscimento di 1 iusta causa effettiva non

dell’acquisto del possesso ma dell’acquisto della proprietà: mentre ai fini

dell’usucapione alcuni giuristi ammettono la sufficienza della buona fede e di 1

situazione oggettiva idonea di x sé a creare il convincimento della iusta possessio, ai

fini della Publiciana il titolo deve sempre esistere effettivamente, sia pure a non

domino. La Publiciana è concessa cioè esclusivamente a tutela della iusta causa

adquirendi dominii. La traditio effettuata sulla base di 1 iusta causa solo apparente

non può portare all’acquisto della proprietà e alla concessione della Publiciana, ma

può fondare 1 iusta possessio, giustificata obiettivamente dal solo convincimento di

avere acquistato la proprietà. Tale possesso pro suo, secondo alcuni giuristi e x alcuni

casi particolari, è idoneo a portare all’acquisto x usucapione (D.41.10.5, D.41.10.3).

5. Traditio ex causa emptionis, usucapio pro emptore e actio Publiciana: il

compratore di buona fede ha il diritto di usucapire purché in buona fede anche al

momento dell’acquisto del possesso. I giuristi romani richiedono ai fini della Publiciana

32

che il compratore fosse in buona fede sia al momento in cui ha compiuto la

compravendita, sia al momento in cui è stato immesso nel possesso del bene:

D. 6.2.7.17 Ulp.: Giuliano scrisse che la consegna della cosa comprata deve avvenire

in buona fede; e pertanto se 1 prende 1 cosa sapendo che è posseduta da altri, non

potrà esperire la Publiciana, poiché non potrà usucapire. Né qualcuno ritenga che noi

riteniamo sufficiente, affinché uno possa esperire la Publiciana, che abbia ignorato,

all’inizio della consegna, l’altruità della cosa, ma occorre che il compratore sia in

buona fede anche allora.

D. 41.3.10 Ulp.: se 1 cosa altrui è stata comprata in buona fede, si discute se affinché

si compia l’usucapione, richiediamo che il compratore sia in buona fede al momento

della compravendita, oppure al momento della consegna. Prevalse il parere di Sabino

e Cassio, secondo il quale si deve far riferimento al momento della consegna.

D. 41.3.48 Paolo: se, ritenendo di esserti debitore, ti faccio la consegna di 1 cosa,

l’usucapione si compie, solo se anche tu ritenga che la cosa ti sia dovuta.

Diversamente se ritengo di essere tenuto in base a 1 compravendita e perciò faccio la

consegna: qui infatti se la compravendita non è avvenuta, l’usucapione pro emptore

non ha luogo. La causa della diversità sta in ciò, che negli altri contratti si guarda al

tempo dell’adempimento, e non fa differenza se quando concludo 1 stipulazione io

sappia o meno che la cosa che mi faccio promettere sia altrui, essendo sufficiente che,

quando tu adempi, io ritenga che la cosa sia tua; nella compravendita invece si guarda

sia il tempo della conclusione del contratto sia il tempo dell’adempimento, né può

usucapire pro emptore chi non compra, e neanche pro soluto, come negli altri

contratti.

D. 41.4.2 Paolo: possiede pro emptore colui che ha effettivamente comprato 1 cosa,

né è sufficiente ritenere di possedere pro emptore, ma vi deve anche sussistere la

causa della compravendita. Se tuttavia ritenendo di esserti debitore, ho consegnato 1

cosa a te che ignoravi la circostanza, tu acquisterai x usucapione. Perché allora, anche

se io, ritenendo di averti venduto 1 bene, te ne faccio la consegna, non usucapirai?

Naturalmente perché negli altri contratti è sufficiente guardare al tempo della

consegna – cosicché quando mi faccio consapevolmente promettere 1 cosa altrui, la

usucapisco, se nel momento in cui mi viene consegnata, ritengo che sia di chi mela

consegna- mentre nella compravendita bisogna guardare anche al momento in cui si

conclude il contratto: perciò è necessario che il compratore abbia comprato la cosa in

buona fede e abbia acquistato il possesso in buona fede.

Ulpiano riporta il parere di Sabino, Cassio e Giuliano, sul momento in cui rileva la

buona fede ai fini della concessione della Publiciana e dell’usucapio.

Ulpiano in 1 passo affermava che il testo dell’editto richiedeva che la traditio fosse

intervenuta a seguito di 1 compravendita in cui il compratore fosse in buona fede.

Dunque non si dubitava che al momento della compravendita il compratore dovesse

essere in buona fede. Il problema posto da Sabino, Cassio e Giuliano era diverso: se la

traditio non era contestuale alla compravendita poteva avvenire che l’acquisto del

possesso non fosse in buona fede, in quanto nel frattempo il compratore aveva

appreso che la cosa non era nella disponibilità del venditore. Ed era prevalsa

33

l’opinione di Sabino, Cassio e Giuliano x cui la buona fede del compratore doveva

sussistere sia al momento del contratto di compravendita, perché in caso diverso non

vi sarebbe stata la iusta causa, sia al momento dell’inizio del possesso (ai fini della

possibilità del compiersi dell’usucapio).

Paolo offre la stessa soluzione, dando anche spiegazione del diverso rapporto che nella

compravendita intercorre tra traditio e contratto, rispetto agli altri negozi meramente

obbligatori: nella compravendita la traditio della res non può essere considerata pro

soluto, a differenza di quanto avviene x es nella traditio in adempimento di 1

stipulazione di dare; ne discende che la traditio collegata ad 1 compravendita non ha

alcuna autonomia causale a differenza della traditio-adempimento che Paolo ritiene

sufficiente a fondare l’usucapio.

Dunque il compratore ha il diritto di usucapire, cioè di acquistare la proprietà del bene

comprato, solo se in buona fede ha ritenuto che questa fosse la causa della sua

controprestazione e solo se con la stessa convinzione ha acquistato il possesso del

bene. Il concorrere di questi due elementi, iusta causa e acquisto del possesso in

buona fede, perfezionano la compravendita, nel senso che a partire da quel momento

l’ordinamento deve tutelare nei confronti di tutti i terzi il diritto del compratore ad

avere definitivamente la cosa.

6. L’opponibilità del titolo “ex causa emptionis” nell’acquisto a domino e

nell’acquisto a non domino: Ner. D.19.1.31.2; Ulp. D.6.2.9.4; Pomp. D.21.3.2; Ulp.

D.44.4.4.32.

La problematica affrontata dai giuristi classici in tema di effetti della compravendita

consensuale e dei suoi rapporti con l’actio Publiciana emerge con maggiore chiarezza

in una serie di testi in cui si tratta il caso di 1 doppia vendita dello stesso bene a

compratori diversi. La concezione x cui l’acquirente di buona fede, che acquisti anche

il possesso del bene mediante traditio, diviene titolare di 1 situazione giuridicamente

rilevante in quanto il suo titolo è opponibile erga omnes, pone la questione concreta

dei limiti di questa tutela, non solo nei confronti del dominus ex iure Quiritium, ma

anche di tutti gli altri terzi, che possono essere a loro volta acquirenti di buona fede. E

tale problema si pone in termini diversi a seconda che l’atto di trasmissione del bene

sia stato compiuto dal dominus o sia invece avvenuto a non domino.

D. 19.1.31.2 Ner.: entrambi comprammo la stessa cosa da chi non era proprietario, la

compravendita è stata conclusa senza dolo e la cosa è stata consegnata: sia che

comprammo entrambi dalla stessa persona sia da 2 venditori differenti, deve essere

tutelato quello di noi 2 che x primo ha acquistato il diritto sulla cosa, cioè colui al

quale la cosa è stata consegnata x primo. Ma se uno di noi l’avesse comprata a

domino, egli deve essere tutelato in ogni caso.

D. 6.2.9.4 Ulp.: se uno avrà venduto la stessa cosa separatamente a due compratori di

buona fede, vediamo debba essere preferito nell’esercizio della Publiciana, se quello a

cui x primo la cosa sia stata consegnata o quello che x primo l’ha comprata. Giuliano

scrisse che se due abbiano comprato dallo stesso non proprietario, sia preferito colui

34

al quale x primo la cosa è stata consegnata; se invece abbiano comprato da non

proprietari diversi, sia migliore la posizione di chi possiede rispetto a quella di chi

esperisce la Publiciana. Tale parere è corretto.

Nel caso dei 2 acquirenti entrambi a non domino le soluzioni di Nerazio e Giuliano

sembrano almeno in parte differenti.

1-Testo di Nerazio: secondo Nerazio se la medesima cosa viene venduta a non domino

e tradita a 2 diversi acquirenti di buona fede, prevale sempre colui al quale x primo è

stata fatta la traditio; ciò sia se entrambi hanno acquistato dallo stesso venditore, sia

se hanno acquistato da 2 venditori differenti, nessuno dei quali però era dominus. Se

invece uno dei 2 ha acquistato a non domino e l’altro a domino, deve prevalere

quest’ultimo, anche se la traditio è successiva. Anche se Nerazio non parla della

Publiciana ma è proprio la considerazione del regime di quest’azione che sta alla base

della sua soluzione. Posto che ai fini della Publiciana la fattispecie si perfeziona solo

con la traditio, da quel momento l’acquisto di colui al quale x primo si è fatta la traditio

sarà opponibile a tutti i terzi, compreso eventualmente colui che, pur avendo compiuto

prima il contratto di compravendita, solo successivamente abbia acquistato il

possesso del bene. Nel caso invece vi sia 1 acquirente a domino, il suo titolo prevale

sempre, anche se abbia acquistato il possesso in 1 momento successivo rispetto

all’acquirente di buona fede a non domino. Vediamo qual è la ratio della soluzione di

Nerazio: la tutela del titolo dell’acquirente di buona fede si ferma di fronte al dominus

ex iure Quiritium, rispetto al quale il contratto di compravendita è cmq res inter alios

acta; di conseguenza il titolo a non domino non può essere opposto neanche agli

aventi causa del dominus.

2-Testo di Ulpiano (ragionamento di Giuliano): il testo di Ulpiano prospetta il caso in cui

lo stesso non dominus venda separatamente la stessa cosa a 2 diversi compratori

entrambi in buona fede; il giurista si chiede se la Publiciana competa cmq a colui al

quale x primo è stata fatta la traditio, o se debba essere concessa in via prevalente a

colui che x primo ha compiuto la compravendita. Ma Giuliano (con cui Ulpiano

concorda) precisa che se i 2 compratori hanno acquistato da 2 diversi danti causa non

domini, prevale il possessore attuale su colui che esperisce la Publiciana, in quanto

può eccepire all’attore 1 titolo altrettanto forte. Quindi il ragionamento di Giuliano è

giustamente correttivo di quello di Nerazio, che non distingueva fra l’ipotesi di

acquisto dallo stesso non dominus e l’ipotesi di acquisto da diversi non domini.

Giuliano spinge il suo ragionamento oltre, fino a far prevalere l’acquisto a non domino

di 1 primo acquirente sull’acquisto da parte di 1 terzo dallo stesso venditore, divenuto

nel frattempo dominus. Questo parere di Giuliano è recepito sia da Pomponio che da

Ulpiano:

D. 21.3.2 Pomp.: se tu abbia comprato da Tizio il fondo, che era di Sempronio, e ti sia

stato consegnato e poi, una volta pagato il prezzo, Tizio sia divenuto erede di

Sempronio, ed abbia venduto lo stesso fondo a Mevio e glielo abbia consegnato,

Giuliano afferma che è più equo che il pretore tuteli te, perché, anche se lo stesso Tizio

avesse rivendicato il fondo contro di te, sarebbe stato respinto dall’eccezione, e se lo

stesso Tizio lo avesse posseduto, lo avresti potuto chiedere in giudizio con la

Publiciana. 35

D. 44.4.4.32 Ulp.: se hai comprato da Tizio il fondo che era di Sempronio ed esso ti sia

stato trasferito, dopo averne pagato il prezzo, poi Tizio divenne erede di Sempronio e

vendette lo stesso fondo a Mevio, trasferendoglielo, giuliano dice che è più equo che il

pretore tuteli te, perché se Tizio avesse rivendicato da te il fondo, sarebbe stato

respinto da 1 eccezione in factum o dall’eccezione di dolo e, se egli lo avesse

posseduto e tu avessi agito con la Publiciana, contro colui che eccepisce, avresti

utilizzato la replicatio; e x questo si deve intendere che egli abbia venduto

nuovamente il fondo, che non aveva in bonis.

Qui viene esplicato il meccanismo della tutela pretoria nei confronti del compratore di

buona fede, mediante la Publiciana, sia mediante le eccezioni e la repliche, nell’ipotesi

in cui il compratore di buona fede sia possessore attuale.

Caso: Caio compra da Tizio 1 fondo che era di Sempronio, il fondo viene tradito e il

prezzo pagato. Successivamente Tizio, divenuto proprietario in quanto erede di

Sempronio, vende lo stesso fondo a Mevio, immettendolo nel possesso. Quindi Caio ha

acquistato a non domino, mentre Mevio ha acquistato a domnìno. Tuttavia Giuliano

sostiene che il pretore deve dare prevalenza all’acquisto di Caio, dato che con la 2°

vendita Tizio ha trasferito 1 bene di cui non aveva più l’in bonis, poiché l’aveva già

venduto e trasferito prima. Quindi se Caio, non avendo più il possesso, intenta la

Publiciana verso Mevio, sarà vittorioso, poiché all’eccezione di Mevio circa la

provenienza del suo titolo a domino sarà opponibile la replicatio doli o in factum che

paralizza la pretesa del dante causa Tizio. Se Mevio esperisce la Publiciana nei

confronti di Caio possessore sarà opponibile a lui la stessa exceptio che sarebbe stata

opponibile a Tizio, suo dante causa, l’exceptio rei venditae et tradite.

Giuliano, ai fini dell’opponibilità del 1° acquisto (a non domino) a quello successivo (a

domino) richiede espressamente che il prezzo sia stato pagato. Emerge così 1 altra

questione: il pagamento del prezzo è necessario ai fini del procedere dell’usucapio pro

emptore e della concessione della Publiciana? Gaio dice che l’editto del pretore non

prevedeva espressamente questo requisito, il che farebbe ritenere che ai fini della

Publiciana non fosse richiesto il pagamento del prezzo:

D. 6.2.8 Gaio: invero niente è detto riguardo al pagamento del prezzo: quindi si può

supporre che quanto disposto dal pretore non sia che si richieda l’avvenuto

pagamento del prezzo.

Ma assumiamo 1 altra ottica: poiché l’attenzione dei giuristi è concentrata sulla tutela

dell’emptor, può apparire naturale che in determinati casi la causa del diritto

all’acquisto della proprietà sia identificata nell’avere l’emptor già adempiuto ala sua

prestazione o cmq aver prestato adeguate garanzie in questo senso; assume tutta la

sua rilevanza la struttura sinallagmatica della emptio venditio, in cui il diritto a

pretendere il trasferimento del bene è funzionalmente dipendente dal trasferimento

del prezzo. Se si tiene conto di ciò, si spiega perché nei testi di Ulpiano e Pomponio si

ponga sempre il requisito dell’avvenuto pagamento del prezzo da parte del primo

acquirente. Dunque l’avvenuto pagamento del prezzo da parte dell’acquirente rafforza

l’effetto traslativo della traditio, rendendola opponibile non solo al primo venditore ma

anche agli aventi causa da lui, sia pure in buona fede. 36

7.La nozione di “duplex dominium” non rispecchia la finalità e gli effetti

dell’introduzione della Publiciana, volta piuttosto a conciliare la struttura degli atti di

trasferimento della proprietà con l’emergere della rilevanza della causa negoziale e

dei principi che impongono la tutela della buona fede e dell’affidamento.

L’introduzione della Publiciana è la risposta dei giuristi alla tendenza della prassi verso

l’osmosi fra la compravendita-contratto consensuale con effetti meramente obbligatori

e la compravendita traslativa della proprietà se accompagnata dalla traditio e dal

pagamento del prezzo, analoga quanto agli effetti all’antica mancipatio, che

sopravvive soprattutto con riguardo ai trasferimenti di immobili. Nei testi che abbiamo

visto non ci sono mai 2 proprietari del medesimo bene. Il problema che si pongono i

giuristi non è quello di tutelare il diritto di 1 proprietario, sia pure tale solo secondo il

ius honorarium, ma di tutelare 1 compratore che ha il diritto di acquistare la proprietà.

Vediamo il caso dello schiavo (caso in cui 1 res mancipi sia stata non trasferita

mediante mancipatio o in iure cessio ma solo tradita): colui che ha lo schiavo in bonis,

x suo tramite acquista ex omnibus causis, mentre in nessun caso gli acquisti vanno a

vantaggio del dominus ex iure Quiritium; colui che ha l’in bonis può manomettere lo

schiavo, rendendolo latino ma non cittadino romano, ma il dominus che non l’abbia in

bonis non può manometterlo rendendolo cittadino romano se prima non vi è stata la

manomissione di colui che l’ha in bonis. In questo caso il dominus ex iure Quiritium è

in concreto solo 1 nudus dominus, mentre colui che ha lo schiavo in bonis ha su di lui 1

potere il cui contenuto non è molto dissimile dalla proprietà, anche se proprietà non è,

e che indubbiamente è differente da quello di 1 possessore di buona fede. Sotto

questo profilo Gaio parla di duplex dominium o più propriamente di dominium divisum.

Colui al quale viene venduta e tradita 1 res mancipi ha la cosa in bonis, ed ha una

difesa passiva nei confronti del dominus ex iure Quiritium con la exceptio rei venditae

et traditae, nonché una difesa attiva nei confronti di tutti i terzi con l’actio Publiciana.

Se si tratta di 1 schiavo egli acquista per suo tramite e può manometterlo, sia pure

con effetti più limitati rispetto al dominus ex iure Quiritium.Dunque l’introduzione

dell’actio Publiciana non aveva la finalità di proteggere 1 proprietario pretorio, creando

1 duplicato della rei vindicatio, ma aveva di mira il realizzarsi di effetti traslativi o cmq

acquisitivi del dominio, conformemente alle causae tipizzate dall’ordinamento

giuridico. CAPITOLO QUINTO

USUCAPIONE (DIRITTO ROMANO)

1.Premessa

Questa è la struttura dell’usucapione, nella sua configurazione essenziale: colui che

possiede 1 determinato bene x il tempo stabilito dall’ordinamento giuridico ne

acquista la proprietà; il suo titolo è da quel momento opponibile erga omnes e il

precedente proprietario in virtù di tale acquisto perde il suo diritto. I giuristi romani

appaiono concordi nell’individuare il suo fondamento nella necessità di dare certezza

all’appartenenza dei beni, ponendo limite ai motivi di controversie giudiziarie. Ciò che

caratterizza questa fattispecie acquisitiva rispetto alle altre e che crea i maggiori

problemi di disciplina concreta è che essa si attua in 1 potenziale conflitto fra le

ragioni del proprietario, che x effetto dell’usucapione si vede privato del suo diritto, e

37

le ragioni del possessore, che si trova in 1 situazione di fatto ritenuta giuridicamente

degna di tutela, o perché semplicemente consolidatasi nel tempo, o perché derivante

da 1 rapp giuridico con il precedente proprietario o con 1 terzo o da 1 causa di x sé

astrattamente idonea a fondare l’acquisto della proprietà. Il problema principale che si

pone in relazione all’usucapio è quello dei limiti in cui esso può operare in rapp al

diritto del precedente proprietario. E la soluzione di questo conflitto, a vantaggio del

proprietario o del possessore, discende da elementi storicamente variabili (relativi alla

circolazione, alla tutela dell’affidamento delle parti negoziali e dei terzi,

all’elaborazione dei concetti giuridici e delle regole di soluzione dei casi concreti).

Nella ricostruzione della storia dell’usucapione è necessario quindi tenere conto della

modificazione di questi elementi. Nell’ambito dell’esperienza giuridica romana

l’usucapione subì 1 evoluzione complessa ed articolata, che rispecchia in modo

significativo la trasformazione degli assetti proprietari, e soprattutto dei modi di

acquisto e di trasferimento dei beni, nei diversi periodi. Nelle diverse fasi di

elaborazione di questo istituto sono percepibili delle “svolte”, che corrispondono alla

“periodizzazione” del diritto privato romano. La 1° fase è segnata dal passaggio, nel III

sec a.C, dalla antica società agraria (stabili rapporti di appartenenza) alla società

commerciale (frequenti scambi di beni e rapida circolazione di essi), passaggio che sul

piano della formazione del diritto corrisponde alla nascita del ius honorarium ( +

giurisprudenza scientifica). A partire dal III sec d.C, con la rapida modificazione degli

assetti economico-sociali nel mondo postclassico, il quadro cambia completamente;

l’affermazione di 1 nuova realtà fondiaria, che si frantuma in forme diversificate di

appartenenza e godimento, trova solo parziale riscontro nella normazione imperiale.

Giustiniano tenterà il coordinamento, in 1 riforma unitaria, di queste norme

frammentarie con la precedente tradizione scientifica.

LA STRUTTURA ORIGINARIA DELL’USUCAPIO

2.L’usucapio nella testimonianza delle norme decmvirali

L’origine dell’usucapio può collocarsi in età antecedente alla codificazione delle XII Tav.

nel 451-450 a.C: sembra che le norme decemvirali si limitarono a recepire 1 istituto

già consuetudinariamente riconosciuto come produttivo dell’effetto dell’acquisto della

proprietà civile. Le poche norme decemvirali pongono problemi di interpretazione: ciò

rende difficile ricostruire l’ambito di applicazione originario dell’usucapione, anche in

rapporto agli altri modi di acquisto della proprietà e ai suoi limiti. La norma

fondamentale in questa materia (XII tab. 6.3) propone 1 indubbio collegamento fra il

regime dell’usucapio e il regime dell’auctoritas. Secondo questo enunciato, x

l’acquisto dei fondi, era necessario l’usus prolungato x 2 anni, x tutti gli altri beni era

invece sufficiente 1 anno. Per lo stesso periodo di tempo durava l’obbligo

dell’alienante di garantire mediante auctoritas l’acquisto dell’accipiente. In età

decemvirale e x tutto il periodo classico l’usus indica 1 stato di fatto simile alla

possessio, ma non coincidente con essa. Altre norme delle XII Tav. vietavano

l’usucapione delle res furtivae e sancivano l’aeterna auctoritas adversus hostem, in

connessione con la circostanza che il non cittadino romano non poteva usucapire,

essendo l’usucapio 1 istituto esclusivo del ius civile. 38

Le maggiori difficoltà si pongono nell’individuare il rapporto tra usus e auctoritas, che

secondo 1 parte della dottrina porta ad ipotizzare x quest’epoca 1 inscindibile

collegamento tra mancipatio e acquisto x usucapione. Le difficoltà interpretative di

queste norme decmvirali derivano in parte dallo sforzo della dottrina meno recente di

collegarle alla teoria generale della distinzione fra res mancipi e res nec mancipi e dei

diversi modi di acquisto delle 2 categorie di res. Se si accetta che auctoritas abbia il

significato di garanzia x evizione e di obbligo dell’auctor di ogni intervento processuale

necessario a tutelare l’acquisto derivante da mancipatio, se ne deduce che l’auctoritas

sia elemento necessario anche dell’acquisto x usucapione, non solo nel senso che il

mancipio dans è tenuto a prestare la sua garanzia nei confronti del mancipio accipiens

x tutto il tempo necessario all’acquisto mediante usus e che trascorso tale termine

cessa l’obbligo indipendentemente dall’essersi verificato l’acquisto, ma anche nel

senso che l’usus tutelato dall’ordinamento deriva necessariamente, come l’auctoritas,

dalla mancipatio, e che quindi questo modo di acquisto è previsto, almeno sino alle XII

Tav., solo x le res mancipi. Dunque sembra che l’acquisto del dominio mediante usus

assistito dall’auctoritas fosse di x sé concepibile solo in relazione alle res mancipi.

Nell’ambito di 1 sistema così ricostruito trova difficilmente 1 collocazione l’acquisto

mediante usus prolungato nel tempo di 1 res nec mancipi: se in relazione a queste res

il diritto d’identifica con la disponibilità materiale, l’usus di esse si acquista

immediatamente, al momento dell’occupatio o della traditio, e il decorso del tempo

non può aggiungervi niente, come niente può aggiungere alla tutela processuale di

tale situazione, che avverrà sempre sulla base del confronto della situazione

possessoria delle 2 parti e della sua legittimità.

Questo è il quadro che si verrebbe così a delineare: l’usus, rafforzato dall’auctoritas x il

tempo determinato dalla legge, nel periodo più antico ha solo l’effetto di consolidare e

rendere opponibile erga omnes l’acquisto mediante mancipatio, a meno che la res non

provenga da furto (inteso nella sua accezione originaria di lesione ingiusta del

possesso) o sia cmq insuscettibile di acquisto. Nel periodo intermedio l’azione di

rivendica del terzo deve misurarsi con il titolo dell’auctor e, se questi soccombe,

scattano i meccanismi finali della garanzia x evizione con l’obbligazione di pagare il

doppio del prezzo. Questa ricostruzione implica che l’effetto acquisitivo dell’usus si

ricolleghi ad 1 funzione sanatoria di 1mancipatio compiuta dal non proprietario e di

cosa non oggetto di furto. il che peraltro restringe l’ambito di applicazione pratica

dell’istituto: data anche l’ampiezza della nozione di furto originaria (che comprende

ogni sottrazione del possesso, violenta o clandestina, e in 1 certa epoca anche di bene

immobile), la mancipatio di cosa altrui, contro la volontà o all’insaputa del proprietario,

avrebbe cmq impedito l’usucapione, in quanto la res aliena sarebbe stata considerata

furtiva.

La dottrina dominante ritiene che queste teorie siano troppo restrittive dell’ambito di

applicazione originario dell’usus come modo di acquisto e critica l’idea che

originariamente le res nec mancipi fossero escluse dall’ambito dei beni oggetto di

dominio quiritario. Cicerone e altri giuristi classici affermano che l’acquisto mediante il

protrarsi dell’usus x il periodo legale fu introdotto x dare certezza all’appartenenza dei

beni e porre fine alle occasioni di liti giudiziarie e questa necessità si riscontra sia x le

res mancipi che nec mancipi, anzi la proprietà delle res nec mancipi, i cui modi di

trasferimento non sono circondati dalle formalità solenni stabilite x le res mancipi,

39

potrebbe essere più spesso dubbia e controversia, come più sentita in relazione a

queste res potrebbe essere l’esigenza di tutelare l’ipotesi in cui l’acquisto sia avvenuto

mediante traditio a non domino. A parte le obiezioni avanzate a proposito di limitare

l’usucapio arcaica alle res mancipi, l’insufficienza teorica delle ricostruzioni che

ricollegano la funzione originaria dell’usucapione alla sanatoria di 1 mancipatio

invalida si manifesta con rif. alle ipotesi di usucapio non collegate ad 1 atto di

trasferimento, ai casi in cui cioè l’acquisto del possesso derivi dall’apprensione

unilaterale di 1 bene non posseduto da altri, ma che non possa considerarsi nullius, in

quanto può essere incerto se esista 1 proprietario o se questi cmq intenda far valere il

suo diritto. proprio questi casi rappresentano il campo originario (poi ampliato) di

applicazione dell’istituto. Solo in questo modo 1 acquisto di fatto si trasforma in

acquisto di diritto dopo il periodo di tempo legale, la cui durata viene determinata

proprio in modo da assicurare al proprietario, se ancora interessato al bene, la

possibilità di rivendicarlo. Unico limite all’acquisto del possessore è che il bene non sia

di provenienza furtiva

Bonfante (vedi teoria di Bonfante) dedica 1 attenzione particolare all’ipotesi specifica

di occupazione di 1 cosa abbandonata dal proprietario: ipotizza che sin dal periodo più

antico, coerentemente alla distinzione tra res mancipi e nec mancipi, l’usucapione

fosse richiesto solo x l’acquisto di res mancipi abbandonate, essendo x le res nec

mancipi sufficiente il semplice acquisto del possesso; ciò in quanto la fattispecie di

acquisto di cosa abbandonata sarebbe assimilabile nella sua struttura ad 1 traditio in

incertam personam. Secondo Bonfante, in relazione a questa ipotesi, emerge la

nozione “pura” di iusta causa usucapionis, come è intesa nel periodo antico (come

assenza oggettiva nell’immissione nel possesso di 1 lesione del possesso altrui,

indipendentemente da qualsiasi rapporto negoziale intercorrente tra le parti e da

qualsiasi convincimento soggettivo del possessore circa l’esistenza di questo

rapporto). In questo modo Bonfante ricollega l’acquisto mediante usucapio alla

funzione di sanatoria di 1 atto traslativo di res mancipi inefficace, la traditio in

incertam personam, in cui si concreta l’abbandono del bene da parte del proprietario.

In realtà la tesi di Bonfante appare troppo forzata dal fatto di incentrare tutto il regime

dei modi di acquisto della proprietà sulla distinzione tra res mancipi e nec mancipi.

Inoltre la sua costruzione teorica non sembra corrispondere alla realtà concreta

dell’ordinamento antico, improntato più alla regolamentazione di esigenze pratiche

immediate che a schematici dommatici.

Dunque posto che le res mancipi si trasferiscono mediante mancipatio, le res nec

mancipi mediante traditio, ed entrambe possono però essere acquistate anche

mediante occupazione, che è il modo più antico e naturale di acquisto, l’usus rende

inattaccabile l’acquisto avvenuto in qualunque di queste forme e con la stessa

funzione e struttura sia che si tratti di res mancipi che nec mancipi, se il terzo

eventuale proprietario non interviene a rivendicare vittoriosamente la cosa entro il

tempo prescritto. Questa struttura, congegnata x conferire certezza al regime di

appartenenza dei beni, giustifica anche la circostanza che la differenziazione di regime

quanto al tempo richiesto x l’acquisto riguarda non la distinzione tra res mancipi e nec

mancipi ma la distinzione tra fondi (immobili) e ceterae res: x i beni immobili è

necessario accordare 1 spazio di tempo più lungo al proprietario x far valere le sue

40

ragioni. Per tutte le altre res, di più rapida circolazione commerciale, il dominus avrà a

sua disposizione 1 tempo più limitato x far valere il suo diritto.

Questa costruzione corrisponde anche all’idea pacifica in dottrina che l’usucapio

originaria prescindesse del tutto dagli elementi che invece la qualificheranno nel

periodo successivo, iusta causa e bona fides: limitare il campo di applicazione

dell’acquisto mediante usus alle res mancipi e alla sanatoria della mancipatio

rappresenta solo il risultato di 1 sforzo dottrinario di proiettare sull’usucapio originaria

il collegamento con il negozio di trasferimento del possesso.

Vediamo quali sono gli elementi su cui si fonda nel periodo più antico l’acquisto x

usucapio: la possessio di un bene, oggettivamente usucapibile, cioè che sia res habilis

e il decorso del tempo, tempus. Quindi si deve ritenere che la struttura delineata

possa trovare applicazione anche con rif ai casi in cui l’acquisto del possesso derivi da

1 mancipatio o da 1 traditio, nell’ipotesi in cui x es l’atto di trasferimento non sia posto

in essere dal proprietario. Qui la differenza di regime esiste solo riguardo all’auctoritas

connessa alla mancipatio, nel senso che se 1 cosa è stata trasmessa mediante

traditio, sia essa mancipi o nec mancipi, il possessore non sarà in alcun modo assistito

dal suo dante causa, e dovrà confrontare la sua posizione con quella del terzo

rivendicante, analogamente a quanto avviene nell’ipotesi in cui il convenuto abbia

acquistato il possesso del bene indipendentemente da 1 atto di trasferimento.

3.L’usucapio “pro herede”, le “usureceptiones”, l’ usucapio “servitutis”.

Questi sono 3 casi in cui si rivengono le tracce della struttura e funzione dell’usucapio

più antica (struttura semplice e materialistica):

1)L’usucapio pro herede: acquisto della titolarità di 1 complesso di beni ereditari che si

configura a favore di colui che s’immetta nel possesso di 1 eredità giacente e si

comporti come heres. L’acquisto avviene in 1 anno, in quanto l’hereditas è considerata

tra le ceterae res e indipendentemente dalla circostanza che colui che si è immesso

nel possesso sia erede o anche solo ritenga di essero. È opinione concorde nella

dottrina romanistica che l’usucapio pro herede, come ogni casi di usucapione nell’età

più antica, prescindesse completamente dai requisiti della bona fides e della iusta

causa e ciò trova conferma nella qualifica di improba et lucrativa, che ancora

l’accompagna nell’età di Gaio. Inoltre la configurabilità dell’usucapio pro herede è in

stretta connessione con il principio secondo cui non può aversi furto dell’hereditas o

delle res hereditariae sino a quando l’hereditas sia iacens e i beni non siano posseduti

da alcuno. Quindi se non vi può essere furto delle res hereditariae non può trovare

applicazione il limite oggettivo, rappresentato dall’inusucapibilità delle res furtivae.

2)Le usureceptiones: si tratta di 1 altro caso di improba possessio, in cui cioè

l’acquisto avviene indipendentemente dalla buona fede del possessore. Le

usureceptiones si configuravano nel caso di mancipatio o in iure cessio fiduciae causa,

sia nella fiducia cum creditore che nella fiducia cum amico, in cui poteva avvenire che

la disponibilità del bene restasse al costituente-alienante. Egli, possedendo x 1 anno,

pur consapevole di non essere dominus, poteva riacquistare la piena proprietà del

bene, a meno che il creditore non costituisse espressamente con lui 1 diverso rapporto

41

di affitto o precario, nel qual caso il possessore deteneva alieno nomine e non poteva

usucapire.

3)L’usucapione delle servitù: altro caso che mostra il carattere concreto e materiale

dell’acquisto mediante usus. Le servitù erano concepite nel periodo più antico come

res mancipi. La via, l’actus, l’iter, l’acquaeductus e l’acquae haustus erano considerate

come attribuzioni dominicali, in relazione ad 1 porzione di 1 determinato fondo di

proprietà altrui, di chi passava su 1 sentiero o vi conduceva canali d’acqua o attingeva

acqua da 1 fonte: è facile concepire l’usus prolungato nel tempo di queste attività sul

fondo altrui come idoneo al loro riconoscimento definitivo in capo a chi le esercitava,

se il proprietario del fondo non agiva in giudizio a negare la legittimità di tale

comportamento. Il mutamento dell’usus in possessio renderà giuridicamente

inconcepibile l’acquisto x usucapione delle servitù, intese come res non corporales e

quindi insuscettibili di possessio. L’usucapione delle servitù fu soppressa con la lex

Sribonia.

L’USUCAPIONE NEL PERIODO PRECLASSICO E CLASSICO

4.Dal requisito della “iusta possessio” alla rilevanza della iusta causa e della bona

fides

L’usucapione classica appare radicalmente trasformata nei suoi presupposti e nella

sua funzione rispetto all’istituto arcaico. Accanto agli elementi originari possessio,

tempus, res habilis, 2 nuovi elementi, iusta causa (titulus) e bona fides, si pongono

come necessari a legittimare il momento iniziale del possesso. Quindi non è più

sufficiente che il possesso si svolga indisturbato x il periodo di tempo richiesto dalla

legge su 1 bene usucapibile, ma è necessario che l’acquisto di tale possesso avvenga

in dipendenza da 1 situazione riconosciuta dall’ordinamento come idonea a fondare

l’acquisto del dominio e con il convincimento soggettivo di non ledere il diritto del

proprietario.

Si può ipotizzare che la rilevanza della causa possessionis e della buona fede sia

emersa nell’ultima età repubblicana, in connessione con:

1) una più precisa delimitazione dell’ambito del delitto di furto; la delimitazione del

delitto di furto esclude dalle res furtive, e quindi come tali inusucapibili, sia le cose

immobili sia le cose possedute con la consapevolezza dell’appartenenza ad 1 terzo ma

non materialmente asportate con l’animus furandi. Nella soluzione del conflitto tra

proprietario e possessore, si pone l’esigenza di mattere l’acquisto definitivo in capo al

possessore nel caso in cui questi non solo abbia acquistato il possesso nec vi nec clam

nec precario ma l’abbia anche acquistato in buona fede, cioè con la convinzione che il

suo acquisto non sia lesivo del diritto altrui.

2) con l’introduzione dell’editto publiciano, che prevedeva 1 tutela processuale verso

terzo, analoga a quella di rivendica, sino al compiersi del tempo dell’usucapio, sia del

possessore che aveva acquistato 1 res mancipi con traditio ex iusta causa, sia del

possessore di buona fede che avesse acquistato con traditio o mancipatio a non

domino. Quindi s’intreccia con i presupposti dell’usucapione l’introduzione

dell’exceptio ree venditae et traditae e dell’actio Publiciana. La finalità del rimedio

42

pretorio è soprattutto quella di tutelare erga omnes il possessore ad usucapionem che

abbia acquistato tale possesso in base ad 1 causa negoziale che l’ordinamento ritiene

titolo idoneo all’acquisto della proprietà, e che non ha prodotto immediatamente tale

effetto o x 1 difetto formale dell’atto traslativo (attuato mediante traditio e non

mancipatio x le res mancipi) o x difetto della legittimazione a disporre dell’alienante

(traditio a non dominus). Quindi l’editto publiciano crea nuovi presupposti di 1

funzione dell’usucapio di sanatoria legalmente tutelata rispetto al difetto di 1 atto di

trasferimento fondato su causa valida, ma inidoneo in sé a produrre l’effetto traslativo

del dominio. Dunque se l’atto di trasferimento è stato compiuto mediante mancipatio

è la stessa struttura forma e astratta dell’atto a garantire il sussistere della causa

adquirendi, mentre la traditio può trasferire il dominio solo se compiuta ex iusta causa.

senza però che ciò voglia significare identità fra la iusta causa traditionis e la iusta

causa usucapionis.

Quanto alla buona fede, possiede in buona fede colui che al momento dell’acquisto del

possesso riteneva di non ledere 1 diritto altrui. Se l’acquisto del possesso deriva da 1

atto traslativo (mancipatio o traditio compiuti a non domino), la buona fede

coinciderebbe con l’ignoranza dell’alienità del bene. È tuttavia discutibile se x i giuristi

classici la buona fede possa consistere anche nella convinzione, giustificata da errore

scusabile, della validità del titolo di acquisto. La questione è di stabilire di volta in

volta se la buona fede sia oggettivamente compatibile con l’errore circa la qualità di

dominus dell’alienante o sull’effettiva esistenza della causa, tanto da costituire di x sé

fondamento di iusta possessio e legittimare la perdita del diritto in capo al dominus, o

se invece essendo l’errore non tolerabilis ciò escluda la buona fede e quindi

l’usucapione.

Quindi vi sono casi in cui la buona fede è il fondamento esclusivo della iusta possessio.

Quindi la iusta possessio può coincidere sia con la possessio ex iusta causa, sia con la

possessio di buona fede non viziata (nec vi, nec clam, nec precario). E nelle ipotesi in

cui l’acquisto avvenga in funzione di attuazione di 1 negozio di trasferimento, la buona

fede deve essere valutata anche in rapporto alla causa negoziale, in quanto la

consapevolezza o la mancata consapevolezza non giustificata circa l’inesistenza o

invalidità della causa indice necessariamente non solo sugli effetti del negozio di

trasferimento reale ma anche sulla legittimità della situazione possessoria che ne

deriva; nei casi in cui l’acquisto del possesso avviene “a titolo originario”, la buona

fede e quindi la possibilità di usucapire può essere valutata solo in relazione alla

situazione possessoria oggettiva del bene.

In ogni caso è più plausibile ritenere che la struttura possessoria e il fondamento

dell’usucapio non si siano completamente rivoluzionati nell’età classica e che appunto

x tutta l’età classica abbiano continuato a coesistere le 2 funzioni tipiche e

complementari dell’usucapio originaria. E l’attività dei magistrati giusdicenti da 1 lato

modificano le forme di tutela del possessore, rafforzate dalla Publiciana e dalle altre

azioni fittizie fondate sulle diverse cause di attribuzione ritenute meritevoli di tutela

erga omnes, dall’altro i limiti che l’ordinamento pone a garanzia dell’eventuale

proprietario: cioè non si richiede più solo che la res sia usucapibile o che l’acquisto

avvenga nec vi, nec clam, nec precario, ma si richiede che la situazione oggettiva sia

tale da legittimare chi acquista il possesso al convincimento che la cosa non abbia in

43

quel momento 1 proprietario o che l’acquisto avvenga cmq con il suo consenso, si

richiede cioè che l’acquisto avvenga in buona fede e che la buona fede sia

oggettivamente giustificata.

LE SINGOLE “CAUSE USUCAPIONIS”

PRO EMPTORE: l’introduzione della Publiciana a tutela della traditio ex iusta causa crea

1 fattispecie complessa in cui i 2 momenti, contratto di compravendita e traditio

diretta a trasferire il bene, sono scissi sul piano degli effetti rispettivamente obbligatori

e reali, ma sono funzionalmente collegati: il contratto costituisce la “causa” del

trasferimento reale, che a sua volta è attuazione della causa, esecuzione del contratto

sinallagmatico di buona fede. La traditio ex causa emptionis, se non idonea a produrre

il trasferimento della proprietà (x inidoneità dell’atto trattandosi di res mancipi o x

difetto della facoltà di alienare del tradente), trasferisce il solo possesso, creando però

i presupposti sia di 1 iusta possessio ad usucapionem, sia della tutela mediante

Publiciana, che richiede non solo il sussistere dei requisiti della possessio ad

usucapionem ma anche l’acquisto del possesso ex iusta causa. Mentre l’usucapione

tende a risolvere definitivamente il potenziale conflitto fra il possessore e il dominus

ex iure Quiritium, l’actio Publiciana ha la funzione di rendere opponibile ai terzi e al

dominus gli effetti della iusta causa da cui dipende funzionalmente l’acquisto del

possesso, finché non sia avvenuto l’acquisto del dominio mediante usucapione. Quindi

se il dominus non era parte del negozio di trasferimento, trascorso il tempo richiesto

dall’ordinamento, il possessore di buona fede, se il bene non è di provenienza furtiva,

potrà opporre il suo acquisto al proprietario terzo che non abbia compiuto la rivendica

in tempo utile.

Il problema che si pone nei testi della giurisprudenza classica è il determinare se ai fini

della possibilità di usucapire è sufficiente che il compratore sia in buona fede al

momento della compravendita o è necessario che lo sia anche al momento della

traditio, cioè nel momento in cui acquista il possesso. La soluzione che prevale è nel

senso che è necessario che il possessore sia compratore di buona fede e che acquisti il

possesso di buona fede al momento della traditio*. I giuristi escludono quindi

l’usucapio pro emptore e la Publiciana in 2 ipotesi: 1) quella in cui il possessore non

solo sapeva al momento della compravendita che il venditore non era dominus, ma

sapeva anche che quegli non avrebbe mai potuto trasmettergli validamente il bene; 2)

quella in cui il possessore, pur essendo compratore di buona fede, al momento della

traditio era a conoscenza dell’alienità del bene.

Inoltre bisogna ritenere che ai fini della buona fede non fosse necessario il

convincimento che l’alienante fosse il dominus ex iure Quiritium ma fosse sufficiente il

convincimento che tale alienazione avvenisse volente et concedente domino.

Nell’usucapione pro emptore si ha 1 diversa rilevanza della buona fede (in rapporto

all’esistenza di 1 iusta causa traditionis) rispetto agli altri casi in cui la traditio avviene

in esecuzione di 1 obbligazione di dare (vedi Paolo 41.3.48 e D. 41.4.2). Tuttavia anche

nel caso della compravendita, in qualche caso il possessore, giustificatamente in

buona fede sia circa l’esistenza della vendita, sia sulla qualità di dominus del tradente,

44

anche se non potrà utilizzare la Publiciana, potrà usucapire, non pro emptore ma pro

suo. A questa conclusione giungono alcuni testi che ammettono il procedere

dell’usucapio anche in caso di compravendita nulla (x es il caso di colui che compra in

buona fede dal furiosus) o inesistente. L’usucapione è quindi tassativamente esclusa

solo nell’ipotesi in cui il possessore acquisti il possesso essendo consapevole o

dell’alienità del bene o cmq di non avere 1 titolo valido, in cui cioè manchi la buona

fede. Quindi ai fini dell’usucapione, a differenza che x la concessione della Publiciana,

l’elemento essenziale non è sempre la validità della causa traslativa ma può essere

anche la buona fede circa il sussistere di essa. Ciò è perfettamente coerente con la

diversa funzione giuridica dei 2 istituti: l’actio Publiciana anticipa, ai fini della tutela

processuale, l’effetto traslativo della traditio ex causa emptionis, rendendo il titolo

opponibile ai terzi e al dominus, se egli era parte di tale atto: deve quindi sussistere

quindi effettivamente 1 causa traslativa potenzialmente valida, cui manca solo il

decorso del tempo; l’usucapione, come modo di acquisto della proprietà, si fonda

invece su 1 iusta possessio, esente dai vizi della violenza, della clandestinità e

precario, e sulla buona fede di colui che acquista il possesso, buona fede che è

compatibile con 1 giustificato errore sulla legittimazione dell’alienante o sull’esistenza

del negozio da cui derivava il trasferimento del possesso, ma non è ovviamente

compatibile con la consapevolezza (o la mancata consapevolezza dovuta a errore

inescusabile) dell’inesistenza di tale negozio.

PRO HEREDE: Gaio rappresenta questa ipotesi come improba e lucrativa, in quanto

l’acquisto delle res hereditariae avveniva, ancora all’inizio dell’età classica,

indipendentemente dalla buona fede e anzi nonostante la consapevolezza di

possedere 1 res aliena e di trarre da questo possesso 1 arricchimento non giustificato

da alcun titolo. I presupposti sui quali si fondava l’usucapio pro herede infatti erano

esclusivamente che l’erede volontario non avesse ancora, al momento

dell’apprensione del terzo, acquistato il possesso delle res hereditariae e che queste

fossero oggettivamente usucapibili. Non assumeva invece alcuna rilevanza la

circostanza che colui che s’impossessava dei beni ereditari ritenesse di essere erede.

Come ricorda Gaio, questo carattere ingiustamente lucrativo fu abolito con 1

senatoconsulto di Adriano che stabilì che gli effetti dell’usucapione non potessero

essere opposti all’erede che ne facesse richiesta con l’hereditas petitio e che in

presenza di 1 erede necessario l’usucapio pro herede era esclusa ipso iure. Altra

limitazione all’usucapio pro herede si ebbe quando, forse con 1 rescritto di Marco

Aurelio, fu istituito il crimen expilatae hereditatis: l’impossessamento doloso di beni

ereditari costituì 1 specifico illecito e l’usucapio pro herede divenne possibile

esclusivamente a vantaggio del possessore di buona fede. Altre costituzioni di

Diocleziano esclusero che potesse procedere l’usucapio pro herede non praecedente

vero titulo e cm1 in presenza di heredes sui.

PRO DONATO: nel periodo classico la donazione non costituisce negozio autonomo, ma

può costituire “causa” di diversi negozi giuridici, sia ad effetto obbligatorio sia ad

effetto reale. Tuttavia se l’animus donandi si traduce in 1 stipulatio di dare, la traditio

che ne segue risulta giustificata dalla causa solutionis e i suoi effetti, anche ai fini

dell’usucapione, sono indipendenti dalla validità della donazione. 45


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giubono

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giubono di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Rossetti Giulietta.

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