Storia giuridica di Roma
Premessa
I Romani non ebbero mai, in tutta la loro storia, una costituzione nel senso odierno, di testo scritto e “rigido”, in cui fossero congiuntamente stabiliti figure, principi e regole che presiedevano all’assetto della compagine pubblica.
L'esordio monarchico nella fondazione della città
Allo stato delle nostre conoscenze è impossibile offrire una narrazione con un sufficiente grado di precisione sulle vicende della fondazione della città e sulla configurazione delle sue prime istituzioni pubbliche. Anche i Romani – gli scrittori che ci hanno lasciato le narrazioni di cui oggi disponiamo – ne sapevano poco. Quando scrivevano un Tito Livio o un Virgilio, la nascita di Roma – otto secoli prima – era già avvolta nella leggenda e nel mito: la trasmissione delle conoscenze e, dunque, della storia era stata affidata, almeno nei primi secoli, all’oralità.
La strategia della propaganda del nuovo regime esigeva di attribuire l’origine di Roma all’iniziativa di un uomo straordinario, un eroe come Romolo, un discendente del troiano Enea, capace di creare da solo una città e di darle delle istituzioni perfette per un destino di conquista e governo “mondiale”.
Una recente scoperta archeologica, avvenuta nel 2005, ha offerto un argomento agli storici che avevano ritenuto attendibile la narrazione delle fonti: un palazzo importante, di struttura complessa, eretto sul monte Palatino, databile all’VIII secolo a.C., a confermare l’ipotesi che la fondazione e la stessa organizzazione istituzionale della città primitiva siano dovute all’azione propulsiva di una regalità autoaffermatasi nei fatti e attenta a rendere visibili ai cittadini i luoghi del potere.
Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marcio: questi i nomi dei primi quattro re che la tradizione accomuna in quanto appartenenti tutti alla stirpe latino-sabina. Secondo una ricostruzione seguita dalla maggioranza degli storici, la nascita di Roma rappresenta l’esito di un processo di sinecismo, realizzatosi effettivamente verso la metà dell’VIII secolo a.C., tra minori comunità stanziate sul Palatino e sui colli immediatamente circostanti: comunità a base familiare, aggregazioni di familiae, unite da un’ascendenza, un progenitore eroico, spesso mitico e perciò presunto, e con interessi condivisi di varia natura, da quello religioso a quello della difesa esterna. Queste aggregazioni familiari si riscontrano presso altri popoli di stirpe indoeuropea a cui appartenevano anche quei Latini che avrebbero dato progressivamente origine al nucleo cittadino più antico sul mons Palatinus: nella lingua latina queste unioni o leghe familiari erano denominate gentes ed esse sono presenti nell’organizzazione della città fin dal suo sorgere e con funzioni riconosciute dal diritto dei Quiriti (ius Quiritium), cioè dei primi cittadini.
È così prevalente l’ipotesi che Roma si sia presentata inizialmente come una federazione di gentes: una lega appunto con un consesso rappresentativo formato dai capi-famiglia, i patres, delle genti più potenti che esprimevano, a loro volta un capo della federazione, il rex. Il rex ci apparirebbe piuttosto come una specie di delegato, per l’esecuzione delle decisioni assunte dai patres e per la rappresentanza all’esterno della federazione o lega.
Con l’avvento della monarchia etrusca si sarebbe improvvisamente data una redistribuzione del potere pubblico a scapito dei patres e a tutto vantaggio del rex che, da monarca delegato, sarebbe rapidamente divenuto un vero tiranno. Da qui la reazione rivoluzionaria da parte dei patres e delle famiglie più antiche e influenti – i patricii perché potevano vantare un’ascendenza nobile, da patres illustri – che avrebbero cacciato il rex e instaurato, in luogo del regnum, la res publica: in questa il governo sarebbe spettato ancora al consesso dei patres, denominato senatus, che avrebbe provveduto tramite magistrati eletti nelle assemblee di tutti i cittadini, cioè del popolo, la cui scelta non poteva però prescindere dal gradimento dello stesso senato.
Nello sviluppo ora sintetizzato, le istituzioni repubblicane si presenterebbero come una derivazione delle istituzioni monarchiche pre-etrusche tanto più che anche le assemblee popolari potrebbero vedersi quale geminazione dei comizi curiati di età regia: erano, questi, delle assemblee in cui tutti i maschi atti alle armi e appartenenti alle varie gentes erano riuniti per approvare, secondo la testimonianza delle fonti, le leggi proposte dal re.
Addirittura, Cicerone narra che il secondo monarca, il sabino Numa Pompilio, dopo che fu creato re dal popolo, avrebbe fatto votare dai comizi curiati una legge (la lex curiata de imperio) per il conferimento a lui stesso del potere di governo della città. E Livio racconta a sua volta che il popolo avrebbe eletto re Tarquinio Prisco a grandissima maggioranza.
Il potere di auspicare – cioè di trattare gli auspici (favorevoli e non) dall’esame di segni ritenuti divini come il volo degli uccelli – era prerogativa pregnante del rex e doveva precedere l’assunzione di ogni decisione rilevante in merito al governo della città. Ora, morto il re, attestano le fonti che questo potere ritornava ai patres. In effetti (ecco l’interregnum), morto il re, durante il periodo che precedeva la nomina del successore, i patres governavano la città uno alla volta per cinque giorni a testa fino a quando un interrex avesse ritenuto fosse giunto il tempo in cui il consesso avesse maturato una decisione circa la scelta del nuovo re: ciò lasciava intendere che la titolarità del potere in questione fosse del consesso come di ogni singolo pater e che il monarca fosse nulla di più che un delegato.
Per l’età monarchica (monarchia latino-sabina) resta però la questione se la scelta del nuovo re fosse del senato o se, invece, quest’ultimo consesso si limitasse a fare una proposta al popolo; e tuttavia sembra difficile ipotizzare che il popolo avrebbe potuto facilmente prescindere dall’indicazione dei patres. Però, a proposito dell’investitura di Anco Marcio, Livio narra che l’interrè convocò i comizi e, indi, il popolo elesse re (è la c.d. creatio) Anco, mentre il senato approvò la deliberazione comiziale. Quindi, stando a questa testimonianza, la fonte del potere regio sarebbe stata la volontà popolare e il senato avrebbe solo confermato l’elezione (e, d’altronde, sarebbero stati gli auguri, i sacerdoti che interrogavano il divino, a portare a compimento la procedura, conferendo al re, nella cerimonia dell’inauguratio, il potere di trarre gli auspici).
È stato sostenuto che la monarchia delle origini, la monarchia latino-sabina, sia stata di tipo costituzionale: è una visione cara a chi cerca nel diritto romano una nobile ascendenza degli assetti di potere correnti nel modello moderno dello stato di diritto.
Il Rex latino
Fra le molte a nostra disposizione vi sono due testimonianze delle fonti che meritano di essere qui considerate.
- Livio narra che Romolo, fondata Roma, riunì i primi cittadini ai quali era assolutamente ignota ogni forma di civile convivenza; e, distribuiti tra questi contadini e pastori piccoli lotti di terra coltivabile (i famosi bina iugera: due iugeri, mezzo ettaro, a testa), diede contestualmente loro le regole giuridiche fondamentali senza le quali non sarebbe potuta esistere alcuna comunità organizzata.
- Per parte sua il giurista Sesto Pomponio riferisce che, dopo un periodo in cui ire governarono la città esclusivamente in forza della loro autorità, venne Romolo che cominciò a governare sulla base di regole date con leggi (legis regiae) Che egli presentava per l’approvazione all’assemblea dei cittadini riuniti nelle trenta curie - i comizi curiati - in cui lo stesso Romolo aveva distribuito la cittadinanza.
Quindi, se per Livio Romolo sarebbe stato il primo re, per Pomponio no.
Sappiamo che Romolo avrebbe diviso i cittadini in tre tribù - Tities, Ramnes, Luceres - a ciascuna delle quali avrebbe attribuito dieci unità denominate curie: allora, una prima divisione in tre tribù e una successiva in trenta curie (le quali formavano i comizi curiate). Ma Tities, Ramnes, Luceres erano anche i nomi che ancora Romolo avrebbe attribuito a ciascuna delle tre centurie (centuria = cento uomini) nelle quali egli avrebbe ripartito la cavalleria.
Quanto alla divisione delle terre, la vicenda è più complessa: una chiave di lettura può cogliersi dentro l’etimologia del termine Rex. Rex è colui che guida tracciando linee rette. Sulla terra questi tracciati segnavano anzitutto i confini tra ciò che appartiene alla città e ciò che è ad essa estraneo. Il Sulcus Primigenius scavato con l’aratro da Romolo, quale linea confinaria circolare della Roma primitiva, a un tempo separa e unisce. Il confine è sacro e non può essere impunemente violato, come dimostra il noto episodio dell’uccisione del fratello Remo - che l’aveva oltrepassato per scherno - da parte del re Romolo.
Rendendo coerente la narrazione delle fonti, si può pensare che, entro il circolo perimetrale della città (il promerio) disegnato dal Sulcus Primigenius, sia stata eretta la Roma romulea. Qui il Rex avrebbe ancora tracciato due linee, la prima con direzione da mezzogiorno a settentrione, la seconda, perpendicolare, da oriente a occidente: I lati fondanti di quelli di Roma quadrata (il tetrágonon) situata sul Palatino di cui si riferiscono, attribuendola a Romolo, Dionisio di Alicarnasso e Appiano.
Nella Roma degli esordi quel perimetro aveva una connotazione magico religiosa: esso riproduceva sulla terra quello tracciato idealmente del sacerdote sulla volta celeste al fine di osservare i movimenti degli astri o il volo degli uccelli, segni divini da cui trarre gli auspici per l’azione pubblica come privata.
Regula ha la stessa radice indoeuropea di Rex, la radice *reg- che indica il procedere secondo una linea retta: una necessità istituzionale quando si tratta di identificare ciò che appartiene al singolo o, rispettivamente, alla città (il confine terragno), come ciò che è consentito ad ognuno nel rapporto con gli altri e la stessa città (il confine giuridico).
Gli ordinamenti originari ebbero un’intonazione magico religiosa, come dimostrano molti precetti e molte sanzioni giuridiche; e il detentore dell’autorità suprema era egli stesso un sacerdote, un rex-augur perché, nominato dai patres e confermato dall’assemblea delle curie, era alla fine inauguratus, consacrato dal collegio degli auguri.
Congruamente, nella Roma dei primi secoli, e ancora in età repubblicana, il diritto originario - il diritto dei Quiriti: Quirites erano denominati i primi romani - era costruito caso per caso da un altro importante collegio sacerdotale della città, il collegio pontificale al cui vertice stava il pontifex maximus. A questo collegio cittadini e autorità pubbliche prospettavano, per ottenere soluzione, le questioni più varie concernenti la disciplina della vita associata: i responsi pontificali, deliberati in segreto, non erano motivati, quasi fossero un oracolo; ed enunciavano la pura regola, attingendola dal costume tradizionale quiritario, assunto come preesistente ma, in realtà, elaborato da qui sacerdoti sapienti di Ius sul filo della congruenza con le strutture primarie e il carattere della città e dei suoi cittadini.
Vi è, infine, da notare che, ancora in età repubblicana, è presente, quale figura religiosa di rilievo, specie dal punto di vista del rango sacerdotale, il Rex sacrorum: probabile sopravvivenza del Rex-augur delle origini, essa conferma che con la caduta del regnum, se il potere di governo passò ai consoli, le prerogative religiose del monarca non scomparvero del tutto, ma si mantennero presso un sacerdote non a caso denominato Rex.
La nuova Roma dei re etruschi
Secondo la tradizione, almeno due degli ultimi tre re furono di origine etrusca, Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo, mentre qualche dubbio è stato avanzato su Servio Tullio, che regnò nell’intervallo tra i due Tarquini.
La Roma, nella quale emerse il primo Tarquinio assumendo in breve il ruolo di massimo consigliere di Anco Marcio, ci appare, nella descrizione delle fonti, un centro urbano in via di progressiva e rapida espansione, certo favorito da una felice ubicazione geografica, che lo collocava strategicamente nel mezzo di un intenso flusso di traffico commerciale, al quale avevano dato vita soprattutto gli Etruschi. Proveniente da varie città dell’Etruria transitava, lungo la valle del Tevere, una produzione di manufatti, in specie di ferro, diretta all’esportazione nell’Italia meridionale e nella Magna Grecia.
In questo contesto, che ne faceva uno snodo cruciale di comunicazione, Roma poteva costituire realmente un’attrattiva per tutti coloro che erano disposti a lasciare la loro patria al fine di migliorare la propria condizione personale.
Dionisio di Alicarnasso sembra sinceramente ammirato dal programma di ingenti opere pubbliche intrapreso da Tarquinio Prisco: acquedotti, fognature, lastricati delle strade, templi, circo e ippodromo. In particolare, la pavimentazione fece del Foro il centro degli affari pubblici e privati: anche Livio conferma che, in tutta la zona ad esso circostante, portici e botteghe furono aperti ed assegnati a privati per l’adibizione ad esercizi commerciali. Plinio riferisce che, al tempo di Tarquinio Prisco, fu introdotta la coltivazione dell’olio: il che lascia supporre l’emersione di forme di coltura intensiva, quanto meno accanto alle attività della pastorizia e della cerealicoltura, proprie della Roma delle origini e riservate, per il loro carattere estensivo, a forme comunitarie di sfruttamento soggette al controllo delle organizzazioni gentilizie. Con la diffusione di queste nuove forme di agricoltura si accorda, d’altronde, la notizia secondo cui Servio distribuì piccoli lotti di terra - derivante dal territorio strappato ai nemici - tramite assegnazioni di modesti appezzamenti a singoli agricoltori.
La città crebbe anche dal punto di vista demografico e territoriale. Serbio estese l’area urbana ricomprendendovi il Quirinale e il Viminale. Dionisio di Alicarnasso dice che lo stesso monarca cinse di mura i sette colli, e che la città sarebbe divenuta addirittura più grande di Atene.
Per il VI secolo a.C. l’immigrazione a Roma, “città aperta”, di notabili di stirpe etrusca è attestata dalle epigrafi, concentrate, in special modo, nella parte orientale del Foro e ai lati della Velia, dove si trovavano le residenze della locale aristocrazia.
Appare plausibile la nota valutazione di Cicerone, secondo la quale, successivamente al regno di Anco Marcio, la civitas si sarebbe fatta più sapiente (doctior), per l’innesto di una cultura straniera a quella delle origini. È preferibile pensare, in conformità alla versione delle fonti, che una dinastia etrusca si sia impadronito del governo della città nel V secolo, legata a una più incisiva presenza locale di una comunità di questo popolo, a sua volta connessa agli interessi economici a cui si è accennato.
La riforma di Servio Tullio
Riferiscono le fonti che Tarquinio Prisco, appena succeduto (“per un anime votazione del popolo”) ad Anco Marcio, e levò il numero dei senatori, portandolo a trecento: sarebbero stati nominati, attingendo dagli strati popolari, coloro che si erano dimostrati più capaci nella milizia e nella vita civile. Lo scopo fu quello di creare un gruppo certamente favorevole al nuovo monarca. D’altra parte, si è già ricordato che Servio Tullio volle distribuire la terra pubblica fra i patres familias di quegli stessi strati popolari. Le grandi opere pubbliche commissionate dagli etruschi dovettero richiamare in città una massa notevole di operai e artigiani.
È da porre che la condotta dei re etruschi abbia cagionato uno stato di tensione con l’aristocrazia gentilizia, e si può ancora pensare che quest’ultima abbia opposto resistenza alle innovazioni volute dalla monarchia. L’episodio dell’augure Nevio - che contrasta il proposito di Tarquinio Prisco di raddoppiare, portandole a sei, le centurie della cavalleria, così denominate in quanto ognuna integrava, nell’originaria ripartizione attribuita a Romolo, un reparto di cento uomini - si segnala come emblematico dalla resistenza degli aristocratici: l’argomentazione dell’augure, chi non si sarebbero potute riformare le istituzioni create da Romolo, è funzionale al mantenimento del precedente assetto che solo se conservato nella sua integrità, avrebbe potuto garantire la supremazia dei padri delle genti più antiche. La decisione di Tarquinio - rileva non solo il pragmatismo del monarca, ma anche chi fosse, in quel tempo, il reale detentore del potere sulla civitas.
Sia Dioniso, sia Livio, sia Cicerone presentano la suddivisione della cittadinanza in centuria dell’esercito accorpate per classi di censo, indicando quale criterio valutativo della ricchezza l’entità del patrimonio a sua volta stimato in moneta coniata: mentre la monetazione pubblica di bronzo fu introdotta in Roma solo verso la fine del IV secolo a.C., anche se lingotti bronzi, risalenti al VI secolo, con un tipo costante di marchiatura (detta “ramo secco”) sono effettivamente stati rinvenuti nell’Lazio e nell’Italia tirrenica. In ogni caso, è un fatto che è una circolazione monetaria vera e propria sia da escludere per l’età serviana. Tuttavia l’insistenza della tradizione nel ricondurre a Servio la paternità dei nu
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