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era vantaggioso alienare, perché aggravavano l’eredità più che esserle utili. Rientrava così nella

valutazione dell’attore scegliere quale calcolo compiere nei confronti del possessore di mala fede,

se esigere la cosa stessa ed i suoi frutti oppure il prezzo di essa e gli interessi dal momento

dell’inizio della controversia. La differenza tra la buona e la mala fede consiste proprio nella

consapevolezza che l’eredità venduta era altrui: quanto questa manca, la restituzione ha ad

oggetto il prezzo di vendita senza aggiungervi interessi, se, al contrario, sussiste, si devono

restituire le stesse cose ereditarie con i frutti. In un successivo richiamo che Ulpiano fa di una

epistola dell’imperatore Settimio Severo, si ammetterebbe invece la possibilità che il possessore di

mala fede restituisca, in caso di vendita, i prezzi invece delle stesse cose. In ogni caso il possessore

di mala fede avrebbe potuto restituire i pretia solo allorché la vendita delle cose ereditarie fosse

stata vantaggiosa per l’eredità. In questo caso, come si è detto, il titolare dei beni ereditari avrà la

possibilità di scegliere se chiedere le cose stesse con i frutti oppure il prezzo e gli interessi dal

momento iniziale della controversia. Possiamo dunque concludere che, nella sua interpretatio

concettuale dei termini della prima clausola del SC, Ulpiano ne individua i destinatari nei soli

possessori di buona fede (sottintesi alla locuzione hi, qui se erede existimassent), ammettendo,

solo in casi eccezionali e sulla scorta di una costituzione di Settimio Severo, che vi potessero anche

rientrare quelli di malafede.

L’interpretazione di Ulpiano ai termini ”redactae,pecuniae ex pretio rerum venditarum”

Nel paragrafo 15 del D.5.3.20 il commento ulpianeo si sofferma sull’esame dei termini “redactae,

pecuniae ex pretio rerum venditarum” (denaro percepito come prezzo delle cose ereditarie

vendute’) inerenti alla decisione del senato, in forza della quale nei confronti di quelli che,

pensando di essere eredi, avevano venduto l’eredità non si dovevano esigere gli interessi del

danaro percepito come prezzo delle cose ereditarie vendute. Si fa quindi riferimento non solo al

denaro effettivamente esatto, ma anche quello che avrebbe potuto esigersi, ma non sia stato

esatto. Con la seconda espressione, Ulpiano vuole far riferimento a quella somma, il cui termine di

pagamento era scaduto, ma non era tuttavia stata pretesa, senza specificare se ciò fosse dovuto

ad un atto consapevole o inconsapevole del creditore (ipotesi più probabile), oppure ad un atto

imputabile ad un terzo. Chiarito il concetto di redacta pecunia ex pretio rerum vendita rum,

possiamo prendere in considerazione i passi in cui Ulpiano affronta problemi relazionati agli

interessi, discendenti dall’affermazione: “usuras non esse erigenda”. Innanzitutto il giurista nel

D.5.3.20 riferisce un’opinione di Papiniano, in cui emerge l’applicazione della stessa norma

contenuta nella prima parte del SC. Papiniano negava che il possessore dell’eredità, se non avesse

utilizzato il denaro presente nella stessa, potesse essere in alcun modo convenuto per la

restituzione degli interessi. Ulpiano sembra voler sottolineare un collegamento tra la soluzione

proposta da Papiniano e quella decisa dal senato per i possessori dell’eredità di Rustico, che

l’avevano venduta; entrambe infatti troverebbero fondamento nella mancata disposizione del

denaro, rispettivamente, che formava parte del patrimonio ereditario e che era stato ottenuto con

la vendita di esso. Cosa accadrebbe se fossero vendute le res dopo essere stata esperita la

petizione dell’eredità? Secondo il giurista, in questo caso nella restituzione saranno incluse le

stesse cose e i frutti. Ma se le cose fossero state sterili o deperibili e fossero state vendute al loro

vero prezzo, l’attore avrebbe forse potuto scegliere che gli fossero pagati i prezzi e i loro interessi.

L’INTERPRETAZIONE DI ULPIANO ALLA CLAUSOLA DEL SENATOCONSULTO CONTENUTA NEL

D.5.3.206b.

Il paragrafo 6b del senatoconsulto e l’interpretazione di Ulpiano in D.5.3.20.17:prezzo o cessione

delle azioni.

Nel nostro senatoconsulto si fa riferimento alla delle cose ereditarie

responsabilità dei venditori

in questo modo: i convenuti, contro i quali si fosse pronunciata una sentenza sfavorevole,

dovevano restituire i pretia ottenuti dalla vendita delle cose ereditarie, anche nel caso in cui

queste, prima della richiesta dell’eredità, fossero andate perse o venute meno. Si precisa poi che il

possessore di buona fede, qualora abbia venduto le cose ereditarie, dovrà comunque dare

all’attore il prezzo ricevuto, sia che l’abbia esatto sia che non l’abbia ancora fatto, e in questo caso

basterà che gli ceda le azioni. Nell’ipotesi di mancato pagamento da parte del compratore, Ulpiano

afferma che la responsabilità del venditore consiste nella cessione all’attore delle azioni per

conseguirlo, evitandogli così di dover pagare un prezzo non ancora ottenuto. Le ragioni che hanno

spinto Ulpiano a porre la cessione dell’azione in alternativa alla prestazione del prezzo, vanno

ricercate nella clausola del senatoconsulto riprodotta nel D.5.3.6c che limita la responsabilità del

convenuto possessore di buona fede all’arricchimento. E’ vero dunque che a chi ha venduto le

cose ereditarie in buona fede non è ancora pervenuto il loro pretium, ma, siccome l’esercizio delle

azioni per ottenerlo produrrebbe un profitto economico a suo vantaggio, la loro cessione

impedisce quest’effetto e libera perciò il convenuto da ulteriori responsabilità. In conclusione,

nella visione di Ulpiano la perdita del prezzo non causa arricchimento, perché non è pervenuto al

possessore di buona fede; se, invece, tale perdita è stata determinata da un terzo (es. un

banchiere), siccome il possessore può agire contro di lui e conseguire perciò un arricchimento,

deve conseguentemente trasmettere le azioni all’attore. Tra l’altro già prima del nostro SC, come

testimoniano Ottaveno e Labeone, esistevano vestigia della ‘surrogazione’ del prezzo all’eredità.

Se il convenuto contro il quale si esercitava la petizione di eredità non era possessore né di una

cosa né di un diritto al momento in cui tale azione era intentata, si doveva considerare tenuto in

base ad essa, qualora dopo questo momento avesse ottenuto qualcosa? Celso, il cui parere viene

accolto da Ulpiano, aveva scritto che il possessore in questo caso doveva essere ugualmente

condannato, anche se all’inizio non possedeva nulla. Il problema, che si solleva, è l’arricchimento

del possessore di una cosa ereditaria altrui, prospettandosi due ipotesi: la prima, che la cosa sia

andata persa quando si trovava nelle mani del possessore, e in questa situazione egli non è

considerato arricchito; la seconda, che, se tale cosa si trasforma in denaro o in un’altra cosa

(perché è stata venduta o permutata), sussiste un arricchimento, malgrado si fosse perso il nuovo

oggetto, con conseguente responsabilità di fronte al titolare. Un passo d’Ulpiano può anche

dimostrare l’impiego, da parte di Giuliano, della ‘surrogazione’ del prezzo alle cose ereditate.

Scrive Giuliano che, se il possessore avrà venduto uno schiavo non necessario all’eredità, nella

petizione dell’eredità dovrà consegnarne il prezzo, perché gli sarebbe stata imputata la mancata

vendita; ma, se lo schiavo era necessario alla eredità, il possessore doveva consegnarlo, qualora

fosse ancora vivo, mentre, nel caso della sua morte, poteva apparire dubbio se egli dovesse

trasmetterne il prezzo. Tuttavia, sempre secondo Giuliano, il giudice non doveva permettere

comunque al possessore di lucrare il prezzo. E questo suo parere è accolto da Ulpiano. In un altro

passo Giuliano fa un’ulteriore ipotesi: il possessore ha comprato con i soldi dell’eredità uno

schiavo e la sua responsabilità di fronte all’erede dipende, secondo Giuliano, dal fatto che

l’acquisto di quel servus sia o meno nell’interesse dell’eredità; nel caso affermativo, il possessore

dovrà consegnare lo stesso, in quello negativo darà il prezzo. Che uno schiavo sia conveniente o no

per l’eredità è probabilmente collegato alla funzione che egli rivesta per tale patrimonio.

Certamente non è presente la distinzione tra buona e mala fede del possessore, che Ulpiano usa

come criterio di responsabilità in relazione al senatoconsulto, in quanto costui, comportandosi sia

nell’uno che nell’altro modo, doveva consegnare lo schiavo o il prezzo, a seconda delle

circostanze. In questi passi, infatti, se lo schiavo è necessario all’eredità dovrà consegnarsi, sia che

il possessore abbia agito in buona oppure in mala fede. In ogni caso possiamo ritenere questi

criteri di responsabilità sull’interesse o meno dell’eredità non alternativi a quello di buona o mala

fede, ma piuttosto complementari, risolvendo problemi specifici di cui il nostro senatoconsulto

non si occupa. Un altro passo, dove si trova trasfuso il pensiero di Giuliano sulla ‘surrogazione’ del

prezzo ad una cosa ereditaria venduta, ci è offerta ancora una volta da Ulpiano. Qui si chiede il

giurista adrianeo quale sia l’oggetto del restituere del possessore di un fondo ereditario, che lo

avesse venduto (non specificando se avesse agito in buona o in mala fede). Nella soluzione egli

distingue tra due situazioni: se la vendita sia stata fatta senza causa (ossia senza un fondamento o

una giustificazione, e mira a soddisfare un interesse personale) si dovranno consegnare il fondo e i

frutti, qualora, invece, sia avvenuta per pagare debiti dell’eredità, oggetto di consegna sarà

unicamente il prezzo. Un ulteriore caso portato da Giuliano presenta due differenti fattispecie: la

prima consiste nel fatto che il possessore, adempiendo un fedecommesso, consegna la totalità

dell’eredità o alcune cose ereditarie all’onorato; in questo caso l’erede potrà esercitare la petitio

hereditatis contro il possessore, perché quest’ultimo, mediante la condictio, potrà esigere la

devoluzione dei beni agendo come possessore di un diritto di credito. La seconda si incentra

sull’ipotesi che il possessore abbia venduto le cose ereditarie ed abbia poi trasmesso il prezzo

all’onorato in adempimento al fedecommesso; anche in questo caso l’erede potrà in base alle

stesse ragioni esercitare contro il trasmittente la petizione d’eredità. La responsabilità del

convenuto (da qualificarsi come possessore di buona fede, perché adempie ad una disposizione

testamentaria) nei due casi è limitata unicamente alla cessione delle azioni, perché, esistendo

ancora le cose ereditarie, potrebbero anche chiedersi direttamente all’onorato dal fedecommesso.

Ulpiano accetta la responsabilità del possessore ereditario solo in presenza di un suo dolo, in

quanto sapeva che le cose trasmesse all’onorato erano altrui.

Ulpiano e il termine pervenire

I problemi che riguardano il termine pervenire sono contenuti nel D.5.3.18-20 e nel D.5.3.23 pr.

1;Il giurista tardo classico si chiede se il possessore di buona fede debba dare tutto il prezzo o lo

debba dare solo se abbia determinato il pretium dovrebbe

locupletatio(ricchezza);nonostante

arrecare arricchimento ciò non sempre avviene(se il denaro è stato perso, perduto o donato).La

risposta all’interrogativo dipende dal significato del verbo menzionato nel paragrafo

”pervenisse”

6b che può dar luogo a 2 interpretazioni: il prezzo si limitava a quello ricevuto in origine o si

estendeva a quello che ne rimaneva in seguito? L’opinione del giurista è a favore della seconda

interpretazione del termine pervenisse(il possessore era responsabile solo per quanto lo avesse

arricchito).Nella fattispecie del S.c è il prezzo l’elemento di arricchimento a cui ha diritto l’attore-

erede,mentre il convenuto-possessore non ha più la cosa,ma un surrogato di essa che gli ha

prodotto un beneficio economico.Dal D.5.3.23 si conferma che il possessore di buona fede

convenuto non deve necessariamente dare tutto il prezzo ricevuto dalla vendita dell’eredità, ma

solo quello che rimane presso di lui; con l’ulteriore conseguenza che lo stesso produce

arricchimento solo nel caso in cui fosse “pervenuto”, anche se le cose ereditarie fossero state

perse o venute meno. Continuando nella nostra analisi, vediamo che Ulpiano distingue due

situazioni in relazione all’arricchimento: la prima, dove il prezzo non provoca tale effetto, perché

non è pervenuto al possessore, e la seconda in cui l’arricchimento è superiore al prezzo ricevuto.

Consideriamole ora singolarmente:

a)il prezzo non ha determinato arricchimento: esaminiamo il D.5.3.20.18 (che è conferma delle

conclusioni attorno al termine pervenire)Il prezzo ricevuto non è rimasto presso il venditore che

lo ha restituito al compratore a seguito dell’evizione, quindi l’erede che agisce non ha diritto allo

stesso per 2 motivi: il possessore, rendendo la somma, non ha ricevuto arricchimento; se la cosa

ha sofferto evizione da terzo, non sarà l’erede il titolare ,ma un altro(il venditore è in buona

fede).Poteva accadere che alcuni beni compresi nell’eredità non ne facessero parte(perché di un

altro proprietario); il possessore che non possiede più la cosa o le cose in essa rinvenute(perché

evitte) o il prezzo(perché restituito)non deve nulla all’erede(un’applicazione letterale della norma

avrebbe dato all’erede il prezzo di cose non sue). Esaminiamo il D.5.3.31:Se il possessore ha

pagato ai creditori ereditari, nonostante l’adempimento l’erede non viene liberato(avrebbe

dovuto pagare a nome del debitore per liberarlo, non a nome proprio).il possessore quindi, per

computare quanto pagato, doveva promettere mediante cautio di difendere l’erede da pretese

altrui e doveva cedergli l’azione di ripetizione. Un altro caso di prezzo che non determina

arricchimento perché non pervenuto al possessore è nel D.5.3.20: una cosa venduta del possessore

abbia vizi occulti e perciò sia restituita dal compratore. Nonostante essa fosse ereditaria, il suo prezzo non

verrà in considerazione dell’obbligo di restituere, perché non è pervenuto al possessore. Come possiamo

vedere, dal prezzo ricevuto il possessore non trae un arricchimento, in quanto la sua restituzione al

compratore elimina quest’effetto; dal momento che la cosa viziata ritorna nel patrimonio ereditario, il

possessore dovrà poi consegnarla all’erede. Così prosegue il discorso di Ulpiano: se per la vendita di una

cosa ereditaria il possessore dell’eredità si fosse obbligato verso il compratore, doveva essere

salvaguardato con una stipulazione di garanzia da prestarsi da parte dell’erede. Se cioè il possessore di

buona fede abbia concluso un contratto di compravendita avente ad oggetto una res ereditaria, ma senza

ancora aver provveduto all’adempimento delle relative obbligazioni né aveva ricevuto il prezzo, la soluzione

proposta è quella di tenerlo indenne ad opera dell’erede, cui spettava la res oggetto della compravendita,

dalle conseguenze di eventuali pretese avanzate dal compratore. Il possessore di buona fede non è tenuto

per il prezzo che non sia a lui pervenuto; ma, nel caso in cui l’erede non possa soddisfare la propria pretesa

nei suoi confronti, ci possiamo chiedere se abbia la facoltà di agire contro il compratore delle cose

ereditarie. Ulpiano pensa che possano essere rivendicate le cose, a meno che i compratori non abbiano

un’azione di regresso verso il possessore di buona fede. In conclusione, possiamo vedere che, ove il

possessore di buona fede non riceva un arricchimento dal prezzo, non si può consentire all’erede di agire

contro il compratore delle cose, perché quest’ultimo può opporre l’eccezione quod praeiudicium ereditati

non fiat (che si configura come il rimedio processuale a beneficio dei compratori, se il venditore sia pronto

a difendersi contro la petitio hereditatis), se disponga di un’azione di regresso contro il venditore, cioè

quasi sempre.

b)L’arricchimento è superiore al prezzo ricevuto.

Il termine pervenire, nel paragrafo 6b del nostro senatoconsulto, è riferito al prezzo di vendita delle res

ereditarie da parte del possessore; Ulpiano però dimostra che nel pervenire è compreso prezzo e anche

altri elementi diversi: nel D.5.3.23.1 anche la penale(dovuta per ritardo del pagamento del prezzo)è

compresa nel restituere e comporta un arricchimento(anche se il senato aveva parlato solo di pretium). In

tal caso, una volta evitta l’eredità, il possessore di buona fede restituirà non soltanto il simplum, ma il

doppio dell’importo ricevuto in base alla legge Aquilia, perché non deve trarre un lucro da quanto abbia

ricevuto per causa dell’eredità; egli potrà esercitare però un’actio in factum(la bona fides è un presupposto

indispensabile per permettere al possessore di ottenere il risarcimento del danno). Ma dobbiamo notare

l’applicazione del principio stabilito nel senatus consultum Iulio Balbo et Iuventio Celso consulibus factum,

per il quale si deve sottrarre tutto il lucro al possessore sia di buona che di mala fede. L’arricchimento

comunque include, oltre al prezzo, qualunque altro incremento vi sia stato nell’eredità, come la penale per

la mora nell’adempimento dell’obbligazione o la somma ricevuta a titolo di responsabilità aquiliana. Tale

posizione risale a tempo prima del senato consulto: ce lo dimostra un passo di Giavoleno, in cui

nell’aestimatio dell’eredità spettante all’erede si ricomprende anche “quod plus fuit in hereditate”. Non

tutti i benefici percepiti dal possessore dovranno restituirsi al titolare dell’eredità: non possono infatti

considerarsi un arricchimento del possessore di buona fede proventi al di fuori dell’eredità. Se egli sia stato

spogliato con violenza, la somma ricevuta dall’autore dello spoglio appartiene unicamente a lui, perché il

pagamento della pena o la quantità promessa per la comparsa in giudizio hanno come fondamento la

protezione del possesso, e non la titolarità dell’erede sulla cosa che forma parte dell’eredità.

Interpretazione dei termini “deperire e deminuere”

Restano ancora da chiarire i concetti di e Il primo certamente corrisponde a una

deperire deminuere.

situazione di tipo naturale, mentre nel secondo è compreso anche l’aspetto giuridico. Il deperimento è

casuale, e continua a sussistere verso il titolare delle cose perse (l’erede) la sua responsabilità per il prezzo

che si è surrogato alle stesse. Uguali conseguenze produce il deminuere, vale a dire la venuta meno di cose

dall’eredità, perché divenute appartenenti ad altri. Partendo dal presupposto che il possessore debba

restituire i prezzi delle cose vendute, anche se sono perite o venute meno dall’eredità, ci si chiede: ma tale

obbligo vale solo per il possessore di buona fede o anche di mala fede? Se le cose non sono perite o venute

meno presso il compratore, il possessore di mala fede deve consegnare le stesse all’erede, mentre se è


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Gonzales Roldan Yury.

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