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439 a. C. al 389 a. C. (cioè circa 1 sec. dopo i Consoli), ma non possediamo fonti certe, comunque

dopo i Consoli. Questi vengono creati perché i Consoli non riuscivano a svolgere tutte le funzione a

loro attribuite ed avevano bisogno di colleghi, di altre cariche pubbliche, a cui poter demandare le

proprie funzioni.

Anche le magistrature create successivamente vengono create con poteri diversi, sono comunque

delle cariche collegiali, sottoposte al giudizio senatorio e non munite di immunità (prive di

immunità). I censori restano in carica 18 mesi (1 anno e mezzo), però questi venivano eletti ogni 5

anni e restavano in carica per il tempo necessario ai fini del censimento (restano in carica per il

tempo necessario per compiere e portare a termini il censimento). Non sono dei magistrati con

funzioni simili a quelle consolari, l'unica cosa di cui si occupano questi, è la corretta impostazione

del censimento. Essi non esercitavano un'azione diretta di governo. Appena eletti dovevano

immediatamente stabilire la “lex censendi”, cioè i censori, mediante questa, rendevano noti i criteri

in base ai quali avrebbero provveduto al censimento. Che cos'era il censimento? Ne abbiamo già

parlato all'interno della costituzione serviana e ha mantenuto la stessa funzione. I “pater famiglia”,

cioè i cittadini, romani, maschi e liberi dovevano presentarsi davanti ai Censori e dichiarare tutta

una serie di dati patrimoniali e personali (ad es. da chi era composto il proprio nucleo famigliare,

cosa possedevano, quali fondi possedevano, quanti schiavi e quanti soldi avessero.

Attenzione: per i Romani il “pater familias” era il cittadino romano giuridicamente autonomo, che

non era sotto l'autorità di nessuno e pertanto con tale termine non intendiamo per forza il soggetto

maritato (sempre secondo la concezione romana), difatti il matrimonio a Roma non è obbligatorio.

Il “pater familias” è cioè inteso in questo senso → un soggetto autonomo giuridicamente parlando.

Se quindi guardiamo la società dell'epoca a possedere la capacità giuridica era solo una minoranza

della popolazione (ad es. si veda la figura della donna, la quale come detto, necessità di qualcuno

che possa provvedere a lei, cioè il padre, il fratello, il marito o il figlio e in assenza di ciò le veniva

assegnato un tutore dal magistrato, al fine che eserciti la potestà su di essa. La donna non poteva

mai in nessun momento decidere per se stessa autonomamente. Ciò vale anche per chi soffriva di

una qualche forma di menomazioni che gli impedisse di servire all'interno dell'esercito romano).

Vediamo come i Romani sono gli eredi del modello spartano: il titolare dei diritti civili e politici è il

solo cittadino guerriero, che combattente nell'esercito romano per difendere la propria città le

proprie terre. La donna in una tale visione non ha nemmeno la potestà sui propri figli, questa potestà

spetta solo all'uomo, al padre. Sicuramente ci sono stati alcuni casi isolati di alcune matrone romane

che sono riuscite a farsi rispettare e hanno assunto una posizione importante, ma parliamo

comunque di situazione episodiche e di nicchia, la prassi a Roma era ben altra e ci vorrà molto

tempo affinché questa situazione cambi. Anche gli stessi schiavi, quando venivano liberati ed erano

detti “liberti”, erano sì formalmente resi liberi e cittadini romani, ma permanevano una serie di

limiti per questi, quasi a voler rappresentare una sorta di promemoria che ricordasse loro la loro

origine, provenienza, cioè la schiavitù, che li differenziasse dai cosiddetti “nati ingenui” cioè i

cittadini nati liberi e non schiavi. La società romana è una società basata sulla discriminazione.

Inoltre più avanti la cittadinanza verrà usata quale strumento di controllo (siccome il cittadino

romano gode di una serie di privilegi es. cittadino romano non paga le tasse, solo le provincie le

pagano) al fine di ottenere una serie di tributi dalle provincie romane.

La condizione del cittadino libero è quella di non aver più un pater, cioè essere emancipato (il figlio

poteva restare sotto la tutela del padre anche per tutta la vita, se il padre non lo emancipava.

Solamente con Costantino si arriva a prevedere un'età massima di 25 anni entro i quali il figlio

doveva essere emancipato dal proprio padre e se questi dopo tale età non veniva emancipato dal

padre, l'imperatore “invitava” caldamente il padre a farlo). Essere cittadini liberi a Roma significa

essere soggetti autonomi, non essere soggetti al potere di nessuno.

Ritornando al discorso sui censori e sulla dichiarazione che ciascun cittadino romano era obbligato

a rendere al censore, ora, immaginiamo come una sorta di “tabella” fatta dal Censore, che stabilisce

quando andare a fornire la propria dichiarazione (cioè il giorno, data, luogo in cui andare a fornire

propria dichiarazione ecc.) questo al fine di evitare ingorghi.

A cosa serviva il censimento? Questo dopo veniva poi pubblicato e conteneva l'assegnazione di

ogni singolo cittadino alla sua centuria e tribù. Sulla base dell'auto-dichiarazione, il cittadino

scopriva a quale centuria e tribù (zona distrettoriale) apparteneva.

I Censori ad un certo punto cominciarono a vedersi venir attribuito un nuovo potere cioè una

“iudicio de moribus” un giudizio dei costumi, una funzione legata all'esercizio delle funzioni

pubbliche. Cioè i censori potevano darsi dei propri criteri ai fini di portare a compimento il

censimento. Difatti, i Censori, erano soggetti di spiccata moralità, soggetti inclini al rispetto delle

leggi ad es. i Censori venivano scelti tra gli ex Consoli che si erano dimostrati i migliori nella loro

categoria). I Censori potevano quindi, per intenderci, attribuire un cittadino ad una categoria

(centuria) anche in base a criteri non patrimoniali (ad es. un soggetto molto ricco che però si è reso

colpevole durante l'esercizio di una carica pubblica, di atti particolarmente riprovevoli, di una

condotta indecorosa, poteva capitare e capitava che il Censore lo attribuisse ad una classe inferiore

nonostante il suo reddito gli avrebbe permesso di essere assegnato ad una categoria superiore, ma

per le sue malefatte viene quindi punito secondo quest'altro criterio particolare a completa

discrezione del Censore riguardante la condotta del soggetto, in questo caso riprovevole).

Quindi vediamo come anche la sanzione del declassamento venisse utilizzata al fine di punire

soggetti che si erano macchiati di reati particolarmente gravi nell'esercizio di una qualche carica

pubblica (durante l'incarico, il mandato). E' un altro modo di punire, un'altra aggravante per chi si

sia macchiato di questi reati a Roma. Ovviamente questo discorso valeva anche a contrario, cioè il

caso in cui un soggetto, si fosse distinto per una condotta esemplare e meritevole, ma che a causa

della sua mediocre ricchezza, sarebbe stato assegnato ad una categoria inferiore, poteva così

beneficiare di una promozione ad una categoria superiore in virtù del suo comportamento

meritevole.

E questo declassamento (o promozione) veniva proprio scritto di fianco al nome del soggetto

interessato nella tabella censoria, affissa nel foro, con una “nota censoria” (ad es. attenzione l'ex-

Console Tito è stato iscritto nella quinta classe, invece che nella classe dei cavalieri, per aver

abusato del proprio potere magistratuale durante l'incarico e per tale motivo gli viene attribuita l'

“ignominia”). Queste “punizioni” avevano il pregio di rafforzare il modello del Console quale

esempio di giustizia, perché questi sapevano, tramite questa serie di espedienti, di essere controllati

e sapevano di essere il faro dell'opinione pubblica. Se avessero praticato condotte scorrette

avrebbero ricevuto una punizione esemplare.

Quindi vengono create a supporto delle figure di comando, una serie di altre figure il cui compito

era quello di garantire che le figure di comando non uscissero dai binari. Infatti Essere tacciato di

“ignominia” era una macchia pesantissima, che restava per sempre, la famiglia ne sarebbe rimasta

contaminata anche in futuro e pertanto rappresentava una grande forza di deterrenza nel compiere

atti riprovevoli.

La società romana diviene corrotta solo quando questi principi educativi verranno a meno. Quando

diverrà strisciante un concetto di impunità.

Era fondamentale quindi che i censori fossero incorruttibili per il sistema romano.

Fonti:

Polyb. 6.11.11-12

Tutte e tre le forze di cui prima ho parlato avevano potere nella repubblica: e così attraverso queste

ogni affare particolare era regolato e amministrato con equità e scrupolosità tanto che nessuno,

neppure fra gli stessi Romani, avrebbe potuto dire se quello fosse un regime aristocratico o

democratico o piuttosto monarchico. Ed è naturale che fosse così. Quando infatti poniamo

attenzione al potere dei consoli ci sembra che quel governo sia monarchico; se badaimo al senato, ci

sembra aristocratico e poi invece se osserviamo il potere del popolo ci appare chiaramente

democratico.

Polyb. 6.18. 1-8

Poiché dunque ciascuno dei tre organi politici ha tale possibilità di danneggiare gli altri, il loro

accordo appare conveniente in tutte le circostanze tano ch non è possibile trovare una costituzione

migliore di questa. Così quando per il sopraggiungere di qualche pericolo esterno è necessario che

tutti siano concordi e che si aiutino, allora l'organizzazione politica dello stato è tale che nessun

provvedimento necessario viene tralasciato poiché tutti insieme gareggiano a fronteggiare quanto è

accaduto, né viene ritardata alcuna decisione, perché tutti singolarmente e collettivamente

collaborano per compiere ciò che si sono proposti. Perciò per la loro partcolare forma di governo i

Romani sono insuperabili e raggiungono ogni intento. Quando poi, liberati dai pericoli esterni,

vivono nella tranquillità e nel benessere che loro proviene dalla vittoria, se nell'ozio e nella

tranquillità si corrompono insuperbendo si volgono alla violenza, allora specialmente si può

vedere come lo stato ponga esso stesso rimedio a quei mali. Quando infatti uno degli organi di

potere tenta di aumentare oltre i limiti la propria autorità, cercando di sopraffare gli altri, poiché,

secondo quello che ho detto prima, nessuno di essi è autonomo ed i suoi disegni di predominio

vengono ascoltati dagli altri, è chiaro che siano destinati a fallire. Ognuno resta quindi nei limiti

prescritti o poiché è impedito nei suoi tentativi o per timore delle reazioni altrui.

Fest. s.v. 'Magisterare'

Coloro che hanno un potere superiore agli altri (capi dei villaggi, delle società, dei paesi, dei collegi,

della cavalleria) sono anche detti 'magistrati': sono infatti più potenti dei privati a causa

dell'imperium. Questa parola, 'magistrato' ha dunque due significato: la persona che lo ricopre ed il

ruolo in se stesso considerato.

Liv. 2.1.7

L'origine della libertas repubblicana va riportata a quel momento (=cacciata dei re) più per il fatto

che si limitò ad un anno l'imperium consolare che perché sia stato modificato il potere regio nella

sua essenza.

D. 47. 10. 32(Ulpiano)

Neppure ai magistrati è lecito fare qualcosa ingiustamente. Se dunque il magistrato farà qualcosa di

ingiusto può essere citato in giudizio. Ma, ci si chiede, una volta deposta la carica o mentre è ancora

in ruolo? Se si tratta di un alto magistrato che non si può convenire senza un danno immediato per

lo stato, si attenderà la fine della carica, altrimenti l'azione è immediata.

Tac. ann. 11.22. 3

Presso gli antichi era premio per la virtù ottenere le cariche e tutti i cittadini che fossero consapevoli

dei propri meriti potevano aspirarvi.

Liv. 7.42.2

Si dispose che nessuno assumesse la stessa carica prima di nove anni né esercitasse un doppio ruolo

in un anno.

Polyb. 6. 12. 1-9

I consoli, quando non sono lontano a capo degli eserciti e stanno a Roma sono arbitri di tutti gli

affari pubblici. A loro obbediscono e stanno in sottordine tutti gli altri magistrati tranne i tribuni.

Essi introducono le delegazioni e le ambascerie in senato, si occupano dei provvedimenti più

urgenti e ne curano l'esecuzione. Spetta a loro provvedere a tutti gli atti della vita pubblica che

devono essere fatti con l'intervento del popolo, convocare le assemblee, presentare le leggi,

presiedere all'esecuzione della volontà della maggioranza. Durante i preparativi di guerra e nella

condotta delle campagne militari hanno potere quasi assoluto. E' nel loro potere richiedere agli

alleati quanto ritengano opportuno, ordinare la leva dei soldati, hanno il potere di punire illeciti ed

insubordinazioni, nonché di prendere dall'erario quanto sia necessario. Cosicché è naturale che chi

guardi questa organizzazione la possa ritenere monarchica.

D. 1. 2. 2. 27 (Pomponio)

poiché i consoli erano spesso impegnati nelle guerre ed in città non vi era nessuno che potesse

amministrare la giustizia, fu istituito il pretore urbano affinché amministrasse il diritto in città.

D. 1. 2. 28 (idem)

Quando poi dopo un certo numero di anni quel pretore si rivelò insufficiente perché in città si

riversava una grande massa di stranieri fu istituito un ulteriore pretore, chiamato 'peregrino' poiché

amministrava il diritto tra romani e stranieri o tra stranieri (=peregrini).

D. 1. 2. 2. 17 (idem)

Poiché da gran tempo si doveva aggiornare il censimento ed i consoli non erano più in grado di

attendere anche a questo compito furono istituiti i censori.

Fest. s. v. 'Censores'

Sono detti censori poichè incaricati di valutare (=censire) il patrimonio di ogni pater familias. Per

un plebiscito Ovinio, fu dato loro il potere di scegliere i senatori, in base alla dignità dimostrata.

Domanda che potrebbe sorgere spontanea: ma i romani non mentivano al censimento? La

possibilità che questo si verificasse era pressoché nulla. Il censimento era un operazione sacra, era

sentito come un atto talmente importante che il dichiarare il falso era sentito alla stregua di un

sacrilegio e affinché la cose funzionassero al meglio si evitava di mentire. Il cittadino sente su di se

una forte soggezione. Inoltre i Consoli avevano sicuramente il loro modo per poter verificare se

qualcuno tentasse di falsare il censimento (anche se su questo abbiamo poche fonti). Tuttavia

sicuramente qualcuno avrà dichiarato il falso o anche solo tentato di dichiarare il falso e per questi

soggetti era prevista una sanzione molto severa. La sanzione che emerge dalle fonti, per chi si

macchiava di tale reato, per chi veniva sorpreso a rendere il falso nel censimento o chi addirittura

per chi non si era nemmeno presentato al centimento, è la perdita della cittadinanza. Sanzione

temutissima dai romani, siccome questa una volta persa non si può più riacquistare. Grande paura di

perdere questo privilegio funge da incredibile deterrente. La sanzione per l'epoca era molto grave,

poiché appunto la cittadinanza romana comportava una serie di privilegi riguardanti i diritti civili e

politici, i benefici fiscali e alcuni vantaggi riguardanti i negozi (negoziati) e più in generale i

vantaggi riguardanti al fatto di essere un libero cittadino romano (quindi il censimento aveva risvolti

giuridici rilevanti).

Il controllo attuato da parte dei Censori era sicuramente più sentito da coloro che occupavano un

posto alto nella gerarchia romana, erano coloro che temevano di più l'operato del Censore, perché

erano anche quelli che paradossalmente avevano più da perdere.

L'eventualità di essere marchiati con l'ignominia era più temuta che il declassamento, la possibilità

di vedere la propria reputazione distrutta per se e la propria dinastia fungeva da forte deterrente e

andava a rafforzare il modello educativo romano.

Ai Censori era inoltre affidata la gestione degli appalti pubblici, che al tempo erano visti come

situazioni di guadagno enorme (si pensi alla Roma in espansione del tempo) e pertanto dovevano

essere affidati ad osservatori imparziali che in base alle offerte pervenute in modo del tutto neutrale

avrebbero provveduto all'assegnazione, evitando così qualunque forma di favoritismo o privilegio.

Dati i costi, data la rilevanza pubblica, tale compito è affidato ai Censori (il Censore istituiva una

sorta di asta pubblica, in cui fissava: giorno, ora e luogo). I destinatari di questi appalti sono

cittadini e pertanto questi devono poter partecipare a tutte le fasi che si susseguono nella costruzioni

di questi edifici destinati al pubblico, alla comunità, ma attenzione ciò non significa che tutti

potessero dire la loro sulla questione, significa solo che in quanto all'informazione essa fosse

capillare, tutti dovevano essere informati a riguardo di quella determinata questione. Non c'erano

riunioni a porte chiuse, non erano gestite in segreto, erano una forma di partecipazione del popolo

alla “Res Publica”.

I Censori adesso eleggono anche i Senatori (Senato composto da 300 membri e a provvedere al loro

rimpiazzo erano i Censori), essi sceglievano tra i cittadini più meritevoli, i Censori erano

assolutamente liberi nella loro scelta (potevano scegliere in qualunque classe sociale e di qualunque

età, i Censori potevano “pescare” i futuri Senatori da qualunque ceto sociale). Inoltre, a contrario, i

Censori avevano anche il potere di decidere quale Senatore estromettere dal suo compito (anche i

Senatori erano sottoposti al controllo dei Censori e pertanto dovevano sempre avere una condotta

esemplare e non abbandonarsi a condotte negative una volta ottenuto il prestigio e la fama che

potevano derivare dalla sua posizione. La loro posizione era strettamente legata alla loro condotta).

Il dictator:

Per i romani il dictator è un comandante militare (supremo) straordinario. Creato, secondo le fonti,

addirittura dai Consoli, per fronteggiare le situazioni di straordinaria emergenza e pericolo (ad es.

casi in cui vi sia un vuoto di potere causato dalla morte dei Consoli o dall'impegno dei Consoli su

altro fronte). In tal momento il dictator ha un comando di imperio dominante. A questi poteva

essergli nominato un aiutante, ma il quale era alla stregua di un mero consigliere. Quindi si tratta di

una figura molto forte, che vede un accentramento dei poteri di comando. In virtù del fatto che sia

una magistratura unica, alla quale viene affidato tutto il potere, poteva restare in carica solo 6 mesi

o fino alla fine dell'emergenza e senza alcuna possibilità di proroga. La straordinarietà dei suoi

poteri è compensata dalla brevità della sua durata → limite temporale.

Tribuni della Plebe:

Questa magistratura (di cui abbiamo già largamente parlato sopra) è sorta a seguito della secessione

plebea. Essi nascono con il compito di difendere qualunque cittadino che si ritrovi danneggiato da

una condotta consolare. Questi vengono nominati solo all'interno delle riunioni della plebe (concili

plebei). Solamente dal II° a. C. in poi, sull'onda della pacificazione dei due ordini sociali, ai Tribuni

venne concesso di entrare in Senato. Ai Tribuni viene riconosciuta la “sacro santitas” (di cui

abbiamo già parlato) e l'intercessio verso i Consoli e il Senato (senza limiti di competenza: questi

potevano bloccare la leva militare, l'iter legislativo, i tributi e l'esecuzione di un intervento senatorio

se avessero ravvisato ingiustizie).

Tutte quante queste magistrature (cariche), hanno dei poteri molto penetranti e pertanto i Tribuni,

come le altre figure, avrebbero potuto abusare di questa “intercessio” (ad es. per loro fini privati,

anziché il bene del popolo), ma invece tutte queste figure hanno sempre messo in atto una sorta di

“deontologia professionale”.

I Tribuni restavano in carica 1 anno ed erano una carica collegiale.

Pretore:

E' una magistratura meno politica e più giuridica a differenza delle altre e pertanto, per tale motivo

risulta molto importante per i romani. Il Pretore urbano viene creato nel 367 a. C. con le Leggi

Licinie Sestie.

I Consoli necessitano di un'aiuto nell'esercizio delle proprie funzioni e pertanto a tal fine viene

istituita questa figura del Pretore (inoltre Pretore creato anche in virtù di una sorta di compromesso

raggiunto tra Patrizi e Plebei). Il Pretore è inserito nel “corsusu honorum” immediatamente sotto i

Consoli e il compito che gli viene assegnato è quello di gestire la giustizia tra i cittadini romani a

Roma (per le questioni riguardanti il diritto privato).

Tendenzialmente i romani attuavano un riparto di competenze (tra diritto privato e diritto pubblico),

ma lo attuavano di fatto e nella prassi (non troviamo da nessuna parte scritto che i romani

distinguevano tra diritto privato e pubblico, lo facevano di prassi). Non era scritto da nessuna parte.

Le questioni che coinvolgevano la comunità nel suo complesso erano trattate nei Comizi e in Senato

e di queste se ne occupavano i Consoli. Invece, le controversie e le liti sorte tra i cittadini che

attenevano alla sfera privata, di diritto privato, se ne occupavano i Pretori (magistrato creato ad

hoc).

Il Pretore urbano viene chiamato così proprio perché è il magistrato dell' “urbs” (ad es. le cause che

potevano nascere da controversie riguardanti un negozio, un mutuo, liti famigliari ecc.).

Questa risulta essere una grandissima conquista per quei tempi, perché prima di ciò vigeva la legge

del taglione a Roma. Cioè questo fatto che ci si attenga alla decisione del giudice senza fare ricorso

alla giustizia privata è una grande conquista per l'epoca: lo Stato funge da regolatore di queste

situazioni.

Il Pretore è il magistrato che si convoca quando vi è una situazione soggettiva da far tutelare.

Abbiamo le due figure di attore e convenuto le quali si presentano dinnanzi al Pretore urbano.

Il primo processo romano, in età arcaica, era quello per “legis actiones” (tradotto: per azioni di

legge), poi successivamente a queste se ne affiancherà un'altra di azione detta per “formulas”.

Nella prima forma processuale vediamo com'è ancora forte la presenza della religione, l'influsso di

questa nelle questioni di diritto. Il fatto che a dare la decisione fossero coloro che vestivano un'abito

religiosa, fa si che questa sia determinante nella risoluzione delle controversie. L'attore deve recitare

la propria parte, il convenuto anche e chi dei due sbaglia questa “recitazione” della propria parte

soccombe nel processo. Vige il rispetto del rito. Qui il rito giuridico è visto (e non distinto) alla

stregua di un rito religioso. Vi è una forma da rispettare e solo così si può giungere ad un buon esito

del processo, se non viene rispettata la forma, il processo è inefficace, si interrompe. Siamo ancora

ben lontani da un effettivo processo giusto. Entrambi, sia attore che convenuto dovevano giurare di

essere nel giusto davanti agli dei e di non dichiarare il falso. Chi tra i due perde la causa, non solo se

è possessore deve rendere il bene e pagare per la sua colpa, ma ha anche spergiurato (giurato il

falso) e pertanto rischia così di attirare l'ira della divinità, lo sfavore della divinità su tutta la

comunità e non solo su di lui. Pertanto è doppiamente colpevole. Di conseguenza per evitare di

attrarre lo sfavore degli dei sull'intera comunità, doveva sacrificare ben 5 capi di bestiame per

riparare al danno (si badi che all'epoca erano tantissimi 5 capi di bestiame e non tutti si potevano

permettere questo sacrificio). Qui non siamo di fronte ad un giusto processo, siamo ben lontani.

Solo chi poteva permettersi di correre il rischio di sacrificare il proprio bestiame, senza mettere a

rischio la sopravvivenza e il sostentamento della proproia famiglia era in grado di poter far valere i

propri diritti in un processo (solo chi è benestante può correre il rischio e chiedere giustizia). Ad es.

il caso del plebeo, che anche se in buona fede e sicuro della giustezza della sua pretesa, per paura di

soccombere e quindi dover sacrificare i 5 capi di bestiame (che peraltro molto probabilmente non

possedeva e avrebbe comportato un indebitamento), rinunciava a chiedere giustizia per tale timore.

Ancora una volta vediamo come la legge sia uno strumento per pochi privilegiati a sfavore di altri.

Il Pretore ha esercitato un ruolo fondamentale al fine di andare ad integrare alcune lacune presenti

nel diritto civile. Diritto civile = significa il diritto dei cittadini (“cives”). Quindi pensiamo a tutti

quei primi istituti, abbozzi di un ordinamento che si sta ancora sviluppando (istituti famigliari come

matrimonio o prime forme di vendita o regolamenti di rapporto di vicinato). Queste regole però non

erano scritte, bensì orali e di conseguenza se fossero stati indecisi, riguardo a queste prime condotte

(i “moroes”) sarebbero andati a chiedere un parere al Pontefice (i quali erano i saggi della città).

Nella Roma arcaica il diritto non era percepito come una sfera autonoma, ma i precetti ritenuti

ordinatori della comunità avevano una fonte religiosa e avevano anche una formula ben precisa la

quale doveva essere rispettata in quella determinata modalità. Cioè abbiamo una giustizia del tutto

“formalistica” → una procedura da seguire alla lettera senza alcuna possibilità di modifica da parte

del cittadino privato e senza alcuna possibilità di errore (difatti l'errore comportava conseguenze

estremamente negative, ovvero la soccombenza nella causa). Queste formule avendo un testo così

rigido andavano comunque rispettate con quella determinata cadenza anche se in realtà, nel caso in

questione, si trattava di tutt'altro, questo a causa proprio della rigidità prevista per queste azioni (ad

es. il caso che ha fatto la professoressa che riguardava una controversia sulla proprietà di uno

schiavo che invece veniva affrontata con l'utilizzo dell'azione prevista per il possesso di un terreno e

nel caso specifico vedeva una delle due parti sbagliare a pronunciarsi riguardo all'oggetto della

causa perché talmente concentrata sulla causa da sbagliare la parola (cioè anziché “terreno” la

parola “schiavo”, giustamente per la causa ma erroneamente per la recitazione). Ecco che in tale

caso data la rigidità della formula la parte soccombeva per tale errore (anche se a noi oggi può

apparire del tutto futile, allora vista una rigidità del sistema invece era fondamentale).

Quando siamo di fronte ad un qualcosa di rituale dobbiamo per forza attenerci a quella determinata

ritualità, determinata terminologia, senza alcuna possibilità di variazione e non possiamo esprimerci

con parole nostre, nessuna possibilità di discrezionalità (ci sono adempimenti formali da rispettare)

al fine di giungere alla buona riuscita dell'azione. Solo così possiamo azionare il meccanismo nel

modo corretto affinché il processo sia correttamente instaurato → il rito è fondamentale, è garanzia

di certezza per giudice e parti processuali.

Nel processo romano nell'età arcaica ci sono due fasi: a) Fase “in iure” davanti al magistrato; e b)

fase “apud iudicem” davanti al giudice.

Attenzione però che i Romani non usavano il termine giudice e magistrato come se fossero sinonimi

per loro sono due cose ben diverse.

Il Magistrato come il Pretore o come il Console è l'uomo politico che applica una determinata

funzione all'interno della società e al cui fianco si aggiungono anche funzioni giurisdizionali (figure

miste). Il giudice, invece, che emette la sentenza all'interno dell'ordinamento romano è un privato

cittadino scelto dalle parti attraverso una lista nominativa che veniva affissa nel foro (giudici =

soggetti privati scelti dalle parti).

Il Pretore non è il giudice che emette la sentenza, lui compare solamente nella prima fase, cioè in

quella “in iure”. Il Pretore rappresenta lo Stato e ha il compito di accertarsi (solamente) che le due

parti (attore e convenuto) recitino correttamente la propria parte, senza errori (e nel caso in cui uno

dei due sbagli il processo, questo termina lì, la parte che ha sbagliato soccombe e il processo non

può nemmeno proseguire). Pertanto il Pretore all'interno del processo per “legis actiones” nell'età

arcaica, non ha alcun potere di intervento, ma verifica solo che tutto segua l'iter corretto, deve

testimoniare che le parti hanno entrambe recitato perfettamente il proprio ruolo.

Ad un certo punto, di questa sorta di recita, le parti si sfidano a “giurare” e qui entra in gioco il

sacramento (ad es. io attore sostengo che sono il proprietario del fondo x e il convenuto sostiene lo

stesso, le due parti a questo punto si sfidano a giurare di dire il vero, i duellanti si sfidano a prestare

il sacramento). Per l'epoca il giuramento comportava implicazioni notevoli, quando si giurava si

giurava davanti agli dei. Quando entrambe le parti hanno giurato, si passa il caso al giudice (privato

cittadino) che emette la sentenza, ma questi non giudica sul possesso, cioè sull'oggetto del caso, ma

giudica sul giuramento, giudica su chi dei due ha “spergiurato”. Giurare davanti agli dei e giurare il

falso è un evento negativo non solo per il singolo soggetto, ma bensì per tutta la comunità (evento

nefasto). Il “sacramentum” comportava una conseguenza per chi perdeva la causa: chi veniva

accusato di spergiuro doveva sacrificare ben 5 capi di bestiame per placare l'ira degli dei (quindi

grande conseguenza patrimoniale). Essere sconfitti nel sacramento ti costringeva, se non avevi i

capi di bestiame (se non avevi le risorse necessarie), ad indebitarti e sanare la ferita creata dallo

spergiuro. Questo stratagemma era volto ad evitare la temerietà della lite. Tuttavia il risvolto

negativo è che non vi fosse un completo accesso per tutti coloro che appartenevano alla comunità

romana a questa tipo di processo (qui si riallaccia anche il discorso dei prestiti e dei debiti non

regolati – cliens e padroni). Solo un cittadino che poteva permettersi di perdere la causa poteva

andare di fronte alla giustizia e tentare di far valere la propria ragione (quindi possiamo immagine

come a vincere le cause erano quasi sempre i Patrizi a discapito dei Plebei). Questa impostazione

garantiva che potessero accedere alla giustizia solamente coloro che erano disposti o meglio che

potevano permettersi di correre questo rischio processuale (solo i ricchi, i poveri restano esclusi →

disuguaglianza tra Patrizi e Plebei riconfermata anche qui: trasposizione della disuguaglianza

sociale che i Plebei vivevano ogni giorno anche nell'ambito di applicazione della legge). Il

“Sacramentum” crea una disparità. E tale procedura era impostata quasi come se l'attore fosse

sempre un patrizio e il convenuto un plebeo.

Il “jolly” che scombina le parti è proprio il Pretore: il filtro attraverso il quale il sistema è riuscito ad

aggiornarsi a restare al passo con le necessità della comunità. Per poter arrivare a ciò si doveva

comunque modificare il processo. Proprio per il fatto che le “legis actiones” erano frutto di un

ideologia arcaica, un orizzonte politico ristretto. Successivamente alla stagione etrusca si mettono in

moto dei cambiamenti, dei moti di evoluzione (es. lotta Plebea non poteva non riflettersi in un

cambiamento anche del processo romano, comportare un'innovazione). Comincia così ad affermarsi

l'idea che il diritto debba essere uno strumento tecnico per la risoluzione delle controversie dei

cittadini. Di conseguenza le questioni religiose devono restare legate agli dei e non debbano

riguardare il diritto. Diritto e Religione devono prendere due strade diverse e una deve essere

slegata dall'altra.

Nel III° secolo iniziano a stabilirsi a Roma dei nuovi soggetti, i “pellegrini” (vengono chiamati così

dai Romani). Chi sono? A Roma in questo periodo aumenta l'immigrazione da parte di stranieri

appartenenti ad altre culture, i quali si trasferiscono a Roma per avviare delle attività commerciali

(Roma inizia ad avere un effetto attrattivo per gli stranieri i quali comprendono le sue potenzialità).

Gli stranieri però non possono avere accesso al diritto romano, allo “ius civile”. Lo “ius civile” è

solo per i cittadini romani, gli stranieri non possono partecipare ad istituti quali matrimonio, muto

ecc. i Romani avevano istituti che richiedevano una certa procedura e alla quale gli stranieri non

potevano partecipare, non potevano mettere in piedi in quanto non cittadini romani. Ciò rappresenta

un limite enorme alla possibilità di mettere in atto affari commerciali e allo sviluppo. Gli Stranieri

che tipo di vita potrebbero mai condurre a Roma? Se sono esclusi da ciò? C'è una lacuna che il

Pretore cercherà di risolvere (Es. del cittadino straniero e del cittadino romano che si recano dal

Pretore e chiedano a questi un parere riguardo alla conclusione di un contratto di commercio fra i

due. Tuttavia egli anche se il contratto fosse valido non potrebbe comunque ritenerlo tale, perché lui

si basa sullo ius civile che non è disponibile per gli stranieri).

Lo “ius civile” è quello che così per come è strutturato ha determinati requisiti che sono validi solo

per i cittadini romani. Quindi uno straniero non può accedervi. Però al tempo stesso esisteva una

cerchia ben più ampia di diritti detti “ius gentum” ai quali gli stranieri potevano accedere. Sono

quegli istituti che non basandosi sul requisito della cittadinanza romana facevano sì che anche gli

stranieri potessero accedervi (es. la convivenza). Cioè per gli stranieri vi erano tutta una serie di

istituti che non erano uguali a quelli romani, ma che erano figure affini e che erano considerate

lecite (anche se però va detto che non presentavano tutte le garanzie rispetto a quelle previste per i

cittadini romani). E in questo contesto cominciano ad esservi alcuni soggetti a Roma, i quali hanno

viaggiato in diversi paesi e sono così diventati esperti di questa sorta di diritto internazionale e ne

sono a conoscenza. Alcuni istituti, difatti, sono presenti in tutte le culture, ma ciò che cambia, che è

diverso, è la disciplina.

Quindi il pretore si vede costretto a negare la propria competenza e rimanda le parti ad un arbitro,

che è una figura privata, che se riesce potrà impostare una sorta di pre-contratto dell'epoca

stabilendo un accordo fra i due commercianti, uno statuto cui entrambi i commercianti dovranno

rispettare al fine di poter portare a termine il proprio negozio. Tuttavia questo può funzionare

solamente se entrambi sono d'accordo, se entrambi rispettano le condizioni dettate da questo arbitro.

Ma cosa accade quando invece le parti sono in disaccordo e non rispettano tali condizioni? Accade

che viene a mancare quella che si definisce l'azionabilità. L'arbitro non è un giudice e pertanto non

può risolvere la controversia e inoltre le parti in caso di contrasto non possono nemmeno andare in

causa davanti al giudice perché uno dei due non ha il requisito fondamentale previsto dallo “ius

civile”, cioè essere un cittadino romano. Per cui nel 242 a. C. viene creato un nuovo tipo di Pretore

detto “Pretore peregrino”, ovvero il pretore per gli stranieri, che ha il compito di amministrare la

giustizia fra i cittadini stranieri a Roma e fra i cittadini romani e i cittadini stranieri a Roma. Viene

creata questa figura perché l'arbitro è insufficiente (così come anche il Pretore urbano) a risolvere le

controversie. Quindi nuova figura che viene affiancata al Pretore urbano. Mentre il Pretore urbano

aveva il vincolo dello “ius civile”, il Pretore peregrino si trova ad avere carta bianca a riguardo, non

ha i vincoli del diritto civile (ius civile). Quindi il Pretore peregrino si limita a ricevere le parti in

udienza e le ascolta. Il Pretore peregrino mette per iscritto a verbale le richieste presentate del

convenuto e dall'attore. Il Pretore e le parti cooperano alla costruzione di quel verbale, detto formula

(uno scritto che determina tutti fattori determinanti della causa). Attore e convenuto qui sono posti

sopra un piano di parità. Si supera il divario, quella soggezione che invece era presente

precedentemente. Viene inoltre introdotta in tale sistema una nuova figura, cioè quella

dell'eccezione che va difesa del convenuto (ad es. nel processo per “legis actiones” il convenuto non

aveva altra scelta se non ammettere o negare. Il Pretore invece ora ascolta entrambe le parti: il

convenuto può dire sì io ho promesso, ma lui mi ha tratto in inganno oppure mi ha minacciato.

Possibilità del convenuto di inserire nel giudizio un elemento nuovo che nelle “legis actiones” non

era previsto). Al pretore interessa l'equità, la giustizia vera e propria e non l'astrattezza della

giustizia, la forma. Quindi se il convenuto riusciva a dimostrare il dolo subito durante la promessa

(sacramentum) questo viene assolto. Abbiamo così una corretta instaurazione del contraddittorio.

Quindi Gaio ci dice che l'utilità dell'eccezione è: non solo la possibilità di dire sì oppure no, ma la

possibilità di poter dire sì è vero io ho giurato, ma perché lui mi ha ingannato/minacciato).

Il Pretore nel suo primo anno di carica inizia ad elencare una serie di formule per ogni genere di

azione. Nasce così la formula. Ciò che è importante è che le parti si comportino secondo la buona

fede (sia nella fase pre-contrattuale e sia nella fase contrattuale), non che un soggetto venga da

Roma e un altro no. Iniziano ad entrare a Roma tutta una serie di istituti fondamentali per il nostro

diritto (come ad es. la buona fede). Nasce il contratto quale accordo. Viceversa il messaggio chiaro

che manda il Pretore è che i comportamenti dolosi non saranno tollerati. Insieme all'introduzione

del concetto della buona fede, vengono così anche repressi i tre principali vizi della volontà: il dolo,

la colpa e l'errore. La buona fede diventa il modello corretto del buon svolgimento di un contratto

commerciale. Se il Pretore si accorge che già nella prima sentenza una richiesta è viziata, non da

nemmeno azione (seguito) alla pretesa.

D. 1.2.18-19 (Pomponio)

Aumentata in seguito la popolazione, poiché nascevano frequentemente delle guerre con i popoli

confnanti talvolta, richiedendolo la situazione, si decise di istituire un magistrato straordinario, dotato

di poteri più ampi: così fu introdotto il dittatore, contro il quale non era ammessa la provocatio ed al

quale fu concesse di irrogare pene capitali. Questa magistratura, poiché disponeva di sommi poteri,

non poteva essere esercitata per più di sei mesi. A questo magistrato si afancava il 'magister

equitum', per aiutarlo nell'esercizio delle sue funzioni ed anch'essa era una magistratura repubblicana.

Gell. 15.27.4

Quando non per intero ma una parte sola del popolo è convocata in assemblea si deve parlare di

'concilio' e non di 'comizio'. I tribuni non possono convocare i patrizi né riferire loro su qualsiasi

questione Così pure non si devono chiamare leggi ma 'plebisciti' quelli che sono approvati su

presentazione dei tribuni della plebe alle quali deliberazioni i patrizi non furono vincolati fnché il

dittatore Ortensio fece approvare una legge in virtù della quale ciò che la plebe avesse statuito

avrebbe vincolato tutti i cittadini.

D.1.2.2.10 (Pomponio)

I pretori amministravano il diritto e poiché i cittadini sapessero a quale diritto i magistrati stessi si

sarebbero attenuti su qualsiasi argomento e potessero premunirsi, pubblicavano degli editti; tali editti

costituirono il diritto onorario; si chiama così perché derivava dalla carica (=honos) del pretore.

D. 1.1.7.1. (Papiniano)

Il diritto pretorio è il complesso normativo che i pretori hanno introdotto per confermare, integrare e

correggere il diritto civile. Assunse la denominazione di 'onorario' dalla carica (=honos) del pretore.

Polyb. 6.13.1-8

Il senato ha, prima di tutto, il potere amministrativo ed infatti controlla tutte le entrate e le spese; i

questori non possono ordinare spese per le varie necessità senza un decreto del senato. Anche della

spesa più gravosa e più importante che i censori stabiliscono ogni cinque anno per i restauri, la

manutenzione e la costruzione di opere pubbliche, il senato è l'arbitro e dal senato i censori ricevono

l'autorizzazione. Al senato spetta inoltre giudicare sui reati avvenuti in Italia che richiedano l'intervento

dello Stato (tradimenti, congiure, avvelenamenti,assassini); inoltre, se a qualche privato o a qualche

città d'Italia occorre un arbitrato, un presidio, un giudizio, tutto ciò è competenza del senato. Se

bisogna mandare ambascerie fuori dall'Italia per comporre discordie, per fare richieste, per dare ordini,

porre condizioni, accettare rese, dichiarare guerre, spetta al senato decidere in merito e dare le relative

disposizioni. E similmente il senato decide come si debba rispondere loro. Il popolo non ha nessun

potere su questi atti. Per tutto ciò dunque, se qualcuno si trova a Roma in assenza del console, la

costituzione romana gli apparirà senz'altro aristocratica; molti Greci e anche molti re sono convinti di

questo perché il senato tratta tutte le questioni che li riguardano.

Liv. 8. 12. 14-15

Quinto Publilio Filone presentò una legge per la quale i senatori dovevano ratifcare le proposte

legislative per i comizi centuriati prima dell'inizio dell'assemblea.

Il Pretore è chiamato con una funzione specifica, cioè quella della “iurisdictio” = cioè

l'amministrazione della giustizia. Il fatto che erano imposte delle limitazioni, delle strettoie per i

cittadini romani, con l'avvento del Pretore pellegrino, queste, iniziano ad entrare in discussione.

Il Pretore pellegrino in un tale contesto ha carta bianca (al contrario del suo collega Pretore urbano).

Il Pretore peregrino opera in un modo pratico, legato alla prassi. Qui non si può fare riferimento alle

tradizioni. Il fatto che i due soggetti davanti a lui hanno due cittadinanza diverse fa si che il Pretore

può creare una forma diversa. Obiettivo del Pretore è capire che cosa le due parti vogliono ottenere

esattamente. Per i romani è il Pretore che nella fase “in iure” valuta tutti gli elementi (tutto il lavoro

teorico di studio della causa è fatta dal Pretore che poi invia il tutto al giudice. La situazione è

completamente ribaltata rispetto alla nostra concezione, non è il giudice che fa ciò). Il pretore

ascolta le due parti su un piano di parità processuale [Es. questo è quello che chiede l'attore alla luce

delle motivazioni sui fatti, questo è quello che la difesa del convenuto ha prodotto; ora tu giudice

leggi la formula (che contiene tutte le linee guida) e valuta le prove (dell'attore e del convenuto)].

Il giudice non doveva dare un dispositivo e una motivazione, ma doveva semplicemente valutare le

prove su di un piano di assoluta oggettività e sulla base di queste prove dava la propria sentenza.

Editto del magistrato è un atto che si fonda sullo “ius edicendi”, i romani riconoscono al magistrato

questo potere particolare di emanare editti. All'inizio dell'anno di carica il Pretore emana il suo

diritto (è un impegno di carattere deontologico) il Pretore si impegna davanti ai cittadini a portare

avanti il proprio incarico nel rispetto delle leggi già conosciute a quel tempo e con fedeltà, onore

ecc. insomma promette che svolgerà il proprio ruolo nel migliore dei modi possibili. Editto inteso

non come una fonte legislativa, ma come un elenco di formule giudiziali. Il catalogo delle azioni è

contenuto nell'editto → l'attore sceglie l'azione ideale per la sua causa. Chi ha ragione? Chi ha

torto? E così quindi cominciano ad entrare all'interno dell'ordinamento delle azioni nuove, che

costituiscono come potremmo dire la parte dinamica dell'editto, la parte flessibile dove possiamo

finalmente ravvisare la discrezionalità del magistrato che in questo senso usa lo “ius edicendum”,

che innova l'ordinamento, perché va ad inserire un elemento nuovo che prima non c'era, sulla base

di una valutazione discrezionale di meritevolezza e di tutela della situazione giuridica. Però

attenzione il Pretore non è un legislatore, quindi non può dire da oggi esiste il concetto di

compravendita per es., ma è vincolato. Quindi cosa fa? Interviene indirettamente sull'ordinamento,

crea l'azione, cioè crea lo strumento a tutela della situazione giuridica, quindi indirettamente crea la

situazione giuridica. Il Pretore non legislatore, quindi non è che poteva dire ho sotto la mia

giurisdizione entrano nell'ordinamento quattro nuovi tipi di contratto perché secondo me

incentiveranno la produttività e la ricchezza della nostra comunità. Questo non lo può fare perché

deve rimanere nel solco dei compiti che gli sono stati affidati e quindi compiere una funzione

eminemente processuale. Però in virtù del cosiddetto “ius edicendo” → cioè il potere di redigere

l'editto come meglio crede, purché in modo rispettoso dei cittadini e in funzione dell'utilitas publica

(questi sono gli scopi che il pretore deve sempre avere di mira nel momento in cui svolge il proprio

lavoro: ciò che fa deve andare sempre a beneficio della comunità), può inserire nell'editto l'azione a

tutela del venditore e l'azione a tutela del compratore (visto che non può dire da oggi esiste la

compravendita). Però capiamo come da questo passaggio indirettamente (con l'inserimento delle 2

azioni nell'editto) il Pretore inserisce anche la compravendita all'interno dei rapporti praticabili

all'interno della società romana. Perché questo? Perchè se tu hai azione sai che non sei esposto, non

sei sprovvisto di difesa, non sei sprovvisto di tutela. Se qualcosa va storto il magistrato avrà gli

strumenti per poter valutare nel processo chi dei due ha ragione e chi dei due ha torto. Quindi

vediamo come il rapporto entra all'interno del processo tramite la forma processuale. Questo è un

tratto che differenzia enormemente il diritto romano dal nostro che invece si basa sul criterio della

norma generale ed astratta. I romani ragionavano in modo completamente opposto, non è il diritto

che crea l'azione, ma è l'azione che crea il diritto.

Noi studiamo dal generale (la nozione) allo specifico. I romani no, non fanno così. Partono dallo

specifico, dal caso particolare fino ad arrivare al generale. Perchè? Perchè noi abbiamo una

mentalità che prima viene descritta la fisiologia del diritto (il diritto come funzione) noi vediamo le

azioni come la patologia del diritto, se qualcosa non va liscio e dovete andare in tribunale, gli

strumenti a vostra disposizione sono questi. Per i romani è l'opposto. Perchè? Perchè il diritto

privato romano non è stato fatto da grandi legislatori, ma era fatto dai pontefici sulla base della

richiesta del privato cittadino – quesito del privato cittadino e risposta del pontefice – quindi una

risposta casistica che viene presa per autorevolezza di colui che la manda. Quindi non c'è codice,

non c'è concezione astratta. Ma c'è una risposta che vale per quel cittadino per quella determinata

situazione riferibile a lui e nessuno nell'epoca arcaica aveva pensato di cominciare a mettere per

iscritto tutte queste risposte. Erano occasionate dalle richieste dei privati. Quindi già

tendenzialmente i romani propengono per una visione casistica del diritto, in più interviene il

Pretore, perchè se ci pensate il Pretore non essendo legislatore emette una formula sulla base della

richiesta che gli fanno le parti e da un'azione che in teoria serve per quel caso specifico. Quand'è

che l'azione supera la dimensione del caso? Riprendiamo l'esempio del Pretore che crea un'azione

per un soggetto specifico e poi un successivo Pretore va a rivedere l'editto del suo predecessore e

ritrovando quella determinata azione decide di riprenderla, riconfermarla perché la ritiene utile.

Ecco con la riconferma del magistrato successivo, l'azione che era stata creata per il caso particolare

diventa un'azione generale, perché diventa un'azione che da quel momento in poi è disponibile per

tutti i cittadini. Ed è così che sono entrate nell'ordinamento alcune delle figure più importanti del

diritto romano privato, ma anche del diritto privato tout court, perché il contratto pensato come

accordo bilaterale o plurilaterale per costituire un rapporto patrimoniale entra in questo modo

tramite le azioni che i Pretori di volta in volta introducono nell'editto a presidio dell'interesse delle

parti e non entrano solo delle formule ma anche delle parti di forme . Quindi se in taluni casi

l'applicazione della legge porta ad un risultato iniquo il Pretore disapplica la legge e crea una

soluzione alternativa. In questo modo vediamo come man mano il formalismo si riduce sempre più.

Perché cos'ha determinato il successo delle formule rispetto alle azioni di legge? Il fatto che gli

stessi cittadini romani, quelli che andavano davanti al Pretore urbano per le questioni di diritto

civile, quando hanno iniziato a vedere come invece operava il Pretore peregrino hanno cominciato a

chiedere al Pretore urbano di impostare anche i loro casi così: con la formula, con l'integrazione del

contraddittorio, con la possibilità di essere ascoltati senza tutti quei schemi rigidi verbali. E in

questo modo il processo formulare si è generalizzato. Non è rimasto esclusivo predominio degli

stranieri per difetto di cittadinanza, ma ha vinto perché si è imposto perché era un processo più

moderno più snello e che dava ai cittadini maggiore garanzia di certezza (perché qui inizia a

comparire la forma scritta e la forma scritta è una garanzia fra le parti, perché le parti sono presenti

mentre il pretore la scrive, non ci sono atti segretati è tutto pubblico). Quindi attore e convenuto non

avevano più la paura che se sbagliavano parola oddio abbiamo commesso spergiuro è la causa si

interrompe. Questo rischio non c'è più. Si comincia in tale modo a supplire a tali situazioni con

azioni nuove a tutela di situazione giuridiche nuove, ma anche correggere il diritto civile laddove la

sua linea di applicazione può portare nella realtà un risultato ingiusto. Però il fatto che il Pretore

lavori sulle formule processuali è in linea con il modo di lavorare dei giuristi. Il Pretore crea

formule, lavora sulle formule. Ogni pretore è in qualche modo diciamo legato alla conoscenza del

editto precedente. Poi mantiene una propria discrezionalità ovviamente, però questo ha fatto si che i

Pretori fossero sempre concentrati sul caso concreto nel trovare la soluzione migliore nel caso

concreto, sul lavorare sulla forma. Quindi per loro l'azione viene logicamente prima del diritto.

Senza azione non c'è diritto. Una visione processualistica del diritto privato. Quindi nell'editto come

evolve questa form? Tendenzialmente gli studiosi dicono questo: ad un certo punto l'editto

cominciò ad avere una parte contenutistica molto imponente che veniva detto “editto

tralaticio”(perchè passava da un magistrato all'altro, formule introdotte da un Pretore e che poi

erano state confermate successivamente dall'altro Pretore. Come la tradizione passa da un Pretore

all'altro. Create per un caso concreto che divengono a disposizione di tutti). Teniamo conto che il

Pretore era vincolato al rispetto del proprio editto, cioè non poteva disconoscere i propri impegni e

le proprie promesse che aveva assunto nell'emanazione dell'editto (sia impegni di natura

deontologica dell'editto sia impegni che lo impegnino a tutelare certi determinati tipi di situazioni).

In epoca dell'imperatore Augusto vedremo come il ruolo del Pretore è destinato a marginalizzarsi

sempre più. Fino a quando poi vediamo come l'imperatore Adriano, incarica giurista Giuliano di

codificare l'editto cioè viene redatta una versione definitiva dell'editto che da quel momento in poi

non potrà più essere modificato e questa è la pietra tombale sull'attività del Pretore. Perché l'attività

creatrice del pretore si arresta. Imperatore Adriano incarica giurista Giuliano di redigere l'editto

perpetuo (nel senso di immodificabile) al Pretore viene tolta la possibilità di creare azioni nuove.

L'editto è un atto che da un lato è libero (per cui ogni magistrato che viene eletto in quanto dotato di

imperium pubblica il suo editto ed è formalmente libero all'interno di questo intervenire come

meglio crede). Però il magistrati Pretori erano comunque se possibili rispettosi dell'opera dei loro

predecessori (si va a vedere il testo dell'editto del suo predecessore anche solo per vedere quali

siano le linee guida corrette per impostare il proprio editto). Se il Pretore riconferma un'azione

creata dal suo predecessore per un caso concreto e specifico, questa entra nel novero di quelle

azioni nella parte generale, disponibile per tutti. Facendo così il testo dell'editto chiaramente si è

arricchito sempre più. Quindi (dicono le fonti) viene a crearsi un nucleo che passava di Pretore in

Pretore, non era più in discussione e viene detto quindi editto tralaticcio perchè passa proprio come

la tradizione da un Pretore all'altro, restando però sempre effettiva la possibilità da parte del nuovo

Pretore di portare il proprio contributo (poi poteva anche il Pretore essere applicativo solo delle

azioni del suo predecessore eh), ma lo ius edicendi proprio in questo consisteva, nell'opportunità di

creare una formula uova.L'editto veniva fatto ad inizio anno, ma poteva anche essere integrato

anche in corso d'opera (nulla impediva che accadesse che durante l'anno il Pretore ritenesse di dover

intervenire in una determinata materia). Il cuore del diritto pretorio è nel pretore stesso.

Diventa a tutti gli effetti una fonte di produzione del diritto.

Riassumendo → l'editto consta di 2 parti (ad un certo punto): una parte detta “statica” (opera dei

predecessori) e l'altra “dinamica” (potere discrezionale del Pretore: qui può intervenire come meglio

crede).

Assemblee:

Assemblee fondamentali dei romani sono: 1) il comizio centuriato; 2) il comizio tributo; e 3) il

concilio della plebe.

Comizio centuriato:

Ovviamente quello che per noi è il più importante è il cosiddetto “comizio centuriato” proprio

perché è quello che più immediatamente si ricollega alla struttura dell'ordinamento censitario voluto

da Servio Tullio e in un qualche modo rappresenta l'inquadramento di tutta la popolazione romana

giuridicamente considerata, giuridicamente capace. Pensiamo a questa assemblea come

semplicemente all'esercito romano chiamato a svolgere funzione civili. Perché i membri sono gli

stessi, non si deve pensare all'assemblea come un qualcosa di allargato, non pensiamo all'assemblea

romana come ad un qualcosa di democratico nulla di più lontano. E'una visione del mondo

assolutamente oligarchico e aristocratico. Roma non è mai stata una democrazia, questa è apparenza

pura. Vedremo come i tre elementi: le armi, le votazione e le classi, sono tutti studiati e funzionali

per assicurare il dominio della vita aristocratica.

La struttura di questa assemblea (del comizio centuriato) ricalca fedelmente la struttura dell'esercito

esattamente come l'aveva pensata Servio Tullio, all'interno della sua costituzione, attraverso il

censimento (lo strumento attraverso cui viene resa la propria dichiarazione dei redditi e a seconda

del reddito posseduto vieni iscritto in una classe). Ogni classe è detta centuria (la centuria è l'unità

costituiva dell'esercito centuriato, originariamente detta così perché rappresentava una reparto

composto da 100 uomini, poi però successivamente rimane la denominazione, ma cambia il

numero). Ogni classe era composta da un certo numero di centurie. Al di sopra di tutte le classi vi

era una classe speciale, straordinaria, cioè quella cosiddetta dei cavalieri. Le classi erano così

organizzate: classe dei cavalieri e 5 classi di fanti equipaggiate dal massimo dell'armatura

(completezza dell'armatura) fino ad arrivare ad un equipaggiamento più semplice e basico (ogni

volta che scendiamo di una classe vediamo come i soldati “perdono” un pezzo della loro armatura)

a seconda del reddito. All'interno della quinta classe (ultima) vi era una centuria speciale che

raggruppava anche tutti coloro che non possedevano nulla. L'idea era infatti che tutti i cittadini

romani liberi dovessero servire nell'esercito di Roma. E in quest'ultima categoria sono iscritti anche

i cosiddetti nulla tenenti (coloro che non possiedono nulla), anch'essi devono essere registrati

nell'esercito (perché sennò detta così, potrebbe sembrare che chi non ha nulla non fa parte

dell'esercito e invece no, non è così). La cosa interessante è come l'esercito con la medesima

struttura viene trasformato in un assemblea votante. L'esercito inizia ad essere convocato non solo

più per questioni militari, ma anche per altre questioni (temi sempre più ampi ad es.

amministrazione pubblica ecc.). Tale costituzione, voluta dal Re, è chiaramente avversa alla classe

patrizia (perché questa coinvolge tutti e prevede di conseguenza una diffusione dell'informazione,

dell'educazione, pertanto è vista come una sorta di minaccia al dominio della classe patrizia) che

funge poi anche da “motivazione” per la cacciata del Re, farebbe pensare che ci sia poi anche un

successivo rifiuto di tale concezione e invece no, questo non accade. Anzi tale concezione viene

rispettata anche dopo (la cacciata del Re), questo perché, tale impostazione, viene sentita come

equa, come una suddivisione in cui è possibile cambiare la propria sorte, il proprio destino e i

romani credono fortemente in questa idea.

Vediamo ora come funzionava questo comizio quando convocato come assemblea e non come

esercito. La struttura dell'assemblea ricalca esattamente quella dell'esercito non c'è nessuna

differenza in questo. Non esiste un criterio diverso. Ogni membro occupa la propria posizione che

occupa anche nell'esercito. Tuttavia vengono apposti alcuni correttivi, quali: vengono assegnati dei

numeri fissi alle centurie. Cioè la classe dei cavalieri ha 18 centurie, alla prima classe vengono

assegnate 80 centurie e alle altre 3 classi sono assegnate di volta in volta 30 centurie (numero

variabile). Ciò che importa qui notare (non è tanto sapere il numero a memoria), ma il fatto che alle

prime centurie sono assegnati più punti. E come votavano all'interno di questo comizio? Votavano

per ordine di classi, cioè prima la classe dei cavalieri, poi la prima classe ecc. e con il fatto che a

votare erano chiamati per ordine di classi a votare per primi erano sempre le “classi aristocratiche”

ed inoltre una volta raggiunta la maggioranza, la votazione si interrompe. Quindi si capisce bene

come la classe dei cavalieri e la prima classe da sole fossero in grado di delineare tutte le decisioni

assembleari. E siccome queste due classi erano entrambe portatrici degli stessi interessi faceva si

facilmente raggiungevano un accordo unanime sulla questione al fine di ottenere tutti quanti la

stessa cosa che coincideva poi con il bene della classe patrizia e pertanto remavano tutti nella stessa

direzione. Non pensiamo che questa assemblea sia una forma democratica, niente di più lontano da

ciò. Non dobbiamo pensare che i cittadini convocati in queste riunioni avessero tutti lo stesso peso,

la possibilità di far tutti sentire la loro voce (infatti le ultime classi nella pratica non riuscivano mai

a votare perché la maggioranza veniva raggiunta ben prima che arrivasse il momento di esprimere il

loro voto. Le prime due classi possedevano un maggior numero di punti a confronto delle ultime e

pertanto erano sempre le prime classi a decidere l'assemblea) e una volta raggiunta la maggioranza

la votazione si fermava e tutti andavano a casa. Formalmente tutti potevano votare, ma

concretamente non era così, alcuni partecipavano solo come meri uditori per la decisione già presa

da parte delle prime due classi (le quali possedevano ben 98 voti). Ed anche nel caso in cui le classi

inferiori si fossero alleate e avessero espresso il proprio consenso unanime, non avrebbero mai

comunque potuto raggiungere la maggioranza e inoltre (dalle fonti) risulta che non votarono mai per

primi. Questa è un assemblea aristocratica. Questa assemblea è il frutto di quella società e questo

numero delle centurie non venne mai toccato (la struttura del comizio).

Competenze del comizio sono:

• l'assemblea aveva la funzione di eleggere i magistrati con le funzioni maggiori, cioè quelli

dotati di imperio come Consoli e Senatori, ma anche i censori;

• inoltre, questa era anche l'assemblea in fronte alla quale i Consoli portavano la legge che

indicava l'intenzione di muovere guerra ad una determinata popolazione;

• questa assemblea stabiliva anche i tempi e i limiti dell'attività dei Censori (una volta eletti).

A sua volta questa assemblea poteva essere convocata solo da un Censore o da un Console

(successivamente forse anche da un tribuno anche se le fonti sono contrastanti).

Quali erano le 3 funzioni importanti del comizio? La potestà legislativa; la giuria popolare (cioè

quando il Console agiva in veste di p.m. per gli atti lesivi di interessi pubblici e il processo si

svolgeva dinanzi al comizio. Caso in cui console avesse erogato una sentenza di condanna il

condannato potevano chiedere una seconda revisione del caso) ed eleggere i magistrati.

Per una proposta di legge vi era la prassi che prevedeva una fissazione di un avviso che constava in

un lasso di tempo di 24 giorni per convocare l'assemblea (in cui si sarebbe andati a votare tale

proposta). E in questo lasso di tempo i Consoli dovevano andare nel foro ed illustrare la propria

proposta di legge ai cittadini (in modo tale che cittadini andassero in assemblea con già un'idea di

come votare circa tale proposta). Questa sorta di riunioni informali dette “conciones” servivano

come una sorta di feedback, perchè già lì, dalla reazione che i cittadini manifestavano (di consenso

o di non consenso) i Consoli capivano qual'era l'umore popolare, se l'idea poteva avere possibilità di

essere accettata oppure no. I Consoli cercavano di evitare di subire una bocciatura secca della loro

proposta nell'assemblea e a tal fine discutevano prima la loro proposta davanti ai cittadini. Quindi

abbiamo una duplice funzione: a) informare i cittadini prima della votazione in modo da arrivare in

assemblea già preparati sull'argomento; e b) far capire ai Consoli se la proposta avesse avuto

realmente chance di passare o meno (tant'è che se vedevano che non entusiasmava la folla potevano

anche ritirare la proposta, infatti da questo punto di vista non avevano nessun obbligo i Consoli poi

di presentare per forza la propria proposta). In tale idea vediamo come i magistrati siano a completa

disposizione dei cittadini nel fornire spiegazioni e informazioni su quella data proposta, poiché a

loro giova evitare una sonora bocciatura che può nuocere gravemente alla loro immagine.

Non vi è un'idea di discussione a porte chiuse, questo è un momento libero in cui chiunque poteva

prendere parole per avanzare critiche, informazioni, domande o proposte. Se la proposta avesse

avuto un esito positivo, un consenso favorevole del pubblico, allora si andava in assemblea e si

votava direttamente su quella determinata proposta.

Comizio tributo:

Viene considerata come una sorta di assemblea di “serie B”. Questa poteva, anch'essa, essere

convocata per votare su proposte di legge, ma tale assemblea aveva meno poteri (ad es. no proposte

di guerra), era depotenziata potremmo dire. E inoltre qui, a differenza del comizio centuriato, si

eleggevano solamente i magistrati minori, quelli senza potere di imperio (ad es. gli Edili). Tale

assemblea prevede un ordine di partecipazione diverso da quello dell'esercito, qui i cittadini romani

non sono divisi secondo le proprie centurie, ma sono invece organizzati e divisi secondo le proprie

tribù, cioè sono organizzati secondo le categorie distrettuali (cioè la zona dove risiedono i cittadini

ed anche questo veniva accertato tramite il censimento). Il comizio tributo è quello che convoca i

cittadini membri delle tribù. Qual'era il criterio iniziale di convocazione? Che i cittadini romani

possedessero qualcosa, cioè possedessero una qualunque sorte di immobile, anche un piccolo

appezzamento di terreno. E secondo tale schema si era chiamati a votare ognuno nel proprio

distretto di residenza. Inizialmente le tribù erano quattro e queste rispecchiavano le 4 zone della

città, ma poi successivamente si aggiunsero molte altre tribù dette “rustiche” (cioè le zone esterne

alla città, le zone agricole dove vi abitavano gli aristocratici, i grandi latifondisti romani, che

venivano in città solamente per gradi eventi oppure per andare a teatro ecc.). Come sappiamo in

città a Roma vivevano i piccoli commercianti, fuori in campagna vivano i ricchi aristocratici

(Patrizi). Quindi secondo tale schema anche il piccolo latifondista, alla pari del grande latifondista,

poteva votare con un voto che avesse lo stesso peso, cioè non vi è un'esclusione o una

disuguaglianza rispetto ai propri possedimenti. Difatti, per tale motivo, questa assemblea era anche

la più amata dai Plebei perché era appunto percepita come la più giusta. Per tale motivo gli

aristocratici cercano di limitare questa assemblea, rendendola meno importante e adottata solo per

votare su questioni di minore incidenza, importanza.

Attraverso i comizi tributi, era consentito anche al ceto dei piccoli e medi proprietari terrieri di far

sentire il proprio peso nel governo della res publica, mentre nei comizi centuriati essi erano

sopraffatti, per la struttura censitaria di quella assemblea, dai più ricchi: è da tenere presente che il

proprietario fondiario, qualunque fosse la dimensione della sua proprietà era iscritto in una delle 31

tribù rustiche e contribuiva a determinare la maggioranza, nella tribù di appartenenza, alla pari di

ogni altro proprietario fondiario. D'altra parte i non proprietari, fossero o meno nullatenenti , non

potevano incidere granché, ridotti com'è in sole 4 tribù: la tribù costituiva infatti l'unità votante e la

maggioranza era conseguentemente computata per tribù. Emerge ancora in tal modo la prevalenza

dell'interesse corporativo a prescindere dall'effettiva consistenza numerica; e resta che, anche in

queste assemblee, la maggioranza dei cittadini non era strutturalmente in grado di determinare

l'esito della votazione, che poteva essere sempre deciso da una minoranza di proprietari fondiari (al

limite appartenenti 18 tribù). Anche i comizi tributi potevano essere convocati dai magistrati titolari

di “imperium”: le modalità della convocazione erano analoghe a quelle esposte più in alto a

proposito dei comizi centuriati. Fatta qualche eccezione comizi tributi e centuriati erano titolari di

un identico potere legislativo: il magistrati poteva presentare la proposta indifferentemente in una

della due assemblee e anzi le leggi votate dai comizi tributi risultano essere quantitativamente

superiori. D'altra parte, si venne affermando la competenza dei comizi tributi in ordine all'elezione

dei magistrati minori; e pure in ordine ai processi per multe irrogate da magistrati patrizi (specie

dagli edili curuli).

Concilio della plebe:

E' l'assemblea dei soli Plebei, istituita dopo la secessione sul colle Aventino (nel 494 a. C.).

Qui partecipano e votano solamente i Plebei ed è un'assemblea con la quale vengono eletti i Tribuni

della plebe. Qui come ricordiamo sono esclusi (da tale assemblea) i nullatenenti, cioè tutti coloro

che non possiedono nemmeno un piccolo pezzo di terreno (nel 471 a. C. Plebiscito che determina e

introduce tale esclusione), per via della pratica adottata da parte dei padroni verso i propri cliens

(plebei poveri) che usavano quest'ultimi per pilotare e contaminare tali assemblee plebee.

Le determinazioni di questa assemblea vengono detti “plebisciti” e questi determinano un vincolo

però solo per i Plebei (almeno inizialmente). Poi però con la legge Ortensia, questi plebisciti ,

vengono equiparati i alle decisioni assunte nei comizi. Cioè queste ora alla pari dei comizi valgono

anche per i Patrizi e non solo più per i Plebei. Nonostante però questa parificazione, si cercherà

sempre di tenere ben distinte le leggi dai plebisciti (due cose diverse).

Senato:

E' l'organo chiave della costituzione romana. Rappresenta l'elemento aristocratico della società

romana.

In realtà il Senato svolge una serie di funzioni molto articolate fra esse all'interno della società

romana. Senato è l'elemento in cui ravvisiamo una sorta di massima espressione della continuità

romana. È una costante. Cambiano le funzioni (si allargano o restringono) del Senato, ma tale

elemento non viene mai meno. Il Senato non ha potestà normativa diretta = cioè non fa le leggi.

Il senato ha due funzioni: ratifica e consiglia. Chi sono i Senatori? Sono i membri dell'aristocrazia

della città. Difatti non si può essere eletti Senatori si può solo essere scelti come Senatori. In epoca

monarchica se ne occupa il Re in persona, della scelta dei Senatori, mentre invece in età

repubblicana è compito dei Censori. Non è una carica elettiva. Fino a Silla i Senatori restano 300

dopo di che il numero cambierà. I Censori potevano e dovevano scegliere fra i migliori cittadini di

Roma. Criterio di scelta preferenziale era sicuramente il fatto di essere ex magistrati (oppure ex

consoli o anche ex censori perché queste figure per essere tali dovevano per forza essere stati

esempi di moralità, lealtà, onore e deontologia), ma tuttavia anche un privato cittadino, non

magistrato o ex magistrato, che si fosse reso meritevole per una certa attività, che si fosse distinto

per una condotta nobile ed esemplare, poteva essere premiato con la consegna di un seggio

senatorio. Invece a contrario, chi si fosse reso colpevole di atti lesivi della propria attività senatoria

o comunque atti contrari alla città di Roma, poteva essere estromesso da tale carica (diversamente,

se non si commetteva tale tipo di “reato”, la carica senatoria era a vita).

Il Senato ha soprattutto una funzione di consiglio verso qualunque magistrato che ne faccia richiesta

(ad es. un Console, un Pretore e poi anche un Tribuno che abbia dubbio o che sia indeciso riguardo

la politica da adottare per una determinata questione possono chiedere di essere consigliati dal

Senato). Quindi prima di prendere una determina decisione, un Console per esempio, in via

preventiva chiede di essere ammesso in Senato e chiede un “senatum consultum” = cioè il parere

del Senato, il quale parere però non è un atto legislativo e non è nemmeno vincolante per il

magistrato che lo ha richiesto. È un consiglio di natura prettamente politica. È un parere politico,

non è un atto legislativo non è vincolante e non pone in essere regole che i cittadini devono

rispettare è un atto, come diremmo noi, interno. Non è che i Senatori emanano dei pareri per la

cittadinanza, non funzionava così. Tuttavia, sta di fatto che i consoli, quasi tutti, seguivano quasi

sempre il parere offerto dai Senatori. Sono veramente rari i casi in cui Consoli decisero di

discostarsi dal parere offerto dai Senatori. E perché mai i Consoli erano in soggezione? Perché vi

era questa prassi generale di accettare quasi sempre il parere del Senato? Perché si ritenevano

“vincolati”? A questa domanda possiamo fornire una triplice spiegazione: in primo luogo i Consoli

erano spesso espressione della stessa classe a cui appartenevano anche i Senatori e quindi se

seguivano il consiglio dei Senatori credevano di seguire anche l'interesse di quella “nobilitas” a cui

loro stessi appartenevano. Questa viene definita come la “forza del censo” e di quella discendenza,

cioè il far parte dello stesso patrimonio di valori e della stessa visione del mondo.

Il secondo motivo è che tutti i Consoli speravano, una volta terminato il loro incarico annuale di

consolato, di entrare in Senato. Pertanto mostrarsi obbedienti era un modo per propiziarsi un futuro

ingresso in Senato (se vai contro il parere del Senato, poi difficilmente termini la carriera entrando

in Senato), è un elemento di psicologia spicciola, come diremmo noi oggi, ma che allora era

determinante.

Infine un terzo motivo è che i Consoli, al contrario dei Senatori, restavano in carico solamente un

anno, mentre i senatori, appunto restavano in carica a vita (per sempre fino alla morte se uno non si

fosse dimostrato indegno). Per cui, in una tale visione, era naturale che il Console chiedesse un

consiglio a queste figure e che in via generale poi lo seguisse. Questo perché i Senatori, per via

della natura della loro carica, avevano per forza un orizzonte molto più ampio, rappresentato dal

carattere di stabilità della durata del loro incarico, una visione a lungo termine, potremmo dire, del

loro compito. E il Console in tutto ciò si sente chiaramente rassicurato a confrontarsi con loro per

via della loro autorevolezza e per via della loro esperienza politica sicuramente maggiore. Il Senato

appare come un organismo di carattere stabile rispetto al susseguirsi dei magistrati. Il Console nel

ascoltare il parere si sente rafforzato nella sua scelta se è in accordo con il Senato (sente di essere

sulla stessa lunghezza d'onda, sente di essere sulla “strada giusta”).

Il secondo potere del Senato, la seconda funzione è quella della ratifica: i Senatori godono di una

“auctoritas” = cioè godono di “autorevolezza”, godono del rispetto da parte dei cittadini che è

legato alla posizione che questo occupa all'interno della comunità. Questo è il significato più

generale del concetto di “auctoritas” del Senato. Oltre a questo significato generale, però, esiste

anche un'altro significato più tecnico → e cioè la ratifica che i Senatori davano alla legge votata in

assemblea che permetteva poi la sua successiva pubblicazione e conseguente entrata in vigore della

stessa. Infatti sappiamo che i Consoli hanno iniziativa di legge, questi discutono della loro proposta

prima nel foro al fine di informare e avere un primo riscontro da parte del popolo e poi in caso di

riscontro positivo, si va poi in assemblea dove si vota e se si raggiunge la maggioranza però l'iter

non è ancora concluso, perché per aversi legge, questa deve prima essere autorizzata, cioè ratificata

dal Senato. I Senatori devono dare la propria “auctoritas”. Se la maggioranza dei Senatori fornisce

la propria “auctoritas” allora la legge viene pubblicata ed entra in vigore. Solo a tal punto l'iter

legislativo è completo e concluso.

Nel 339 a. C. viene emanata una legge che interviene sull' “auctoritas”, la quale trasforma l'autorità

del Senato (il potere di ratifica) da successiva a preventiva. Cioè i Consoli ora devono andare in

Senato con la loro proposta di legge prima di convocare l'assemblea per la votazione della legge.

Questo cambiamento rafforza ancora di più l'impronta aristocratica della città, cioè i Senatori

possono già fare da eventuale filtro rispetto alle proposte di legge consolari. Se i senatori non

prestano la propria “auctoritas” la legge non può essere nemmeno portata in assemblea, non avviene

nemmeno la convocazione dell'assemblea. Viene quindi rafforzata ulteriormente con tale legge

questa “auctoritas” del Senato.

Riassumendo l'auctoritas può quindi essere intesa in due modi: a) nel senso di prestigio dei

Senatori, di autorità per la loro posizione e per il lavoro che svolgono nella comunità; e b) nel senso

tecnico-giuridico per la loro funzione di ratifica sulle proposte legislative dei Consoli.

Crisi della Repubblica:

Tradizionalmente l'inizio del tramonto dell'epoca repubblicana, che porterà tutta una serie di

avvicendamenti fino a giungere alla figura di Augusto che inaugurerà il principato, coincidono con

un episodio particolare. Le vicende, che determinarono questo cambio di forma costituzionale a

Roma, partono molti decenni prima e tradizionalmente gli studiosi moderni collocano l'inizio della

fase del tramonto della repubblica con un episodio che collochiamo nel 133 a. C. in questa data si

ha l'uccisione di Tiberio Gracco (era un Tribuno della plebe). Tiberio nasce a Roma nel 163 a.C. e

muore sempre a Roma nel 133 a. C. Quali sono le sue origini? Da dove proviene Tiberio? Tiberio lo

collochiamo anzi tutto nella schiera dei “Populares” (I “Populares” furono una delle factiones,

"partiti" in senso lato, che nella vita politica della Repubblica romana sosteneva le istanze del

popolo, costituendo per così dire la "base" dell'autorità dei Tribuni della Plebe, la magistratura che

rappresentava gli interessi dei ceti popolari di Roma.), egli è esponente della fazione politica dei

populares. E' il figlio maggiore dell'omonimo padre Tiberio Sempronio Gracco. Le origini paterne

sono plebee, il padre era un plebeo, mentre la madre “Cornelia” invece era figlia di Cornelio

Scipione (quindi patrizia). Il legame che deriva dall'appartenenza genealogica alla gens plebea

permetterà a Tiberio nel 133 a. C. l'ascesa al tribunato della plebe (è nominato Tribuno della plebe

Tiberio Gracco). Stessa sorte, ma ben 10 anni dopo spetterà anche al fratello di Tiberio, Gaio

Gracco. Nel 133 a. C. abbiamo per Tiberio, quindi, l'apice della sua ascesa politica. Però fin da

fanciullo Tiberio fece parte dei “sacerdoti auguri” grazie all'approvazione dell'influente senatore

Appio Claudio (che peraltro pochi anni dopo gli darà in sposa anche la figlia). A 17 anni Tiberio

milita in Libia dalla quale torna vincitore e 9 anni più tardi viene eletto questore a Roma, per poi

partire nuovamente dopo per la guerra contro il popolo dei Numandini. L'esito di questa guerra si

rivelerà nefasto per Roma. Roma esce da questa guerra completamente sconfitta. Tuttavia i nemici

(i Numandini) decisero che avrebbero trattato i termini della resa romana con un solo romano e cioè

Tiberio. Pertanto Tiberio tratta con i Numandini con i quali stipula la resa sì di Roma, ma ottiene

anche la salvezza di tutti i soldati romani e delle loro famiglie. Tiberio salva la vita di tante persone.

Questo fatto (questa impresa) fa si che Tiberio, una volta tornato a Roma, venga acclamato e

osannato dal popolo come un vero e proprio salvatore della patria. E questo episodio è anche la

ragione alla cui si deve poi la sua successiva nomina a Tribuno della plebe.

Il 133 a. C. è la data in cui egli viene nominato Tribuno, ma è anche la data della sua morte. E gli

studiosi utilizzano tale data anche quale momento di inizio della crisi della Repubblica romana.

Patercolo (storico) nei suoi scritti collega proprio l'episodio dell'uccisione di Tiberio Gracco alla

crisi di Roma: ci dice infatti che: “quando si verifica questo evento si apre a Roma una fase di

assassini e la legge avrebbe lasciato posto alla violenza” (questo storico Patercolo fornisce la

testimonianza che serve poi agli studiosi per dire che dal 133 a. C. la Repubblica a Roma entra in

crisi). Perché Tiberio viene assassinato? Di quali riforme talmente importanti, Tiberio si rese autore,

da costargli poi la vita? La più importante delle riforme portate avanti da Tiberio prende il nome di

“Lex Sempronia Agraria”. Nel 133 a. C Tiberio ottiene l'approvazione di questa legge, la quale era

un plebiscito. E di cosa si tratta esattamente? Qual'è il contenuto di questa legge? Questa era

sostanzialmente una legge che autorizzava delle vere e proprie espropriazioni pubbliche. Quindi lo

Stato va ad espropriare le terre dei privati cittadini romani. E cosa dice questa legge nello specifico?

Imponeva ai grandi proprietari terrieri a Roma, ai nobili latifondisti, di restituire al populus romanus

quelle porzioni di ager publicus (terreno) che erano state date loro date in concessione, di misura

superiore ai 500 iugeri (che corrispondono oggi a 125 ettari di terreno circa). Cioè al di sopra di

questo limite legale (500 iugeri) i nobili latifondisti erano tenuti a restituire le terre date loro in

concessione al popolo romano. I 500 iugeri sono il limite legale, tuttavia questo limite legale in

alcuni casi particolari poteva essere alzato. Ad es. poteva essere alzato fino a 750 iugeri qualora il

nobile latifondista avesse avuto un 1 figlio (e quindi in presenza di un figlio la quota si alza di 250

iugeri = 500 iugeri base + 250 iugeri per il figlio). Questo “superamento” del limite legale poteva

giungere fino ad un massimo di 1000 iugeri in presenza di 2 o più figli. Al di sopra di tali limiti i

terreni dovevano essere invece restituiti al popolo romano. Qual'era lo scopo di questa riforma?

1) primo scopo era quello di cercare di rigenerare la classe dei piccoli proprietari terrieri;

2) secondo scopo era l'idea che la proprietà a Roma non sia più il solo appannaggio dei grandi

proprietari terrieri, ma anche dei piccoli proprietari terrieri (espropriare i ricchi per dare ai

poveri → quindi creazione di una nuova classe sociale di piccoli proprietari terrieri che

avrebbero dato un nuovo impulso all'economia romana. Difatti i grandi latifondisti creano

prezzi superiori perché dominano il mercato e pertanto possono permettersi di farlo, mentre

paradossalmente la merce che viene da paesi esterni come Africa ad es. costa meno rispetto

alla merce che proviene da Roma).

3) terzo scopo era l'idea che così si sarebbe avuto un conseguente aumento della popolazione,

secondo Tiberio se anche i piccoli latifondisti avessero avuto le risorse di sostentamento,

probabilmente avrebbero dato alla luce, presumibilmente, una nuova prole, in maniera più

consistente. E questo avrebbe avviato così un circolo vizioso = ovvero più prole quindi più

uomini romani per l'esercito e avrebbe evitato quello che invece accadrà poco dopo e cioè la

creazione di eserciti di mercenari per sopperire alla mancanza di reclute romane per

l'esercito di Roma).

4) altro scopo, Tiberio è preoccupato dal fatto che lo Stato effettuava delle vere e proprie

concessioni di terreno dietro il pagamento di una somma di denaro (o una quota del

raccolto), senza che però si parlasse di una vera e propria proprietà. Tuttavia sta di fatto che

ad una certa queste concessioni si “stabilizzano”, cioè passano di generazione in

generazione (senza venire riassegnate quindi). Ed è un paradosso questo perché non si parla

di proprietà privata da un punto di vista della teoria, ma in concreto e nella sostanza poco

cambia dalla proprietà privata. Infatti l'aristocrazia latifondista ad un certo punto inizia a

comportarsi come alla stregua di un vero e proprio proprietario rispetto a queste concessioni.

E ciò spaventa molto Tiberio e pertanto egli interviene in questa materia alquanto spinosa mediante

un sistema di espropriazione forzata pubblica con il chiaro obiettivo di ridare impulso ai ceti meno

abbienti (i militari piccoli latifondisti, al contrario dei grandi latifondisti, quando andavano in guerra

non riuscivano a d occuparsi dei loro terreni perché impegnati in battaglia e pertanto questi caduti in

malora venivano acquistati in concessione dai grandi latifondisti a prezzi stracciati. I piccoli

latifondisti non riuscivano più a stare dietro a questo sistema). Pertanto nel disegno di Tiberio il

primo step è l'espropriazione forzata. Poi Tiberio pensava di ridistribuire i terreni ripresi in misura

di 30 iugeri a tutti i piccoli latifondisti. È un gioco di bilanciamento di compromessi quello attutato

da Tiberio. Tiberio infatti aveva sì l'idea di espropriare, sì espropriava la proprietà in eccesso, però

aveva anche l'idea di regolarizzare questa sorta di situazione grigia della concessione che si era

venuta a creare e cioè le terre che ti restano nei limiti della legge sono tuoi, cioè proprietà vera e

propria. Da concessione diviene proprietà vera e propria a tutti gli effetti: si intende regolarizzare

tale situazione ambigua. Però prima di procedere alla riassegnazione dell'ager publicus ai piccoli

proprietari terrieri, vi fu il passaggio chiaramente più difficile e cioè quello di ottenere la

restituzione delle quote eccedenti entro i limiti legali. Tiberio è consapevole che questa restituzione

non sarebbe certo stata accolta favorevolmente dalla nobiltà, che non sarebbe di certo avvenuta in

modo pacifico. Tiberio è consapevole che numerose saranno le controversie che i grandi latifondisti

andranno ad instaurare. Pertanto in tale ottica Tiberio è consapevole del fatto che deve creare un

organo ad hoc per la risoluzione di queste controversie, il cui compito sarebbe stato quello di

dirimere tutte le controversie instaurate dalla nobiltà al fine di ritardare l'espropriazione e nomina

pertanto una commissione, composta da 3 uomini (commissione formata da: lui stesso, dal fratello

Caio Gracco e dal suocero Appio Claudio). Inoltre abbiamo un'ulteriore elemento: nel desiderio del

volere di Tiberio le nuove forme di proprietà che sarebbero nate dall'assegnazione dello Stato

dovevano essere queste caratterizzate dal vincolo della inalienabilità → cioè le nuove assegnazioni

di terreno vengono gravate dal vincolo di inalienabilità = non potevano essere vendute. Questo per

evitare comprensibilmente come le vicende successive, quali ad es. la forza della nobiltà,

riportassero in un secondo momento, le cose allo stato iniziale, al punto di partenza (cioè i nobili

con le loro immense ricchezze e sul gioco forza della differenza di risorse tra loro e i Plebei,

ricomprassero nuovamente tutti i terreni dei piccoli latifondisti riportando quindi la situazione allo

stato iniziale).

Possiamo immaginare quindi, per tutti questi motivi, che la nobiltà latifondista non accetta di buon

grado questo provvedimento normativo. Varie sono le argomentazione addotte dalla nobiltà per

contrastare questa espropriazione forzata, quali ad es. che: i nobili avessero sostenuto spese per

rendere quei fondi sempre più fruttuosi, quindi sarebbero stati espropriati non solo dei terreni ma

anche delle spese sostenute su di essi; inoltre sostenevano che questi terreni erano diventati le

tombe dei loro famigliari defunti(siccome si atteggiavano appunto da proprietari vi avevano

seppellito i loro famigliari defunti); altri, invece, sostenevano che non erano più proprietari di quei

terreni, ma che li avessero già dati in dote alle figlie.

Alla base di tutto è però evidente la reale motivazione → la nobiltà non accetta di essere espropriata

in favore dei ceti più poveri. Tuttavia alla fine i nobili comprendono che nulla possono fare contro

tale riforma, se non agire con la violenza, è l'ultima spiaggia. In prima battuta però la nobiltà si

rivolge al Console (la nobiltà è capeggiata dal Pontefice Massimo: Scipione Nasica) e anche

massimo esperto di diritto di quell'epoca: Mucio Scevola, affinché si proceda contro Tiberio con un

“consulm senatum ultimum” (Il Senatus consultum ultimum cioè "Ultima decisione del Senato", o

anche Senatus consultum de re publica defendenda cioè "Decisione del Senato per la difesa dello

Stato" è un termine utilizzato per descrivere un decreto senatorio il Senatus consultum emesso come

extrema ratio in caso di emergenza che fu tipico dell'ultima fase della Repubblica. Si trattava di una

delibera del Senato della antica Roma repubblicana con cui, dai tempi dei Gracchi, la fazione

aristocratica aveva di fatto emendato la costituzione romana, introducendovi una clausola di Stato di

emergenza «videant consules ne quid res publica detrimenti capiat».). Però la risposta del Console è

negativa: cioè il Pontefice Massimo Publio Cornelio Scipione Nasica, constato il rifiuto del Console

e massimo giurista dell'epoca Mucio Scevola, di procedere contro Tiberio in forza di un senatum

consultum ultimum, prese spontaneamente l'iniziativa chiamando a raccolta quei cittadini che

avessero voluto salvare la patria (cosiddetta “evocatio” = chiamata di tutti i cittadini per salvezza

della patria), ritenendola minacciata dal movimento graccano. E fu così che in campidoglio Tiberio

Gracco e 300 dei suoi più stretti seguaci vennero assassinati. Questa importantissima riforma

agraria costa la vita a Gracco. Che ne è della riforma agraria di Tiberio Gracco? Ben 10 anni dopo

nel 123 a.C. l'intervento riformatore di Tiberio torna in auge con il fratello minore: Caio Gracco. A

differenza del fratello, Caio, è più un uomo dei suoi tempi. Tiberio non è un grande stratega nel

capire che tale tipo di riforma per essere accetta avrebbe dovuto avere in contro altare qualcosa di

più che il semplice riconoscimento della forma della proprietà privata. La riforma è troppo

dirompente. Caio Gracco invece al contrario del fratello è più uomo dei suoi tempi, egli riprende la

riforma del fratello, ma con alcuni aggiustamenti che ritiene indispensabili per permettergli di far sì

che la riforma abbia i suoi effetti e sia accettata dalle anime che compongono la Roma dell'epoca,

prime fra tutte la nobiltà. Caio pensa di sottrarre la competenza della controversie sorte in merito

all'espropriazione da quell'organo creato ad hoc dal fratello e l'assegna ai Consoli che erano la

diretta espressione della nobiltà latifondista (obbiettivo → cerca di riequilibrare). Il primo

intervento di Caio Gracco quindi è questo. Il secondo intervento di Caio Gracco: fa approvare una

legge di nome “Lex Colonis Deducendi”, la quale permette la creazione di nuove colonie anche

fuori dall'Italia. Il terzo intervento normativo voluto dai Caio Gracco: è la “Lex Frumentaria”, con

questa legge Caio impone per la vendita del grano ai ceti meno abbienti la determinazione di un

prezzo fisso e inferiore a quello di mercato. E' una legge in favore dei ceti più bassi e si impone un

prezzo fisso del grano inferiore a quello di mercato solo per i ceti meno abbienti.

Caio Gracco quindi si inserisce all'interno dello schema adottato dal fratello, ma con alcune

modifiche dettate dalle esigenze della realtà di quel tempo.

Ricapitolando gli accorgimenti sono: 1) togliere la giurisdizione per il risolvimento delle

controversie affidate (prima) ai 3 uomini e la da ai Consoli; 2) creazione di nuove colonie anche

fuori dall'Italia; 3) “Lex Frumentaria” → obbiettivo è sempre quelli di ricostituire il ceto dei piccoli

proprietari terrieri e per farlo Caio Gracco ritiene che sia utile ridare respiro a questi ceti mediante

un prezzo fisso del bene primario, ovvero il grano; e 4) infine la grande riforma di Caio Gracco: egli

estende la cittadinanza romana anche ai Latini, e agli Italici invece viene riconosciuta la latinità

(diventano così tutti cittadini romani). Ed è proprio per questo che Caio Gracco è uomo del suo

tempo, perché intuisce i dissapori dei Latini e degli Italici nei confronti dei Romani in merito al

fatto che fino ad allora avevano dovuto sopportare delle grandi spese, delle grandi perdite, senza

però mai poter partecipare in condizioni di parità al governo delle province e senza mai poter

partecipare alle guerre in condizioni di parità con i Romani. In poche parole solo doveri senza

vantaggi. Pertanto Caio, così, viene finalmente incontro al ruolo che i soci avevano avuto nel corso

dei secoli all'emersione di Roma.

Tuttavia anche questa serie di interventi normativi ideati da Caio Gracco costano caro anche a lui.

Infatti nel 123 a. C. anche Caio viene assassinato, egli subisce la stessa identica sorte del fratello.

Caio viene però ucciso sul colle Aventino, ma sempre per mano della nobiltà.

Dopo qualche decennio i popolari ripresero vigore, appoggiandosi a Caio Mario, che aveva

conquistato grande fama grazie alle vittorie ottenute contro il Re numidico Giugurta e poi, contro le

tribù barbariche Cimbri e Teutoni (Caio Mario aveva la nomea di essere un grande guerriero).

In quegli anni egli fu reiteratamente console (per ben 6 volte), sostenuto dai cavalieri e anche dai

nullatenenti per questo gli si erano avvicinati i nuovi capi popolari, i Tribuni Glaucia e Saturnino, la

cui politica aveva sì ripreso alcuni motivi graccani (come la deduzione di colonie in Africa e la

distribuzione dell'ager gallicus, conquistato da Mario, ai veterani dello stesso generale), ma con

finalità spiccatamente faziose e talora con il ricorso alla violenza: a differenza di Gracco, Saturnino

e Glaucia sembravano ricercare il sostegno, più che dei ceti popolari, dell'esercito mariano. Anche

nei confronti di questi tribuni gli ottimati reagirono violentemente a mezzo di un “senatus

consultum ultimum” e fu così soffocata nel sangue la demagogia di Saturnino e Glaucia.

Tuttavia gli scontri tra le fazione opposte tra i “Populares” e gli “Ottimati”, anche con le uccisioni

delle voci fuori dal coro, non si placa e porterà nell'ultimo secolo a. C. allo scoppio di una vera e

propria guerra sociale, ad un conflitto tra le classi sociali a Roma che terminerà con l'avvento della

figura di Silla.

I Senatori (nobilitas = senatori) sono i veri mandanti dell'omicidio dei fratelli Gracco (perché questi

divenuti profili politici ingombranti). Questo è il momento in cui iniziano a giungere i primi segnali

dell'infrazione di tutti quella serie di valori educativi che fino ad allora aveva consentito a Roma di

diventare quello che è, cioè di diventare quella potenza tanto temuta. Prima il focus era l'espansione

e la lotta conseguentemente contro le popolazioni vicine, ora invece il focus è la guerra interna per

il potere. Il corollario fondamentale della vicenda dell'uccisione dei fratelli Gracco è che chi ha

commesso tale omicidio restò impunito (possiamo immaginiamo il messaggio che passò all'epoca).

E' questo il punto di non ritorno potremmo dire. Il Console si rifiuta di eseguire il comando chiesto

dal Senato, ma quello che il Console non fa, lo fa poi il Pontefice Massimo.

Tutti (gli storici) riferiscono la crisi dell'età repubblicana ad una crisi di carattere economico (cioè i

fumi di ricchezza e di schiavi che scorrevano da Cartagine vero Roma che eliminano così il bisogno

del lavoro da parte del privato cittadino romano→ ora lavorano solo gli schiavi. Il cittadino comune

romano, così come anche il magistrato vengono tutti corrotti da questa ricchezza).

Da qui in poi gli eventi precipiteranno in un modo inarrestabile. Per questi storici era impensabile

che l'elemento contaminante di corruzione provenisse dall'interno, ma invece era molto più facile

pensare e credere che questo elemento di corruzione economico provenisse invece dall'esterno,

dallo straniero. Questo maggior grado del benessere secondo gli scrittori comportò un

rammolimento generale della società romana. Inoltre quello che si attraversa in questo periodo è

anche un momento di stasi anche da un punto di vista bellico. Roma in questo periodo è la regina

incontrastata del Mediterraneo. L'immagine che se ne ricava è quella dei soldati romani che dopo

tante battaglie e fatiche finalmente si possono fermare ad oziare e a godere dei frutti di quanto

ottenuto. Nel 202 a. C. Roma finalmente sconfigge, nella città di Zama, Cartagine (che come la

storia racconta, verrà gettato sulle ceneri della città il sale affinché non cresca mai più nulla).

Ora, immaginiamo il generale Scipione, che ritorna a Roma, dopo aver sconfitto un nemico ritenuto

per grandezza alla pari di Roma stessa (Roma a due facce: da una parte Roma vincitrice e dall'altra

parte Roma che esce dalla vittoria completamente disastrata). Scipione, quando torna a Roma fa il

suo trionfo, depone le armi, però accade qualcosa che mai era successo prima di allora. Scipione

pretende una ricompensa, cioè non è più appagato solo dall'impresa che ha compiuto, dall'onore di

cui è stato ricoperto e dalla riconoscenza da parte del Senato e di tutto il popolo romano, cioè non è

più appagato, come invece lo erano i suoi predecessori, di essere passato alla storia per la sua

impresa, egli desidera qualcosa di più, egli desidera qualcosa di molto più tangibile e materiale

(chiede potere e denaro). Tuttavia il Senato, grazie anche all'aiuto di uno dei senatori più esperti di

quei tempi: Marco Porcio Catone, riesce a convincere Scipione dell'assoluta inopportunità della sua

richiesta e richiamandolo agli esempi di moralità e virtù che avevano sempre contraddistinto tutti i

suoi predecessori. Si narra infatti che Marco Porcio Catone fece un discorso talmente intenso che

riuscì a far non solo desistere Scipione dalle sue pretese materialistiche, ma anche a farlo

vergognare delle sue richieste. Difatti, Scipione desiste dai suoi intenti e si ritira in un esilio

volontario. Vediamo come su di lui (su Scipione) questo schema funzioni ancora, ma vediamo

anche già come inizino a manifestarsi alcuni segnali di quel “granello” della corruzione che inizia a

farsi strada tra i cittadini romani e le sue istituzioni. Vediamo come non sia più sufficiente la

gratitudine del popolo romano e il discorsetto di encomio del Senato dopo una tale impresa, ma che

invece si inizino a desiderare delle ricompense più materiali, in termini di denaro sicuramente, ma

soprattutto si desideri ricompense che comportino l'assunzione potere e la posizione di comando,

bypassare la logica delle elezioni e assumere il comando in virtù della propria impresa. Vediamo

come qui c'è già un cambiamento del meccanismo, il vecchio modello non basta più. Vediamo

come le istituzioni romane necessitassero di una sorta di aggiornamento, si vede già da prima.

Il fatto che il Senato sia compatto e che isoli una forza dominante ed emergente (quale Scipione

appunto), dopo tale episodio, non si ripeterà più. Il Senato dopo non sarà più in grado di ripetersi.

Quello che si verifica con i fratelli Gracco, infatti, non si era mai visto nella storia romana, non era

mai accaduto prima, si viene a creare una situazione di incertezza, di crisi → i senatori sono i

mandatori dell'omicidio di uomini per evitare l'applicazione di leggi emanate dallo Stato. Il popolo

questo lo sa e vedere che i mandatori di questo assassinio restano impuniti fa comunque cadere

l'immagine dei senatori, è un danno d'immagine incredibile per i senatori questo. Vediamo come

una corretta dialettica politica viene interrotta da due omicidi. Inoltre ora abbiamo l'emergere di una

nuova classe sociale, aumenta la stratificazione sociale a Roma: difatti le due classi che fin ora

erano state le classi rappresentative della società: i Plebei e i Patrizi, al disotto ora vi è la piccola

borghesia, fino a scendere agli stati più disagiati i nullatenenti ecc. Ora a seguito dell'omicidio dei

gracchi si crea a Roma una divisione partitica, si creano due fazione politiche: una è la fazione degli

“optimates” (gli ottimati, che sono gli aristocratici), l'altra invece è composta dai cosiddetti

“populares” (i popolari, coloro che sono o che si sentono più vicini alle istanze dei ceti non

aristocratici). Questo è un passaggio fondamentale non sono due classi sociali, nella realtà sono due

fazioni politiche che iniziano a lottare per conquistare il potere a Roma. Quindi qui a volte non

contava l'appartenenza nobiliare. Infatti sappiamo di molte famiglie aristocratiche appoggiare i

populares. I populares sono gli uomini “novi” i portatori di novità cioè Roma necessita di una

riforma. Mentre gli optimates, invece, sono i sostenitori della vecchia Repubblica romana.

I Cavalieri → sono soggetti che si sono arricchiti mediante il commercio. Questi soggetti però non

visti di buon occhio dagli aristocratici, tant'è che viene addirittura pubblicata una legge che vietava

l'ingresso a Roma di coloro che possiedono una flotta (Cavalieri).

Con la “Legge Sempronia Agraria” (sulla faccenda della ridistribuzione dei terreni in eccesso e la

ridistribuzione alle famiglie che ne fossero state estromesse), Gaio pensando che purtroppo questo

bastasse, cerca una base di consenso più ampia che non siano solo i piccoli contadini, ma cerca

anche l'alleanza con i cavalieri e quindi pensate i popolari come una fazione politica nella quale

trovavano possibilità di espressione delle proprie richieste i nulla tenenti così come i ricchissimi

imprenditori, perché entrambi erano accomunati da una cosa sola e cioè l'essere esclusi dal Senato.

Quindi vediamo come la politica a Roma sta cambiando, c'è un nuovo ceto sociale che rappresenta

un qualcosa con cui ancora le istituzioni fanno i conti ma che chiaramente il Senato vive con

grandissima diffidenza e in più c'è un diverso modo (frutto di anni, non sì è concluso in pochi mesi),

la dialettica politica cambia. Non è più una dialettica tra Consoli e Senato, diventa una lotta a colpi

di discorsi pubblici a colpi di erogazione, a colpi di demagogia pura, questi nuovi esponenti

componenti o dei popolari o degli ottimati che cominciano a discorre le proprie tesi per assicurarsi il

consenso del popolo e dei soldati. Poi vedremo come mai i soldati cominciano a essere davvero

pericolosi come nuova forza politica. Quindi da questa immagine dovrebbe risultare un fatto molto

chiaro e cioè che mentre prima la discussione pubblica era fatta con tutti i limiti del caso con la

funzione specifica che era la ricerca della migliore soluzione per la gestione della città e per le sue

scelte strategiche in materia di economia in materia di conquista e di alleanze, adesso la lotta

politica è esclusivamente di una fazione contro un'altra per la conquista del potere. Le elezioni

cominciano a diventare un terreno di scontro durissimo e i cittadini si ritrovano dilacerati tra queste

due fazioni che però attenzione cosa comporta la vittoria di una sull'altra? Comporta il fatto che poi

alla fine quelle che saranno le decisioni per Roma interessano molto meno rispetto al passato. Cioè

chi va al governo di solito la prima cosa che fa era quello di mettere da parte tutto ciò che gli

esponenti della fazione avversaria avevano fatto precedentemente (ad es. i Consoli dei populares

mettono da parte tutto quello che i Consoli degli ottimati avevano fatto prima di loro e viceversa).

Quindi capiamo come sia una lotta politica volta solo alla sconfitta dell'avversario. E pertanto a

questo cosa si può accompagnare? Si accompagna il fatto che comincia ad avvelenarsi il clima

politico, i cittadini non vanno più tranquillamente nel foro. Tra popolari e ottimati la lotta si fa

spesso a base di congiure, avvelenamenti e soprattutto il problema maggiore che incontrerà Roma

da qui fino a Ottaviano le denunce basate su calunnie, diffamazione, si istituisce quasi una figura

del delatore pubblico (chi per lucro, per vendetta, per servilismo, denunzia segretamente altri a una

autorità speciale giudiziaria, militare o politica), con un opinione pubblica che non era facile

controllare, capiamo come ogni causa, ogni voce avrebbe potuto essere provata in tribunale con

testimoni ecc. tutto inizia a rendersi più opaco, la dialettica democratica si incrina e il Senato non è

più in grado di riprendere il proprio ruolo autorevole. Questa è la situazione a Roma. Come stanno

invece le cose fuori Roma? Come gestisce Roma i propri domini? Noi fino adesso ci siamo

concentrati su cosa accade nell'urbes, nella capitale; però il problema è che Roma è la capitale di un

territorio molto più vasto. All'interno della cosiddetta penisola italica i Romani pensavano di

risolvere il problema dell'amministrazione di queste zone aprendo delle colonie di propri cittadini

che quindi funzionassero come centri di romanizzazione e allo stesso tempo fossero anche centri di

controllo di quel territorio, con una rete complicatissima (ancora adesso non si è riusciti a trovare

una ratio unica). Un sistema amministrativo veramente indistricabile. Ma questo perché il Senato

romano decideva su base personalistica, cioè non aveva una visione d'insieme. A seconda di come

quella città, territorio era vissuto (pacifico o meno ecc.), il Senato stipulava diversi tipi di alleanze,

diversi tipi di trattati, con condizioni che ovviamente era assolutamente personalizzate su quel

territorio. E questo non era dovuto dal fatto che i Senatori fossero diventati improvvisamente

generosi o che volessero studiare per ogni città il trattamento migliore. Ma semplicemente perché

nella loro testa, stipulare con ogni comunità condizioni diverse impediva l'alleanza comune contro

Roma, anche perché la carota che veniva continuamente mostrata a queste comunità è che se

avessero ottemperato a tutti gli obblighi che i Senatori chiedevano loro obblighi di prestare

contingenti, obblighi di fornire ingenti tributi di denaro, avrebbero prima o poi ricevuto la

cittadinanza romana che ovviamente implicava un salto di qualità enorme per questo tipo di

comunità, significava diventare cittadino romano. In quest'epoca ottenere la cittadinanza romana

significava entrare almeno teoricamente all'interno dei meccanismi istituzionali dell'urbe. Quindi

Roma penetra all'interno del territorio (italico) attraverso l'istituzione di coloni e la stipulazione di

trattati. Diverso è il discorso invece per i territori che si trovano fuori dalla penisola italica. Questi

territori vengono raggruppati in macro aeree che vengono chiamate province: le prime sono la

Sicilia e la Sardegna e anche la Corsica, poi la provincia d'Egitto, la provincia d'Africa, di Spagna,

Asia minore, Macedonia ecc. Quindi come venivano gestite queste province? Qui i Senatori

(secondo la professoressa Evangelisti)commettono un errore tattico che determinerà le sorti della

Res Publica. Ricordiamo come i magistrati romani sono sempre condizionati dall'operabilità dl

principio dell'annualità e della collegialità. Ora per le province si sceglie un criterio completamente

diverso, i Senatori mandano nelle diverse province dei governatori, quindi 1 solo governatore per

provincia, evidenziamo quindi già il fatto che sia una carica monocratica, dotato di imperium,

quindi ha tutte le funzioni e i poteri di un Console attenzione, questo amministra la giustizia, attinge

all'erario, contro le sue decisioni non è ammessa la provocatio ad popolum, può arruolare un

esercito e muoverlo come meglio crede sul territorio della provincia. Quindi pensate il Governatore

è anzitutto da solo, ha il potere giurisdizionale, può imporre tasse, può arruolare un esercito e può

decidere come meglio muoverlo e ha l'imperio su quella zona determinata. Ora capiamo come i

Senatori erano talmente concentrati sul problema di non fare emergere delle personalità di spicco a

Roma che sottovalutano completamente che il pericolo può giungere poi da questi governatori che

in alcuni casi si comporteranno meno, ma in altri (lo sappiamo da Cicerone) si comporteranno

malissimo (ad es. le famose “Verrine” → processo pubblico tramite il quale Cicerone riuscì a far

condannare il governatore della Sicilia, Verre, che si era reso colpevole di una serie di atti

assolutamente vergognosi, aveva imposto tasse ingiuste ai poveri provinciali intascandosene la

metà, si era creato un esercito suo e come racconta Cicerone aveva addirittura governato contro il

suo editto. Perché il Governatore così come il Pretore appena arrivava in una provincia, doveva

pubblicare un atto che sarebbe stato vincolante, nel quale esprimeva tutte le regole e le situazioni, il

modo potremmo dire, il suo impegno nei confronti di coloro che si sarebbero trovati sotto il suo

comando). Capiamo come i Governatori sono come dei re nelle loro province, non incontrano alcun

limite. Un Governatore scadeva dal proprio mandato solo laddove il Senato ritenesse che fosse il

caso di sostituirlo con una nuova nomina. Quindi stavano incarica ben oltre un anno, non avevano

nessun collega che potesse imporgli un potere di intercessio, i suoi governati verso di lui non

potevano promuovere la provocatio ad populum = i poteri di un monarca. Mentre a Roma si era

stati così attenti a circoscrivere di limiti il funzionamento di tutti gli organi istituzionali, per le

province che sono il grosso del territorio romano, si delega ai governatori, pensando che fosse un

vincolo sufficiente l'essere stati designati dai senatori. Ma capite che per l'epoca era anche difficile

essere aggiornati in tempo reale sull'operato di questi soggetti perché le distanze erano enormi.

Pertanto per molto tempo, quelli che non erano intenzionati a comportarsi equamente, potevano

operare più o meno nell'impunità. Quindi il problema è doppio: prima di tutto perché la gestione dei

governatori crea nella province un enorme scontento nei confronti di Roma, che viene vista come

una padrona crudele che sfrutta ignobilmente i propri territori senza mantenere le promesse fatte.

Secondo i governatori possono diventare un pericolo.

Perché citiamo la differenza fra Roma e fuori? Perché Silla, riesce ad entrare a Roma armato?

Perché si era fatto un esercito suo come Governatore. Già era ricchissimo di suo perché di famiglia

ottimate. Quindi il Senato si trova ostaggio di quella sua stessa carica che ha creato. Per questo tutto

è collegato. Anche il fatto che Roma abbia sempre trattato con miopia i propri alleati, rifiutandosi di

estendere a loro la cittadinanza romana, il fatto che si sia concentrato esclusivamente sul tentativo di

mantenere solo all'interno dell'urbe i propri privilegi, il proprio status quo, il potere, rende il Senato

completamente impossibilitato di vedere il pericolo, invece, laddove si radica e si manifesta, con la

convinzione che bastasse ancora una volta essere dei delegati del Senato per comportarsi all'altezza

dei valori romani. Questi valori non sono più sentiti come vincolanti ad una condotta corretta e

quindi che cosa cambia? Anzi tutto tra gli anni tra il 91 e l'88 a. C. gli alleati si rivoltano a Roma, è

la cosiddetta “guerra sociale”, soprattutto quelli delle zone italiche e i Latini, cioè quelli che erano

più vicini a Roma per comunanza di lingua, territorio e culti. Gli alleati sul territorio italico si

ribellano a Roma. Scelgono una nuova capitale che è a Corfinio (sul mare Adriatico), si creano un

nuovo Senato e minacciano Roma che se non verrà concessa a tutti la cittadinanza romana loro

muoveranno guerra a Roma. Per questo detta guerra sociale = “soci” sono gli alleati. Vediamo come

Roma inizia a fare fatica a mantenere la presa sui propri territori, anche quelli più vicini. Perché

questo? Perché la classe politica è delegittimata e quando la classe politica è delegittimata i cittadini

non ti seguono più, oppure vanno dietro a quello che ti fa le promesse più grandi a quello che che si

impegna a ripristinare la saldezza di Roma con la forza delle armi. Non si decide più con la logica

del dibattito, ma si decide con la logica della paura, in base all'insicurezza, ma che essendo appunto

decisioni non razionali, queste possono essere poi disconosciute. C'è una totale insicurezza

all'interno della città e questo lo dobbiamo tenere presente per capire che queste sono le condizioni

che permetteranno il defraudare della guerra civile. Quindi Romani contro Romani. Dicevamo

quindi guerra sociale e ancora una volta i senatori già pensano di cavarsela con il minimo

sindacabile, cioè estendono a queste comunità italiche e latine la cittadinanza romana e

formalmente iscrivono gli italici all'interno delle 38 tribù che componevano la comunità romana.

Però questa iscrizione è solo formale, perché questi italici mantengono l'obbligo di dover risiedere

ognuno nella propria comunità. I senatori ancora una volta portano avanti una politica truccata.

Peccato che (il fatto che restino nelle loro comunità) questo comporti il fatto che gli italici in questo

modo non avevano la possibilità di partecipare alle assemblee, non potevano candidarsi alle elezioni

ed erano estromessi dalla discussione politica, perché tutto questo si svolgeva a km e km da loro.

Gli viene dato giusto un contentino che in realtà è un contentino eminemente formale, sono cittadini

romani solo di nome (come accade per i Plebei in età arcaica), hanno gli obblighi dei cittadini

romani, ma non i vantaggi (inculazio). Quindi quando si trattava di partire con l'esercito centuriato

(venite venite), poi invece nelle assemblee queste venivano sempre fissate in modo che ne arrivasse

notizia in queste comunità, non diciamo dopo che si erano tenute, ma quasi, visti i tempi e le

distanze. Quindi non sono messi nella condizione di potersi validamente candidare alle elezioni e

non potendo validamente candidarsi alle elezioni non possono nemmeno candidarsi in Senato. Così

il Senato pensa di ottenere quella che era stata la sua mira fin dall'inizio, far finta di aprire, ma alla

fine restare sempre i soliti pochi e puri cittadini romani, con l'esclusione anche degli “equites”,

attenzione, predominio della nobilitas assoluta. La guerra sociale quindi è importante non tanto per

come si è svolta, ma perché mostrano anche il tempo. Perché nonostante il senato si fosse tanto

impegnato nella conclusione di trattati e trattatelli diversi gli uni dagli altri, questi si erano uniti per

ottenere la cittadinanza tutti compatti. E' un segnale che dovrebbe arrivare chiaro di rivedere i cirteri

di rappresentatività all'interno delle istituzioni se si vuole rimanere come capitale credibile di un

impero che non sia solo una mera espressione territoriale, ma sia anche un centro politico

rispettabile e autorevole.

Sulla scia della guerra sociale sorta, emerge a Caio Mario, uomo dei popolari, quindi non di illustri

origini. Mario è un generale romano, amatissimo dal popolo, nel momento in cui riesce a farsi

eleggere Console e che porta avanti una nuova riforma dell'esercito romano. Perché? Perché con le

Guerre Puniche si erano estremamente impoverite le file dell'esercito centuriato (se ricordiamo

esercito centuriato = esercito di cittadini → quando c'è la guerra i cittadini vanno a combattere).

Questa era stata l'idea della riforma serviana, Caio Mario, che è generale di grande esperienza

sostiene che Roma non può possa più vivere sulla base di questo concetto, Roma deve avere un suo

esercito professionale. Deve avere un esercito di uomini che fanno solo quello, che fanno i soldati di

mestiere e che quindi si addestrano e che quindi sono sempre pronti a partire perché quello è il loro

lavoro e ricevono uno stipendio per questo. Quindi finisce l'epoca del cittadino soldato e nasce la

figura del soldato di professione. Per rimpinguare poi le file lasciate un po' sguarnite dalle battaglie,

dalle guerre e da tutto quello che era accaduto anche a Roma, Caio Mario fa un'ulteriore apertura,

cioè apre l'esercito ai nulla tenenti, cioè a coloro che pur facendo parte dell'esercito centuriato, non

avendo nulla, non potevano servire all'interno della milizia perché privi di qualsiasi forma di

reddito. E invece Caio Mario a questo punto li inserisce è da loro una possibilità di carriera di

conseguenza. A quel punto uno dice io entro nell'esercito, divento soldato e non solo percepisco il

mio stipendio come soldato professionale, ma poi laddove Roma vinca, ci sarà una quota del bottino

che viene distribuita tra i soldati e quindi ho la possibilità di migliorare anche di molto la mia

situazione economica. Questo renderà l'esercito romano (Caio Mario animato dalle migliori

intenzioni, ma moltissimi lo criticheranno per questo) una forza a sé stante, spinto non più da

cittadini che combattono per la propria città, per la propria famiglia, per il proprio patrimonio, ma

da soldati che sono mossi dalla speranza di bottino, dalla speranza di conquiste, di preda e

dell'arricchirsi così. I veterani, cioè i soldati che avevano più anni di servizio che avevano a lungo

militato nell'esercito, ad un certo punto diventeranno nel momento in cui Roma riprende la propria

(soprattutto con Pompeo) capacità espansionistica soprattutto in Oriente e in Asia e in Africa, i

veterani diventeranno la classe privilegiata nell'attribuzione del possesso delle nuove terre. Prima di

tutto le terre verranno assegnate ai soldati che hanno combattuto e questo da un lato (tutto ha

sempre una doppia faccia) potremmo vederla come una ovvia ricompensa per coloro che rendevano

possibile con il proprio eroismo e le proprie capacità, con le proprie virtù determinate campagne e

determinate vittorie, ma anche un modo per tenere buona la componente militare della società che

tutti gli uomini politici si rendono conto che possa essere una formidabile alleata per la conquista

del potere. Cioè avere un esercito di uomini che ti acclamano e che sono disposti di seguirti

ovunque non è solo espressione attenzione di quella “fides” che legava il comandante ai suoi

uomini in epoca arcaica, adesso è molto di più, perché significa che l'esercito, gli uomini da cui è

composto, non ragionano sulla base di una logica argomentativa raffinata di politica, ma promette la

propria lealtà a chi più gli promette che terrà conto delle loro esigenze, che gli darà la maggior

quota di bottino, chi gli darà più terre e così via. Da qui alla apertura dell'esercito romano ai

mercenari passera davvero pochissimo tempo, perché i fronti di battaglia sono così vasti che non

basteranno solo i cittadini romani, si arruola nell'esercito chi lo vuole fare. E quindi questi saranno

uomini che non si possono motivare sulla base degli antichi valori della antica Roma arcaica, questi

sono solo interessati al bottino. Da qui in poi l'esercito romano condizionerà sempre la conquista del

potere politico a Roma, sarà determinate per Silla, per Cesare, ma sappiamo che anche nell'epoca

imperiale vi saranno imperatori uccisi dai soldati o acclamati dai soldati. Queste dinamiche che

incominciamo a vedere adesso, l'urbe se le porterà a presso per un bel po'.

Chi è l'avversario di Mario? Silla. Silla è ovviamente esponente del partito opposto, cioè degli

ottimati, di famiglia aristocratica che più non si potrebbe. Silla ha come obiettivo quello di riportare

Roma alla grandezza della Repubblica pre-graccana (infatti Silla vede come il danno di tutto la

riforma di Gracco. Per Silla, Gracco è il male). Silla personaggio complesso, ha avuto un'azione

politica brevissima. Silla rappresenta l'aristocrazia che vuole riportare la Repubblica alla sua

vecchia grandezza. Ma questo Silla non lo fa da eletto come Console, lui si sfida più volte con

Mario e all'esito di tutta una serie di battaglie e di alternanze sfibranti che impoveriscono anche la

città, Silla entra a Roma armato con il suo proprio esercito nell'82 a. C. e questa è una forte

contraddizione perché nessuno mai avrebbe potuto varcare i confini di Roma ed entrare in città

armato, invece Silla lo fa proprio in tranquillità, perché era l'unico modo per azzerare le posizioni

interne ed assumere una posizione super partes che gli consentisse di portare avanti un programma

di riforme che restaurasse la Repubblica. Silla si fa proclamare dittatore per la restaurazione e per la

conservazione della Repubblica (perché capisce anche lui che solo “dittatore” pareva brutto).

Assume sì questo ruolo, ma finalizzato al restauro dell'antica Repubblica. E il piano di riforma di

Silla è molto semplice, azzerare le riforme graccane (anche se però invece si spingerà ben oltre).

Quindi se Caio Gracco aveva fatto entrare gli “equites” nei giudizi pubblici per corruzione, Silla li

elimina e ridà di nuovo competenza esclusivamente al Senato. Come se non bastasse Silla elimina la

nota censoria: quindi nessun Senatore o Magistrato potrà più essere rimosso dalla carica a seguito di

un'accusa di indennità mossagli. Con Silla i senatori diventano virtualmente inamovibili: a

qualunque cosa, a qualunque processo questi siano sottoposti non perdono il rango, la carica di

Senatore. Riporta il sistema di appalto delle imposte che Caio ha cercato di riformare in modo più

vantaggioso per i provinciali, lo riporta a Roma, in modo che sia di nuovo il Senato ad averne il

controllo ed estromettendo completamente i cavalieri e poi visto che non era felice (del casino che

aveva fatto) interviene anche sulle magistrature dello stato. Toglie ai Tribuni il potere di intercessio,

sia verso i Consoli sia verso i Senatori e vieta loro l'ingresso in Senato, sostanzialmente i Tribuni

diventano una carica di serie C (sostanzialmente non contano più nulla). E inoltre toglie ai Consoli

il potere militare (imperium militiae), i Consoli sotto Silla diventano dei meri funzionari civili con il

compito di amministrare la città, previo il parere del Dictator (Dittatore, cioè Silla). Infine Silla darà

via alle liste di proscrizione (pagina nera della storia romana), liste di pubblici cittadini messi al

bando o addirittura uccisi con i loro beni confiscati. Silla istituisce degli appositi tribunali per

questo. E questo rafforza purtroppo la presenza a Roma dei “delatori”, perché bastava una semplice

voce fatta arrivare al magistrato giusto perché una persona (e non solo, ma anche tutta la sua

famiglia) fossero inserite nelle liste di proscrizione. La cosa importante da notare è che le modalità

che egli usa, sono poi le modalità che aprono la strada a chi verrà dopo di lui, perché nel momento

in cui non si sente più come sacro il rispetto della legge del diritto civile (noi siamo già di fronte alla

sospensione della legalità, un dittatore che incomincia a mettere il piede in tutte le magistrature

della città trasformandole in una sorta di idoli, di immagini senza sostanza che da via ad una serie di

processi politici in cui le persone spesso non erano nemmeno messe nella condizione di mettere

insieme una difesa) fa si che il tutto sia concatenato, perché una volta che lo ha fatto Silla ci

cadranno anche Cesare e Pompeo perché non c'è più un tabù da rompere, si è già entrati a Roma

armati, si è già assunto il potere senza essere eletti, addirittura il potere politico si fa carico di una

serie di processi che sono volti ad eliminare semplicemente i propri avversari. Dopo Silla non c'è

una reale restaurazione, non è possibile una volta che la strada è stata spianata e intrapresa non si

riesce più a tornare indietro. Per cui Cesare e Pompeo entreranno a Roma con gli eserciti, ma non

solo attenzione, anche il mite Ottaviano, l'imperatore della “Pax Augustea”, prima di diventare

Imperatore ha dato luogo a costrizioni senza pietà. Siamo di fronte a momenti nerissimi della storia

romana, perché non c'è più un ordinamento democratico, non ci sono più delle istituzioni, tutti si

riempono la bocca con la tutela della Res Publica, ma è qualcosa che invece è già andato in

frantumi. E' uno scenario completamente modificato. A chi affida invece Pompeo l'imperium

militie? Ai cosiddetti ai pro-magistrati: che erano gli ex Consoli o ex Pretori a cui il Dictator

d'accordo con il Senato affida direttamente il comando dell'esercito. Quindi sono figure che hanno

già il vestito di carica pubblica, ma che al di fuori di un meccanismo elettorale, quindi solo su

nomina senatoria vengono messi a capo degli eserciti e vengono detti pro-consoli o pro-pretori e il

potere conferito loro viene detto imperium pro-consolare. E quindi è un potere simile a quello del

Governatore, è un potere monocratico è un potere di imperio pro-consolare, è un potere di nomina

senatoria ed è un potere fondamentale perché riguarda la leva, lo stanziamento degli eserciti, la

possibilità di attingere all'erario per tutte quelle che potevano essere fatte passare come necessità

militari. Quindi scindendo la funzione dell'imperium domini e imperium militie si completa l'opera

di Silla di dare al Senato (composto da personaggi inamovibili) la gestione non solo della cosa

pubblica (non solo dei processi più importanti per corruzione della spesa a pubblica e quant'altro

con i Consoli ormai ridotti a magistrati che non avendo più il potere di veto non possono più

opporsi a questo tipo di politica), ma soprattutto ora la gestione degli eserciti è gestita solo dal

Senato. Stranamente Silla si ritira a vita privata nel 79 a. C. convinto di aver ben servito la

Repubblica e la tradizione ci insegna che alcune delle sue riforme verranno messe nel nulla. Però

malgrado verranno promulgate delle leggi che cercano di contenere soprattutto gli abusi della

politica sillana, ma ormai la breccia è aperta e quindi non a caso dopo Silla, ci troviamo di fronte ad

una lotta di potere serrato tra un ex sillano Pompeo e un anti sillano fin dalla prima ora che è

Cesare.

Teniamo presente che già negli anni di Silla, si mette in luce un generale partcolarmente brillante

dal punto di vista della strategia militare che è Pompeo, il quale combatte al fianco di Silla ed entra

con lui nella famosa entrata di Silla a Roma con l'esercito (non a caso viene definita anche questa

“una presa di Roma”). Siamo in un epoca in cui personaggi spregiudicati e che vogliono

impadronirsi del potere a Roma, sono in grado di procurarsi con in parte, grazie al proprio

patrimonio personale (come nel caso di Silla), in parte, con le promesse all'esercito, si procurano un

proprio esercito. E a questo punto noi sappiamo che i componenti dell'esercito sono fedeli al

comandante (per quello che geli gli ha promesso) e non più all'urbe, non sente più un vincolo

rispetto al nome e al prestigio dell'urbe. Quindi vediamo come con la riforma di Mario, l'esercito

diviene un centro di consenso e di potere politico che sarà uno dei protagonisti fondamentali per la

storia romana da qui in poi. Pompeo, quindi, è un sillano ed è un militare ed anche intenzionato ad

occupare un posto di prestigio all'interno della Res Publica, tant'è vero che nel 70 a. C. verrà eletto

Console. Chi era invece (almeno da quanto ci raccontano le fonti) tra le file degli oppositori sillani?

Un giovane Caio Giulio Cesare. Quindi vediamo già come i due futuri avversari partono già da una

posizione opposta dal punto di vista degli schieramenti politici. E Silla tant'è vero che nella sua

gestione piuttosto spregiudicata della propria politica, voleva già uccidere Cesare perché si era già

reso conto delle potenzialità del personaggio, del fatto che sarebbe potuto essere pericoloso per il

governo, poi altri personaggi in Senato lo convincono a non farlo perché Cesare pur presentandosi

al popolo come un uomo nuovo (un uomo novus) si sa che discendeva dalla gens Iulia che era una

delle più antiche a Roma. Quindi Cesare, durante il governo di Silla a Roma, ha salva la vita. E

dalle fonti ci risulta anche che Silla disse:“io acconsento al vostro volere, ma vedrete che questo

personaggio che scelgo di risparmiare avrà delle conseguenze per la Res Publica.”. In un qualche

modo prefigura la dittatura cesariana. Sappiamo che nel 79 a. C. Silla si ritira a vita privata,

convinto di aver ben riorganizzato lo stato romano, soprattuto affidandolo di nuovo la guida al

Senato e ripristinato nelle proprie funzioni dalla assoluta abrogazione di tutte le riforme graccane.

Tuttavia molte delle riforme di Silla, soprattutto quelle volte a sminuire i magistrati romani, hanno

vita breve, perché poco dopo che il dittatore si è ritirato a vita privata verranno pubblicate delle

leggi, la prima delle quali restituisce ai Tribuni la possibilità di candidarsi al consolato e quindi di

essere ammessi in Senato e la seconda delle quali, ecco una cosa particolare, non viene ripristinata

la nota censoria, quindi i senatori sono di fatto inamovibili da quest'epoca in poi. Semplicemente ci

si limita a ridare una minimo di dignità alla figura del Tribuno, che sappiamo fosse stato ridotto a

magistrato di serie B e si restituisce ai Consoli almeno formalmente l'imperium militiae. Però

teniamo presente che da qui in poi la figura del Console subirà un graduale perdita di importanza e

lo vediamo proprio già negli anni di Cesare e Pompeo. Mentre nella Repubblica di prima sappiamo

che i Consoli erano i capi della comunità per quanto avessero nel Senato una guida autorevole, ora

il vero potere, a cui si ambiscono i personaggi come Cesare e Pompeo è quello cosiddetto imperium

pro-consolare. Ricordiamo di quando abbiamo parlato del comando nelle province. Quindi il potere

che avevano i Governatori nelle province di gestire la propria carica in modo monocratico, senza un

collega che potesse imporre la propria intercessio, senza i limiti di tempo e con il potere di attingere

all'erario e anche di poter creare un proprio esercito. Sostanzialmente di comportarsi quasi come un

Re, un monarca sui territori affidati al proprio governo. Quindi con il nomen di imperium pro

consolare, ci si riferisce ad un nuovo potere di carattere straordinario, nel senso di extra ordinem,

cioè di una carica che non era tra quelle previste dal cursus honorum, un potere che viene, che può

essere riconosciuto (come avviene con Pompeo) anche ad un semplice cittadino, in virtù di una

missione particolare che deve compiere. Quindi nel clima di instabilità della Repubblica si comincia

ad assistere ad una scissione tra la carica pubblica e i poteri ad essa collegati. Ad es. al fine di

comprendere meglio: il problema dei pirati che infestano il mare Adriatico, problema del fatto che i

pirati assaltavano le navi commerciali romane impedendo il proseguire dei commerci che nel

frattempo erano diventati una delle fonti principali di arricchimento a Roma. Quindi è presente il

problema di risolvere la questione della pirateria nel Mediterraneo. E cosa accade? Accade che il

Senato non incarica il Console di turno, ma va da Pompeo, che come sappiamo si era già costruito

un nome, una fama di ottimo generale e militare molto esperto, quindi Pompeo privato cittadino, e il

Senato gli conferisce l'imperium pro consolare detto “de bello piratico”, cioè per la guerra contro i

pirati. Quindi immaginiamo che Pompeo è convocato in Senato, scelto per un determinato tipo di

compito, non viene eletto e viene investito di tale potere, cioè gli si da un imperio pro consolare.

Ciò cosa significa? Significa che egli può decidere come meglio crede per la risoluzione del

problema dei pirati: quanti soldi prendere, quante navi servono, quanti uomini, come condurre la

campagna ecc. Pompeo ce la fa e in soli 3 mesi riesce a risolvere il problema. E si ripresenta a

Roma congedando, in segno di rispetto per l'urbe, il proprio esercito. Proprio perché si capisce

benissimo che Pompeo ambisce al potere, ma vuole in qualche modo non essere immediatamente

equiparato a Silla, non vuole presentarsi a Roma con la stessa violenza di Silla che entra con

l'esercito, Pompeo mette in atto una sorta di pseudo rispetto per la legalità e fa il gesto di congedare

il proprio esercito e di mettersi a disposizione del Senato. Il bello è che l'aristocrazia senatoria, a

questo punto vorrebbe metterlo da parte, proprio per evitare l'ennesimo personaggio che si prende il

potere per il fatto di aver semplicemente fatto il proprio dovere (si sono appena “liberati” di Silla) e

quindi Pompeo si ritrova completamente isolato politicamente, cioè l'aristocrazia senatoria tende a

emarginarlo. A quel punto Pompeo stringe un'alleanza con il giovane Cesare, che nel frattempo è

divenuto il leader dei Popolari e un terzo personaggio dell'accordo, che Marco Licinio Crasso.

Nei manuali storici, questo accordo, lo troviamo descritto come il primo triumvirato, ma siamo di

fronte ad una mera alleanza politica fra questi tre personaggi, è un patto interno che non ha alcuna

rilevanza costituzionale. L'Idea di Pompeo è quella di blindare la propria posizione a Roma,

mediante una strategia politica che all'inizio sembra premiarlo. Invece che combattere Cesare, cerca

di costruire con lui una politica che metta in minoranza il Senato. E Crasso in tutto ciò cosa

rappresenta? Crasso è il portatore del denaro. Crasso è un ricchissimo imprenditore, immaginiamolo

come all'epoca un miliardario, ma non limitiamoci a considerarlo come un semplice portatore di

denaro per le ambizioni altrui, perché anche Crasso aveva già dimostrato le proprie capacità militari

perché era stato l'unico in grado di risolvere la rivolta servile, cioè la rivolta di Spartaco. Il famoso

schiavo proveniente dalla Tracia (in realtà un nobile della sua terra), che all'inizio combatte per

Roma e poi si ribello al giogo del dominio romano e Spartaco dovendo scegliere ovviamente

combatté per la propria provincia di appartenenza. Roma vinse e a quel punto portò a Roma come

schiavi gli sconfitti e Spartaco fu costretto a servire come gladiatore, ma non a Roma perché

venduto all'asta come schiavo, ma mandato a Capua, una delle città più importanti del territorio

romano (porto commerciale importantissimo e un centro famosissimo per l'addestramento dei

gladiatori). Cosa accade? Accade che Spartaco guidò una rivolta, riusci a scappare con un gruppo di

gladiatori dalla scuola, dal ludo in cui veniva addestrato e alla sua fuga si uniscono schiavi da anche

tanti altri territori che vogliono liberarsi dal dominio romano e la sua rivolta diviene una rivolta

dalle dimensioni imponenti, all'inizio è solo una rivolta di schiavi, ma poi si uniscono anche uomini

liberi. Questa venne addirittura chiamata guerra servile. Spartaco riuscì a mettere davvero in

difficoltà Roma, in due battagli sconfisse il Pretore. All'inizio Roma sottovaluta la cosa, pensa siano

una banda di scappati (di casa), che basti mandare il Pretore del luogo con due legioni e il problema

è risolto. Invece no, la questione si trascina, peggiora, Spartaco si ritrova ad avere un seguito di

10.000 uomini e alla fine subita l'ennesima sconfitta Roma prende sul serio la questione e Crasso

che era stato Console due anni prima guida un esercito diretto contro i ribelli. I ribelli vengono

sconfitti. Crasso fa crocifiggere tutti i ribelli sulla via Appia, come monito per chiunque avesse

anche solamente pensato di mettere in difficoltà la superiorità di Roma. Quindi Crasso normalmente

viene ricordato come colui che finanzia le iniziative politiche di Pompeo e Cesare, ma in realtà era

un uomo avvedutissimo, che la sua fortuna se l'era creata da solo e che quando c'era stato il bisogno

anche di dimostrare le proprie abilità militari, non aveva esitato a farlo e aveva conseguito anch'esso

un risultato importante. Quindi questi sono i tre uomini che si mettono d'accordo per governare

Roma, per spartirsi Roma, questa è la verità. Perché è un accordo interno? Perché non é un accordo

che viene promosso al pubblico, non è i cittadini romani ne vengono informati è un'accordo come

dire sotto banco, nel quale questi tre decidono di candidarsi alternativamente in tutte la cariche più

importanti della Repubblica. Cioè si mettono d'accordo, l'anno prossimo ci candidiamo al consolato

io e Pompeo e tu invece Crasso chiedi l'imperium su di una regione, poi scaduti questi poteri invece

eleggiamo al consolato Cesare e Crasso e Pompeo si fa dare l'imperium consolare su di un'altra

regione. Questa è la mentalità, cioè di vivere l'urbe e i suoi meccanismi come un qualcosa di proprio

in virtù del proprio talento del proprio carisma e dei propri interessi ci si mette al di sopra delle

istituzioni e al contempo sfruttandole per il raggiungimento dei propri obiettivi personali, per questo

è un'alleanza politica, perché non viene sancita da nessuna legge, mentre lo stesso Silla aveva

almeno cercato una parvenza di legalità, con una lettera del Senato nel quale veniva ripristinata la

dittatura in virtù della straordinaria situazione di urgenza dello Stato che affidava a Silla i poteri del

Dictator, qui invece siamo di fronte a tre personaggi ovviamente molto spregiudicati che si

accordano per spartirsi il potere (in modo non legale), pensando che in questo modo, cioè di

mettersi d'accordo prima, si eviterà di trovarsi in contrasto dopo. Tuttavia sottovalutano che le loro

ambizioni (soprattutto quelle di Cesare e Pompeo) erano destinate comunque a confliggere per

formazione, per carattere, era un'accordo non destinato a durare e di cui ben presto il Senato si

accorge. Il Primo triumvirato (continuiamo a chiamarlo così) viene instituito cos' nel 62 a. C. e

viene rinnovato nel 55 a. C. Per i primi 10 anni le cose funzionano, se per funzionano voglia

intendere che questi tre comandano e truccano le elezioni. Nel 55 a .C. i tre rinnovano, appunto, il

loro accordo per proseguire almeno altri 10 anni in questo modo. Tuttavia accade un fatto, accade

che Crasso viene inviato come generale ad affrontare un popolo asiatico, considerato sempre un po'

la nemesi dei romani, perché non sono mai riusciti a sconfiggerli, sono i Parti, che abitavano nella

zona centrale dell'Asia. Ed era un popolo che continuamente si rivoltava a Roma pertanto si decide

che Crasso parta e li affronti (anche perché Cesare era appena stato impegnato nelle gallie) quindi

anche per una motivazioni di gestione dei compiti parte Crasso. Tuttavia Crasso muore nel 53 a. C.

in una sconfitta disastrosa per i romani, la battaglia di Carre. Ora venuto meno Crasso che era, come

potremmo dire, il moderatore del trio una sorta di ago della bilancia tra Pompeo (tendenzialmente

più vicino alla visione aristocratica) e Cesare (che invece era portatore di una visione

completamente nuova). Ora questo elemento viene meno (Crasso quale moderatore dei due) e

Pompeo cedendo alle lusinghe del Senato, approfittando dell'assenza di Cesare (che è ripartito per le

gallie = campagna di Cesare nelle gallie costosissima per conquistare questa provincia), rimane da

solo a Roma e si fa eleggere Console senza collega. Vediamo come ormai la carica consolare è una

formuletta che viene adattata secondo le circostanze del momento, non ha più nulla delle

caratteristiche, dei limiti e delle funzioni viste nei Consoli delle epoche precedenti, drmplicemente

si fa riferimento a quel lessico, a quella terminologia che i romani conoscono, ma gli si fa

riferimento solo formalmente, in realtà nella pratica e snaturata. Perché essere nominato come

Console senza collega, in assenza di Cesare senza l'accordo con lui significa preparare lo scontro tra

i due. Perché chiaramente da Console, Pompeo, viene a meno a quelle che erano le circostanze e le

promesse che hanno portato al rinnovo triumvirale e fa approvare velocemente due leggi (vediamo

anche come i Comizi oramai sono completamente depotenziati e alla merce del personaggio politico

di turno) che approfittano dell'assenza di Cesare per impedire sostanzialmente che una volta tornato

in patria egli abbia qualche chance effettiva di avere ancora un ruolo di qualche rilevanza. Gli si

intima addirittura di rinunciare al proprio esercito (visto che Cesare stava pian piano avendo notizie

di quello che stava accadendo, Cesare incomincia a ritornare verso Roma ed arrivano notizie

sempre più allarmanti secondo le quali Pompeo sostanzialmente dice : “nessuno che adesso sia

stato appena pro console si potrà ricandidare per 5 anni”. Indovina indovinello per chi era questa

legge? Quando noi parliamo delle leggi ad personam, parliamo non a caso di una pratica nel

momento in cui la Repubblica romana degenera, non parliamo di una pratica che è frutto di una

fisiologia delle istituzioni repubblicane. Abbiamo una legislazione che non viene più fatta tenendo

conto di una collettività, ma una legislazione fatta contro un avversario politico per metterlo

nell'impossibilità di poter competere. Leggi finte generali astratte, ma che in realtà hanno un nome

ben preciso). Quindi Pompeo dice anzi tutto questa prima cosa, che anche se Cesare tornasse in

Italia non si potrebbe più ricandidare; e in secondo luogo si fa arrivare a Cesare un messaggio molto

chiaro e cioè che se lui non deporrà immediatamente il proprio esercito, verrà dichiarato nemico

della Repubblica. Cosa accade a questo punto? Anche i muri lo sanno: Cesare, una volta ricevuta

quella che è una dichiarazione di guerra, varca il Rubicone (quello che era considerato il confine

dell'Italia) e lo fa con il proprio esercito, vedendo come nemici Senato e Pompeo. Entra anch'egli a

Roma alla testa del proprio esercito, prende il potere di fatto, tutto questo accade nel 49 a. C.,

Pompeo scappa e nel 48 a. C. verrà poi sconfitto definitivamente nella battaglia di Farsalo. Quindi

nel 48 a. C., Cesare è il padrone assoluto di Roma. Sono anni molto convulsi, succedono tane cose

in pochissimo tempo (pensiamo che sono passati solo 30 anni dalla dittatura sillana).

Cosa accade a Roma con Caio Giulio Cesare? Siamo di fronte a una delle figure più controverse

della storia. Per alcuni Cesare è stato un dittatore, tiranno divorato solo da un'ambizione senza limiti

che vive Roma come una cosa solo sua. Da questo punto di vista storico sembra che questo giudizio

sia stato senza appello, anche perché Cesare con i primi gesti sembra non fare nulla per smentire

questa opinione. Questo perché Cesare appena arrivato a Roma, in pochissimo tempo, si fa

riconoscere tutte le cariche che prima erano distribuite tra i vari gradi del cursum honorum. Cioè si

prende il potere dei Censori (che ciò significa la possibilità di scegliere i Senatori), il potere dei

Tribuni, dei Consoli (imperi domi e militiae), ma anche i poteri sacerdotali e la cosiddetta cura dei

costumi, il potere di concedere la cittadinanza romana, di nominare i magistrati e di scegliere a chi

conferire il patriziato. Effettivamente a colpo d'occhio, a prima vista, al contrario di Silla, non cerca

una forma di investitura democratica o legalitaria per il proprio potere ma si instaura come Dictator

nel senso forte. Non c'è solo questo però nella politica di Cesare, attenzione, perché se noi andiamo

a leggere le sue parole (anche se però non sappiamo fino a che punto egli credesse effettivamente

che questo fosse l'unico modo per riformare la Res Pubblica e cioè spezzare quel circolo vizioso che

si era creato tra assemblee popolari ormai incapaci di decidere su qualunque cosa, un Senato

chiaramente in crisi dal punto di vista morale e istituzionale, una città sappiamo essere in uno stato

di insicurezza sociale, teniamo conto che Roma dopo l'omicidio di Gracco è percorsa da congiure e

tradimenti. Quindi Cesare sembra quasi che voglia porsi al di sopra delle istituzioni, non tanto

perché le disprezza, non tanto perché vuole tutto il potere per se, ma perché pensa che sia il caso

che queste istituzioni vengano profondamente rinnovate e l'unico modo per farlo è che ci sia una

persona che al di sopra degli interessi di parte dei singoli partiti, delle singole fazioni (popolari

contro ottimati) si prenda la responsabilità di intervenire in tutti i settori principali

dell'amministrazione pubblica, della politica e del governo e che li rimetta in sesto con un piano

articolato di riforme. Quindi oltre alla visione di Cesare dittatore (che non stiamo dicendo che sia

sbagliata), se ne offre anche un'altra, cioè che Cesare abbia potuto pensare che l'unico modo per

rifondare lo Stato fosse legiferare al di sopra di quelle che era le istituzioni che non funzionavano

più e cercare con una visione di insieme e dall'alto di intervenire dove necessario. Per questo si

sarebbe preso questi poteri. Piano pluriennale che prevedesse un risanamento della Repubblica, con

una riforma e secondo alcuni questo è stato l'errore che ha commesso Cesare, cioè di aver pensato

che il Senato, i nobili e il cittadino comune (il popolo), fossero pronti per questa innovazione e

addirittura l'accettassero, condividessero tale idea, anzi sappiamo che questi in genere vedono il

nuovo (il novum), l'innovazione, piazzata lì come il frutto della mente di uno solo, come un

qualcosa vissuto con estrema diffidenza. Invece cesare ritiene che la figura del dittatore illuminato

sia ideale a tal obiettivo. Cesare crede che la sua sia una visione ormai condivisa da tutti, tutti si

sono resi conto e che quindi egli prenda un potere non per godere soltanto egli stesso ma perchè,

questo sia funzionale a rimettere un po' in sesto Roma. Riportare la pace a Roma e una volta

ristabilita la pace a Roma, riprendere gradualmente il controllo di tutte le province. Noi ovviamente

di Cesare abbiamo solo il piano prospettico, sappiamo che Cesare conferì la cittadinanza romana

anche a territori quali la Gallia Cisalpina che erano rimasti esclusi dalla concessione precedente

dopo le guerre sociali e anche che Cesare portò il numero dei senatori da 600a 900 prendendo tutti i

nuovi membri proprio dalle comunità italiche alleate, perché sosteneva che il Senato poteva

sopravvivere solo se aumentava la propria rappresentatività. Roma deve essere capitale di un

impero e come tale deve aprirsi, deve aprire le proprie istituzioni ad elementi che portino linfa

nuova. Fa ciò in tal senso che gli alleati avevano chiesto da anni. Cesare vuole redigere un codice

civile, mettere in ordine quello che era un po' il caos legislativo che si era prodotto soprattutto in

epoca delle guerre civili, periodo in cui il diritto si era fatto incerto. Cesare vuole costruire una

grande biblioteca su imitazione del modello di quella di Alessandria. Cesare ha una visione di Roma

come capitale mondiale, di capitale imperiale, che debba diventare un centro di cultura, un centro in

cui è ristabilita la legalità, un centro in cui il Senato è riformato nella propria composizione ed è

effettivamente rappresentativo di tutto il territorio romano e gradualmente fatto questo si potrà

tornare ad un ripristino anche delle elezioni e della funzione democratica degli organi della Res

Publica. Tuttavia nessuno crede al fatto che Cesare rinuncerà come Silla ai poteri così ottenuti, per

cui nonostante fosse stato come dicono le fonti il Senato a premere affinché accettasse il ruolo di

dittatura a vita, sappiamo che nel 44 a. C., tutto finisce alle Idi di Marzo, Cesare viene ucciso in una

congiura filo senatoria ovviamente, con l'accusa di aver voluto istituire una tirannide a Roma.

Pensiamo al tranello, costringerlo e insistere affinché accetti il titolo di dittatore a vita per poi dire

ecco vuole fare di Roma una cosa sua. Il fatto che il percorso politico di Cesare sia stato interrotto

in questo modo paradossalmente ci impedisce di giudicarlo perché non è stato messo alla prova dei

fatti, non è riuscito a fare un centesimo delle cose che sulla carta sembravano essere il suo piano di

riforme. Ma cosa accade a Roma dopo la congiura? Quello che gli anti-cesariani pensavano fosse un

grido di liberazione per tutto il popolo che si è liberato del tiranno, in realtà questo non accade.

Difatti, immediatamente nell'anno successivo alla morte di Cesare, Marco Antonio che era un

luogotenente fedelissimo a Cesare, che lo aveva accompagnato in tutte le campagne delle gallie, da

pubblica lettura del testamento di Cesare, nel quale egli aveva ovviamente disposto delle proprie

sostanze, in cui egli adotta Ottaviano (che era un suo pronipote in realtà), che egli adotta come suo

erede diretto, ma soprattutto nel suo testamento lascia una somma ad ogni cittadino romano da

prelevare dal suo patrimonio personale. Marco Antonio chi è? Si presenta sulla scena come

fedelissimo di Cesare e sembra colui che nel periodo di sbandamento dopo l'omicidio di Cesare

colui che sembra il più naturale prosecutore della politica a Roma.Perché come detto il popolo

romano si, inaspettatamente (Bruto e Cassio e tutti gli altri non l'avevano previsto), indispettisce,

reagisce con sdegno alla notizia dell'assassinio di Cesare. A maggior ragione dopo la lettura del

testamento. E quindi i cesaricidi sono costretti a fuggire da Roma. Invece che apparire quali

salvatori sono costretti a fuggire. Marco Antonio pensa che è arrivato il suo momento, fa i conti che

Ottaviano è piccolo (16-17 anni), lui è il fedelissimo di Cesare, quasi quasi pensa di approfittare di

questo cambiamento di scenario che prende un po' di sorpresa tutti. Vediamo come il Senato (come

sempre) va dove tira il vento (voltagabbana ever) e si concentra sulla figura di Marco Antonio,

abbandonando completamente al loro destino i cesaricidi. Il Senato ha sempre avuto questa visione

strumentale delle personalità politiche, cioè finché utili cerca di sfruttarle ai propri fini per poi

successivamente isolarle (e pisciarle) nel momento in cui ricevono troppo consenso popolare. Per

cui Marco Antonio, che è anni luce di distanza dall'avere la visione politica e le capacità politiche di

Cesare e Ottaviano compie una serie di errori grossolani (fa delle cacate). Ad es. si impadronisce lui

dei beni di Cesare, non da immediatamente esecuzione il lascito a favore di ogni cittadino romano

ecc. insomma approfitta della situazione, si fa dare immediatamente un imperium consolare sulle

gallie, compie una serie di manovre politiche molto goffe che mettono in allarma il Senato.

Pensano, ora siamo da capo, c'è il comandante cesariano che vuole solo prendere il suo posto, non

abbiamo risolto nulla. A questo punto il Senato a bisogno di qualcuno da evocare contro Marco

Antonio (il Senato è in cerca sempre di due figure da far scontrare le une con le altre affinché si

tolgano di mezzo da sole e così il Senato può tornare ad essere la guida del popolo romano) chi di

meglio se non l'erede vero di Cesare? Da mandare contro Antonio, per delegittimare Marco Antonio

direttamente nei confronti dell'opinione pubblica (il Senato agisce da dietro le quinte). Il Senato va

a prendere Ottaviano, gli da il comando militare, lo affianca a due consoli e lo spedisce contro

Marco Antonio. Lo scontro tra i due si tiene qua a Modena (in realtà sarebbe Castelfranco, ma

vabbè) nel 43 a. C. e vince Ottaviano (misteriosamente i due consoli crepano sulla via del ritorno,

uno misteriosamente avvelenato e uno per le ferite subite in battaglia. Vediamo già da qui la visione

spregiudicata e cinica del baby-Ottaviano). Quindi qui Ottaviano è l'unico quale personaggio di

spicco che torna in Senato a riferire circa la vittoria. Ora qui il Senato lo sottovaluta e dice

sostanzialmente ragazzino torna a studiare che se avremo nuovamente bisogno di te ti facciamo

sapere. Il messaggio è questo: grazie e arrivederci. Lo mette da parte ringraziandolo. Hai compiuto

il tuo dovere, ora ci pensiamo noi. Invece Ottaviano fa una mossa che sorprende tutti, cioè convoca

Marco Antonio in un incontro segreto e gli propone di allearsi con lui contro il Senato. Noi che

siamo entrambi vicini alla figura di Cesare, dobbiamo essere motivati entrambi dalla volontà di

vendicare la sua grandezza, di rendergli giustizia, quindi non dobbiamo perdere tempo a farci la

guerra tra di noi, non siamo noi due i veri avversari, il vero nemico è a Roma. E così convince

Antonio, che vede in questo una grande chance di tornare a Roma, di ribalta e si allea con

Ottaviano. Pertanto si viene a concludere una nuova alleanza sulla scia di quelle che era stata tra

Pompeo, Cesare e Crasso. Il terzo soggetto che si sceglierà si scoprirà essere il vaso di coccio tra i

due vasi di ferro, che è il famoso Marco Emilio Lepido (di lui ci ricordiamo solo perché é colui ad

aver fatto costruire, tracciato la via Emilia per il resto zero). Siamo nel 43 a. C. → secondo

triumvirato. Qual'è pero la differenza principale rispetto al passato? La differenza sta nella

personalità di Ottaviano che non solo ha ben studiato la storia passata di Roma, le sue leggi, ecc.

Egli ha molto ben presento cosa accade al padre adottivo, ha presente i punti di forza e di debolezza

dalla politica del padre e ben si guarderà dal compiere gli stessi errori. Quindi marca subito una

differenza sostanziale. Inizialmente per animare la volontà delle persone fa leva sulle motivazioni di

vendetta contra gli assassinatori del padre, successivamente poi si distanzierà sempre più da Cesare

che viene ricordato come un dittatore. Quindi in realtà per realizzare lo stesso disegno politico del

suo predecessore, Ottaviano gradualmente aumenterà sempre più la distanza tra il modello che

Cesare ha rappresentato di uomo politico e il modello che lui vuole trasmettere ai cittadini. E tanto

per far capire subito che lui ha scopi molto diversi ha subito un'idea azzeccatissima. Cioè torna a

Roma con Lepido e Antonio, riunisce i Comizi, previa approvazione del Senato e richiede ai

Comizi di approvare e votare la candidatura sua, di Antonio e di Lepido a magistrati straordinari per

la riorganizzazione della Repubblica (siamo ancora nel 43 a. C.). Quindi il primo gesto che

Ottaviano fa è quello di andare proprio dai Comizi e dal Senato e chiedere un'investitura formale

del proprio ruolo e dei propri poteri. Quindi non prima prendere il potere e poi chiedere una sorta di

copertura artificiosa del ruolo. No, per essere plausibile come soggetto politico che vuole risanare lo

Stato mi presento rispettoso di questo Stato anche se lo sappiamo quest'ultimo è in grande difficoltà.

Già questo marca una differenza fondamentale: se il primo triumvirato è stato un accordo interno,

per spartirsi le cariche politiche a Roma, il secondo invece è diverso, si chiede una investitura e

questo gesto ha una risonanza sull'opinione pubblica enorme, allontana dai tre il sospetto della

dittatura. Ottaviano azzarda, perché sottoponendo alla votazione non era detto che andasse a suo

favore, però solo in questo modo alle volte si vincono le partite importanti. Quindi con questa nuova

legge (che ha un nome difficilissimo) “Legge Tizia”, i tre triumviri ottengono plebiscitariamente i

poteri necessari a riorganizzare lo Stato. Quello che formalmente in realtà fanno è spartirsi il

territorio romano, con la scusa che ognuno dei tre opera all'interno di un determinato territorio,

settore, impara a conoscerlo e attua all'interno di quel settore le riforme necessarie. Tutti

sottovalutano Ottaviano, pensano che sia un grande studioso, un grande esperto, ma che

sostanzialmente non rappresenti un reale pericolo. Quindi Ottaviano bene o male decide quali siano

le tre zone: lascia a Marco Antonio l'Oriente e le Gallie ad eccezione di quella Cisalpina, e Antonio

è contentissimo perché queste sono le provincie più ricche e più facili da gestire (pensa di essere

quello messo meglio); Ottaviano tiene per se l'Italia e il resto dell'Occidente; e a Lepido assegna

l'Africa. Questa è la mappa. Pensate a quanto è furbo Ottaviano che tiene per se Roma, che gli altri

due vedono come la fonte dei maggiori problemi (perché c'è il Senato, la zona più povera ecc.) e

invece Ottaviano la tiene perché è li che crea un opinione pubblica favorevole a sé, è li che

incomincia a lavorare per creare una politica che tiene continuamente monitorati i propri avversari

(senatori) e gli organi legislativi. Ma soprattutto approfittando dell'assenza degli altri due, inizia a

costruire il proprio programma di propaganda e di gestione delle informazioni favorevole a sé e

sfavorevole agli altri. Tant'è vero che Lepido fu il primo a capire dove vanno le direzioni che si

ritira a vita privata e lascia ad Ottaviano (non Antonio), l'Africa. Vediamo come anche qui si

prepara lo scontro. Ma soprattutto cosa fa Antonio? Sottovalutando Ottaviano si trasferisce ad

Alessandria d'Egitto e da il via ad una relazione amorosa con la regina Cleopatra (che già ai tempi

di Cesare era diventata per i romani uno dei nemici pubblici numero uno).

Antonio non solo inizia una relazione amorosa con Cleopatra, ma incomincia anche a vestirsi come

un sovrano orientale. Ottaviano che probabilmente conosceva il proprio avversario ha gioco facile a

questo punto a Roma nel cominciare a dire: “però Antonio non torna mai, Antonio non combatte

più, gli si scrivono le missive come va avanti il programma di romanizzazione in Egitto e invece

delle due si sta orientalizzando lui. Vuole rendere Roma una provincia dell'Egitto.” Ovviamente

Ottaviano è furbo, da la colpa a Cleopatra che ha sedotto Antonio, Antonio non è più quello di

prima, non è colpa sua, ma noi dobbiamo occuparci del bene dell'impero. Costruisce una

propaganda basata su questo genere di notizie, perché non può nemmeno essere considerata falsa,

perché effettivamente i comportamenti di Antonio erano quelli. Ma come noi sappiamo, come viene

presentato un dato influenza l'opinione pubblica, non il dato in sé, è lo story telling, cioè come viene

raccontato in assenza del diretto interessato, il mancato contraddittorio. Mentre invece Ottaviano

persegue una politica comportamentale completamene diversa, che per coerenza terrà per tutti i suoi

40 anni di regno. Per cui tiene comportamenti ispirati alla assoluta sobrietà e temperanza dei

costumi ( i romani odiano chi assume comportamenti in virtù della propria posizione, l'ostentazione

dei privilegi ecc.). Ottaviano continua a presentarsi come buon cittadino romano della prima Res

Publica (per marcare la differenza tra se e Marco Antonio e anche gli altri). Perché fa ciò? Perché

egli vuole costruire un rapporto fiduciario con il popolo romano, non vuole che il potere derivi da

una decisione autoritaria, perché sa bene che quello è un potere che si basa solo sulla paura,

sull'esercito e quindi è per forza legato a un elemento di transitorietà nel tempo. Ottaviano vuole

governare, ma vuole che il suo governo abbia basi solide nel tempo.

Perché Ottaviano è riuscito dove altri hanno fallito? Ottaviano è davvero portatore di un disegno

politico completamente rivoluzionario rispetto ai suoi predecessori? No, non è così. Ottaviano

semplicemente realizzerà il progetto politico di Cesare, la differenza sarà nel modo e non nel

obiettivo, ma nel percorso, nella politica che Ottaviano imposta e che fa che sì (attenzione al

paradosso) Ottavino morirà dopo 40 anni di regno monarchico e verrà salutato dal popolo come il

salvatore dello Stato, di uno Stato che viene ancora chiamato Repubblica, poi già con Tiberio si

capirà che le cose sono cambiate (e anche di molto).

Trasformazione dalla Repubblica al Principato:

Roma nasce all'inizio come una monarchia per diventare poi una Repubblica ora assistiamo al

ritorno del governo di uno solo. Ora dobbiamo valutare se siamo di fronte ad una monarchia pura o

se si è strutturata in modo diverso.

Il secondo triumvirato viene riconosciuto a livello legislativo con la cosiddetta Legge Tizia e questo

segna una notevole linea di demarcazione con quello che era stato il precedente triumvirato (di

Cesare, Pompeo e Crasso) perché abbiamo visto che quella fu una mera alleanza interna a effetti

politici, questo invece è l'istituzione di una magistratura straordinaria, i triumviri vengono

legittimari e riconosciuti da una legge nel 43 a. C. e con questa legge vengono conferiti a loro poteri

straordinari. Ricorre spesso questo aggettivo negli ultimi anni della Res Publica, era stato conferito

un incarico straordinario a Pompeo per la guerra piratica, poi a Cesare ecc. Quando c'è il

conferimento di un potere che è al di fuori del normale ordinamento costituzionale è straordinario se

viene conferito una volta, ma se invece questo inizia a diventare prassi, significa che stiamo

assistendo ad un mutamento a livello di strutture, di istituzioni, ma anche a livello di sensibilità

sociale. Perché a forza di concedere imperi straordinari questi diventano il nuovo modo di conferire

il potere a Roma. Quindi un modo che bypassa il meccanismo democratico delle assemblee, un

modo che oblivia completamente la partecipazione popolare, che non è più parte attiva del

meccanismo di investitura di coloro che ottengono il potere. Il Senato è tornato, esattamente come

aveva voluto Silla, l'organo detentore della facoltà di riconoscere anche al privato cittadino queste

forme di imperium speciale. Qual'è l'altro organo extra-costituzione romano che costituisce di fatto

questi poteri? L'esercito. L'esercito che diventa nuova forza politica generatrice di consenso e di

questo ovviamente Ottaviano sarà ben consapevole e prenderà le opportune contromisure.

Ottaviano insiste per avere il riconoscimento da parte del popolo e del Senato del ruolo suo e dei

suoi alleati come triumviri per lo scopo della restaurazione della Repubblica. Triumviri che per

meglio organizzare la propria opera decidono di ripartirsi il territorio delle province (Antonio

prende l'Oriente e Gallie, Ottaviano Occidente e Italia e Lepido l'Africa). I Triumviri (fecero

ampiamente ricorso alle liste di proscrizione) appena riconosciuti ed eletti dal popolo si

vendicarono dei loro nemici, soprattutto Antonio e Ottaviano si vendicarono (il primo a cadere

vittima delle liste di proscrizioni fu Cicerone per es. che era stato un'accanito oppositore di Cesare e

che aveva vista in Antonio un indegno prosecutore della politica cesariana).

Ottaviano resta quasi nelle retrovie, lascia ad Antonio le provincie più ricche ed inizia a gestire da

Roma una sagace politica di propaganda, che approfitta dell'assenza di Antonio, per iniziare a

stillare nell'opinione publica l'idea che Antonio abbia mire di imperio, di presa del potere non solo a

Roma ma su Roma. Come fa Ottaviano? Ancora una volta Ottaviano sfrutta nel fare ciò gli errori di

ingenuità che Antonio (siccome non possiede l'acume di Cesare né tanto meno di Ottaviano)

commette. Antonio cade direttamente nella trappola, perché una volta giunto ad Alessandria

d'Egitto, nel giro di breve tempo avvia una relazione amorosa con la regina Cleopatra, che ha roma

godeva di una pessima fama, già ai tempi di Cesare con cui peraltro aveva avuto un figlio. Quindi a

seguito della ufficializzazione di questa relazione da cui nascerà un figlio, accade anche che

Antonio inizia a vestirsi e ad aderire anche alle ritualità religiose degli Egizi e queste notizie

arrivano a Roma. Quindi attenzione Ottaviano non è che si inventa delle notizie false, ma

semplicemente indirizza quelle che arrivano in modo da cominciare a far serpeggiare l'idea che

Antonio stia abbandonando il culto la tradizione, la romanità per assumere dei comportamenti

orientali (sfrutta semplicemente i dati veritieri a suo vantaggio). E attenzione per i romani (per un

popolo cresciuto nel culto della battaglia e nel culto dei propri valori) il pensiero di sconfiggere un

nemico e di renderlo provincia e poi di assumerne le abitudini e loro tradizioni e costumi e modo di

vedere il mondo era considerato un qualcosa di assolutamente sbagliato, qualcosa che non andava

assolutamente perseguito. Ottaviano, sapendo che da questo punto di vista, questo è un lavoro che

questo deve essere fatto nel tempo, piano piano e non si deve dare colpa direttamente ad Antonio,

come nemico e traditore della Repubblica, ma dà la colpa a Cleopatra, fa leva su quello che era già

un opinione che i romani avevano già interiorizzato (regina straniera che travia, manipola il

comandante romano e lo distoglie dai suoi compiti). E Antonio nonostante arrivino ad Alessandria i

messaggi che lo avvisano di quello di cui si discute nel Senato e nel foro, ancora una volta

sottovaluta Ottaviano, lo considera come un ragazzino inesperto, che se si torna allo scontro lui per

maggior esperienza lo batte, è convinto di aver lasciato a Roma un opinione forte di sé e invece

quest'opinione si sta sbiadendo sempre più perché è l'apparenza la cosa su cui conta Ottaviano.

Vi è il rinnovo degli accordi (dei patti) da parte dei Triumviri (così come accaduto per il primo

Triumvirato vi è un'apparente rinnovo degli accordi), ma nel 35 a. C. Lepido rinuncia alla propria

provincia, ai suoi territori (Africa) e li offre ad Ottaviano e non ad Antonio. Come accaduto anche

nel primo Triumvirato uno dei tre soggetti viene meno e questo ovviamente pone le basi per uno

scontro che è inevitabile, che Ottaviano probabilmente sapeva già dall'inizio, ma che per vincere il

quale doveva costruirsi nel tempo un partito di sostenitori che fossero schierati tutti dalla sua parte.

Questo doveva costruirsi: una credibilità politica ed un sostegno se possibile non garantito da una

sola classe sociale, ma un consenso popolare.

La differenza, la distanza comportamentale tra i due non potrebbe ora essere più evidente (tra

Antonio e Ottaviano: Antonio non si occupa di romanizzare e assume i costumi degli egizi e

conduce una vita nella ricchezza più sfrenata, invece, Ottaviano resta fedele a quei principi dei

romani e mantiene una linea di comportamento volta alla sobrietà e al rispetto, facendo così

crescere un consenso popolare che porta al deufragare dello scontro). Quando Antonio se ne rende

conto però ormai è troppo tardi. Si arriva, sostanzialmente, ad una dichiarazione di guerra contro la

regina Cleopatra e Ottaviano viene nominato da Senato e dal popolo e dall'Italia per giuramento di

tutte le popolazioni, come capo dell'esercito incaricato di distruggere la regina Cleopatra. Quindi

vediamo come la guerra venga dichiarata a Cleopatra, perché Ottaviano non vuole passare per

quello che fa ripiombare Roma in una guerra civile, quindi romani contro romani. No, qui si tratta

di andare contro il pericolo rappresentato dal faraone egiziano (Cleopatra). Lo scontro, la flotta

viene guidata da uno dei più fedeli compagni di Ottaviano cioè Agrippa: che è un grandissimo

generale, esperto di battaglie navali, che resterà al fianco di Ottaviano fino alla morte. Lo scontro si

svolse ad Azio nel 31 a. C. e fu una battaglia epica alla seguito della quale la flotta di Cleopatra ed

Antonio fu distrutta.

Nel 31 a. C. Ottaviano si trova ad essere il vincitore, sconfiggendo la regina Cleopatra ed

eliminando per sempre il rischio di una sua ulteriore guerra contro Roma, ma cosa più importante è

riuscito così ad eliminare i propri avversari. Ottaviano, in realtà non era un uomo molto interessato

alle vicende militari, però d'altra parte era molto bravo in una cosa che tutti i predecessori invece

sbagliavano ripetutamente, egli è molto bravo nel saper scegliere i proprio colleghi, nel saper

scegliere le persone giuste da mettere nel posto giusto, legando questi a se stesso da un sentimento

di lealtà (uno di questi è Agrippa ad es.) e questa sarà una delle fortune del governo, del dominio, di

Ottaviano Augusto.

Ottaviano ritorna a Roma vittorioso ed è paradossalmente però in una situazione di potenziale

pericolo, perché sabbiamo già di altri che sono tornati a Roma vittoriosi e con il sostegno

dell'esercito e la convinzione di essere acclamati dal popolo come salvatori della patria. Quello che

Ottaviano ha fatto, al contrario dei suoi predecessori, è stato di studiarsi molto bene gli eventi

accaduti prima di lui ed egli infatti evita di commettere i medesimi errori che avevano determinato

nel caso di Silla la caduta in poco tempo di tutta la legislazione che aveva messo in piedi e nel caso

di Cesare addirittura la morte. Ottaviano è a Roma, vuole impadronirsi di Roma, ma sa bene che

deve scegliere una strada diversa da quella percorsa dai suoi predecessori: gli viene offerto il

consolato, lui accetta il consolato, ma rifiuta il conferimenti di grandi trionfi, di grandi onori, la

ricchezza e l'appellativo di salvatore della patria (qui sbalordendo tutti) e dichiarando

semplicemente di aver fatto solo il suo dovere e quello che gli era stato chiesto dal Senato e dal

popolo: cioè allontanare il pericolo rappresentato dall'Oriente, allontanare il pericolo di trasformare

Roma in una provincia dell'Oriente. E inoltre dichiara che ha interesse solamente che si ripristini la

legalità nella Res Publica e che le istituzioni ricomincino a lavorare. Quindi finito il periodo dei

tumulti è ora che Roma conosca un nuovo periodo di stabilità, di prosperità e di pace.

Quindi negli anni immediatamente successivi, Roma conosce un periodo di pace e dal 31 al 27 sono

anni in cui tendenzialmente Ottaviano mantiene un basso profilo. Viene rinnovato alla carica

consolare, gli vengono affidate via via competenze di diritto pubblico, ma egli tende sempre a

rimarcare il fatto di essere un semplice cittadino che serve lo Stato → continuo richiamo a

quell'exemplum dei vecchi magistrati romani della Res Publica. Chiaramente dopo tante guerre

civili, a Roma incomincia un periodo di pace e Ottaviano da Console si mette al lavoro per

cominciare a ripristinare l'ordinarietà di una vita a Roma. Dopo tante guerre tutto è in condizioni

precarie e pertanto c'è bisogno di rimboccarsi le maniche e far ripartire tutti quelli che sono le

principali branche dell'amministrazione pubblica e di governo a Roma.

Nel 27 a. C. chiede di essere convocato, di essere ammesso in Senato, alla presenza non solo dei

senatori ma anche dei rappresentati dei comizi e annuncia di voler rinunciare al consolato ed a ogni

carica pubblica restituendo tutti i poteri che gli erano stati affidati a coloro che ne sono i legittimi

detentori (Senato e popolo romano) perché terminato il proprio compito e vuole, com'è giusto che

sia secondo la tradizione repubblicana, ritornare ad essere un comune privato cittadino. Però nel

momento in cui termina questo discorso accade che sia il popolo romano sia il Senato lo acclamano

a gran voce e insistono affinché Ottaviano prenda su di se non solo l'imperium dei Consoli

(comando esercito e funzionario civile in città), ma anche l'imperium pro consolare sulle provincie

(quindi la possibilità di governare le provincie romane), la tribunicia potestas (cioè il potere proprio

dei Tribuni) e infine lo nominano anche Pontifex maxiumus (capo degli ordinamenti religiosi).

Capolavoro politico: Ottaviano con tale discorso (immaginate la bellezza e finta modestia Ottaviano

si gioca il tutto per tutto), rischioso peraltro, accade che Ottaviano trasmesso ai propri cittadini una

tale fiducia nella sua persona che basta questo discorso ad allontanare da lui per sempre (almeno

nella maggioranza dei cittadini) il sospetto che lui volesse essere un Dictator, un tiranno. Ottaviano

si trova attribuite le stesse funzioni, poteri che erano state attribuite a Cesare, anzi in questo caso si

va ben oltre. Ancora una volta siamo di fronte al fatto che sono stati obliterati quei limiti che sono

tipici delle magistrature nella Res Publica, sostanzialmente Ottaviano governerà da sol. Sì lui parla

di colleghi che saranno a lui affini nella carica, è talmente saggio che ogni anno da luogo ad

elezioni finte in cui viene affiancato nel suo consolato da altri due colleghi, ma in realtà il prestigio

di cui egli gode lo impongono ben al di sopra di tutti gli altri, non solo dei cittadini normali, ma

anche degli altri titolari di cariche pubbliche. Perché nel suo caso, assistiamo ad una scissione: cioè

lui ha i potere dei Consoli, dei Governatori e dei Censori e dei Tribuni senza essere stato eletto, per

semplice acclamazione, ma soprattutto senza i limiti legati alla titolarità della carica. Si avvia a

diventare l'arbitro incontrastato della politica a Roma, solo che è un processo molto graduale che

Ottaviano sempre ricollega al mandato fiduciario del popolo e Senato nei suoi confronti. Quando gli

propongono l'assunzione di questi poteri Ottaviano dice io li accetto su vostro incarico ma sappiate

che in qualunque momento voi mi chiediate di rinunciarvi, io lo farò. E questo tranquillizza ancora

di più l'opinione pubblica nei suoi confronti. E tant'è che Ottaviano stesso dirà: che l'unica cosa che

rappresentava il fondamento del suo potere, non era il fatto di averlo preso con la forza o il fatto di

avere il sostegno di una classe sociale o di una fazione politica, ma il fatto di aver costruito un

legame fiduciario con il suo popolo, per cui i romani si sono affidati a lui in un legame quasi

personale con il popolo. Ed egli ad un certo punto rafforza questa immagine dicendo anche: io non

ho superato nessuno per poteri giuridicamente riconosciuti, però ho primeggiato per auctoritas.

Nello scegliere la parola che deve spiegare la specialità della sua posizione all'interno della Res

Publica, dice: non mi sono preso il potere, ma è sulla base della fiducia dei cittadini e del Senato ho

esercitato questi incarichi in virtù della mia auctoritas. Come definirla questa auctoritas? Non è

l'auctoritas dei Senatori, è un dato di merito personale, di carisma. Cioè quello che il Principe vuole

dire è che lui non ha avuto più poteri rispetto agli altri ma aveva un talento, una capacità di

persuasione, una visione politica, un orizzonte più ampio al quale gli altri si sono affidati. Sa di non

essere un dictator, né un generale imposto dall'esercito, né un semplice Console eletto, sa di essere

qualcosa di diverso. Ma come dice sempre lui è un merito che ha dimostrato sul campo e che i

cittadini gli hanno continuato a riconoscere nel tempo perché non gli hanno mai chiesto indietro i

poteri che gli hanno affidato.

Siamo chiaramente di fronte ad un cambiamento costituzionale (da Repubblica a Principato), ma

questo non si è svolto in modo violento, sanguinoso, ma è stato un cambiamento in modo graduale,

è stato un cambiamento che in realtà ha visto partecipi lo stesso popolo romano e lo stesso Senato.

Ottaviano avendo più tempo e il favore del popolo e del Senato svolgerà tutto quel piano di riform

che a Cesare era stato invece proibito. La novità che Ottaviano rappresenta rispetto a Cesare, non è

nel piano politico che è esattamente identico, ma è nel modo in cui egli lo presenta e lo realizza.

Essendo ben consapevole che i romani di fronte alla parola riforma reagiscono male, bisogna

trovare il modo di presentare i cambiamenti necessari in maniera talmente impercettibili e legata

sempre come esigenza neutra, organizzativa e non politica e mascherandoli come cambiamenti che

in realtà servono per ritrovare la Res Publica. Quindi Ottaviano formalmente lascia in piedi i

Comizi e le altre magistrature, non fa piazza pulita immediatamente di tutto quanto, anzi comincia

ad articolare una sorta di proposte legislative fatte in modo da accontentare anche strati molti

diversi fra loro. Cerca di realizzare quello che era stato il mito del buon Principe secondo Cicerone,

realizzare una sorta di concordia estesa, la pace tra le classi sociali. A seguito della famosa seduta in

Senato a seguito della quale Ottaviano viene investito di tutti i poteri e riconfermato nella propria

posizione, gli viene conferito il titolo di Augustus. Augustus la stessa radice di auctorictas, e deriva

dal vero latino audio, accresco, sono autorevole. E' un titolo onorifico per dire che egli ha merito,

capacità, talenti al di sopra del comune. Da qui in poi lo si può chiamare a tutti gli effetti Augusto

Ottaviano. Da questo punto egli diventa il punto di riferimento per la politica a Roma, Augusto

diviene detentore di una serie di poteri che però egli si guarderà bene dall'esercitare in modo

tiranno. Terrà sempre un bassissimo profilo, continuando a fare la vita che faceva prima e

soprattutto svolgendo una politica a favore della città. Per cui per es. viene istituito a favore del

nuovo signore di Roma una sorta di patrimonio personale che in parte erano le sue sostanze

ereditate in famiglia (era chiamata res privata principi = il patrimonio privato dell'imperatore, per

distinguerlo dal fisco, dall'erario). E che cosa accade? Se ricordiamo ad Ottaviano viene affidata la

gestione delle provincie e qui lui ha una prima intuizione importante, sappiamo che fin ad allora le

provincie erano state lasciate all'arbitrio assoluto dei governatori di nomina esclusivamente

senatoria, Ottaviano pone fine a questo mal costume per cui riorganizza completamente il territorio

dell'impero, dividendo l'impero in province senatorie (sotto il controllo diretto del Senato) e le

provincie del principe (sottoposte invece sotto il controllo diretto di Augusto). E ovviamente cambia

anche la gestione di questi territori, perché Ottaviano vuole dare fiato ai provinciali e soprattutto

porre fine a tutti gli episodi di vessazione che avevano afflitto queste zone all'epoca della

Repubblica. Quindi inizieranno ad essere inviati dei funzionari e non dei politici che cominciano ad

amministrare e i provinciali incomincino a sentirsi parte del territorio dell'impero, di Roma e non

solo più come zone da sfruttare, ma parte attiva dell'impero (sostanzialmente fa si che i provinciali

smettano di essere sfruttati da questi governatori). Cioè Augusto Ottaviano, vuole realizzare quello

che era stato un nodo fondamentale del disegno di Cesare, rendersi conto che Roma non poteva più

governare con la visione di una città stato al centro di una serie e sempre più intricata di autonomie

locali, ma bisognava trasformare tutto il territorio dell'impero in un impero universale sottoposto a

gestione amministrativa ed efficiente e un impero di cui Roma è la capitale. Quindi non più Roma

piccola città che discute e conclude trattati diversi con tutte le autonomie locali e le provincie

satellite, ma un unico impero di cui Roma è il centro e il cuore pulsante. Quindi Ottaviano estende

la cittadinanza romana, come aveva fatto Cesare, la estende ulteriormente, fa entrare in Senato gli

ulteriori rappresentanti delle provincie italiche. Da vita ad un sistema di tassazione equo delle

provincie. Ed inoltre compie un ulteriore mossa: il gettito delle provincie sottoposte alla diretta

amministrazione del principe andava a comporre il suo patrimonio personale, però Ottaviano co

quel gettito da vita a un programma di assistenza sanitaria pubblica per le fasce più deboli della

popolazione (con i propri soldi sostiene i costi dell'apertura di ospedali, orfanotrofi, distribuzioni

gratuite di grano e cereali alle famiglie meno abbienti, bonifica dei territori incolti che potevano

essere un rischio per la salute e per l'igiene pubblica, apertura di scuole pubbliche gratuite). Quindi:

istruzioni, sanità pubblica, bonifica territori ecc. questo è un piano che prende un nome detto

“evergetismo” (che proviene dal greco) = filantropia compiuta dal monarca. Questo è un qualcosa

di mai accaduto fino ad allora, almeno di queste dimensioni. Seconda cosa importantissima che

Ottaviano, essendo un uomo estremamente colto, gli sta naturalmente a cuore e da un altro punto di

vista è anche questa una mossa di estrema furbizia politica: tra i migliori amici di Ottaviano, vi è

anche Mecenate, uomo di straordinaria cultura, collezionista e Ottaviano gli chiede ci creare un

circolo di intellettuali che comincino a scrivere delle storie di Roma e sull'esempio del grande teatro

e dei grandi modelli greci, riportino dopo gli anni delle guerre civili, la cultura a Roma. Cultura

come segno di rinascita, come segno di una nuova età dell'oro. E se vogliamo dirla tutta, da questo

punto di vista serve anche a crearsi una cerchia di intellettuali che in un qualche modo si rendano

autori di una legittimazione al potere, che la giustifichino, che la ben presentino ai cittadini. Non c'è

un aspetto che Ottaviano dimentichi all'interno del proprio piano politico. Si crea un circolo e da

questo esce il culto dell'età augustea come la nuova età dell'oro. Ottaviano vuole che le migliore

menti in tutte le discipline siano a Roma e che queste insegnino nelle scuole (Ottaviano fa costruire

anche una biblioteca enorme). Vediamo come ci sia sempre una doppia faccia: da un lato certo la

volontà del Principe di giustificare se stesso e di volere trasmettere un immagine di se fatta solo di

luce e non di ombre, ma di questa volontà ha beneficiato anche Roma stessa nei secoli avvenire. In

tutta la politica augustea c'è tutta una sorta di commistione fra quello che lui effettivamente ha fatto

per il proprio interesse personale e i benefici che effettivamente ne hanno percepito tutti. E' un dato

oggettivo che Roma risulti rinnovata e rigenerata dal governo di Augusto. Qual'è il vero danno che

il Principato possa rappresentare per il futuro? E' il fatto che il cambiamento di forma costituzionale

che vede al vertice uno solo, se quel uno è una persona di straordinaria capacità e straordinario

equilibrio come Augusto o come saranno Marco Aurelio, Adriano, Vespasiano e Costantino le cose

funzionano; se è un pazzoide come Caligola, capiamo come tutto quello che è stato costruito

scricchiola perché è il seme di una gestione personalissima.

Con la nozione Princpes, noi con un fare quasi macchiavellico lo traduciamo con la parola Principe,

ma in realtà si intende: “primus inter pares”. Augusto dice che egli non ebbe alcuna potestas

maggiore dei suoi colleghi nelle magistrature, però li superava tutti per un fattore di prestigio

personale, di carisma, detto auctoritas. Teniamo presente che il linguaggio del potere è

estremamente indicativo, le parole sono simboli ,evocano ricordi e precedenti. Nulla nella

terminologia augustea è lasciata al caso. Quindi da un lato, quando si tratta del momento

ascensionale verso il potere, Augusto fa estremamente leva sul fatto di essere l'erede di Cesare e di

voler vendicare l'assassinio del suo padre adottivo. Però nel momento in cui si tratta di prendere il

potere, Cesare diventa un ricordo scomodo. Cioè Augusto fa leva sul fatto che lui sia il giusto

vendicatore per l'assassinio perché aveva ben compreso il sentimento di indignamento popolare che

aveva accompagnato le Idi di Marzo nel 44 a. C., però nel momento in cui egli vince la sua guerra

personale contro Antonio e diviene il Dux, il comandante per consenso universale e nel momento in

cui ritorna in patria e gli vengono affidati determinati poteri e ruoli, lui incomincia, molto

saggiamente, ad allontanarsi dalla memoria di Cesare, perché Augusto vuole realizzare lo stesso

piano politico, ma non vuole condividerne la stessa fine. Augusto deve evitare gli errori che furono

fatali a Cesare. Quindi egli cerca l'alleanza e la collaborazione con tutte le classi sociali. Augusto sa

benissimo che se Roma vuole entrare in un epoca di concordia e benessere, non può più essere

teatro non solo di tutte quelle guerre civili, ma che tutte quelle lotte intestine che avevano

insanguinato la Repubblica romana devono per sempre essere lasciate nel passato. Pertanto per fare

questo Augusto si pone in un ottica di studio e ascolto di tutte quelle che sono le richieste delle

varie classi sociali. Augusto riesci ad applicare una politica (come un funambolo) a 360° in cui

sembra riuscire a soddisfare anche quelle classi sociali, quegli interessi economici che fino a quel

momento erano stati continuamente gli uni opposti agli altri. In alcuni casi, Augusto, agisce con

interventi sostanziali, mentre in altri casi con interventi di facciata. Però lui sa benissimo che se

Roma vuole ritornare ad essere una capitale e il centro vitale del proprio impero deve tornare ad

essere un'unità una società coesa, capace di credere nella propria identità e capace di cogliere il

contributo di entità diverse senza per questo diminuire la propria identità, capace di nuovo di

incutere timore laddove sia necessario, ma anche porsi come referente autorevole, culturale e

religioso del proprio tempo. Quello che ha in mente Augusto è un disegno cosmopolita. Come

riesce ad attuare questa concordia? Se pensiamo, fin ora quando abbiamo parlato di tutti gli scontri

epici che ci sono stati, si trattava sempre dell'esponente degli interessi della sua fazione, contro un

altro (es. Silla vs. Mario o Pompeo vs. Cesare ecc.). Augusto adesso che si pone come capo della

comunità romana, non è più esponente di una fazione come era, invece, prima di conquistare il

potere. Adesso deve essere colui che governa in favore dell'utilitas pubblica, deve essere dalla parte

di tutti. Pertanto studia una serie di interventi che accontentino tutte quelle esigenze che in un

qualche modo erano rimaste inevase da coloro che l'avevano preceduto (perché sappiamo che

appena una persona prendeva il potere faceva solo i propri interessi e i cazzi suoi e della sua fazione

politica). Augusto cambia ottica, per cui non è più una lotta fra fazione ma è il risanamento di una

società. Risanamento che deve essere: economico, istituzionale, sociale, militare, ma anche morale

(nel senso non di giudizio, ma di valori → andare a recuperare quelli che erano stati i valori della

Res Publica che potevano ancora essere plausibilmente calati nel nuovo contesto che il Princeps

voleva andare a recuperare). Però egli tutto ciò, lo fa sempre con umiltà, per questo citavamo le sue

stesse parole “primo inter pares” → io non ho avuto nessun potere in più, ma ho primeggiato per il

mio talento personale, per le mie capacità personali (questa è la differenza). Le mie capacità

personali hanno fatto si che il popolo romano e senato mi riaffidassero sempre il comando, non

perché io avessi mutato le cose a mio vantaggio, ma perché di volta in volta, ogni volta che volevo

restituire i poteri, i risultati ottenuti e il consenso dei cittadini romani mi ha reso di nuovo

meritevole di una riconferma. Difatti i suoi 40 anni di regno non sono mai stati attraversati da

momenti di crisi costituzionale. Ha avuto i suoi problemi si certo, ma mai momenti di crisi. Questo

è un dato certo che ci conferma il tutto. Qual'è stata la ricetta politica fondamentale di Ottaviano? E'

stato il fatto di lasciare che i nomi delle istituzioni rimanessero in piedi, quindi rassicurare i cittadini

romani che non vi sarebbero stati sconvolgimenti, una nuova dittatura, un nuovo ritorno della

monarchia. Quindi la formuletta, lo slogan di tutta la campagna politica di Augusto che rimane

sempre fino alla sua morte è: risanare lo Stato, il ripristino della Repubblica romana e a

ripristinargli l'ottimo assetto. Quindi non fondatore di un nuovo ordine. Formalmente, Augusto,

lascia in piedi il cursus honorum e i comizi e addirittura aumenta il prestigio del Senato romano

(vedremo come). Non si pone, almeno dal punto di vista dell'immagine, come unico attore al centro

della scena politica, anzi i primi anni del suo governo sono tutti intesi a far ripartire le istituzioni

repubblicane. Esempio: Augusto cosa fa? Parte dal Senato. Sa benissimo che lì dimora il cuore

corrotto della politica romana (Senato costante della storia romana). L'intento di Augusto è quello di

creare una sorta di diarchia tra il Princeps e il Senato. Augusto sa benissimo che il Princeps non

può governare da solo su un impero così vasto. Tuttavia il Senato è scettico nei confronti di

Augusto, questo per i suoi trascorsi (Ottaviano ha stretto alleanza con Antonio ecc.). Insomma era

un rapporto tutto da costruire. E Augusto ben conscio dell'interlocutore politico che ha di fronte

coglie l'opportunità per mettere le cose a posto in due occasioni: cioè convoca il Comizio Centuriato

(assemblea popolare), facendo quindi dimostrazione di avere grande rispetto verso la cittadinanza

riunita in quella che era la più importante delle assemblee romane, e nel Comizio Centuriato fa

approvare una serie di leggi che erano particolarmente richieste da tempo dalla nobilitas, dalla

classe dei senatori contro gli homines novi, quindi contri i Cavalieri e i Popolari. Queste leggi, si

chiamano Leggi Giulie (tutte le leggi di Augusto si chiameranno così?) sulla famiglia romana e sul

matrimonio. L'idea di Augusto è quella che ogni classe sociale ha determinati interessi su cui è

particolarmente sensibile e se si riesce a mettere appunto una normazione che magari non deciderà

tantissimo sulla società ma che a livello di facciata mostra di accontentare quella classe sociale,

questo andrà a vantaggio delle operazioni politiche dell'imperatore. Quindi Augusto fa tutto un

discorso molto ispirato al Comizio in cui sostiene che la famiglia è la cellula fondamentale della

società e della Res Publica e quindi pubblica queste 2 leggi nelle quali dispone tutta una serie di

obblighi matrimoniali. Vengono creati dei divieti appositi, quali: i Sentori non potevano sposare

donne inferiori al loro ceto, vengono imposti degli obblighi matrimoniali in senso stretto → i

cittadini romani maschi liberi si dovevano sposare e dovevano avere una discendenza, vengono

disposte multe a carico dei ceti (se vanno contro tali disposizioni). Si vuole ricostituire quell'assetto

di gruppi famigliari, quel modello educativo generazionale che era stato uno dei motivi sociali

fondanti della Res Publica. Ricostituiamo la famiglia romana e obblighiamola ad avere una

discendenza → speranza per il futuro (se si rafforza sempre più la componente degli immigrati e

sparisce la componente romana, questo va a svantaggio del Senato). Con la legislazione

matrimoniale, Augusto, crea una sorta di specchietto con cui poter rassicurare i senatori del fatto

che il Principe ha a cuore i loro interessi. Cioè rafforzare la componente romana della popolazione,

ai quali poi verranno riservati i posti chiave nei ruoli dirigenziali che il Principe va a costruire.

Quindi si convoca il Comizio, non è decide il Principe. Leggi matrimoniali pensate appositamente

per andare ad accontentare i senatori e le vecchie famiglie aristocratiche a scacciare le loro paure di

perdere il loro prestigio all'interno di un Senato in cui i nobiles non hanno più la maggioranza. E

ottenere così il benestare dei senatori su quelle che poi saranno le forme strutturali che poi il

Principe andrà a compiere. Però così facendo, spendendosi personalmente si pone come un sovrano

non lontano dal proprio popolo, ma come uno che si spende sul campo perché ha l'interesse di tutte

le classi sociali (e non solo una) e cerca di portare avanti questo piano. Piano che può funzionare

solo con la collaborazione di tutti. In questo modo riesce a far passare una cosa che a Cesare non era

riuscita e cioè ripulisce il Senato romano. Il Senato aveva ormai sforato i 1000 membri e Augusto

va in Senato e fa ancora una volta uno dei suoi ispiratissimi discorsi, convincendo i senatori stessi

del fatto che il Senato così è messo nell'impossibilità pratica di discutere e adottare dei consulta nel

bene dell'utilitas pubblica. Quindi convince tutti i senatori, che erano stati messi in Senato per

conoscenza, tramite raccomandazione o perché avevano pagato del denaro, a dimettersi. Riporta il

Senato al numero che aveva al tempo di Silla e si limita semplicemente a consigliare qualche nuovo

nome per andare a colmare i posti che erano rimasti vuoti. Quindi sembra che con le buone (certo

come no...) Augusto abbia convinto tutti i senatori che avevano ottenuto il loro ruolo non per scelta,

non per merito, ma per raccomandazioni a dimettersi. E a questo Senato, ripulito dagli elementi più

corrotti, affida un potere che nella Res Publica il Senato non aveva mai avuto: cioè i pareri del

senato (i “senatu consulta”) diventano fonte normativa. Vediamo sempre anche qui la logica del

bilanciamento: per far accettare una riforma si offre una ricompensa che da prestigio e che sembri

un miglioramento rispetto allo status della Repubblica. Quindi prima i pareri dei senatori non erano

vincolanti, mentre ora invece possono emanare pareri di natura normativa.

Queste leggi servono: primo a far vedere che il Principe rispetta le funzioni degli ordinari organi

della Res Publica (Comizi e Senato) e, secondo, che li usa per portare in auge un modello non

creato d lui stesso, ma che era l'esempio della buona famiglia, di buone tradizioni. Ed in questo

modo incomincia già ad avere un alleato non da poco, perché un uomo politico che governa con il

Senato dalla propria parte, che è disposto a ratificare quella che è una posizione straordinaria, è

sicuramente un vantaggio non da poco. Ricordiamo che: il mandato di Augusto non aveva né

vincoli temporali, né vincoli geografici e né colleghi. Augusto lascia che le elezioni degli altri

magistrati, delle altre figure vadano avanti, però apporta una modifica fondamentale e cioè è lui che

sceglie i candidati alle elezioni, quindi controlla la lista dei candidati sa chi saranno i suoi colleghi e

poi soprattutto siamo di fronte a magistrati che sono di fatto assolutamente subordinati al Principe.

Augusto finge un comportamento di assoluta umiltà, riconoscendo ai propri colleghi poteri uguali ai

suoi, quando la storia ha dimostrato che questo non è neanche minimamente vero. Augusto già con

l'imperium consolari e la tribunicia potestas è già al di sopra dell'ordinamento repubblicano. E sono

ben in pochi ad accorgersene, proprio per come lui studia le riforme: apparentemente rafforza gli

organi della Res Publica, ma nella realtà cosa fa? Li svuota dall'interno, delle loro funzioni. Tacito

dice: “le istituzioni repubblicane da ora in poi saranno nuda vocabula = nomi nudi, restano solo i

nomi”. Questa è la copertura di un mutamento costituzionale che non sia ha con le armi, che non si

fonda su spargimenti di sangue e che si compie con il favore dei cittadini stessi. Perché questo?

Perché i cittadini romani erano stremati da un secolo e mezzo di guerre civili, di corruzione, di

congiure, di scontri e insicurezze. Il modo in cui Augusto riprende in mano la situazione risulta

quasi rassicurante. Quello che è riuscito ad Augusto, non riuscirà a molti dei suoi successori.

Augusto ha ottenuto questa posizione perché è riuscito a convincere i cittadini. La posizione del

Principe è una posizione unica, nuova, che non viene riconosciuta da una legge (come lo era stato

invece per i Tribuni ad esempio) è esclusivamente personale. Infatti sappiamo che da Tiberio in poi

che per l'investitura degli imperatori romani verrà adottato un meccanismo legislativo: la cosiddetta

“Lex De Imperio” = la legge sull'imperium, nel senso dell'avere il comando supremo. La

menzioniamo perché questa legge ci fa capire che: è questa legge è un testo informale con cui il

popolo affida a colui che è stato designato Imperator tutti i poteri pubblici. Immaginiamola come

una legge con cui il popolo e il Senato delegano il potere all'Imperatore. Si spogliano dei poteri che

sarebbero esclusivamente loro li affidano all'Imperatore. Questo cosa ci dice? Ci dice che gli

imperatori successivi, ad augusto, non avendo la sua auctoritas, devono avere un'investitura di tipo

legalizzando per i propri poteri. Cioè la chiave del successo di Augusto è nella visione di Augusto

stesso (il suo carattere, la sua politica ecc.). ma nel momento in cui egli cambia lo stato, che è un

cambiamento irreversibile, devono essere posti le basi per una forma di riconoscimento del potere

dell'imperatore che non si può basare un dato carismatico come l'auctoritas (ad esempio Tiberio ne

era assolutamente privo). Quindi viene creato un meccanismo giuridico che era legittimi la

posizione dell'imperatore. E questa legge viene detta Lex De Imperio. E' un atto formale, ad ogni

modo a cosa serve? Serve a mantenere un accordo anche se labile con la Res Publica romana.

Anche quando è chiaro che l'Imperatore è il detentore assoluto di ogni potere, la Lex De Imperio,

ricorda il diritto che egli è lì su delega, per scelta del popolo e del Senato romano. Quando verrà

meno la Lex De Imperio? Quando il Cristianesimo diventerà religione (prima ammessa e poi

religione ufficiale) dell'impero romano. Nel 313 Editto di Milano che ammette il culto del

Cristianesimo e conseguente fine delle persecuzioni, poi nel 380 Editto di Tessalonica di Teodosio

il Cristianesimo diviene la religione ufficiale dell'impero romano.

Questo è un fatto importante, perché cosa accade nel momento in cui la religione è associata al

potere civile? L'Imperatore non ha più bisogno dell'investitura del Senato e del popolo. Viene

portata all'estremo al divinizzazione della figura dell'Imperatore. L'Imperatore è scelto da Dio, non

c'è più bisogno di un meccanismo giuridico che riconosca determinati poteri a un uomo che è stato

scelto direttamente da dio. Non a caso in questa fase successiva della storia romana assistiamo

veramente a un enorme distacco dell'Imperatore rispetto ai suoi sudditi. Perché l'Imperatore è visto

come una figura divinizzata (non a caso le fonti parlano di “dominus et deus”). Augusto non

avrebbe mai neanche solo pensato di definirsi in questo modo. Quindi padrone dello Stato e dio

incarnato in terra. Quindi la religione che cosa diventa? Un potentissimo strumento per il regno, per


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di lezione (completi) del corso di diritto romano monografico della professoressa Marina Evangelisti, Modena e Reggio Emilia.
Gli appunti sono frutto di studio autonomo della materia, di una rielaborazione autonoma degli appunti presi a lezione e studio del testo consigliato dal docente: "Storia del diritto romano e linee di diritto privato" di A. Schiavone. Appunti idonei e completi per sostenere l'esame.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher matteo.vignola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano monografico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Modena e Reggio Emilia - Unimore o del prof Evangelisti Marina.

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